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Tag: bolivia

Morales accusato di stupro ma in Bolivia la violenza sessuale è ovunque

Posted on 2024/10/16 by carmocippinelli

«In Bolivia lo sfruttamento sessuale è praticamente endemico». Così come la violenza «che sia sessuale o dopo una partita di calcio», a parlare è don Riccardo Giavarini, Direttore generale della Fundacion Munacim Kullakita [dall’aymara: ti voglio bene, sorellina] e nel lavoro quotidiano si occupa di sfruttamento ai danni di ragazze minori e adolescenti, di tratta e traffico. Bergamasco di Telgate, ordinato sacerdote a seguito della ripresa degli studi per il sacerdozio dopo la prematura scomparsa della moglie Berta (tra le fondatrice del Mas-Ipsp, impegnata nella tematica della liberazione della donna, poi uscitane per divergenze con la dirigenza), è a La Paz dal 1977. La Bolivia la conosce piuttosto bene. Raggiunto da Pressenza, ci risponde dalla sua abitazione alla periferia di El Alto.
Alla periferia della periferia del mondo.

Riccardo Giavarini

In queste settimane la stampa boliviana, internazionale e anche italiana (sebbene nel nostro paese la notizia non abbia avuto una grande eco), sta dando conto di uno scandalo che avrebbe coinvolto l’ex presidente boliviano Evo Morales, attualmente figura di spicco del Mas-Ipsp di cui ne è presidente e ufficiosamente candidato alle prossime elezioni presidenziali. Morales sarebbe accusato di stupro di una ragazza adolescente: un’accusa su cui una giudice di Tarija sta lavorando e per cui ci sarebbe stato il caso di un figlio nato da una unione con Morales. Le prove ci sarebbero e per questo questo è stato emesso un ordine di cattura nei confronti dell’ex presidente il quale non si è presentato all’udienza al tribunale di un pugno di giorni fa, preferendo un aureo isolamento nella regione del Chapare.

I casi di violenze sessuali, domestiche e di genere sono tuttavia in costante aumento in tutta la Bolivia: «Nel carcere minorile di Qalauma [nella città di Viacha] i delitti riconducibili alla violenza sessuale sono tra i più commessi». Ci sono varie motivazioni, secondo Giavarini: «la prima è che manca una vera educazione sessuale, alla reciprocità. Né in famiglia, né a scuola e né da parte istituzionale vengono veicolati messaggi ed esempi positivi» quindi «i ragazzi prendono alla leggera il rapporto uomo/donna e lo interpretano solo come occasione di ‘divertimento’». La relazione non è basata sul rispetto quanto, piuttosto, sulla volontà di dimostrare che esiste una disparità tra sessi. Una condizione così pervasiva tale da essere presente anche negli altri istituti penitenziari non minorili, ad esempio in quello di San Pedro (La Paz). «La seconda motivazione – continua il sacerdote – è quella legata al fattore culturale». In altre parole: «machismo e cultura dello stupro». Già quando nasce una bambina «si sente spesso dire da parte dei genitori “è solo una femmina”», come a voler sottintendere una sconfitta sociale.
Nella parte di mondo che abita Giavarini: «si sono naturalizzati dei comportamenti che vedono la figura femminile come strumento di piacere maschile», si ragiona per «stereotipi diffusi» da più parti. La donna non è vista come portatrice di soggettività, partecipazione, dignità, uguaglianza: «qui a El Alto le ragazzine popolano locali notturni: è una cosa naturale che loro siano lì disponibili a fornire prestazioni sessuali». Nei colloqui informali che conduce don Giavarini, nel contesto carcerario e nel settore di competenza della Fundacion Munacim Kullakita, è ravvedibile una pervasività della violenza domestica perpetrata dai mariti nei confronti delle mogli, più in generale da parte degli uomini.

Quella di Evo Morales sembra essere – purtroppo – solo la punta di un proverbiale iceberg di violenze e soprusi nei confronti delle persone e delle donne in particolare. «Le notizie di questi giorni parlano delle accuse rivolte a Morales ma – precisa Giavarini – qui in Bolivia stanno uscendo dati secondo cui non sarebbe accaduto solo un caso ascrivibile a questa tipologia di reato, anzi: più d’uno». Alcune deputate boliviane hanno accusato pubblicamente Evo Morales nel Palazzo rincarando sui suoi possibili rapporti con delle minorenni «addirittura facendo illazioni su contropartite sessuali in cambio di progetti e realizzazioni di opere presso comunità rurali o montane», da sempre più vicine all’ex Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia.

Ma il silenzio assordante è quello delle Bartolinas, l’organizzazione femminile del Mas-Ipsp: «le donne del partito sono spaccate tanto quanto lo è l’organizzazione, che, per la verità, lo è da due anni a questa parte: le strenue sostenitrici di Morales continuano a incoraggiarlo mentre quelle pro Luis Arce lo accusano».
Una situazione piuttosto delirante.
Tanto più che Morales ora starebbe accusando la giustizia boliviana di persecuzione contro la sua persona e non si è mosso dal Chapare, la regione in cui si sente politicamente (e psicologicamente) più forte, sicuro e tutelato dalla federazione dei coltivatori di coca (i cocaleros, riuniti nella Seis federaciones del Tropico de Cochabamba) di cui è tutt’ora presidente. Sindrome dell’accerchiamento più volte manifestata da Morales nel corso degli ultimi 24 mesi.
Certo è che finché presidenti (o ex) o figure pubbliche di spicco nella società (siano esse di appartenenti a organizzazioni politiche di maggioranza o di opposizione), si mostrino come esponenti del più bieco machismo, significa che il problema è molto più imponente di quel che è emerso nel corso di questi giorni.
Il rischio di impunità per questi fatti, secondo Giavarini, è altissimo: «c’è da sviluppare un lavoro di rete che sia il più articolato possibile a tutti i livelli sociali, così come di interlocuzione con lo Stato» per far sì che si giunga «ad una seria consapevolezza riguardo i temi della tratta e dello sfruttamento sessuale non soltanto a seguito dell’onda mediatica di uno scandalo come questo ma tutti i giorni».

Posted in Blog, PressenzaTagged bolivia, giavarini, morales, violenza

«Los viejos soldados», una guerra lunga una vita

Posted on 2024/08/20 by carmocippinelli
Jorge Sanjines con Roberto Choquehuanca e Cristian Mercado. Fonte foto: "Fundacion Grupo Ukamau" ©.

«Questo film indaga nella profondità della società boliviana e cerca di porsi la domanda: è possibile l’amicizia fra un bianco e un originario [aymara]?». A parlare è Jorge Sanjinés, tra i più celebri registi della Bolivia, durante un’intervista di promozione del suo ultimo film Los viejos soldados (I vecchi soldati).
La trama segue un adagio politico e sociale: a partire dall’amicizia di due soldati [Guillermo (bianco) e Sebastiàn (aymara)] si dipana la matassa della storia contemporanea boliviana a partire dalla Guerra del Chaco. Vale la pena citare nuovamente il regista:

«[Il film] parla di un disaccordo [desencuentro] presente nella società boliviana: tra città e mondo rurale, dunque tra abitanti originari, indigeni e discendenti bianchi e meticci degli invasori spagnoli […] Il film che abbiamo realizzato cerca di produrre una profonda riflessione su questo fenomeno pernicioso che ha radici profonde, forse tanto immense da essere impossibile analizzarle e contenerle, ma è inevitabile provare a fare luce, fare appello alla fantasia e all’amore per risolvere questo pericolo in agguato se non viene affrontato».

A tal riguardo, è bene citare anche un documento del 2004 prodotto dalle Nazioni Unite intitolato Disuguaglianza, cittadinanza e popolazioni indigene in Bolivia che analizzava in questo modo la discrepanza esistente tra i bianchi e la popolazione indigena:

«Circa il 62% della popolazione boliviana si considera indigena, di cui la maggioranza è di origine quechua e aymara. Di questo totale, il Il 52,2% vive nelle aree urbane e il 47,8% nelle aree rurali. Il 78% delle famiglie indigene povere non ha accesso all’acqua potabile, il 72% di esse non dispone di servizi igienico-sanitari e il loro tasso di mortalità infantile è il più alto del Sud America».

La descrizione fornita dal documento dell’Onu cattura un fermo immagine del 2004, dunque di vent’anni fa e la situazione parrebbe essere decisamente mutata in favore di una riconsiderazione al rialzo di quella percentuale che si riferisce alle popolazioni indigene, in particolar modo riferita agli aymara. Specie se si considera che, a seguito della prima vittoria elettorale del Mas, Evo Morales Ayma, diventando presidente del Paese, ha avviato un percorso di de-colonizzazione spagnola in favore della cultura aymara (e originaria tout court) procedendo anche a cambiare la Costituzione e adottando il nome di Stato Plurinazionale di Bolivia. Il florilegio di culture presenti nel paese andino è stato, così, dichiarato costituzionalmente e nominalmente.

Ma torniamo alla trama, perché Sanjinés ha detto che è stata proprio la Guerra del Chaco a far fare due passi indietro e uno avanti (Vladimir Il’ič Ul’janov, ora pro nobis) alla Bolivia:

«Perdemmo cinquantacinque milioni di soldati ma guadagnammo la coscienza per cambiare il paese da un regime feudale a uno democratico».

È su questa linea che si sviluppa la storia personale di Sebastiàn e Guillermo, fin da subito un intreccio di storia personale e sociale della Bolivia intera.
Non manca qualche ingenuità (forse dovute dall’eccessivo ricorso alle cesure) nell’ordito della trama in quanto i due riescono a scappare dal fronte e, sebbene stremati al termine della fuga, a riprendere quasi immediatamente la connessione con una vita quanto più possibile normale e ordinaria. L’amicizia tra i due si salda con la promessa di incontrarsi nuovamente al fine di darsi da fare per far cambiare direzione al paese: nelle trincee c’era chi parlava di socialismo e Sebastiàn aveva rivelato a Guillermo che nel campo gli aymara vivevano in piccole comunità (la sua era quella immaginaria di Orco Chiri) che non prevedeva l’utilizzo di moneta né conosceva la proprietà privata.
Un piccolo socialismo in nuce, quello aymara, alle orecchie di Guillermo.
Come tralci di una medesima pianta di vite, i due si allontaneranno per continuare a cercarsi nel corso degli anni ’50, gli anni di una prima rivoluzione, sebbene poi soffocata da svariati colpi di stato (ma sull’aspetto strettamente politico non ci soffermeremo). Dopo aver fatto ritorno ad Orco Chiri, passato più o meno un lustro, l’ex soldato aymara lascia moglie e figlio perché vuole andare in città a riprendere contatti col suo vecchio commilitone e unirsi ad un cambiamento rivoluzionario di cui gli giungono solo lontanissime eco; il blanquito, invece, a scuola (diventa insegnante di storia) si innamora perdutamente di una collega aymara, la cui presenza aveva destato più di qualche contrarietà nella comunità bianca e conservatrice (per non dire razzista).
Sebastiàn diventa minatore, fa parte del sindacato ma, nel momento in cui vorrebbe tornare a Orco Chiri, non riuscirà perché gli anziani della comunità non glielo permettono.
In realtà la sequenza finale vale, da sola, tutta l’ora e mezza del film: Sebastiàn è ormai un dirigente (fa parte del controllo operaio) della Comibol, cioè l’impresa statale per la gestione delle miniere, mentre ormai da un paio di decenni Guillermo è parte integrante della comunità aymara della moglie.
I ruoli si sono scambiati: chi prima era affascinato dalla cultura campesina ora riesce a parlare la lingua aymara (Guillermo) mentre Sebastiàn è un alto funzionario che si sposta in Mercedes per le vie di La Paz, vestendo in giacca e camicia alla maniera occidentale.

