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Tag: bolivia

Dalla yunga a La Paz: lo Sporting Coroico sarà in Copa Bolivar il prossimo anno

Posted on 2023/12/15 by carmocippinelli

Coroico, comunità della yunga della municipalità di La Paz (ma in realtà sufficientemente distante per gli standard occidentali da non poter essere considerata troppo “limitrofa” al territorio paceño), disputerà le fasi preliminari della coppa nazionale Simon Bolivar a partire dalla prossima stagione calcistica: è la prima volta assoluta per una squadra della yunga.

Coroico de las yungas è salito agli onori delle cronache boliviane dopo aver disputato la finale della coppa dell’associazione calcistica locale di La Paz (letteralmente Torneo interprovinciale della Federcalcio di La Paz) vincendo per 4 a 3 contro la squadra di Pucaranni allo stadio «Hernando Siles».

Casa Willjtata a Quilo Quilo,
comunità agricola di Coroico
© Letizia Panseri

Più di tremila persone si sono date appuntamento il 18 novembre a Miraflores per seguire lo scontro finale tra Coroico e Pucarani che, stando a quanto riportato da «Urgente», periodico boliviano digitale, è stata «una final de infarto»: la squadra di Pucarani ha siglato il pareggio nei minuti fiinali della gara e solo durante il recupero i biancoverdi della yunga hanno avuto la meglio. 
 
Wilson Zabala, storico difensore della compagine yungueña a margine della vittoria ha rilasciato la seguente dichiarazione a «La Razòn»: «È stata una finale complicata: non bisogna mai sottovalutare i rivali. È stata dura ma ce l’abbiamo fatta!».
Lo Sporting Coroico, il cui presidente è Adrian Justino, giocatore della Strongest, avrà la  possibilità di disputare «la Copa Simon Bolivar, raggiungendo l’élite del calcio boliviano». La scommessa è quella di superare le fasi preliminari per giocarsi la permanenza nella coppa nazionale professionistica passo dopo passo.
«Questa squadra – ha spiegato Justino – è composta totalmente da giocatori della yunga: la stragrande maggioranza è di Coroico e abbiamo dimostrato che il potenziale c’è».
«Ci adopereremo per organizzare una squadra che riesca a competere nella Simon Bolivar», ha dichiarato Justino a «La Razon».

Una veduta della yunga di Quilo Quilo, territorio di Coroico
© Letizia Panseri
Posted in Blog, Bolivia, copa bolivar, Coroico, La Paz, Pucarani, quilo quilo, yungaTagged bolivia, copa bolivar, Coroico, La Paz, Pucarani, quilo quilo, yunga

Bolivia: allerta arancione per la febbre gialla a nord di La Paz

Posted on 2023/12/14 by carmocippinelli

Il Servizio sanitario dipartimentale (Sedes) di La Paz ha deciso l’attivazione dell’allerta arancione dopo aver registrato un aumento considerevole dei casi dovuti da febbre gialla (dengue). In Bolivia l’emergenza sanitaria da Covid-19 è terminata solo alla fine di luglio 2023 e l’attenzione delle autorità mediche sta tornando a farsi presente a causa della febbre gialla. 

Il comunicato del Sedes riporta come sia confermato un sostanziale aumento dei casi rispetto allo scorso anno: 1.511 confermati di cui 396 sono stati attenzionati dalle autorità come “allarmanti”. Al momento della diffusione del comunicato stampa (14 dicembre 2023) si registrano 5 persone morte.

Le zone più colpite sono quelle a nord della città: «l’allerta arancione – ha dichiarato Gabriela Mamani, responsabile del Sedes di La Paz – è stato attivato in modo che la situazione possa essere monitorata capillarmente, intensificando la sorveglianza della curva epidemiologica».

Caranavi, Tipuani e Palos Blancos sono le municipalità che hanno registrato più casi. C’è da dire che l’allarme non tocca la città in sé: spesso le zone rurali distantissime dalla capitale, che siano in piena yunga o nei villaggi a 5.200 metri di altitudine, rientrano nella sfera di amministrazione e giurisdizione pacena, come per Viloco e Cairoma. 

Le autorità sanitarie tengono a specificare che l’allerta non è frutto di allarmismo: «i dati che arrivano da Caranavi [e dalle zone citate] sono insoliti non tanto per l’aumento dei contagi nelle ultime settimane, ma perché la malattia è stata riscontrata in luoghi dove prima non si manifestava».

Posted in Blog, Bolivia, caranavi, dengue, febre gialla, LaPaz, mamani, sedes, tipuaniTagged bolivia, caranavi, dengue, febre gialla, LaPaz, mamani, sedes, tipuani

Bolivia: il titolo va alla Strongest tra interruzioni, accuse e polemiche. Retrocede il Palmaflor di Evo Morales (ma la “Serie B” non esiste)

Posted on 2023/12/03 by carmocippinelli

Continuano le polemiche attorno al sistema di corruzione e combine nel calcio boliviano. 

 
La squadra paceña The Strongest conquista il sedicesimo titolo della sua storia con una settimana di anticipo. Los tigres possono fregiarsi di un’ulteriore vittoria – al momento matematica – mentre volge al termine una delle edizioni più controverse e difficili della Primera Division boliviana costellata da interruzioni di campionato, accuse di partite truccate, corruzione e – addirittura – collusione col mondo del narcotraffico [1]. Chi è costretto ad abbandonare la massima serie boliviana, invece, è il Palmaflor, dell’ex Presidente Evo Morales, nonché rappresentante il sindacato dei cocaleros. L’abbandona ma senza andare in seconda divisione perché, semplicemente, non esiste: la Bolivia è l’unico paese affiliato alla Conmebol a non prevedere una Serie B.
 
Il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa, fin dall’emersione del caso, ha costantemente rilasciato dichiarazioni alla stampa senza fare nomi ma parlando di una rete di corruzione piuttosto estesa. Costa – come recita il quotidiano boliviano «El Diario» – ha «smesso di fare speculazioni». Nella conferenza stampa, tenutasi a Cochabamba il 30 novembre, il presidente della Fbf ha dichiarato la Strongest: «campioni giusti e meritevoli» e anche: «non so perché siano stati messi in discussione: i risultati sono chiari a tutti e, dati i punti ottenuti, la Strongest è matematicamente irraggiungibile».
 
Niente più speculazioni: la Strongest è stata la più forte del campionato, letteralmente parlando.
Tuttavia, specie in queste situazioni, il ma c’è sempre. «Nelle ultime ore – ha proseguito Costa – le reti sociali, e non, si sono riempite di messaggi e di commenti, nonché d’ipotesi, secondo cui, a causa dell’inchiesta relativa alle partite truccate, alcuni club avrebbero perso punti guadagnati nelle partite contro il Vaca Diez». 
 
