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Categoria: Blog

«Esiste un piano Usa per spaccare il Mas dall’interno», ma è Morales ad aver cominciato

Posted on 2024/08/18 by carmocippinelli
Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma

«Le informazioni trapelate dall’ambasciata Usa in Bolivia mostrano chiaramente che esiste un piano per la ri-colonizzazione del nostro paese. E questo sarebbe possibile andando alla rottura del Mas per cercare di candidare un outsider alle prossime elezioni per conto del Mas».
Evo Morales, Presidente del Mas-Ipsp e autoproclamatosi candidato del partito per le elezioni del 2025, legge pubblicamente un documento «siglato il 18 aprile dall’ambasciata degli Usa in Bolivia», ha assicurato, nel corso della manifestazione di ieri [17 agosto 2024] a Caranavi (piccola cittadina nella regione de las yungas a nord est di La Paz).

«Stanno cercando di spaccare il Mas per prendersi il litio e le terre rare del nostro paese, hermanos», dice Morales leggendo il documento  e arringando la folla ammutolita in religioso silenzio. «Eso nunca, Evo! [Questo non succederà mai, Evo!]», urla qualcuno: la tensione si rompe fragorosamente in un applauso in sostegno a Morales. Il discorso continua e si conclude in una festa nella cittadina yungeña.

Dopo le tensioni verificatesi nel partito a seguito dell’annuncio della sua candidatura, nonché dopo aver di fatto – spaccato in due il Mas tra evisti (tendenza di sostenitori e fedelissimi di Evo Morales) e arcisti (tendenza di sostenitori del Presidente boliviano Luis Arce Catacora e del vicepresidente David Choquehuanca), Morales sembra aver preso in mano la situazione e sta calando tutti gli assi che ha in mano.

Un candidato outsider?
Questa sarebbe la rivelazione resa da Evo Morales mentre parlava dal palco allestito per la manifestazione svoltasi a Caranavi. L’obiettivo dei gringos sarebbe il medesimo di sempre: appropriarsi delle ricchezze della Bolivia, specie nella fase attuale in cui l’occidente politico ha sempre maggior necessità non già di idrocarburi, quanto di terre rare e litio. Materie di cui la Bolivia è indubbiamente molto ricca.

Un candidato terzo che non proverrebbe dalle fila del Mas sarebbe il colpo di teatro «dell’impero nord americano», nonché di parti della borghesia boliviana: dopo il tentato golpe che ha coinvolto settori deviati dell’esercito e dello Stato maggiore boliviano, gli Usa – sostiene Morales – si starebbero preparando a «spaccare il Mas dall’interno».

Chi spacca cosa?
Uno scenario di intromissione nel processo elettorale di un paese sudamericano non rappresenta, nei fatti, una novità per la politica internazionale. Non serve riesumare la dottrina Monroe nella sua riformulazione rooosveltiana (così come pure ha ricordato Morales dal palco di Caranavi), basti pensare ai colpi di stato palesemente eterodiretti dagli Usa nella regione. Il golpe nei confronti della prima vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, per rimanere nei primi anni del nuovo millennio, ne fu un chiaro esempio.

Sebbene sia del tutto plausibile, tuttavia la spaccatura del Mas non sarebbe da imputare a nessun altro se non a Evo Morales stesso.

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente, come già ricordato (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato e ora esistono due Mas che sono letteralmente l’uno contro l’altro.

Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma.
Il comizio di Evo Morales a Caranavi | 17 agosto 2024 | Fonte: pagina Facebook Evo Morales Ayma.

Casus belli
Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio [2024] i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo [2024] (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al partito, tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas. Manco a dire ci fossero davvero esponenti outsider o della destra.
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

E ora?
Forse dopo il tentato golpe ai danni della presidenza di Luis Arce Catacora, la Bolivia dovrà davvero fare i conti con il peso specifico dell’autocandidato Evo Morales. In questi mesi (quasi una gestazione) la società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che risulta verosimilmente impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua, sedendosi pacificamente attorno ad un tavolo per concludere delle trattative.
E i candidati alle elezioni del 2025 continuano a essere due: Evo Morales e Luis Arce.