Carne da cannone
Per il comando boliviano durante gli anni della guerra del Chaco, gli aymara e i quechua erano poco più che carne da cannone, tanto da relegarli in apposite compagnie in cui i bianchi non erano presenti: «Il destino dei soldati boliviani alla fine fu a dir poco [la rappresentazione di una] tragedia», ha sottolineato Esther Breithoff nel suo saggio Conflict, Heritage and World-Making in the Chaco: War at the End of the Worlds?. Il film vuole anzitutto spiegare questo distacco che era presente nella società boliviana: gli uomini dei popoli originari venivano «separati dalle loro famiglie» spesso con violenza (prima sequenza del film) e portati in un contesto completamente differente dall’altipiano boliviano.

«”Servirono come carne da cannone negli errori di comandanti inetti” (Querejazu Calvo 1975, 131). Nonostante ciò, hanno dimostrato una grande dose di coraggio. Nonostante il caldo, la fame e la sete che li torturavano nel Chaco, continuarono a difendere un lembo di terra che alla fine non significava nulla per loro».

La separazione tra le due realtà è presente anche nella Bolivia odierna: i blanquitos sono anche chiamati gringuitos, in senso dispregiativo. L’adagio politico-sociale del film sta tutto nel riscatto indigeno e nel nuovo corso della Bolivia: segnato positivamente, come mostra Sanijnés nel suo film, dal concorso delle popolazioni indigene al nuovo corso democratico del paese. La nuova storia della Bolivia, dunque, che le popolazioni originarie hanno contribuito a scrivere (o meglio ri-scrivere) soprattutto a partire dal momento più drammatico della storia del paese.

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«Esiste un piano Usa per spaccare il Mas dall’interno», ma è Morales ad aver cominciato

Posted on 2024/08/18 by carmocippinelli
Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma

«Le informazioni trapelate dall’ambasciata Usa in Bolivia mostrano chiaramente che esiste un piano per la ri-colonizzazione del nostro paese. E questo sarebbe possibile andando alla rottura del Mas per cercare di candidare un outsider alle prossime elezioni per conto del Mas».
Evo Morales, Presidente del Mas-Ipsp e autoproclamatosi candidato del partito per le elezioni del 2025, legge pubblicamente un documento «siglato il 18 aprile dall’ambasciata degli Usa in Bolivia», ha assicurato, nel corso della manifestazione di ieri [17 agosto 2024] a Caranavi (piccola cittadina nella regione de las yungas a nord est di La Paz).

«Stanno cercando di spaccare il Mas per prendersi il litio e le terre rare del nostro paese, hermanos», dice Morales leggendo il documento  e arringando la folla ammutolita in religioso silenzio. «Eso nunca, Evo! [Questo non succederà mai, Evo!]», urla qualcuno: la tensione si rompe fragorosamente in un applauso in sostegno a Morales. Il discorso continua e si conclude in una festa nella cittadina yungeña.

Dopo le tensioni verificatesi nel partito a seguito dell’annuncio della sua candidatura, nonché dopo aver di fatto – spaccato in due il Mas tra evisti (tendenza di sostenitori e fedelissimi di Evo Morales) e arcisti (tendenza di sostenitori del Presidente boliviano Luis Arce Catacora e del vicepresidente David Choquehuanca), Morales sembra aver preso in mano la situazione e sta calando tutti gli assi che ha in mano.

Un candidato outsider?
Questa sarebbe la rivelazione resa da Evo Morales mentre parlava dal palco allestito per la manifestazione svoltasi a Caranavi. L’obiettivo dei gringos sarebbe il medesimo di sempre: appropriarsi delle ricchezze della Bolivia, specie nella fase attuale in cui l’occidente politico ha sempre maggior necessità non già di idrocarburi, quanto di terre rare e litio. Materie di cui la Bolivia è indubbiamente molto ricca.

Un candidato terzo che non proverrebbe dalle fila del Mas sarebbe il colpo di teatro «dell’impero nord americano», nonché di parti della borghesia boliviana: dopo il tentato golpe che ha coinvolto settori deviati dell’esercito e dello Stato maggiore boliviano, gli Usa – sostiene Morales – si starebbero preparando a «spaccare il Mas dall’interno».

Chi spacca cosa?
Uno scenario di intromissione nel processo elettorale di un paese sudamericano non rappresenta, nei fatti, una novità per la politica internazionale. Non serve riesumare la dottrina Monroe nella sua riformulazione rooosveltiana (così come pure ha ricordato Morales dal palco di Caranavi), basti pensare ai colpi di stato palesemente eterodiretti dagli Usa nella regione. Il golpe nei confronti della prima vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, per rimanere nei primi anni del nuovo millennio, ne fu un chiaro esempio.

Sebbene sia del tutto plausibile, tuttavia la spaccatura del Mas non sarebbe da imputare a nessun altro se non a Evo Morales stesso.

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente, come già ricordato (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato e ora esistono due Mas che sono letteralmente l’uno contro l’altro.

Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma.
Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma.

Casus belli
Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio [2024] i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo [2024] (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al partito, tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas. Manco a dire ci fossero davvero esponenti outsider o della destra.
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

E ora?
Forse dopo il tentato golpe ai danni della presidenza di Luis Arce Catacora, la Bolivia dovrà davvero fare i conti con il peso specifico dell’autocandidato Evo Morales. In questi mesi (quasi una gestazione) la società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che risulta verosimilmente impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua, sedendosi pacificamente attorno ad un tavolo per concludere delle trattative.
E i candidati alle elezioni del 2025 continuano a essere due: Evo Morales e Luis Arce.

Pubblicato su La Rinascita – delle Torri

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In Bolivia, in retromarcia (*)

Posted on 2024/08/04 by carmocippinelli

«Soy América Latina / un pueblo sin piernas pero que camìna»

Atterriamo all’aeroporto internazionale più alto del mondo che è mattina. Abbiamo viaggiato tutta la notte da Madrid a Santa Cruz andando incontro ai fusi orari e inseguendo l’interminabile notte all’interno dell’apparecchio. Poi l’ultimo volo: un messaggio sul telefono ci informa del fatto che la compagnia aerea (Amaszonas) di cui avevamo acquistato il biglietto per il volo interno, è inabilitata ad effettuare voli, dunque veniamo spostati su un volo della Boliviana de Aviaciòn (Boa). L’aereo è vecchio, la plastica al suo interno traballa: le montagne che si vedevano in lontananza dall’aeroporto Viru Viru di Santa Cruz iniziano a farsi tremendamente e maestosamente minacciose man mano che ci avviciniamo a El Alto. Scendo dall’aereo e mi sento leggero e pesante allo stesso tempo: sono gli scherzi dell’altitudine che vanno via solamente col primo matecito de coca (mate di foglie di coca).

Siamo al piano terra dell’aeroporto: c’è una grande sala con una vetrata enorme da cui si riesce a vedere la presenza imponente dell’Illimani e delle altre altissime vette boliviane. Dobbiamo aspettare Riccardo Giavarini, anzi, don Riccardo Giavarini, dunque ci sediamo e aspettiamo anche e soprattutto per far riposare la testa dall’altitudine.

Riccardo arriva, ci fa salire sul suo pick-up Ford e iniziamo a immetterci nelle strade di El Alto. C’è subito un gran traffico: le macchine che stanno a fianco a noi sono completamente immobili, si procede a passo d’uomo: c’è un odore fortissimo di gas di scarico. Mi fa malissimo la testa ma provo a rimanere concentrato e a tenere gli occhi aperti, mantenendomi vigile nella conversazione che abbiamo iniziato per conoscerci vicendevolmente.

«Dev’essere successo qualcosa: è impossibile che ci sia tutto questo traffico», Riccardo è sconsolato, allarga le braccia, immagina che ce ne sarà ancora per molto. Mentre guardo fuori dal finestrino vedo degli edifici che cozzano l’uno contro l’altro in termini di realizzazione architettonica – o perché decisamente opposti o perché ancora non terminati – osservo un fiume di gente che cammina sul marciapiede: sono ragazze e ragazzi universitari, studentesse e studenti delle scuole medie/superiori in divisa, persone normali, lavoratori. C’è anche chi cammina tra le colonne delle macchine in fila: alcuni per cercare di intercettare un minibus, altri perché vogliono venderti qualcosa. Una signora in particolare sta vendendo, per un boliviano o due, dei dolci fatti da lei e posti in un bicchiere: sembra che siano composti da uno sciroppo sul fondo del bicchiere di plastica e sopra abbiano una sorta di panna o composizione simile a una meringa. Un camionista la ferma con la mano e le porge un paio di monete: avviene lo scambio e lui, felice, si inizia a gustare il suo dolce.

Io e Maria, notando la compravendita, rimaniamo un po’ interdetti (come per varie altre cose che non staremo qui a scrivere, altrimenti non basterebbe tutto questo numero de «L’Incontro»), Riccardo ci tranquillizza subito: «Sì, sapete, qui se c’è traffico ci si può organizzare anche così: ci si ferma, si mangia una cosa in macchina per ingannare il tempo, poi si riparte. Mi piacciono quei dolci che ha preparato quella signora, solo che non ve li consiglio: non vorrei che iniziaste a star male da subito», ride mentre ci parla. Il problema è l’acqua che scorre dai rubinetti di El Alto e La Paz: se il dolce (o una qualsiasi altra pietanza) è preparata con quell’acqua, meglio diffidare. L’inquinamento delle falde è elevatissimo e gli stomaci occidentali stanno subito male e per giorni (avremmo poi sperimentato anche quello, ma adesso siamo ancora in coda tra i gas di scarico e le cholitas che vendono dolci e gelatine tra le auto). Anche le gelatine sono tra i dolci preferiti dei boliviani, soprattutto dei ragazzi ma anche lì vale la regola dell’acqua.

Il nodo del traffico si scioglie e percorriamo vari chilometri: «Scusate, mi sono dimenticato di dirvi che devo incontrare una persona con cui avevo appuntamento: dobbiamo aspettarla un momento». Aorita, adesso adesso, mo’ mo’, insomma: un lasso di tempo piuttosto breve, si potrebbe immaginare. E invece no. Aorita significa adesso sia in senso letterale che metaforico: il più delle volte nella sua seconda accezione. Siamo un passo prima del casello dell’autopista (superstrada/autostrada) che collega El Alto a La Paz e viceversa. Fermiamo la macchina in un’area semi sterrata prima di immetterci nella superstrada e vediamo uno sciame di persone e animali (i cani randagi o abbandonati sono tantissimi a El Alto e La Paz) che apparentemente disordinatamente percorrono le vie laterali rispetto alla superstrada. Un ragazzo cammina e urla che è vicino il regno dei cieli. «Si cammina moltissimo qui, neh: vedrete un sacco di gente che cammina. Non tutti hanno la macchina, né la possibilità di acquistarne una usata o rimetterne a posto una. Si cammina per arrivare al teleferico, per prendere un minibus, per arrivare da tutte le parti: i mezzi pubblici non sono così diffusi, specie a El Alto». Mi torna subito in mente la canzone con cui ho aperto questo breve scritto: Latinoamerica di Calle13. Un pueblo sin piernas pero que camina: un popolo senza gambe ma che cammina. O che ha imparato a farlo: scossone dopo scossone, caduta dopo caduta, rivoluzione dopo reazione e via dicendo.

Nel 1980 un giornalista del «Manchester evening news» ha scritto un reportage in cui ha riportato un concetto abbastanza significativo per la storia contemporanea di questo paese: «In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno». [1]

Avremmo scoperto nel corso dei giorni boliviani quanto fosse importante il cammino, anche quando Riccardo ci avrebbe proposto di venirci «a prendere al teleferico morado (viola)» che ha il capolinea a El Alto: da lì in poi i mezzi pubblici non passano e ci sono persone che continuamente vanno e vengono alla ricerca di un minibus o – arresi – si dirigono a piedi. Un passaggio lo avrebbero trovato sicuramente da una macchina che sarebbe passata di lì. Come hanno fatto le signore che stavano aspettando che si muovesse una macchina dal carcere di Qalauma a cui poter chiedere un passaggio, mentre si erano già incamminate nel brullo e piatto territorio dell’altipiano. È quello che è successo con noi: Riccardo muove il pick-up dirigendo il mezzo verso la superstrada Viacha-El Alto e subito delle signore alzano le braccia chiedendo un passaggio. Impolverate dalla testa ai piedi (le strade asfaltate o pavimentate sono pochissime) salgono sul cassone del pick-up.