Ancora una volta Costa non fa nomi ma riporta i commenti che sono giunti al suo apparato uditivo riguardo le gare disputate contro il Vaca Diez, al momento uno dei club più a rischio. In settembre «Marca» diffuse gli argomenti di alcune intercettazioni telefoniche e tra i nomi più invischiati parrebbe esserci stato proprio il presidente del Vaca Diez in cui, stando al quotidiano ispanofono: «in una conversazione telefonica, presumibilmente il presidente Marco Rodriguez, parla con un arbitro per fissare il numero di gol da segnare in una partita». 
 
Uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto, anzi: Costa ha confermato che il 5 dicembre si riuniranno a Santa Cruz gli organismi della giustizia sportiva al fine di valutare ufficialmente i tornei del 2023 (campionato e coppa). Non solo: Costa ha aggiunto che sarà convocato a breve un congresso straordinario della federazione. 
«Nei prossimi giorni – ha concluso – presenteremo un piano di ristrutturazione del calcio boliviano». 
 
Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura professionistica e alla questione legata alla seconda serie. Il Palmaflor, come prima accennato, abbandonerà la Primera Division ma in Bolivia non esiste una serie B: la massima serie (che per ragioni di sponsorizzazione da un decennio è la Liga Tigo) non prevede la retrocessione [2] e il solo gradino “inferiore” è la coppa Simon Bolivar, organizzata dalla Anf (Asociación Nacional de Fútbol) e articolata in sette gironi da tre squadre ciascuno comprendenti società semiprofessionistiche e di base.
 
Ma ancora una volta, in pieno stile Costa, non è stato né annunciato nulla, né lasciata trapelare alcuna informazione. 
 
NOTE

[1] Le accuse giunsero dal presidente della Fabol (associazione dei calciatori) Erwin Romero: 

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo […] pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate».

[2] Esiste la “discesa diretta” e “indiretta” per cui vengono sommati i punti totali realizzati nel girone di apertura e clausura 

 
Posted in Blog, Bolivia, calcio, costa, eldiario, fbf, ligaboliviana, marca, palmaflor, strongest, vacadiezTagged bolivia, calcio, costa, eldiario, fbf, ligaboliviana, marca, palmaflor, strongest, vacadiez

I bergamaschi in Bolivia. Una chiesa con il popolo [«L’Eco di Bergamo» del 31/10/23]

Posted on 2023/10/31 by carmocippinelli

La seguente intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea de «L’Eco di Bergamo» del 31/10/2023. Felice e onorato di essere stato inserito nella pagina prima del Concilio, ho realizzato quest’intervista a Riccardo (pardon, Don Riccardo) quando io e Maria eravamo da lui in Bolivia.

Da Telgate a La Paz. Un viaggio, quello di Riccardo Giavarini (da poco don), che dura da 47 anni: «Sono qui da così tanto tempo che ormai mi sono innervato nella cultura di qui: non riuscirei a pensare di tornare in Italia”. Questo è quello che si sente di dire quando qualcuno gli chiede se si senta ancora un missionario (nel senso stretto del termine).

Eppure il legame che c’è tra Bergamo (e la sua provincia), La Paz, El Alto e altre località boliviane (Cochabamba, Santa Cruz e via dicendo) è più che evidente: basta andare alla parrocchia di Munaypata. Lì si viene accolti da un altro sacerdote bergamasco (Don Giovanni) e gli occhi occidentali arrivati in terra sudamericana non possono fare a meno di notare il grande murale che campeggia all’ingresso dell’edificio: “60 anni. Chiesa di Bergamo – Iglesia de Munaypata”. Un legame talmente solido che nel 2022 ha compiuto, per l’appunto, il ragguardevole traguardo di sei decenni di cooperazione e collaborazione.

 

«Prima di essere sacerdote sono stato quaranta anni insieme a mia moglie, Berta, morta di Covid due anni e mezzo fa» – ha raccontato Giavarini – «mi sento molto accompagnato da lei, anzi, non posso fare, organizzare e pensare progetti senza pensarla: sento forte la sua presenza e la relazione strettissima con lei». 

La vita di Don Riccardo, basti notare il predicato anteposto, è cambiata dal giorno in cui ha deciso di riprendere in mano la vecchia idea del sacerdozio: «Ora ho una parrocchia alla periferia di El Alto, mi sto integrando al clero locale e nel frattempo mantengo gli impegni che già prima caratterizzavano l’agire quotidiano: il carcere minorile “Qalauma”, dunque il tema della giustizia riparativa (insieme all’impegno analogo di Mario Mazzoleni a Santa Cruz); gli impegni legati alla Fundacion “Munacim Kullakita” [di cui ricopre la carica di direttore generale]; l’azione riguardante l’immigrazione di transito in Bolivia (di chi viene dal Venezuela, dalla Colombia, da Haiti per poter raggiungere il Cile o l’Argentina). Così come l’Italia.»

 

L’unione che c’è tra Bergamo e La Paz è piuttosto sui generis e ha inizio nel 1962. Tu che ci vivi da quarantasette anni, potresti spiegarci com’è avvenuto questo sodalizio?

«Succede che durante i lavori del Concilio Vaticano II dei vescovi boliviani si sono recati da Papa Giovanni XXIII e gli hanno rivolto una richiesta esplicita di aiuto a causa dello scarso numero di preti presenti nel paese. Il Papa accoglie questa istanza e coinvolge immediatamente il vescovo di Bergamo, gli gira la richiesta dei vescovi boliviani e da lì è cominciato tutto. Tra i due pionieri bergamaschi c’era Don Berto Nicoli e da allora sono giunti qui più di trecento persone dalla bergamasca tra preti, suore e laici». 

Quali sono stati gli interventi maggiori nella società boliviana in questi decenni?


«Si sono costruiti ospedali, scuole, parrocchie, centri d’accoglienza e centri per l’infanzia per bambini orfani con problemi familiari. Quest’ultima realtà, la “Ciudad del nino” prima era attiva a La Paz e ora s’è spostata nel sud-est del paese, a Cochabamba».

Spesso le missioni – o i progetti conseguenti – vanno sfaldandosi se non c’è ricambio generazionale, in questo caso l’intervento bergamasco è andato sviluppandosi sempre più, come in un costante crescendo, o sbaglio?


«È proprio così: c’è stata fin da subito una sorta di alleanza tra Bergamo e il clero di qui. Le città coinvolte non sono state solamente El Alto e La Paz ma anche Cochabamba e Santa Cruz. Molti preti si sono recati anche in zone rurali e montane fronteggiando molteplici difficoltà ma, da bravi bergamaschi, hanno affrontato le asperità con coraggio e cuore».



Un sodalizio così forte che ha fatto nascere il ‘Gruppo Bergamo’ fin dai primi giorni di presenza nella capitale boliviana, quest’anno sono “sessantuno candeline”.


