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Tag: politica

È l’apparato che (non) cambia nella forma e nel colore – Atlante Editoriale

Posted on 2023/02/28 by carmocippinelli

Margine ampio ma non schiacciante, c’è già chi si è affrettato (eccessivamente, ad avviso di chi scrive) a parlare di “rivoluzione politica interna”. Finisce 53,8% a 46,2% per Elly Schlein, al secolo Elena Ethel Schlein, vice presidente dell’Emilia-Romagna, nata in Svizzera ma anche «nativa democratica», per citare la risposta che fece discutere in diretta da Gruber a “Otto e mezzo” per cui la giornalista le chiese se si dichiarasse comunista. La risposta che ne seguì fu il balbettìo che poi fece il giro delle agenzie stampa:

«Sono una nativa democratica ma [lo sono] per ragioni anagrafiche: sono nata nel 1985 e non ho potuto aderire al Partito comunista italiano».

Il giorno seguente Michele Prospero su «Il Riformista» scrisse quello che circolava nella ‘vox populi’ dell’opinione pubblica a seguito di quanto detto da Schlein: 

«Lei che è venuta al mondo dopo Locke, Constant, Tocqueville non potrebbe dare un giudizio valutativo neppure sul liberalismo. E una stizzita astensione, nel classificare le cose e i movimenti politici, dovrebbe dichiararla anche sulle correnti democratiche o autoritarie sorte prima del fatidico 1985, quando matura il tempo del giudizio» [1].

Outsider?

Ribaltato il voto dei circoli: il parziale era del tutto favorevole al presidente emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini. C’è sempre una prima volta, anche per il Partito democratico: dalla prima tornata relativa alle primarie non era mai capitato che un segretario, più votato tra i circoli, non risultasse, poi, il segretario eletto.

Da più parti sulla stampa nazionale s’è parlato di ‘outsider’ (riguardo Schlein) per il Pd, non avendo ri-preso la tessera del partito al momento dell’elezione alla Camera dei Deputati. Ma è davvero così? 

 

La risposta potrebbe essere negativa e monosillabica. Il ‘volto nuovo’ del Partito democratico ha in Francesco Boccia il proprio coordinatore della mozione. Esponente di lungo corso, tutt’altro che “volto nuovo”, il senatore, già deputato di “Democrazia è libertà” (cioè “La Margherita), già ministro per gli affari regionali nel Governo Conte II, al «Corriere della Sera» di lunedì 27 [febbraio 2023] dice: «Schlein lavora per unire i progressisti, per tenere insieme per la prima volta la sinistra larga» ma anche «la rottura dell’alleanza coi 5 stelle ci ha fatto perdere le elezioni» [2] e il senatore punta alle elezioni europee.

Se non basta il nome di Boccia a suffragare l’ipotesi della non-novità di Schlein per il Pd, ci pensano i nomi che circolano per la composizione della sua segreteria per cui potrebbe esserci spazio per gli esponenti di Mdp-Articolo1 (Stumpo e Scotto): usciti e rientrati. Come la stessa neo-segretaria, d’altra parte: da occupante (simbolica, ça va sans dire) della sede del partito nel 2012 a fuoriuscita col gruppo di Civati, per poi fondare l’ormai celeberrima “Emilia Coraggiosa” che ha corso in alleanza con Stefano Bonaccini alle precedenti regionali. Ci sarebbe posto anche per la comasca Chiara Braga (deputata alla quarta legislatura) e per Marco Furfaro, escluso sia da Sel che dall’esperienza della “lista Tsipras”, ora potrebbe riuscire a trovare la sua collocazione.

Guai a chiamarlo “apparato”…
Stando a quel che scrive Lorenzo Salvia sul «Corriere» la neosegretaria pare abbia riferito che non avesse assicurato nulla né a Romano Prodi, né a Dario Franceschini o Nicola Zingaretti, né ad Andrea Orlando in caso di una sua vittoria. Certo è che lo stesso segretario dimissionario Zingaretti ha sostenuto Schlein fin dal 30 gennaio, così come Romano Prodi ha manifestato fin dalle prime battute il proprio apprezzamento per la nuova esponente ‘giovane’ (sebbene sia alla soglia degli -anta) tornata in seno al Partito democratico dopo l’esperienza con Possibile.

…ma anche “guai” a chiamarla rivoluzione
Schlein si è affrettata a considerare la vittoria della sua mozione «una piccola rivoluzione» [3] per il Partito democratico. La parola ormai è maneggiata da chiunque (si pensi a Gianfranco Rotondi e alla sua formazione politica “Rivoluzione cristiana”), tuttavia stride fortemente l’accostamento alla pratica di sovversione dello stato di cose presenti con quanto realizzato dalla stessa segretaria: rientrare nel Partito democratico e accasarsi con una porzione d’apparato per tentare la scalata non rappresenta certo la vittoria delle masse quanto piuttosto il prevalere di un piccolo interesse di parte.

A tal proposito vale la pena rammentare al lettore cosa disse in un confronto informale (ma diventato allora virale su internet e sulla maggior parte dei social media) con Matteo Salvini a San Giovannni in Persiceto durante le regionali in Emilia Romagna. L’allora ‘cavallo buono’ del centrodestra impiegò 80 secondi netti per rispondere all’esponente della lista “Coraggiosa” – e tentare di liquidarla – mentre la futura vice presidente di regione chiedeva come mai non si fosse presentato alle riunioni di commissione in sede europea riguardo i trattati di Dublino. La motivazione di tale incalzare è sintetizzato da quanto pronunciato da Schlein prima che Salvini si dileguasse: «Le norme si cambiano ai tavoli: è facile fare i tweet però quando c’è da cambiare le cose non vi si vede mai» [4].
Se le norme si cambiano ai tavoli, il senso ultimo della rivoluzione è svuotato fin dalle radici.

