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Categoria: Roma

Roma è una città diseguale: «bisogna cambiare il modello di sviluppo»

Posted on 2019/01/17 by carmocippinelli
articolo apparso il 15 gennaio 2019 su Pressenza.
Roma è una città in cui regna la disuguaglianza. Da questa frase, forse inconsciamente ovvia, che tuttavia in tempi di crisi politico-culturale sembra rivoluzionaria, nasce il progetto #MappaRoma. Uno strumento per la politica e per analizzare l’attuale, evitando che si cada nei luoghi comuni e nell’immaginario di una città che non esiste più. Di questo e dell’ultima mappa pubblicata ne abbiamo parlato con Salvatore Monni, coordinatore del progetto e docente di Economia dello sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”.

L’idea di mappare Roma e le sue disuguaglianze è decisamente ardita, da dove parte il progetto #MappaRoma e perché?
«Il progetto è nato nel 2016, l’anno delle elezioni comunali. Io e gli altri due ideatori del progetto  [Keti Lelo e Federico Tomassi] partimmo da un dato: tutti coloro che parlavano di Roma nell’ambito delle elezioni lo facevano riferendosi ad una città che non esiste più o solamente immaginata. Un conto è parlare di una città che non esiste più in un ambito ristretto o familiare, diventa un problema se ne parla in quei termini chi si candida a governare la città. #MappaRoma nasce dall’esigenza di tirar fuori dai cassetti molto del lavoro fatto, immaginandolo come strumento da fornire a tutto il quadro politico romano prima della competizione elettorale e al ‘grande pubblico’».

Dunque uno strumento per chi aspira a governare ma anche per chi lo sta già facendo, corretto?
«Per far conoscere Roma e le sue complessità. L’aspetto che nelle mappe è emerso con forza è la dicotomia fra centro e periferia, specie extra-anulare, ma in realtà Roma ha tanti centri e tante periferie in ogni zona della città».

Nell’ultima mappa pubblicata, la #25, si analizza inclusione sociale, dispersione e abbandono scolastico, disoccupazione: la situazione appare piuttosto drammatica per il quadrante est prima menzionato e per il quadrante nord-est.
«C’è anche un’altra idea, però, oltre a quelle citate. Il benessere di una metropoli non è data dalla sua ricchezza e dal reddito. Quando leggiamo racconti e narrazioni [politiche] di una città, ci si basa sull’aumento del Pil e sul commercio. Questi fattori, pur importanti, non inquadrano la (molto più complessa) realtà. La crescita è cosa molto diversa dallo sviluppo: è fattore importante ma strumento e non obiettivo di quest’ultimo».

Cosa si deve fare per comprendere le disuguaglianze della città?
«Nella mappa #25 abbiamo provato ad analizzarlo: monitorare i dati sulla scolarizzazione, vedere il numero di NEET [i giovani né occupati né inseriti in un percorso di formazione] ci dà un quadro dell’esclusione sociale. Non una semplice espressione: significa ‘non essere parte attiva della società’. Il reddito di cittadinanza di cui si sta discutendo in questi giorni, ad esempio, implica un’idea ben precisa sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della società. Ritenere che il problema di una persona disoccupata sia esclusivamente il reddito è molto riduttivo: il problema è la non-occupazione stessa. L’individuo si realizza attraverso di essa e diventa parte della società dando un proprio contributo». 

Quanto pesa il progressivo scollamento della politica negli ultimi 30 anni dalle periferie extra-anulari?
«Prima di questo vorrei ribadire un punto: il problema principale della città non è il decoro ma è la disuguaglianza tra individui. La nostra attenzione su questo aspetto nasce da questa considerazione: Roma è una città profondamente ineguale. E lo è, per rispondere alla domanda, perché il modello di sviluppo che l’ha caratterizzata dagli anni ’90 in poi è tale da aver creato questo». 

Per rendere una città meno diseguale cosa si fa?
«Cambiare il modello di sviluppo. È un problema che hanno anche altre città, europee ed extra europee, di cui si parla poco. In un lavoro a cui abbiamo partecipato, figlio di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, abbiamo notato che le conseguenze dell’adozione del modello basato su conoscenza e innovazione rappresenti una divaricazione profonda delle opportunità tra gli individui che vivano all’interno della città».

