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Categoria: Blog

La "Nuova Repubblica" pensa a te. A te, che sei lì di fronte l'idrante.

Posted on 2017/08/25 by carmocippinelli
La Nuova Repubblica si fonda su basi solide. Ha radici profonde: Ogni anno, infatti, ci premuriamo di far capire ai cittadini che non bisogna festeggiare feste retrograde e antiche come quelle del 25 aprile. Il passato va tutelato, va studiato, ma va analizzato e preservato come si fa con quelle colonie di uccelli che altrimenti si estinguerebbero. Non va data importanza alle ricorrenze di cui bisognerebbe giustificarne il senso. Noi, o meglio,  la nuova repubblica deve costruire il  nuovo immaginario collettivo attorno a sé. Deve mostrare la propria operosità nei confronti del futuro. Bisogna guardare avanti, e guardare avanti significa inesorabilmente voltare le spalle a quel-che-è-stato.
È passato, niente di più.
Ecco perché ogni anno abbiamo pensato di istituire un giorno, che chiameremo della libertà, che casualmente coincide col 25 aprile vecchio, quello che si festeggiava a Porta San Paolo, e lo celebreremo con le autorità, al Portico d’Ottavia, al Ghetto, insieme alla Comunità Ebraica.
Insieme. Non bisogna essere divisivi, come era il vecchio 25 aprile, quando si andava in piazza (concetto antichissimo!) in cui si andava col fazzolettone dell’Anpi e magari pure a sfoggiare una delle tante bandiere rosse.
I cosiddetti  repubblichini sono uomini tanto quanto i partigiani. Ma ora chi è più repubblichino o partigiano? Siamo uomini. E gli uomini vanno avanti, non voltano le spalle al prossimo.
La Nuova Repubblica guarda al futuro: È bene far vivere la legalità prima di tutto. Legalità per chi se la merita e giustizia per chi se la può permettere. Dunque se sei un rifugiato a cui qualcuno, malelingue, dice che avremmo dovuto pensare a te e invece di aspettare che lo stato agisca si mette a occupare palazzine, ebbbene la legalità arriverà pure per te o per lui che ascolta o legge questo messaggio.
Un sacco di legalità, tantissima legalità.
In faccia, sulle spalle, a suon di manganelli.
Legalità.
La Nuova Repubblica è sana e non è collusa coi poteri forti. Ogni anno infatti andiamo a confronto, in un meeting a Rimini, con le parti più nobili della società italiana. Il volontariato cattolico e la cattolicità tutta risponde sempre affermativamente alla cooperazione Stato/volontariato.
Spirito, riforme; sindone e Costituzione nuova, alla fin fine la storia è la stessa. Bisogna solo mettersi d’accordo sui termini. Niente di più.
La Nuova Repubblica sostiene il lavoro. Lei per esempio, che lavoro fa? Il giornalista? Bene: Si è appena liberato uno dei 300.000 posti annunciato dal Governo, e poi dica che non la pensiamo. Proprio da giornalista, sì: Serve un aggiornatore di contenuti a ilcavalloquotidiano.it: il lavoro è strutturato su turni da 6 ore al giorno, 20cent a riga massimo duemila battute sennò la gente non legge. Mo te pare che stanno pure a legge, metti un bel titolo tipo “Ucciso mentre strigliava il cavallo prima della corsa” però poi parli do tutt’altro, senno come ti pago? Io ti pago in visualizzazioni mica a carezze o coi soldi miei! Ci pensa Google!
La Nuova Repubblica pensa a te.
A te, che sei lì di fronte all’idrante.
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Il «Truman Show del comunismo» e la paura del diverso. Quella vera.

Posted on 2017/08/21 by carmocippinelli
fonte:
http://www.earthnutshell.com/100-photos-from-north-korea-part2/

Pagina 99 di questo mese, nell’edizione speciale estiva, dedica due pagine ad un reportage di Alessandro Albana sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea o, più comunemente, Nord Corea. Le due pagine scritte dal corrispondente si leggono velocemente e l’occhio non troppo attento non presta attenzione a quello che è stato riportato. Nei due box, situati nel taglio alto della seconda pagina, l’autore specifica diverse cose che non ha avuto modo di trattare nell’articolo, tuttavia si tratta dei soliti luoghi comuni che l’Albana riporta, contraddicendosi anche in due casi. 

Leggi di più: tutte le bufale sulla Corea del Nord


In Cose da Sapere, l’autore cade nella solita retorica anticoreana in cui già qui si smontavano tutte le bufale (termine molto in voga in questa fase storica) riguardo la Repubblica Democratica Popolare di Corea.  Il giornalista, infatti, scrive che il sistema del turismo è già attivo dagli anni Novanta in Nord Corea e che «per individuare nuovi tour operator è sufficiente una ricerca sul web»: nel corpo dell’articolo, però, afferma: «[…] Il tutto mentre a Pyongyang i telefoni cellulari sono oramai molto diffusi: nonostante l’accesso a internet non sia permesso, si tratta di un’altra novità significativa in un contesto in cui, fino a pochi anni fa, possedere e utilizzare i cellulari era vietato».
Se l’accesso ad internet non è permesso, risulta difficile immaginare un confronto fra tour operator da remoto.  Questa, insomma, è una delle tante menzogne sulla Nord Corea. In un articolo, uscito su La Riscossa di qualche mese fa, scrivevo come Yeonmi Park, a proposito dei detrattori nordcoreani che demonizzano il loro paese di nascita all’estero e in occidente, avesse affermato in un popolare video registrato in un evento internazionale, di una Nord Corea «in cui sarebbe «negato il diritto allo studio» («non ci sono biblioteche»), il diritto all’informazione («non ci sono giornali») in cui è presente «un solo canale TV», «non c’è internet» ma, soprattutto, non si possono vedere film di Hollywood. Pena, violenze fisiche, corporali, sessuali, financo la morte. Si potrebbe rispondere linkando il sito dell’Ateneo dedicato a Kim Il Sung per rispondere alle illazioni della Park: non ci sono biblioteche, è negato il diritto allo studio, non c’è internet eppure esiste un sito internet che contiene tutte e tre queste cose: http://www.ryongnamsan.edu.kp/univ/switchlang?lang=en».

Leggi di più: Corea del Nord e dissidenti: la controversa storia di Yeonmi Park

Si potrebbe continuare per ore contestando una per una le menzogne (o, come forse in questo caso, le notizie aprioristicamente accettate) riportate anche da Albana («meglio non portare la Bibbia») anche se in modo più sottile e diluito, pur tuttavia, la questione davvero centrale, almeno a parere di chi scrive, è quella del Truman Show del comunismo. Titolo del reportage e conclusione, sostanzialmente, dell’articolo dell’Albana: «[…] Dagli hotel, Pyongyang è uno sfondo semibuio e lontano. So che in passato, qualcuno ha provato a lasciare l’albergo, di notte e senza le guide, per indagarne il mistero o per banale curiosità.
I tentativi sono sempre falliti e l’audacia ricondotta entro i confini degli spazi percorribili. Pyongyang rimane una città in controluce, misteriosa, inafferrabile. Lasciarla non basterà a scrollarsi di dosso la sensazione di essersi mossi dentro uno spazio in cui è difficile distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è.».

