Spero che il messaggio passi già da adesso…
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Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti
Spesso, insomma, ci passo le giornate intere, come è accaduto oggi e, di norma, mi tolgo gli occhiali data la distanza ravvicinata coi libri, posandoli sul tavolo a fianco alle penne e alle matite. Tutto questo, ovviamente, amplifica la percezione distorta della realtà: il mondo, senza lenti, è per me a metà tra un quadro impressionista e una sempre presente nebbia che avvolge persone e cose.
Oggi, per un motivo o per un altro, verso le 17:00, ero già fuso, nonostante fossi entrato a studiare alle 9:15 (minuto più, minuto meno), dunque inizio a rassettare le mie cose e a impilare libri, fotocopie, dispense e quant’altro. Mi giro per prendere (sempre senza occhiali) la giacca a vento che avevo avvolto alla sedia che mi ha sostenuto per alcune ore di studio e nella torsione del busto vedo passare una figura che assomigliava ad un tizio con cui ho condiviso degli esami di triennale.
Il tizio stava certamente cercando qualcuno con gli occhi, girando la testa da una parte all’altra del piccolo corridoio che separa tavoli di consultazione e fondi librari, quando ad un certo punto mi alzo, e gli tendo la mano dicendo – sottovoce – «Ao, ciao! Come stai?». Lui, sicuro di sé e col piglio della persona che mi conosce da decenni, mi fa «Caro che piacere, tutto bene».
Mi stringe la mano, mi sorride e si rivolge nuovamente alla breve strada che dovrà percorrere per trovare quel qualcuno che cercava con lo sguardo poco prima. Esco dalla biblioteca, metto a posto le cose e mi ripensando all’accaduto mi viene in mente che, in realtà, non ho salutato il tizio con cui ho condiviso degli esami in triennale ma un perfetto sconosciuto, come se a distanza di qualche minuto il cervello mi avesse svegliato dalla stanchezza in cui ero immerso.
Insomma, ho salutato un tizio che non conoscevo affatto che mi ha ricambiato come se ci conoscessimo da tempo immemore.
Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti.
Marco Antônio de Freitas: a Venezia tra calcio e saudade

I lettori abituali di questo blog potrebbero storcere un po’ il naso dando un’occhiata a questo post: che c’è di diverso in una storia di un calciatore straniero che viene a giocare in Italia decidendo, in seguito, di tornare al suo Paese d’origine per varie ragioni? Che c’è di diverso nella classica motivazione dei brasiliani riguardante la nostalgia di casa, quella che si chiama saudade?
Che poi, la saudade non è proprio nostalgia di casa ma anche assenza, lontananza, malinconia; Gilberto Gil, nella sua canzone Toda Saudade, l’ha definita più o meno così: «Ogni saudade è la presenza dell’assenza, di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine; un improvviso no che si trasforma in sì; come se il buio potesse illuminarsi».
Con la storia di Marco Antônio de Freitas la saudade c’entra, ma non è solo quello stato d’animo ad essere predominante: una serie di motivazioni, tutte rilevanti, interpretano un ruolo fondamentale sul proscenio della presenza dell’attaccante brasiliano in Italia.
Marco Antônio de Freitas arriva in laguna quando il Venezia è fallito di recente e si trova a disputare il girone C della serie D per la seconda volta consecutiva: in panchina c’è Enrico Cunico, allenatore vicentino di fama locale che s’è fatto le ossa in Prima e Seconda Categoria prima di approdare all’Eurotezze in Eccellenza, poi il primo salto al Montebelluna in D e l’approdo all’FBC Unione Venezia da cui viene esonerato ad una manciata di domeniche prima della fine del campionato.
A Cunico era subentrato Gianluca Luppi, colonna difensiva di un A.C. Venezia che i tifosi ricordano ancora: con lui alla guida dei lagunari, la squadra assume un gioco diverso da quello di Cunico, il suo approccio era decisamente migliore – col senno di poi – di quello di Cunico, ma tant’è. Quella stagione la vinsero i cugini del Treviso, il Venezia arrivò secondo con i playoff persi contro il San Donà Jesolo, compagine che – in ogni caso – perse lo spareggio decisivo per la Lega Pro contro la Turris e l’anno successivo ancora nella finalissima contro il Cosenza. Dopodiché fallì completamente, e ora l’Asd San Donà di Piave – Don Bosco milita in Seconda Categoria.
Ma questa è un’altra storia.
Il Venezia di Cunico era, in ogni caso, una squadra che poteva puntare alla vetta della classifica, ed è stata la prima stagione di Emil Zubin in arancioneroverde, il bomber che in due sole stagioni ha visto il proprio nome superare quello di Paolo Poggi, icona veneziana, nella classifica marcatori di tutti i tempi.
Marco Antônio de Freitas approda a Venezia a campionato iniziato da poco e fin da subito si
allena duramente assieme a tutta la squadra: proviene dal Rio Branco Football Club, squadra di Serie D brasiliana; in precedenza una serie infinita di maglie vestite, dal Fortaleza al Comercial, dal Ferroviaria all’Anapolina, fino a quella (nel 2005) del Jeonbuk Hyundai Motors Football Club, team della massima serie Sud Coreana; cresce nelle giovanili del São Paulo e ci disputa una sola stagione nel 1999.