Cioè?
«Cioè vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dell’adozione di quel modello, così da limitarne gli effetti negativi. Faccio un esempio provocatorio: l’Auditorium è il rappresentante massimo di quel modello di sviluppo che ha caratterizzato la città dagli anni ’90 in poi. Quel luogo aumenta il benessere di chi ha gli strumenti per capire che lo arricchisce. Tuttavia ad una larga parte della città (che non possiede gli stessi strumenti e che è anche piuttosto distante geograficamente) non ha fornito nulla in più. Nonostante sia positivo che quel luogo esista e che svolga un ruolo importante, esso ha creato disuguaglianze. Non sto dicendo di essere contrario alla sua costruzione ma credo che si debbano fare anche altre cose nelle periferie delle città per far aumentare quel benessere a chi non riesce ad usufruire dell’Auditorium. Il “rinascimento della città” declamato da Walter Veltroni ha riguardato solo una parte di essa: un’altra si è sentita esclusa e il suo orientamento politico/elettorale ne ha risentito nel corso degli anni».   

In conclusione cosa si potrebbe fare?
«Nel medio periodo probabilmente il problema è in parte risolvibile con la fornitura gratuita di servizi ora non accessibili, con “investimenti sociali” per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione e l’occupazione, mediante progetti mirati e specifici da attuare – collaborando con l’associazionismo locale – nei quartieri che maggiormente subiscono il disagio. Nel lungo periodo invece difficilmente è possibile ottenere dei risultati senza un drastico cambiamento dei rapporti tra le classi nel processo produttivo, senza – insomma – cambiare quella che Marx definiva la “struttura” del processo storico».
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Perenne campagna elettorale e personalismo di pochi: i danni sono per tutti

Posted on 2019/01/07 by carmocippinelli
Fonte foto: Il Fatto Quotidiano
Succedono cose davvero curiose a coloro i quali intendono accaparrarsi, hic et nunc/qui e subito, consenso da spendere subito sul mercato delle elezioni. In periferia viene molto bene a causa di problemi conosciuti da tutti e che rendono quelle zone, per l’appunto, periferiche. 
C’è chi direbbe che basti semplicemente raccontare quanto (pochino, a dire la verità) ci sia di positivo e di bello – pur stanti così le cose – per far sì che la situazione appaia del tutto mutata agli occhi esterni e di chi vive quella quotidianità. Ovviamente questo non basta, ma tant’è. 

Succedono cose curiose, dicevo. 

Recentemente a Torre Angela, imponente quartiere periferico sulla Casilina extra-Gra, cuscinetto fra Tor Bella Monaca e Giardinetti, un gruppo di residenti coadiuvato da esponenti politici locali (i quali prima di essere tali sono ovviamente abitanti del luogo) si è mosso per dar vita ad un comitato di quartiere. Niente di nuovo, se non che questo Cdq, sostanzialmente, ha condotto una battaglia senza quartiere per il ripristino dei cassonetti su strada e la cessazione della raccolta rifiuti porta a porta. Iniziano le polemiche tra le varie zone di Torre Angela e altri comitati, come il Cdq Arcacci. 
A tal proposito mi sembra molto interessante il commento della principale voce del Cdq Arcacci, Luigi Casella il quale ha affidato a Facebook un piccolo/lungo scritto. Qui sotto è riportato nella sua interezza data la stima (umana, politica ed intellettuale) che ho per lui, evitando di fare gli orrendi taglia e cuci che non avrebbero fatto capire un cappero di quello che dice: 

«Qualcosa sui rifiuti a Torre Angela. Come previsto, il ritorno dei cassonetti stradali, richiesto con una raccolta firme, molto parziale e sostenuto dai comitati di quartiere, tranne quello di Arcacci, non ha migliorato, anzi, il problema raccolta rifiuti. Prima, metà quartiere era servito malissimo e l’atra metà in modo buono. Da via Calimera a via dei coribanti, il porta a porta funzionava, dalla parrocchia a via casilina uno schifo immondo! Ora, da via Calimera a via Squinzano, funziona in modo molto buono, differenziato, tranne i disagi dovuti alle festività. Tutta la restante parte del quartiere uno schifo tremendo e tutto indifferenziato.
 Tanto che anche i sostenitori del ritorno dei cassonetti stradali cominciamo a pensare ad una manifestazione di protesta, era ora.
Risultato: prima il 45/50% del quartiere, aveva una raccolta differenziata, oggi, il 70/ 75% ha una raccolta indifferenziata e peggiore di prima. 
Altro che chiusura di Rocca Cencia, uno stimolo per chi vuole solo ed unicamente incenerire.
 Ama non funziona, questo lo sapevamo e per questo già da 7/8 mesi chiedevamo una manifestazione pubblica, forte, di tutto il quartiere, insieme al municipio, per sollecitare un vigoroso intervento, verso le istituzioni competenti.
 Qualcuno, ha bocciato questa possibilià, ritenendola, in assemblea pubblica, pericolosa.
 Ora tornano sui loro passi, vogliono organizzare una manifestazione!!!
 Bene così!
 Un consiglio, non fatevi strumentalizzare da nessuna, dico nessuna forza partitica, non è buono!!!».