L’unica prospettiva è – come è sempre stata dalle parti di Via del Nazzareno – quella di rappresentare una parte consistente di sinistra liberale, continuando a non mostrare neanche come ‘legittima’ una posizione diversa dalla propria. Condannandola, perfino.

Prima separazione: si chiama “Tempi nuovi”

Le primarie sono un gioco al rialzo pericoloso, specialmente quando si è in un partito che ha fatto della privazione di identità e del “ma anche” la propria ragion d’essere. Le dichiarazioni di entrambi i candidati alla segreteria, però, nonostante il gioco al rialzo per apparire (anziché essere) diversi da come si comporteranno realmente, hanno causato fin da subito malumori in seno all’area cattolica.

A rompere per primo è l’ex ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni che, in un’intervista rilasciata a «Tv2000» ha affermato: 

«È un Partito democratico distinto e distante da quello che avevamo fondato […] che metteva insieme culture politiche diverse dalla sinistra al centro, con i cattolici democratici, i popolari e “la Margherita”. Oggi legittimamente diventa un partito di sinistra che nulla a che fare con la nostra storia, con i nostri valori e la nostra tradizioni». 

L’ex ministro ha poi proseguito: 

«Nel Pd rientrano Bersani e Speranza che erano usciti perché il Pd era troppo di centro ed oggi si trovano a casa loro in un partito di sinistra, noi costruiamo una nostra area per continuare ad essere orgogliosamente quello che siamo sempre stati».

La nuova ‘casa’ si chiama “Piattaforma popolare – Tempi nuovi” ma che non gli si dia la patente di partito, si chiama «network»:

«è il ‘network’ dei cattolici e democratici […] la casa di tutti quei popolari e cattolici che sono stati marginalizzati e allontanati sia dalle formazioni politiche di sinistra che da quelle di destra» [5].

La prima donna segretaria di partito: né Schlein, né Meloni

Dalla vittoria alle politiche di Meloni, alla scalata di Schlein, i quotidiani si sono sperticati in lodi tanto nei confronti dell’una quanto dell’altra esponente politica: la prima donna Presidente del consiglio dei ministri e leader di un’organizzazione politica e la prima donna segretaria di un partito di sinistra. Vale la pena ricordare che la primissima segretaria di partito si chiamava Adelaide Aglietta: nel 1976 successe a Gianfranco Spadaccia nella direzione del Partito radicale. All’età di 36 anni e con due figli (guai se allora le si fosse dato della “giovane ragazza” come più volte attribuito a Schlein nel corso dei notiziari televisivi e radiofonici) aveva ricevuto l’onore e l’onere di dirigere il Pr di Marco Pannella: «eletta all’unanimità meno un voto» [6], riporta il «Corriere della Sera» del 4 novembre di quell’anno.

E ancora: nel 2008 un’altra figura femminile di riferimento per una parte politica, quella della sinistra trotskysta, fu quella di Flavia d’Angeli: portavoce di Sinistra Critica, organizzazione in vita fino al 2013 [7] e tra le più attive della stagione della balcanizzazione della Rifondazione comunista post bertinottiana. 

Note:
[1] Michele Prospero, Se Elly Schlein punta alla segreteria del PD studi prima la storia del PCI…, 6 dicembre 2022, «Il Riformista».
[2] Monica Guerzoni, «È l’ora di nuove scelte. Rompere con il M5S ci è costato le politiche», 27 febbraio 2023, «Corriere della Sera».
[3] Redazione Repubblica Tv, Primarie PD, Schlein: “Abbiamo fatto una piccola grande rivoluzione”, 27 febbraio 2023, «La Repubblica».
[4] Antonella Scarcella, Botta e risposta Schlein a Salvini: “Perché non venivate alle riunioni su Dublino?”, 21 gennaio 202, «Bologna Today».
[5] Redazione, Pd, Fioroni: “Partito di sinistra distinto e distante da noi. Nasce nuovo network cattolici”, 27 febbraio 2023, «Tv2000».
[6] s.n. La prima donna segretario di un partito, 4 novembre 1976, «Corriere della Sera».
[7] La conferenza nazionale del 2013 si divise in due documenti contrapposti con pari sostenitori e si decise per lo scioglimento. Ne nacquero due organizzazioni: Solidarietà Internazionalista (gruppo d’Angeli) e Sinistra Anticapitalista (Gruppo Turigliatto), il secondo è tutt’ora attivo e ha fatto campagna elettorale per Unione popolare alle elezioni politiche del 2022. 
 
Pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/schlein-e-lapparato-che-non-cambia-nella-forma-e-nel-colore/

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Il controllo sociale ai tempi del virus, nonché del “capitalismo della sorveglianza” *

Posted on 2020/03/14 by carmocippinelli

Il «manifesto» di oggi [14/03/2020] pubblica un articolo siglato da Andrea Capocci (An. Cap.) che racconta di come la Corea del Sud stia agendo per fronteggiare la pandemia Coronavirus: «La Corea del Sud è un paese abbastanza simile al nostro per popolazione e superficie: un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220 mila chilometri quadrati, contro i 301 mila italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46. Come si spiega che lo stesso virus abbia una così diversa letalità in due contesti analoghi?».
I numeri posti al di sopra dell’articolo consegnano al lettore un momento di riflessione riguardo il dilagarsi del contagio nel paese diviso al 53esimo parallelo: «in Corea del Sud ci sono 8.000 casi censiti contro i 15.000 dell’Italia ma i morti qui sono solo 71». 


