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Tag: calcio

Pompi e Piccardi stendono l’Atletico Torres: finisce 1-2 al “Mario Ceprani”

Posted on 2023/01/15 by carmocippinelli

La Borgata respira a pieni polmoni l’aria del nuovo anno che porta in dote i primi tre punti del 2023. Serviva una vittoria e così è stato: sofferta, certamente, ma giocata con un gran cuore da parte di tutta la squadra. 

Deserto dei Tartari
Una guarnigione di un esercito è in formazione e in lenta attesa del nemico in uno sperduto avamposto: l’avversario, però, non si vede mai. Spero che qualcuno tra i lettori i questo post abbia letto il romanzo “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati: (tralasciando tutta l’introspezione psicologica sui personaggi che fa del romanzo di Buzzati un grande testo) di fatto la Borgata ne rivive la trama per i primi quarantacinque minuti di gioco. Nella prima frazione l’avversario c’è ma non riesce a costruire molto: i gordiani tentano più volte di farsi vedere dalle parti di D’Ambrosio ma ogni spunto è vano. O, comunque, non così ben costruito da poter rappresentare una seria minaccia per la Torres. Le uniche due vere occasioni della prima frazione di gioco sono della Borgata: neanche una manciata di minuti e i nostri rimediano un angolo che non riesce ad essere il tentativo di sblocco della partita. La seconda  occasione è al 37′: Chieffo impegna il portiere locale con un gran tiro ma, ancora una volta, i gordiani rimediano un calcio d’angolo che non viene trasformato. Il primo tempo scorre via senza che neanche i presenti se ne accorgano troppo, se non per qualche leziosità di troppo da parte del gioco delle due squadre. 
Cambi vincenti
Nell’ultima partita del 2022 la Borgata è stata fermata tra le mura casalinghe del “Vittiglio” dall’Alba Roma: galeotti furono gli ultimi minuti! A margine dell’incontro il rammarico era generalizzato, così come pure mister Amico si doleva dei cambi che non era riuscito ad azzeccare. Ma è un altro anno e il mister dimostra che, in tutta verità, sa leggere (e anche bene) la partita: torna finalmente in campo Piccardi, così come pure calcano di nuovo il rettangolo verde Ciamarra e Corciulo.
Conviene, però, procedere con calma e fare un passo indietro. 

Al quarto d’ora  della ripresa le occasioni latitano: l’unico spunto da annotare è stato quello di Capitan Cicolò al 5′. La partita sembra essere statica e più il tempo scorre, più le occasioni non vengono neanche imbastite in potenza: la Borgata ha il gioco in pugno ma non concretizza.
Lo spettro della “tragica distrazione” inizia ad aleggiare sul “Mario Ceprani” di Via dei Gerani: le squadre cominciano ad innervosirsi, mister Amico viene richiamato dall’arbitro e al 16′ Giordani insacca l’1-0 per i locali. Distrazione granata, Atletico Torres con un uomo in più al posto giusto e al momento giusto e Poma che non può farci niente, se non constatare il pallone che riesce a gonfiare la rete dietro le sue spalle. 
Sofferenza e disorientamento in campo: i nostri sentono la botta del colpo appena ricevuto. 
«Stessa solita storia», sembrano dire le facce dei giocatori che si cercano le ginocchia: appoggiarci i palmi delle mani per una frazione infinitesimale di quiete e raccoglimento è necessario prima di ripartire. 
Il nuovo anno, però, è gravido di sorprese, come Piccardi che rientra in campo e dà una sferzata al reparto offensivo della squadra: l’Atletico Torres imposta il baricentro più in alto alla ricerca del secondo gol che avrebbe sancito la chiusura morale (prima che matematica) sulla partita, tuttavia la linea difensiva risulta essere più porosa e i gordiani riescono a prendere velocità, campo e coraggio in contropiede. 