Potrei stare a parlare della situazione di Ama e della questione municipalizzate, quello che penso si trova qui, anche si tratta di un’altra azienda, il ragionamento è lo stesso. 
La situazione, dunque, era critica prima ed è critica adesso. 
Una somma zeri riguardo cui qualche abitante ha iniziato a far notare ai rappresentanti del Cdq in via informale o, come spesso negativamente accade, via social network (negativamente, a parere di chi scrive, ça va sans dire). 
I rappresentanti politici eletti in municipio, che fanno anche parte del Cdq, in questo specifico caso, sono appartenenti alla destra e al partito dei Fratelli: durante la pausa natalizia spunta la foto bomber degli eletti di quest’organizzazione di fronte ai cumuli d’immondizia: «la situazione è insostenibile: assessore e presidente del municipio diano spiegazioni o scendiamo in piazza», tuonavano alla stampa.

Sommessamente, sempre per vie informali, abitanti e non facevano notare come alcuni di quegli eletti erano parte attiva di quel Cdq che si era alacremente battuto per il ritorno ai cassonetti in astio alla porta a porta che non funzionava minimamente in quella porzione, pur grande, del quartiere. 
La vicenda mi ha ricordato tantissimo di quando, anni fa, Marco Scipioni consule, il Partito democratico avallò la chiusura della Roma-Giardinetti all’indomani dell’apertura della Linea C salvo poi iniziare una battaglia politica chiedendo la reintroduzione sia del cosiddetto trenino che del 105. 
Il risultato è stato quello di aver lasciato interi quartieri scoperti (da Centocelle a Giardinetti), gli abitanti dei quali ora hanno un’unica alternativa per arrivare nelle zone centrali: la stessa Metro C. Peccato che la frequenza della metro in questione sia da treno regionale: 1 ogni 12 minuti, tralasciando imprevisti che, a Roma, non sono tali ma potenziali avvenimenti quotidiani in cui il disagio regna sovrano. 
La storia racconta/O muthos deloi che quando la politica incrocia la strada della campagna elettorale permanente, dunque con il personalismo di pochi, il risultato non può che essere negativo per tutti.


Con buona pace di chi storcerà la bocca leggendo queste righe.
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Come realizzare correttamente l’impasto per il cambio fra Metro C e Metro A a San Giovanni

Posted on 2018/12/19 by carmocippinelli
fonte foto: fanpage

Preparazione
Difficoltà: media 
Costi: molto bassi 
Tempo: vario 
Dosi per: ennemila persone 
Ingredienti
Albumi (di circa 3 uova medie) a temperatura ambiente 100 g 
Zucchero a velo 220 g 
Succo di limone q.b. 
Antisocialità q.b. 
“Cazzo te guardi” e “Mortacci tua” a volontà per decorazione
Procedimento  
Per preparare delle ottime meringhe bisogna partire dalle uova. 
foto 1
Separare i tuorli dagli albumi, come primo passo (foto 1): i tuorli non occorrono per questa ricetta ma si possono sempre usare per una frittata in attesa della coincidenza della Metro C al ritorno dalla giornata di lavoro qualora si perda il treno in partenza: il successivo può arrivare anche dopo 20 minuti. 
Se non stessi scrivendo io ma una foodblogger di Giallozafferano, trovereste scritto che, «a seguito della separazione dei tuorli dagli albumi, potremmo mettere da parte il rosso dell’uovo per la preparazione di una gustosa crema pasticciera». Non datele retta. 
Bisogna poi azionare le fruste e montare gli albumi versando man mano piccole quantità di zucchero fino ad arrivare a versarne tutto il contenuto (foto 2). 
foto 2
Questo procedimento si chiama “montatura a neve” e deve essere realizzato a regola d’arte. 
Per verificare che sia stato realizzato un ottimo lavoro si può procedere notando una consistenza spumosa e un colore bianco acceso, come quello di un manto nevoso parzialmente ghiacciato. Potreste anche capovolgere l’insalatiera (preferibilmente realizzata in componente metallico) in cui state lavorando e procedendo alla realizzazione del composto per le meringhe: qualora rimanga fermo, saldo, immobile e non si capovolga a terra, il composto è realizzato a regola d’arte.
Ecco dunque spiegato in poche righe e semplici passi come avviene il cambio metro fra la Linea C e la Linea A a San Giovanni durante le ore di punta. 
Se, infatti, il composto di passeggeri al capolinea rimane immobile sulla banchina in attesa di salire in superficie, per poi ficcarsi a spinta nel primo treno disponibile della A, procedendo allo stesso modo per la realizzazione del composto delle meringhe, il procedimento è andato a buon fine. 
Una volta sfornato il composto, ovvero usciti dal treno della Linea C, decorare con “Cazzo te guardi” e “Mortacci tua” a volontà.
A presto con nuovissime e freschissime ricette dal vostro Benedetta Parodi.
Posted in disagio, meringhe, metro a, metro c, Roma, san giovanniTagged disagio, meringhe, metro a, metro c, Roma, san giovanni