La connessione tra controllo e Coronavirus 
Il controllo sociale, come riporta il titolo dell’articolo, è stato utilizzato per abbassare i numeri del contagio ed evitare la massiccia propagazione del CoVid-19: «Per capire con quali persone un paziente è entrato in contatto […] sono stati usati i tracciati gps dei telefoni, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. […] Per ottenere queste informazioni sono state integrate le banche dati della polizia, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie, delle autorità finanziarie».
La diffusione del contagio può essere fermata, dunque, qualora si entri nella vita di tutti i giorni della popolazione, in questo caso sudcoreana, che nel corso degli ultimi dieci anni si è largamente dotata di uno smartphone ad uso personale o lavorativo. 
La questione sembra essere ininfluente ai fini del dibattito politico o pubblico, tuttavia, spesso abbiamo avuto modo di ascoltare – da amici, colleghi di lavoro, parenti – frasi simili a questa: “non importa che io venga tracciato, le mie mail spiate o accenda costantemente la posizione e Google mi mandi resoconti della mia “attività”: non ho nulla da nascondere”. 
Sentenza priva di ogni senso, o meglio, con un significato ben preciso: la totale inconsapevolezza dell’“utilizzatore finale” di dispositivi elettronici a cui è obbligatorio associare un account Google, iCloud e, prima che terminasse il supporto sui propri dispositivi, Windows mobile. 
L’Ovra o la Gestapo ne sarebbero stati felicissimi. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Al momento della diffusione del virus Mers-CoV *, a ridosso del 2012, la Corea del Sud ha registrato il maggior numero di casi dopo l’Arabia Saudita: all’epoca il governo fu criticato per aver negato la concessione di informazioni, come ad esempio i luoghi visitati dai pazienti per contenere il contagio del virus.
La legge è stata modificata al fine di autorizzare gli investigatori ad entrare nei dispositivi elettronici della popolazione: nell’articolo del giornalista Capocci del «manifesto» non è stato fatto cenno alle aziende produttrici dei sistemi operativi degli smartphones proprio perché, a causa di un analogo caso di emergenza di coronavirus, il Governo sudcoreano è corso ai ripari modificando la norma.
Nei dispositivi elettronici della popolazione sudcoreana – riporta la BBC – arrivano notifiche come questa: «Un uomo di 43 anni, residente nel distretto di Nowon, è risultato positivo al coronavirus».
«Questi avvisi – scrive Hyung Eun Kim della BBC coreana – appaiono in continuazione sugli smartphones della popolazione indicando dove una persona è stata infetta e quando […] non viene fornito alcun nome o indirizzo ma spesso si riesce a ricollegare conoscenze, luoghi visitati e, dunque, ad identificare le persone: in molti casi si sono ricostruiti adulteri consumati in hotel a ore»**.
Il problema legato alla discrezionalità di queste informazioni è tema di indubbio interesse e alla portata di qualsiasi lettore che sappia andare oltre la stupidità della stantìa frase “non ho niente da nascondere”: il mondo transnazionale legato alla interconnessione di utenze mail e navigatori gps inseriti in dispositivi telefonici, unite da un lato alla pratica sempre più diffusa da dedali di “aziende terze” che si preoccupano di profilare gli utenti e, dall’altra, la crescente attenzione da parte dei governi democratico-liberali, desta più di qualche interrogativo.
È evidente che, nel corso degli anni, l’utilizzo degli smartphones, giustapposto all’affinamento, al perfezionamento degli usi che un utente può farvi, alla sempre più duttile utilità dei sistemi operativi ivi installati, ha assunto un ruolo sempre più predominante nella vita della popolazione.
Il sistema che ne è venuto fuori è quello di una pervasività totale all’interno delle nostre vite: il capitalismo entra, così, a gamba tesa in ogni aspetto della giornata di ogni singolo individuo.
Basta concedere l’accesso della posizione del proprio dispositivo e quello del microfono e il gioco è fatto: la profilazione è totale e ogni nostra azione è monitorata in ogni singolo istante.

Spesso riteniamo come la connessione dati sia indispensabile per la vita di tutti i giorni, anche per le operazioni più semplici legate a necessità immediate: falso.
Il bisogno indotto da strumenti sempre più pervasivi nella nostra quotidianità ha fatto in modo che si arrivasse a percepire come necessaria l’interrogazione a Google in un qualsiasi aspetto della nostra giornata: che sia l’indicazione stradale o che sia la trasmissione dei dati personali per il contrasto del coronavirus. La risultante è, tuttavia, quello di una massificata profilazione di utenti informatizzati che posseggono uno smartphone e che, in questo specifico caso nordcoreano, hanno contratto il virus.
Si potrebbe certo sostenere che l’azione messa in atto dal governo sudcoreano è senza dubbio efficace: si notificano a tutti i dispositivi connessi ad internet notizie certificate dal Ministero preposto al fine di informare cittadine e cittadini riguardo il contagio di una data persona in una certa zona del paese.
La partita di giro è molto più imponente di quel che si voglia pensare: in cambio del proprio servilismo a sistemi operativi a cui abbiamo concesso l’uso della nostra intimità (voce e iride due aspetti su tutti) e delle nostre azioni quotidiane, possiamo essere informati sulla progressività del contagio del coronavirus, al netto degli “effetti indesiderati”, come quel che è avvenuto il 18 febbraio a seguito di una notifica che riguardava il contagio di una donna di 27 anni.
La donna lavorava allo stabilimento Samsung di Gumi e la notifica «ha riportato che alle 18:30 di sera del 18 febbraio» si sarebbe incontrata con una sua amica che aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji***, il vettore di maggior diffusione del contagio nel Paese: «il sindaco di Gumi ha diffuso il suo nome su Facebook e i residenti della città, in preda al panico, hanno iniziato a commentare sulle reti sociali in preda all’odio e alla psicosi: “dacci l’indirizzo del suo condominio”»****.
È arrivato, dunque, il momento di prendere in considerazione l’atto della disconnessione per avviarne un serio dibattito, da marxisti.

