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Tag: bolivia

Cose strane della Bolivia #1

Posted on 2023/08/31 by carmocippinelli

Tipica doccia boliviana

Primo elenco di “cose strane”, che ho visto in Bolivia. 

La doccia con la resistenza elettrica
In Bolivia pare le case non siano dotate di scaldabagno o di altri apparecchi per riscaldare l’acqua a fini di abluzioni igieniche. I soffioni delle docce dunque hanno collegati dei fili scoperti collegati ad essi (mi perdoneranno gli elettricisti per la spiegazione ma sono un umile umanista che non capisce nulla delle leggi di Ohm e affini). Il trucco per non perdere la vita è lavarsi ponendo il corpo al di sotto di un’immaginaria Linea Gotica tra il getto d’acqua e la tua testa. 

L’acqua che però «es Coca Cola, senor»
A La Paz l’acqua del rubinetto è meglio non berla. Le due marche più famose sono la Villa Santa (azienda boliviana) e Vital, questa è prodotta della Coca Cola. Quando vai a comprarla in una qualche “tienda”, il venditore tiene a specificare che quella che costa un boliviano di più è migliore perché «es Coca Cola senor». Come a dire: te sto a vende la Coca Cola, eh, mica robetta. E tu stai lì come Max Collini quando nota la marca “Danone” dietro i wafer Tatranky. 

«No es carne, es pollo»
La Bolivia non è famosa per il cibo. Ci sarà un motivo per cui la Bolivia non è così famosa per il cibo, o no? In un paio di occasioni ci è stata proposta della carne ma, rifiutandola e preferendo delle verdure (specialmente i primi giorni), ci è stato risposto più volte così: «Ma no, non è carne: è pollo!». Avremo poi scoperto col passare dei giorni che il consumo di pollo, specialmente tra gli strati più popolari della popolazione, è decisamente massivo e che se stai male con lo stomaco non è che ti mangi il riso bianco come in Italia ma il brodo di pollo.

Posted in Blog/Post semiseri, Bolivia, carne, cocacola, cosestrane, SudAmericaTagged Blog/Post semiseri, bolivia, carne, cocacola, cosestrane, SudAmerica

Dodici anni di “Qalauma” in un paese ancora in difficoltà con l’amministrazione della giustizia

Posted on 2023/08/28 by carmocippinelli

La sede di “Qalauma” è nella città di Viacha. O meglio: nella comunità “Surusaya Suripanta”, facente parte del comune di Viacha. Una sorta di frazione nel bel mezzo dell’altipiano a oltre 4.000 metri d’altezza. Per arrivarci ci si può affidare al minibus (un trasporto privato che funge da servizio pubblico del dipartimento di La Paz trasportando le persone in van da 8-10 posti) o al trasporto privato. Tertium non datur. Una volta abbandonata El Alto, c’è una sola strada che funge da collegamento con Viacha: quella che è chiamata “autostrada” in realtà è poco più che un rettilineo perpetuo asfaltato – più simile alle strade statali italiane che ad una autostrada vera e propria – che taglia metaforicamente l’altipiano e porta a Viacha, la città dei mattoni. L’unica fonte economica e di sostegno di Viacha è quella che viene dalla costruzione, produzione e distribuzione di materiale edile che serve a sé e all’immenso sviluppo disorganizzato di El Alto. 


