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Tag: politica

Privatizzazioni e autonomia: l’Italia sarà sempre più diseguale

Posted on 2024/09/30 by carmocippinelli

Che il governo Meloni non se la stia passando bene, è un dato di fatto. Ma a dirlo sono i soliti detrattori della stampa di sinistra e di altri “attori sociali” che proprio non digeriscono il governo più a destra della storia della Repubblica. Sarà, ma intanto Giorgia Meloni deve far fronte ad una maggioranza tenuta insieme dai soli interessi individuali e ad una manovra che non consente troppi margini. Gli annunci di investimenti e le affermazioni legate alla fu berlusconiana «piena occupazione» hanno trovato di fronte a loro il muro del piano sottoscritto con l’Unione Europea. Tagli, privatizzazioni e sacrifici. La ricetta per trovare i soldi parrebbe essere sempre la stessa. Di questo, e di altro, ne abbiamo parlato con Marco Bersani, presidente di Attac Italia, la sezione italiana «della rete internazionale di opposizione e alternativa al neoliberismo costruita in questi anni dal movimento altermondialista».

Marco Bersani, già dirigente comunale dei servizi sociali, è supervisore pedagogico di cooperative sociali. Oltre ad essere stato uno dei principali animatori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e fra i promotori della campagna Stop Ttip Italia, è fra i soci fondatori di Cadtm Italia e fra i facilitatori del percorso di convergenza della Società della Cura. L’ultimo libro che ha scritto si intitola proprio La società della cura ed è stato pubblicato da Alegre.

Nel corso dell’assemblea di Confindustria, oltre a ribadire l’intesa con gli industriali, Meloni ha dichiarato più volte come mai nella storia d’Italia si sia verificata una condizione di occupazione lavorativa come nel suo governo. Come valuti questa dichiarazione e, più in generale, il discorso della Presidente del consiglio?
Beh, Meloni ha sostanzialmente espresso il manifesto delle sue intenzioni.

Quali sarebbero?
Grandi annunci e quasi zero sostanza. Va ricordato che l’Italia, avendo una procedura di infrazione con l’Ue per l’eccesso di deficit (cioè che ha un deficit superiore al 3% del Pil), ha sottoscritto un piano di rientro del debito di 7 anni che comporta un taglio della spesa pubblica di 84 miliardi in 7 anni. Vale a dire un taglio [costante] tra i 12 e i 13 miliardi all’anno.
Quando la Meloni dice “faremo, diremo, attueremo” c’è da fare la proverbiale tara. Lo vedremo – stavolta davvero – con il Piano strutturale di bilancio (Psb) quale sarà la realtà dei fatti. A proposito dell’occupazione, trovandosi a braccetto col presidente di Confindustria, ha detto che la situazione è positiva. Se, però, si vanno a vedere i dati reali ci si accorge che si tratta perlopiù di occupazione precaria. A tal proposito vale la pena di ricordare che il disastro industriale dell’automotive (spacciato come crisi dell’auto elettrica, ma che in realtà rappresenta una crisi di investimenti nel Paese), prevederà un autunno di chiusure di fabbriche (sia di produzione diretta che dell’indotto) e cassa integrazione diffusa. Insomma, ben lontani dall’idea di essere in una situazione positiva.

A proposito di auto elettriche, sia Meloni che Confindustria hanno criticato il cosiddetto green deal così come in questi giorni dal ministro Urso.
Va specificato che il cosiddetto green deal dell’Ue, dal mio punto di vista, è assolutamente timido, non adeguato e fondato sull’ideologia che la crisi climatica ed ecologica si possa risolvere dando la conduzione della società all’economia. Di nuovo.

Ovvero?
Mi spiego meglio. L’idea alla base del green deal è quella per cui le leggi di mercato ci porteranno fuori dalla crisi economica. A me sembra sempre più evidente che non è quella la strada da seguire. Ebbene, Meloni asseconda Orsini sul pur timido green deal affermando che se la decarbonizzazione dovesse mettere in crisi il sistema industriale italiano, andrebbe rallentata la decarbonizzazione.

Cosa andrebbe fatto, allora?
Un serio piano di grandi investimenti sulla mobilità (nazionale e territoriale) di questo Paese per ragionare sulla riconversione in senso ecologico e sociale del modo di muoversi.

Servirebbe una prospettiva a lungo termine che, al momento il Governo non ha.
Esatto, lo sguardo è sempre corto. O meglio: si ha lo sguardo lungo quando il Governo pensa al dissenso e alla contestazione di piazza.

Ti riferisci al cosiddetto Decreto Sicurezza (DL 1660)?
Precisamente. Presidente e ministri sanno bene che i prossimi mesi saranno ancora più duri rispetto alla situazione attuale: aumento di mobilitazioni, manifestazioni e dimostrazioni, dunque si vuole approvare il DL di cui parlavi in tempi brevissimi. Un decreto liberticida e, in alcuni aspetti, perfino contro la Costituzione (che entrerà nel mirino – se così si può dire – della Corte Costituzionale): nei fatti prevede la impossibilità di manifestare. Di più: se ci si azzarda a protestare su alcuni temi (per le opere cosiddette strategiche), c’è il rischio di un processo penale e di carcerazioni. Ci si è inventati anche un nuovo reato che è quello della resistenza passiva: roba che neanche il Codice fascista del Ministro Rocco! Il governo potrà anche continuare a fare annunci ma ribadisco: la sostanza è prossima allo zero.

Prima tu accennavi al piano di rientro del debito: rientra in questa prospettiva la notizia di questi giorni per cui il Governo sta cercando acquirenti per la vendita di un ulteriore 15% di Poste Italiane?
Il ragionamento che sta alla base di quanto dici è riassumibile in “sporchi, maledetti e subito”. Il governo deve far quadrare i conti e mette sul mercato pezzi strutturali di quel che rimane della proprietà pubblica. Anche sulle ferrovie si sta cominciando a ragionare sull’ingresso dei privati. E no, non sto parlando di quel che è già avvenuto con Italo. Parlo proprio del fatto che si inizi a sussurrare del fatto che RFI, dunque il sistema strutturale delle ferrovie, potrebbe essere messa sul mercato.

Dunque la risposta è sempre la stessa: privatizzazioni?
Siamo alle solite. La parola su di esse potrebbe già essere definitiva: ci sono quarant’anni di dimostrazione che le privatizzazioni non servono alla diminuzione del debito pubblico. Viene utilizzata la trappola artificiale del debito per porre sul mercato quel che prima era fuori mercato. Il vero dato di fatto è che la crisi strutturale del sistema in cui viviamo comporta che il capitalismo non può più permettersi che ci siano settori della società che non siano guidati dal mercato.

Ti riferisci all’acqua?
Parlo dei beni comuni (dunque acqua, elettrici, energia) e parlo dei grandi settori strutturali.
Le privatizzazioni che si stanno mettendo in atto non hanno più alcuna giustificazione da un punto di vista ideologico (cioè di una visione del mondo): sono semplicemente la rappresentazione di una volontà legata all’imminenza di far quadrare i conti, del qui ed ora. La prospettiva di lungo periodo è totalmente assente: vendiamo ulteriori pezzi di Stato, si dice, così da rientrare di qualche spesa. Io spero, davvero, che un giorno si possa fare un dibattito pubblico serio, fra tutti i soggetti della società, che affronti il problema delle privatizzazioni: sono un fallimento sotto tutti i punti di vista, tranne da quelli dei grandi interessi finanziari.

Parliamo dell’autonomia differenziata e dei lep: mi riferisco a quanto rivelato dal quotidiano il manifesto di una volontà di chiusura del dibattito da parte del ministro Calderoli.
Sì certo. Però, secondo me, va segnalato il fatto che proprio la scorsa settimana siano state consegnate un milione e duecentomila firme contro la legge sull’autonomia differenziata. La Lega già sostiene che sia stato un gioco troppo facile il fatto che si sia potuto firmare online: le sottoscrizioni raccolte ai banchetti sono state oltre 700.000 (settecentomila). Ben oltre le 500.000 richieste dalla legge e dunque quella proposta di referendum ce l’avrebbe fatta anche senza l’ausilio della firma digitale.

A tal proposito s’è già avviato un dibattito sulla possibilità che l’istituto del referendum perda di credibilità dato il ricorso alla firma digitale. Penso anche all’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera del 24 settembre.
La piattaforma elettronica però è stata messa a disposizione dal governo per i cittadini… Penso che l’esecutivo debba fare i conti con questo dato ma, anziché andare in quella direzione, fa le proverbiali fughe in avanti.

Ti riferisci al colloquio tra Calderoli e le regioni del nord per avviare il dibattito a riguardo?
La prima è questa, senza dubbio. In questo modo il ministro cercherebbe di far avanzare la devoluzione sulle competenze di settori dove non è necessario definire i livelli essenziali delle prestazioni. Contemporaneamente s’è convocato il comitato di esperti – che ha preso il nome di Clep – al fine di definire i livelli essenziali delle prestazioni. Lo stesso comitato sta conducendo un lavoro opaco e pare si stia orientando su un principio totalmente anticostituzionale per cui i lep dovranno tenere conto del costo della vita in ogni territorio.

Gabbie salariali?
Precisamente: da una parte si tornerà alle gabbie salariali. Dall’altra le diseguaglianze tra regioni (che già esistono) andranno ad aumentare. Un esempio? Se decido che il livello essenziale delle prestazioni degli assistenti sociali deve essere uno ogni diecimila abitanti, in Calabria (essendoci un costo della vita minore che in Lombardia) ne stabilisco uno ogni cinquantamila. Non ha alcun senso logico ma è la rappresentazione definitiva delle diseguaglianze tra nord e sud del Paese. Così come avverrà, anche all’interno della stessa regione, che ci sarà chi potrà permettersi determinati servizi e chi non potrà.