Pubblicato su La Rinascita – delle Torri

Posted in Blog, polpettoniTagged ayma, aymara, bolivia, catacora, Choquehuanca, evo, Evo Morales, litio, lucho, Luis Arce, Mas, morales, radio kawsachun coca, sinistra, socialismo, terre rare

Turchia, “democratura” all’attacco delle libertà

Posted on 2024/08/05 by carmocippinelli
Foto di Gabriel McCallin su Unsplash

Selahattin Demirtaş dovrà scontare 42 anni di detenzione: respinta la richiesta di ergastolo. La sentenza è arrivata nel maggio di quest’anno e ha previsto il prolungamento della detenzione dell’ex candidato alle presidenziali turche, nonché leader del Partito democratico dei popoli (Hdp). Con lui, altri 108 imputati nel Processo Kobane sono stati condannati per aver, recita l’accusa, «minato l’integrità territoriale del paese», nonché per connessioni con le organizzazioni curde (Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan) giudicate terroriste dal governo di Ankara. Fin dalla sua nascita l’Hdp è stato avversato politicamente e giuridicamente dall’allora (e attuale) Presidente Recep Tayyip Erdoğan in quanto gran parte dei suoi dirigenti e militanti provenivano dal sud est del paese (a maggioranza curda) e si dichiaravano apertamente di nazionalità curda. Ma soprattutto perché, secondo Ankara, l’Hdp ha rappresentato una sorta di ponte nel Parlamento turco per le organizzazioni armate curde, nonché di essere una sorta di propaggine legale del Pkk. Legami presunti, ovviamente.

Riavvolgiamo il nastro: il 2014
Siamo al 2014 e l’Hdp sta emergendo come forza politica d’alternativa. Ma il partito non è semplicemente un’organizzazione filo-curda, come spesso si leggeva sui quotidiani italiani ed europei: si trattava di un esperimento politico che spalleggiava SYRIZA e quanto stava conducendo Alexis Tsipras in Grecia, a seguito della mobilitazione del referendum sul ‘no’ (Οχι) al memorandum. Sappiamo come andò a finire: il Primo ministro greco venne messo alle strette dopo giorni di trattative con la Troika, il memorandum non solo venne applicato ma fu anche più duro degli altri. Ma questa è un’altra storia.

Nello stesso anno la Siria e l’area del Vicino Oriente erano sconvolte dallo Stato Islamico la cui scure si stava abbattendo proprio sulla minoranza curda e sulle città difese dalle sole unità militari curde del Pkk, delle Ypj/Ypg insieme ad altre formazioni minori indipendentiste fino ad arrivare ad alcune organizzazioni anarchiche. Le strutture maggiori (Pkk, Ypj/Ypg) che si battevano (e ancor oggi lo fanno) per il confederalismo democratico in contrapposizione alle democrazie che nel corso degli anni hanno subito una torsione in senso autoritario, stavano subendo un duro colpo. In quell’anno l’Hdp conduce una battaglia senza quartiere nelle città governate dal partito nella parte sud del paese in solidarietà con la popolazione di Kobane e di ogni cittadina del Rojava che si trovava a fronteggiare Daesh (Isis). La solidarietà e le manifestazioni iniziano a dilagare in tutta la Turchia: l’Hdp guadagna sempre maggiore popolarità e consenso.
Ma per la Turchia, il Kurdistan non esiste e chi si candida a rappresentare i curdi al Parlamento è, nei fatti, un sostenitore delle forze giudicate terroriste da Ankara. Lo spettro del Pkk e del suo leader Abdullah Öcalan (in prigione dal 1999 nel carcere di İmralı, unico detenuto nell’isola-penitenziario) aleggiano in perpetuum sullo stato turco.

L’ascesa politica e mediatica di Selahattin Demirtaş e dell’opposizione di sinistra al governo di Erdoğan era riuscita fin troppo bene: riuscì a superare la soglia di sbarramento del 10% alle elezioni del 2015 e ad imporsi come prima forza politica nella parte del paese a maggioranza curda.

Nel confronto militare tra unità del Rojava e Daesh, i curdi ebbero la meglio col passare del tempo, sebbene pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e di distruzione: nei giorni in cui Kobane sembrava cadere, l’Hdp (dunque Demirtaş e la co-presidente del partito Figen Yüksekdag) scese in piazza solidarizzando con il Rojava chiedendo l’intervento militare di Ankara a sostegno dei curdi. Ci furono mobilitazioni in tutto il Paese, ma ad Ankara si verificò un attentato che provocò decine e decine di morti. Nonostante tutto, l’Hdp cresceva nel consenso popolare e il processo di democratizzazione (e normalizzazione) della questione curda nel paese poteva dirsi in procinto di cominciare, anche se la tregua (dopo le proteste del 2014/2015) aveva fatto naufragare la tregua tra il Pkk e lo stato turco. Da questi fatti ha iniziato a prendere vita il Processo Kobane.