«Ogni anno, a Pasqua e dopo il 2 novembre, ci incontriamo per un momento di ritiro, di studio della realtà nazionale e non solo. Stiamo parlando di un gruppo di residenti in Bolivia (attualmente circa 40) la cui porzione più folta tempo addietro era quella dei sacerdoti, ora la percentuale di laici è maggiore. Alcuni preti del gruppo sono stati anche eletti vescovi: Angelo Gelmi, Eugenio Scarpellini, Sergio Gualberti (arcivescovo di Santa Cruz), Eugenio Coter e sicuramente ne dimentico molti altri, ma il punto è che queste figure che ho citato hanno contribuito enormemente al rafforzamento dei rapporti tra la diocesi di Bergamo e la chiesa locale. L’altr’anno in occasione dei sessanta anni della presenza bergamasca a La Paz è venuto anche il vescovo Beschi proprio per celebrare questo anniversario».

E tu come ci sei finito qui?


«Sono arrivato qui da laico in alternativa al servizio militare ma comunque legato al “Gruppo Bergamo”, che già esisteva da qualche anno: era il 1976».



Come si è svolta la tua attività in quest’altra parte di mondo?


«Dapprima sono stato a La Paz, poi a Cochabamba, sempre con l’idea di continuare gli studi di teologia, dato che in Italia avevo conseguito la maturità classica in seminario. Dopodiché nella pastorale giovanile ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie: Berta. Da quel momento è cambiato l’orientamento vocazionale».

Certo è che negli anni ’70 e ’80 in Bolivia la situazione socio-politica non era molto stabile…

«Era il periodo delle dittature. C’era molta instabilità sociale, politica ed economica e durante l’ultimo colpo di stato sono riuscito a fuggire alla vigilia del golpe e non sono più potuto rientrare in Bolivia – insieme ad altri – per un periodo di tempo: ero schedato ed eravamo minacciati. Facevamo resistenza al regime dei militari: accoglievamo dirigenti dissidenti e li nascondevamo; facevamo formazione politica ai ragazzi; resistevamo partecipando anche ai movimenti sociali. Personalmente ho anche partecipato a uno sciopero della fame condotto dalle dirigenti minatrici che protestavano contro il generale Banzer Suarez (il cui golpe fu nel 1971) e in poco tempo questo movimento si è esteso in tutto il Paese».


Tu dove ti trovavi in quel periodo?


«Ero a Cochabamba ma subito mi sono attivato per prendere parte a questo movimento sociale molto vasto e diffuso in tutto il paese. E con lo sciopero della fame chiedevamo elezioni libere, il rientro di minatori esiliati, lo ‘stop’ alla repressione per i movimenti sociali, la libertà di associazione e via dicendo».

Il “Gruppo Bergamo” ha preso parte alla vita sociale e politica boliviana a tutti i livelli, non solamente nell’ambito religioso, dunque?


«Assolutamente. C’erano anche preti piuttosto impegnati politicamente in quanto formavano quadri dirigenti dell’Ipsp (‘Instrumento politico por la soberania de los pueblos’) cioè il movimento che ha dato vita al Mas (‘Movimiento al socialismo’), attuale partito di governo. Si impegnavano a proteggere le persone più esposte come alcuni dirigenti sindacali e li nascondevano nelle parrocchie o li facevano scappare in Perù. In quel periodo, poi, andavamo nelle carceri di massima sicurezza a incontrare e parlare con i prigionieri politici e le loro famiglie. Avevamo sviluppato un vero e proprio movimento di resistenza: il Monsignor Manrique (allora arcivescovo di La Paz) si era posto addirittura davanti ai carri armati dei militari per frenare con il suo corpo la violenza e la prepotenza dei militari».

Una chiesa che prende parte, una chiesa totalmente differente dal ruolo che spesso ha interpretato in America Latina nei confronti delle dittature cilene, ad esempio.


«Era una chiesa molto più coraggiosa, oserei dire. Una chiesa che ha pagato di persona, basti ricordare il martirio di Luiz Espinal, così come Alfonso Romero in altri contesti. Ma Espinal, gesuita e giornalista, aveva fondato un giornale che si chiamava ‘Aquì’ in cui denunciava forme di violenza, torture, casi di desaparecidos, chiusura dei mezzi di comunicazione e via dicendo. Durante l’ultimo colpo di stato, ad opera di Garcia Mesa, è stato torturato e brutalmente ucciso. Come lui, altre figure sono state capitali nella resistenza ai militari: i minatori, ad esempio, sono stati la colonna portante delle proteste e hanno rappresentato la punta più avanzata della coscienza civile e di classe sociale contro i vari golpe. Molti sono stati cacciati dalla Bolivia e non hanno più potuto far ritorno nel proprio paese. C’è poi da considerare che l’ex presidente Evo Morales si è formato anche grazie ad occasioni e momenti di formazione promossi dalla chiesa cattolica. Allo stesso modo molti dirigenti del Mas erano catechisti: alcuni hanno fatto bene, altri non troppo, ma “l’uomo è sempre l’uomo”».

Cos’ha lasciato (e cosa sta continuando a costruire) la presenza bergamasca in Bolivia?

«Penso che abbiamo lasciato (e continuiamo a farlo) un’impronta molto importante qui non tanto per le costruzioni o gli edifici eretti, quanto piuttosto riguardo la qualità dell’intervento effettuato. La gente di Bergamo è riuscita ad “inculturarsi” molto nella realtà locale: le parrocchie che venivano gestite da preti bergamaschi non erano solo luoghi di culto in cui si diceva messa e si professava una fede chiusa: erano luoghi aperti. Siamo intervenuti – e interveniamo – nell’ambito sanitario, scolastico e penitenziario, così come la formazione politica delle persone e riguardo l’emancipazione femminile».

Posted in bergamo, Bolivia, chiesa, Eco di bergamo, ElAlto, giavarini, iglesia, LaPaz, munaypata, puebloTagged bergamo, bolivia, chiesa, Eco di bergamo, ElAlto, giavarini, iglesia, LaPaz, munaypata, pueblo

Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale

Posted on 2023/10/06 by carmocippinelli

La
raffinatezza architettonica non è quel che si direbbe un tratto
distintivo delle città boliviane: le abitazioni sono
spesso
incomplete e la gran parte (se non la totalità) d
ei
palazzi
,
delle
case,

dei
condomini e
degli
isolati sono lasciati a mattoni vivi. Ne deriva un colpo d’occhio
completamente uniforme,
che
ci si trovi nella città di La Paz, El Alto, Viacha e via dicendo.
Poche
tipologie di edifici sfuggono all’uniformità del
la

‘
dittatura
del
foratino’:
ospedali (dunque
ambulatori/centri
di salute, unità di pronto soccorso locale), scuole e palazzi
governativi.