Posted in AtlanteditorialeTagged capitalismo, conti, debito, draghi, meloni, politica, privatizzazioni

Politica in stallo: ci saranno i “Draghi viola”

Posted on 2024/09/10 by carmocippinelli
Foto di Valentin Petkov su Unsplash

Se la politica non si occupa di produrre proposte alla popolazione tutta (dunque saperle comunicare), indistintamente se essa comprenda anche elettrici ed elettori dei partiti della coalizione di governo, allora fa solo parlare di sé: un’azione subita e non praticata. Se alla politica si toglie la politica, resta un vuoto. Ma i vuoti in politica non esistono e il dibattito pubblico conseguente (che sia sano e non avvelenato o volutamente intorbidito) scade e diventa irrilevante. Risibile, perfino.

È la vicenda Sangiuliano-Boccia, ça va sans dire, ad aver tenuto sotto scacco la politica, la stampa, la comunicazione pubblica tutta: scontrini, ricevute, probabili nomine, foto che avrebbero potuto essere reali ma che potrebbero essere ritoccate, materiale che qualcuno avrebbe registrato (come verrà archiviato e da chi?), telefonate che sarebbero state ascoltate ma che nessuno è in grado di riferire (“parli lui/lei”, “lo chieda a lui/lei”). E poi, decine e decine di minuti di interviste su carta stampata, su canali di tv pubblica ed emittenti private ai personaggi di questa vicenda personale, politica, intima, indiscreta e tracimante allo stesso tempo. Il caso personale/politico Sangiuliano-Boccia è stato il vero protagonista della settimana politica che si è chiusa – così come di quella che si è aperta: la coalizione di centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, a cui ultimamente si aggiunge anche Noi Moderati) si è trovata di nuovo coesa e ritrovata sugli obiettivi comuni in vista dei prossimi appuntamenti. Coesa davanti a un piatto di pasta. Ravioli, per la precisione. Il Corriere della sera di martedì 10 settembre informa lettrici e lettori che i pentaviri (c’erano anche Lupi e Giorgetti oltre al trio Meloni-Tajani-Salvini) hanno consumato «mozzarella e ravioli di pesce». Un carboidrato e un latticino valgon bene una coalizione. Il pranzo è servito, stando al già citato retroscena di Monica Guerzoni, per «convincere gli italiani che il governo» sia «compatto e lavora serenamente, al di là delle tensioni quotidiani, degli scontri sulla Rai e sulle elezioni regionali e dei (presunti) complotti».
Eppure il Governo ha una manovra a cui badare: Giorgetti invoca la solita prudenza per non trovarsi di fronte l’ira funesta di Bruxelles/Strasburgo e la coperta sembra essere sempre corta. Talmente tanto che le stime di crescita sono ancora timidamente positive e il ministro Paolo Zangrillo ha ipotizzato, verbalizzandola, la ipotesi di far rimanere al lavoro i dipendenti pubblici fino ai settanta (70) anni. Su base volontaria, s’intende, e assumendo «trecentocinquanta mila giovani entro il 2025».

Ma tutto questo non basta. Servono i “Draghi viola”, come nel celebre cartone animato della Disney, ma con la D maiuscola. Serve la nuova “Agenda Draghi” a cui il Partito democratico già plaude, sebbene il rapporto Futuro della competitività europea presentato dal già presidente della Bce e Primo Ministro italiano, riporti chiaramente la necessità di un aumento degli investimenti nel settore della difesa. Il plauso del Pd giungerebbe prima ancora d’aver letto il documento, verrebbe da dire: sono pur sempre quattrocento pagine di «realismo capitalista». Se Tajani approva quanto detto da Draghi, Lupi gli fa eco; un’eco talmente forte che giunge ad abbracciare (e a fondersi) con quanto ribadito da Gentiloni e Letta (Enrico). D’altra parte, a proposito di realismo capitalista, se il settore dell’automotive e della transizione all’elettrico non decolla, il vuoto deve poter essere riempito da qualcos’altro: chip, difesa, intelligenza artificiale e via dicendo. L’importante è condire il tutto con un po’ di retorica chiamando in causa il Piano Marshall e la necessità di uno sviluppo coeso.
L’Italia può interpretare un ruolo fondamentale in questo nuovo assetto europeo: produzione ed esportazione di armamenti, un settore in cui il nostro paese riesce a dire la sua con autorevolezza.
Con buona pace della Costituzione.

Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/politica-in-stallo-ci-saranno-i-draghi-viola

Posted in Atlanteditoriale, BlogTagged centrodestra, draghi, economia, Governo, italia, meloni, politica, Ue

Europee ed egoismo: anticamera del presidenzialismo [Atlante editoriale]

Posted on 2024/06/10 by carmocippinelli

Foto di Elimende Inagella su Unaplash

C’è speranza? Forse sì. Ma la speranza passa per l’autocritica che, al momento, non parrebbe essere all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. 

«Gli elettori europei hanno parlato. […] Si ipotizzeranno vecchie e nuove maggioranze, si inizieranno anche le trattative per nominare i nuovi vertici. Si cercherà lo schema classico: un presidente della commissione al Partito popolare europeo, un presidente del consiglio ai socialisti del Pse, un altro rappresentate ai liberali e qualche altro strapuntino per i sovranisti considerati frequentabili. Si approverà un’agenda europea piena di slogan già vecchi ma ripetere la solita stanca liturgia della politica europea non ha senso». A scriverlo è stato David Carretta, giornalista tra gli altri del Foglio e di Radio Radicale, all’indomani dei risultati delle europee in Italia.

Che la struttura (politica) europea non potrà più essere la stessa risulta evidente, perfino ai più sostenitori dell’UE così come si è mostrata nel corso di questi decenni e il risultato elettorale non è, in effetti, tra i più scontati (come invece parrebbe essere stato dalle parti di Libero, Giornale e La verità). Da mesi politica e giornali parlano dell’onda nera che avrebbe travolto l’Europa e in effetti, al netto dell’astensione dal voto, così è stato.

L’Europa – o meglio: il suo establishement – dovrà mettere in discussione se stessa per far sì che riesca ad essere percepita nei confronti degli elettori e dell’opinione pubblica, ma l’autocritica non parrebbe all’ordine del giorno dalle parti di Bruxelles/Strasburgo. Antonio Tajani, eco del Ppe in Italia, non parrebbe porsi sul chi-va-là dell’astensionismo o del clima generale di un Presidente (Macron) che scioglie le camere e indice le elezioni nel suo paese nel corso dei primi exit polls: «Noi siamo il Ppe, primo partito: saremo centrali ed essenziali», come ha dichiarato nel corso della notte elettorale al Corriere della Sera. 

Respinti all’uscio 

Evitando la ripetizione di percentuali raggiunte dai partiti e dalle liste, dati che il lettore potrà trovare visitando qualsiasi sito di quotidiani allnews, scorrendo sul proprio smarphone tra le Google news o anche accendendo una televisione, in questa sede proviamo a tracciare un profilo diverso di questa tornata partendo da chi non sarà rappresentato al Parlamento Europeo, nonostante tutti i pronostici. Il riferimento è all’area liberal-democratica: le due liste che facevano riferimento a Renew Europe (e all’Alde), ovvero Stati Uniti d’Europa e Azione, si fermano al di sotto del quorum. I due rassemblement liberal-democratici non hanno convinto pienamente coloro che si sono recati alle urne e molti commentatori hanno notato che le due liste hanno finito con l’annullarsi.

Perché «i due rassemblement»?

Perché sia Stati Uniti d’Europa che Azione miravano a rappresentare un variegato mondo liberal-democratico, ora con sfumature socialiste liberali ora con nostalgie da Prima Repubblica (Psi e Pri erano alleati rispettivamente con Stati uniti d’Europa e con Azione). L’operazione ha finito col rappresentare una propagandistica testimonianza, come spesso accadeva per le liste della sinistra radicale (o comunista) da essi spesso dileggiate per la ripetuta mancanza di consensi necessari ad accedere all’Europarlamento. Le matrioske liberali non hanno funzionato e sono state sonoramente bocciate, nonostante i nomi scesi in campo a supportare i cartelli elettorali (Renzi e Caiazza su tutti). Allo stesso modo, cambiando fronte, l’operazione della lista Santoro (Pace terra dignità) è sembrata l’ennesimo tentativo di una sinistra che non sa elaborare un progetto di lungo periodo: gli elettori hanno preferito premiare l’alleanza tra Europa Verde e Sinistra italiana (Avs), intrisa di moderatismo e realpolitik data la riproposizione di candidati provenienti dal Partito democratico (Orlando e Marino su tutti) ma anche di Ilaria Salis su cui si dovrà vedere ora il confronto diplomatico con Budapest come procederà. 

«Prima io» 

La destra gongola e Meloni si lascia andare sui social con la pubblicazione di un selfie con la V di vittoria, gesto che fu caro a Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il parlamentare Fd’I Donzelli, raggiunto la notte del 9 giugno [2024] dal Corriere della Sera, l’operazione di Meloni di candidarsi in tutti i collegi, compresa quella di indicare il voto per Giorgia non è stato altro che «un atto d’amore nei confronti di tutti gli italiani». Il deputato ha proseguito: «[Meloni] non lo ha fatto per sé, non ne aveva bisogno […] tranne la manifestazione del 1 giugno a Pescara non ha tolto un solo minuto al suo lavoro di Governo».