L’attaccante approda in laguna nel 2010 quando il fratello, Augusto Cesar de Freitas, era già un veterano di Eccellenza e Serie D in Italia: Guto, diminutivo di Augusto, ha fatto, in piccolo, lo stesso percorso del fratello maggiore partendo dal Brasile e tentando di sconfinare nel campionato indonesiano nel Persita Tangerang prima del ritorno in Brasile per una stagione al Sao Carlos. Poi, per Guto, c’è stato spazio solo per l’Italia: Francavilla, Sangiustese, Sarzanese, Boca Petri Carpi, Montebelluna, Marano, Thermal Ceccato, due anni al Cerea e ora punta del Laguna Venezia1 in Eccellenza Veneta.
La vita di Marco Antônio de Freitas in laguna, però, non inizia col piede giusto dal momento che fin da subito non arrivano tutti i documenti necessari perché si sancisse formalmente il trasferimento dal Brasile all’Italia, tuttavia il brasiliano non molla.
Gli allenamenti proseguono e, finalmente, inizia a fare le prime apparizioni sui campi veneti ammantati dalla nebbia invernale: Cunico non lo schiera mai dal primo minuto, nonostante affermi che si tratta di un ottimo giocatore tattico e di sostanza, facendolo entrare sempre a partita finita.
A marzo 2011 il Venezia deve affrontare prima il Belluno e poi il Treviso, squadra con cui, a parte la rivalità storica, si è sviluppata una competizione per il primo posto del girone: la partita contro i gialloblu termina in pareggio e Marco Antônio, di nuovo, viene fatto entrare quando mancano poco meno di 10 minuti al termine della partita.
Eppure Marquinho, ogni volta che entra nel rettangolo di gioco, dimostra di saperci fare col pallone, se non altro per l’indubbia esperienza che ha maturato in Brasile: appena tocca palla gli piombano addosso sempre tre avversari per rubargli la sfera.
Così non va avanti e gli infortuni si sommano alle delusioni del poco minutaggio sulle gambe e al termine della partita contro il Belluno, infatti, intervistato da Andrea Martucci, giornalista che seguiva la società, esprime un’oncia di rammarico per le continue sostituzioni che lo fanno entrare a partita ormai terminata.
Sfiora il gol in diverse occasioni ma non riesce mai ad insaccare alle spalle del portiere avversario: la saudade nei confronti di casa cresce sempre di più. Cresce, a dismisura, quando il Presidente del Venezia Rigoni muore improvvisamente e la società ha bisogno di un rapido riassetto, nel momento in cui si concretizza la famosa cordata russa capitanata dall’ormai ex Presidente Yurij Korablin (ora posto ricoperto da Joe Tacopina, che i più si ricorderanno poco tempo fa al Bologna).
Cambio di panchina: via Cunico, dentro Luppi e de Freitas comincia a vedere le possibilità di giocare, dopo essersi ripreso dall’infortunio.
Gioca, dal primo minuto, solo l’ultima partita del campionato contro il Pordenone (nel Venezia di quel giorno avrebbe giocato anche l’appena maggiorenne Francesco Fedato, ora punta del Livorno). Finisce 3 a 2 per gli arancioneroverdi e Marquinho sigla il gol del vantaggio, mostrando, in una manciata di minuti, tutta la classe che non aveva potuto mostrare durante la stagione: cross di Cardin dalla sinistra, tiro rapidissimo di prima che va ad inserirsi in quella fessura minuscola tra la mano del portiere – già in volo – e la traversa della porta.
Non ci sarebbe arrivato neanche Lev Yashin.
I compagni urlano più di lui dopo il gol realizzato, la squadra gli corre incontro, si lascia abbracciare da tutti, dato che era – ormai da tempo – un componente della squadra a tutti gli effetti, benvoluto da chiunque all’interno del club: per una volta ha segnato lui, Marco Antônio de Freitas.
«E’ stato un bello gol», dice a fine partita, interpellato dal sempre presente Martucci, «io che ha fatto prima partita contro Pordenone, faccio oggi mia ultima partita». Marquinho ha già acquistato un biglietto aereo che neanche Luppi è riuscito a fargli spostare: «credo che la squadra va fino a fine con play-off, io torno a casa a cercare squadra in Brasile».
Non è stata la stagione migliore per Marco Antônio, ma la sfortuna degli infortuni, il transfer che non arrivava e un allenatore che gli imponeva lo status di riserva, hanno fatto tutto: il resto è saudade, altro che noia.
Tornato a casa disputa un’ultima stagione prima di ritirarsi, a causa di un altro brutto infortunio. Marquinho, ora, allena il settore giovanile di calcio femminile della sua prima squadra: il São Paulo.