Vivere a quattromila metri

Secondo l’Istituto nazionale di statistica della Bolivia, la città di El Alto conterebbe «approssimativamente» 1.089.100 abitanti. Almeno stando i numeri del 2021, sebbene non siano del tutto sicuri neanche da fonti governative. Facile immaginare quanto ci sia di “sommerso” che non emerga dai numeri, tra irregolari e migranti provenienti primariamente dal Venezuela e diretti verso il Cile. El Alto è una città il cui sviluppo si misura con l’unità di misura del disordine e attraverso l’approssimazione di chi sta costruendo condomini, case e nuovi agglomerati urbani (letteralmente “zone di urbanizzazione”) che, pian piano, si sono estesi a tal punto fino a farle raggiungere due livelli significativi: diventare la città più popolosa di La Paz (il cui numero di abitanti è sceso sotto al milione) e abbracciare completamente anche l’aeroporto internazionale con costruzioni di ogni tipo. Case non finite ai piani superiori ma abitate a piano terra, tetti di lamiera, cancelli e portoni rimediati da altre costruzioni, strade sterrate che si alternano a quelle asfaltate, servizi di base non garantiti per tutti rappresentano la quotidianità piena di diseguaglianze di El Alto. Una quotidianità alteña fatta di informalità economica, di ambulanti che contano sulla giornata, su pochi negozi che vanno oltre il settore alimentare e quello delle riparazioni delle automobili e naturalmente di estrema disuguaglianza. Una quotidianità fatta anche di giustizia sommaria. Capita spessissimo di leggere scritte a vernice – abbastanza minacciose per chi non è del posto – sui muri di mattoni che cingono le varie proprietà delle case poste nelle vie interne di El Alto, ad esempio: “auto sospetta sarà bruciata e proprietario linciato”, con tanto di disegno di una auto ribaltata e con fiamme che si levano dalla parte inferiore. Altre scritte poco invitanti sono quelle dedicate a chi ruba: “ladro colto in flagrante, sarà bruciato“. Come si fa a capire che un’auto sia sospetta o meno? Ci si affida al fiuto. Così come pure capita di imbattersi in manichini vestiti di tutto punto ma impiccati ad un palo della luce: un avvertimento per chi ruba. L’amministrazione della giustizia, con tutta evidenza, non è il punto forte di La Paz o di El Alto: la vendetta personale, la giustizia sommaria parrebbero vigere incontrovertibilmente. 
Roccia e acqua: ma non lo si chiami “carcere”
In questo contesto non troppo facile, nasce nel 2011 il primo centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti di tutto il paese: “Qalauma”, una parola aymara che significa “roccia” (qala) e “acqua” (uma). Il significato del nome si perde nei meandri della cultura locale e può essere spiegato a lettori occidentali come una lettura positiva del detto latino “gutta cavat lapidem” (una goccia [d’acqua] scava una roccia) per cui l’acqua riesce a dar forma anche alla roccia.
Guai a chiamarlo carcere: centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti (in realtà all’interno ci sono ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 28 anni) significa abbattere alla radice (o almeno tentare) ogni sentimento di recidiva una volta fuori dal centro. Prima di “Qalauma” in Bolivia non esisteva uno spazio dedicato a minori che avessero violato la legge: la persona che più si è attivata per questo progetto di giustizia riparativa è un italiano: Riccardo Giavarini. Nato a Telgate (Bg) sessantotto anni fa, da quarantasette vive in America Latina, in Bolivia (con una parentesi peruviana) e poi nuovamente a La Paz. Da pochi mesi è stato ordinato sacerdote e ha partecipato anche lui – ricevendo anche un riconoscimento per il lavoro svolto – alla ricorrenza dei dodici anni di “Qalauma” a cui erano presenti tutte le autorità della politica di La Paz e della polizia boliviana. 