Pyongyang – Capitale della Nord Corea

Un Truman Show in cui l’autore dell’articolo è disorientato e in cui è “difficile” (forse l’Albana sottintendeva anche impalpabile) distinguere fra reale e irreale, senza analizzare troppo (o per niente) la totale differenza che intercorre fra l’occidente capitalista e l’oriente, in particolar modo di un paese (la Corea del Nord) che non ha intrapreso la strada della globalizzazione e della finanziarizzazione selvaggia,  i cui mezzi di produzione appartengono ai lavoratori. Di un paese, dunque, di cui si ignorano i sistemi produttivi e i diritti sociali di cui gode la popolazione. Paragonando, il tutto, semplicemente sovrapponendo “realtà europea-liberista” e “realtà coreana-dittatoriale”. Liberismo, di cui, però, gli “europei” ben conoscono disumanità e criticità. 
La paura del diverso, in sostanza, passa soprattutto attraverso il rifiuto di analizzare acriticamente quello che è realmente la Nord Corea dando credito a notizie non verificate, accettate aprioristicamente, e facendo credere che sia un Paese popolato da una massa informe di sudditi che vuole fermamente la guerra contro gli USA.
Ignorando, ad esempio, tutte le violazioni ONU e gli schiaffi (metaforici e non) degli USA al processo di pace nell’area coreana (Leggi: Il “Consiglio mondiale per la pace” condanna le sanzioni e le minacce contro la Corea del Nord).

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"Not my Europe" de che?

Posted on 2017/08/13 by carmocippinelli

Da qualche mese a questa parte campeggia una cornice per le immagini del profilo di Facebook e una in particolare mi ha incuriosito, tanto per il messaggio quanto per il modo in cui esso veniva trasmesso. 

Lo slogan è Not my Europe, ed è stata divulgata inizialmente dall’ONG Medici Senza Frontiere che ha promosso, lo scorso 25 marzo, la manifestazione a cui avevano aderito svariate associazioni e partiti (dalla FIOM a Radicali Italiani, da settori di Rifondazione Comunista ad A Buon Diritto, da Antigone alla Gioventù Federalista Europea).  (*). La bandiera europea è rappresentata ondulata, come il Mediterraneo, teatro di dibattiti circa sbarchi e salvataggi e da una sorta di filo spinato intrecciato (un po’ come la corona di spine del Cristo) anziché dalle stelle dei soggetti fondatori dell’UE. Di lato campeggiano, poi, le scritte: no blocchi, no muri, no accordi disumani. Il filo spinato è, dunque, chiaramente un rimando a quel che è stato fatto precedentemente dal governo ungherese e dal famigerato Orbàn, pur tuttavia può essere allusivo, come prima ipotizzavo, tanto della corona di spine (sofferenza, costrizione), quanto della delimitazione propria di un’area militare (forza e rispetto delle leggi attraverso di essa).
Mi ha incuriosito, più di tutte, la questione del not my Europe in senso negativo ma implicitamente positivo che l’immagine porta con sé.
Mi spiego meglio. Affermare, come migliaia di utenti stanno facendo, apponendo l’immagine in questione sovrapposta alla propria foto-profilo, porta con sé innanzitutto il significato contrariato e contrariante nei confronti dell’Europa: il filo spinato al posto delle stelle nella bandiera e le scritte no muri, no blocchi, no accordi disumani.
Questa prima individuazione (l’apporre il Not My Europe sulla foto del profilo) potrebbe far pensare che la contrarietà di quelli che la sfoggiano sia totale, cioè a 360° e siano, dunque, contrari ai Trattati Europei, alla globalizzazione, al liberismo, al profitto e a tutto quel che consegue il porsi di traverso alle cose sopracitate.

Come ho detto prima, però, il Not My Europe, è implicitamente positivo, nonostante l’apparente negatività. Not my Europe, ovvero Non la mia Europa, implica un’accettazione della sovrastruttura economica attraverso quel mio, my (dato che non è certamente politica, ricordate il leitmotiv del «bisogna fare l’Europa politica anziché quella economica»?). Quel mio è un riferimento ad una sfera personale e privata che, nel momento in cui si associa ad una tematica nazionale o sovranazionale come quella dell’Unione Europea (e delle sue politiche riguardo l’immigrazione), si affianca a quella che è la tematica nazionale (mia nazione –  non la mia nazione / mia europa – non la mia europa). Affermare, dunque, not my Europe implica necessariamente un my Europe la cui definizione non è chiarita dai sostenitori dell’appello, della manifestazione e della campagna social. In sostanza: se il not my Europe viene esplicitato nelle tre affermazioni no muri, no blocchi, no accordi disumani, non è manifestato il my Europe. Si fa presto a dire l’Europa dei Popoli condita da un riferimento ad sensum di Spinelli, Rossi e Colorni.
Ma non è con un riferimento tale (a quale edizione degli scritti di Ventotene ci si fa riferimento? la questione sarebbe da approfondire) che ci si può liberare dell’affare.

(*) Si tralascia, in questa sede, il dibattito circa la questione ONG.

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Sibilla "AleraNo"

Posted on 2017/08/12 by carmocippinelli
Frequento la costa abruzzese da quando sono nato: i miei nonni materni hanno abitato a lungo a Pineto, prima di trasferirsi a Torre Maura (quando Via dei Pivieri era niente di più che una strada di campagna), mantenendosi la casa al mare come seconda casa. Ho percorso le strade dell’agglomerato urbano (il Quartiere dei Poeti) di poco precedente il centro di Pineto in lungo e in largo, a piedi, in bicicletta e in macchina.
I nomi delle vie del quartiere sono intitolate a poeti e scrittori italiani di ogni epoca e più volte mi sono imbattuto in via S. Alerano. Con la n. 
Non è mai stata cambiata, e sì che la AleraNo è nota quantomeno a qualsiasi studente (liceale e non), non foss’altro per la citazione di Una donna nella sezione di letteratura contemporanea. 
Per dimostrarvi che non sto bluffando, riporto qui uno screenshot di Google Maps di Via Sibilla AleraNo e due, impietosissimi, suggerimenti di Ecosia (un motore di ricerca alternativo a Google), successivi all’infelice ricerca di Sibilla Alerano.
Il comune di Pineto, negli ultimi vent’anni, ha fatto dei passi in avanti enormi: il suo sviluppo è stato direttamente proporzionale allo sfacelo di Roma. Tuttavia, la strada intitolata a Sibilla AleraNo potrebbe anche essere cambiata: un po’ di rispetto per la letteratura italiana contemporanea non guasterebbe.