«Anche a la carcel de Chonchocoro succede lo stesso», ci dice Riccardo. «Ogni carcere è lontanissimo dal centro abitato, specialmente quello di massima sicurezza di Chonchocoro, e chi vuole visitare i detenuti può farlo prendendo certamente un passaggio da un minibus o da un pullman che si ferma nei dintorni: bueno, l’andata è assicurata ma il ritorno…», allarga la mano destra aprendo un palmo verso l’alto effettuando un movimento circolare con il polso. Come a dire: non passa proprio niente. E allora si va a piedi, senza porsi troppe domande, rassegnati ma anche affidati, nonostante il sole che brucia la pelle, nonostante le distanze siderali di una città che ha avuto uno sviluppo caotico e diseguale, nonostante l’estrema povertà in cui versa questa porzione di America Latina a causa delle vessazioni del primo mondo.

Da occidentali dobbiamo imparare da quel loro passo a camminare, ad affidarsi nel chiedere un passaggio, ad andare avanti nonostante la retromarcia. Imparare a camminare non in senso letterale, non a porre un piede davanti all’altro, ma a «camminare domandando», come scriveva il SubComandante Marcos descrivendo l’esperimento del Chiapas: andando a porci nell’ottica di interiorizzazione dell’espressione che è utile per porre in discussione le proprie granitiche certezze e andare costantemente alla ricerca di qualcosa di più.
Camminare domandando in ogni caso, sia in avanti che in retromarcia, a passo d’uomo, cercando un percorso per arrivare alla propria meta, come abbiamo visto fare in Bolivia.
Come stiamo cercando di fare io e Maria, metaforicamente e non.

(*) Il titolo è un esplicito omaggio al volume di Massimo Zamboni In Mongolia, in retromarcia, 2009, Nda Press.

NOTE:
[1] s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

Articolo pubblicato su L’incontro, rivista delle Edizioni Gruppo Aeper di Torre de’ Roveri (BG).

Incontro_gennaio_luglio2024

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Cosa sta succedendo (e cosa succederà) in Bolivia

Posted on 2024/06/27 by carmocippinelli

«L’unico soggetto che può rovesciare il governo è il popolo: la democrazia boliviana può difenderla solo il popolo boliviano», è stato Luis Arce (presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia) a dirlo, a scandirlo nel microfono e nel megafono che gli veniva posto davanti alle labbra, insieme al suo vice David Choquehuanca, dal balcone del Palazzo del Governo (Palacio Quemado) in Piazza Murillo, nel pieno centro di La Paz.

Sono le 17:30 di mercoledì 26 giugno [2024] e il tentato golpe promosso dall’ormai ex capo delle forze armate boliviane Juan José Zúñiga è durato solo tre ore e parrebbe essere già terminato. Zúñiga è stato destituito e il presidente Arce ha nominato un nuovo comandante dell’esercito (il quale ha provveduto immediatamente a liberare la Piazza e a ritirare le truppe), azzerando anche le cariche dei graduati che hanno prestato il fianco all’operazione.

Attorno alle 14:30, la città di La Paz, la Bolivia intera, ha dovuto fronteggiare una situazione che per la storia del paese non è affatto nuova, ma certamente è stata inaspettata in questa circostanza, nonché per Arce e il suo vice Choquehuanca.
Blindati e componenti dell’esercito hanno bloccato i quattro lati di Piazza Murillo e un automezzo armato di mitragliatrice è riuscito ad arrivare a un passo dalla porta d’entrata di Palacio Quemado: dentro probabilmente, come hanno riferito fonti della stampa locale e dell’America Latina, c’erano i due ex, gli unici arrestati al termine della giornata. Ovvero: Juan José Zúñiga e il vice ammiraglio Juan Arnez Salvador.

Aparece un video del tenso encuentro de Luis Arce con los militares golpistas en el Palacio Quemado, Bolivia. pic.twitter.com/U9kGIW1apg

— Sepa Más (@Sepa_mass) June 27, 2024

Zúñiga, per la verità, non parrebbe aver agito senza sapere quel che stava facendo: nei giorni scorsi antecedenti al tentativo di golpe era stato raggiunto dai microfoni della trasmissione No mentiras e, intervistato dalla popolare giornalista Jimena Antelo, rispondeva così: «Gli altri comandanti non erano come me: io non ho paura. Sono un militare e un militare giura sulla Costituzione per difendere la sua patria e il suo popolo». Secondo l’ex capo dell’esercito, lo Stato non era più in grado di mantenere la legalità attraverso la Costituzione, anche a causa del fatto che si stia tacitamente permettendo che l’ex presidente Evo Morales potesse ancora proporsi per un nuovo mandato alle prossime presidenziali: «Quell’uomo – ha dichiarato l’ex graduato a No mentiras – non può più essere Presidente di questo Paese […]. Legalmente non può farlo. La Costituzione dice che non può essere (Presidente) per più di due mandati ed è già stato rieletto tre, quattro volte. Le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione Politica dello Stato». Una tensione vibrante che a La Paz e Sucre (le due capitali) si respirava già da giorni, evidentemente.

Mentre il tentativo di golpe era in atto, Zúñiga ha continuato a rilasciare interviste alla stampa, in particolare una dichiarazione, ripresa anche da Correo del Sur farebbe riflettere sul senso dell’operazione e darebbe una chiave di lettura dell’azione: «La prenderemo [la Casa Grande del Pueblo]: ripristineremo la democrazia, libereremo i nostri prigionieri politici».
Così come al termine del tentato golpe, e prima di essere portato via dalla forza pubblica, stando al Correo del Sur, Zúñiga avrebbe affermato che la movimentazione di soldati e mezzi blindati sarebbe stata concordata col presidente Arce al fine di aumentarne la popolarità. Affermazioni di cui risponderà l’ex capo militare all’interrogatorio a cui verrà sottoposto.

Il partito di governo, il Mas (Movimento al socialismo), sembrerebbe essere il grande nemico dell’ex capo dell’esercito Zúñiga, sebbene la sua azione si fosse rivolta verso Evo Morales (ne aveva annunciato l’arresto in diretta tv), l’intenzione si rivolgerebbe effettivamente allo Stato a guida del partito di cui fanno parte anche Arce e Choquehuanca.

«Abbiamo vissuto, quel che si direbbe, “un giorno anomalo”», ha raccontato all’AtlanteDon Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundaciòn Munacim Kullakita di El Alto. «Ora si sta vivendo una relativa calma a La Paz: Arce ha pronunciato un discorso volto a rassicurare la popolazione, ha detto che la situazione è rientrata ed è tornata sotto controllo. Certo, di argomenti per contestare il governo ce ne sono, a partire dallagiustizia, se vogliamo fare un solo esempio dato che è uno dei miei campi».
La gente, però, ha risposto: «È scesa in strada sostenendo la democrazia e rigettando il tentato golpe dei militari – ha detto Giavarini – quindi effettivamente la situazione è tornata alla normalità».

Al momento pare di capire che in Bolivia ci sia più una sensazione di stasi, dunque bisognerà capire quale sarà la normalità a cui giungerà il paese.

«No hay plata!»

La situazione in Bolivia non è propriamente rosea. David Choquehuanca, vicepresidente dello stato Plurinazionale, in più di un’occasione nel corso del suo mandato ha ripetuto – pur senza fare nomi esplicitamente – che alcuni esponenti politici avrebbero rifiutato di approvare i crediti di cui vanta lo Stato. Sulle reti sociali dell’America Latina è diventato virale il primo video in cui Choquehuanca, durante un’iniziativa del suo partito, si è lasciato andare ad un commento quasi liberatorio, tanto era il peso specifico di quelle parole: «Stiamo in una situazione difficile: non ci sono soldi! (no hay plata!)». Un’eco di quella stessa espressione pronunciata durante il primo discorso da presidente dell’Argentina di Javier Milei: «No hay plata», scandendo ogni singola parola.

Difficile, ad ogni modo, dare torto a Choquehuanca, al netto dei soldi che devono tornare allo Stato e che non starebbero prendendo la via di Palacio Quemado: 1 boliviano attualmente vale 0,13 centesimi di Euro, viceversa per un Euro ci vogliono 7 bolivianos e 70 centavos. Lo stipendio medio di un meccanico si aggira attorno ai 500 bolivianos, poco più di 60€. Da mesi perdura, poi, una situazione di instabilità legata alle riserve di carburante e l’evento di ieri ha scatenato una ancor maggiore irrazionalità da parte dei consumatori e dei trasportatori, tanto che l’Agenzia nazionale idrocarburi (Anh) ha dovuto emettere un comunicato in cui si invita alla calma e assicura come la «fornitura di combustibili» sia «garantita in tutto il paese». Si può ancora comprare carburante, dice l’autorità, ed è anche garantita la vendita ma le lunghe code di camion al confine con l’Argentina che durano da settimane suggerirebbero l’esatto contrario. Eppure, nonostante la situazione di crisi politica e di difficoltà economica, la Bolivia continua ad essere vista come meta d’emigrazione per persone provenienti da Haiti e dal Venezuela.

 

 
L’eredità di Evo: i «due Mas»

Ma perché Zúñiga ce l’aveva con Morales, al punto di dichiarare di volerlo arrestare, per la faccenda della candidatura alle presidenziali?
Tutto è cominciato più di un anno fa, quando l’ex presidente boliviano Evo Morales ha annunciato di volersi candidare nuovamente alle presidenziali del 2025.
Una data cruciale per la Bolivia: è l’anno in cui si celebra il Bicentenario.
Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato ed ora esistono due parti del Mas (una evista e l’altra arcista) che sono letteralmente l’una contro l’altra.
Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo di quest’anno (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al Mas tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas (uno arcista l’altro evista).
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

 

 
«Autogolpe!» 
Eppure, dopo tutto quello che è successo, le organizzazioni di Cochabamba vicine alla Seis federaciones e fedeli a Morales, hanno serenamente parlato di autogolpe. L’esecutivo della Seis ha parlato esplicitamente di «pagliacciata». Elena Almendras, dirigente della Federazione delle Comunità Interculturali di Chimoré (Cochabamba), ha dichiarato che il tentativo di golpe è stato uno «spettacolo mediatico preparato mesi fa dal Governo» con l’obiettivo di aumentarne la popolarità.
La stessa Almendras, insieme alle organizzazioni sociali del Tropico, ha aggiunto: «poiché l’“autogolpe” non è andato come previsto, cercheranno di arrestare l’ex presidente Evo Morales».
Ancora una volta le realtà sociali, civili e associative vicine all’ex leader del Mas ingaggiano lo scontro frontale con l’altra fazione del partito, citando anche (e soprattutto, verrebbe da dire) la questione del golpe che sarebbe stato programmato. Tesi confermata anche nel corso della conferenza stampa del dipartimento di La Paz del Mas (evista): «Il Presidente e il suo Vice stanno generando paura nel popolo boliviano. Quello che è accaduto ieri [26 giugno] è stato chiaramente pianificato dalgoverno: un autogolpe».
Non si arriverà all’arresto di Morales, come ha dichiarato Almendras, ma certamente l’eredità di Evo è pesante, tanto quanto quel blindato che è andato a “bussare la porta” di Palacio Quemado. Un peso specifico, quello di Morales, con cui non solo il Mas, ma anche la società boliviana tutta dovrà fare i conti. E se una gran folla di gente è scesa in piazza sostenendo la democrazia e il presidente Arce nel momento di maggior tensione nel pomeriggio di ieri, è altrettanto vero che attorno ad esse si stava iniziando a radunare una piccola (ma rumorosa) folla di evisti in cui veniva scandito: «Esto no fue golpe, esto fue teatro [non è stato un golpe, è stato un teatro]».
La società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che è impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua.
Certo è che oggi si è giunti ad un punto da cui difficilmente si riuscirà a tornare indietro serenamente.