* Middle East Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria del Medio Oriente, detta anche “influenza dei cammelli”, responsabile della sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.
** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.
*** Il vettore di maggior diffusione del contagio
del virus è legato ad una congregazione cristiana che in Sud Corea è
considerata una setta, come ha riportato l’agenzia «Reuters» nei
primi giorni di marzo: «Il governo di Seoul ha aperto un indagine [1
marzo 2020 ndt] sul leader di una setta cristiana (Shincheonji
– Chiesa di Gesù al Tempio del tabernacolo e della testimonianza)
al centro del micidiale scoppio del coronavirus nel Paese» secondo
il governo sudcoreano «la chiesa era responsabile del rifiuto di
cooperare con le autorità al fine di fermare la malattia
»
dal momento che «una grande maggioranza degli oltre 4.000 casi
confermati di coronavirus, il numero più alto dopo la Cina, è stata
collegata alla Shincheonji, setta di cui è capo il fondatore Lee
Man-hee». Secondo il primo cittadino di Seoul Park Won-soon, se Lee
e gli altri leader della chiesa avessero collaborato, si sarebbero
potute mettere in atto efficaci misure preventive per salvare vite
che in seguito sarebbero morte in seguito alla contrazione del virus. 

Shangmi
Cha,
Murder probe sought for South Korea
sect at center of coronavirus outbreak
,
«Reuters», 2 marzo 2020,
<https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-southkorea-murder/murder-probe-sought-for-south-korea-sect-at-center-of-coronavirus-outbreak-idUSKBN20P07Q>.
**** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6425

Posted in capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, socialTagged capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, social

Corone senza re e senza regina

Posted on 2020/03/12 by carmocippinelli
L’informazione ai tempi del CoVid-19, o più comunemente chiamato Coronavirus, dà anch’essa i segni di uno squilibrio del tutto evidente. Nel gennaio di quest’anno, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai fatti che provenivano dalla Cina, a causa delle notizie riguardanti gli inizi del contagio dovuto dal Corona e anche dalle impressionanti immagini testimonianti la costruzione dell’ospedale di Wuhan, la città-simbolo della nuova pandemia. L’ospedale Leishenshan è stato costruito in 12 giorni, Huoshenshan in 10, tutto per far fronte alla rapidissima diffusione del nuovo CoVid-19: il primo nosocomio citato ha avuto l’immediato compito di fornire 1.600 posti letto supplementari per la città.
La costruzione di queste strutture ospedaliere ha fatto il giro del mondo: la Repubblica popolare cinese ha voluto trasmettere le immagini in ogni angolo della Terra per dimostrare la propria azione nei confronti di tutti gli altri paesi che proprio in quei giorni iniziavano a familiarizzare con quello che, nelle terre ben conosciute da Marco Polo, si è fronteggiato fin da subito.

                                 https://twitter.com/XHNews/status/1225786019825405952

Della Repubblica popolare cinese possiamo pensare tutto e il contrario di tutto: si tratta del primo stato comunista al mondo governato da un solo partito (il Partito comunista cinese) che ha mantenuto l’architrave statale socialista-comunista pur aprendosi – di fatto – all’economia di mercato, sviluppandosi anche imperialisticamente (citofonare Africa orientale), nonostante il mantenimento dei piani quinquennali, della produzione statale e soprattutto di massicci investimenti statali in ogni ambito della propria politica.
In nessun momento della vita dello stato cinese degli ultimi trent’anni vi è stato un taglio lineare, progressivo o «ai fini di razionalizzare la spesa» – come piace dire ai media italiani – che abbia colpito la sanità. Nessun taglio e nessun conseguente ripiegamento dello stato in funzione di un’intromissione di privati nell’architrave statale della sanità.
Il fatto politico e sociale è questo, ci piaccia o meno. 
La reazione italiana e dei media di prima serata ha rappresentato la negazione della realtà, come spesso i telegiornali delle venti sono soliti fare. Il Tg1 del 11/03/2020 ne è la riprova, così come l’approfondimento che ne è seguito, denominato Speciale Tg1, a cui ha preso parte il massimo dirigente dell’Istituto Spallanzani e un docente di Psicologia all’Università del Molise.
Parte il servizio di prima serata: la Lombardia è al collasso. La telegiornalista parla del progetto della regione per far sì che l’ex fiera di Milano, a due passi da San Siro, si possa trasformare in un mastodontico reparto di terapia intensiva. Al momento, però, i lavori non sono ancora iniziati.
E allora via al valzer dei potrebbe sorgere qui, a breve nascerà, il Presidente della Regione avrebbe individuato quest’area. Di certo ci sono solo i condizionali, di estremamente sicuro solo un pugno di illazioni. La telegiornalista prosegue: «la Fondazione Fiera vorrà fare come a Wuhan in Cina: costruire tutto in tempi record».
Nonostante in Cina non esista alcuna Fondazione che possa interferire con la sanità statale, nonostante in Italia si stia mettendo in atto proprio il contrario di quanto strutturato nella Repubblica popolare. Nonostante tutto è stato detto. Perché una cosa è certa: di fronte alla completa inanità delle istituzioni pubbliche e avendo provato sulla propria pelle l’autonomia regionale post-titolo V, un esempio e un termine di paragone è necessario. Anche se è ontologicamente agli antipodi. 
Posted in cina, coronavirus, italia, mercato, pandemia, politica, polpettoni, Post-it, sanità, statoTagged cina, coronavirus, italia, mercato, pandemia, politica, polpettoni, Post-it, sanità, stato