«Volevi dire Salerno?»

Sibilla Aleramo?

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Perché il referendum su Atac non s'ha da firmare

Posted on 2017/08/09 by carmocippinelli
fonte: https://hiveminer.com/Tags/atac%2Cbus
Radicali Italiani, per la proposta di referendum cittadino sulla messa a gara del servizio di trasporto pubblico a Roma, deve raggiungere la quota di 30.000 firme da raccogliere entro oggi (il 9 agosto, infatti, è il termine ultimo per firmare). Il referendum si propone di «togliere il monopolio ad ATAC riguardo la gestione del trasporto pubblico»; per invertire la rotta, secondo il sito mobilitiamoroma.it, creato ad hoc da Radicali Italiani, «occorre mettere a gara il servizio affidandolo a più soggetti, rompendo il monopolio e aprendo alla concorrenza. Le gare stimolano le imprese, pubbliche o private che siano, a comportarsi in modo virtuoso, e l’apertura alla concorrenza introdurrebbe anche forme più moderne e innovative di trasporto». Sull’ultima, riguardo le moderne e innovative forme di trasporto, si potrebbe anche discutere ma sempre stante l’affermazione: ci vuole poco, se il raffronto è ATAC. Sull’affermazione precedente è bene riflettere un po’ di più: le gare dovrebbero stimolare le imprese, pubbliche o private, in modo virtuoso. Le cronache di tutti i giorni  e provenienti da tutt’Italia forniscono esempi contrari: gli appalti truccati, le gare finte, sono una costante italiana per far mangiare amici di amici (leggi: favoriscono meccanismi di tipo clientelare) su questo o quel settore esternalizzato dal pubblico. 
La questione principale che mi fa essere anti-referendum è che i romani già conoscono gli effetti della privatizzazione del servizio di trasporto pubblico: Roma TPL ne è un chiaro esempio.
Le linee gestite dalla TPL, azienda privata che dovrebbe supplire al lavoro svolto (male) da ATAC, fornisce un servizio ancora peggiore di quello della municipalizzata in questione. Senza contare, questione primaria in realtà, che gli stipendi dei lavoratori di Roma TPL arrivano a singhiozzo a fronte di turni massacranti. La stessa ATAC e TPL, nel 2013, razionalizzarono (leggi: tagliarono) molte linee periferiche perché alcuni autobus passavano con zone a bassa densità abitativa: quando nel 2013, personalmente assieme ad un gruppo di cittadini, chiedemmo spiegazione delle linee tagliate al Municipio VI e ad ATAC, l’azienda dei trasporti ci rispose, in una missiva, che alcune autolinee erano gestite da altra azienda (pofferbacco, TPL, un privato!) e che altre furono instradate al fine di un servizio maggiore. (Tralascio qui la polemica da grammar nazi sul termine instradato, anche se sarebbe decisamente interessante.)
In sostanza, Radicali Italiani sta cercando un minimo di visibilità attraverso la proposta di referendum su ATAC dato che il Piano Tronca già prevede la messa a bando dei servizi pubblici a partire dal 2019. Niente di più.

Il “piano Tronca”

Il problema, infatti, sta tutto qui: a partire dal 2019 scade il contratto che lega la gestione del trasporto cittadino ad ATAC ed è difficile pensare che ci possa essere una proroga da parte delle istituzioni locali: la direttiva Bolkenstein (cui Radicali Italiani ha espresso il proprio sostegno dato che trattasi di movimento “liberale, libertario, liberista”) ha imposto la privatizzazione dei servizi pubblici che dovranno progressivamente essere affidati a gestioni private. L’affidamento del trasporto cittadino, sic stantibus rebus, dovrebbe essere deciso tramite bando (la proposta di Radicali Italiani), il quale prevede che vengano assegnate sulla base di condizioni che vengono offerte sulla carta ma che spesso si traduce nella seguente affermazione peggiori condizioni per i lavoratori dell’azienda. 
Si fa un gran parlare, infatti, dei lavoratori ATAC: so’ stronzi, te chiudono le porte n faccia, tanto loro nu li cacciano ché c’hanno r posto fisso e quant’altro, tuttavia ci si dimentica che attraverso le assunzioni della giunta Alemanno fu proprio il numero degli autisti a diminuire in relazione a quello dei dirigenti dell’azienda. Dire che l’Atac fa schifo per colpa dei lavoratori è ridicolo e risibile. Andare oltre la dicotomia lavoratore/cittadino è, infatti, necessaria per la comprensione della situazione di ATAC e del trasporto locale.

Esternalizzazioni

La privatizzazione di alcuni settori di ATAC arriva da lontano: tra il1994 e il 1996, Rutelli consule, iniziano le esternalizzazioni delle pulizie, passando per il 2003 in cui vengono privatizzate ed affidate alla Corpa i servizi di manutenzione e recupero delle vetture guaste. La questione della Corpa è paradigmatica: i dipendenti dell’azienda in questione ogni mese sono costretti a presidiare la sede di ATAC in Via Prenestina per fare pressioni affinché venga versato loro lo stipendio. 
La privatizzazione e l’esternalizzazione dei servizi pubblici, infatti, porta solo: peggiori condizioni salariali per i lavoratori, compressione dei diritti, taglio delle unità lavorative (nuova perifrasi per non dire lavoratori/operai).
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Le Danze di/a Piazza Vittorio

Posted on 2017/08/08 by carmocippinelli
Qualche anno fa ho abbandonato lo studio dell’organetto per dedicarmi più totalmente allo studio, per cercare di finire in tempo triennale e magistrale e, a parte il semestre in più che ho impiegato per la prima, direi che ci sto riuscendo. L’aver tralasciato l’organetto è stato abbastanza doloroso, non tanto perché non studiassi più brani da suonare o perché – materialmente – non andassi più a lezione. 
È stato triste perché mi ha fatto progressivamente distaccare, anche a causa di agenti esterni poco felici, dalle Danze di Piazza Vittorio. Prima era un gruppo di gente che voleva animare il parco della Piazza, tuttavia, man mano che i giorni e i mesi passavano, cominciò a prendere la forma di una vera e propria compagnia. Suonavamo e partecipavamo alle più disparate iniziative in cui venivamo chiamati a suonare. Siamo diventati Associazione e ho il privilegio di risultare fra il gruppo di soci fondatori.
Oggi, dopo circa due anni e spicci (*), sono tornato a suonare a Piazza Vittorio con Le Danze.
E sono felice. 
(*) misà che sono anche di più di “due e qualcosa”, forse anche “tre e qualcosa”

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Di notizie "super partes" e di cugini venezuelani.