Per sé sicuramente no, tuttavia per il partito certamente. E il discorso vale tanto per lei quanto per la segretaria del Partito democratico. Il bottino delle preferenze di Giorgia Meloni detta Giorgia fa urlare di gioia un già sgolante Nicola Porro che, sul suo blog, mette nero su bianco: «da sola “Meloni detta Giorgia” vale più del Movimento Cinque Stelle nel suo complesso (2,2 milioni di voti) ma anche più di Lega (2 milioni) e Forza Italia (2,2 milioni). Più di un terzo dei voti di FdI porta il nome del leader».

Il messaggio è chiaro. Le elezioni europee erano una sorta di elezione di mid term in salsa italo-europea: tanto più è forte la Presidente del consiglio (che è leader di Fratelli d’Italia), tanto più sarà imponente la sua campagna sul referendum riguardo il presidenzialismo. I rimpasti c’entrano poco e non sono all’ordine del giorno. Quantomeno per ora.

Egoismo. Questo è stato il fattore maggiormente presente e imponente nel corso di questa bassa (si veda la polemica sulle parolacce) campagna elettorale. Ideologia assente (jamais!) e dibattito completamente annichilito dall’onnipresenza leaderistica della figura forte di partito che puntava tutto su di sé.

È l’anticamera del presidenzialismo: un referendum permanente su una figura. Che sia Giorgia detta Giorgia o Elena Ethel Schlein detta Elly la medaglia ha due lati identici. 

Chi ne fa le spese sono gli elettori. Quelli che a votare ancora ci vanno, s’intende.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale https://www.atlanteditoriale.com/europee-ed-egoismo-anticamera-del-presidenzialismo/

Posted in Atlanteditoriale, Governo, meloni, politicaTagged Atlanteditoriale, Governo, meloni, politica

Europee, cambiano le regole: partiti nel caos

Posted on 2024/04/02 by carmocippinelli

Foto di Christian Lue su Unsplash

Nasce la lista centrista “Stati Uniti d’Europa” ma si rischia già lo strappo con Volt e una parte di +Europa. Disputa sul simbolo tra la lista “Pace terra dignità” (lista Santoro) e i Verdi/Grüne del SudTirolo.

Mancano poco più di tre mesi alle elezioni europee: si terranno l’8 e il 9 giugno [2024] contemporaneamente in tutti i paesi dell’Unione. In Italia il Governo Meloni ha appena cambiato le regole per la presentazione delle liste: le organizzazioni politiche si stanno adeguando alla normativa, non sensa difficoltà.

Cambiano le regole ma in cosa consistono le modifiche?
Il Governo ha modificato la normativa che regola la partecipazione elettorale dei partiti e delle liste attraverso la conversione in legge del decreto 7/2024. Il Governo era partito in gennaio con la volontà di proporre alle Camere un testo già blindato nei fatti, a cui poi si sono aggiunti degli emendamenti in Aula. Tra le varie modifiche ce ne sono due tra le più rilevanti tra cui: la questione della raccolta firme per la presentazione di una lista e il voto – in via sperimentale – ai fuori sede. Riguardo la questione firme, in questo caso attorno all’esenzione della raccolta, potrà avvenire solo per la lista o il partito «che che abbia ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo – ed in una delle circoscrizioni italiane». Alle scorse europee [2019], mancando la specificazione delle circoscrizioni italiane, riuscirono a presentarsi senza raccogliere le firme anche le liste del Partito Pirata, della lista “La sinistra” (Rifondazione-SinistraEuropea e Sinistra Italiana) e del Popolo della famiglia di Massimo Adinolfi.

Proprio Rifondazione, sebbene fondatrice del Partito della Sinistra Europea, quest’ultimo rappresentato a Bruxelles/Strasburgo, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica riguardo, sostengono dal Prc, la palese incostituzionalità del decreto convertito in legge.

Sul voto ai fuori sede la normativa ora stabilisce che gli studenti fuori sede possono votare «nel luogo di domicilio, con esclusivo riferimento alle elezioni europee del 2024» ma è valida solo per «gli elettori che sono temporaneamente domiciliati» da «almeno tre mesi in un comune italiano situato in una regione diversa da quella di residenza». L’aporia della norma sta nel fatto che si voterà sia per il rinnovo del Parlamento europeo, sia per il rinnovo dei consigli in alcune regioni.
Dunque il fuori sede dovrà comunque recarsi là dov’è residente per poter votare anche alle regionali.

E i partiti? L’incontro-scontro al centro
Ventiquattro ore prima delle festività pasquali, è giunto in porto il progetto della lista denominata Stati Uniti d’Europa (SuE). L’area centrista liberal-democratica e radicale ha trovato un accordo attorno al nome della lista, nonché attorno ai maggiori sostenitori e rappresentanti di SuE cioè +Europa (dunque Radicali italiani e Italia in Comune), Italia Viva di Matteo Renzi, Libdem di Andrea Marcucci e il Psi di Enzo Maraio (che non è il nPsi, pur avendo oltre al garofano il medesimo font in comune).
Non ci sarebbero ancora le ufficialità di Volt (il partito politico paneuropeo) e della Nuova Dc siciliana ma il simbolo che è circolato nei giorni di Pasqua vede anche “la pulce” della prima organizzazione citata, che scioglierà la riserva solo il 6 aprile.

L’accordo, quindi, c’è. Cioè: ci sarebbe, pur nell’alveo di una «lista di scopo». Come da migliore tradizione radicale. Ci sarebbe, dicevamo. Il condizionale è d’obbligo e nonostante Emma Bonino in un suo articolo pubblicato su «La Stampa» del 15 dicembre [2023] avesse lanciato – calcisticamente parlando – la palla in tribuna per poter dare il via al percorso di costituzione del progetto, la lista soffrirebbe già di dissidi interni.
Si potrebbe ridurre il tutto ad un equivoco di fondo: +Europa, sebbene abbia trainato la creazione della lista, non è un partito unitario quanto più una sorta di coordinamento liberal-democratico di varie componenti, tra cui quella capitanata da Benedetto della Vedova, quella di Radicali italiani e quella afferente ad Italia in Comune. Federico Pizzarotti fa parte di quest’ultima: da presidente di +Europa ha affidato a X (ex Twitter) la polemica interna, prima riguardo la candidatura di «Marco Zambuto (genero di Totò Cuffaro)» ma anche attorno al simbolo che «non era mai stato condiviso in nessun organo: io non lo avevo mai visto». Chissà che il vento di Calenda, unico escluso dal mal assortito rassemblement centrista, non riesca a soffiare dalle parti di Federico Pizzarotti e spaccare il “fronte” appena nato.

Sinistra: la “lista Santoro” copia i Verdi/Grüne altoatesini?
La lista promossa dal giornalista Michele Santoro, dal professore Raniero La Valle e dall’influencer (ex Fronte della gioventù comunista) Benedetta Sabene, “Pace, terra, dignità”, non dovrà confrontarsi soltanto con la raccolta delle firme, ma anche con la legge. I Verdi del SudTirolo si sono rivolti ad un legale che ha inviato una lettera di diffida a Michele Santoro e a Rifondazione comunista (promotrice della lista), come rivela il docente Gabriele Maestri sul suo blog. Santoro ha, ad ogni modo, ribadito le ragioni della lista affidandosi anch’egli ad un avvocato ed ora è, letteralmente, battaglia sui simboli.

La risacca dei partiti personali
Il dato che emerge fino ad ora è quello dello spazio politico occupato dal “centro” che, a quanto pare, si sta facendo sempre più asfittico. Non più di due lustri fa se la pubblica opinione avesse assistito ad una veemente querelle come quella in essere da mesi (per non dire anni) tra i leader dei vari partiti lib-dem, moderati e radicali ma nell’area politica della sinistra radicale, avrebbe derubricato i dibattiti alla voce “litigiosità” del vocabolario. Proverbiale quella della sinistra, se di mezzo ci sono anche i comunisti o socialisti, poi, non se ne parli neanche. Non prima di aver trattato il tutto con distacco e una punta di disprezzo. Ma ormai l’opinione pubblica è assuefatta ai partiti personali e alle loro dispute, nonché al loro orizzonte elettorale e di brevissimo periodo: la politica, pur lontanissima, è preda di dibattiti su X e a colpi di post. Di sostanza ce n’è poca e c’è da cercarla con la lanterna accesa nel buio.
Come Diogene di Sinope: lui cercava l’uomo, qui cerchiamo la politica.

 

Pubblicato su Atlante Editoriale 

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Due congressi sono meglio di uno. Continua lo scontro interno al Mas tra Arce e Morales

Posted on 2024/03/17 by carmocippinelli

Foto di Snowscat su Unsplash

«Abbiamo provato a chiedere la convocazione al Presidente del partito, lo abbiamo supplicato, perfino. Non c’è stato verso». A parlare è Lucio Quispe, segretario esecutivo della Cstcb, la Confederazione Sindacale dei lavoratori contadini della Bolivia (Confederación sindical de trabajadores campesinos de Bolivia). Il presidente di cui parla il leader sindacale è Evo Morales e il partito è, chiaramente, il Mas, di cui Quispe è dirigente ma della parte fedele a Luis (Lucho) Arce e a David Choquehuanca, ovvero le due figure più importanti del paese (presidente e vice).
La parte arcista convocherà il decimo congresso mentre a ottobre gli evisti hanno convocato… il decimo congresso!

Cosa sta succedendo?

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è stato fondatore, più volte candidato e di cui ora ricopre la carica giuridicamente più importante: ha convocato la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. La motivazione di tale gesto? Semplice: ricevere l’investitura per le prossime elezioni presidenziali del 2025.
La legge non glielo consentirebbe, ma il partito ha appoggiato la campagna “Evo2025“.
O meglio: la parte del Mas a lui vicina.
Prima del colpo di mano di Lauca Ñ, Morales ha pensato bene di accettare la rielezione a presidente della federazione di produttori di coca, la Seis federaciones del Tropico de Cochabamba. Forte del supporto ricevuto, Evo ha cominciato la sua battaglia fuori e dentro il Mas, spaccando partito e paese.