1� Fondata nel 2011 dalla fusione di Us Muranese (che aveva già preso il nome di Laguna di Venezia), Venezia Alvisiana e Serenissima Vigna. Il Laguna Venezia, dunque, ha messo insieme tutti i gruppi di tifosi e sostenitori ‘neroverdi’ che si erano schierati fin dal primo momento contro la fusione delle società di Mestre e Venezia che avrebbe portato il tricolore ‘arancio-nero-verde’ sulla maglia della squadra della laguna, da qui il termine Unione ripreso dal Venezia una volta retrocessa in Serie D. L’associazione che più rappresenta l’istanza neroverde e, per l’appunto, ‘Cuore Neroverde’. Stessa matrice ha la società Pro Venezia, militante in Promozione Veneta.
La variegata galassia calcistica capitolina all’alba del XX secolo: 1907–1927
Roma presa in esame non è quella odierna e lo dimostra bene il fatto di come si dovesse camminare per quattro chilometri per vedere la propria squadra: l’Audace Roma, ad esempio, bianco e rosso i colori sociali e uno stadio che evoca tutto un altro approccio allo sport, il ‘Motovelodromo Appio’.
Classe, ovviamente, intesa come ‘classe sociale’: nel periodo interbellico, tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’inizio della repressione fascista, chi poteva permettersi il lusso di uno sport erano le classi agiate, dato che la maggior parte delle squadre capitoline si andavano a collocare in quella che oggi è la Roma dei quartieri alti.
E, forse, la collocazione del Motovelodromo era da considerarsi proprio così: palazzoni ancora assenti, qualche casupola sparsa e solinga che, più in avanti, avrebbe formato i primi agglomerati più simili a baracche ed ammassi di lamiera che altro, ‘stabilimenti’ precari prodromici delle borgate.
nel volume ‘I cento anni del Comitato Regionale del Lazio’, si leggeva:
«gravissimo insorge in
Roma il problema di ottenere un campo adatto per le esercitazioni del giuoco del calcio e per la risoluzione del quale sono in moto i Comitati Direttivi delle principali Società Sportive della Capitale. Finora si giuocava molto bene in Piazza d’Armi e a Villa Umberto I; ma adesso per le abitazioni popolari in costruzione nella prima, non è più possibile giocarvi dato che lo spazio libero è molto ridotto, e quel poco, è tutto intrinsecato da fosse profonde, dal continuo passaggio dei carri adibiti al trasporto di materiale. Rimarrebbe la Villa Umberto I, ma il Consiglio Comunale sembra assolutamente deciso, entro breve tempo, a proibire qualunque giuoco sportivo nella stessa e già ha sfrattato dalla Casina dell’Uccelleria la Società Podistica Lazio che da parecchi anni vi aveva posto la sua sede. Alle proteste elevatesi da tutti gli sportsmen romani ha risposto che impianterà un par co sportivo un miglio fuori della Porta del Popolo nella località detta dei Due Pini, ma finora vi sono ancor a dei canneti e delle fosse, quindi non sarà certo tra breve tempo che si potrà giuocare in quella località. Speriamo dunque, per l’incremento di questo giuoco così bello , che si possa ottenere dall’Amministrazione Comunale qualche concessione a scadenza un po ’ meno lunga, od almeno il permesso di poter continuare a giuocare a Villa Umberto I; altrimenti andrebbe perduto il frutto del lungo lavoro di tutte le società romane che già incomincia a dare buoni risultati, potendosi giuocare quasi ogni settimana dei bei matches che entusiasmano i cultori del giuoco del Calcio e procurano molti nuovi proseliti tra i quali bene spesso si notano delle buone promesse».
Quel ‘Due Pini’, inoltre, che sarebbe diventato lo stadio del Roman, tra l’Auditorium e Viale Tiziano, e che sarebbe stato costruito a poca distanza dallo Stadio della Rondinella, quello della Lazio.
Nel secondo articolo del 1911 si leggeva, infatti, che
«queste condizioni [quelle della penuria di campi] sono ancora peggiorate, perché il Municipio ha assolutamente proibito di giuocare nella Villa Umberto I e perciò di campi adatti per il giuoco del calcio non rimane che quello che il Roman Foot-ball Club tiene in affitto dal Comune di Roma, concessione che non si è voluta fare ad altre Società ben più importanti, che è stato loro recisamente rifiutato l’affitto di un tratto qualunque dei terreni che circondano il campo del Club suddetto, di modo che se una Società calcistica volesse giuocare, deve sfidare il Roman Club e fare un match con esso altrimenti non le rimane che elevare proteste che regolarmente rimangono inascoltate, ed ai giocatori null’altro che la consolazione di assistere ai matches che giuoca il Roman F.C. o tir are calcio contro i sassi camminando per la strada»
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| Un scena di gioco nel campo del Motovelodromo Appio. (Si può notare la maglia della Fortitudo Roma indossata dal giocatore in secondo piano) |
«La partita di calcio era ancora un avvenimento esotico, da gita fuori porta, da affrontare con pasto al sacco. Sarebbe profondamente errato dire che il calcio era un corpo estraneo alla città, ma lo era senz’altro per gli strateghi dell’urbanistica e per i suoi amministratori. Il calcio, non a caso, finì assieme alle corse di bicicletta e di moto. Quelle corse “pericolose”, cioè, che era meglio tener e lontano dalla brava gente che andava a passeggio o a comprare le pastarelle a Via del Corso; in fondo anche quei ragazzotti in mutandoni correvano, cercando come dei forsennati d’impossessarsi di una palla e il rischio di farsi male, in fin dei conti, ci doveva pur essere».