Piccolo prontuario di risposte (talvolta semiserie) per chi ha amici-parenti-conoscenti che mandano il cervello all'ammasso

Posted on 2019/07/12 by carmocippinelli
Mi è venuto in mente di redigere questo piccolo “prontuario” semiserio nel corso di questi giorni. Non ho inserito tutte le domande assurde che costantemente il nostro cervello è costretto ad ascoltare ma sono sicuro che da più parti mi verrà fatta notare qualche altro “botta e risposta” a cui non avevo prestato la giusta attenzione.
D: “La Lega ha preso i soldi dalla Russia, hai visto? Come il Partito comunista italiano, alla fine so la stessa cosa”.
R: “Tralasciando il fatto che si sta parlando di due ere politiche e storiche completamente agli antipodi, eviterei tale paragone anche solo alla lontana. Sarebbe come paragonare l’Imperatore Costantino e il Generale Cadorna, un po’ azzardato. Ma, battute a parte, non lo farei per una serie infinita di motivazioni di cui mi limito ad elencarne una sola. La Lega e il Partito comunista italiano rappresentano/hanno rappresentato due ideologie e modi di fare attività politica e sociale del tutto opposti fra loro e cercare di trovare un punto di connessione tra di essi per far apparire risibile tanto l’una quanto l’altra organizzazione è una pratica ignobile e senza alcun fondamento. Semmai è da interpretare come una prova del cinismo e dell’affarismo della Federazione Russa e di strati del capitalismo italiano (citofonare ad Arcore). La Federazione Russa, infatti, altri non è che uno stato capitalista ed imperialista al pari degli altri del blocco occidentale. Ricordare a costoro che l’Urss è caduta prima del nuovo millennio potrebbe giovare alla conversazione*”.
D: “Eh ma tanto Stalin e Hitler so’ uguali, il Fascismo alla fine era socialista perché Mussolini era socialista”
R: A costoro è meglio rispondere calcisticamente anziché realmente perché la capacità di comprensione dei processi globali, nonché quelli del loro condominio, è pari allo zero: «Anche Zeman ha allenato Roma e Lazio eppure non mi sembra che le due squadre possano essere sovrapponibili»”.

D: “Non serve a niente fa la differenziata tanto se non la fanno tutti non serve a niente”
R: “Vero, ma tu non la fai “perché gli altri non la fanno”, non perché tu lo ritenga inutile, che è ancora più grave perché denota un codismo alla massa perché ‘tanto lo fanno tutti’“
D: “Tu dici di essere contro l’Europa, ma pure Salvini dice di esserlo, alla fine avete le stesse posizioni”
R: Di solito chi pronuncia questa frase ha votato, nell’ordine: Berlusconi, Marchini alle comunali, Grillo, Renzi (“embè gli 80€”), Grillo e Salvini. A seconda dei mesi rientra nel campo degli “sfiduciati”. Non appena gli si fa notare che “Le posizioni sono del tutto diverse” lui controbatterà con “Se vabbè, mica posso statte a sentì a te, secondo me sete uguali”. E il “dibattito” – sostanzialmente – finisce qui. Una possibile risposta reale in tre parole sarebbe che “No, non abbiamo le stesse posizioni per il fatto che Salvini vuole mantenere tutto l’impianto dell’Ue così com’è e credere ad ogni sua dichiarazione è come andare in banca ad incassare un assegno a vuoto prendendosela con il tizio allo sportello perché ‘secondo me è incassabile'”.

D: “È innegabile che l’Italia sia invasa dagli immigrati”
R: “Il problema del paese, improvvisamente, diventa una parte minoritaria della nazione in quanto si preferisce additare lo strato più debole anziché guardare a chi – davvero – impoverisce il paese: oligopoli, corruttele, sistemi mafiosi sempre più estesi, clientelismo, evasione fiscale etc etc”
D: “Il lavoro manca perché ce lo rubano gli immigrati”
R: “Il lavoro manca perché per (ad es.) 100 persone che vanno in pensione non ne vengono assunte altrettante e chi lavora deve farlo per 3 mentre aumenta il numero di disoccupati – ovviamente. A questo si aggiunge uno strato sempre maggiore di lavoro nero, maggiormente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura, che tu italiano medio neanche guardi perché ti limiti a giudicare il tutto con un caustico ‘vabbè, se questi vonno venì qua è giusto che se danno da fa’, peccato che siano tecnicamente schiavi. È il capitalismo, bellezza, nonostante tu voglia dire che non è così”
*Se il sintomo di chi ha posto la domanda persiste consultare il medico: non somministrare sopra i 60 anni (da leggere preferibilmente con voce accelerata come nelle pubblicità di farmaci).
Posted in antieuropeismo, europa, europeismo, politica, polpettoni, socialismoTagged antieuropeismo, europa, europeismo, politica, polpettoni, socialismo

"Progetto Comunista". Quella scritta nera in campo bianco si vide già 13 anni fa

Posted on 2019/02/27 by carmocippinelli

Chi mi conosce sa il mio essere quasi enciclopedico su alcune questioni partitiche e legate ad organizzazioni politiche, specie nella loro fase congressuale. Del mio nicchismo militante e del fatto che mi interessino questioni che proprio non raggiungono oltre 4 lettori. Qualche anno fa scoprii che esisteva un blog ‘I simboli della discordia’ con la mia stessa malattia, solo più orientata ai simboli di partito.
Ho proposto loro un articolo e, dunque, lo ripropongo integralmente sul blog.