Il pareggio è nell’aria e al 25′ è Pompi a pareggiare i conti, autore non solo del gol ma di un secondo tempo magistrale. Cinque minuti dopo è Piccardi a portare in vantaggio la Borgata: su calcio d’angolo è lasciato completamente solo dalla difesa locale. Colpo di testa leggero da distanza ravvicinata: è il gol del sorpasso. 

Sfuma di un soffio la terza rete: al 32′ il tiro di Chieffo si stampa sul palo, tra le espressioni di diniego più colorite che orecchie umane abbiano mai potuto ascoltare. 
E poi? Poi come al solito: un finale da defibrillatore che ha visto l’espulsione di Cicolò, un tentativo di rovesciata da parte di un attaccante dell’Atletico Torres al 46′, l’assedio della Borgata  con Corciulo che ha macinato chilometri e tentato tre tiri in porta, una decina di contropiedi. Tutto in ordine rigorosamente sparso. 
Le foto, tutte, sono sempre di Elisa Vannucchi, ormai fotografa ufficiale della Borgata

E poi, ancora: la Vis Casilina ha fermato il Torrenova con un pareggio casalingo, lo scontro tra Alba Roma e Lucky Junior è terminato a reti bianche (almeno stando all’aggiornamento di Tuttocampo delle ore 18:30).
Dunque si torna al secondo posto: grazie Borgata!

Il tabellino della decima giornata di campionato | Seconda Categoria Laziale | Girone F

ATLETICO TORRES – BORGATA GORDIANI 1-2


MARCATORI: 16′ st Giordani (AT), 25’st Pompi (BG), 30’st Piccardi (BG)
ATLETICO TORRES: D’Ambrosio, Coletti, Colistra (38’st Ciucci), Reale, De Paolis, Lucci (10’st Cappelli), Bovi, Franciulli, Giordani, Testoni (35’st Aversano), Quaresima (23’st Pietrucci) PANCHINA: Ponzo, Gennari. ALLENATORE: [non indicato sulla distinta]
BORGATA GORDIANI: Poma, Proietti, Colavecchia (15’st Piccardi), Pompi, Segatori, Chimeri (40’st Corciulo), Di Stefano, Cassatella, Chiarella (15’st Ciamarra), Cicolò, Chieffo. PANCHINA: Zagaria, Barsotti, Brigazzi, Casavecchia, Piccardi, Belardi, Vitulllo. ALLENATORE: Fabrizio Amico

ARBITRO: Turco (Ciampino) 

NOTE:  Espulso al 44’st Cicolò (BG) per doppia ammonizione. Ammoniti: 30’pt Colavecchia (BG), 43’pt Cassatella (BG), 43’pt Colistra (AT), 20’st 4 (AT), 38′ Cicolò (BG), 47’st 19 (BG) Recupero: 1’pt – 5’st 
Le foto, tutte, sono sempre di Elisa, ormai fotografa ufficiale della Borgata


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Shiwan Sadq, è lui il primo calciatore curdo-iracheno in Italia (e in Europa!)

Posted on 2023/01/03 by carmocippinelli

Un pugno di anni fa il nome di Ali Adnan è finito su tutti i giornali sportivi nazionali: “il primo calciatore di nazionalità irachena a vestire la maglia di una società sportiva italiana”.
Udinese, Atalanta, poi i dissidi tra dirigenza bergamasca e manager, dunque l’allontanamento dal calcio italiano.
Dopo una stagione negli USA con la compagine di Vancouver, la sua sfortunata esperienza in Danimarca con il Vejle per cui ha giocato una sola volta prima della rottura di uno dei legamenti del ginocchio, da agosto 2022 è componente effettivo del Rubin Kazan (Serie B russa).