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Tra Gesù di Nazareth e Karl Marx: la scelta (e la vita) di “Miguel”

Posted on 2024/04/18 by carmocippinelli

Lo scorso anno, prima della partenza per la Bolivia, ci [a Maria e me] è stato regalato un libro [grazie Giusi!] scritto da Luca Bonalumi attorno alle disavventure rivoluzionarie di Antonio Caglioni a Viloco e nel paese che l’ha ospitato per molti decenni. Una volta giunti dall’altra parte del mondo, siamo andati a conoscere Antonio Caglioni e abbiamo trascorso del tempo con lui, pur alloggiando a Cairoma (cittadina vicina a Viloco).

Per chi volesse, questi sono i due link agli articoli scritti a Cairoma su Antonio Caglioni e sul sistema sanitario a 5200 metri d’altitudine: Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo e Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale.

L’introduzione al libro di Bonalumi è firmata da Don Emilio Brozzoni, sacerdote come Antonio Caglioni (a cui è davvero difficile anteporre il don davanti al nome, ma questo – a parere di chi scrive – rientra tra i pregi piuttosto che nell’ambito opposto dei difetti), bergamasco come lui, ma fenomenologicamente agli antipodi.

Don Emilio nell’introduzione racconta di un episodio curioso: una volta ricongiuntosi con Riccardo Giavarini a La Paz (don anche lui ma da soli due anni), decidono di andare a trovare Antonio Caglioni a Viloco. Il viaggio è lungo, le strade non sono agevoli ma finalmente – dopo varie ore di fuoristrada – riescono ad arrivare là, “alla fine del mondo”, a cinquemila metri d’altezza, ai piedi delle montagne popolate dai minatori di stagno in cerca della vena grande.
È il 1990, è notte e – c’è da immaginarselo – c’era una stellata meravigliosamente impressionante, data l’assenza di lampioni e illuminazioni per le vie della cittadina. Don Emilio, che immaginiamo si fosse già abituato alla mancanza d’ossigeno, riesce a prendere sonno e a dormire piuttosto bene, almeno fino a quando viene svegliato di soprassalto.

Di colpo, i tre (Caglioni, Giavarini, Brozzoni) sentono di non essere più soli: Don Emilio si sveglia e pensa ai ladri. Poi si guarda intorno: “ma che si ruberanno mai, qua” (di certo lo avrà pensato in bergamasco).
È un attimo: un uomo armato fino ai denti gli punta un fucile: «Eres Miguel?! [Sei Miguel?]» gli chiede insistentemente.

Non sa di cosa stia parlando e il commando armato si fa insistente: stanno cercando un Miguel, ex prete mezzo italiano, mezzo tedesco, e loro, tutti e tre italiani (due consacrati e un laico), senza documenti, sembravano essere il bersaglio perfetto. Miguel si sarà nascosto da quelle parti, ai piedi delle montagne popolate dai minatori per sfuggire allo Stato.

Però don Emilio non era Miguel e, nel testo d’introduzione al libro di Bonalumi, scrive un aneddoto molto divertente di quella notte in cui, dopo aver conosciuto personalmente Riccardo Giavarini, sono sicuro che si sia verificato esattamente come don Emilio ha raccontato: nel mezzo del trambusto, di uomini armati che fanno irruzione a casa di don Antonio, Riccardo cerca di placare gli animi chiedendo se – in piena notte – prendessero un caffè per poter parlare e chiarirsi.

«[…] Mi fanno alzare dal letto (mani in alto), mettere pantaloni, scarpe e giacca a vento. Bontà loro, niente  manette ai polsi. Mi vogliono immediatamente portare a La Paz. Riccardo intuisce che la situazione è grave e vuole intavolare un minimo di dialogo: “Prendete un caffè o un tè? Siete stanchi e la strada è lunga”»1.

Ma chi era Miguel?

Michael Miguel Nothdurfter era un italiano-sudtirolese di Bolzano che ha avuto una vita piuttosto intensa, una di quelle storie da raccontare, sebbene il tragico epilogo che ha avuto, ovvero ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia boliviana.

Scrive ancora don Emilio nell’introduzione al libro di Bonalumi:

«[…] Alle tre di notte cinque di loro con il mitra circondano la casa di don Antonio e tre in borghese sfondano la porta. Sono i tre che mi ritrovo davanti con le pistole puntate. Finalmente viene a galla il motivo di questo
trambusto. È stato rapito il figlio del padrone della Coca Cola in Bolivia. È ricercato un “terrorista” (così lo definiscono) altoatesino, da ragazzo studente in un seminario di gesuiti, impegnato politicamente con gruppi estremisti… Il filo logico è chiaro. Hanno davanti un italiano, senza passaporto, col breviario, nella casa di padre Antonio2, in una regione fuori dal mondo. È lui. È Miguel. Sentono già profumo di promozione».

Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

A te che leggi: abbi pazienza. Sarà piuttosto lunga.

Il comandante Gonzalo va alla guerra
La vicenda di Nothdurfter viene raccontata dettagliatamente da Paolo Cagnan in un libro pubblicato nel 1997 [Il comandante Gonzalo va alla guerra, erremme, 20.000 lire, 175 pagine] ed è colmo di riferimenti, racconti, testimonianze raccolte in loco, chilometri macinati tra le città boliviane.

«Caro Fratello, il tempo speso con i minatori di Potosì mi ha avvicinato alle persone. Le cose per la Bolivia si stanno mettendo molto male. Il peso è stato svalutato, i salari sono rimasti stagnanti: per le strade è possibile vedere persone che piangono. Sono molto scioccato e solo a vederli anche i miei occhi si appannavano»3.

Nothdurfter giunge in Bolivia il 26 agosto del 1982 dopo aver contattato la Compagnia del Gesù richiedendo di entrare a farne parte. Prima di questa sua decisione c’è stato il diploma di liceo classico e l’aspirazione a diventare prete:

«All’ultimo anno del liceo, in occasione degli esami di maturità, Michael conosce un missionario del seminario teologico di San Giuseppe di Bressanone, e resta così colpito dalla sua figura che decide di seguirne la strada. Quando comunica ai genitori la volontà di farsi prete e diventare missionario, la sorpresa non manca, ma i segni premonitori di una vocazione religiosa erano già stati avvertiti in famiglia»4.

Parte per Londra e segue il primo anno di noviziato al «Mill Hill» per poi approdare a Roosendal, in cui trascorrerà il secondo anno.
Si rende conto di essere in un’isola dorata e quel mondo, l’Occidente, già non gli basta più: vuole stare a contatto con chi ha davvero bisogno del messaggio di Cristo e della sua potenza rivoluzionaria.
Si rende conto di essere fortemente attratto dalla Teologia della Liberazione e dal comunismo: studia gli scritti di Karl Marx, si interessa di quel che accade in America Latina e di quello che i Gesuiti stanno portando avanti nel Continente.
Nel 1982 è a Cochabamba dopo un viaggio di «147 ore fra autobus e treno»5 ma, anche lì, i vestiti sono stretti, metaforicamente parlando:

«La mia opzione politica è un’opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se non una soluzione, per lo meno un compito e una speranza. Per questo motivo non esiste, nel mondo dei lavoratori, un solo gruppo politico che non sia in qualche modo marxista […] il marxismo è la via maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale sistema»6.

Le parole di Michael sono macigni: sta cercando di essere e di porsi come cerniera tra il mondo dell’utopia socialista e quello del cristianesimo agìto, reale, praticato e non clericalizzato in rigide strutture opprimenti.

Seguire l’insegnamento di Cristo significa uscire all’esterno e aprirsi al mondo e non rimanere ancorati alla realtà del noviziato, scrive ancora Michael nell’aprile 1984 da Cochabamba:

«In confronto al “popolo semplice” viviamo in una casa di lusso. […] Con alcuni colleghi abbiamo pensato di modificare l’orario delle lezioni, della preghiera e della celebrazione eucaristica in modo tale da avere la possibilità di fare qualcosa, di parlare con la gente, di condividere i suoi problemi. Questa possibilità ci è stata negata. […] “È come se io non vivessi in Bolivia, ma in un’isola”, pensa uno di loro. Dobbiamo imparare ad amare i poveri. Lo chiamiamo “giocare ad esser poveri”. Al contrario noi non vogliamo giocare, ma vivere a contatto con i poveri in maniera autentica. E questo significa, in maniera molto semplice, condividere la loro vita. […] Se dovessimo arrivare alla conclusione che questa nostra strada nella Compagnia del Gesù non ci può portare laddove noi vorremmo, siamo pronti a cercarla altrove»7

A maggio dello stesso anno scriverà al fratello Othwin di aver abbandonato i Gesuiti.
L’animo di Michael è in continuo fermento e ricerca: si iscrive all’Università Mayor “San Andrés” (Umsa) in cui entra in contatto con i gruppi marxisti (trotskysti, marxisti-leninisti ma anche socialisti e socialdemocratici. La Bolivia è un paese che non trova mai quiete, politicamente e socialmente parlando: sono anni difficili e quel che in Italia abbiamo definito “trasformismo” a fine ‘800, nel paese più povero dell’America Latina rappresenta la normalità.

Scriveva il «Manchester Evening News» nel 1960:

«In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno»8.

Veduta di La Paz dal mirador Killi Killi

Certo, sono passati ventiquattro anni da quando Nothdurfter è arrivato in Bolivia, ma la situazione non pare essere cambiata più di tanto: sono gli anni post golpe di Garcia Meza (1980-1981) in cui viene creata una nuova parola per indicare quel governo. Narcodictadura.

Tutti i presidenti, non militari, succeduti all’ultimo golpe, sono riconducibili al Movimento nazionalista rivoluzionario e al Movimento della sinistra rivoluzionaria ma è un chiaro esempio di “socialist sounding”: le alleanze, pur di conservare il potere ottenuto dalle elezioni, fanno convergere interessi molteplici. Interessi rappresentati anche dai partiti di ex militari e apertamente anticomunisti-socialisti e dichiaratamente fascisti.

Strana idea della rivoluzione, strana idea di sinistra.

Nothdurfter guarda, vive tutto questo ed è esterrefatto: il paese langue, la politica sbandiera una rivoluzione che non vuole iniziare (figurarsi se voglia un giorno portarla a compimento!) e i marxisti sono divisi. Bisogna far qualcosa, pensa Michael.

Inizia la sua esperienza con il teatro popolare nelle «borgate proletarie e nelle zone minerarie» mettendo in scena spettacoli che denunciano ingiustizie sociali e lo sfruttamento delle masse. Insieme a quest’attività, si avvicina sempre di più alle idee di Ernesto Che Guevara: c’è bisogno della rivoluzione. Quella vera, però, quella che si fa con le armi.

Nel novembre 1986, in un’altra lettera ad Othwin, dichiarerà la sua intenzione ma in lingua spagnola:

«D’ora in poi ti scriverò sempre in spagnolo, perché non mi va che la mamma legga le mie lettere dirette a voi. Non potrebbe capire le mie attitudini “estremiste”»9.

Non c’è altro tempo da perdere: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi vedono accrescere sempre di più il loro patrimonio, la sinistra è divisa, la politica strizza l’occhio ai grandi capitalisti e affama il popolo.