A proposito della Fortitudo è bene ricordare un fatto non proprio irrilevante e, cioè, quello che vedeva legata la società sportiva all’ambiente del Vaticano: la ‘Società di Ginnastica e Scherma Fortitudo’ possedeva una società calcistica che utilizzava il rosso ed il blu come colori sociali, più manifesto omaggio alla ‘Roma dei Papi’.
Il Pontefice di quel tempo fece egli stesso nascere, praticamente, la Fortitudo Roma:
«nacque grazie ad una donazione di Pio X nei confronti dei frati Fratelli di Nostro Signore della Misericordia, ai quali il papa regalò un’area a piazza Adriana 22, a due passi da Castel Sant’ Angelo, dove furono costruiti i primi locali della società»,
La Pro Roma, nata dalle ceneri di un altro club di nome Ardor, giocava le proprie partite alla Piramide, sebbene usufruiva anch’essa del campo di Piazza D’Armi, così come d ’altra parte, il campo della Rondinella aveva visto avvicendarsi molte tra le società prima citate le quali avevano quello come ‘approdo sicuro’.
Dall’altra, Vaccaro, da socio semplice della Lazio, ne diventò Vicepresidente così da scongiurare la sorte che aveva in serbo l’emissario mussoliniano, ma si sa, almeno quello la Storia non può nasconderlo, entrambi facevano riferimento a Mussolini essendo emanazione del partito fascista, e Vaccaro rispondendo a Foschi, come riportato nello storico volume ‘Lazio Patria Nostra’ di Mario Pennacchia, sentenziò:
«la Lazio è Ente Morale dal 1921 per Regio Decreto, con una sua storia carica di gloria alle spalle, quindi non può certo scomparire. Se proprio vogliamo creare una nuova società a Roma raggruppando tutte le realtà cittadine, ben venga, ma il suo nome deve essere Lazio, i colori devono essere il bianco e celeste, ed il campo quello della Rondinella. E comunque, se proprio vogliamo far nascere una squadra che si chiami Associazione Sportiva Roma come il Duce vuole, la cosa è fattibile. In questa città c’è spazio per due grandi squadre e una sana rivalità sportiva potrebbe essere un bene per migliorare la competitività del calcio della Capitale».
Il Partito Repubblicano Italiano dopo il suo quarantasettesimo congresso
Il Pri, quel partito con quel simbolo mai mutato e mai cambiato nel corso del tempo, così come la falce e martello per i comunisti.
I Repubblicani hanno attraversato lunghi periodi e fasi non molto serene della politica italiana e il congresso dell’edera, quarantasettesimo, ha visto un partito non in buona salute, per la verità: la prima diaspora repubblicana, dopotutto, s’è consumata anni fa quando, dopo l’esperienza elettorale del ‘Patto-Segni’, l’area di Gawronski e Verdini avrebbe approdato a Forza Italia, la componente della ‘sinistra’ del partito avrebbe fondato ‘Sinistra Repubblicana’ e – successivamente – entrata nei Ds, Maccanico avrebbe fatto nascere l’Unione democratica ed Enzo Bianco (attuale sindaco di Catania) ‘i Democratici’.
Assise congressuale in cui lo stesso Nucara, segretario del Partito, ebbe a dire che «con l’unificazione tra Pri e Movimento repubblicani europei riprendiamo un cammino comune».
Verrebbe quasi da dire, tuttavia, che la storia dei repubblicani si perde ‘nella notte dei tempi’ della politica del Paese: le vicende dell’edera si intrecciano con quella delle brigate Giustizia e Libertà, quindi del Partito D’Azione, della cultura liberal-socialista che l’Italia – in buona sostanza – non ha mai visto realmente.
Si intreccia, in ogni caso, anche con la storia del Partito Comunista Italiano: Togliatti, ‘il migliore’, lo definì «piccolo partito di massa» e, recentemente, Tommaso Giancarli, in un bel post sul suo blog per il sito di Panorama, lo ricordava sommessamente, con un notevole rimpianto:
«di fronte all’affermazione ormai definitiva di formazioni di massa quanto a numeri elettorali ma magrissime o evanescenti sul piano della struttura e della reale partecipazione, guardo all’Edera con qualche rimpianto; ma soprattutto credo che fosse sensata quell’ambizione, che, prima di ogni logica di parte, tradiva soprattutto una sconfinata fiducia nell’umanità, tutta, e nella sua capacità di governarsi, acculturarsi, migliorarsi. Tutta roba ottocentesca e un po’ da libro Cuore, forse, ma non è che le iniezioni di cinismo che ci pratichiamo da decenni stiano guarendo le nostre malattie».
Mosso da uno spirito storicista (ancorché vagamente amante delle nicchie) e di estrema curiosità di ascoltare il dibattito del Partito, decido di andare al ‘Church Palace’, luogo in cui si svolgeva il quarantasettesimo congresso del Pri, e, a margine della seconda giornata di lavori, ho potuto intervistare il coordinatore nazionale Saverio Collura, repubblicano di vita e reggino di nascita.