Posted on 2017/08/05 by carmocippinelli
La democratica opposizione venezuelana.
Democraticissima, come direbbe – parafrasandolo – De Sica
a proposito dei delicatissimi fusilli della madre.
Solitamente non amo commentare lunghi post su Facebook in cui si dibattono argomenti intensi e densi di attualità, siano essi di politica interna o internazionale. Uno, però, ha attirato la mia attenzione e, sfortunatamente, ha visto anche la mia partecipazione. Sono fuggito, ovviamente, dopo mezz’ora di commenti infuocati, in cui il mio ruolo era nient’altro che quello di mettere ordine tra le falsità di quello che veniva scritto: considerazioni pensate troppo in fretta ed emesse dalla bocca con ancora più velocità di quanto pensate. 
La questione era spinosa, ancora una volta, un post sul Venezuela. Stavolta, tuttavia, si trattava di un direttore di un giornale locale la cui posizione era, sostanzialmente, già espressa dall’immagine del profilo la cui bandiera venezuelana campeggiava sopra la sua testa. Il post, sostanzialmente, si chiedeva se fossero proprio sicuri tutti quelli a sinistra che sostenevano Maduro e il governo del PSUV perché i brogli erano stati accertati, le violenze della polizia erano solo a danno della popolazione civile e il direttore, che si dichiarava di sinistra, non poteva che porsi qualche dubbio a riguardo. 
Nei commenti, sempre più flame più che commenti pacifici, il direttore del giornale ha posto la seguente domanda: mi pongo delle domande, non ho granitiche certezze sul da che parte stare; alcuni miei amici venezuelani mi hanno riferito cose pessime e non ho notizie super partes da cui attingere». 
Come al solito, faccio sempre come i cornuti e alle cose ci penso dopo, come diceva la mia prof. di latino e italiano. Se il cruccio del giornalista in questione era quello della mancanza di notizie super partes non avrebbe dovuto minimamente credere acriticamente a quelle che sono le notizie trasmesse da parenti o amici che vi abitano. Un esempio è presto fatto: un amico di famiglia è italo venezuelano, negli anni 60 i suoi genitori decisero di  emigrare a Caracas, come accadde a molte famiglie abruzzesi. Questo tizio, poi tornato e stabilitosi in Italia, non ha avuto esitazione, già qualche anno fa, di dirsi antichavista e tutto quel che comportava questa sua presa di posizione. La sua tesi era che suo fratello, dirigente di banca, piangeva tutte le sere perché Chavez (quando era ancora vivo) avrebbe messo un tetto agli stipendi più alti di imprese e banche private. Tale disposizione, di cui non ero né sono a conoscenza ma verosimile, non  permetteva a questa persona di accedere ad uno stipendio in linea coi dirigenti americani (circa 3.000 dollari). Gli ho risposto che era una norma di civiltà, che non potevano esistere delle persone che sfruttassero delle altre solo in virtù del loro stipendio. Mi rispose che i chavistas erano una casta e che se eri del PSUV avevi accesso a tutte le cose gratuite e a tutte le altre no, come scuola, sanità e cose simili.
Quest’ultima è una sonora panzana, tuttavia se detta dallamamma/dalnonno/dalcugino/dall’amicodelfratellodellozio, assume i toni di una verità incontestabile perché: lui ci abita, lui ci vive, sa che succede, noi non sappiamo. 
Così come il non avere notizie super partes si porta con sé un altro strascico di considerazioni non molto edificanti per colui che l’ha scritto: un tempo le notizie super partes erano dispacci governativi, agenzie stampa e così via. Adesso, dal momento che la situazione in questione porta con sé un carico di polemiche senza fine, le notizie super partes diventano le agenzie stampa di altri paesi che hanno già espresso aprioristicamente una posizione negativa su questo o quel processo politico che accade in Venezuela.
Ecco, dunque, che cade il mito dell’attendibilità della notizia prodotta dalla stampa estera. 
TeleSur, a tal proposito, mostrava come il giorno della votazione per la Costituente i grandi giornali europei e statunitensi affermavano come In Venezuela si stesse per calare il sipario sulla democrazia, quando poco tempo prima delle votazioni farsa, le cui testimonianze di inquinamento del voto sono state documentate e registrate, registravano il parere opposto da parte di quegli stessi quotidiani. 
Ho terminato con i commenti sintetizzando che si stava andando fuori dal seminato, dato che mi venivano attribuite frasi da me mai scritte; ho provato a spiegarmi ma come al solito non ci sono riuscito. 
O, forse, l’interlocutore b non aveva la benché minima voglia di stare ad ascoltare, dato il flame che ha messo in piedi, con commenti ogni secondo e accuse a destra e a manca. La predisposizione d’animo di entrambi deve essere una condicio sine qua non, altrimenti chi reprime è chi non ascolta. 
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Venezuela for dummies

Posted on 2017/08/02 by carmocippinelli

Da qualche anno a questa parte mi sono particolarmente interessato alla cosiddetta questione venezuelana. In Italia si ha una percezione completamente distorta di quello che è il sistema politico, economico e sociale del paese latinoamericano in questione.
Nel 31 marzo 2014 (dunque 3 anni fa) ho avuto modo di scrivere su Lindro.it un articolo abbastanza dettagliato che andava a destrutturare tutte le menzogne della propaganda occidentale e imperialista sul Venezuela riguardo le proteste e le guarimbas.
L’articolo risultò essere un po’ lungo, pertanto, alla luce di quanto accaduto recentemente, ho deciso di intraprendere lo stesso percorso che mi ha mosso tre anni fa strutturandolo tuttavia in maniera più snella.
Un Venezuela for dummies, per l’appunto, che mira a destrutturare 4 affermazioni tra le più comuni. Credenze, in questo caso. L’ultima, la quarta, è stata inserita all’ultimo per estrema necessità per contrastare le narrazioni tossiche di queste ore.

Prima affermazione:

«In Venezuela non ci sono elezioni. Se ci sono, sono controllate dal Governo»

Falso. Una delle più grandi menzogne a riguardo è stata declamata da Giovanna Botteri, direttamente dalla roccaforte newyorkese in cui risiede la giornalista RAI.
La giornalista, nel servizio mandato in onda il 10 marzo 2013 alla morte di Hugo Chavez Frias e a tre giorni dalle elezioni che avrebbero eletto Presidente Nicolàs Maduro, affermò che quelle che si stavano per tenere nell’aprile del 2013 fossero le prime elezioni in 20 anni.
In realtà, di elezioni, nei vent’anni di Venezuela bolivariano, se ne sono tenute 19 di cui due perse dai chavistas. ‘El Paìs’, quotidiano spagnolo primo nella produzione di disinformazione riguardo il Venezuela, nei primi mesi del 2014 affermava come «Il Venezuela ormai non è un paese democratico». Peccato però che Salim Lamrani (Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università di La Reunion) abbia affermato che «si siano svolte 19 consultazioni popolari dal 1998 e che i chavistas abbiano vinto 17 di queste elezioni che tutti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione degli Stati Americani fino all’Unione Europea passando per il Centro Carter, hanno giudicato trasparenti». In realtà, molte municipalità delle regioni confinanti con la Colombia (come il Tàchira) sono governate dall’opposizione.