Perché Demirtaş è in carcere?
Il 2016 è un anno cruciale, non già per il tentato golpe di cui venne subito accusato Fethullah Gülen ma perché Erdoğan non avrebbe voluto che la questione curda potesse diventare un ostacolo alla sua affermazione del potere. Dunque arriva la proposta di revoca dell’immunità parlamentare per i deputati d’opposizione. Il partito – che si pone come opposizione (pur blanda) ad Erdoğan – vota a favore del provvedimento. L’accusa è indirettamente rivolta ai deputati neo eletti dell’Hdp additati di compromissione terroristica a scopo di divisione dell’unità nazionale. Dal Corriere della Sera di quei giorni [21 maggio 2016]: «”È un voto storico. Il mio popolo non vuol vedere in questo parlamento colpevoli di reati, in particolare i sostenitori delle organizzazioni terroriste del separatismo”. Un chiaro riferimento ai rappresentanti dell’Hdp da sempre accusati dal sultano di Ankara di essere il braccio politico dei terroristi del Pkk. […] La decisione del parlamento è la pietra tombale sulla speranza di riavviare il processo di pace con la minoranza curda».
Il casus belli è del 2016: nel novembre un’autobomba esplode nella città a maggioranza curda di Diyarbakır. Per la Turchia è la prova che il Pkk non ha mai smesso le proprie attività criminali ma in serata l’attentato viene rivendicato da Daesh e non dai curdi. Ma per Erdoğan non c’è ragione che tenga: la sera stessa dell’attentato Demirtaş e Yüksekdag vengono condotti in carcere. Le presidenziali del 2018 vedono l’Hdp ancora una volta candidarsi con Selahattin Demirtaş come candidato, nella speranza della sua scarcerazione. Il candidato non «verrà liberato», secondo Erdoğan, e l’Hdp si pone sotto la soglia del 10%, pur continuando ad affermarsi nel sud est del paese. Nello stesso ano l’esercito turco fronteggia militarmente le milizie curde e occupa la città simbolo di Afrin.

Una «democratura»
Il partito di cui era rappresentante Demirtaş ora è stato sciolto per intervento dell’autorità giudiziaria e dalle sue ceneri è nato il Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia, spesso abbreviato in Dem il quale, da poco, è risultato nuovamente il partito più votato nella città di Diyarbakır. Nel frattempo, però, a molti esponenti politici turchi di opposizione e di sinistra, curdi e socialisti, è stata confermata la sentenza da parte della giustizia turca, sebbene la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) avesse già formalmente condannato la detenzione ai danni dei due ex segretari dell’Hdp, di cui pure Erdoğan si fece beffe dichiarando: «il parere della Cedu non ci vincola». Le sentenze del maggio 2024 sono state commentate così dal vicepresidente del Chp Özgür Özel (e riportate in Italia attraverso la voce di Mariano Giustino di Radio Radicale): «Il caso [del processo] Kobane per cui è stato condannato Demirtas rappresenta un caso politico non suffragato da un giusto processo».
La democrazia turca nel frattempo ha già attraversato la fase di lungo regresso ed ha ora abbracciato un nuovo periodo, a seguito delle modifiche costituzionali promosse e approvate dal Presidente Erdoğan. Analisti e saggisti iniziano ad utilizzare il termine democratura (una democrazia formale ma con torsioni autoritarie di fatto) con sempre maggiore disinvoltura anche e soprattutto per quel che riguarda lo stato turco. L’unica cosa certa è che per il momento Demirtaş rimane in carcere, così come la co-presidente del fu Hdp, così come per il leader del Pkk Abdullah Öcalan. L’opposizione curda dovrà riprendersi e assestarsi nuovamente dopo il colpo subito mentre la temperatura della febbre contratta dalla democrazia turca continua a salire.

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/turchia-democratura-allattacco-delle-liberta/

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In Bolivia, in retromarcia (*)

Posted on 2024/08/04 by carmocippinelli

«Soy América Latina / un pueblo sin piernas pero que camìna»

Atterriamo all’aeroporto internazionale più alto del mondo che è mattina. Abbiamo viaggiato tutta la notte da Madrid a Santa Cruz andando incontro ai fusi orari e inseguendo l’interminabile notte all’interno dell’apparecchio. Poi l’ultimo volo: un messaggio sul telefono ci informa del fatto che la compagnia aerea (Amaszonas) di cui avevamo acquistato il biglietto per il volo interno, è inabilitata ad effettuare voli, dunque veniamo spostati su un volo della Boliviana de Aviaciòn (Boa). L’aereo è vecchio, la plastica al suo interno traballa: le montagne che si vedevano in lontananza dall’aeroporto Viru Viru di Santa Cruz iniziano a farsi tremendamente e maestosamente minacciose man mano che ci avviciniamo a El Alto. Scendo dall’aereo e mi sento leggero e pesante allo stesso tempo: sono gli scherzi dell’altitudine che vanno via solamente col primo matecito de coca (mate di foglie di coca).