«In effetti siamo molto pochi, ma non è che nel passato i repubblicani fossero tanti: il primo congresso a cui ho partecipato è stato nel ’65, quello che avrebbe eletto segretario Ugo La Malfa.. Beh, forse eravamo la metà di quelli presenti in questa sala, e io non ero nemmeno delegato!»
«di folle non ne ho mai viste, eccezion fatta per una Conferenza programmatica prima del congresso di Bari (2001 nda) in cui un ragazzo mi aveva fermato dicendomi “stai entrando in un momento complicato per il partito ché non si sa se supererà l’estate”, ed era maggio».
Quindi la ricostruzione del ‘campo’ lib-dem: «L’Italia ha bisogno come il pane della cultura liberal democratica: la crisi è frutto della bassa politica, noi infatti nel nostro slogan diciamo di voler costruire ‘l’altra politica’ e ‘l’alta politica’; il problema centrale, oggi, è che l’Italia ha bisogno di buona politica, siamo per l’alternativa» giacché «l’elettorato non deve percepirci come ‘il partito benpensante o di élite’ ma come ‘il partito dell’alternativa a questa situazione’, che sia radicale dal momento che vent’anni se li sono divisi dieci tra centrodestra e centrosinistra, è impensabile che siano quelle forze a traghettarci fuori dalla crisi».
La legge elettorale?
Certo, è pur vero che c’è stato un abuso della decretazione di legge, per usare un eufemismo ma «il problema sono i decreti attuativi e i regolamenti: la legge non è autoapplicativa come avviene in Francia».
Mentre percorro i chilometri che mi separano dal ‘Church palace’ a casa, ripenso ad una chiacchierata di un po’ di tempo fa con un vecchio compagno, ad una riunione non molto operativa né tantomeno stimolante dal punto di vista del dibattito: i suoi parenti, mi raccontava, erano divisi tra Pri e Pci «di una cosa, a casa mia, s’era certi: la sezione dei repubblicani e quella dei comunisti erano sempre aperte una a fianco all’altra: edera e falce e martello insieme. I repubblicani non erano marxisti come me e te, come noi, nient’affatto, ma erano di quella cultura liberale, socialista, antifascista che a ‘sto Paese è sempre mancata.. solo che poi, è venuta a mancare anche a loro… Ogni tanto, quando indosso la giacca, mi rimetto all’occhiello l’edera di mio zio, tanto per…».
Grillo nell’Efd – il gruppo di Magdi Allam – Controlacrisi.org
articolo apparso su Controlacrisi.org
«I Gruppi Politici europei che hanno ufficialmente manifestato interesse per la delegazione italiana del M5S sono Europa per la Liberta e la Democrazia (EFD) e Conservatori e Riformisti Europei (ECR). Per completezza, si segnala che anche Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (ALDE), il gruppo più europeista e federalista esistente al Parlamento Europeo, ha espresso una posizione unitaria, la quale tuttavia ha considerato i sette punti per l’Europa del M5S come ‘completamente incompatibili con la loro agenda pro-Europa’ definendo il M5S ‘profondamente anti europeo’ e il suo programma ‘irrealistico e populista’».
Questo uno stralcio del post sul blog di Beppe Grillo che, nella giornata di ieri, fungeva da cappello introduttivo alla votazione on line lanciata per le ore 15:00 agli iscritti al portale.
Tre i gruppi parlamentari, dunque, che gli iscritti al blog potevano votare: Efd, Ecr e il gruppo misto, quindi il non allinearsi.
I commenti in calce al post sono stati duri e riportavano contestazioni pesanti nei confronti del detenente il nome del sito di riferimento degli attivisti pentastellati. Ma si sa: su internet, sulla rete, il dibattito tende a polarizzarsi radicalmente salvo poi appiattirsi nella vita reale.
La maggior parte di chi sbraita contro le nefandezze dei democratici o dei forzisti, assimilandoli – magari neanche a torto – in un unico contenitore annettendoci anche genericamente ‘i partiti’, incitandoli a tornare alle loro magioni, si lasciano poi facilmente prendere da chi vende le false promesse dei mille euro per le casalinghe o dal voto utile a far vincere uno piuttosto che l’altro.
Assenti, poi, i Verdi Europei, nel trittico proposto da Grillo e Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, scriveva così su Facebook nella giornata di ieri:
«Grillo ha impresso una svolta conservatrice e non ecologista con la decisione di andare con Cameron o con Farage (a meno che cosa improbabile non decidano di non iscriversi a nessun gruppo)».
Una manciata di ore, un pugno di tweets di qualche deputata e deputato pentastellato, e il gioco è fatto: il Movimento 5 stelle andrà nel gruppo degli Efd, quello del tanto discusso Farage dell’Ukip e quello da cui è appena uscito, e non rientrato perché non risultato eletto, Magdi Cristiano Allam candidatosi nelle liste di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale.
Giulia Sarti, parlamentare 5 stelle, aveva twittato: «Questo è il mio voto turandomi il naso per il gruppo europeo: conservatori e riformisti, i nipotini di Churchill. Solo per non far vincere Farage»; Stefano Vignaroli, collega della Sarti, invece digitava su twitter:
«Sono indeciso se non votare il sondaggio sul blog o votare di non iscriversi perché trovo le altre opzioni scarsamente pluralistiche».