Progetto comunista, il nome visto in Sardegna viene da lontano (di Marco Piccinelli) – http://www.isimbolidelladiscordia.it/2019/02/progetto-comunista-il-nome-visto-in.html

Oggi pubblico un testo che ho ricevuto da Marco Piccinelli, giovane giornalista che collabora con varie testate (tra cui Pressenza) e segue questo sito, probabilmente condividendo la condizione di #drogatodipolitica che accomuna i suoi frequentatori. Quando ha visto comparire l’articolo sui contrassegni delle elezioni sarde, è stato facile per lui ricordare che il nome di una delle liste – Progetto comunista – non era affatto nuovo: era facile averne prova, visto che il simbolo per giorni non si è trovato, mentre emergevano ovunque notizie di un altro soggetto politico, che evidentemente diverso dalla lista presentata in Sardegna. Lascio la parola a lui, buon racconto.
   
Simbolo del Pc-Rol,
prima della costituzione in Pdac

Recentemente su questo blog s’è dato conto dei simboli che si sono presentati alle elezioni regionali sarde appena trascorse. Tra le liste della coalizione guidata da Massimo Zedda, ne spiccava una denominata Progetto comunista per la Sardegna, con falce e martello rossi e simbolo dei Quattro Mori. La scritta nera in campo bianco, così come il nome, riprendono però quasi in toto l’etichetta di un’organizzazione trozkista fuoriuscita dal Partito della rifondazione comunista nel 2006: Progetto comunista – Rifondare l‘opposizione dei lavoratori (Pc-Rol). Quell’espressione, “Progetto comunista”, era stata scelta in continuità con l’esperienza dell’Associazione marxista rivoluzionaria – Progetto comunista (Amr/Pc: il suo sito web è ancora attivo), autoattribuita sinistra di Rifondazione Comunista: lì convivevano le anime aderenti al trotskismo del partito, tanto quella che faceva capo a Marco Ferrando e Franco Grisolia, quanto quella che seguiva Francesco Ricci e Ruggero Mantovani. 

simbolo del Movimento per il Pcl,
prima della costituzione in partito
,

Lo scontro che vide nascere il Pc-Rol – ed è il motivo per cui sono stati citati questi quattro rappresentanti dell’area – si consumò nel corso della seconda conferenza dell’Amr, all’inizio del 2006: lì i presentatori del documento Il progetto comunista: la rifondazione rivoluzionaria “abbandonarono i lavori e si costituirono in frazione”, come fu riportato da un componente del comitato centrale di Pc-Rol. Questa “frazione” che si costituì venne guidata dai dirigenti che successivamente avrebbero fondato il Partito comunista dei lavoratori (Ferrando e Grisolia): il movimento sarebbe nato nell’estate del 2006, mentre per il partito si sarebbe dovuto attendere il 2008.

simbolo depositato nel 2008
L’altro troncone dell’Amr si costituì appunto in Pc-Rol prima di dare vita ad una formazione (tuttora attiva, anche se a livello embrionale e provinciale) denominata Partito di Alternativa Comunista – Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale (Pdac). Al di là del nome più complesso, il simbolo del Pc-Rol presenta sopratutto una differenza rispetto a quello del Progetto comunista visto in Sardegna (oltre all’assenza ovvia dei quattro mori stilizzati): la disposizione di falce e martello. Il soggetto politico, infatti, essendo trotskista, pone i due strumenti di lavoro “a specchio” rispetto ai normali emblemi comunisti; in più, all’incrocio dei due “arnesi”, si nota la presenza di un 4 stilizzato, che indica l’appartenenza del gruppo alla Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale.

attuale simbolo del Pdac
Una volta costituito il Pdac e sciolto, o comunque superato, il Pc-Rol, il nome “Progetto Comunista” in ogni caso sopravvisse: la testata del soggetto politico continuò a chiamarsi così (esisteva già ai tempi dell’Amr) e, per un certo periodo, l’espressione era stata conservata all’interno del simbolo del partito, come testimonia il contrassegno elettorale depositato in occasione delle elezioni politiche del 2008. Nel simbolo attualmente in uso il vecchio nome non c’è più, ma nella memoria di coloro che hanno costituito quell’esperienza è rimasto: quando è apparsa la lista sarda del Progetto comunista, qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato quella pagina di oltre dieci anni fa, che da un progetto ha fatto nascere un partito.

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La famigerata lista di sinistra

Posted on 2019/02/21 by carmocippinelli

Quindi ci sono state discussioni fra Prc/Pap/DeMagistris/Frattaglie? Ma non mi dire!