La convocazione degli arcistas
L’11 marzo le fazioni del Mas nonché di movimenti, sindacati, organizzazioni sociali e associazioni vicine a Lucho y David (Arce e Choquehuanca), hanno convocato «il X congresso ufficiale del Mas che si terrà dal 3 al 5 maggio nella città di El Alto».
Di per sé non sarebbe un evento straordinario, ma lo diventa nel momento in cui Morales, da presidente del partito, non ha concesso il placet per poter far svolgere l’assemblea alla parte amica-nemica, dello stesso partito ma ostile. Pare che la richiesta fosse stata inoltrata già a gennaio. Una parte talmente ostile che, spesso, gli eventi nazionali di confederazioni e organizzazioni (che di fatto sono una propaggine del Mas) finiscono a sediate, cazzotti e con interventi della forza pubblica per sedare le due parti in lotta (fisica). La “lotta libera” si è verificata anche alla Camera dei Deputati della Bolivia, provocando lo sdegno di gran parte della stampa boliviana, così come di tutta l’Americalatina.

Ma Evo non potrebbe candidarsi
C’è da dire che Tribunale supremo elettorale ha invalidato l’assemblea congressuale degli evisti a Lauca Ñ (ottobre 2023) ma ha dovuto comunque riconoscere la continuità giuridica del mandato di Morales alla guida del Mas: non essendo stato cambiato lo statuto, l’ex presidente è ancora rappresentante del partito.

Questo complica le cose. I deputati evisti alla Camera rispondono a braccia conserte e deridendo la convocazione arcista che si terrà a El Alto: «Il congresso non avrà la legalità né il riconoscimento da parte delle organizzazioni che fanno parte del Mas ma solo dalla “truppa” di Luis Arce», ha tuonato un deputato evista che (tanto per complicare le cose) si chiama Hector Arce. 
«Non vogliamo perdere lo strumento politico» – ha dichiarato Lucio Quispe  a «Los Tiempos» – «strumento che ci è costato lotta, sangue e lutti: Morales si sta  comportando in modo molto capriccioso e la convocazione del Congresso a El Alto è perfettamente legale».

Cosa dice la legge?
La normativa boliviana stabilisce che le organizzazioni politiche debbano rinnovare le loro cariche direttive entro il 7 maggio. Se dei cambiamenti dovessero intercorrere successivamente, il Tse potrebbe non ammettere quella forza politica alle elezioni. 

«Ci stanno boicottando»
Il Presidente Arce, da parte sua, ha più volte ribadito come gli evisti sono da considerarsi dei boicottatori. Per tutta risposta Morales ha convocato nuovamente i suoi a Cuatro Cañadas e ha espulso, con un documento ufficiale, Lucho y David.
«Ci sono senatori e deputati che difendono gli interessi del popolo boliviano e si oppongono ai gruppi di opposizione centristi [Comunidad ciudadana su tutti] e della parte evista.  Costoro non vogliono che miglioriamo le condizioni per il popolo: non ci fanno lavorare e ci boicottano», ha tuonato Arce alla cerimonia d’inizio dei lavori per la costruzione di un ospedale pubblico a Santa Cruz.
«Verrà il momento in cui verranno a chiedere i voti», ha sentenziato Arce e riferendosi chiaramente ad Evo Morales e ai suoi, «quando si arriverà a quella fase, saprete distinguere chi ha lavorato e lavorerà per la Bolivia con chi vi chiede solo il voto e l’appoggio per i propri candidati».

Posted in americalatina, Bolivia, elezioni, Evo Morales, Luis Arce, Mas, Pacto de Unidad, politica, SudAmericaTagged americalatina, bolivia, elezioni, Evo Morales, Luis Arce, Mas, Pacto de Unidad, politica, SudAmerica

Sono stato centrista prima di te – [Atlante Editoriale]

Posted on 2023/05/25 by carmocippinelli

«Sono iscritto di Italia Viva, sono un dirigente di Italia Viva e sarò iscritto al Terzo Polo quando terminerà il suo processo di costituzione del partito unico, ragionevolmente entro l’anno»1. Era quello che affermava Matteo Renzi il 5 aprile [2023] alle domande poste nel corso della conferenza stampa di passaggio di consegne nella direzione del ‘Riformista’.

Il neo direttore (conferenziere, senatore, già Presidente del consiglio dei ministri, già segretario del Partito Democratico, già sindaco di Firenze) avrebbe aggiunto asserendo che in quel momento non fossero in essere nomi di candidati di Italia Viva ma «solo Calenda». “Cosa ne pensa Calenda del suo approdo al ‘Riformista’?”, interrogavano variamente i giornalisti presenti alla Stampa Estera. Serafico, rispondeva: «Mi è parso entusiasta». Neanche dieci giorni più tardi arriva la rottura e il terzo polo non esiste già più.

Certo è che l’unione tra i due sembrava essere stata frutto più di un atto di opportunismo che altro: Dopo la tornata elettorale capitolina, Calenda tuonava che la politica di Renzi gli faceva orrore e che non avrebbe mai accettato di fare un partito insieme. Lo chiamava pure “quello là”2. Poi la redenzione sulla via della costruzione del Terzo Polo e la successiva rottura.

I gruppi parlamentari si sono divisi, sono iniziate le recriminazioni da entrambe le parti. Azione, in queste settimane, ha iniziato a perdere pezzi: sono comparse lettere aperte sui quotidiani (cartacei e non) di questo o quel gruppo dirigente che avrebbe lasciato per entrare in Italia Viva.

A metà mese in Emilia e nel Lazio si verificano gli smottamenti più significativi. Il 16 maggio la deputata Naike Gruppioni è in conferenza stampa con il Presidente di Italia Viva: «Volevo ringraziare Iv per l’accoglienza calorosa che mi è stata riservata. Sono contenta di essere a casa, perché io a casa sono rimasta. Io, da imprenditrice, ho deciso di sposare il progetto del Terzo polo, quando ad agosto Matteo e Carlo hanno siglato l’alleanza. Ora dicono che mi abbiano scippata, in realtà non mi sono mai mossa. Per costruire un progetto riformista mi devo sentire a casa»3. La polemica di Calenda non è tardata ad arrivare: «Mi permetto solo di notare che, per rispetto alla comunità che l’ha eletta sei mesi fa quasi senza conoscerla, una comunicazione preventiva sarebbe stata più elegante. Ma immagino che l’uscita a sorpresa fosse parte dell’accordo di ingaggio».

Tre giorni dopo la segreteria di Roma lascia il partito: viene diffuso un comunicato stampa che fa il giro della rete: «Abbiamo deciso di lasciare Azione per aderire al progetto di costruzione del Terzo Polo con Italia Viva […] Non si tratta di ‘scippo’ ma della richiesta volontaria di adesione a un partito», così come la pronta e secca smentita di Azione: «Il comunicato è una falsità. I firmatari non sono membri di alcun organo direttivo […] Tra le ragioni, oltre a quelle politiche, proprio la creazione di una “segreteria” che non era né prevista né consentita dalle regole. Insomma non sono dirigenti. Erano membri di una segreteria posticcia e sono stati sfiduciati»4.

Forse era vero quello che affermava Marco Pannella all’epoca della galassia radicale, quando ancora Radicali Italiani e Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito non erano organizzazioni ‘l’una contro l’altra armate’, che i fatti interni ai partiti debbano essere resi pubblici. O, per parafrasare il proverbio: “i litigi si affrontano pubblicamente”.

La situazione è effettivamente grottesca poiché le circostanze pre-elettorali in vista delle europee hanno fatto sì che i fossati diventassero viottoli acciottolati e le strade impervie di montagna agili sentieri battuti. I gruppi alla Camera e al Senato di Azione e Italia Viva si sono riuniti nei giorni scorsi approvando un documento all’unanimità ribadendo l’esigenza di una lista unica alla prossima tornata elettorale. Tanto più, vien da pensare, che il riferimento europeo è comune: Renew Europe.
A tal proposito, proprio Stéphane Séjourné, presidente dell’organizzazione del centro liberale e liberista a Bruxelles, ieri era presente all’assemblea al Teatro Eliseo di Roma. Anche i due rispettivi volti noti di Azione e Italia Viva erano presenti ma il teatro è finzione e dunque s’è tenuto un po’ di giuoco delle parti da entrambi. Qualche mugugno, saluti a mezza bocca («La Repubblica» per la verità dice «nemmeno si sono salutati»5).

Sarà forse il nome “terzo polo” ad essere portatore sano di discussioni, litigi e contrapposizioni personali? Con le iniziali minuscole o tutto in minuscolo o quale che sia la resa grafica, pare sia il nome il fattore che non ha mai portato buona fortuna ai proponenti. Senza andare troppo in là con gli anni, l’ultimo tentativo fu quello di Francesco Rutelli, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini: “Nuovo polo per l’Italia”, altrimenti detto Terzo Polo, a cui poi aderirono anche il Partito Liberale italiano (guidato allora da Stefano de Luca), Verso Nord (allora guidato dall’ex sindaco di Venezia Cacciari), il Movimento per le Autonomie e il Movimento associativo degli italiani all’estero. I gruppi parlamentari si costituirono durante il Berlusconi quater e subito votarono unitariamente la sfiducia all’allora sottosegretario alla giustizia (che per pura assonanza beffarda a questi tempi, sebbene difettivo di una importantissima vocale) era Giacomo Caliendo. Il 15 dicembre 2010 si tenne il primo tavolo dei possibili costituenti del terzo polo: al grande tavolo rettangolare erano seduti Italo Bocchino e Gianfranco Fini (Fli), Linda Lanzillotta e Francesco Rutelli (Api); Pier Ferdinando Casini, Ferdinando Adornato e Lorenzo Cesa (Udc); Giusseppe Reina (Mpa); Daniela Melchiorre (Libdem6) e i due Repubblicani per l’Europa fuoriusciti dal Pri (Giorgio La Malfa e Luciana Sbarbati). Convegni, assemblee, congressi, impegni in prima persona di personaggi illustri dell’imprenditoria nazionale e della politica cittadina si rimboccarono le maniche: «A parlare di Terzo polo arriva anche Luca Cordero di Montezemolo. Accanto a lui […] Gabriele Albertini»7.