Il Movimento 5 stelle e il ‘menopeggismo’ imperante imposto dall’alto.
I parlamentari cinquestelle, piaccia o non piaccia, sono entrati da persone comuni nelle Istituzioni e stanno lavorando alacremente e con spirito di dedizione, questo è innegabile.
Vederli sottostare a delle proposte che non sono di loro emanazione, stando ai commenti rapidi di 140 caratteri, non sa di movimento nuovo e di rinnovamento politico ma di ben altro.
E così, invece, su 29.584 votanti la stragrande maggioranza (23.121, pari al 78%) ha indicato come gruppo di riferimento per il Movimento 5 stelle, l’Efd; la seconda scelta degli iscritti al blog è stata quella di chi avrebbe preferito il, cosiddetto, ‘gruppo misto’ (quello dei non iscritti), 3.533 i voti (12%). La più bassa percentuale di votanti è stata quella che intendeva mandare i cinque stelle nell’Ecr: 2.930 i voti.
Da sinistra, da Rifondazione, Paolo Ferrero ha così commentato in una nota:
«Il Movimento 5 Stelle ha deciso di allearsi in Europa all’iperliberista e razzista Farage. Non è vero che non esistono la destra e la sinistra: la destra è quella con cui in Europa si allea Grillo e il M5S. La sinistra è quella con cui si allea lista ‘L’altra Europa con Tsipras’: la sinistra europea e il GUE».
Al di là delle percentuali dei votanti e di chi ha effettivamente votato esprimendo la propria preferenza per questo o quell’altro gruppo, la notazione che è opportuno fare è come la scelta sul piatto posta da Beppe Grillo sia stata polarizzata e definitiva al momento della consultazione on line: o il gruppo conservatore e riformista, comunque tendente a destra, o quello federalista democratico, che tende ancora più a destra.
Comunque si voglia leggere la faccenda da parte grillina, cioè sia che l’alleanza con l’Efd sia proficua per l’opposizione senza esclusione di colpi nei confronti dell’Unione Europea; sia che la consultazione sia stata coercizzata dalla scelta di due soli gruppi parlamentari, ora la risultante è una e una sola: il Movimento 5 stelle ha, finalmente, preso una posizione. E l’ha fatto senza dichiarare, in seguito, che i giornalisti volevano ingabbiare il Movimento in ‘vecchie categorie’ come la ‘destra’ e la ‘sinistra, perché il Movimento è ‘oltre’.
Stavolta la posizione c’è stata, c’è e ci sarà per la legislatura tutta.
Sarà interessante, dunque, vedere le reazioni di tutti coloro che si riconoscono nel Movimento 5 stelle e di Grillo stesso. Sempre che riesca ad accedere al suo sito che, da stamattina, è fuori uso come quello della Casaleggio Associati.
L’Iran ai mondiali
Non sono un grande appassionato di calcio, anzi, se dicessi che tifo per il Venezia perché mi sono innamorato della città sospesa sull’acqua da quando ero molto molto piccolo, sarei – quantomeno – preso in giro a vita.
Nonostante non coltivi questo grande amore per il calcio, ogni tanto, quando il Venezia era stato retrocesso d’ufficio in serie D causa plurifallimento, qualche partita la seguivo; il nome di qualche giocatore me l’ero perfino imparato. Quando trasmettevano la partita su Rai Sport 1, una tra quelle rare volte che trasmettevano il Venezia, emettevo un grugnito di incoraggiamento ogni volta che Volpato prendeva la palla.
Gliela serviva da dietro Lelj, il centrocampista che ora milita in una delle squadre dell’eccellenza vicentina, credo sia col Marano, ma come dico, sbaglio.
Soffrivo insieme ai tifosi quando, in diretta, il Treviso aveva rifilato tre gol al Venezia e Zubin ne era riuscito a mettere dentro uno solo e pure su rigore.
Disfatta completa, ma c’era l’orgoglio lagunare che faceva cantare ‘el pope’ a tutta la curva.
In quel periodo, nel secondo liceo (per i profani, quarto superiore), era arrivato nella mia classe un compagno nato in Italia ma con origine iraniane.
Giocava e gioca a calcio a 5, in difesa, e non è niente male, anzi!
Qualche volta ci vedevamo per studiare insieme: lui era molto intuitivo nelle materie scientifiche e a matematica era molto bravo mentre io, appena mi mettevano tre cifre sotto gli occhi, le pupille iniziavano ad allargarsi come in preda ad overdose.
Lui, comunque, sempre oltre la sufficienza nelle materie scientifiche. Io costantemente ad aggrapparmi ad un 6-/5 e mezzo sperando che lievitasse da sé in una stiracchiata sufficienza che non mi facesse prendere il debito.
Comunque sia, le materie letterarie erano quello che mi piaceva, quindi ci compensavamo: io dicevo in breve a lui qualche autore di latino, la critica e l’analisi di qualche testo; lui mi indottrinava in matematica. Così come faceva l’altro compagno che, da un’altra scuola della periferia romana, era approdato insieme a lui nella classe in cui stavo del Bdn.