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Corto circuito Battisti – la mappa

Posted on 2019/01/14 by carmocippinelli
Come al solito internet aumenta in modo ultra esponenziale le proprie considerazioni del subconscio e quelle indotte da altri personaggi, più o meno popolari che influenzano il pensiero altrui. Le prime un tempo erano circoscritte nell’ambito familiare, e là restavano, ora sono diffuse via social. Allora capita che per l’arresto di Battisti si sia dato il via alla fiera delle stronzate (sì, delle stronzate) sparate da chiunque, senza distinzione alcuna. Ministro dell’Interno in primis, elettori leghisti e pentastellati in secundis. Volevo scrivere un pippone enorme dei miei, di quelli che non avrebbe letto anima viva: mi sono preventivamente fermato e per una volta il mio malessere e il disagio nel vedere così tanti idioti, lo irrido.
«Ciao belli, un bacione» (Cit.), vado a prendermi il Maalox. E a voi, un bel po’ di Xanax. E siccome ho già detto parolacce come un bambino indisciplinato che dice “culo” per la prima volta, non ve dico manco i morti, ma li polpacci vostra, questo sì.
Clicca sull’immagine per ingrandire
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Se ci si abitua alle divise la situazione è (molto) grave

Posted on 2019/01/08 by carmocippinelli
fonte: Usb vigili del fuoco
Al di là del fatto che il Ministro dell’Interno sia un personaggio oggettivamente discutibile, il tema sollevato solamente (encefalogramma piatto dalla sinistra e dai comunisti, di ogni organizzazione politica) dal sindacato dei Vigili del fuoco dell’Unione sindacale di base, è significativo nella lettura dei fatti che ci circondano ogni giorno, siano essi politici che civici. 
Si tralasci, poi, per un momento il giusto richiamo dell’Usb all’articolo 498 del codice penale e si rifletta sulla manifestazione esteriore dell’indossare questa o quella divisa da parte del Ministro dell’Interno.
Piccola considerazione a monte 
La fase politica e culturale che stiamo attraversando è totalmente mediatica, ne è intrisa come un panno zuppo d’acqua che non si vuole strizzare o torcere. Non conta tanto il contenuto prodotto da un utente ma il suo effetto, sia esso positivo o negativo nei confronti – si badi bene – dei fruitori di quel contenuto. Non si sta parlando della totalità popolo di una nazione o del corpo elettorale nella sua interezza, ma soltanto di coloro i quali hanno accesso, tramite social network, a quei contenuti prodotti dall’utente in questione.
Torniamo alle divise
Al di là dell’aspetto simil-buongiornissimokaffèèéèé di un uomo di mezz’età che per creare uno stato permanente di agitazione inizia le dirette su Facebook con la divisa di qualsiasi corpo d’arma (tranne la Finanza, chissà perché!) ma esordendo con un patetico «buongiorno amiche e amici» per farsi vedere vicino al popolo, la questione inizia ad essere preoccupante. O almeno lo è per me.
La Storia insegna, tuttavia non ha scolari, diceva un tal Antonio Gramsci e in effetti si sta producendo questo fenomeno: indossare una divisa fa mediaticamente effetto, ma personalmente la vedo più negativa della cosa così come si manifesta.
I dittatori nazi-fascisti del secolo appena trascorso hanno iniziato così, mostrandosi al popolo “col pugno duro” rappresentato dalla divisa indossata, facendogliela in seguito digerire perché s’era creato il clima adatto per una guerra prima interna e poi esterna. Il nazista Hermann Göring insegna: il popolo non vuole mai la guerra, tranne nel momento in cui gli si fa credere che esiste un nemico interno:

«Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino pezzente dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero. Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, che in una dittatura fascista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque paese».

Se la gente (nel senso più ampio del termine e non circoscritto agli elettori della Lega) si abitua così repentinamente alle divise indossate dal Ministro dell’Interno che si fa un selfie bevendo caffè o mangiando sfogliatelle per dei beceri mi piace, la situazione è davvero grave anche e soprattutto perché la cosiddetta deriva autoritaria o autocratica è psicologicamente alle porte. 
Primo passo per un’accettazione politica del tutto.
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A qualcuno piace tecnico

Posted on 2018/12/08 by carmocippinelli

Ultimamente in ambito lavorativo si sta sempre più tendendo a cercare risorse e personale ultra specializzato già formatosi autonomamente, ad esempio già competente in più linguaggi di programmazione o già avente un bagaglio di esperienza consistente.
La tecnicizzazione e l’iperspecializzazione richiesta in ambito lavorativo è a monte, quindi, di richieste stesse di risorse e personale biologicamente giovane rispetto ai desiderata aziendali. La cosiddetta “formazione in azienda” non esiste più da molto tempo e questa tendenza sta tracimando in altri settori, serpeggiando già da tempo in ambiti pubblici.
Quello politico, un esempio su tutti, in cui la credenza di ritenere un tecnico migliore di un politico qualsiasi è ormai vox populi. 

La figura del “tecnico” aleggia da molto sulla politica italiana e la sua prima applicazione fu il governo Dini (a cavallo fra il 1995 e il 1996) fino ad arrivare al più recente Governo Monti.
Il tecnico è preferito aprioristicamente perché si presuppone abbia più conoscenze di un normale elettore o di un tizio qualunque che si candida. Preferito anche dalla classe politica, anzi, soprattutto da essa, cosicché i demeriti dell’applicazione di misure impopolari non ricadono sul proprio bacino elettorale e non inficiano la rielezione di una generazione tra la più misera (culturalmente in primo luogo) di rappresentanti istituzionali.
Vale la pena ricordare in questa sede la festa per la “liberazione da Berlusconi” organizzata dal Partito Democratico, con un Bersani festante mentre stappa una bottiglia di spumante.