In questi giorni, dunque, in cui imperversa la propaganda pre e post Constituyente, spegnere la televisione è un atto rivoluzionario.

Si è scritto, e si continua a diffondere, delle falsità totali. S’è scritto davvero la qualunque, per citare indirettamente il politico calabrese interpretato da Antonio Albanese.
A tal proposito, TeleSur, mentre migliaia di persone andavano a votare per la Constituyente, forniva esempi di come le notizie venivano manipolate dalla stampa occidentale.
(traduz: «I media egemonici cercano di screditare l’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e il Presidente del Venezuela») 

La quasi totalità dei portali online di quotidiani occidentali (ispanfoni, anglofoni e italianofoni), titolavano come Maduro stesse tentando un golpe facendolo passare come Assemblea Costituente e che la democrazia, sostanzialmente, fosse ormai sepolta.
El Mundo, ad esempio, titolava: «Maduro tenta un altro colpo di stato e annuncia un’assemblea costituente». El Pais, allo stesso modo, bollava l’Assemblea Nazionale Costituente come una modalità scelta da Maduro per liberarsi dell’opposizione.

Seconda affermazione:

«Il Venezuela è una dittatura, non c’è democrazia»

Falso. In Venezuela, a partire dalla presidenza di Hugo Chavez, si è attuato un processo di cambiamento radicale dello Stato (bolivarismo) Pur con decine di cose che non vanno, si sono introdotti elementi di socialismo nel sistema venezuelano. Uno Stato non si cambia per decreto: 20 anni, nel corso della Storia di un Paese sono relativamente pochi.
L’era chavista si aprì con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, ovvero, far sì che i proventi dell’estrazione del petrolio venezuelano non finissero nelle mani delle varie Petrobras, Repsol etc etc andando a creare la società PDVSA (Petròleo de Venezuela SA). I profitti della nazionalizzazione del petrolio hanno fatto sì che si potessero avviare le misiones sociales, ovvero, le riforme sociali che ben conosciamo: assistenza sanitaria gratuita per tutti, costruzione di 1.700.000 (un milione e settecento mila) case popolari, accesso gratuito a scuola e università. Questo, solo per citare alcuni esempi. Nei primi anni del nuovo millennio, proprio a causa della prima ondata nazionalizzatrice, ci fu un golpe sostenuto dagli USA, per rovesciare il governo di Hugo Chavez e ripristinare lo status quo.
La democrazia liberale, in Venezuela, esiste: «l’architrave dello stato liberale è stato mantenuto», come ha detto la giornalista Geraldina Colotti, intervistata poco prima dell’elezione dell’ANC (Assemblea Nazionale Costituente), dunque, verrebbe da collocare tale Paese nell’alveo della socialdemocrazia, come ha chiarito Alessandro Mustillo (Partito Comunista, già candidato sindaco a Roma lo scorso anno): «Definire l’orientamento politico del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) sinceramente “socialdemocratico” potrebbe sembrare una bestemmia, se si considera ciò che oggi è divenuta la socialdemocrazia ufficiale. In realtà il chavismo è una forma moderna di una reale, originaria, socialdemocrazia, o come diceva Chavez di democrazia socialista, che recupera le più autentiche e originarie visioni di sinistra della socialdemocrazia, lì dove oggi la socialdemocrazia ufficiale è del tutto passata nel campo dell’imperialismo. Ma il fatto che la nostra socialdemocrazia si sia spostata su posizioni apertamente filo-imperialiste non rende la visione socialdemocratica, priva dei suoi limiti storici, non può promuoverla automaticamente a esempio, al punto da teorizzarla nella forma del “Socialismo del XXI Secolo”».

Terza affermazione

«La gente non ha accesso ai beni di prima necessità»

Falso. Per rispondere a questa affermazione, mi limiterò a riportare quanto detto dalla Colotti nell’intervista che ho realizzato per La Riscossa il cui link ricorre spesso in questo testo.
«Innanzitutto il sistema di distribuzione (alimentare) non è nelle mani statali ma private. O meglio, la piccola produzione agricola, quella che fa mettere insieme più agricoltori formando una cooperativa ha una sua distribuzione, facendo vendere ai mercati la propria merce, quando questo non può avvenire per un motivo o per un altro, si deve ricorrere alle grandi compagnie di distribuzione. Ne esistono di statali ma sono la minor parte rispetto alla quasi totalità che è in mani di privati. Si è verificato di tutto, come si può ben immaginare, dalle tangenti agli “accaparramenti”: per anni i grandi trafficanti andavano a rifornirsi dai produttori, compravano tutto l’acquistabile e vendevano i prodotti al mercato nero a prezzi maggiorati. Un po’ come è accaduto in passato col petrolio al confine con la Colombia, nel Tàchira: fare il pieno per un SUV in Venezuela costa quanto comprare una bottiglietta d’acqua dunque immagina quanto poco ci si mette ad andare avanti e indietro alla frontiera per svuotare i distributori venezuelani. […] Lo stesso discorso è stato fatto con il cambio dollaro/bolivar: c’è un sistema parallelo, basato su un sito che si chiama dolartoday.com che perverte l’economia. Tale sito, basato a Miami, fornisce dei falsi parametri per il cambio dollaro/bolivar, tant’è che nel sito c’è espressamente scritto “Càmbio y valor de el dolar paralelo” che perverte e deprime l’economia, come ho detto. […] Il Venezuela, deve far fronte ai prezzi del mercato ma non per questo fa pagare questa crisi indotta dai mercati alla popolazione: il 70% degli introiti derivanti dal petrolio lo si investe in ‘misiones’ sociali. Ecco perché le coperture, per lo studio, la cultura e i diritti elementari, non sono mai venuti meno.
[…] In Italia abbiamo inserito il pareggio di bilancio in Costituzione che mette fuorilegge non solo le riforme strutturali, ma anche il keynesismo.
La natura rapace e guerrafondaia del capitalismo non può consentire il benessere della popolazione perché ha bisogno di distruggere».