Una volta, in cui la voglia di studiare non era elevatissima, non che fosse impossibile questo fattore, per la verità (eravamo molto discontinui nello studio, ma almeno armati di buona volontà), mi aveva fatto vedere il video di un giocatore iraniano famoso anche in Europa e di cui, ovviamente, ignoravo completamente l’esistenza.
Mi aveva fatto vedere qualche video scritto in persiano, caratteri a me incomprensibili, che però a lui riusciva facilissimo leggere, ovviamente.
Ali Karimi, era il giocatore del video.
Il tizio faceva girare gli occhi e la testa ai difensori avversari, era una specie di fenomeno ai miei occhi e in effetti in un video, stavolta a caratteri latini, la descrizione recitava “Ali karimi, iranian Maradona”.
Magari un po’ esagerato il paragone, ma certamente quel giocatore lì aveva capacità.
L’altro giorno mi imbatto, per caso, nel tabellino delle partite che si succederanno nei prossimi giorni per l’inizio dei mondiali di calcio del 2014 che, quest’anno, si svolgeranno in Brasile.
Noto, non con poca sorpresa, che in un girone è inserito anche l’Iran e penso alla squadra sognata che mi ero fatto, in cui c’era anche Ali Karimi, nonostante in questi ultimi anni non abbia più indossato la maglia della sua Nazione.
Ripenso al compagno di classe che esultava per le vittorie dell’Iran in coppa d’Asia di quell’anno in cui mi aveva fatto vedere il video delle prodezze del giocatore iraniano, che ha giocato anche in Germania nel Bayern Monaco.
Ho mandato un po’ la testa in tilt e ho associato quell’Iran, quell’Ali Karimi e a come sarà vissuto il mondiale in quella casa di Centocelle. A tifare, sorridendo spensieratamente, due nazionali.
Se viene rovinato anche il 25 aprile
Oggi, è il 25 aprile e, personalmente, ho acquisito il valore della giornata del 25 aprile cammin facendo, non sapevo nulla di lotte partigiane, azionisti, comunisti, socialisti.
Non sapevo di essere comunista, mi hanno insegnato ad esserlo ed è un qualcosa di inspiegabile: non è una moda né un momento giovanile, come possono dirti, è una speranza per una nuova umanità, realmente.
Comunque sia, mi metto in moto e prendo la metro; arrivo a Colosseo, dov’era l’appuntamento per la partenza del corteo.
La situazione cambia rapidamente in pochissimi minuti, la polizia circonda le persone con le bandiere della Palestina, il corteo parte e lascia i comunisti al palo perché stavano difendendo il diritto alla manifestazione per chi possedeva quelle bandiere https://www.facebook.com/photo.php?v=289439267881703&l=3474844196601414610
Arrivano discussioni su discussioni mentre si sta fermi: provocatori ai lati della strada che tastavano il nostro livello di sopportazione , momenti di tensione quando alcuni, veri e propri energumeni che si sono dichiarati appartenenti alla comunità ebraica, con tanto di bandiera con la stella di David in mano, hanno iniziato ad aggredire verbalmente e fisicamente alcuni manifestanti.
Nel parapiglia un altro energumeno ha iniziato a provocare altri manifestanti da un’altra parte della strada, molto ravvicinata a quella precedente visto il fazzoletto di terra in cui si stava svolgendo l’azione. Il risultato è che sono volate parole grosse «Vattene da qui!» e «Non mettete le mani addosso, vi ammazzo tutti!», mentre riprendevo la scena col cellulare un altro signore mi mette la mano sul telefono e mi ostruisce la visuale.
Non ho una tempra fortissima, lo ammetto, e, visto tutto questo, mi siedo da una parte a ragionare su come il nostro 25 aprile di quest’anno sarebbe stato compromesso definitivamente. «Il 25 aprile, per me, è Natale», mi dice Eugenio, un compagno, un ragazzo.
Rimaniamo fermi, ancora fermi, partiamo tardissimo quando ormai la testa del corteo ha già raggiunto la Piramide e Porta San Paolo, dileguandosi completamente, per poter concedere la sfilata al sindaco Marino che ha retto lo striscione dell’Anpi per i canonici minuti utili allo scatto di qualche foto.
Forse, magari sicuramente, ho sbagliato.
La lunga parabola di una festa di popolo

Pubblicato su «il manifesto» del 20/09/2012. Link all’articolo ora visibile sull’archivio pubblico digitale del quotidiano https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003202682
MEMORIA- «Falce e tortello» di Anna Tonelli per Laterza
L’inizio della fine del secondo conflitto mondiale segna il riaffacciarsi dei comunisti sulla scena politica italiana. Escono dalla clandestinità, non hanno paura e così nel ’45 decidono di fare una scampagnata a Mariano Comense. Così, per «distendere un po’ i nervi»: ballare, cantare, esprimere la loro forza, la loro gioia per la ritrovata libertà di azione politica, felici anche per la fine delle ostilità belliche.