Scuole
e ospedali sono tra gli edifici più curati non solo nelle grandi
città ma soprattutto nelle
piccole
cittadine e nelle lontane
comunità
montane,
anche
tra le
più
distanti dalla capitale: sono gli unici stabili ad essere stati
progettati diversamente dal resto delle urbanizzazioni circostanti,
nonché ad essere stati curati anche nei dettagli. Facezie a cui
spesso il costruttore boliviano non bada.

A
El Alto, nella zona di urbanizzazione chiamata “Villa Adela”,
persistono (o sarebbe meglio utilizzare il termine “resistono”)
due strutture sanitarie statali: il laboratorio di analisi (con anche
un piccolo centro di salute) e il policlinico. Entrambi prendono il
nome dalla zon
a
in cui sono collocati. Villa Adela è quel che si potrebbe definire
“quartiere”, se si dovesse comparare El Alto alle città italiane
od europee, tuttavia il paragone risulterebbe maledettamente forzato,
oltreché improprio. Nella diseguaglianza generale, a metà tra
edifici mezzo costruiti e mezzo abitati, tra strade asfaltate che
cedono immediatamente il passo a vie completamente sterrate, alle
spalle della centrale “Plaza de la Cruz”, sorge un piccolo
“centro di salute” privato chiamato “Jesus obrero” (Gesù
operaio).

[“Feliz
sani
dad”]
Centro di salute e livelli di assistenza
.

La
traduzione dell’espressione castigliana “centro de salud”
letteralmente e teoricamente sarebbe “centro di salute” e vale
tanto per le strutture private quanto per quelle statali.
Stiamo
parlando di
quel
che in Italia potrebbe essere

un centro di prima assistenza
(un
centro ambulatoriale, sia perdonata l’espressione impropria)

per
i

pazienti che vi si recano ma il “Jesus obrero” in particolare
possiede anche piccoli ambulatori interni per il ricovero di un
numero pur limitato di
persone,
un pronto soccorso e un centro di cure palliative.

Cercare
di comprendere una realtà così distante come quella boliviana
impone un distacco piuttosto imponente da parte del lettore riguardo
la situazione della sanità italiana.

La
presidenz
a
di Evo Morales (la prima
nello
specifico
)
ha tentato di portare la sanità boliviana ad un livello che fosse il
più vicino al bisogno della popolazione cittadina, specie in
situazione di rapido ed esteso sviluppo delle realtà urbane attorno
a La Paz.
Ad
esempio
El
Alto ha superato la popolazione della prima capitale boliviana
in
neanche trenta anni di vita

andando oltre il
mezzo
milione

e
provocando conseguentemente un graduale spopolamento di La Paz.

Ma
potenza e atto divergono terribilmente,
tanto
in ambito filosofico quanto legislativo-politico,
e
nonostante lo sforzo governativo negli anni la questione dell’accesso
alle cure rimane una tra le grandi diseguaglianze della Bolivia.

Livelli
di assistenza e di intervento
«Il
sistema della sanità boliviana è articolato su livelli, dunque
esiste un primo, un secondo e un terzo livello»

per quel che riguarda la struttura sanitaria nonché l’intervento
nell’ambito del contesto sociale in cui è inserita. A parlare è
il Dottor Javier Muñoz,
nato
a Bilbao
,
responsabile del centro di cure palliative del centro “Jesus
obrero”, componente della Fundación Adsis e da tredici anni in
missione in Bolivia
1.
Tutto il sistema sanitario boliviano si aggrega attorno all’acronimo
Sus (sanità universale e sicura).

«Il
primo livello

– descrive Muñoz –

è quello che potremmo considerare di base: in questi centri,
solitamente non molto grandi di dimensione, è possibile trovare un
medico pediatra e uno di medicina generale»
,
nonché a personale preposto all’assistenza dei bambini.

Man
mano che si sale nella gradazione dell’intervento sanitario
boliviano si possono trovare: ambulatori specifici d’intervento per
i pazienti, sale d’attesa, piccole sale preposte per i degenti che
necessitano di un’operazione chirurgica non troppo invasiva.
Dopodiché si hanno veri e propri policlinici e cliniche
specializzate, nonché centri
ad
hoc

– come ad esempio
quelli
oncologici – che possono essere considerati di quarto livello. 

«Sembra
tutto molto ordinato e razionale

– dice Muñoz –
ma
in realtà non lo è»

e il medico non sembra dirlo dal suo punto di vista peculiare di
specialista nel centro di cure palliative in un centro di secondo
livello privato (che ormai si autogestisce, che è propaggine della
chiesa cattolica, dipendente solo dalla parrocchia omonima e dalla
Fundaciòn Sembrando
Esperanza
), il punto è che i vari
gradini
della scala

rispondono ad autorità diverse. Un esempio?
«Il
primo e il terzo livello dipendono dal Ministero della salute dello
Stato plurinazionale di Bolivia mentre il secondo dipende
dall’autorità locale
2.
Questo significa

– afferma Muñoz –
che
se al governo c’è un partito politico e al governo locale un
altro, la situazione
che
ne deriva è

decisamente caotica»
.
Rapportare quanto detto alla situazione politica che sta vivendo la
Bolivia, dal
fraude
electoral

in poi, fa ben capire cosa intende il dottor Muñoz per “situazione
di caos”.

Privato,
certo, ma con de
lle
condizioni
:
«Il
centro “Jesus obrero”, così come molte realtà analoghe, fa
parte di una rete chiamata “Rete pubblica di assistenza”:
forniamo assistenza gratuita per quel che riguarda i vaccini contro
il Covid-19, la tubercolosi e quelli relativi all’antirabbica dei
cani
3»,
dichiara Muñoz.

Già,
il Covid-19. Al lettore occidentale torneranno in mente i centri di
vaccinazione, la voce nasale del Primo Ministro Conte che annunciava
la chiusura totale di scuole e attività produttive e l’esecutivo
che lavorava alla luce del sole e non

«col favore delle tenebre»
.
In Bolivia solo dal 1 agosto 2023 le autorità di governo hanno
interrotto l’utilizzo obbligatorio della mascherina decretando la
fine dello stato di emergenza.

«L’intervento
nei confronti della cittadinanza
nella
città di

El Alto, dal punto di vista del centro di cure palliative, è quello
di fornire un accompagnamento dignitoso del passaggio dalla vita alla
morte di malati terminali: moltissimi contraggono il cancro qui»
.
Contrariamente a quanto ipotizzato, forse troppo sbrigativamente da
parte di chi scrive, dopo aver visto l’enorme inquinamento sia
alteño
che
paceño,
la maggiore incidenza di tumori nella popolazione non è all’apparato
respiratorio o cardiaco. Muñoz:
«nella
popolazione femminile riscontriamo un’altissima incidenza di tumori
al collo dell’utero e alla cervice uterina, in quella maschile allo
stomaco e a tutto l’apparato digerente in generale»
.