Arrivano le amministrative e gli scricchiolii diventano voragini: prima abbandonano Lanzillotta e Vernetti (Api) e si iscrivono al gruppo misto. Poi il caso che vede coinvolti Luigi Lusi e Francesco Rutelli, dunque La Margherita, Api nonché il Partito Democratico. La profondità si trasforma in vento di scirocco che assale: all’indomani delle elezioni del 2013, dopo il governo tecnico di Mario Monti, il Terzo Polo già non esisteva più. «Una stagione chiusa», titolava l’intervista post voto a Pier Ferdinando Casini dell’8 marzo 2013 al «Corriere della Sera». Prima di quella tornata elettorale le tre organizzazioni maggiori costituenti il Terzo polo avevano già deciso che le strade da intraprendere sarebbero state ‘altre’: Futuro e libertà per l’Italia andava incontro alla propria “Caporetto” racimolando lo 0,46% dei voti e l’Udc avrebbe eletto Casini e De Poli al Senato.

Perché se è vera la frase di Pietro Nenni che a forza di rivendicare il purismo finisci per essere epurato, c’è sempre qualcuno che è più centrista, moderato, liberale e liberista di altri.

Anche senza volerlo.

NOTE
1Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «Il Riformista».

2«Non farò politica con Renzi. Il suo modo di fare politica mi fa orrore. Sono stato chiaro? Devo mettere una bandiera? Me lo scrivo sul braccio?», dichiarazione rilasciata nel novembre 2021 in un’intervista a ‘L’aria che tira’, «La7» https://www.youtube.com/watch?v=hcCc-adboFc.

3Redazione, Italia Viva, deputata Gruppioni passa con Renzi da Azione, 16 maggio 2023, «LaPresse».

4Redazione, “La segreteria romana di Calenda passa con Renzi”. Ma Azione smentisce: “Falso”, 19 maggio 2023, «Huffington Post».

5Lorenzo de Cicco, Renzi e Calenda a teatro insieme per Renew Europe. Ma non si salutano. Dalla platea mugugni contro il leader di Azione, 24 maggio 2023, «La Repubblica».

6Oggi formazione politica scomparsa.

7Maurizio Giannattasio, Prove tecniche di Terzo polo. Convegno con Albertini e Montezemolo, 12 novembre 2010, «Corriere della Sera».

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Italia sempre più povera, Meloni pensa al premierato – Atlante Editoriale

Posted on 2023/05/10 by carmocippinelli

Secondo lo studio allegato al XXI rapporto Inps, condotto da Nicola Bianchi e Matteo Paradisi, denominato “Countries for Old Men: an Analysis of the Age Wage Gap” [Un paese per vecchi: un analisi del divario salariale per età], l’Italia è uno di quei paesi in cui le cose vanno peggio circa il divario salariale (cosiddetto gap) tra vecchi e giovani. Le cause di questa situazione, per cui un giovane riesce a trovare un’occupazione stabile più tardi rispetto al 1985 e comunque meno retribuita rispetto a tre decenni fa, va ricercata nella crescente esternalizzazione cui ricorrono le aziende, così come nell’aumento dell’età pensionabile. I «lavoratori più anziani hanno hanno esteso le loro carriere occupando le loro posizioni apicali più a lungo ed impedendo ai lavoratori più giovani di raggiungere le posizioni meglio retribuite», sostengono gli economisti rispettivamente della Northwestern Kellogg School of Management e dell’Einaudi Institute for Economics and Finance.

Precarietà e somministrazione
A quanto detto, si aggiunga la questione secondo cui per il Governo, almeno stando al decreto denominato pubblicisticamente “1 maggio”, il lavoro in somministrazione può essere considerato positivo per far uscire una persona rimasta senza impiego dal limbo della disoccupazione. Stante il comunicato pubblicato a margine del precedente Consiglio dei ministri, il Governo ha stabilito che il beneficio erogato in sostituzione del “reddito di cittadinanza” possa decadere qualora vi sia un rifiuto di una proposta di lavoro «a tempo pieno o parziale, non inferiore al 60 per cento dell’orario a tempo pieno e con una retribuzione non inferiore ai minimi salariali previsti dai contratti collettivi e che sia, alternativamente: 1) a tempo indeterminato, su tutto il territorio nazionale; 2) a tempo determinato, anche in somministrazione, se il luogo di lavoro non dista oltre 80 km dal domicilio».

Ma c’è un evidente cortocircuito linguistico perché secondo la ministra Calderone, intervistata da «Avvenire» domenica 7 maggio [2023], il decreto ha rappresentato «un’occasione per dare un segnale concreto del suo impegno a favore di lavoratori, famiglie, imprese e soprattutto giovani che rappresentano il futuro del nostro Paese e che vanno accompagnati nella realizzazione delle loro aspirazioni lavorative»1. E ancora riguardo le norme previste attorno al tema della precarietà: «Non abbiamo modificato la durata dei contratti a termine. Siamo intervenuti sulle causali per i rinnovi dopo i 12 mesi, rimandando alla contrattazione collettiva per la definizione delle casistiche dei rinnovi. Si tratta di una norma di chiarimento che non ha alcun riflesso sulla precarietà». E dire che quanto diramato dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi appare essere scritto in un italiano che non lascia spazio alle interpretazioni.

Presidenzialismo o premierato ‘forte’?
Nonostante le difficoltà del paese reale, Meloni si domanda, manzonianamente, se Carneade fosse realmente esistito.

Il dubbio amletico meloniano sta tutto nella domanda (tra presidenzialismo o premierato), così come nella conseguente risposta che è stata consegnata agli organi di stampa a margine del giro di ‘consultazioni’ di martedì 9 maggio [2023].

Si tratta, in buona sostanza, di una interlocuzione che Meloni ha intrattenuto nella giornata di martedì per porre alle organizzazioni parlamentari tutte la questione di come affrontare il cambiamento costituzionale cui Fratelli d’Italia aspira da tempo, vale a dire la Repubblica Presidenziale.

La Presidente del Consiglio dimostra di aver già in mente il fine delle consultazioni: non lo dice espressamente, ma leggendo tra le righe nell’intervento in piazza ad Ancona di lunedì 8 maggio è ben chiaro: «Voglio fare una riforma ampiamente condivisa ma la faccio perché ho avuto il mandato dagli italiani e tengo fede a quel mandato: voglio dire basta ai governi costruiti in laboratorio, dentro il Palazzo, ma legare chi governa al consenso popolare». Il mandato, in fondo, pensa, ce l’ha già: glielo hanno dato gli elettori, dunque se il presidenzialismo può essere un ostacolo, tanto vale puntare al premierato. D’altra parte è da circa tre decenni che la pubblicistica poi e la politica prima si è attestata nell’utilizzo del termine indicante il Presidente del consiglio dei ministri sostituendolo con quello di Premier. Un utilizzo improprio – evidentemente – tanto errato quanto ideologicamente foriero di un’idea di Paese totalmente diversa rispetto a quella costruita all’indomani del 1945. ‘Gutta cavat lapidem’, dicevano i latini ed ora è giunto il momento propizio per uscire definitivamente allo scoperto. O come si direbbe in ambito politico-aziendale: “i tempi sono maturi”.

Le reazioni alle consultazioni
E la fase sembra essere davvero matura: Italia Viva e Azione, nonostante le recenti ruggini, hanno mostrato assenso e condiscendenza al dialogo con la maggioranza per quel che riguarda una riforma della Costituzione in favore di quel che (già Matteo Renzi da Presidente del consiglio) può essere chiamato con l’espressione “sindaco d’Italia”. Un premierato forte con elezione diretta del Presidente. L’opzione del presidenzialismo, per la verità, nonostante fosse il cavallo di battaglia delle destre in campagna elettorale, è stato superato dall’opzione sopra citata. Da qui il rumore di fondo della Lega, per cui sarebbe un passo indietro troppo rilevante.

I numeri ci sarebbero, contando maggioranza e Italia Viva – Azione, tanto alla Camera, dove mancano un pugno di voti) quanto al Senato (dove le manciate di voti diventano due). Prima delle interlocuzioni di martedì, Mara Carfagna, deputata e presidente di Azione nel gruppo Azione-ItaliaViva-RenewEurope, aveva risposto preannunciando quanto poi Calenda avrebbe dichiarato a margine del colloquio con Meloni: il “no” a prescindere è «un atteggiamento sbagliato […] presidenzialismo è una parola generica, che va riempita di contenuti»2, aveva affermato la presidente al «Corriere della Sera». Nonostante Carfagna si sia mostrata in passato più volte a favore del presidenzialismo, oggi si collocherebbe più a favore del premierato: «Ho visto un’Italia dove se ci fosse stato il presidenzialismo forse al Quirinale sarebbe andato Grillo».