Non Adnan ma Sadq  
Il primo calciatore iracheno, tuttavia, non è stato Ali Adnad ma Shiwan Sadq che nell’ottobre del 1990 era centravanti della Fulgor Salzano nel girone D (veneto-friulano) dell’allora Campionato Interregionale (oggi Serie D). 
Ma Sadq non è stato solo il primo in Italia: è stato il primo calciatore curdo-iracheno in tutto il continente europeo, battendo di qualche anno l’esordio di Karim Bovar al Malmo (1999/2000; Svezia), anch’egli curdo ma con passaporto iracheno. 
 

Un po’ di contesto: il girone delle due Venezie

Quel girone sopracitato rappresentava (e lo fa tutt’ora) una particolarità doppiamente locale e nazionale: gli anni della riforma della quarta serie, i cui gironi arrivavano fino alla lettera N, ma anche gli anni delle due Venezie.
Dopo il 1987 e la fusione tra la squadra di Venezia e quella di Mestre, c’è un’altra squadra in laguna: è neroverde, partecipa al girone veneto-friulano dell’Interregionale, gioca al Penzo e si chiama Venezia. Sarà, tuttavia una breve stagione, prima che la squadra arancioneroverde recuperi il diritto di utilizzo del Penzo e vinca la battaglia legale nei confronti della dirigenza del Venezia neroverde, il cui presidente era Danilo Maddalena. La retrocessione del Venezia in Eccellenza (stagione ’91/’92) e il conseguente esilio al campo di Murano, ha fatto sì che la storia prendesse la piega della cessazione delle attività della squadra.
Un anno più tardi, dalle ceneri di quell’esperienza, nascerà l’Asd Venexia [1] ripartendo dalla terza categoria. Ma questa è un’altra storia.
E che, ad ogni modo, varrebbe la pena raccontare.

È iracheno, anzi no: curdo

Il passaporto dice iracheno ma in realtà Shiwan Sadq [2] è curdo. L’articolo è a firma di Margherita de Bac per il «Corriere della Sera» [3] del 12 ottobre 1990: 

«Il giorno in cui Saddam Hussein invase il Kuwait, Shiwan Ahmad Sadq sarebbe dovuto essere fra le truppe di prima linea dirette contro Kuwait City. Invece stava giocando su un campo in erba vicino a Venezia e, anziché il ricco emirato, attaccava il portiere di una squadra di calcio dell’Interregionale veneto. Ha ventisette anni ed è il centravanti della Fulgor Salzano, unico giocatore che l’ufficio tesseramenti della nostra federazione registra con nazionalità irachena».

È curdo, in realtà, e questo dato viene subito messo in chiaro da Sadq all’inizio dell’intervista, che prosegue: 

«Una volta, per sbaglio, venni coinvolto nella nazionale universitaria e dal mio nome si accorsero che ero curdo: mi tennero in panchina e non mi fecero allenare. Nonostante questo non ho mollato: noi curdi siamo famosi per avere la testa dura. Sentivo che il calcio sarebbe stato in un modo o nell’altro la mia unica àncora. Ora sono qui, guadagno e ho una vita serena […]. Diventerò architetto ma il mio sogno è fare l’allenatore di calcio». 

Ha anche aggiunto: 

«Spero che Saddam venga ammazzato, così posso fare ritorno a casa».

Scese in campo per sette volte nel girone veneto-friulano dell’Interregionale, tutte senza mai riuscire a segnare un gol. Dopodiché le tracce di Sadq – come si dice proverbialmente – si sono perse [4]: nonostante ricerche, telefonate e interviste a persone che – a vario titolo – orbitavano attorno alla Fulgor (così come ad altre squadre di quel girone che esistono tutt’ora), non sono riuscito a reperire informazioni ulteriori sul calciatore.

La squadra del centravanti curdo-iracheno quell’anno si attestò nella metà bassa della classifica, all’undicesimo posto. 

Note e un’avvertenza


Avvertenza: Nell’articolo del Corriere della Sera il nome del calciatore viene riportato con la dicitura Sadq, sebbene sia facile presupporre si tratti di Sadiq. Non avendo, tuttavia, prove che testimoniano la supposizione, ho deciso di conservare la dicitura così come riportata dalla giornalista del Corriere della Sera. 