Gli
ambulatori pubblici delle comunità montane
Cairoma,
2.494 anime, poco distante da Viloco,
è un centro abitato situato a poco più di 4600 metri d’altitudine.
Seppur distante svariate ore (sei, tre di autostrada e tre su uno
sterrato con continui strapiombi) di automobile dalla Capitale, è
parte di quello che in Italia tempo fa avremmo chiamato “provincia”
di La Paz, ma la legge locale preferisce il termine “municipio”.
Così, Cairoma fa parte di uno degli 87 municipi del territorio di La
Paz. La regione di Loyaza (di cui è parte anche Cairoma) è montana
e piuttosto estesa (3.360 chilometri quadri): la popolazione locale è
aymara così come lo è la prima lingua, solo in secondo luogo viene
parlato il castigliano; le strade sono tutte sterrate e non sono
agevoli per scambi e spostamenti frequenti da un centro abitato
all’altro.


Si
fa presto a dire “La Paz!”. Chi abita i luoghi di questi
territori ha poche scelte: andare a lavorare in miniera a Viloco,
lavorare i campi oppure andare via e dirigersi verso La Paz. Cairoma,
ai piedi dell’Illimani e della cordigliera, rappresenta una
piccola-grande attrazione per i centri limitrofi di Acha Pampa,
Huerta Grande, Machacamarca, Tucurpaya, Colpani, Torre Pampa, Yunga
Yunga.
Tuttavia in ogni comunità, in ogni centro abitato
piccolo o grande che sia, ci sono tre cose fondamentali per far sì
che la popolazione non scappi troppo in fretta: una “unidad
educativa”, ovvero l’equivalente di un Istituto Comprensivo; un
“centro de salud”, cioè un piccolo ambulatorio che può anche –
ma non sempre – avere piccole stanze per ricoveri; un campo di
calcio che spesso è utilizzato anche da campo di futsal e
pallacanestro, essendo state costruite anche le porte più piccole
con sopra il cesto da basket. Il tutto è decisamente versatile e
adattabile alla circostanza.

Al
“Centro de salud” di Cairoma veniamo accolti dalla directora
Patricia Guarachi Flores
e dall’operatrice
ausiliaria
con più anzianità
di servizio Rosa Patricia Quispe Chambi.

La
direttrice è nata a Cairoma ma la vita l’ha portata a trasferirsi
in un’altra comunità:
«Vengo
da Yunga Yunga4
e risiedo qui al centro per ventidue giorni al mese, con otto giorni
di riposo dal lavoro»
.
Per la verità le due comunità distano solamente cinque chilometri
ma, a causa delle strade, c’è da mettere in conto un viaggio da
compiersi rigorosamente con mezzo privato (macchina) e che può
durare anche un’ora (sola andata).

«In
teoria potremmo tornare a casa dopo le otto ore lavorative ma
praticamente dormiamo tutte e tutti qui», dice Guarachi Flores
«la
famiglia è praticamente abbandonata» dice sconsolata mentre culla
suo figlio in carrozzina. Poi fa spallucce: «asì es el trabajo5»
,
così è il lavoro,

«il salario è solo per le ore lavorate perché il contratto
prevederebbe il ritorno a casa, ma – come detto – la strada è
piuttosto lunga e allora rimaniamo qui. Certo: se ci dovessero essere
emergenze notturne, in quel caso prendiamo di più».

Ad
ogni modo, va considerata molta frammentazione contrattuale del
personale presente nei vari centri, come già accennava Muñoz del
centro “Jesus Obrero”: gli autisti dei mezzi (ambulanze e mezzi
di trasporto per campagne di prevenzione e vaccinali) vengono
contrattualizzati dal governo municipale autonomo locale, il
personale medico è diviso a metà tra chi è nominato
dall’alcaldìa
e da altre istituzioni, allo stesso modo vale per gli infermieri.

Lo stipendio base per un’infermiera si aggira attorno ai 2.800
bolivianos
mensili,
ovvero poco più di 380€. Potrebbe sembrare una buona retribuzione
per gli standard a cui è abituata la Bolivia, ma la direttrice ci
informa che
le
infermiere e gli infermieri non hanno diritto a rimborsi per la
distanza o a sgravi fiscali come accade per il personale medico.
«Medici,
dottori e chirurghi partono da una base di 6.000 bolivianos»
,
poco più di 800€
.

Ambulatori,
interventi, parti in casa
L’organizzazione
del lavoro è piuttosto complessa per delle unità di intervento come
quella in oggetto: all’interno del municipio di La Paz si distingue
la rete di intervento urbano6
e la rete di intervento rurale. Il centro di salute di Cairoma fa
parte della rete rurale di ambulatori e ha:
«quattro
aree territoriali limitrofe d’intervento per emergenze,
vaccinazioni, parti e interventi di primo soccorso. Così come c’è
qui a Cairoma è presente a Viloco»
,
afferma la direttrice.
«Se
c’è un’emergenza, a seconda della vicinanza con il centro più
vicino, interveniamo e forniamo assistenza gratuita a quel paziente,
qualora – ovviamente – sia iscritto al registro pubblico di
cittadinanza»
.
Avere una residenza equivale a poter usufruire alla sanità pubblica.
«Ci
sono persone, però, che non risultano nel registro»

e preferiscono l’assistenza privata, «anche se dobbiamo comunque
fornire un’assistenza minima anche per loro»: le persone che
«
pagano
un’assicurazione sanitaria o che sono iscritte ad una cassa
professionale hanno diritto ad altro tipo di intervento»
.
La realtà di La Paz, in cui è possibile venire curati da una
struttura privata, non è replicabile ai piedi della cordigliera: la
sola struttura che recepisce l’iniziativa privata in ambito
sanitario di tutta la provincia di Loyaza è a Viloco. C’è poi
anche chi non ha un documento:

«i bambini fino a un anno non hanno carta d’identità o non sono
registrati con un certificato di nascita, spesso a causa della
famiglia».

Nascere
a 4500 metri d’altezza

Sebbene
i centri abitati del territorio di Loyaza abbiano numeri piuttosto
contenuti, i bambini rappresentano una fetta molto grande della
popolazione locale.
«Fino
ad oggi, al mese di agosto, ci sono stati nove parti dall’inizio
dell’anno nella cittadina di Cairoma: quattro nel centro di salute
e cinque a domicilio»
,
ha dichiarato la direttrice. All’anno, in media, ci sono venti o
trenta parti l’anno.