«Ci sono stati vari finanziatori per la realizzazione di “Qalauma”», ha spiegato don Riccardo ad Atlante, «dalla Unione Europea alla Conferenza episcopale italiana. La Cei ha supportato la realizzazione del centro approvando consequenzialmente tre progetti a cui poi sono seguiti gli appoggi importantissimi dei governi italiano, tedesco, svizzero e spagnolo». E poi, ovviamente, la Diocesi di Bergamo, la Ong veronese Progetto Mondo MLAL e tutta una serie di altri gruppi di sostegno del mondo cattolico e del volontariato laico.
Il punto centrale di “Qalauma” non è quello di rappresentare un istituto di pena ma un vettore di reinserimento sociale: la giustizia riparativa don Riccardo ce l’ha a cuore, prima ancora che fosse ordinato sacerdote e viveva in Bolivia analizzando le contraddizioni della giustizia (e della società) boliviana. Prima di “Qalauma” i ragazzi adolescenti che avevano violato la legge e dovevano scontare una pena erano detenuti nel medesimo spazio di reclusione degli adulti e questo – ha spiegato Giavarini – rappresentava un problema: abusi e violenze erano molto frequenti. 
«Anche il governo boliviano ci ha sostenuto», ci tiene a precisare don Riccardo e lo ha fatto anche durante la Celebrazione Eucaristica di giovedì 24 agosto ricordando la prima “Defensora del pueblo” Ana Maria Romero de Campero a cui è intitolato il centro di reinserimento sociale di Viacha: «è stato grazie a lei che ho potuto cominciare a muovermi: a fare progetti, a studiare che tipo di impostazione dare al centro».
Tre anni dopo l’inaugurazione, nel 2014, anche l’allora ministra della Giustizia, Sandra Gutiérrez, espresse il proprio sostegno nei confronti del «progetto pilota di “Qalauma”» esprimendo il desiderio di implementazione del centro. 
Il carcere autogestito, l’ultimo passo dell’idea
“Qalauma”, nella concreta utopia di Giavarini, avrebbe dovuto seguire un modello brasiliano che prevedeva la totale autogestione dei minori coadiuvati da personale educante scolastico e legato ai servizi sociali. È il metodo Apac, protezione e assisenza ai condannati: autonomia, autodisciplina e responsabilità. Lo sforzo iniziale di don Riccardo Giavarini tendeva espressamente al modello brasiliano: «prima di proporlo alle autorità boliviane sono andato in visita in Brasile, in un istituto penitenziario minorile senza polizia, per vedere come fosse la situazione e rimasi stupito di quanto positivo fosse quello schema di organizzazione». Le autorità boliviane tuttavia non ritennero valida l’impostazione senza l’elemento della sorveglianza della polizia e “Qalauma” può essere considerato un laboratorio “a metà”. In attesa del compimento dell’idea iniziale a cui Giavarini continua a tendere. Nel mentre, però, l’ex missionario laico bergamasco non si annoia affatto dal momento che è direttore generale della “Fundacion Munasin Kullakita” (anche qui: una parola aymara che significa “amati, sorella”) un progetto che gestisce una casa a El Alto per ragazze minori vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.
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La Paz (prima parte)

Posted on 2023/08/22 by carmocippinelli

21 Agosto, ore 10:00. Ora locale, ovviamente. Sei ore in meno rispetto all’Italia. A La Paz, ma come in tutto il Sud America, è inverno. Siamo partiti da Roma con 30 gradi e siamo arrivati a El Alto, all’aeroporto internazionale di La Paz, con la metà dei gradi. L’aereo della compagnia di Stato “Boliviana de aviaciòn” (Boa) era un incrocio tra un EasyJet e un Ryanair di una decina di anni fa, probabilmente ne avrà avuti una ventina ma ci ha portati sani e salvi da Santa Cruz a La Paz. Arrivare in Bolivia non è semplicissimo: da Roma bisogna fare tappa a Madrid, da Madrid prendere un volo per Santa Cruz per arrivare a El Alto. 

Volo cancellato
Una volta approdati a Madrid ci arriva una bella (si fa per dire) mail in cui ci viene annunciata la cancellazione del volo della compagnia Amaszonas che ci avrebbe portato da Santa Cruz a La Paz. Andiamo a chiedere aiuto al personale di terra di Air Europa e ci dicono che sicuramente una volta arrivati lì ci avrebbero fornito una soluzione: “Avreste anche diritto ad un rimborso del biglietto, bueno, certamente con le leggi europee, con quelle di lì….”. A questo punto la dipendente di AirEuropa muove le sopracciglia, come un arciere tende l’arco, alza le spalle. Molto poco incoraggiante ma c’era da affidarsi, in poche parole. La soluzione è arrivata con la Boliviana de Aviacion nonostante nel volo da Madrid a Santa Cruz abbiamo incontrato un signore spagnolo-boliviano che ci ha “tranquillizzato” moltissimo: “No, Boa es peòr, mucho peòr de Amaszonas”. La mia paura dell’aereo, carsica durante il volo, è diventata di proporzioni oceaniche – letteralmente – dopo aver sentito le rassicurazioni di Javier. 