Giuseppe Conte, dal canto suo, ha rimarcato la necessità del dialogo per poter dare più forza al Presidente del consiglio, magari con una «commissione ad hoc» (nuova bicamerale dalemiana?) ma ribadendo la propria contrarietà all’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Certo è, come ha riportato il «la Repubblica» di mercoledì 10 maggio [2023], che Meloni pare abbia introiettato già il ruolo: «Ascolto ma vado avanti».

Uno spettro si aggira per Palazzo Chigi. Quello del (pur immaginario) Marchese Onofrio del Grillo.

1Francesco Riccardi, Calderone: «Siamo aperti al confronto ma il decreto è a favore dei lavoratori», 7 maggio 2023, «Avvenire».

2Virginia Piccolillo, «Sbagliato il no a priori. Premierato, lo spazio c’è ma ho visto i rischi del presidenzialismo», 7 maggio 2023, «Corriere della Sera». 

 

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Ingloriose parabole: ‘il Riformista’ cede la direzione a Matteo Renzi (che non è neanche giornalista)

Posted on 2023/04/05 by carmocippinelli
Nella giornata del 5 aprile [2023] è stato annunciato il passaggio di consegne riguardo la direzione del quotidiano ‘il Riformista’. 
Il direttore Piero Sansonetti cede il passo (e il posto) a Matteo Renzi, senatore della Repubblica del gruppo Azione-ItaliaViva-RenewEurope, segretario di Italia Viva, conferenziere, già segretario del partito democratico. Direttore sebbene non sia giornalista, requisito fondamentale per essere a capo di una testata, logicamente e normativamente parlando. Rispondendo alle domande della conferenza stampa (in particolare a quella postagli da Daniela Preziosi del ‘Domani’), Renzi ha precisato [1] come non abbia firmato alcun contratto. Il passaggio sembra essere dovuto in quanto Sansonetti sarà alla guida de ‘l’Unità’, acquisita dal medesimo gruppo editoriale che cura la pubblicazione del ‘Riformista’ (Romeo Edizioni) e di prossima pubblicazione. 
Ma andiamo con ordine.

Ottobre 2002. Il governo Berlusconi II è in carica da poco più di un anno e vi rimarrà fino al 2005, quando – rassegnate le dimissioni a causa della sconfitta alle regionali cui seguirono gli “addii” di Alleanza nazionale, Udc e Nuovo Psi – l’ex Cavaliere del lavoro riceverà l’incarico dal Presidente della Repubblica per la formazione del Berlusconi III.

Al Governo c’è Gianfranco Fini in qualità di vice di Berlusconi; ci sono Umberto Bossi e Roberto Calderoli come ministri alle “Riforme istituzionali e alla devoluzione” (quando la Lega era ancora nord); all’istruzione c’è la Moratti, al lavoro Roberto Maroni e alle Politiche agricole e forestali c’è un rampante Gianni Alemanno.
Rifondazione comunista conta 11 deputati e 4 senatori, i Comunisti italiani (Pdci) ne contano 10 a Palazzo Chigi e 2 a Palazzo Madama; la Federazione dei Verdi 8 e 10 [2]. Si parlava di primarie del centrosinistra tra Democratici di Sinistra, Democrazia è Libertà (meglio noto come “La margherita”) e altri soggetti dell’area.

Come nacque
La notte tra il 22 e il 23 ottobre di quell’anno sarebbe andata in stampa la prima copia del quotidiano ‘Il Riformista’ diretto da Antonio Polito, ora editorialista del ‘Corriere della Sera’.

Il 6 ottobre 2022 ‘la Repubblica’ raccontava di una serata mondana nell’isola di Capri in cui si facevano proselitismi e pubbliche relazioni per il futuro quotidiano:

«Claudio Velardi, consigliere di Massimo D’ Alema quando il presidente dei Ds era premier, caprese d’ adozione, passeggiava ieri mattina tra gli industriali nei giardini del Grande Albergo Quisisana. Mentre tutti indossavano l’ abito grigio, Velardi vestiva «casual», con uno zucchetto azzurro sulla testa. “Sono qui – ha spiegato – per fare un po’ di pubblicità al Riformista”, ovvero il quotidiano (uscirà a fine ottobre, direttore Antonio Polito) voluto da Velardi che ha messo insieme un gruppo di imprenditori finanziatori» [3].

Il quotidiano traeva ispirazione dal ‘Foglio’ diretto da Giuliano Ferrara, per ammissione dei suoi stessi fondatori [4]: l’impostazione culturale era intelligibile già dalla denominazione della pubblicazione, cioè a metà tra un riformismo liberale e un liberalismo in senso stretto. La pubblicazione formalmente era legata al mensile ‘Le ragioni del socialismo’ di Emanuele Macaluso fino al 2006 (ma questo lo vedremo più avanti).

Neanche un mese e ‘il Riformista’ è già in festa: 

«Gran festa, ieri sera, a Palazzo Ferraioli (giusto di fronte Palazzo Chigi) con i proprietari e i redattori del quotidiano ‘il Riformista’, nato appena due mesi fa e diretto da Antonio Polito, che hanno voluto porgere gli auguri di Natale a politici e imprenditori, a personaggi del mondo dell’informazione e dello spettacolo. Le signore in bito lungo e un’orchestrina di strada in frac, mentre Gianfranco Vissani, cuoco preferito dall’ex premier Massimo D’Alema (atteso con ansia), annunciando squisite paste e fagioli, ordinava che fossero affettate mortadelle e porchette. Quando sono arrivati i colleghi del ‘Foglio’, il giornale che ha ispirato la fondazione del ‘Riformista’ [5], abbracci e brindisi»[6].

Tra le firme che popolavano l’iniziale avventura di quel quotidiano, oltre a Stefano Cappellini e Roberto Mania, figurava Lucia Annunziata. Col passare degli anni, vicedirettore fu anche Oscar Giannino e tra gli editorialisti comparirà “un certo” Pierre Moscovici [7].

La prima pagina del
primo numero del quotidiano.
Il link da cui è stata tratta è
di un utente che ha messo in
vendita la copia su eBay.

Giornale di nicchia, fu certamente di parte (come già detto) ma di una parte molto trasversale e difficilmente “incasellabile” nei settori del centrodestra berlusconiano o del centrosinistra ulivista. Pendeva, come il treno Roma-Ancona, una volta da un lato, una volta dall’altro, così tanto che Pasquale Laurito, direttore dell’agenzia ‘Velina rossa’, un giorno di novembre di quello stesso anno se la prese con il direttore Polito per delle accuse che il quotidiano da egli diretto aveva rivolto nei confronti di D’Alema [8] per mancato dialogo con la maggioranza di Governo riguardo la giustizia. «Qualche volta può essere anche antiberlusconiano» [9], scriveva Laurito a mo’ di invito nei confronti della direzione del quotidiano.

Polito rimane in carica fino al 2006, quando Giampaolo Angelucci acquista tutte le quote del fondatore Velardi (51% Velardi e 49% gruppo Tosinvest) rilevandone la proprietà. Poi un avvicendarsi di questioni che portano la testata ad essere diretta da Macaluso e a renderla organica all’associazione sopra citata. Nel 2008 Polito torna a dirigere il quotidiano, ma vi rimane poco in carica, giusto il tempo di coinvolgere Diego Bianchi (Zoro) per una rubrica: “La posta di Zoro”. Allora Bianchi era un blogger e cosmonauta di Youtube (memorabili alcune puntate di “Tolleranza Zoro”):

«Con la posta di Zoro, comincia da oggi [20 giugno 2008] la sua collaborazione con ‘il Riformista’ Diego Bianchi, uno dei più seguiti blogger italiani. Come è finito a scrivere sul ‘Riformista’, lo racconta nel suo primo articolo, oggi in prima pagina. “Una sera mi sono ritrovato in uno studio tv con Polito. Gli ho detto che, secondo me, la gente non capisce cosa significhi la parola ‘riformista’ e che forse anche per questo ‘Il Riformista’ vende poche copie. Dopo la trasmissione mi hanno offerto una rubrica”» [10]. 

È il 2011: il quotidiano vende sempre meno. L’anno successivo interrompe le pubblicazioni.

L’era Sansonetti

«Il presidente della Finanziaria Tosinvest, Giampaolo Angelucci, ha reso noto in un comunicato “l’avvenuta cessione della testata Il Riformista da parte della TMS edizioni S.r.l. (società controllata da Tosinvest). La famiglia Angelucci, nella proprietà della testata dal 2003, augura ai nuovi editori i migliori successi”. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera la testata, ideata nel 2002 da Claudio Velardi e chiusa nel 2012, è stata acquistata dall’imprenditore Alfredo Romeo, a dirigerla andrà Piero Sansonetti, il 20 luglio sarà online e da settembre in edicola» [11].

L’era Sansonetti del quotidiano, che fu diretto da Polito, può (ri)partire. Archiviata la stagione di ‘Liberazione’ (il fu organo di stampa di Rifondazione comunista) e le esperienze di: ‘L’altro’, ‘Gli altri’, ‘il Dubbio’, ‘l’Ora della Calabria’ e ‘Cronache del Garantista’, il nuovo direttore esordisce con una conferenza stampa in cui annuncia la presenza di grandi nomi che lo avrebbero coadiuvato nella vita della testata: Fausto Bertinotti e Roberto Brunetta. Nessuna meraviglia per l’accostamento che un tempo avrebbe potuto essere ossimorico: l’ex segretario di Rifondazione ora è di casa al Meeting di Rimini.

«Il Riformista guarda a un’area di centrosinistra e riformista, appunto, che non vuole essere dominata dalla paura, dall’astio verso gli altri, dalla vergogna della ricchezza» [12], sanciva Sansonetti nel corso della conferenza stampa di presentazione del quotidiano.