Interviene @ivanscalfarotto: “il governo #monti sta restituendo agli italiani all’estero l’orgoglio per il nostro Paese” #assembleapd

— Partito Democratico (@pdnetwork) 21 gennaio 2012

O le dichiarazioni di Fassina, tanto per dirne uno cui la sua supposta redenzione è stata accolta a gran voce a sinistra, riguardo cui ci sarebbe da ragionare. Non sui temi, ma sulla persona:

necessario ricostruire un patto tra la politica, imprese e lavoro. Per questo sosteniamo il governo #monti. @stefanofassina a #granditalia

— Partito Democratico (@pdnetwork) 26 novembre 2011

Formazione (?)
Nel corso della prima repubblica, cosiddetta, però, la classe dirigente si è formata proprio perché una che non era appartenente a dirigenze o apparati burocratici (o in una parte non totalizzante rispetto agli eletti) ha avuto modo di accedere a possibilità sconfinate rispetto al suo status di partenza, o determinato da “ fattori esogeni” come l’entrata in guerra e la conseguente Guerra di Liberazione. Ultimamente la “vox populi” si sostanzia tutta in un piccolo mantra riassumibile nel periodo: “Se non sa nulla di economia, evita di fare il Ministro tanto dell’economia, quanto di altri dicasteri”. Formare classe dirigente, però, non presuppone (almeno a parere di chi scrive) un elitarismo classista conseguente a questo ragionamento: chi ha avuto possibilità economiche per conseguire costosissimi master o corsi di laurea alla Bocconi o alla Luiss non è automaticamente più titolato di un altro o un’altra che ha conosciuto la realtà accademica statale di Pisa, Bologna o Roma. 
Gli strumenti 
Durante una trasmissione radiofonica di Radio Radicale (qui la reazione del lettore al mio perpetuo citare Radio Radicale) dedicata all’appena trascorso referendum radicale su Atac, ho avuto modo di udice un ascoltatore che affermava: «Noi popolo non abbiamo strumenti per decidere se privato è meglio per il trasporto pubblico, non capisco perché venga posta già solo la domanda nell’ambito del referendum». Stesso intervento, ma con altri toni e in altro contesto, l’ho ascoltato su Radio Tre nel medesimo ambito: un dibattito fra posizioni per il sì e per il no con possibilità di intervenire telefonicamente. 
In un primo momento ho lasciato cadere la questione posta nell’intervento telefonico dall’ascoltatore di Radio Radicale ma ho avuto modo di ragionandoci qualche tempo dopo. 
Certamente la mancanza di coscienza, personale e civica anzitutto, è tra le principali motivazioni della considerazione dell’ascoltatore. Non avere strumenti porta con sé molti aspetti politici e politologici: la mancanza di ideologie e di punti di riferimento da parte della politica disorienta il corpo elettorale quale che sia, tanto liberale quanto socialista, si sarebbe detto un tempo. 
Venendo a mancare le categorie politiche ed ideologiche, l’elettore disorientato non trovando risposte in quello che potrebbe essere un problema tutto politico, presta l’orecchio ora qui ora lì, profetizzando la fine dei poli, la cessazione del rapporto di forza fra capitale e lavoro, la delegittimazione della classe politica tout court e auspicandosi una palingenesi [che tuttavia non può che essere disastrosa, sic stantibus rebus, ma questo lo penso io, non costoro]. 
La questione che poneva l’ascoltatore cela, in nuce e implicitamente, quella tendenza tecnicista, elitarista e classista che vorrebbe si delegasse ogni aspetto della vita pubblica, rinunciando volontariamente ad essa perché non si saprebbe bene cosa farne, affidando, di conseguenza, il tutto a figure ipotetiche une e trine: “rappresentanti-politici-tecnici”. La tendenza è preoccupante, specie perché genera un continuo perpetuarsi di mancanza di discernimento culturale e, solo in seconda battuta, politico e sociale. Ritenere una figura terza aprioristicamente valida nello svolgimento di un compito dirigenziale precedentemente [ancorché vagamente] svolto da “personale politico/burocratico” pone più di qualche inquietudine in chi scrive.
Dietro a tutto questo si nasconde neanche troppo velatamente il desiderio della delega “in bianco” della propria volontà politico-elettorale e della propria libertà, in barba ai principi dello stato liberale e della democrazia che libererebbe dal peso del ragionamento e del pensiero sulla cosa pubblica (e non).
L’uomo solo al comando è sempre più realtà nella coscienza popolare italiana.
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(Piccolo e triste) diario di bordo #1 – il gigante

Posted on 2018/10/12 by carmocippinelli

Salgo in macchina e accendo la radio, quasi sempre a quell’ora trasmettono sedute parlamentari coi più disparati interventi. Inserisco la chiave, il quadro ai scende e il motore parte. Odo in lontananza i “mortaccitua” di qualche disputa automobilistica nata e morta nel giro di un paio di manovre azzardate nei pressi di Piazza Don Bosco. Pigio l’indice sul tasto di accensione retroilluminato della radio: la scelta numero uno è radio radicale (come te sbagli), stanno trasmettando interventi di Deputati. Prende la parola Brunetta mentre parto con la macchina. Parla riguardo l’economia sulle  così tanto dibattute note di aggiornamento del Def, reddito di cittadinanza sudditanza e quant’altro.  Lo ascolto destrutturare punto per punto il cosiddetto NaDef e subito mi assale una tristezza tale da culminare nell’espressione poco carina che quell’automobilista, certamente in torto, rivolgeva ad un altro suo simile nei pressi di Piazza don Bosco, anche se di poco mutata perché nella sua forma impersonale: limortàcci.
Il dramma della cosiddetta Terza Repubblica è soprattutto questo: che anche Brunetta (autore di cotali indimenticate e indimenticabili performances) sembri un gigante nel dibattito parlamentare, in confronto ai (s)cittadini, e al marciume leghista. Un gigante. E non è una dannatissima battuta, siamo arrivati davvero a questo tristissimo punto.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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