[1] Il piccolo Venexia, nonostante si muovesse nell’alveo del dilettantismo veneto, “infiniti addusse lutti” a Zamparini, come testimoniava il «Corriere della Sera» in un articolo del 1 settembre 1996: 

«Maurizio Zamparini, presidente del Venezia, ha dichiarato guerra alla giunta Cacciari: “Mi fanno la guerra: l’ultimo sgarbo è stata la decisione di concedere lo stadio al Venexia (Prima Categoria). A questo punto, la mia squadra andrà via da Venezia e giocherà altrove. Sono pronto a restituire i soldi agli abbonati e a fare del Venezia un club privato. Alle partite del campionato di B assisteranno soltanto spettatori ad invito”. Destinazioni possibili: Padova o Trieste». 

(s.e), Il Venezia fugge. «Si va a Trieste», «Corriere della Sera», 1 settembre 1996.
[2] Utilizzo il presente indicativo perché ad oggi Sadq avrebbe poco più di 50 anni e ci auguriamo non sia deceduto.
[3] Margherita de Bac, Shiwan, l’uomo che in nome del pallone è sfuggito a Saddam, «Corriere della Sera», 12 ottobre 1990.
[4] Prima della Fulgor Salzano vestiva la maglia dell’AC Moncalieri. Vi rimase per cinque anni, quando la squadra della città militava nel girone A dell’Interregionale. Poi il trasferimento in Veneto.
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Il calcio che vi piace è tutto finto

Posted on 2019/04/17 by carmocippinelli
Fonte foto ‘La Stampa’
In realtà il titolo è un po’ sensazionalistico, ma tant’è. La notizia di oggi è semplice e diretta, come riporta brevemente ‘La Stampa’ di Torino: «La sconfitta della Juventus contro l’Ajax in Champions League travolge i bianconeri in Borsa. Nelle prime battute di contrattazione le azioni della società bianconera hanno fatto segnare un calo del 25%, bruciando 500 milioni di euro di capitalizzazione, scendendo da 1,7 miliardi a 1,2. Dopo essere stato sospeso dalla seduta, il titolo è rientrato nelle contrattazioni cedendo oltre il 20%».
Le società sportive sono quotate in borsa al pari di una multinazionale che costruisce automobili o che produce abiti per la grande distribuzione, magari sfruttando lavoratrici e lavoratori in Bangladesh.
Quando si sentono presidenti di Roma, Juventus, Inter e chi più ne ha più ne metta parlare riguardo i valori dello sport, sta mentendo ovviamente su tutta la linea: il solo valore a cui tendono le società professionistiche è il capitale. 
Quotare le società calcistiche sul mercato stravolge il significato stesso dello sport e di come si intenderebbe comunemente, in questo caso, il calcio: gli spettatori non sono più tali ma clienti o consumatori di un prodotto che va in diretta per 90 minuti più recupero. O, ancora peggio, come un risparmiatore che investe (male) i propri soldi spendendone davvero tantissimi per andare a vedere anche una sola partita. 
Il concetto stesso di tifoserie e ultras viene del tutto svuotato con l’impostazione da Spa delle squadre che popolano il calcio professionistico: la comunità di tifosi che organizza striscioni, bandiere, porta tamburi in curva per incitare gli undici ragazzoni nel rettangolo, in realtà, è più un vago ricordo romantico. La realtà è che le tifoserie reggono il gioco, anche accalorandosi, ad un sistema che, davvero, è marcio dalla testa ai piedi. 
La soluzione è una e unica: il calcio popolare, inteso come movimento di una comunità, nel senso letterale del termine. Quanto portato avanti da (cito solo pochi esempi) Centro Storico Lebowski a Firenze, dall’Atletico San Lorenzo e dalla Borgata Gordiani a Roma, dall’Ideale a Bari è la strada giusta da intraprendere. 
Un cammino certamente difficile e irsuto d’ostacoli ma non per questo aprioristicamente errato, anzi. 
Una via che rimette in moto comunità cittadine, sociali e crea movimento dove prima c’era immobilismo, passività, rassegnazione a guardare il calcio dei milioni. 
Non proprio una vita da mediano ma anzi una vita da palla lunga e pedalare su campi di terra e sabbia di fiume.
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In Groenlandia si gioca [solo] a ferragosto