L’intervento
sanitario, ad ogni modo, deve tener conto del retroterra culturale
della popolazione aymara: le vaccinazioni non sempre sono accettate
dalle popolazione (specie se si tratta di quelle legate al Covid-19),
i rimedi sono naturali e in generale c’è diffidenza verso
ospedalizzazioni e medicazioni. Se si tratta di parti e di nascite
che coinvolgono ragazze minori o da poco maggiorenni, la questione è
ancora più accentuata.
«Molte
famiglie preferiscono non rivelare che la loro figlia è in stato
interessante: a volte siamo chiamati a intervenire per far partorire
la puerpera che non ha effettuato neanche un controllo preliminare»
.
Lo stigma sociale è piuttosto forte. «Si partorisce in casa in
molti casi» ha dichiarato l’ausiliare infermiera Rosa Patricia
Quispe Chambi:
«non
è un male la nascita in casa, ma a Cairoma non ci sono ostetriche e
personale specializzato. D’altra parte, la donna che rimane incinta
non sempre ha interesse nel seguire un percorso di monitoraggio
della
gravidanza:
il nostro intervento, spesso, è solo nella fase finale della
gravidanza nonché della nascita»
.
«Dobbiamo essere sempre pronte all’emergenza: se dovessero
presentarsi complicazioni, dobbiamo andare in città, a La Paz»
,
dicono sorridenti Flores e Chambi ma la domanda sorge spontanea:
“sono cinque ore di macchina, come riuscite a gestire un’emergenza
con distanze così ampie e una strada così impervia?”.
Sorridono:
«corremos
como locos!»
,
corriamo come pazzi. 

Note

1
https://www.fundacionadsis.org/es/quienes-somos

2
Il termine che ha utilizzato Muñoz è stato “alcaldia”.
Letteralmente l’alcalde è una figura a metà tra il sindaco e il
presidente di regione. Esiste anche una “sub alcaldia”: anche in
questo caso, se rapportato all’Italia, potrebbe essere considerato
tra un vicario e un sottoposto dell’alcalde
.

3
Sebbene possa sembrare un tema secondario, in realtà non lo è
affatto. A La Paz e soprattutto a El Alto è facilissimo trovare
gruppi di cani randagi inseguire macchine, moto, terrorizzare ignari
passanti, cercare cibo nei cumuli di immondizia ai lati della
strada, bere acqua dai canali di scolo delle fognature (specialmente
a El Alto). Molti hanno un padrone ma è proprio quest’ultimo a
disinteressarsi dell’animale. Sovente accade che un cane si trovi
nel bel mezzo delle trafficatissime strade della città rischiando
la vita. Non è affatto raro trovare carcasse di cani ai lati delle
autostrade (non illuminate) che portano a Copacabana o a Patacamaya.
Vien da sé che il tema dell’antirabbica non è secondario sia a
La Paz, sia a El Alto.

4
Letteralmente yunga significa
“foresta”. In aymara quando una parola si ripete sta a
significare un rafforzativo o una demarcazione in senso più forte
di quella parola. In questo caso possiamo presupporre che il
riferimento sia al fatto che la foresta sia più fitta del normale.

5
“Così è il lavoro”.

6
In tutto sono quindici reti rurali, Cairoma fa parte della
quattordicesima e comprende le aree di Cairoma, per l’appunto,
Malla, Luribai e Yaco. La rete urbana, d’altra parte, non
comprende altre città al di fuori di El Alto e La Paz.

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Fraternità cairomense

Posted on 2023/10/05 by carmocippinelli

Ad agosto, mentre a Roma si boccheggiava per il caldo, in Bolivia faceva un freddo cane. A Cairoma, poco più di duemila anime a ridosso dell’Illimani e a 4.600 metri di altezza circa, ancora di più. Certo è che se il cielo era terso e non c’erano nuvole, il sole bruciava la faccia: allora sì, il caldo si sentiva.
Scoprirsi amici a quell’altitudine, cercare reciprocità per cose quotidiane, stare vicini quando c’era da stare juntos, fa un certo effetto: si è solidali in tutto e anche la convivenza e la condivisione di spazi diventano fattori unificanti e occasione per essere un tutt’uno. Scherzando, con Letizia e Francesca, abbiamo detto che a Cairoma è nata la fraternità composta da tre bergamasche e un romano. 

Specie a partire da questa foto: Maria ha allontanato il braccio per prenderci tutti, ha premuto il pulsante sullo schermo per scattare. Sentivamo di essere troppo distanti, ci siamo rimproverati bonariamente tra tutti: ho allargato le braccia cingendo dalla spalla sinistra di Maria alla destra di Francesca.
La prima foto è da “perfetti sconosciuti”, la seconda da “famiglia felice”.

Viva la famiglia felice di Cairoma!

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Corruzione e sospensioni ai campionati professionistici: la lunga notte del calcio in Bolivia

Posted on 2023/09/23 by carmocippinelli
Nel complesso sportivo “Camoco Chico”, nella zona del Macrodistrito Maximiliano Paredes, le attività legate allo sport di base si susseguono incessanti. Ad ogni ora del giorno è possibile vedere le squadre di calcio femminile che si allenano, i bambini (coi loro cappelli per proteggersi dal sole ustionante che batte a 3600 metri d’altezza) che si dispongono in campo secondo le indicazioni dei loro allenatori, atlete e atleti nelle piste poste al lato della struttura. Capita anche di vedere qualche partita ufficiale del variegato mondo dilettantistico-amatoriale di La Paz: oltre alle attività che in Italia verrebbero considerate “di base” (scuola calcio e campionati conseguenti per adolescenti a diversi livelli di capillarità territoriale) si tengono anche le leghe seniores, ovvero per chi ha compiuto dai 37 anni in su. Insomma: calcisticamente parlando tutto sembra scorrere in quella che è a tutti gli effetti una tranquilla, fresca e assolata giornata di metà settembre.

Il punto è, sempre calcisticamente parlando, che la Bolivia ha evidentemente vissuto tempi migliori per quel che riguarda il mondo del professionismo legato al calcio a 11 maschile. Da metà agosto tutti i campionati professionistici, compresa la Liga (cioè la massima serie) sono stati interrotti: stop totale. Un mese nefasto per il calcio boliviano che già da tempo languiva e non godeva di buona salute a causa di dichiarazioni incrociate tra presidenti ed esponenti di primo piano delle federazioni calcistiche di calciatori e dell’organizzazione generale.

La punta dell’iceberg è stata rivelata il 30 agosto [2023] quando il presidente della Federazione boliviana di calcio, Fernando Costa, ha convocato una conferenza stampa denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa ha denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si nasconderebbe «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano», a proposito della conferenza della Federazione calcistica tenutasi nella città di Santa Cruz. Ma come ogni avvenimento imponente, le cause sono da ricercare prima del fatto accaduto.
Un altro passo indietro è necessario. 