Anna Tonelli, autrice di Falce e Tortello. Storia politica e sociale delle feste dell’Unità (Laterza, pp.219, euro 15) prende le mosse dalla scampagnata fatta da militanti e dirigenti in quel di Mariano Comense definita così da un militante classe ’24: «Non immaginavamo certo che quella festa, organizzata così all’improvviso, sarebbe durata 50 anni».
L’umiltà, la passione, la voglia di fare e di rimettersi prepotentemente in gioco dei militanti di quello che è stato il più grande partito comunista d’Europa hanno avuto la meglio ed ecco che la festa del Pci diventa la festa del proprio organo di stampa (L’Unità), così che si sarebbe potuta fare veramente «controinformazione».
Il Partito Comunista Italiano trova terreno fertile tra i ceti popolari dell’Italia dilaniata dal secondo conflitto mondiale, trova ostilità negli apparati ecclesiastici, trova «realtà umana», come la definisce Paolo Spriano ovvero dove «si coniuga formazione politico-ideologica e socializzazione», chiosa l’autrice del volume.
In poche parole le feste de L’Unità hanno racchiuso, durante il primo periodo di vita post-clandestinità del Pci, quella voglia di libertà che durante il nazi-fascismo si pagava con la vita, con la lotta e con la morte.
A breve si inserirà il “momento politico” all’interno delle feste.
Svago, sì, ma anche dibattito; balli, divertimenti, ma anche comizio di uno dei segretari più rappresentativi del primo periodo del Pci: Palmiro Togliatti che, scampato dall’attentato del 14 Luglio, torna a parlare in pubblico alla festa di Roma, al Foro Italico.
Le sue parole, trascritte fedelmente dall’autrice, sembrano riecheggiare dalle pagine dattiloscritte: «La scure è posta alle radici dell’albero e ogni albero che non fa buon frutto deve essere gettato nel fuoco. La scure è posta ormai alle radici di questo albero e questo albero deve cadere e cadrà».
Italo Calvino scriverà poi come «quest’uomo, così schivo di tutte quelle esteriorità che son sempre sembrate indispensabili per fare breccia nell’animo degli italiani, e senz’ombra di fanatismo e adulazione superstiziosa amato dal suo popolo d’un affetto struggente, riconosciuto per scienza libera e ragionata come loro capo, il nome di Togliatti, il saluto a lui d’ogni parte d’Italia, la gioia per la sua guarigione si levano da migliaia e migliaia di scritte». Mai un attentato ad un capo di partito aveva fatto incrociare le braccia agli operai delle fabbriche.
L’autrice, ricordando quel comizio, annota che Cesare Bermani scrisse addirittura una canzone, «L’attentato a Togliatti» – poi ripresa ne «il fischio del vapore” dal duo Marini-De Gregori – come omaggio al segretario a cui aveva augurato di tornare «ben presto al suo posto/a difendere al paese nostro/l’interesse di noi lavorator».
All’indomani dell’avvento della stagione dei movimenti studenteschi e sociali, che porteranno alla nascita dei partiti della nuova sinistra, Lotta continua, il Pdup e Democrazia Proletaria, fortemente polemici verso il Pci, c’era anche il movimento delle donne. Il femminismo non è però rimasto circoscritto nell’ultra sinistra e irrompe nelle feste dell’Unità in cui si comincia a parlare di liberazione delle donne, di maschilismo, dopo anni in cui le stelline dell’unità erano una presenza costante all’interno dei momenti ricreativi del partito.
Le kermesse sulle stelline è stata sospesa e qualificata come un’iniziativa ostile all’emancipazione delle donne e retaggio di un maschilismo che non ha mai abbandonato il PCI: «Mentre “Noi Donne” lancia il modello della donna impegnata, proprio a partire dall’essere stata prima partigiana e poi cittadina votante, le feste dell’Unità continuano a offrire l’immagine di donna da copertina».
Certo c’è da dire che, come si poteva leggere dalle colonne dell’Unità di quei tempi: «alle elezioni dell’Unità la stellina si veste (vincendo una macchina da cucire). Alle altre elezioni la miss….si sveste».
Arriva poi il «gigantismo» nelle feste sempre più imponenti e di lunghezza maggiore, arriva l’era dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, arriva con prepotenza la parola «governo» che si immette nei discorsi dei militanti e che il regista Nanni Moretti descriverà poi nel suo «La cosa».
Il passaggio dalla falce e martello – che campeggiavano fieri in ogni festa – alla più innocente quercia, che possedeva come appendice in calce alle sue radici il vecchio simbolo, ha fatto sì che «La cosa» non diventasse solo il titolo di un film-documentario ma anche una riapertura in presa diretta del dibattito che era presente nelle sezioni di tutt’Italia. Come testimonia proprio quel documentario, dalla rossa Emilia fino alla Campania si discuteva di «governo», di governabilità, perché «è là che dobbiamo arrivare», come recita un energico signore di una sezione campana quando interrompe un microfonato compagno per ribadire con veemenza che i comunisti sono un’altra cosa.
Ecco, forse questa è la vera differenza che poi ha spinto il cambio di denominazione da festa dell’Unità a Festa Democratica: i comunisti sono e saranno sempre un’altra cosa.