Posted on 2018/08/25 by carmocippinelli
Un momento della finale fra B-67 e N-48.
Foto di Dida Heilmann

Il campionato groenlandese, iniziato il 12 agosto e terminato il 19 dello stesso mese, verrà ricordato certamente per la sua brevità, ma il GM2018 (così si chiama) ha incoronato vincitrice la squadra di Nuuk che detiene più vittorie delle altre: il B-67. I biancazzurri della capitale groenlandese, infatti, hanno all’attivo ben 13 vittorie stagionali. Nella scorsa edizione il B-67 ha visto sfumare il titolo in finale contro l’IT-79, squadra anch’essa di Nuuk, la quale ha soffiato la vittoria alla Juventus del calcio groenlandese – si parva licet – solo ai rigori.


L’ultima frontiera del football
Il campionato di calcio è strutturato in tre fasi: locale, regionale e “nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Le fasi locali si svolgono prima della settimana di ferragosto, momento clou del GM. La fase finale si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, recentemente rimesso a nuovo e in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta. Ma che nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più “a nord” del Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde artificiale: gli spalti sono sempre i soliti, ovvero, la partita la si guarda dalle rocce, liberamente, senza pagare nulla.

Foto di Dida G. Heilmann

Lo stesso campo fotografato da Dida Heilmann nella finale, qualche anno fa nella partita fra G-44 e FCM si presentava così:

Per comprendere pienamente quel che significa il calcio groenlandese bisogna saper astrarsi dalla quotidianità del calcio milionario, degli stadi vuoti, di pay-tv, dei giocatori considerati vecchi alle soglie dei trent’anni: i limiti di età in Groenlandia, semplicemente, non esistono. Quest’anno infatti, in una partita fra K-45 e N-48 si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben pco da dire, terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguak della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.
A sinistra Jonas Hansen (47 anni), a destra Nemo Thomsen (14)
fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union
Jonas Hansen, il più vecchio, ha 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne ha da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca per la polisportiva del suo paese da sempre (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale. Il titolo torna al B-67 e l’allenatore vola in Svezia La vittoria finale del campionato è tornata alla squadra biancazzurra di Nuuk, che ha sconfitto il Nagdlunguaq di Ilulissat in finale, relegando al terzo posto l’IT-79, vincitrice lo scorso anno. 
Il calcio groenlandese vola in Svezia!
La notorietà della squadra groenlandese, per la prima volta, ha suscitato interesse all’estero, tanto che l’allenatore volerà in Svezia: «Tekle Ghebrelul, lascia il club e si trasferisce in Svezia», lo assicura «Sermitsiaq», quotidiano groenlandese/danese, «nelle prossime due stagioni sarà in prima linea all’Örebro futsal club, squara della Serie A svedese. “Non è stata una decisione facile lasciare il B-67, ma il tempo è maturo per provare qualcosa di nuovo: sono stato in Svezia a vedere le strutture [dell’ Örebro ndt] e sono rimasto molto soddisfatto di quello che ho visto. Forse è anche buono per il B-67, che avrà possibilità di provare qualche nuovo percorso”, ha detto Tekle Ghebrelul».
A questo link https://www.youtube.com/watch?v=402S5t0WYZY&list=PLFC2546CC82E9E93F potrete rivedere le partite della fase finale trasmesse dall’emittente locale KNR e riprese da OtherFootball, canale che raccomando di seguire ai nicchisti come il sottoscritto. 
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22 giugno 1974, il gol di Sparwasser, la DDR batte la RFG, il socialismo vince.