Siamo al piano terra dell’aeroporto: c’è una grande sala con una vetrata enorme da cui si riesce a vedere la presenza imponente dell’Illimani e delle altre altissime vette boliviane. Dobbiamo aspettare Riccardo Giavarini, anzi, don Riccardo Giavarini, dunque ci sediamo e aspettiamo anche e soprattutto per far riposare la testa dall’altitudine.

Riccardo arriva, ci fa salire sul suo pick-up Ford e iniziamo a immetterci nelle strade di El Alto. C’è subito un gran traffico: le macchine che stanno a fianco a noi sono completamente immobili, si procede a passo d’uomo: c’è un odore fortissimo di gas di scarico. Mi fa malissimo la testa ma provo a rimanere concentrato e a tenere gli occhi aperti, mantenendomi vigile nella conversazione che abbiamo iniziato per conoscerci vicendevolmente.

«Dev’essere successo qualcosa: è impossibile che ci sia tutto questo traffico», Riccardo è sconsolato, allarga le braccia, immagina che ce ne sarà ancora per molto. Mentre guardo fuori dal finestrino vedo degli edifici che cozzano l’uno contro l’altro in termini di realizzazione architettonica – o perché decisamente opposti o perché ancora non terminati – osservo un fiume di gente che cammina sul marciapiede: sono ragazze e ragazzi universitari, studentesse e studenti delle scuole medie/superiori in divisa, persone normali, lavoratori. C’è anche chi cammina tra le colonne delle macchine in fila: alcuni per cercare di intercettare un minibus, altri perché vogliono venderti qualcosa. Una signora in particolare sta vendendo, per un boliviano o due, dei dolci fatti da lei e posti in un bicchiere: sembra che siano composti da uno sciroppo sul fondo del bicchiere di plastica e sopra abbiano una sorta di panna o composizione simile a una meringa. Un camionista la ferma con la mano e le porge un paio di monete: avviene lo scambio e lui, felice, si inizia a gustare il suo dolce.

Io e Maria, notando la compravendita, rimaniamo un po’ interdetti (come per varie altre cose che non staremo qui a scrivere, altrimenti non basterebbe tutto questo numero de «L’Incontro»), Riccardo ci tranquillizza subito: «Sì, sapete, qui se c’è traffico ci si può organizzare anche così: ci si ferma, si mangia una cosa in macchina per ingannare il tempo, poi si riparte. Mi piacciono quei dolci che ha preparato quella signora, solo che non ve li consiglio: non vorrei che iniziaste a star male da subito», ride mentre ci parla. Il problema è l’acqua che scorre dai rubinetti di El Alto e La Paz: se il dolce (o una qualsiasi altra pietanza) è preparata con quell’acqua, meglio diffidare. L’inquinamento delle falde è elevatissimo e gli stomaci occidentali stanno subito male e per giorni (avremmo poi sperimentato anche quello, ma adesso siamo ancora in coda tra i gas di scarico e le cholitas che vendono dolci e gelatine tra le auto). Anche le gelatine sono tra i dolci preferiti dei boliviani, soprattutto dei ragazzi ma anche lì vale la regola dell’acqua.

Il nodo del traffico si scioglie e percorriamo vari chilometri: «Scusate, mi sono dimenticato di dirvi che devo incontrare una persona con cui avevo appuntamento: dobbiamo aspettarla un momento». Aorita, adesso adesso, mo’ mo’, insomma: un lasso di tempo piuttosto breve, si potrebbe immaginare. E invece no. Aorita significa adesso sia in senso letterale che metaforico: il più delle volte nella sua seconda accezione. Siamo un passo prima del casello dell’autopista (superstrada/autostrada) che collega El Alto a La Paz e viceversa. Fermiamo la macchina in un’area semi sterrata prima di immetterci nella superstrada e vediamo uno sciame di persone e animali (i cani randagi o abbandonati sono tantissimi a El Alto e La Paz) che apparentemente disordinatamente percorrono le vie laterali rispetto alla superstrada. Un ragazzo cammina e urla che è vicino il regno dei cieli. «Si cammina moltissimo qui, neh: vedrete un sacco di gente che cammina. Non tutti hanno la macchina, né la possibilità di acquistarne una usata o rimetterne a posto una. Si cammina per arrivare al teleferico, per prendere un minibus, per arrivare da tutte le parti: i mezzi pubblici non sono così diffusi, specie a El Alto». Mi torna subito in mente la canzone con cui ho aperto questo breve scritto: Latinoamerica di Calle13. Un pueblo sin piernas pero que camina: un popolo senza gambe ma che cammina. O che ha imparato a farlo: scossone dopo scossone, caduta dopo caduta, rivoluzione dopo reazione e via dicendo.