«[…] La sinistra boliviana sta vivendo una crisi profonda nella quale nessuno si salva. Per questo motivo  bisogna costruire qualcosa di nuovo. […] Non sarà facile. […] Occorreranno molte ore di discussione, ma soprattutto molti giorni di silenziosi sacrifici, e semplice dedizione, molte vite e molti morti, molte lacrime e molto sdegno, innumerevoli momenti di solitudine politica, di dubbi e debolezza ideologica. Io, però, sono deciso – assieme alla mia organizzazione – per dare tutto ciò che posso dare d me stesso, poco a poco, accelerando ogni giorno il ritmo»10.

E ancora, l’anno successivo:

«Mi trovo più o meno d’accordo con quanto sostiene Lenin in Stato e Rivoluzione in relazione alla necessità di farla finita con lo Stato stesso, che implica violenza rivoluzionaria. O con quanto dice il Che: “Non esiste pratica rivoluzionaria senza lotta armata”. Senza dubbio, però, bisogna contestualizzare. Tatticamente la violenza può essere controproducente, ma dal punto di vista strategico rappresenta una necessità imperiosa»11.

Inizia a militare davvero: aderisce prima ad un partito, poi ad un secondo entrambi marxisti, rivoluzionari e nazionalisti ma nessuno di essi ha quel che fa per lui, che ormai è diventato pienamente boliviano e non è più Michael ma Miguel. Abbandona entrambe le organizzazioni e decide di creare un gruppo insieme ad altri fuoriusciti. È la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Il Muro di Berlino sta già scricchiolando e l’Unione Sovietica è a un passo dalla fine, ma questo, Miguel, ancora non lo sa né vedrà la fine dello stato sovietico.

Passano gli anni, cruciali, 1986 e 1987, dopodiché è rivoluzione: il clima politico (o, per meglio dire: il caos politico) presente in Bolivia favorisce l’inclinazione e l’opzione – per citare Nothdurfter – per la lotta armata.

«Considero un compito principale della mia vita contribuire a condurre una vera rivoluzione in Bolivia e in qualunque altro posto mi tocchi vivere»12.

Il 1989 è l’anno del primo “esproprio proletario” con cui Michael Nothdurfter e il suo gruppo di rivoluzionari, che nel frattempo s’è coagulato attorno a lui.

La prima vera operazione (e anche l’ultima) si chiama operazione Bautizo: si dovrà rapire un pezzo grosso del capitalismo boliviano, uno che ha implicazioni anche con l’economia americana. Il nome ricade su Jorge Lonsdale, presidente di Vascal S.A., azienda concessionaria unica per la distribuzione della Coca-Cola (e bevande del gruppo statunitense) in Bolivia. C’è anche il nome, ora, del gruppo: Comision Nestor Paz Zamora (Cnpz).

Il simbolo della Cnpz [Fonte: Wikipedia]

Il nome scelto non è casuale: Jaime Paz Zamora, presidente boliviano appena eletto, è rappresentante del Movimento della sinistra rivoluzionaria ma per mantenere il controllo dello Stato – e traffici a cui s’è accennato sopra – non ha esitato ad allearsi con i fascisti dell’alleanza nazionalista vicini a Banzer Suarez. Scrive Miguel:

«Nestor è il fratello dell’attuale Presidente della repubblica ed è morto durante un’azione di guerriglia a Teoponte. Nestor è l’opposto di Jaime: il primo era un rivoluzionario e cristiano convinto e come tale si è
comportato sino alla morte. Il secondo si è alleato con l’ex dittatore Hugo Banzer»13.

Poi arriva davvero il colpo: il sequestro riesce e dura mesi senza che la famiglia dell’industriale sia realmente interessata a riavere Lonsdale. Attorno al sequestro e al suo epilogo ci sono un mucchio di cose che non quadrano e che sia il libro di Paolo Cagnan sia i due docufilm prodotti espongono come criticità attorno al fatto. Tra i fatti che non tornano14 ci sono: Lonsdale presenta dei fori da arma da fuoco che non quadrano con le dichiarazioni della polizia, Miguel venne accusato subito (anche perché straniero, dunque elemento ancor più perturbatore del “semplice” fatto di essere un rivoluzionario15) di aver ucciso l’industriale ma senza una prova concreta, non ci sarebbe stata trattativa tra polizia e sequestratori e le forze dell’ordine hanno sparato subito anche di fronte a uomini che si stavano arrendendo e poi… il volto di Miguel, sfigurato dai proiettili «al punto da rendere impossibile l’identificazione attraverso i tratti somatici». Le autorità boliviane «hanno voluto impedire il nascere di un nuovo mito guerrigliero».

Per quanto possa essere crudo e atroce, è l’epilogo di chi aveva, senza troppi mezzi, dichiarato guerra, spinto dall’idealismo e dall’ardore romantico e rivoluzionario ad un nemico più grande, meglio organizzato e, sebbene rappresentante una “democrazia dalle ginocchia fragili”, sicuramente più strutturato della Cnpz. Nel documentario di Pichler, uno dei sopravvissuti agli arresti (tutti venticinquenni, cristiani e comunisti), chiamato in causa dal regista, dirà che Miguel era il più idealista e che dava a tutti una grande forza d’animo (sebbene negli ultimi tempi si sentisse molto isolato16) ma era anche molto impreparato.

«Lo eravamo tutti [molto impreparati]: era una cronaca di una morte annunciata».

Eppure Miguel, in una lettera-testamento ai genitori e alla famiglia, racconta il suo percorso, dalla partenza all’epilogo (senza essere troppo esplicito) ma che restituisce un animo in cerca di giustizia, libertà, equità e solidarietà. Di questo, penso, è bene occuparsi nell’analisi della vita di Nothdurfter e di quanto è accaduto nella vicenda del sequestro Lonsdale: andare alla ricerca, insieme a Miguel, di quanto l’occidente fosse malato allora e di quanto non sia cambiato oggi; di quanto il primo mondo sfrutti, di quanto sia impelagato in una riflessione di giustificazione e autoassoluzione senza la minima autocritica. Non assolvere Miguel per la sua guerra, ma stare dalla parte della sua anima e del suo spirito. Lo spirito di un uomo innamorato della vita a tal punto da voler ingaggiare una lotta senza quartiere contro le ingiustizie che rendono il povero ancor più schiacciato da un capitalismo selvaggio e da una borghesia sfrontata e superba. Talmente innamorato della vita da aver deciso che valesse la pena anche perderla, pur di continuare nella sua lotta.

Tra le strade della regione di Araca. Agosto 2023.

Dalla lettera-testamento, scritta nell’agosto 1990 da Miguel ai suoi genitori:

«[…] So bene che nessuna delle persone con cui convivo potrà mai darmi un diploma o un titolo di studio, ma secondo questa logica Gesù sarebbe diventato un fariseo e non sarebbe mai stato crocefisso. Io non sono Cristo, ma non intendo in alcun modo diventare un fariseo, ce ne sono fin troppi. […] Dopo la guerra fredda
arriva la calda “pax capitalista”, la pace che per noi si chiama “guerra di bassa intensità-alta probabilità”, la pace dei ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di meno. Per l’Est e per l’Ovest “libera economia di mercato” e “stato di diritto”; per il Sud, la guerra e lo scambio di merci, soverchiante e iniquo: il neoliberismo.
La principale questione è l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta dicevano chiaro e tondo: socialismo! Il cosiddetto socialismo reale è, però, in crisi profonda e ora troppi gioiscono per la presunta fine del comunismo. In questa logica, però, non dovrebbe più esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione.

La teologia della liberazione, invece, esiste e non ha nulla a che fare con l’Inquisizione. I movimenti di liberazione dell’America Latina hanno così poco a che vedere con Stalin…

So di non essere stato un buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io faccio ciò che devo fare. Non pretendo che mi comprendiate, ma dovete capire che io agisco secondo coscienza, e che auguro solo il meglio a voi e a tutti gli altri. Avrei preferito tacere, ma credo di esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche col rischio di commettere degli errori».

NOTE

1Luca Bonalumi, Il prete che mirava in alto, p.10, 2016, Edizioni Gruppo Aeper, Torre de’ Roveri (BG).

2Nelle medesime pagine don Emilio, a proposito della stretta sorveglianza delle autorità di polizia nei confronti di don Antonio, accenna alle vicende del libro di Bonalumi scrivendo:  «[…] al posto di controllo, i gendarmi notano al volante un certo padre
Antonio, da tempo sotto stretta sorveglianza per le tante vicende raccontate in questo libro; Riccardo, un volontario italiano ben
conosciuto per i numerosi progetti in atto insieme a uno sconosciuto».

3Da una delle lettere scritte da Michael al fratello Othwin contenuta sia nel libro di Cagnan che nel documentario «Der Pfad des Kriegers» di Andreas Pichler, 2008.

4Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.21, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

5Avendo avuto esperienza diretta dei trasporti e delle strade boliviane, quella di Nothdurfter non è stata un’iperbole.

6Lettera al fratello Othwin scritta a Cochabamba e datata 31 dicembre 1982.
Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.28, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

7Ibidem.

8s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

9Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.42, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

10Ibidem.

11Ibidem.

12Lettera all’amico Ludwig Thalheimer del 6 aprile 1988, citata nel volume di Cagnan.

13Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.80, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

14Cagnan ne elenca sette.

15Nelle sue ultime lettere si definiva “guerriero”.

16«Sento profondamente il silenzio dentro di me, la solitudine imposta dal mio destino [aveva definitivamente rotto con la sua ormai ex fidanzata], questa congiunzione di fattori e circostanze. Mi sono scappate alcune lacrime ma non mi arrendo al mio dolore. Il guerriero non può evitare la sofferenza ma non si lascia mai sopraffare da essa». 18 agosto 1990.

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Bolivia: lo scontro tra Evo Morales e Luis Arce si fa muscolare

Posted on 2024/03/18 by carmocippinelli


Articolo pubblicato su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/2024/03/bolivia-lo-scontro-tra-evo-morales-e-luis-arce-si-fa-muscolare/

Pugni tra deputati sugli scranni della Camera e sediate in assemblee e convegni, ma anche convocazioni incrociate di congressi del Mas (Movimento al socialismo). In Bolivia è in atto uno scontro muscolare tra l’ex presidente Evo Morales e gli attuali Presidente e vice Luis (Lucho) Arce e David Choquehuanca, tutti e tre facenti parte dello stesso partito. Uno scontro tra leadership che
si è allargato talmente tanto da invadere ogni aspetto della vita
pubblica boliviana. Lourdes Montero, scienziata della politica, in un
articolo per il quotidiano «La Razon», ha definito la crisi d’identità politica interna al Mas come: «un gruppo di girini che spuntano dalla pioggia e rischiano di trasformarsi in rospi in cerca di voti alle prossime elezioni».

Cosa sta succedendo?

Ad ottobre dello scorso anno [2023], le tensioni interne al Mas esplodono definitivamente ed escono allo scoperto.
Evo Morales dal 3 ottobre [2023] sta tentando il colpo di mano sul partito di cui è stato fondatore, più volte candidato e di cui ricopre la carica giuridicamente più importante (presidente):
ha convocato la fazione del partito a lui fedele in un congresso-farsa
svoltosi nella cittadina di Lauca Ñ (vicino a Cochabamba) e da lì è
cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. La
motivazione di tale gesto? Semplice: ricevere l’investitura formale per le prossime elezioni presidenziali del 2025. La legge non glielo consentirebbe, ma il partito ha appoggiato la campagna “Evo2025“. O meglio: la parte del Mas a lui vicina. Il Tribunale supremo elettorale, però, ha invalidato l’assise evista ma ha dovuto riconoscere Morales come presidente del partito, in quanto lo statuto non è stato modificato.

Ma c’è anche la questione della cosiddetta autoproroga.