Quarta affermazione

«Maduro ha ordinato l’arresto di Leopoldo Lopez e dell’ex sindaco di Caracas senza alcuna motivazione»

Falso. Nella seduta del Senato di ieri [1 agosto 2017 nda aggiornato al 23/07/2018] Pierferdinando Casini (noto leader, dirigente e forse unico esponente pubblico dell’UDC) ha dichiarato che il Venezuela è governato da una «narco-dittatura» che «imprigiona le voci dissidenti come quella di Leopoldo Lopez e dell’ex sindaco di Caracas Antonio Ledezma». Questa la dichiarazione del Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela:
«Il Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano ha revocato gli arresti domiciliari e deciso per il ritorno al carcere degli oppositoriLeopoldo López e Antonio Ledezma per “non aver adempiuto alle condizioni imposte affinché si mantenessero gli arresti domiciliari”».
Antonio Ledezma: Nel 2002 sostenne il golpe contro Chavez partecipando alla serrata petrolifera contro la volontà di nazionalizzazione chavista. Dal 2004 coordina le guarimbas sopra citate e nel 2015 viene condannato per implicazione nel fallito colpo di Stato contro Maduro.
Leopoldo Lopez: Esponente politico di un’organizzazione interna alla MUD (opposizione venezuelana) è stato ripetutamente indagato e accusato per frode fiscale, corruzione e distrazione di fondi.

Lopez, in sostanza, è “un Berlusconi che non ce l’ha fatta”.
Non dico nulla sul narco-dittature perché neanche bisogna perdere tempo a commentare un’affermazione del genere. L’immagine qui a lato, chiarisce bene la strumentale falsità che ha sostenuto Pierferdinando Casini.
Spero che il testo in questione sia stato utile ai più a comprendere la complessa situazione venezuelana.

“I narco-Stati che concordano con le sanzioni degli Stati Uniti contro il Venezuela”
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#Magliettegialle is the problem, #inSiberia the solution

Posted on 2017/05/14 by carmocippinelli
C’erano una volta Orfini, Compagnone, Gasparutto, Nanni, Angelucci, qualche codazzo di giornalisti al seguito.
Come storia, però, non è un granché. E, in effetti, non la racconterei a mia nipote prima che si addormenti o nel momento in cui cerca il sonno: la conseguenza, infatti, potrebbe essere la notte in bianco del narratore che cerca di calmare gli incubi del piccolo o della piccola, come in questo caso. 
Tuttavia, la storia potrebbe iniziare davvero così, C’erano una volta Orfini, Compagnone e Gasparutto, Nanni e Angelucci; il primo rieletto di fresco Presidente del Partito Democratico di Roma, i tre, consiglieri municipali in pectore della medesima formazione politica. L’ultimo citato, Angelucci, uno che avrebbe voluto rappresentare sia l’una che l’altra carica prima menzionata.   Dietro di loro, in Via dell’Aquila Reale, main street della parte più vecchia di Torre Maura, un cronista d’assalto, uno di quelli che piace al Pd, con la telecamera in mano che racconta i fatti. Forse avrà intervistato Orfini, forse stava aspettando Compagnone e Gasparutto una volta riempite le buche della strada coi sacchetti di asfalto buttati lì senza ratio (tra un mese la situazione sarà peggiore di quella di partenza). 
Insomma, il Partito Democratico del VI Municipio scende in piazza contro il degrado, arrivano i comunicati stampa tuonanti e dai termini roboanti. Inizia la querelle coi 5 stelle: il PD diventa 5 stelle per una mattinata e si tinge di giallo. Prende, nell’ordine: ramazze, scope, giornalisti (da immaginarsi come sagome di cartone da prendere nel ripostiglio a fianco ai rastrelli), sacchetti di asfalto, presidenti di Partito (anche questi in pratiche sagome di cartone poste a fianco alle pale) e arriva a Torre Maura. A Via Tobagi, per l’esattezza. Lì, i giornalisti-di-cui-sopra fotografano Orfini che pulisce una parte del piazzale mattonato che guida le persone verso le scale della fermata Metro C Torre Maura (con i guanti da lavoro per impugnare una scopa: tutto vero)
Per dire: uno che arriva fino a Torre Maura per pulire un mattonato ha solo un chiaro scopo: farsi fotografare da coloro i quali sono accorsi per l’occasione. Il gruppetto in foto (precedentemente linkato sopra) si sposta dal piazzale antistante la fermata del 556 per andare in Via dell’Aquila Reale: la formazione è: Orfini si toglie i guanti per rilasciare qualche dichiarazione, Gasparutto versa l’asfalto in una delle tre buche, Compagnone organizza, Nanni regge la pala, Angelucci si infila gli occhiali da sole. Come squadra di Futsal non sarebbe male ma manca di pivot. 

Prese in giro a parte, c’è un piccolissimo fattore che rende il tutto a tratti grottesco ma decisamente squallido: il Partito Democratico è il partito di governo. Le chiacchiere stanno a zero: Paolo Gentiloni è il Primo Ministro ora in carica, successore di Matteo Renzi (già segretario di Partito, ora neo Segretario di Partito). Nella retorica mass mediatica che vorrebbe far apparire il Pd come un partito plurale aperto al dissenso ma che poi si riconosce in una figura di un leader carismatico (in questo caso Renzi) ci si dimentica consapevolmente del fatto che il sopracitato partito è al Governo. 
Dissenso o non dissenso, è l’organizzazione del Capitale, l’organizzazione che ha governato Roma negli ultimi decenni. Il Pd ha votato il fiscal compact e il pareggio di bilancio, ha ridotto i fondi agli enti locali, ha gestito i rifiuti di Roma dandoli in pasto a Manlio Cerroni.
Bastano davvero due ramazze, qualche #magliettagialla, due guanti da lavoro e un codazzo di giornalisti prezzolati al seguito per lavarsi faccia e coscienza?
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La Laguna e il calcio moderno (perché il Venezia di Tacopina fallirà, di nuovo).

Posted on 2017/04/17 by carmocippinelli
È inutile che mi nasconda: tra amici e conoscenti la quasi totalità di persone che conosco sa benissimo che il mio tifo per il Venezia è incondizionato.
Che vinca o che perda, come si direbbe nelle curve. Non mi importa che il Venezia sia in Serie D o in Lega Pro, potrebbe essere anche in Serie A, io lo seguirò sempre, anche idealmente, sebbene andare a vedere le partite a volte risulta complicato, ancorché vagamente impossibile, data la distanza. Roma-Venezia non è proprio una passeggiata, ecco.
Tuttavia, in questi giorni, le varie pagine social dedicate al calcio e alla Serie A che spesso vanno avanti a click-bait o cose simili, stanno facendo girare delle foto del Venezia che ‘fu’. I lagunari non calcano i campi della Serie B da 12 anni. Un’eternità, se si pensa che dal 2005 non c’è pace in Laguna. Sembra una metafora da sfigati, tuttavia è proprio così.