«I mezzi dell'Atac fanno schifo», giusto. Il fatto è che sono mesi che viaggiano senza manutenzione

Posted on 2018/07/25 by carmocippinelli
Ieri ho preso il 107. Non abitando tra Borghesiana e Pantano non lo prendo quasi mai. Comunque sia, questo era il “soffitto” del bus. Se fossi un radicale, il mio post inviterebbe i lettori a sostenere il referendum per la messa a gara del servizio pubblico (leggi: privatizzazione del servizio), indignandomi del fatto che le vetture non sono all’altezza di una “Capitale Europea”. Dato che non lo sono, inviterei coloro che si imbattono in questa foto, come per un precedente post che scrissi sul blog, a ripensare al fatto che le vetture (TUTTE!) stiano viaggiando senza manutenzione da mesi, mettendo a rischio sia i dipendenti, sia i passeggeri. La Corpa, infatti, azienda che si occupava della manutenzione dei bus (dunque un’esternalizzazione), non s’è vista rinnovare l’appalto e ha licenziato i suoi dipendenti. Non c’è bisogno di privatizzare, c’è la necessità di un servizio di trasporto pubblico (grassetto, corsivo e sottolineato) dignitoso per tutti.

Posted in atac, polpettoni, raggi, Roma, trasporto pubblicoTagged atac, polpettoni, raggi, Roma, trasporto pubblico

Il dito, la luna, il bus in fiamme, la Raggi, l'Atac e la privatizzazione taumaturgica.

Posted on 2018/05/10 by carmocippinelli

Più pensavo ad un titolo e più non mi veniva in mente davvero nulla di costruttivo se non questo. Non sono mai stato un titolista, questo c’è da dirlo.


La grande stampa è alla costante ricerca dello scandalo e della titolazione sensazionalistica che colpisca, che faccia vendere copie, che crei visualizzazioni sul sito piuttosto che appurare la veridicità di un dato fatto (si può sempre fare dopo con un errata corrige che non leggerà nessuno) oppure che lo interpreti in modo da mostrare una verità “altra” rispetto alla realtà dei fatti.
Le motivazioni di quest’ultima iniziativa editoriale, chiamiamola così, comune a tutti i grandi e medi editori (nessuno escluso) di quotidiani cartacei, hanno un fine latentemente politico: l’episodio del bus in fiamme di qualche giorno fa, ad esempio, è a dir poco eloquente. La stampa indica il bus in fiamme descrivendo i fatti e arrivando alla conclusione che l’Atac è certamente in rosso, che è una vergogna che i mezzi pubblici della città di Roma versino in una condizione da ottavo mondo (magari facendo anche parlare qualche esponente radicale dato il referendum imminente) e poi arriva alla conclusione politica affermando come la Raggi abbia dichiarato che i bus in fiamme sono «comunque meno del 2017», ridicolizzando ulteriormente l’affermazione (già di per sé risibile).
La storiella del tizio che indica la luna e lo stolto guarda il dito è applicata alla perfezione, confezionando un pacchetto di disinformazione, speculazione politica e ristrettezza di visione del reale consegnandola a chiunque (nel senso più totale del termine) che ne può porre e disporre come peggio crede.
La realtà, però, è un’altra. I bus vanno in fiamme perché la Corpa, azienda che si occupava della manutenzione dei bus di Atac, non s’è vista rinnovare l’appalto e ha licenziato i suoi dipendenti. Gli autobus di Atac viaggiano senza manutenzione. Questo è il fatto, ed è gravissimo che si stia speculando sul bus in fiamme per non dire che più di cento lavoratori che operavano nella manutenzione degli autobus hanno perso il lavoro (mansione utilissima, vien da sé la considerazione).