Letteralmente: l’autoproroga dei giudici  di quello che è un organismo a metà tra la nostra Corte Costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura. La giustizia boliviana avrebbe dovuto rinnovarsi nei suoi direttivi al termine dello scorso anno ma da parte del Mas (la parte governativa, quella vicina a Luis Arce) c’è stata la richiesta di proroga del mandato dei giudici che compongono i vari organismi (tra cui il Tribunale supremo elettorale).
Proroga del mandato si traduce in “strada molto più impervia da percorrere per Evo Morales” in vista delle prossime elezioni. A gennaio e febbraio Evo ha scatenato i suoi e sono partiti i blocchi stradali.
Il paese è stato paralizzato per circa un mese dai sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino
di Cochabamba): strade e autostrade risultavano impercorribili tanto
per automobili private quanto per automezzi commerciali. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno».

Il colpo di mano di Evo: dal congresso-farsa all’Ampliado.

Una parte del Mas non ha, ça va sans dire, riconosciuto l’assemblea di Lauca Ñ: è la tendenza arcista,
cioè vicina al Presidente del Paese Luis Arce. La lotta intestina al
Mas non è solo un fattore che andrebbe a determinare poteri interni ed
equilibri del partito ma riflette la spaccatura dell’intero paese. Tanto che il quotidiano boliviano «El Diario», in un articolo redazionale pubblicato il 21 dicembre [2023], ha scritto: «Più della metà della popolazione vede
nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto
più dei movimenti di Santa Cruz e delle opposizioni [centriste] di
Comunidad ciudadana e Creemos [1] […] Secondo lo studio realizzato da
“Diagnosis”, durante quest’anno [2023], l’idea che l’ala evista venisse
considerata dalla popolazione come la principale opposizione ad Arce si è
rafforzata nel corso del tempo, consolidandosi a seguito del congresso
di Lauca Ñ»
.

Prima del colpo di mano di Lauca Ñ, Morales ha pensato bene (settimane prima del congresso-farsa) di accettare la rielezione a presidente della federazione di produttori di coca (i cocaleros), ovvero della Seis federaciones del Tropico de Cochabamba.
Una platea piena di gente con le guance gonfie di foglie di coca da cui,
di tanto in tanto, vengono succhiati i liquidi benefici. Il fortino di
Cochabamba tiene, in sostanza, e Evo è stato confermato in tutte le
realtà di cui era già portavoce. La legittimazione ricevuta dai cocaleros ha aperto la crisi generale.

Il 3 marzo [2024] la frazione
evista del Mas ha convocato un nuovo raduno nazionale per confermare la
Direzione eletta al congresso di Lauca Eñe
e ratificare (ancora una volta) la candidatura di Morales alle presidenziali. In spregio a ogni decisione del Tribunale supremo elettorale e a quanto già accaduto con i sostenitori di Lucho Arce.
Siccome non era possibile convocare un nuovo congresso a distanza
pochissimo tempo, la chiamata avvenuta domenica 3 marzo a Cuatro Cañadas
(dipartimento di Santa Cruz) ha preso il nome di Ampliado. Una sorta di “assemblea allargata” in cui tutti i partecipanti si sono stretti attorno a Morales. Non una voce dissonante: tutti concordi con l’affermazione che “Evo es pueblo” (di una parte, sicuramente) e con la condanna a “Lucho” che “es traidor e golpista”.

L’espulsione di Lucho y David.

L’assemblea a Cuatro Cañadas è terminata con la redazione e pubblicazione di un documento
ufficiale che non dà adito ad interpretazioni in cui è stato stabilito:
la validità del decimo congresso di Lauca Eñe tenuto il 3 e 4 ottobre
[2023]; la candidatura di Evo Morales alle presidenziali del 2025;
l’espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito dal momento che essi
«non rappresentano in nessun modo la filosofia del Mas-Ipsp».

Il tentativo di risposta di Arce.

L’11 marzo [2024] le fazioni del Mas nonché di movimenti, sindacati, organizzazioni sociali e associazioni vicine a Lucho y David (Arce e Choquehuanca), hanno dichiarato che: «il X congresso ufficiale del Mas si terrà dal 3 al 5 maggio [2024] nella città di El Alto».
Di per sé non sarebbe un evento straordinario, ma lo diventa nel momento in cui Morales, da presidente del partito, non ha concesso il placet
per poter far svolgere l’assemblea (pare che la richiesta fosse stata
inoltrata già a gennaio) alla parte amica-nemica. Una parte talmente
ostile che, spesso, gli eventi nazionali di confederazioni e
organizzazioni (che di fatto sono una propaggine del Mas) finiscono a sediate, cazzotti,
come è successo ad inizio mese in occasione del Tantachawi [2]. La
“lotta libera” si è verificata anche alla Camera dei Deputati della
Bolivia, provocando lo sdegno di gran parte della stampa boliviana, così come di tutta l’Americalatina.

Ma Evo potrebbe non riuscire a ricandidarsi.

Come ricordato, il Tribunale supremo elettorale (Tse) ha invalidato l’assemblea congressuale degli evisti ma ha dovuto comunque riconoscere la continuità giuridica del mandato di Morales alla guida del Mas (come s’è detto prima).
Questo complica le cose. I deputati evisti alla Camera rispondono a braccia conserte e deridendo la convocazione arcista che si terrà a El Alto: «Il
congresso non avrà la legalità né il riconoscimento da parte delle
organizzazioni che fanno parte del Mas ma solo dalla “truppa” di Luis
Arce»
, ha tuonato un deputato evista che (tanto per complicare le cose) si chiama Hector Arce.
Il disappunto degli arcistas però cresce: «Abbiamo provato a chiedere la convocazione al Presidente del partito, lo abbiamo supplicato, perfino. Non c’è stato verso», ha dichiarato al quotidiano «Los tiempos» Lucio Quispe, segretario esecutivo della Cstcb, la Confederazione Sindacale dei lavoratori contadini della Bolivia (Confederación sindical de trabajadores campesinos de Bolivia). 
«Non vogliamo perdere lo strumento politico [il Mas-Ipsp] che
ci è costato lotta, sangue e lutti: Morales si sta  comportando in modo
molto capriccioso e la convocazione del Congresso a El Alto è
perfettamente legale»
.
Non si è fatta attendere la contro-risposta: Gerardo Garcia, vicepresidente del Mas-evista ha dichiarato che «l’unica figura che può convocare i congressi del partito è Evo Morales» e che la convocazione di El Alto «està “trucha”». Cioè fasulla.
Wilma Alanoca, consigliera della città di El Alto, ha rincarato la dose: «quello degli arcisti sarà un congresso pieno di amici della burocrazia statale». Città, non c’è quasi bisogno di ribadirlo, governata dal Mas.

«Ci stanno boicottando».

Il Presidente Arce, da parte sua, ha più volte ribadito come gli evisti sono da considerarsi dei boicottatori del Mas e del Paese.
«Ci
sono senatori e deputati che difendono gli interessi del popolo
boliviano e si oppongono ai gruppi di opposizione centristi [Comunidad
ciudadana su tutti] e della parte evista.  Costoro non vogliono che
miglioriamo le condizioni per il popolo: non ci fanno lavorare e ci
boicottano»
, ha tuonato Arce due giorni fa alla cerimonia d’inizio dei lavori per la costruzione di un ospedale pubblico a Santa Cruz.
«Verrà il momento in cui [costoro] verranno a chiedere i voti», ha sentenziato Arce e riferendosi chiaramente ad Evo Morales e ai suoi,
«quando si arriverà a quella fase, saprete distinguere chi ha lavorato e
lavorerà per la Bolivia da chi vi chiede solo il voto e l’appoggio per i
propri candidati»
.

Con tutta evidenza, Morales si sta giocando il tutto per tutto, ed è certamente l’ombra di quel che era al momento della sua prima elezione a Presidente del Paese.

NOTE:
[1] I movimenti d Santa Cruz storicamente sono ostili al governo di La Paz, specie se espressione del Mas.
[2] Si tratta di una confederazione assembleare che rappresenta più di
sedici popolazioni indigene boliviane di lingua aymara e uru che abitano
i dipartimenti di La Paz, Oruro, Potosí, Cochabamba, Chuquisaca e
Tarija.

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Due congressi sono meglio di uno. Continua lo scontro interno al Mas tra Arce e Morales

Posted on 2024/03/17 by carmocippinelli

Foto di Snowscat su Unsplash

«Abbiamo provato a chiedere la convocazione al Presidente del partito, lo abbiamo supplicato, perfino. Non c’è stato verso». A parlare è Lucio Quispe, segretario esecutivo della Cstcb, la Confederazione Sindacale dei lavoratori contadini della Bolivia (Confederación sindical de trabajadores campesinos de Bolivia). Il presidente di cui parla il leader sindacale è Evo Morales e il partito è, chiaramente, il Mas, di cui Quispe è dirigente ma della parte fedele a Luis (Lucho) Arce e a David Choquehuanca, ovvero le due figure più importanti del paese (presidente e vice).
La parte arcista convocherà il decimo congresso mentre a ottobre gli evisti hanno convocato… il decimo congresso!

Cosa sta succedendo?

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è stato fondatore, più volte candidato e di cui ora ricopre la carica giuridicamente più importante: ha convocato la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. La motivazione di tale gesto? Semplice: ricevere l’investitura per le prossime elezioni presidenziali del 2025.
La legge non glielo consentirebbe, ma il partito ha appoggiato la campagna “Evo2025“.
O meglio: la parte del Mas a lui vicina.
Prima del colpo di mano di Lauca Ñ, Morales ha pensato bene di accettare la rielezione a presidente della federazione di produttori di coca, la Seis federaciones del Tropico de Cochabamba. Forte del supporto ricevuto, Evo ha cominciato la sua battaglia fuori e dentro il Mas, spaccando partito e paese.

La convocazione degli arcistas
L’11 marzo le fazioni del Mas nonché di movimenti, sindacati, organizzazioni sociali e associazioni vicine a Lucho y David (Arce e Choquehuanca), hanno convocato «il X congresso ufficiale del Mas che si terrà dal 3 al 5 maggio nella città di El Alto».
Di per sé non sarebbe un evento straordinario, ma lo diventa nel momento in cui Morales, da presidente del partito, non ha concesso il placet per poter far svolgere l’assemblea alla parte amica-nemica, dello stesso partito ma ostile. Pare che la richiesta fosse stata inoltrata già a gennaio. Una parte talmente ostile che, spesso, gli eventi nazionali di confederazioni e organizzazioni (che di fatto sono una propaggine del Mas) finiscono a sediate, cazzotti e con interventi della forza pubblica per sedare le due parti in lotta (fisica). La “lotta libera” si è verificata anche alla Camera dei Deputati della Bolivia, provocando lo sdegno di gran parte della stampa boliviana, così come di tutta l’Americalatina.

Ma Evo non potrebbe candidarsi
C’è da dire che Tribunale supremo elettorale ha invalidato l’assemblea congressuale degli evisti a Lauca Ñ (ottobre 2023) ma ha dovuto comunque riconoscere la continuità giuridica del mandato di Morales alla guida del Mas: non essendo stato cambiato lo statuto, l’ex presidente è ancora rappresentante del partito.

Questo complica le cose. I deputati evisti alla Camera rispondono a braccia conserte e deridendo la convocazione arcista che si terrà a El Alto: «Il congresso non avrà la legalità né il riconoscimento da parte delle organizzazioni che fanno parte del Mas ma solo dalla “truppa” di Luis Arce», ha tuonato un deputato evista che (tanto per complicare le cose) si chiama Hector Arce. 
«Non vogliamo perdere lo strumento politico» – ha dichiarato Lucio Quispe  a «Los Tiempos» – «strumento che ci è costato lotta, sangue e lutti: Morales si sta  comportando in modo molto capriccioso e la convocazione del Congresso a El Alto è perfettamente legale».

Cosa dice la legge?
La normativa boliviana stabilisce che le organizzazioni politiche debbano rinnovare le loro cariche direttive entro il 7 maggio. Se dei cambiamenti dovessero intercorrere successivamente, il Tse potrebbe non ammettere quella forza politica alle elezioni. 