Recoba in azione contro l’Inter – Venezia in Serie A

Un po’ di storia

Nel 2005 viene fondata la SSC Venezia, fratelli Poletti consulibus, beneficiando del Lodo Petrucci e ripartendo dalla C2, l’allora quarta serie del calcio italiano. La fusione tra Venezia e Mestre, laguna e terraferma, si era già consumata da tempo, i colori che campeggiavano sulla maglia dei nostri erano già i mitici arancioneroverde, che da piccolo quando dicevo ai compagni di classe delle elementari che «i colori del Venezia erano certo più belli di quelli della Roma o della Lazio» mi intorcicavo la lingua a dire fluentemente arancioneroverde. Destando, ovviamente l’ilarità dei più. In ogni caso, la fusione era avvenuta da tempo e da quel dì non ci fu davvero mai serenità nella Serenissima. Sì, certo, la C2 venne conquistata in breve tempo, la permanenza in C1 fu tranquilla almeno per due stagioni, tuttavia in quella a cavallo tra il 2008 e il 2009 si consuma il fattaccio. 
O, meglio, il primo di una lunghissima serie.
La nuova Prima divisione non fu clemente con l’SSC Venezia che, arrivata 17°, aveva dovuto combattere fino all’ultima giornata dei playout: lottare per la sopravvivenza, praticamente.
Chi non si ricorda, a margine della gara pareggiata contro la Pro Sesto, della capriola di Ibekwe? (la domanda potrebbe anche risultare retorica, dato che l’episodio in questione corro il rischio di ricordarmelo solo io tra i non veneziani che, da bravo manico, mi andavo a refreshare il sito dell’allora SSC Venezia ogni 5 minuti).

Fu un’illusione, però, e durò poco. La permanenza nel professionismo dei lagunari venne minata del tutto quando l’SSC Venezia, sorto dalle ceneri dell’AC Venezia, fallì. Ne nacque una nuova società, l’FBC Unione Venezia la quale dovette ripartire dalla serie D. Iscritta in sovrannumero, peraltro, nel girone del nordest (il girone C). 
L’Unione Venezia si presentava ancora scarna alla prima apparizione ufficiale: né organico, né maglie ma, almeno, una certezza, Paolo Favaretto in panchina. La prima partita, dicevo, viene fatta con delle maglie della Lotto completamente bianche e lo stemma della casa costruttrice al posto del logo raffigurante il Leone di San Marco: iniziano a piovere critiche da subito, anche perché se non c’è la squadra, come possono esserci ancora le maglie?

L’FBC Unione Venezia alla sua prima apparizione in Serie D

L’unica certezza extra rosa sembra essere il Penzo, il vecchio stadio costruito a Fondamenta Sant’Elena secondo solo al Ferraris di Genova per longevità; all’interno degli undici gli unici a restare dalla Lega Pro sono Massimo Lotti, Simone Rigoni e Mattia Collauto, il capitano. A loro tre vengono affiancati dei ragazzi che avevano fatto parte delle giovanili del Venezia e altri atleti provenienti da squadre limitrofe; la prima apparizione in campionato dell’Unione Venezia vedeva la squadra così composta: Cavarzan; Bigoni, Nichele, Vianello, Cardin; Collauto, Segato, Di Prisco, Modolo; Ragusa, Corazza (‘quel’ Corazza che qualche anno fa era in forza al Novara in prestito dalla Sampdoria); nella panchina di mister Favaretto c’erano, poi, Lotti, Bivi, Rocchi, Rigoni, Volpato, Tessaro, Benedetti.

Tempi lontanissimi: Recoba e Maniero
festanti dopo un gol siglato dall’urugagio

La prima partita è una Caporetto: 4 a 1 contro il Montebelluna di Enrico Cunico (tecnico che guiderà la squadra l’anno successivo) e non molte possibilità d’appello. Seconda partita, seconda sconfitta, stavolta per 3 a 2 contro il Domegliara, tuttavia segnano Volpato e Nichele, i due che assieme a Collaudo trascineranno la squadra ben oltre le secche del campionato che si stava prospettando ad inizio stagione. La prima vittoria arriva alla quarta giornata: 5 a 3 contro la Virtus VeComp Verona, doppietta di Modolo e un gol a testa per Corazza, Tessaro e Collauto.

Da lì in poi ha inizio una storia continua di tira e molla fra Serie D e play-off, promozioni tra i professionisti sfumate per un soffio, emancipazioni dilettantistiche avvenute o meno ma soprattutto fallimenti.
Perché l’attuale Venezia FootballClub, allenato da Filippo Inzaghi e che è tornato in Serie B, non è il FBC Unione Venezia, ma un’altra società.
Altro giro altra corsa, altro campionato altro fallimento.
Le squadre di Venezia, però, da questo momento in poi, iniziano ad essere due. Due squadre, due nomi identici, colori diversi: una arancioneroverde e un’altra neroverde; Venezia Fc e Venezia 1907; Serie D e Terza Categoria. Due mondi diversissimi non solo calcisticamente ma anche ideologicamente: la prima società (a guida Joe Tacopina) si fa portavoce della squadra arancioneroverde, la seconda (a guida Gianalberto Scarpa Basteri) ha rilevato il simbolo del centenario del Venezia facendone una nuova squadra che riparta da zero ma che abbia come obiettivo primario quello della rivalutazione del Venezia che fu. Quello neroverde e dell’unica Coppa Italia del 1941, per intenderci.

Leggi di più: «Scarpa Basteri: il Venezia siamo noi»


Il presente

Tacopina sbarca in Laguna quando il Venezia è – di nuovo – in Serie D. Un altro fallimento, un altro cambio di nome, un altro cambio di società. La prima promessa che viene enunciata e declamata dallo statunitense è il nuovo stadio: il Venezia deve avere una nuova casa perché il Pier Luigi Penzo è uno «stadio bellissimo» ma non è «attrattivo». La solita solfa del logo-brand che nella Capitale «infiniti addusse lutti a Pallotta». Serve qualcosa di più moderno e, allora, si rispolvera la sempreverde idea dello stadio nel famigerato quadrante di Tessera proseguendo nella tradizione degli investitori stranieri degli ultimi anni che tendono a quella zona per la costruzione dell’impianto, (ipotesi mai concretizzatasi neanche nell’era Zamparini quando, in Serie A, la squadra della Laguna era ai suoi massimi). 

Il logo del Venezia Fc, per la verità, non è un granché e il merchandise arancioneroverde non va benissimo, così come – nonostante il campionato al vertice – non va neanche la partecipazione allo stadio dei tifosi. Inzaghi, nel marzo, infatti, ebbe a dire: «I tifosi sono la nostra forza, penso che la squadra abbia bisogno e meriti uno stadio pieno. […] Mi auguro che il nostro stadio diventi il dodicesimo uomo in campo perché potrebbe aiutarci molto». Il problema, però, è che il dodicesimo uomo, spesso, è rimasto a casa e le frecciatine di Inzaghi non sono mai cessate per tutta la stagione. Tuttavia, la serie B è arrivata nonostante diverse questioni che hanno investito anche il Venezia FC, oltre a svariate squadre fra cui le due (fatiscenti) compagini romane quali Racing Roma e Lupa Roma. Trattasi dell’inchiesta fideiussioni iniziata dall’Espresso: «Da mesi decine di presidenti del pallone nostrano sono costretti a seguire da vicino le peripezie di una piccola compagnia di assicurazioni che viaggia sull’orlo del fallimento. La società in questione si chiama Gable, ha sede nel paradiso fiscale del Liechtenstein, e sta per trasformarsi nell’ennesimo scandalo del calcio italiano».