Il clima che si sta creando attorno alla presunta necessità di privatizzazione del trasporto pubblico è palese e la questione del bus in fiamme, trattata come è stato fatto dalla stampa italiana, ha finito per essere il più grande regalo alla campagna di Radicali Italiani per la «messa a gara del servizio di trasporto pubblico». Questo perché non si è posto un serio dibattito sulla questione di Atac, sulla sua gestione e sulle esternalizzazioni ma ponendo solo l’accento sul debito dell’azienda.

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Lo "sloganificio" e l'amministrazione di Roma

Posted on 2017/09/11 by carmocippinelli
Sloganificio. Il termine viene utilizzato a ragione da Mario Sechi, già direttore del Tempo, riguardo un tweet della Raggi prima che venisse eletta Sindaco di Roma, e prima ancora della partecipazione alla campagna elettorale post-Marino/Tronca.
Dunque, quando era ancora, assieme a Stefàno, De Vito e Frongia, consigliere d’opposizione in Assemblea Capitolina, Ignatius Marinus consule. 
Il termine sloganificio, diffuso tramite List il nuovo progetto del direttore, è opportuno ma a cui mi sento di dover aggiungere qualcosa: non si tratta solo di sloganificio, si tratta di banalizzazione estrema (certo conseguenza del termine menzionato) e personalizzazione di un qualcosa che dovrebbe andare oltre il mero additamento del colpevole, specie nella città in questione. La politica più è litigiosa e meno sa di contare, e questo è innegabile. Quando si inizia a parlare con toni simili si va a finire, inevitabilmente, nel ridicolo. 
Prova ne è non solo il tweet della Raggi in questione: Di Battista, infatti, il 5 marzo del 2015 se ne usciva scrivendo: «Piove un giorno e #Roma diventa la città più invivibile d’Europa #SottoMarinoDimettiti». Lungi dal difendere questo o quel primo cittadino, in questa sede mi limito solo a dire che un problema enorme come la gestione e l’amministrazione della Capitale non passa per mezzo di un tweet o di un post su Facebook. La propaganda va utilizzata cum grano salis, se si vuole impostare il proprio discorso pubblico in modo propagandistico lo si faccia pure, ma poi si argomenti, quali che siano le posizioni. In questo caso i social danno adito solo ad una pletora di facile propaganda, da cui si tiene ben lontano anche il minimo contenuto.
Le questioni della città di Roma sono imponenti e nella loro grandezza determinano, per forza di cose, anche quelle più piccole o quotidiane: non c’è amministrazione della Città se vengono accettati supinamente i vincoli del patto di stabilità e del debito pubblico.

Proprio riguardo il debito pubblico, il Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese, relazionando in commissione bilancio della Camera dei Deputati del 5 aprile 2016, disse testualmente: «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore». 

Tagliando con la metaforica accétta: il Comune deve ridare dei soldi, ma “non sa” a chi.

Il famoso audit sul debito (qualora servisse a qualcosa) proposto dalla Raggi è stato solo uno scalpo da mostrare ad una parte del Movimento5Stelle, niente di più. E ancora oggi, nonostante l’anno interno di governo, i gommoni servono ancora, Virginia Raggi consule.
Posted in Blog, capitale, M5S, raggi, Roma

«La metro l’aprono a settembre»

Posted on 2017/05/07 by carmocippinelli

Settembre è ‘r mese in cui tutti se svejano, se cerca de fa cose e se programmano buoni propositi.

Però poi ariva ottobre e te sei reso conto che nun gliel’hai fatta, mentre te giri e te rigiri ariva Natale, e allora pensi «vabbè, co l’anno nuovo vedo de risolve sta cosa».

Però poi ariva gennaio ma sei stanco perché sei stato a magnà pe ‘n mese e te voi rilassa, giustamente.

Però ariva carnevale. «E che fai nu li lanci du coriandoli, nun te la magni na frappa?». E poi passa pure carnevale.

Poi, determinato, piji er toro pe le corna e dici: «vabbè basta, oh, so passati sei mesi, famola qualcosa»
e invece stai sotto botta pe l’allergia.

Tra no starnuto e n’altro s’è fatta Pasqua.

Pasqua, Liberazione, Primo Maggio: tra du mesi ce sta ‘a prova costume e ‘n cazzo, manco stavolta l’avemo aperta.