Posted on 2017/06/22 by carmocippinelli
Il mondiale del 1974 può essere considerato, a ragione, uno dei momenti cruciali e più alti dello scontro calcistico e sportivo in generale fra occidente capitalista ed oriente socialista. 
L’Unione Sovietica aveva già assestato duri colpi all’economia di mercato facendo sì che il sistema socialista potesse primeggiare nei campi della sanità, dell’istruzione e della ricerca scientifica: Juri Gagarin e Valentina Vladimirovna Tereshkova sono ancora oggi due icone che sanno scaldare i cuori dei russi, anche a Muro crollato da tempo. Così come un furioso Kennedy, negli anni della crisi missilistica cubana, prima del fallimento dello sbarco alla Baia dei porci, arrivò a dire pubblicamente: «abbiamo finito per apparire come i difensori dello status quo, mentre i comunisti si presentano come forza d’avanguardia, che indica la via per un modo di vita migliore». 
Il campo socialista, in ogni caso, era realtà contrapposta al capitalismo anche in una porzione d’Europa che niente aveva a che vedere col Patto di Varsavia: in Germania, la DDR, era il baluardo del socialismo in pieno Patto Atlantico verrebbe da dire. Nonostante anche Berlino si fosse parzialmente rifugiata sotto il patto di Varsavia per cercare un piano quinquennale / la stabilità sociale, come urlavano i CCCP-Fedeli alla Linea per mezzo delle corde vocali di Giovanni Lindo Ferretti, uno dei personaggi più iconizzati, controversi e discussi della scena punk e alternativa italiana (quando divennero C.S.I. prima e PGR poi).

Sparwasser, ai tempi, era un centravanti del Magdeburg, adattabile anche a mezz’ala qualora la situazione lo richiedesse. I ruoli, volendo usare un’iperbole, nella Germania Est, non avevano così tanta importanza come per i più quotati occidentali Beckenbauer, Breitner, Müller. Il calcio tedesco della DDR era praticato a livello dilettantistico e la quasi totalità dei calciatori della piccola nazione socialista tedesca erano seconde fila dell’atletica leggera.
Gli sport, infatti, nei paesi del campo socialista, non erano professionistici, bensì tutti dilettantistici, nessuno escluso. Compreso il calcio, che da quel mondiale iniziava la lunga scalata delle sponsorizzazioni, dato che quella fu la competizione con le intromissioni degli sponsor sulle maglie dei calciatori (oltre che del golpe in Cile). Le squadre tedesche orientali, in ogni caso, stavano già da tempo iniziando a togliersi dei sassolini in ambito europeo, dato che la Coppa delle Coppe del ’73/’74 la vinse proprio il Magdeburg di Sparwasser, contro una ben più quotata squadra come il Milan.
De Agostini, difensore juventino che ha più volte incontrato sul campo giocatori della Germania Orientale, li ricorda con quella che i partenopei classificherebbero come cazzimma: erano certo maggiormente determinati dei più quotati tedeschi occidentali e non mollavano mai neanche quando tutto sembrava perduto. Tanto che, molti anni dopo del prima citato 1974, De Agostini e la sua pur fortissima Juventus (con Schillaci e Casiraghi nell’organico, tanto per citare due nomi) per poco non risultavano sconfitti in casa dal Karl Marx Stadt, che all’andata si portò in vantaggio al Delle Alpi con Weinhold, lasciando di sale gli avversari e i convenuti allo stadio.