Partite truccate: la piovra e la cupola

Il primo a dichiarare pubblicamente un fatto simile è stato l’ex presidente boliviano Evo Morales Ayma, ora presidente del Palmaflor (modesta squadra di bassa classifica) che rappresenta un mondo piuttosto influente in Bolivia: i cocaleros. A fine 2022 Morales diventa presidente della squadra di Cochabamba e da quel giorno detiene la doppia carica di presidente del sindacato dei cocaleros (cioè i coltivatori di coca) e della squadra di calcio la cui proprietà è riconducibile all’organizzazione di cui sopra. Il 30 agosto Federico Molina su «El Paìs» scriveva: «Morales, per conto del Palmaflor, aveva dichiarato che la sconfitta di Coppa [contro il Blooming] si sarebbe verificata a causa del “gioco al ribasso” di alcuni giocatori» prima del fischio d’inizio. Parrebbe un’accusa di combine. Molina ha ricordato che queste parole sono state pronunciate dall’ex presidente boliviano nell’ambito delle interlocuzioni tra la federazione calcistica boliviana e l’organizzazione sindacale di cui Morales è presidente riguardo la mancata erogazione degli stipendi ai giocatori del Palmaflor. Accusa e fuoco incrociato. Un litigio, quello tra Palmaflor e Blooming, che non ha mai smesso di cessare: nel marzo di quest’anno le due compagini si sono rese protagoniste della prima partita al mondo durata per tre tempi anziché due, con la terna arbitrale che ha concesso 42 minuti e 11 secondi di recupero. «Niente giustifica il recupero così imponente» commentava «Espn», portale digitale sportivo panamense il giorno successivo della partita: il Blooming stava conducendo la gara ma tra VAR, discussioni tra giocatori, sostituzioni che sarebbero durate un tempo molto più lungo del normale, si è arrivati a disputare tre tempi. Tra pozzanghere e pioggia incessante, decisioni dubbie e tensione alle stelle, la terna arbitrale (tutti paceños) è stata successivamente sospesa. Stessa sorte è toccata al personale addetto al Var (della federazione di Cochabamba). A tal proposito, Morales si è sentito in obbligo di rivelare che qualcosa non stava andando per il verso giusto, o che comunque avrebbe dovuto funzionare diversamente. I quotidiani boliviani allora avrebbero parlato di “presunta mafia”, un termine che riesce ad essere universale anche a distanze siderali dall’Italia. Che Morales abbia messo semplicemente le mani avanti? Non ci è dato saperlo. Almeno non ora. Secondo il quotidiano digitale «la Opiniòn»: «A metà agosto, il presidente del Club Palmaflor del Trópico [Morales] ha affermato pubblicamente che “ci sono giocatori che si accordano per truccare le partite”», il riferimento è al confronto di coppa col Blooming. E ancora si legge: «“Ho delle informazioni, purtroppo non tutti i calciatori sono corretti. Ci sono alcuni che negoziano sottobanco”».

Poi, il proverbiale patatrac.
La Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), proprio nei giorni di massima tensione di fine agosto, ha respinto la dichiarazione in un comunicato ufficiale, ha chiesto a Morales di provare concretamente le affermazioni esternate, si è dissociata dalle parole dell’ex presidente ma ormai si era sul piano inclinato in cui la biglia può solo schizzare verso il basso.
Fernando Costa ha dato l’annuncio della sospensione del campionato: provvedimento sostenuto con 14 voti favorevoli, 1 astenuto e 2 contrari tra i club partecipanti alla massima serie [17]. Tutto annullato: coppa e campionato di clausura. La classifica congela The Strongest prima, Nacional Potosì al secondo posto, Bolivar al terzo e Always Ready di El Alto al quarto.

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo», recita il comunicato di Erwin Romero, presidente della Fabol, «pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate». Possibili, ma ancora non certe. Si attendono, ora, i verdetti della Fifa, interpellata dal presidente Costa, e della Conmebol per sapere se e quando il campionato possa riprendere e in che condizioni.

Riecheggiano i fatti del novembre 2018 nelle parole di Romero. In quella circostanza la federazione chiese aiuto alla Fifa per sanare una situazione emersa direttamente in campo: Pedro Chàvez, calciatore paraguaiano allora in forza al Guabirá, disse ad un rivale come tutti sapessero che le scommesse erano affare del Real Potosì. Le dichiarazioni fecero il giro di tutto il mondo, finirono anche su «El Paìs»: «[i giocatori] Non vengono pagati da quattro o cinque mesi e rischiano la vita nelle riunioni». Chavez ritrattò, il Potosì non ammise nulla e anzi rigettò le accuse.

¡Vergonzoso!

Già Carlo Emilio Gadda nel “Pasticciaccio” descriveva che una catastrofe non è mai «la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare». La verità è che una catastrofe porta con sé «come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». Vien da sé, alla luce di quanto letto, che lo scandalo più imponente dell’ultimo decennio che ha investito il calcio boliviano non poteva arrivare in un momento peggiore: il 14 settembre la verde doveva disputare una partita importantissima valida per le Qualificazioni mondiali allo stadio “Siles” di La Paz contro i campioni del mondo dell’Argentina. La partita finisce 0-3 per l’albiceleste (senza Messi) e nemmeno l’altitudine (lo stadio è a 3.600 metri d’altezza) ha giocato a favore della rappresentativa boliviana. Débâcle su tutta la linea. Durissimo il giornale «El diario» il giorno dopo la pesante sconfitta: «la selezione boliviana è la peggiore delle Qualificazioni sudamericane per il Mondiale del 2026. In due partite un solo gol fatto e ben otto subiti. Gli errori dei giocatori durante la partita sono stati una costante di una squadra disordinata, improduttiva e senza la minima attitudine alla motivazione. A tutto questo si aggiunga il poco criterio dell’allenatore che non ha pianificato correttamente la partita». L’ultima volta che la nazionale della Bolivia ha partecipato ad un torneo internazionale è stato nel 1994, da allora sembra non avere fine la lunga notte che tormenta il calcio boliviano.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/la-lunga-notte-del-calcio-in-bolivia/
Posted in Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, blooming, bolivar, Bolivia, calcio, cocalero, ElAlto, fabol, fbf, fissazioni, futbol, LaPaz, ligaboliviana, morales, palmaflor, polpettoni, potosì, royalpari, strongestTagged Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, blooming, bolivar, bolivia, calcio, cocalero, ElAlto, fabol, fbf, fissazioni, futbol, LaPaz, ligaboliviana, morales, palmaflor, polpettoni, potosì, royalpari, strongest

Destinazione minibus – [cose strane della Bolivia #2]

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Piccolo post senza pretese (e del tutto non esaustivo) sul confuso sistema di  trasporto su gomma pubblico/privato presente a El Alto e a La Paz.

 
Nel mese trascorso in Bolivia ho avuto un passatempo del tutto peculiare, tipicamente nicchista. Mi sono appuntato tutte le marche cinesi di automobili, minibus, van, camion e mezzi di trasporto in generale che ho notato.
 