Nel 1980 un giornalista del «Manchester evening news» ha scritto un reportage in cui ha riportato un concetto abbastanza significativo per la storia contemporanea di questo paese: «In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno». [1]

Avremmo scoperto nel corso dei giorni boliviani quanto fosse importante il cammino, anche quando Riccardo ci avrebbe proposto di venirci «a prendere al teleferico morado (viola)» che ha il capolinea a El Alto: da lì in poi i mezzi pubblici non passano e ci sono persone che continuamente vanno e vengono alla ricerca di un minibus o – arresi – si dirigono a piedi. Un passaggio lo avrebbero trovato sicuramente da una macchina che sarebbe passata di lì. Come hanno fatto le signore che stavano aspettando che si muovesse una macchina dal carcere di Qalauma a cui poter chiedere un passaggio, mentre si erano già incamminate nel brullo e piatto territorio dell’altipiano. È quello che è successo con noi: Riccardo muove il pick-up dirigendo il mezzo verso la superstrada Viacha-El Alto e subito delle signore alzano le braccia chiedendo un passaggio. Impolverate dalla testa ai piedi (le strade asfaltate o pavimentate sono pochissime) salgono sul cassone del pick-up.

«Anche a la carcel de Chonchocoro succede lo stesso», ci dice Riccardo. «Ogni carcere è lontanissimo dal centro abitato, specialmente quello di massima sicurezza di Chonchocoro, e chi vuole visitare i detenuti può farlo prendendo certamente un passaggio da un minibus o da un pullman che si ferma nei dintorni: bueno, l’andata è assicurata ma il ritorno…», allarga la mano destra aprendo un palmo verso l’alto effettuando un movimento circolare con il polso. Come a dire: non passa proprio niente. E allora si va a piedi, senza porsi troppe domande, rassegnati ma anche affidati, nonostante il sole che brucia la pelle, nonostante le distanze siderali di una città che ha avuto uno sviluppo caotico e diseguale, nonostante l’estrema povertà in cui versa questa porzione di America Latina a causa delle vessazioni del primo mondo.

Da occidentali dobbiamo imparare da quel loro passo a camminare, ad affidarsi nel chiedere un passaggio, ad andare avanti nonostante la retromarcia. Imparare a camminare non in senso letterale, non a porre un piede davanti all’altro, ma a «camminare domandando», come scriveva il SubComandante Marcos descrivendo l’esperimento del Chiapas: andando a porci nell’ottica di interiorizzazione dell’espressione che è utile per porre in discussione le proprie granitiche certezze e andare costantemente alla ricerca di qualcosa di più.
Camminare domandando in ogni caso, sia in avanti che in retromarcia, a passo d’uomo, cercando un percorso per arrivare alla propria meta, come abbiamo visto fare in Bolivia.
Come stiamo cercando di fare io e Maria, metaforicamente e non.

(*) Il titolo è un esplicito omaggio al volume di Massimo Zamboni In Mongolia, in retromarcia, 2009, Nda Press.

NOTE:
[1] s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

Articolo pubblicato su L’incontro, rivista delle Edizioni Gruppo Aeper di Torre de’ Roveri (BG).

Incontro_gennaio_luglio2024

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Un altro manifesto [sempre a Santa Maria del Soccorso]

Posted on 2024/04/26 by carmocippinelli

  

Foto di Adriano Pucciarelli su Unsplash

Non c’è più il manifesto di Lenin a Santa Maria del Soccorso. È stato strappato del tutto, fino agli ultimi brandelli. Per tre settimane il muro è rimasto “pulito” da ogni affissione.

Attorno al 15 del mese l’organizzazione italiana della Tendenza marxista internazionale ha provato ad attaccarvi due manifestini riguardo un’iniziativa che stavano promuovendo in quei giorni sulla lotta partigiana: uno è stato strappato e ne è rimasto uno solo. Ancora coraggiosamente attaccato al muro d’ingresso della fermata di Santa Maria del Soccorso.

È il giorno dopo il 25 aprile, in cui un lungo fiume di persone ha invaso le strade tra Villa Gordiani e Quarticciolo. È il giorno dopo la lieta marea.



In una delle due scuole in cui presto servizio quest’anno il ponte non è il 25 e il 26 aprile ma il 29 e 30, dunque mi incammino verso l’entrata della Metro B alle 7:30. Mentre cammino verso l’ingresso faccio un controllo delle cose toccandomi le varie tasche della giacca e dei pantaloni una dopo l’altra: moderna e attualizzata versione del tuca tuca di Raffaella Carrà. C’è tutto, anche la mascherina FFP2: per insegnare alla sezione ospedaliera serve ancora, nei reparti dell’ Umberto I è ancora obbligatoria. 