Il mondiale del ’74, in ogni caso, ha una serie di particolarità e di vicende politiche ad esso collegate che sarebbe impossibile enumerare e trattare in modo tale da non risultare eccessivamente schematico o superficiale. Quel che più importa è che al Volksparkstadion diAmburgo, le prime parole (come il resto dell’inno) della DDR, erano cantate da milioni di tedeschi orientali che urlavano a squarciagola quelle espressioni che rimarcavano una differenza tutta a vantaggio degli appartenenti alla Germania Socialista: «Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt», «Risorti dalle rovine / e rivolti al futuro».
Il caso, infatti, volle che nella fase a gruppi vennero inserite proprio le due Germanie nello stesso girone e poco importa che quel mondiale lo vinsero i tedeschi occidentali. Quella partita, Beckenbauer e soci, se la ricorderanno per tutta la vita, così come per coloro i quali esultavano aprioristicamente (ed esultano tuttora guardando la registrazione della partita) per i successi della Germania Est. Era uno scontro che ne racchiudeva una miriade: non c’era solo la politica e il modello di sviluppo a dividere le due germanie ma anche il modo di intendere lo sport. La situazione assumeva realmente i contorni di uno scontro epocale, nonostante fosse una semplice fase a gruppi, come detto prima.
La partita può sembrare già segnata, al lettore che non ha vissuto quell’epoca e che non ha visto coi propri occhi quel confronto che da modelli politici contrapposti si traduceva in lotta calcistica: la Germania Ovest, in fondo, possedeva più mezzi e, certamente, più talenti per poter superare con facilità la Repubblica Democratica Tedesca. Molti dei giocatori tedeschi orientali, infatti, non andarono oltre la DDR-Oberliga e interruppero la loro carriera calcistica con la fine del socialismo in Germania, come Schnuphase (capocannoniere dell’Oberliga nella stagione ’81/’82 e una carriera divisa fra Rot-Weisse Erfurt e Carl Zeiss Jena) o Strässer (anche lui capocannoniere nei primi anni del socialismo e una sola stagione dopo la fine della DDR, con la Glaswerk Jena) ad eccezione di Voegl (che detiene il record delle 400 presenze nel massimo campionato) e Kurbjuweit (che proseguì come allenatore nel VfB Pössneck).
La DDR non può competere coi cugini orientali e la partita non regala grandi emozioni ai presenti, se non svariate occasioni da gol completamente divorate dai cugini occidentali. I primi quarantacinque minuti scivolano via a reti bianche e quasi sembrerebbe che il pareggio, verso cui pare indirizzarsi anche la ripresa, fosse il risultato più ambito in quello scontro politico/calcistico che animava i tedeschi sugli spalti. Tedeschi che brandivano bandiere identiche, se non fosse per un piccolo emblema al centro di esse che faceva cambiare la prospettiva e l’interpretazione di quegli stessi colori. 
Il settantasettesimo della seconda frazione di gioco, però, è il momento di svolta della partita: dopo un’azione della Repubblica Federale di Germania, Hamman gira il pallone a Kurbjuweit il quale, immediatamente, lancia Sparwasser. Il centravanti supera Höttges e Vogts, controllando il pallone con la faccia (!) e sviando i difensori occidentali col destro: arriva fin sotto la porta, batte Maier e insacca quando il portiere è steso a terra. Occidentali impietriti.
Lo stadio di Amburgo esplode, Sparwasser corre alzando un pugno al cielo e rigirandosi in una capriola mentre correva verso la pista d’atletica che abbracciava il verde rettangolo di gioco, prima d’essere letteralmente sopraffatto da tutti i compagni di squadra.
La partita terminò così, con gli ossis dilettanti che riuscirono a battere quello che ora verrebbe definito calcio moderno, quello degli sponsor e di società che tesserano “campioni” (che si rivelano tutt’altro in corso di campionato) pagandoli fior di quattrini dimenticandosi di tifoserie e del sentimento popolare legato a colori, squadre, società.
Sparwasser, infatti, divenne un mito per tutta la DDR, andando a scardinare il luogo comune: stavolta era davvero il comunismo ad aver sconfitto il capitalismo.

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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