Scriveva nel settembre dello scorso anno Vittorio Malagutti sul settimanale sopracitato. Con il Nuovo Corriere Laziale siamo andati a controllare delle carte emesse dall’IVASS (Istituto Nazionale per la Vigilanza sulle Assicurazioni) e la Gable insurance risultava già fallita e commissariata. Dunque, le società coinvolte avrebbero dovuto trovare altri soldi per colmare quelli della fideiussione e tra i club coinvolti (oltre alle sopracitate fatiscenti Lupa e Racing) vi era anche il Venezia di Tacopina. 

A.C. Venezia in Serie A

La questione non è della pur famosa lana caprina si tratta della continuazione della vita societaria di una squadra che ha subìto, nel corso degli anni, decine di fallimenti e rilevamenti societari più o meno inadeguati alla piazza, fatto salvo il primo periodo a guida Rigoni (successivamente scomparso). La faccenda monetaria si fa tanto più presente quanto invadente nella vita lagunare arancioneroverde se si contano almeno tre fattori:

  1. La fideiussione da depositare per l’iscrizione in Serie B è più ingente di quella della Lega Pro (qui un comunicato chiarificatore della terza serie calcistica italiana per quel che riguarda i parametri e i costi della fideiussione). È bene ricordare, infatti, la vicenda del Pisa di Rino Gattuso che non è stata, per così dire, una passeggiata a tal proposito. Si potrà obiettare che la vicenda della crisi-pisana verteva su altre fratture oltre che quella del deposito di denaro in Federcalcio. Senza dubbio. Certo è che a quelle già esistenti si era sommata anche la questione della fideiussione.
  2. Questione Stadio – Il Quadrante di Tessera, dopo il niet ricevuto da più parti è decisamente un progetto del passato. Il Penzo, però, ha subìto diversi traumi nel corso degli anni: già dopo l’era-Zamparini (e, dunque, all’indomani del fallimento)  «la capienza dello stadio venne dapprima limitata a 9.950 posti e poi nel 2007 (dovendo ottemperare ai nuovi regolamenti sulla sicurezza) a 7.450 posti: in tale occasione si provvide infatti a ridurre le dimensioni delle curve e dei distinti». Ristrutturare il Penzo, però, costicchia.
  3. Questione visibilità – Il Venezia in Lega Pro non ha visto una grande partecipazione dei tifosi (come prima menzionato) ma c’è una squadra che ha avuto un incremento di seguito e successi notevole: trattasi dell’A.C. Mestre. La squadra arancionera, sorta da un’abile mossa da parte di tre realtà locali, ora slanciatissima verso una storica (questa sì) promozione in Lega Pro. La diaspora mestrina, a seguito dell’unione Venezia-Mestre, è stata interrotta dall’iniziativa dell’FBC Union Pro (unione di società Pro Mogliano e Preganziol) che nel giugno dello scorso ha spostato la propria sede a Mestre e ha cambiato denominazione in SSD AC Mestre mentre la precedente squadra arancionera, salita in Promozione, si era trasferita a Spinea diventando l’FBC Spinea 1966. Ecco, a tal proposito, il comunicato che diramò l’Union Pro Mogliano a riguardo: «L’AC MESTRE, società nata dalla fusione tra Mestre e Mestrina, giocherà il campionato di serie D 2015/16 presso lo stadio Comunale di Mogliano in attesa del ripristino dello Stadio Baracca di Mestre (che nel frattempo sta utilizzando) I campi di allenamento della prima squadra saranno quelli di Zelarino e di Mestre. Il Settore Giovanile della AC Mestre giocherà invece nei campi di Zelarino, Giacomello e Bacci. L’FC UNION PRO disputerà le partite di campionato di Eccellenza 2015/16 presso l’impianto sportivo di Mogliano o di Preganziol, in base alla compilazione dei calendari. Le partite del Settore Giovanile si giocheranno presso lo Stadio Comunale di Via Ferretto, il Campo Secondario di Mogliano e presso lo Stadio di Preganziol». Il Mestre, dunque, rinnovato nella squadra, nel seguito e nella promozione tra i professionisti, potrebbe strappare un vasto pubblico di coloro i quali, dalla terraferma, si recano al Penzo per andare a vedere il Venezia. Mi si obietterà ma si tratta di tifosi occasionali. A costoro rispondo che sì, è ben vero. Pur tuttavia, quali sono i gruppi che si sono tesserati per seguire il Venezia? Pochi, decisamente pochissimi. Anzi, quando la precedente dirigenza licenziò mister Sassarini (Serie D), in un Venezia lanciato per la promozione, lo stadio era il triplo più pieno della declamata (e pubblicizzata) festa promozione di qualche giorno fa. 
Dunque la dirigenza arancioneroverde ha, di fronte a sé, ben tre gatte da pelare e almeno una delle due, quella legata allo stadio, potrebbe far desistere l’investitore americano che ha investito sulla squadra di «una cità mportanti nel mondo». La preoccupazione del calcio moderno, infatti, è quella di cercare di stringere il cappio del capitale attorno al già martoriato corpo esanime del movimento calcistico italiano. Si elogia, infatti, da più parti il modello Sassuolo, tuttavia non è altro che uno svago della Confindustria: il proprietario della squadra è Giorgio Squinzi; lo stadio è il Mapei Stadium (Squinzi anche qui) andando di fatto a costruire un nuovo stadio in un’altra città (Reggio Emilia) facendo in modo che la squadra si inventasse una tradizione calcistica (hobsbawnianamente parlando) acuendo non poco gli scontri già presenti fra Reggiana e Sassuolo.
Cos’ha di così genuino il modello Sassuolo? Proprio nulla.

Ecco perché, nel breve o nel lungo termine non è dato sapere, il Venezia arancioneroverde si ritroverà con diverse grane da risolvere e con un futuro pressoché incerto, sic stantibus rebus.

Per tutto il resto c’è il Venezia 1907.

p.s. Ultimamente, quando mi ritrovo con qualcuno a parlare del più e del meno, in questi discorsi ci finisce di mezzo – come al solito – anche il calcio. Frasi fatte, mezze parole e quel “ma tu tifi ancora il Venezia?”. Certo, dico io, diventando subito serissimo. “Solo che non tifo il Venezia di Tacopina, mi sono appassionato alle vicende del Venezia 1907”.  E lì a mettermi a spiegare tutta una serie di cose. 
Sono un po’ un rompiscatole, lo ammetto.


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