Finito il servizio torno indietro con pensieri e sguardi avvolti dalle pagine di Meneghello e dai racconti di Malo, ma purtroppo arriva il momento di scendere. Salgo le scale per riemergere alla luce del sole e noto sull’altro muro di destra, quello che dà verso l’uscita di Largo Viola, un altro manifesto. È scritto a vernice rossa e a caratteri cubitali: «W Mario Fiorentini».
Non c’è la firma: la scritta è rossa.
Mi fermo immobile, anche questa volta, oltre i cancelli dell’uscita della metro e resto a contemplare la scritta rossa qualche secondo. Non vedevo un manifesto per Mario Fiorentini da un po’ e vederne uno mi ha fatto respirare aria fina di montagna.

È proprio vero, penso, quello slogan che ci ripetiamo (benché ovunque
collocati, dispersi e divisi): quando muore un compagno o una compagna
ne nascono altri cento.
E vanno in giro ad affiggere i manifesti in ricordo di Mario Fiorentini.

Lo spirito di chi crede non si abbatte facilmente, come nella scena di Italiani brava gente in cui i nazisti e i fascisti, tedeschi e italiani occupanti le zone limitrofe al Don, stuzzicano un gruppo di civili russi facendo cantare loro L’Internazionale a mo’ di sfregio.
Ma loro l’hanno cantata davvero e quasi non si fermavano neanche coi colpi dei mitra tedeschi.

Sono teste dure, i comunisti.
Menomale.

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Tra Gesù di Nazareth e Karl Marx: la scelta (e la vita) di “Miguel”

Posted on 2024/04/18 by carmocippinelli

Lo scorso anno, prima della partenza per la Bolivia, ci [a Maria e me] è stato regalato un libro [grazie Giusi!] scritto da Luca Bonalumi attorno alle disavventure rivoluzionarie di Antonio Caglioni a Viloco e nel paese che l’ha ospitato per molti decenni. Una volta giunti dall’altra parte del mondo, siamo andati a conoscere Antonio Caglioni e abbiamo trascorso del tempo con lui, pur alloggiando a Cairoma (cittadina vicina a Viloco).

Per chi volesse, questi sono i due link agli articoli scritti a Cairoma su Antonio Caglioni e sul sistema sanitario a 5200 metri d’altitudine: Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo e Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale.

L’introduzione al libro di Bonalumi è firmata da Don Emilio Brozzoni, sacerdote come Antonio Caglioni (a cui è davvero difficile anteporre il don davanti al nome, ma questo – a parere di chi scrive – rientra tra i pregi piuttosto che nell’ambito opposto dei difetti), bergamasco come lui, ma fenomenologicamente agli antipodi.

Don Emilio nell’introduzione racconta di un episodio curioso: una volta ricongiuntosi con Riccardo Giavarini a La Paz (don anche lui ma da soli due anni), decidono di andare a trovare Antonio Caglioni a Viloco. Il viaggio è lungo, le strade non sono agevoli ma finalmente – dopo varie ore di fuoristrada – riescono ad arrivare là, “alla fine del mondo”, a cinquemila metri d’altezza, ai piedi delle montagne popolate dai minatori di stagno in cerca della vena grande.
È il 1990, è notte e – c’è da immaginarselo – c’era una stellata meravigliosamente impressionante, data l’assenza di lampioni e illuminazioni per le vie della cittadina. Don Emilio, che immaginiamo si fosse già abituato alla mancanza d’ossigeno, riesce a prendere sonno e a dormire piuttosto bene, almeno fino a quando viene svegliato di soprassalto.

Di colpo, i tre (Caglioni, Giavarini, Brozzoni) sentono di non essere più soli: Don Emilio si sveglia e pensa ai ladri. Poi si guarda intorno: “ma che si ruberanno mai, qua” (di certo lo avrà pensato in bergamasco).
È un attimo: un uomo armato fino ai denti gli punta un fucile: «Eres Miguel?! [Sei Miguel?]» gli chiede insistentemente.

Non sa di cosa stia parlando e il commando armato si fa insistente: stanno cercando un Miguel, ex prete mezzo italiano, mezzo tedesco, e loro, tutti e tre italiani (due consacrati e un laico), senza documenti, sembravano essere il bersaglio perfetto. Miguel si sarà nascosto da quelle parti, ai piedi delle montagne popolate dai minatori per sfuggire allo Stato.