«Ci stanno boicottando»
Il Presidente Arce, da parte sua, ha più volte ribadito come gli evisti sono da considerarsi dei boicottatori. Per tutta risposta Morales ha convocato nuovamente i suoi a Cuatro Cañadas e ha espulso, con un documento ufficiale, Lucho y David.
«Ci sono senatori e deputati che difendono gli interessi del popolo boliviano e si oppongono ai gruppi di opposizione centristi [Comunidad ciudadana su tutti] e della parte evista.  Costoro non vogliono che miglioriamo le condizioni per il popolo: non ci fanno lavorare e ci boicottano», ha tuonato Arce alla cerimonia d’inizio dei lavori per la costruzione di un ospedale pubblico a Santa Cruz.
«Verrà il momento in cui verranno a chiedere i voti», ha sentenziato Arce e riferendosi chiaramente ad Evo Morales e ai suoi, «quando si arriverà a quella fase, saprete distinguere chi ha lavorato e lavorerà per la Bolivia con chi vi chiede solo il voto e l’appoggio per i propri candidati».

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Sedie, cazzotti e congressi farsa. Evo Morales si gioca il tutto per tutto.

Posted on 2024/03/07 by carmocippinelli

Volano cazzotti e sedie. Il raduno annuale del Conamaq (il consiglio
nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo)1,
ovvero il Jach’a Tantachawi (letteralmente grande incontro), che si è tenuto il 2 marzo [2024] nella città di Oruro è finito in
mega rissa con lanci di sedie e violenza generalizzata tra i
presenti.
Un clima tutt’altro che cordiale, sebbene fosse
stato auspicato all’inizio della manifestazione dal vice presidente
boliviano David Choquehuanca. Luis Arce, il presidente, si trovava
fuori dalla Bolivia per incontri internazionali e quel che poi è
diventato un compito piuttosto gravoso è toccato al suo vice, nonché
compagno di partito. Nel discorso di apertura, Choquehuanca ha fatto riferimento alla preziosità dello stato plurinazionale, rappresentato dalle sedici popolazioni presenti al Tantachawi: «un valore inestimabile», diceva asupicandosi concordia di svolgimento dell’incontro che avrebbe dovuto rinnovare gli organismi direttivi.

Alla fine dell’assemblea, però, succede il fattaccio: il convegno doveva scegliere tra due candidati (Lucio Quispe e Ponciano Santos) entrambi rappresentanti del Mas-Ipsp (il partito di Arce, Morales e Choquehuanca). Quispe risulterà essere il più votato ma Santos si prenderà il merito dell’elezione del primo. Non ci sarebbe niente di strano se non che il primo (Quispe) è arcista, il secondo è evista. L’incontro finisce a sediate: (il video è tratto dal quotidiano boliviano «La Razon»):

Il confronto tra Luis Arce e Evo Morales si fa ancora più “muscolare”. Dal congresso di ottobre tenuto a Lauca Eñe le cose sono andate sempre peggiorando: le accuse di tradimento nei confronti di Arce e la dichiarazione di espulsione formale (sebbene entrambi siano parte del Mas-Ipsp) stanno portando la Bolivia al caos. 

Dalla “autoproroga” alla candidatura.
Già, ma come è iniziato tutto?
Tra la fine del 2023 e i primi giorni del 2024 in Bolivia si sono succedute proteste vibranti condotte dalla corrente evista del Mas per la questione dell’autoproroga dei giudici. A seguito del congresso-farsa di Lauca Eñe, in cui  Evo Morales è stato riconfermato presidente del partito (ma a cui era presente solo la parte a lui fedele) e da cui ha preso il via la campagna per la sua ricandidatura alle elezioni presidenziali del 2025, la burocrazia boliviana ha iniziato a muoversi in antitesi all’assemblea. La giustizia avrebbe dovuto rinnovarsi nei suoi direttivi al termine dello scorso anno ma da parte del Mas (la parte governativa, quella vicina a Luis Arce) c’è stata la richiesta di proroga del mandato dei giudici che compongono i vari organismi (tra cui il Tribunale supremo elettorale). Proroga del mandato si traduce in “strada molto più impervia da percorrere per Evo Morales” in vista delle prossime elezioni.
Il fortino di Cochabamba 3 è ben saldo e Evo è stato rieletto in tutte le realtà di cui era portavoce, come la federazione dei coltivatori di coca. Una platea piena di gente con le guance gonfie di foglie di coca da cui, di tanto in tanto, vengono succhiati i liquidi benefici.
La legittimazione ricevuta dai cocaleros ha aperto la crisi generale.

Bloqueo!
Dal 22 gennaio a metà febbraio i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) avevano paralizzato le principali strade e autostrade del paese attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno».

Un blocco stradale a Cochabamba | Fonte foto © La Opinion Bolivia

La situazione dei blocchi stradali è rientrata attorno al 20 di febbraio, sebbene in qualche remota località cochabambina c’è ancora chi resiste. La questione non era più la “autoproroga” dei giudici (Morales è stato riconosciuto dalla giustizia come presidente ufficiale del Mas ma non candidato) quanto, piuttosto, il partito (il Mas) e la campagna pre le presidenziali “Evo2025”.

La battaglia dei congressi (farsa)
Evo Morales sa bene che riprendere in mano il partito dopo i fatti del 2019 non è facile.
La strategia di lavorare ai fianchi del Mas pare stia funzionando, almeno per ora: le organizzazioni sindacali, contadine, operaie ma anche le associazioni culturali, nonché quelle elettive che rappresentano le varie etnie boliviane, si sono tutte spaccate sullo scontro Morales-Arce. Tutte le organizzazioni sociali e sindacali vicine, o dirette da dirigenti del Mas, sono divise letteralmente a metà tra i due ex Presidente e Ministro dell’economia: le frange eviste convocano congressi per controllare ed egemonizzare federazioni e associazioni. D’altra parte la fazione arcista, che fino ad ora è stata più o meno silente, sta iniziando a giocare al medesimo gioco di Evo, chiamando a radunarsi, attorno al Presidente, l’altra metà di sindacati e organizzazioni. 

Per comprendere meglio quello che si sta dicendo, è utile riprendere un sondaggio pubblicato il 21 dicembre [2023] dal quotidiano boliviano «El Diario» (vicino al governo): i risultati dell’indagine mostravano come le persone stessero percependo che l’opposizione al governo di Arce non stava giungendo dalle organizzazioni centriste o di destra ma dallo stesso Mas 2.
Luis Arce, soprannominato Lucho da quando era il braccio destro di Evo, ormai è chiamato traditore dagli evisti e ne è stata chiesta l’espulsione a più riprese. La trasmissione Evo es Pueblo su Radio Kawsachun Coca ha lanciato gli hashtag “#Luchotraidor e “Leali sempre, traditori mai” (#lealessiempretraidoresnunca): ogni giorno dai microfoni della sua radio, Morales dà dei colpevoli dell’attuale situazione a “Lucho y David”.

Il nuovo congresso
Quattro giorni fa la frazione evista del Mas ha convocato un nuovo raduno nazionale per confermare la Direzione eletta al congresso di Lauca Eñe e ratificare la candidatura di Morales alle presidenziali. Siccome non era possibile convocare un nuovo congresso a distanza di un mese, la convocazione avvenuta domenica 3 marzo [2024] a Cuatro Cañadas (dipartimento di Santa Cruz) ha preso il nome di Ampliado. Una sorta di “assemblea allargata” in cui tutti i partecipanti si sono stretti attorno a Morales. Non una voce dissonante: tutti concordi con l’affermazione che “Evo es pueblo” (di una parte, sicuramente) e con la condanna a “Lucho” che “es traidor e golpista”.

 
 
Tra i due sembra non valere il detto che recita: “il gioco è bello quando dura poco”. La convocazione incrociata di congressi è appena cominciata. La fazione vicina al presidente ha chiamato i suoi per un congresso del partito a El Alto ma, immediatamente, è arrivata la risposta degli evisti: Gerardo Garcia, vicepresidente del Mas-evista 4 ha dichiarato che «l’unica figura che può convocare i congressi del partito è Evo Morales» e che la convocazione di El Alto «està “trucha”». Cioè fasulla. Wilma Alanoca, consigliera della città di El Alto, ha rincarato la dose: «quello degli arcisti sarà un congresso pieno di amici della burocrazia statale». Città governata dal Mas, non c’è neanche bisogno di dirlo.
Lucho Arce non sembra avere tutti i mezzi a disposizione per fronteggiare la situazione di impasse,
dal momento che il Tribunale supremo elettorale, pur invalidando il
congresso di ottobre degli evisti, ha dovuto prendere atto della
riconferna di Morales a presidente del partito, nonché della formazione
della nuova direzione eletta a Lauca Eñe.
Anche perché Morales era presidente del partito anche prima di tutto il caos che è scoppiato a fine 2023. Una leggerezza che Arce sta pagando a caro prezzo.

Arce e Choquehuanca sono stati espulsi
C’è, poi, da riportare che al congresso di Cuatro Cañadas, gli evisti hanno ratificato un documento che non dà adito ad interpretazioni in cui è stato stabilità: la validità del decimo congresso di Lauca  Eñe tenuto il 3 e 4 ottobre [2023]; la candidatura di Evo Morales alle presidenziali del 2025; l’espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito dal momento che essi «non rappresentano in nessun modo la filosofia del Mas-Ipsp».

Parlamento boliviano: notte fonda.
Non è solo uno scontro personale tra due ex-amici, non è solo un partito paralizzato tra individualismi, non è neanche la questione dei blocchi stradali e dei congressi incrociati. La questione in ballo è altra, lo ha affermato anche la giornalista e scienziata della politica Lourdes Montero, in un articolo pubblicato da «La Razon». «Le scene imbarazzanti viste alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi [3 marzo] mettono in luce un Parlamento che, più che uno spazio per dibattere, si è trasformato in un ring di wrestling». Montero si riferisce a quanto successo in Parlamento nei primi giorni del mese in cui i banchi del governo sono stati occupati dalla frangia evista del Mas: si è arrivati alle mani e alle parole grosse tra arcisti ed evisti che si accusavano reciprocamente di essere traditori della patria e golpisti. Tutto si è risolto con l’intervento del personale d’aula (ma anche di unità della forza pubblica) ma lo spettacolo è stato indecoroso. Secondo Montero è la Bolivia a perdere, non il Mas, né Evo, né Arce. Il paese è di fronte ad una lotta individuale, interna ad un partito, che farebbe perdere tutti, anche chi non è del Mas. La posta in gioco è altissima: «c’è un intero esercito di leadership piatte e poco brillanti [nella politica boliviana]: un gruppo di girini che spuntano dalla pioggia e rischiano di trasformarsi in rospi in cerca di voti alle prossime elezioni».

Rospo o meno, Morales si sta giocando il tutto per tutto, ed è certamente l’ombra di quel che era al momento della sua prima elezione a Presidente del Paese.

Al
termine del congresso a Cuatro Cañadas cominciano i balli. Si
festeggia. Com’è usanza, si posano petali di fiori sulla testa di
Morales e dei dirigenti del Mas. Comincia la festa: voci gridano “li
abbiamo espulsi!”, “sono traditori”. Morales i
gnora volutamente – o sembra dimenticarsene a fini personali e politici della fase in atto – le condizioni degli strati popolari boliviani (specie nelle città), costretti a lavorare alla giornata o ad accettare salari sempre più bassi a fronte di un aumento di ore della giornata lavorativa. Per non parlare dei minatori: lasciati all’individualismo e al cercare lo stagno in solitaria, contando solo su loro stessi, senza una società statale che li tuteli nel cuore delle montagne. Aspettando, cercando e pregando di trovare la vena grande che sistemi tutto, anche se lo stagno è scambiato, ormai, per pochi dollari.
Ma per non sentire la fatica, la fame e la stanchezza si può continuare a masticare coca fino a dimenticarsi di dormire. Fino a morire. 