Dal ‘Corriere della Sera’ dell’ottobre 2019: 

«Martedì 29 ottobre torna in edicola (e online) il quotidiano il Riformista che negli anni ha fatto parlare di sé sotto le direzioni autorevoli di Antonio Polito, Paolo Franchi, Stefano Cingolani, Stefano Cappellini ed Emanuele Macaluso e che rinasce per iniziativa dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo» [13]. 

Rimane, ad ogni modo, il disegno dell’uomo col cannocchiale nella testata, simbolo del quotidiano.
L’attuale testata del quotidiano

«Indicativa la lista delle firme coinvolte: Tiziana Maiolo, Fabrizio Cicchitto, Stefano Ceccanti, Maria Elena Boschi, Luigi Marattin» [14], condirettrice Deborah Bergamini, parlamentare in quota Forza Italia.

Cose in grande
Un anno dopo il ritorno in edicola del foglio bicolore arancio-nero, viene realizzata un’edizione del lunedì totalmente dedicata all’economia il cui direttore è Renato Brunetta e nella direzione scientifica popolano nomi come Sabino Cassese, Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria e Marco Bentivogli [15].

«Il primo numero avrà 12 pagine e affronterà il tema delle riforme. Di quelle che non vengono fatte e di quelle che vanno fatte. Del prezzo che hanno le mancate riforme. Delle condizioni politiche che servono per realizzarle. Ci saranno articoli di intellettuali, giuristi, politici, economisti di diverse opinioni politiche […] diretto da Renato Brunetta nel primo numero scrive una lettera aperta al premier Giuseppe Conte, al quale offre collaborazione e suggerisce di non “ballare da solo”» [16].

Presentazione del ‘Riformista’ del lunedì dedicato all’economia

Passa solo un mese e Brunetta lascia.

«Quando quattro mesi fa l’editore Romeo, che ringrazio, e i direttori Sansonetti e Bergamini mi hanno chiamato per propormi questa sfida, ho detto subito di sì. Ci abbiamo lavorato tutti insieme e abbiamo messo in piedi un piccolo gioiello. Finora sono usciti quattro numeri, che sono costati tanta fatica, e tanta intelligenza. Ho scoperto, però, che questo tipo di attività, già dal mese di giugno per preparare i numeri zero, ha assorbito tutto il mio tempo disponibile, togliendomene anche all’attività politico-parlamentare. Questo non è giusto. Io ho un impegno con i miei elettori, che devo rappresentare al meglio, con tutte le mie energie, fino alla fine del mandato. Pensavo che le due attività fossero compatibili e complementari, mi sono reso conto che questo non è possibile» [17].

Due anni dopo andrà via anche da Forza Italia dopo esserne stato figura di spicco e dirigente del partito, nonché più volte ministro.

Matteo Renzi direttore (anche se non è giornalista)
Nella giornata del 5 aprile viene ufficializzato il passaggio nella direzione del ‘Riformista’ in una conferenza stampa alla presenza dell’attuale direttore Piero Sansonetti, di quello futuro (nonché senatore della Repubblica e conferenziere in giro per il mondo) Matteo Renzi, dell’editore Alfredo Romeo [18].
Secondo Sansonetti: «Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con ‘L’Unità’ e ‘Il Riformista’. L’idea di Renzi è stata geniale» [19], ha dichiarato nel corso della conferenza stampa tenutasi presso la Sala Stampa Estera.
Chi pensava a un imminente addio alla politica, come aveva affermato Renzi stesso all’indomani dalla sconfitta del referendum quando era Primo Ministro, ha evidentemente frainteso il messaggio.

Mikebongiornianamente Renzi non lascia: raddoppia e assume una carica che, vien da pensare, sarà ritagliata precisamente per lui, non essendo iscritto all’Ordine dei giornalisti ma essendo stato appena designato come tale.

Apprezzamenti giungono anche dal fondatore del “primo” ‘Riformista’ Claudio Velardi:

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!» [20].

Si parlerà di tutto perché sarà un “quotidiano riformista nel vero senso della parola” ma non dei processi del futuro direttore:

«Saremo più moderati, non faremo ‘titoli sobri’ come Sansonetti… L’attenzione che il ‘Riformista’ darà al mio processo, Open, sarà molto scarsa. Non so se saremo all’altezza del ‘Riformista’ di Sansonetti nell’affermazione della cultura garantista».

La parabola del ‘Riformista’ parrebbe rientrare pienamente in una di quelle che si studiavano sui banchi di scuola: discendenti. In questo caso anche piuttosto ingloriose. Così come quella di un quotidiano diretto da un non-direttore. Perfetto per una non-informazione. 

 

Note:

1 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
2 Verdi e Pdci si presentarono nelle liste dell’Ulivo in tutti i collegi del Senato della Repubblica. Alla Camera, invece, il Pdci si sfilò dalla lista comune Verdi e Socialisti democratici italiani “Il Girasole” e corse in alleanza del centrosinistra ma fuori dalla “bicicletta” tra ‘sole-che-ride’ e Sdi.
3 Ottavio Ragione, E Velardi fa pubbliche relazioni, 6 ottobre 2002, «la Repubblica».
4 Macaluso fu poi articolista di spicco del quotidiano diretto da Ferrara.
5 Curiosità: sul sito web, archiviato dal repository “Web archive”, la testata è denominata “Il nuovo Riformista”, sebbene venga citato – ed è stato registrato – con il nome “Il Riformista”.
6 Redazione, Il Riformista in festa, brindisi con i «rivali» del Foglio, 19 dicembre 2002, «Corriere della Sera».
7 Ministro dell’economia e delle finanze in Francia dal 2012 al 2014, responsabile della campagna elettorale di François Hollande (Parti Socialiste). Nel 2014 viene indicato come Commissario europeo per gli affari economici e monetari della Commissione Europea retta da Jean-Claude Juncker.
8 Interessante, a tal proposito, il retroscena di Maria Teresa Meli del 27 aprile 2008. Recita lo strillo in prima pagina: «Walter, il Riformista e le manovre nel Pd»: «Smussare gli angoli, minimizzare, addirittura far finta di niente. Finora di fronte a una critica rivoltagli tra le pareti domestiche del centrosinistra, Walter Veltroni ha sempre seguito questa linea di condotta. Ma ieri sull’Unità ha attaccato il Riformista, quotidiano in odor di dalemismo».
9 Redazione, Velina rossa e il Riformista «duello» su D’Alema, 22 novembre 2002, «Corriere della Sera».
10 Il blog di Zoro diegobianchi.com purtroppo non è più visibile, tuttavia sul repository “Web archive” sono contenuti vari fotogrammi e articoli (tra cui molti della rubrica sul Riformista) da egli scritti.
11 Redazione, Tosinvest cede il Riformista, 9 luglio 2019, «Prima Comunicazione online».
12 Redazione, Torna “Il Riformista”. Lo dirigerà Piero Sansonetti, 5 luglio 2019, «Huffington Post».
13 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
14 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
15 Riccardo Amati, Dal 21 settembre in edicola ogni lunedì Il Riformista Economia, 10settembre 2020, «il Riformista».
16 Redazione, Arriva Il Riformista Economia, da oggi in edicola, 19 settembre 2020, «il Riformista».
17 Renato Brunetta, Perché lascio la direzione del Riformista Economia, 13 ottobre 2020, «il Riformista».
18 «Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista», ha dichiarato Alfredo Romeo nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore Matteo Renzi il 5 aprile 2023.
19 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
20 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

Tutte le foto inserite nello scritto sono di proprietà del sito del quotidiano ‘il Riformista’ e da lì sono state tratte (a cui si viene rimandati se vi si clicca).

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Cospito torna in ospedale. Avv. Rossi Albertini: «Non ha alcuna vocazione suicida. La sua è una battaglia per la vita» – Atlante Editoriale

Posted on 2023/03/11 by carmocippinelli

Scomparso dalle prime pagine dei principali giornali nazionali, la notizia del nuovo trasferimento di Alfredo Cospito al padiglione detenuti dell’Ospedale San Paolo del carcere di Opera, è finito nelle pagine interne. Sporadiche eccezioni quelle di quotidiani sempre più rari a trovarsi nelle edicole come «Il Dubbio» e «Il Riformista». Nella foliazione del «Corriere della Sera» [7 marzo] la notizia del trasferimento scivola alla pagina 18. 

 
La situazione di salute peggiora

Eppure la situazione è molto grave. Nella mattina di martedì 7, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, intervistato da «SkyTg24» si è detto stupito di aver appreso la notizia del trasferimento dagli organi di stampa: «Ieri mattina [6 marzo] ho parlato con Cospito al carcere di Opera. È molto provato: sono più di 5 mesi che è in sciopero della fame. Ad oggi ha sorpreso tutti i sanitari riguardo la sua tenuta. La dottoressa Milia, il primo medico [che visitò Cospito nel carcere di] Sassari disse che era sconcertata già a Dicembre/Gennaio».

Il trasferimento, ad ogni modo, il legale lo spiega così: «Penso che abbiano allarmato i valori del potassio [di Cospito] poiché abbiamo appreso – nel corso del tempo – che è un valore importante per il corretto funzionamento del muscolo cardiaco» dal momento che quel valore dovrebbe essere legato agli integratori salvavita che «Cospito rifiuta da quando ha appreso della notizia del rigetto della Corte di Cassazione».