Però don Emilio non era Miguel e, nel testo d’introduzione al libro di Bonalumi, scrive un aneddoto molto divertente di quella notte in cui, dopo aver conosciuto personalmente Riccardo Giavarini, sono sicuro che si sia verificato esattamente come don Emilio ha raccontato: nel mezzo del trambusto, di uomini armati che fanno irruzione a casa di don Antonio, Riccardo cerca di placare gli animi chiedendo se – in piena notte – prendessero un caffè per poter parlare e chiarirsi.

«[…] Mi fanno alzare dal letto (mani in alto), mettere pantaloni, scarpe e giacca a vento. Bontà loro, niente  manette ai polsi. Mi vogliono immediatamente portare a La Paz. Riccardo intuisce che la situazione è grave e vuole intavolare un minimo di dialogo: “Prendete un caffè o un tè? Siete stanchi e la strada è lunga”»1.

Ma chi era Miguel?

Michael Miguel Nothdurfter era un italiano-sudtirolese di Bolzano che ha avuto una vita piuttosto intensa, una di quelle storie da raccontare, sebbene il tragico epilogo che ha avuto, ovvero ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia boliviana.

Scrive ancora don Emilio nell’introduzione al libro di Bonalumi:

«[…] Alle tre di notte cinque di loro con il mitra circondano la casa di don Antonio e tre in borghese sfondano la porta. Sono i tre che mi ritrovo davanti con le pistole puntate. Finalmente viene a galla il motivo di questo
trambusto. È stato rapito il figlio del padrone della Coca Cola in Bolivia. È ricercato un “terrorista” (così lo definiscono) altoatesino, da ragazzo studente in un seminario di gesuiti, impegnato politicamente con gruppi estremisti… Il filo logico è chiaro. Hanno davanti un italiano, senza passaporto, col breviario, nella casa di padre Antonio2, in una regione fuori dal mondo. È lui. È Miguel. Sentono già profumo di promozione».

Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

A te che leggi: abbi pazienza. Sarà piuttosto lunga.

Il comandante Gonzalo va alla guerra
La vicenda di Nothdurfter viene raccontata dettagliatamente da Paolo Cagnan in un libro pubblicato nel 1997 [Il comandante Gonzalo va alla guerra, erremme, 20.000 lire, 175 pagine] ed è colmo di riferimenti, racconti, testimonianze raccolte in loco, chilometri macinati tra le città boliviane.

«Caro Fratello, il tempo speso con i minatori di Potosì mi ha avvicinato alle persone. Le cose per la Bolivia si stanno mettendo molto male. Il peso è stato svalutato, i salari sono rimasti stagnanti: per le strade è possibile vedere persone che piangono. Sono molto scioccato e solo a vederli anche i miei occhi si appannavano»3.

Nothdurfter giunge in Bolivia il 26 agosto del 1982 dopo aver contattato la Compagnia del Gesù richiedendo di entrare a farne parte. Prima di questa sua decisione c’è stato il diploma di liceo classico e l’aspirazione a diventare prete:

«All’ultimo anno del liceo, in occasione degli esami di maturità, Michael conosce un missionario del seminario teologico di San Giuseppe di Bressanone, e resta così colpito dalla sua figura che decide di seguirne la strada. Quando comunica ai genitori la volontà di farsi prete e diventare missionario, la sorpresa non manca, ma i segni premonitori di una vocazione religiosa erano già stati avvertiti in famiglia»4.

Parte per Londra e segue il primo anno di noviziato al «Mill Hill» per poi approdare a Roosendal, in cui trascorrerà il secondo anno.
Si rende conto di essere in un’isola dorata e quel mondo, l’Occidente, già non gli basta più: vuole stare a contatto con chi ha davvero bisogno del messaggio di Cristo e della sua potenza rivoluzionaria.
Si rende conto di essere fortemente attratto dalla Teologia della Liberazione e dal comunismo: studia gli scritti di Karl Marx, si interessa di quel che accade in America Latina e di quello che i Gesuiti stanno portando avanti nel Continente.
Nel 1982 è a Cochabamba dopo un viaggio di «147 ore fra autobus e treno»5 ma, anche lì, i vestiti sono stretti, metaforicamente parlando:

«La mia opzione politica è un’opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se non una soluzione, per lo meno un compito e una speranza. Per questo motivo non esiste, nel mondo dei lavoratori, un solo gruppo politico che non sia in qualche modo marxista […] il marxismo è la via maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale sistema»6.

Le parole di Michael sono macigni: sta cercando di essere e di porsi come cerniera tra il mondo dell’utopia socialista e quello del cristianesimo agìto, reale, praticato e non clericalizzato in rigide strutture opprimenti.