Falta de oxigeno
Cioè “mancanza di ossigeno”. Slacci la cintura, ti incammini verso la porta d’uscita e ti senti molto pesante. Mettere un piede davanti all’altro, proverbialmente parlando, non è facile e bisogna darsi tempo, come in questi primi giorni: uscire per fare il giro di qualche quadras (isolati) è già tanto, fare le scale di buon passo implica una ricerca costante di ossigeno una volta terminate. Il mal di testa è stato costante i primi due giorni e il secondo ancor più intenso del precedente: gli occhi uscivano fuori dalle orbite e le tempie pulsavano come se avessi assistito ad un ipotetico concerto di 72 ore dei Sepultura. 

El Alto
Tecnicamente, la città di El Alto rappresenta una realtà a sé, autonoma rispetto a La Paz. Nata come agglomerato spontaneo di case, spesso non troppo ben costruite, è diventata una città enorme con tutti i problemi che questo sviluppo spontaneo ha rappresentato nel corso degli anni. Una città di un milione e più di abitanti nata come le borgate romane extra Raccordo Anulare: una borgata Finocchio enorme che si estende così grandemente da non riuscire a vederne la fine. Se La Paz è la ciudad del cielo perché è situata a 3.500 metri, El Alto (4.100 metri) guarda (sovrastandola) tutta la valle su cui sono distesi i quartieri della capitale politica boliviana. Lo sviluppo totalmente diseguale di El Alto ha fatto sì che la città abbia più centri e più periferie al contempo: Avenida Boliva, per fare un esempio, è una delle vie principali di El Alto ma tuttavia non è la unica avenida principale. Le case sono cresciute e crescono, tutt’ora, caoticamente, in modo disordinato e senza una reale pianificazione: tutto è lasciato ad una iniziativa privata totalmente arbitraria e soggettiva. Costruzioni mezzo terminate sono abitate ai piani bassi mentre operai zelanti – in spregio dell’altura, ma questa è un’osservazione tutta occidentale – costruiscono gli altri piani, tetti di lamiera temporanei diventano “a tempo indeterminato” e i servizi di base non sempre sono assicurati. L’industria più fiorente – si fa per dire – è quella dei mattoni (la mente corre subito a Calzinazz di “Amarcord” e alla sua poesia in cui tutta la discendenza patrilineare “fava i matoni”) anche se non c’è una vera e propria economia della città: “è tutto legato all’imminenza” ci dice Riccardo Giavarini (da poco padrecito, cioè sacerdote) ma anche un po’ all’improvvisazione e all’approssimazione: banchetti per strada molto raffazzonati, mercati composti da una fila di baracche riempiono i lati delle strade asfaltate (non troppo bene) della città. 

Mi teleférico
Su internet si trova di tutto – scritto da chiunque – riguardo il peculiare trasporto pubblico di La Paz/El Alto, dunque non scriverò cose già dette meglio e più esaustivamente da altri, mi limito solo a dire che el teleférico è una idea geniale ma al contempo – per me che non apprezzo così tanto “il volo in sé” – abbastanza pauroso. Mi spiego: El Alto, e già il nome lo enuncia, un luogo più elevato di La Paz: la linea morada che collega le due città compie una specie di salto nel vuoto di parecchie centinaia di metri. Le foto parleranno da sé, anche se scattate con uno smartphone impugnato da un soggetto estremamente pauroso del volo e dell’altitudine:

Il fatto che abbia scattato la foto ben lontano dal costone – e non a ridosso di esso – fa facilmente presupporre al lettore la sensazione del tutto rilassata con cui abbia affrontato la discesa.

La discesa verso La Paz

La discesa verso La Paz (2)

Uno dei tanti canchitas (che però è femminile) de futbol di El Alto

El Alto e le montagne innevate sullo sfondo

La valle in cui è stata costruita La Paz. 

La prossima volta porterò la macchina fotografica e tenterò di scattarne delle altre. Sperando che riesca a scattarne di dritte.

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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