1Si
tratta di una confederazione assembleare che rappresenta più di
sedici popolazioni indigene boliviane di lingua aym
ara e uru che
abitano i dipartimenti di La Paz, Oruro, Potosí, Cochabamba,
Chuquisaca e Tarija.

2 «Il partito di governo è anche principale strumento dell’opposizione. La frangia evista è considerata dalla popolazione presa in esame dallo studio come elemento d’opposizione al governo, prima ancora delle altre organizzazioni politiche centriste, di destra e anti-Mas: «Più della metà della popolazionevede nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto più dei movimenti di Santa Cruz e delle opposizioni Comunidad ciudadana e Creemos».Santa Cruz è considerata, storicamente, la città capofila dell’opposizione a Evo Morales sin dalla sua prima presidenza.

3 Cochabamba è la città (nonché “capoluogo di regione”) in cui Morales si sente più al sicuro, essendo presidente della Seis federaciones del Tropico de Cochabamba: l’organizzazione che racchiude produttori e coltivatori di coca.

4 Vicepresidente de iure ma anche de facto, data la decisione del tribunale.

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Bolivia: Morales si ricandida alla presidenza e spacca il Mas mentre “retrocede in Serie B” (o forse no)

Posted on 2024/01/03 by carmocippinelli
Evo Morales si ricandiderà per le elezioni presidenziali in Bolivia: sarà la quinta campagna elettorale che affronterà a quattro anni dalle accuse di brogli (2019) che hanno causato (e continuano a provocare) divisioni profondissime tanto nell’opinione pubblica quanto nel paese a tutti i livelli.


«Evo2025»: il Mas si sdoppia e diventa maggioranza e opposizione
Il 3 ottobre [2023] il Mas-Ipsp1, partito politico al governo in Bolivia e di cui Morales è presidente, si è riunito per il decimo congresso nella cittadina di Lauca Eñe, nel dipartimento di Cochabamba, là dove l’ex presidente dello Stato Plurinazionale si sente più al sicuro e dove la sua influenza è maggiore. Tutto sembra essere cambiato da quando la nona assemblea congressuale, convocata nel marzo di quest’anno, aveva visto anche la partecipazione di Luis Arce (vice di Morales e ad oggi Presidente boliviano) e di David Choquehuanca (vicepresidente). Al congresso di Lauca Eñe, però, non c’è stata traccia delle due figure più importanti dello Stato nonché membri del partito.
L’assise congressuale ha ratificato nuovamente la leadership di Morales e ne ha proposto la ricandidatura alle presidenziali del 2025: sebbene a seguito di un teatrale tentativo di riluttanza, l’ex presidente ha subito accettato la proposta, formalizzando immantinente lo slogan «Evo2025». Una parte del Mas non ha riconosciuto l’assemblea di Lauca Eñe: è la tendenza arcista, cioè vicina al Presidente del Paese Luis Arce. La lotta intestina al Mas non è solo un fattore che andrebbe a determinare poteri interni ed equilibri del partito ma riflette la spaccatura dell’intero paese. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano boliviano «El Diario» il 21 dicembre [2023] ratifica la situazione di gran caos interna (ed esterna) al Mas: il partito di governo è anche principale strumento dell’opposizione. La frangia evista (vicina a Morales) è considerata dalla popolazione presa in esame dallo studio come elemento d’opposizione al governo, prima ancora delle altre organizzazioni politiche centriste, di destra e anti-Mas.

«Più della metà della popolazione – scrive «El Diario» – vede nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto più dei movimenti di Santa Cruz2 e delle opposizioni Comunidad ciudadana e Creemos»3. Secondo lo studio «realizzato da Diagnosis, durante quest’anno [2023], l’idea che l’ala evista venisse considerata dalla popolazione come la principale opposizione ad Arce si è rafforzata nel corso del tempo consolidandosi a seguito del congresso di Lauca Eñe».

Un partito che è maggioranza e opposizione all’interno e fuori di sé. Ma la burocrazia boliviana non la pensa come l’ala evista: il 22 novembre il Tribunale supremo per gli affari elettorali (Tse) ha invalidato la procedura che ha portato la rielezione di Morales al congresso di Lauca Eñe. L’ex presidente ha risposto presentando ricorso, vincendolo. Il Tribunale ha incassato il colpo: pur invalidando formalmente la procedura d’elezione del congresso, in punta di diritto, non ha potuto non riconoscere Morales come leader e presidente del Mas. La partita con la giustizia è terminata uno a uno ma Evo non è stato scalfito e, anzi, ha utilizzato a suo favore l’episodio per la campagna elettorale.

«Una campagna sporca»
«Se il tribunale si è messo il cappio da solo non può essere un nostro problema – era stata la risposta alla decisione del Tse giunta dal Pacto de unidad4 – con chi si allea con la destra e con chi sta tradendo il Paese, non ci sarà nessun dialogo».
Non c’è né rimedio né soluzione a breve termine: il Mas è diviso e Morales sta interpretando il suo ruolo in opposizione a quello della presidenza Arce-Choquehuanca: «Mi hanno convinto a candidarmi», ha dichiarato l’ex presidente nel corso della sua rubrica alla radio del Tropico «Kawsachun Coca»5. «Mi hanno “costretto” perché la gente lo vuole ma anche perché la destra e il governo sono contro di me: sarà una dura battaglia per la democrazia e non ci fermeremo ora».


Anche i cocaleros stanno con Morales ma…
«L’assemblea ha ratificato l’appoggio alla candidatura presidenziale dell’unico candidato del Mas: Evo Morales», a parlare è Julio Salazar ai microfoni di «Red Uno»6, al termine della sedicesima assemblea della confederazione dei produttori di foglie di coca, la “Seis federaciones del Tropico de Cochabamba”.
Salazar, che nel corso del congresso dei cocaleros era presidente dei lavori dell’assemblea, mentre rilascia queste dichiarazioni ha dietro di sé un delegato: entrambi hanno le guance gonfie di foglie di coca e ne succhiano i liquidi di tanto in tanto. I cocaleros non riconosceranno più il governo di Luis Arce e del vicepresidente Choquehuanca. Secondo Salazar non c’è altro candidato alle elezioni del 2025 se non Evo Morales: chi non sosterrà la sua candidatura «si pone al di fuori del Mas». Il sostegno della “Seis federaciones” a Evo è totale tanto che il nuovo leader dell’organizzazione è proprio l’ex presidente, riconfermato nel ruolo di rappresentante politico al termine dell’assemblea. C’è chi parla di “tradimento nei confronti del progetto politico del Mas-Ipsp”, chi di “necessità di espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito”, c’è chi sostiene che Presidente e Vice presidente si stiano alleando con la destra.

Il punto è che Morales potrebbe non essere candidabile. L’articolo 168 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia parla della durata quinquennale del mandato presidenziale e vicepresidenziale aggiungendo che entrambi «possono essere rieletti una sola volta su base continuativa»7. La formulazione della norma, sibillina quanto basta, può essere interpretata in maniera duplice: la tendenza evista sostiene che il loro candidato può essere serenamente rieletto, dal momento che si parla di «base continuativa»; gli arcistas sostengono che la candidatura di Evo sarà una forzatura alla Costituzione; le destre e i partiti centristi gridano già al golpe.

Morales “retrocede” (calcisticamente parlando)
Se Evo sta ora tentando di tornare nell’agone politico boliviano da protagonista, fino a settembre la sua ambizione era tutta calcistica.

Nella serie A boliviana milita il Palmaflor, club di cui Morales è presidente dal 2022. L’Atletico Palmaflor del Tropico (questo il nome esteso) è espressione diretta della “Seis federaciones” e Evo aveva colto la proverbiale palla al balzo per poter arrivare a contare nelle stanze della lega calcio. In agosto scoppia uno dei più estesi e capillari casi di calcio scommesse e corruzione sportiva legati alla massima serie boliviana e Morales ha iniziato ad accusare i suoi giocatori asserendo che ci fossero «alcuni che “giocano al ribasso”: ho delle informazioni e non tutti sono corretti»8, moralmente parlando. Le dichiarazioni giunsero a margine di una partita di Coppa persa, l’ennesima da parte del Palmaflor, contro il Blooming. A parte le “antiche” ruggini tra le squadre in questione, che hanno disputato una gara di calcio di tre tempi per la prima volta nella storia con 42 minuti e 11 secondi di recupero, Morales aveva – di fatto – scoperchiato il mitologico “Vaso di Pandora”.

Il 30 agosto il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa riunisce una conferenza stampa a Santa Cruz denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa avrebbe denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si sarebbe nascosta «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano»9. Il giorno successivo Erwin Romero, presidente della Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), si è lasciato andare in una dichiarazione che ha fatto molto discutere: «Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo: pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate»10. Possibili, ma ancora non certe.

Il campionato s’è interrotto – de iure e de facto – a metà agosto e solo l’intervento della Conmebol lo ha fatto ripartire ad inizio ottobre dando la possibilità di terminare il girone di clausura. Morales, indicando l’armadio degli scheletri ma senza fare nomi, sperava di riuscire a ottenere una posizione di riguardo nella querelle che si era avviata per il rinnovamento della federcalcio boliviana. Ne è uscito a mani vuote, anzi: uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto e Costa ha aggiunto – al termine del campionato – che sarà convocato un congresso straordinario della federazione per «varare un piano di ristrutturazione del calcio boliviano». Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura del professionismo: il Palmaflor, ad esempio, è retrocesso ma la Bolivia è l’unico paese latinoamericano a non prevedere una Serie B.
Chissà che Evo non presenti ricorso anche per continuare a rimanere in Serie A. 

NOTE:

1L’acronimo sta per: «Movimento per il socialismo – Strumento politico per la sovranità dei popoli» (Movimiento al socialismo – Instrumento politico por la soberania de los pueblos).

2Santa Cruz è considerata, storicamente, la città capofila dell’opposizione a Evo Morales sin dalla sua prima presidenza.

3Redacción, Ala “evista” es vista como principal opositora, por encima de cívicos cruceños, 21 dicembre 2023, «El Diario», <https://www.eldiario.net/portal/2023/12/21/ala-evista-es-vista-como-principal-opositora-por-encima-de-civicos-crucenos/>.

4Organizzazione confederata di realtà sindacali e sociali del Paese vicine al Mas e, in modo specifico, a Evo Morales.

5Redacción, Evo Morales confirma a su candidatura, 24 settembre 2023, «Rtve.es», <https://www.rtve.es/noticias/20230924/evo-morales-confirma-su-candidatura-a-elecciones-2025-bolivia-han-obligado/2456710.shtml>.

6Milen Graciela Saavedra Rodriguez, Seis Federaciones del Trópico ratifican a Evo como su presidente, 28 novembre 2023, «Red Uno», <https://www.reduno.com.bo/noticias/seis-federaciones-del-tropico-ratifican-a-evo-como-su-presidente-20231128173459>.

7Articolo 166 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia: <http://www.planificacion.gob.bo/uploads/marco-legal/nueva_constitucion_politica_del_estado.pdf>.

8https://www.lostiempos.com/deportes/futbol/20230815/evo-crisis-palmaflor-no-todos-futbolistas-son-buenos-algunos-negocian-abajo ma anche https://www.opinion.com.bo/articulo/deportes/palmaflor-evo-admite-fallas-dice-que-ano-era-aprender-proximo-van-ver-nuestro-club/20230815141030917346.html

9Ferdinando Molina, Terremoto en el futbol boliviano, 9 settembre 2023, «El Pais», <https://elpais.com/america/2023-09-09/terremoto-en-el-futbol-boliviano-por-denuncias-de-corrupcion.html>.

10Redaccion, Fabol habla de narcotrafico en nuestro futbol, <https://www.eldiario.net/portal/2023/09/15/fabol-habla-de-narcotrafico-en-nuestro-futbol/>.

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