«Dai mo viè settembre. Ce ripensamo».

Posted in casilina, Discorsi da bar, metro, metroc, prenestina, RomaTagged casilina, Discorsi da bar, metro, metroc, prenestina, Roma

Primarie centrosinistra per la candidatura a Sindaco di Roma: il punto dopo quattro mesi di nomi – Oltremedianews.com

Posted on 2013/01/10 by carmocippinelli

Di candidati e candidature, di nomi che si impongono e di altri che tweettano, di uomini giusti per Roma e di donne che chiedono candidature.
Punto della situazione sulle primarie del centrosinistra romano. 

C’erano tempi in cui la certezza imperava in casa PD, tempi in cui c’era il candidato forte per Roma, in cui il nome del presidente della Provincia Nicola Zingaretti era sulla bocca di tutti. Già da parecchio, ormai, si dava per scontata la sua candidatura. Ma è proprio quando qualcosa si dà per scontato che accade qualcos’altro che rimette tutto in discussione. In questo caso, il fattore che ha fatto inceppare la “macchina della certezza” sono state le dimissioni di Renata Polverini.

Ad ottobre, dunque, iniziava il totonomi per la candidatura a sindaco nella tornata elettorale interna al centro sinistra di Roma, dopo che era stata archiviata la candidatura di Zingaretti, oramai quotato in Regione Lazio.
Ad aprire le danze era stato David Sassoli, già telegiornalista del Tg1 ed europarlamentare in quota Partito Democratico.
“Bisogna essere disposti ad accettare chi vince”, affermava a metà ottobre Sassoli, dato che mentre si imponeva come candidato alle primarie un altro nome entrava a far parte della lista: Umberto Marroni. 

All’interno del Campidoglio il Partito Democratico iniziava a prendere le parti di uno e dell’altro e il consigliere Ozzimo affermava: “Il prossimo sindaco deve essere una persona con una forte esperienza, deve conoscere la macchina amministrativa alla perfezione e deve aver svolto un percorso al suo interno”.
L’on. Monica Cirinnà faceva eco ad Ozzimo affermando come Marroni rispondesse perfettamente all’identikit tracciato dal suo collega. 

Poi arrivavano altre candidature: Mario Adinolfi si candidava con un “tweet” e affermava di voler fare di Roma “una città sinonimo di futuro”; Patrizia Prestipino, ex consigliere del XII municipio ed assessore alle politiche dello sport e del turismo, tappezzava la Capitale di manifesti con lo slogan “L’uomo giusto per Roma”; in ultimo, Gentiloni era il candidato che, parafrasando il sito di “huffingtonpost.it”, poteva portare equilibro tra le sfere ex Margherita e componenti ex Ds. 

Inoltre c’erano, e ci sono il giovane candidato dello PSI Mattia di Tommaso e, in quota Sinistra Ecologia Libertà, Luigi Nieri.
Nel frattempo è passata molta acqua sotto ai ponti: Adinolfi ha lasciato il Partito Democratico per per aderire al progetto del premier-tecnico uscente “Scelta Civica – con Monti”; il nome di Marroni, assieme a quello di Gasbarra, è quasi del tutto tramontato per far posto ad un più certo Gentiloni e, last but not least, in casa Sel anche Massimiliano Smeriglio, lanciato verso la Camera, abbandona la corsa per la “porpora” di Roma Capitale. 

Tutti uomini, soltanto una donna candidata nel centrosinistra e quindi ecco la nascita spontanea di un comitato che ha raccolto già 395 firme a sostegno della candidatura di Gemma Azuni a Sindaco di Roma.
Nell’iniziativa “L’Etica in politica” svoltasi il 5 gennaio scorso, promossa dalla stessa Azuni per rendicontare coram populo il suo incarico istituzionale in Assemblea Capitolina, il comitato che chiede la candidatura del consigliere in quota Sel è uscito allo scoperto.
In una nota la stessa Azuni scriverà poi che l’entusiasmo e la partecipazione che ha condiviso con i presenti all’iniziativa le hanno dato forza per continuare nella “battaglia politica che ben potrei condurre alla Regione dove la mia competenza porterebbe ad occuparmi dei servizi alla persona, di quelli sociali, di ambiente, della salute dei cittadini e delle donne”. 

Le stesse donne che ora chiedono una sua candidatura a Sindaco di Roma: “È anche una battaglia dell’altra metà del cielo. Perché non una donna Sindaco di Roma?”

Posted in capitale, elezioni, oltremedia, Roma

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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