Se si dovesse leggere l’elenco ne verrebbe fuori un meraviglioso kaleidoscopio di suoni terminanti con la n come nelle peggiori barzellette, crogiolo di luoghi comuni.
Changan, Jin Bei, Keyton, King Long, Yuejin, Foton, Golden Dragon, Haval sono solo alcuni nomi attraverso cui si impernia il sistema di trasporto di El Alto e di La Paz, maggiormente. Che poi i minibus si trovino anche a trecento chilometri di distanza dalla capitale e siano King Long anche lì, sembra un’ovvietà, dunque è bene sorvolare su questo aspetto. Cosa sono i minibus? C’è chi li chiama colectivos, un termine che farebbe comprendere meglio la natura peculiare di questo trasporto che è privato ma pubblico

Trasporto pubblico?
Esiste e costa anche poco. Si tratta di un trasporto su gomma, di linee di autobus come siamo abituati a vederli nelle città in Italia: sono i Pumakatari. Autobus imponenti di colore arancione e chiamati così perché vi hanno raffigurato un puma stilizzato sui fianchi e fanno parte del progetto governativo che prevede il collegamento tra la città e le parti più remote della valle su cui si adagia la capitale boliviana (“La Paz bus”). «”La Paz Bus” è il sistema integrato di trasporto del Comune di La Paz» ha l’obiettivo di: «fornire un trasporto sicuro, affidabile e amichevole a tutta la popolazione della nostra città lungo i nostri percorsi». Il viaggio da La Paz al punto più lontano collegato costa 2 boliviani e
30 centavos, cioè 0,31 centesimi di euro. Non sto neanche a dire che la
flotta dei Pumakatari è totalmente King Long. Se ti abboni, però, i
viaggi costano 80 centavos, cioè 0,11 centesimi di euro. Alla faccia dei
rincari in occidente.
La pubblicità del Pumakatari si premura di sottolineare l’espressione “viaggio amichevole”. Un aggettivo da non sottovalutare. Le tre regole per la guida e la sopravvivenza pedonale in Bolivia – codificate seduta stante replicando quelle che ci hanno detto i nostri primi angeli custodi del nostro viaggio, cioè Sirio e Martina – sono poche e semplici: i semafori sono consigli, non esistono segnali stradali (men che meno strisce pedonali), i minibus fanno quello che vogliono. 

Ma torniamo a noi. I minibus.
In sostanza sono dei van guidati da un autista privato che possono contenere fino a 15 persone. Gli itinerari dei minibus cambiano a seconda della tratta che il chofèr (l’autista) decide di intraprendere quel giorno: cambiano anche nel corso della stessa giornata, pur mantenendo alcuni punti fissi. Un itinerario mobile qual piuma al vento o a seconda della volontà dell’autista, tacitamente e insindacabilmente. Le destinazioni sono indicate con dei cartelli (rigorosamente “amovibili”) affissi sul vetro della vettura: indicano quali punti di interesse saranno toccati. Ma dimenticatevi le fermate: l’importante è che al punto in cui si voglia scendere uno urli una cosa tipo «A la esquina por favor!» (cioè: «all’incrocio, per favore») e l’autista si fermerà. Per la chiamata la cosa è analoga: basta alzare un braccio e il minibus, se ha posto, si fermerà. Il passaggio costa dal boliviano e mezzo ai due boliviani, ovvero da 0,20 centesimi a 0,27 centesimi di euro. Se sei bianco, se sei gringo, tuttavia, capita che la tratta la paghi 2 boliviani anziché 1,50. 

L’ultimo che sale, chiude la porta (scorrevole). Come la cholita in foto ad inizio del post.
Poi ci sono gli urlatori, quelli che si guadagnano un boliviano a gridare a bordo della strada quando vedono dei minibus fermi al semaforo oppure in attesa che il mezzo si riempia davvero. A volte salgono anche sul mezzo semivuoto e, prima che un flusso più o meno copioso di persone riesca a salire sul pulmino, trascorrono a passo d’uomo alcune centinaia di metri urlando tutte le zone toccate dal van.

Tipico urlatore a bordo di un minibus

Tutti i choferes sono sindacalizzati, chi più chi meno, in un dedalo di organizzazioni, molte più di quelle che possono immaginare le circonvoluzioni cerebrali di uno avvezzo alle divisioni della sinistra comunista italiana. Certo è che quando gli autisti si organizzano per uno sciopero e per un blocco, i collegamenti tra El Alto e La Paz si interrompono completamente. Le divisioni, in questo caso, o contano poco o tantissimo: c’è chi si unisce ai blocchi anche se non è dei sindacati che stanno scioperando, c’è chi viene preso a sassate sul parabrezza (letteralmente) qualora non si unisca alla lotta. I blocchi sono letterali: i minibus si mettono di traverso nelle poche strade che collegano le due città, formano un po’ di barricate rudimentali ulteriori e il gioco è fatto. Non passa nessuno. 
Nella nostra prima settimana, in cui si stava paventando un aumento del pedaggio dell’autostrada che collega La Paz a El Alto da 2 boliviani a 2 e 50 centavos, il blocco ha costituito un problema non indifferente. Certo, c’era il teleferico, ma nessun mezzo su gomma trasportava dal un punto x (capolinea del teleferico) all’altro y. I Pumakatari a El Alto semplicemente non esistono.

E poi ci sono tutti gli altri mezzi di trasporto. Ci sono i taxi (ma quelli sono universali) con l’eccezione del trufi, cioè una sorta di taxi collettivo che trasporta fino a cinque persone. E poi ancora i Micro T: stesso principio dei minibus ma con automezzi degli anni ’50 del Novecento, ancora perfettamente utilizzati. «Quando sono arrivato qui attorno al ’76 – ci dice Riccardo Giavarini – i mezzi di trasporto erano questi… e ci sono ancora!», indicando un tanto datato quanto imponente Micro T (l’ossimoro è tutto voluto) marca Dodge. Scorrono lenti e motoristicamente murmureggianti  nel frenetico, inquinato e caotico traffico paceño e alteño. Si difendono col prezzo: 1 boliviano e 50 centavos per ogni passaggio, nessun aumento, nessun rincaro. Si sta un po’ stretti, ma si arriva a destinazione.

(Le foto, a parte quelle sul Micro T, sono state scattate dall’autorevole componente valserianina della fraternità di Cairoma2023, ovvero Letizia).

La prima di «El Diario» a bordo del Micro T  sulla salita per Munaypata il giorno dopo la pesante sconfitta (0-3) subita dalla Bolivia contro la nazionale Argentina.

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Foto storte dalla Bolivia (quelle dritte le ha scattate Maria)

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Che viaggio sarebbe senza la mitica Foto storte Production?

Oh, poi se dovesse andarvi di leggere anche qualcosa, trovate tutto cliccando qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search/label/Bolivia

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Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Posted on 2023/09/12 by carmocippinelli

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

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