Rossi Albertini lo descrive come «lucido e coerente». E, anzi, scaccia via ogni tipo di interpretazione riguardo l’azione del suo assistito. Nella lettera scritta dallo stesso Cospito dal carcere di Opera, e diffusa dalla stampa nazionale nei primissimi giorni del mese di marzo, l’anarchico scrive che sì, si dichiarerebbe pronto a morire ma perché, si legge: «sono convinto che la mia morte porrà un intoppo a questo regime e che i 750 che lo subiscono da decenni possano vivere una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa abbiano fatto. Amo la vita. Sono un uomo felice. Non vorrei scambiare la mia vita con quella di un altro. E proprio perché la amo non posso accettare questa non vita senza speranza».
Congedandosi con la formula: «Grazie compagni-e del vostro amore. Sempre per l’anarchia. Mai piegato».

L’intervento internazionale
«Come rimedi interni siamo giunti alla conclusione», ha ribadito a «SkyTg24» il legale Rossi Albertini, richiamando l’eco della vicenda internazionale, «anche perché altrimenti il comitato dell’Onu non si sarebbe potuto esprimere».
A cosa si sta facendo riferimento? Rossi Albertini stava chiamando in causa la dichiarazione dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani che il 1 marzo [2023] ha inviato allo Stato italiano la richiesta di applicazione di misure cautelative relative la detenzione al 41 bis per Alfredo Cospito. Il documento [1], recapitato all’avvocato Flavio Rossi Albertini, è stato diffuso nelle ore successive all’invio tramite l’associazione ‘A buon diritto’ di cui Luigi Manconi (già Senatoore della Repubblica e vicino al Partito radicale) è presidente.

No a trattamenti inumani e degradanti
In particolare il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto all’Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali e degli articoli 7 e 10 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, riguardo le condizioni di Cospito.
L’articolo 7 riguarda strettamente il divieto di tortura e trattamenti o punizioni disumane o degradanti mentre l’articolo 10 riguarda l’umanità di trattamento e di rispetto della dignità umana di ogni persona privata della libertà personale [2].

“Battaglia per la vita”
«Non ha alcuna vocazione suicida – ha proseguito Rossi Albertini – Cospito sta conducendo una battaglia per la vita contro il regime di 41bis».
Adesso rimane solo la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) a doversi esprimere sul caso.

“La minaccia anarchica”

Eccezion fatta per gli articoli di questi giorni apparsi sui quotidiani nazionali, «La Stampa» su tutti per appartenenza geografica, riguardo gli scontri avvenuti nel primo fine settimana di marzo nel capoluogo piemontese tra anarchici e forze dell’ordine, la notizia è un’altra. Non arrivata al cospetto della grande stampa, se non seguendo il corso di un fiume carsico. Pronta, cioè, a riemergere nel caso la situazione degenerasse nel brevissimo periodo. Stiamo parlando della «Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza» [3] relativa all’anno appena trascorso, presentata al Parlamento nella scorsa settimana e per cui la sola Claudia Fusani sul «Riformista» si è pre-occupata di dar conto. Nel documento si legge che sì, le organizzazioni anarchiche hanno ritrovato vigore e attivismo in relazione alla vicenda Cospito ma, si legge: «nulla fa registrare una saldatura operativa con altre formazioni criminali». [4]

Nella conferenza stampa di presentazione del documento, Mario Parente (direttore dell’Agenzia di informazioni e sicurezza interna) ha dichiarato: «Non ci sono elementi che indicano saldature tra gli anarco-insurrezionalisti ed altre realtà criminali» [4].

Note
[1] https://www.abuondiritto.it/storage/app/media/notizie/CCPR%204323-2023.%20A%20docx.pdf

[2] https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/international-covenant-civil-and-political-rights

[3] Qui il documento integrale con le grafiche presentate nel corso della conferenza stampa: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2023/02/Relazione_annuale_2022_interattiva.pdf

[4] Claudia Fusani, Cospito, l’intelligence smentisce Donzelli, mercoledì 1 marzo 2023, «Il Riformista».

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Né Schlein, né Meloni: prima di loro Aglietta (Partito radicale), D’Angeli (Sinistra Critica) ma anche Grazia Francescato (Verdi)

Posted on 2023/02/28 by carmocippinelli

Tra la Presidente del Consiglio dei Ministri e la nuova segretaria del Partito democratico c’è un abisso. Anzi, tre. Si chiamano Adelaide Aglietta, Flavia d’Angeli e Grazia Francescato.

« La sua carriera è stata rapidissima. È entrata nel Movimento per la liberazione della donna (Mld), è diventata segretaria regionale del Piemonte e da settembre è la vicesegretaria del partito. Alle elezioni del 20 giugno è stata la prima non eletta dei candidati radicali». 

Non è il 2023 ma è il 1976: un’altra Italia, un altro contesto politico internazionale e, con tutta evidenza, un’altra morale collettiva. 

Il «Corriere della Sera» di quel giorno, venerdì 5 novembre 1976, pone l’articolo (con foto) al centro di pagina 11: «Adelaide Aglietta è la prima donna segretaria di un partito».

L’articolo è stato scritto da Giovanni Russo e si legge ancora: 

«Prima di diventare radicale aveva sempre votato per il Partito socialista italiano (Psi), ma sempre meno convinta. Durante la battaglia per il referendum, si è avvicinata al partito radicale compiendo non solo una scelta politica ma ache una scelta di vita. Dice: “C’è stata così anche una mia crescita personale”». 

La conferenza stampa di presentazione quel giorno avvenne alla presenza di un contestato ma sempre leader del partito Marco Pannella e del vice segretario Gianfranco Spadaccia che Walter Tobagi avrebbe descritto come “il solito” al congresso dell’anno successivo in merito a una vicenda legata al finanziamento pubblico del gruppo parlamentare (ma non del Partito).

Tornando ai nostri giorni: dalla vittoria alle politiche di Meloni, alla scalata di Schlein, i quotidiani si sono sperticati in lodi tanto nei confronti dell’una quanto dell’altra esponente politica: la prima donna Presidente del consiglio dei ministri e leader di un’organizzazione politica e la prima donna segretaria di un partito di sinistra. 

Come detto prima, dunque, vale la pena ricordare che la primissima segretaria di partito si chiamava Adelaide Aglietta: nel 1976 successe a Gianfranco Spadaccia nella direzione del Partito radicale. All’età di 36 anni e con due figli (guai se allora le si fosse dato della “giovane ragazza” come più volte attribuito a Schlein nel corso dei notiziari televisivi e radiofonici) aveva ricevuto l’onore e l’onere di dirigere il Pr di Marco Pannella: «eletta all’unanimità meno un voto», riporta il pomeridiano «Corriere dell’informazione» del 4 novembre di quell’anno.

E ancora: nel 2008 è il momento di Flavia d’Angeli: portavoce di Sinistra Critica, organizzazione della sinistra trotskysta in vita fino al 2013 e tra le più attive della stagione della balcanizzazione della Rifondazione comunista post bertinottiana [1].
I grandi media avevano già preso ad ignorare le posizioni politiche non-mainstream, dunque di Flavia d’Angeli ci sono solamente dei “francobolli” apparsi su quotidiani nazionali, come quello apparso su «Repubblica» all’indomani delle elezioni del 2008 (quelle della “Sinistra Arcobaleno”): 

«Flavia D’ Angeli candidata premier, Franco Turigliatto capolista al Senato in tutte le regioni. Sinistra Critica, il movimento politico trotzkista, ha deciso di indicare una donna per Palazzo Chigi. La D’Angeli ha 34 anni, è laureata in lettere ed è stata impegnata nei movimenti studenteschi e in quelli anti-globalizzazione. Ha ricoperto l’ incarico di coordinatrice dei giovani di Rifondazione comunista a Genova nel 2001 e al Forum sociale di Firenze nel 2002. Dopo l’uscita di Sinistra critica da Rifondazione si è licenziata dal partito e ora è insegnante precaria di materie umanistiche».

Ancora una
C’è spazio per un’altra donna ancora: si tratta di Grazia Francescato. Eletta portavoce della Federazione dei Verdi durante la fase di transizione del partito, diviso tra il cammino in autonomia e il percorso con Sinistra ecologia libertà [un po’ di articoli su quegli anni, dal 2009 al 2011 e sulle conseguenze che ha avuto in quell’area li trovate qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search?q=Sinistra+ecologia+libert%C3%A0].

«Con trecento voti su 507 delegati, Grazia Francescato è stata eletta
nuovo presidente dei Verdi. Prende il posto, dopo un regno durato sette
anni, di Alfonso Pecoraro Scanio che si era dimesso dopo il disastro del
voto di aprile [Sinistra arcobaleno]. La votazione a scrutinio segreto ha chiuso nei fatti un
congresso pieno di tensioni, attese e che doveva regolare conti in
sospeso». 

È quanto raccontava Claudia Fusani su «Repubblica» il 19 luglio 2008, in cui la giornalista (ora al «Riformista») dava conto dei rispettivi congressi del Partito dei comunisti italiani (Pdci) e della formazione ecologista, uscite con le ossa rotte dopo le politiche di quell’anno. 

Curioso il dato che viene citato da Fusani nell’articolo:

«Nella sua mozione raccoglie l’anima più radicale del partito, da Paolo
Cento a Loredana de Petris, da Gianfranco Bettin a Angelo Bonelli
(molto fischiato). Quello di Francescato è un mandato di continuità
con la vecchia presidenza e anche un mandato ponte, fino alle Europee.
Per vedere cosa succede a sinistra dopo le macerie del voto di aprile». 

[1] La conferenza nazionale del 2013 si divise in due documenti contrapposti con pari sostenitori e si decise per lo scioglimento. Ne nacquero due organizzazioni: Solidarietà Internazionalista (gruppo d’Angeli) e Sinistra Anticapitalista (Gruppo Turigliatto), il secondo è tutt’ora attivo e ha fatto campagna elettorale per Unione popolare alle elezioni politiche del 2022.

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