Seguire l’insegnamento di Cristo significa uscire all’esterno e aprirsi al mondo e non rimanere ancorati alla realtà del noviziato, scrive ancora Michael nell’aprile 1984 da Cochabamba:

«In confronto al “popolo semplice” viviamo in una casa di lusso. […] Con alcuni colleghi abbiamo pensato di modificare l’orario delle lezioni, della preghiera e della celebrazione eucaristica in modo tale da avere la possibilità di fare qualcosa, di parlare con la gente, di condividere i suoi problemi. Questa possibilità ci è stata negata. […] “È come se io non vivessi in Bolivia, ma in un’isola”, pensa uno di loro. Dobbiamo imparare ad amare i poveri. Lo chiamiamo “giocare ad esser poveri”. Al contrario noi non vogliamo giocare, ma vivere a contatto con i poveri in maniera autentica. E questo significa, in maniera molto semplice, condividere la loro vita. […] Se dovessimo arrivare alla conclusione che questa nostra strada nella Compagnia del Gesù non ci può portare laddove noi vorremmo, siamo pronti a cercarla altrove»7

A maggio dello stesso anno scriverà al fratello Othwin di aver abbandonato i Gesuiti.
L’animo di Michael è in continuo fermento e ricerca: si iscrive all’Università Mayor “San Andrés” (Umsa) in cui entra in contatto con i gruppi marxisti (trotskysti, marxisti-leninisti ma anche socialisti e socialdemocratici. La Bolivia è un paese che non trova mai quiete, politicamente e socialmente parlando: sono anni difficili e quel che in Italia abbiamo definito “trasformismo” a fine ‘800, nel paese più povero dell’America Latina rappresenta la normalità.

Scriveva il «Manchester Evening News» nel 1960:

«In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno»8.

Veduta di La Paz dal mirador Killi Killi

Certo, sono passati ventiquattro anni da quando Nothdurfter è arrivato in Bolivia, ma la situazione non pare essere cambiata più di tanto: sono gli anni post golpe di Garcia Meza (1980-1981) in cui viene creata una nuova parola per indicare quel governo. Narcodictadura.

Tutti i presidenti, non militari, succeduti all’ultimo golpe, sono riconducibili al Movimento nazionalista rivoluzionario e al Movimento della sinistra rivoluzionaria ma è un chiaro esempio di “socialist sounding”: le alleanze, pur di conservare il potere ottenuto dalle elezioni, fanno convergere interessi molteplici. Interessi rappresentati anche dai partiti di ex militari e apertamente anticomunisti-socialisti e dichiaratamente fascisti.

Strana idea della rivoluzione, strana idea di sinistra.

Nothdurfter guarda, vive tutto questo ed è esterrefatto: il paese langue, la politica sbandiera una rivoluzione che non vuole iniziare (figurarsi se voglia un giorno portarla a compimento!) e i marxisti sono divisi. Bisogna far qualcosa, pensa Michael.

Inizia la sua esperienza con il teatro popolare nelle «borgate proletarie e nelle zone minerarie» mettendo in scena spettacoli che denunciano ingiustizie sociali e lo sfruttamento delle masse. Insieme a quest’attività, si avvicina sempre di più alle idee di Ernesto Che Guevara: c’è bisogno della rivoluzione. Quella vera, però, quella che si fa con le armi.

Nel novembre 1986, in un’altra lettera ad Othwin, dichiarerà la sua intenzione ma in lingua spagnola:

«D’ora in poi ti scriverò sempre in spagnolo, perché non mi va che la mamma legga le mie lettere dirette a voi. Non potrebbe capire le mie attitudini “estremiste”»9.

Non c’è altro tempo da perdere: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi vedono accrescere sempre di più il loro patrimonio, la sinistra è divisa, la politica strizza l’occhio ai grandi capitalisti e affama il popolo.


«[…] La sinistra boliviana sta vivendo una crisi profonda nella quale nessuno si salva. Per questo motivo  bisogna costruire qualcosa di nuovo. […] Non sarà facile. […] Occorreranno molte ore di discussione, ma soprattutto molti giorni di silenziosi sacrifici, e semplice dedizione, molte vite e molti morti, molte lacrime e molto sdegno, innumerevoli momenti di solitudine politica, di dubbi e debolezza ideologica. Io, però, sono deciso – assieme alla mia organizzazione – per dare tutto ciò che posso dare d me stesso, poco a poco, accelerando ogni giorno il ritmo»10.

E ancora, l’anno successivo:

«Mi trovo più o meno d’accordo con quanto sostiene Lenin in Stato e Rivoluzione in relazione alla necessità di farla finita con lo Stato stesso, che implica violenza rivoluzionaria. O con quanto dice il Che: “Non esiste pratica rivoluzionaria senza lotta armata”. Senza dubbio, però, bisogna contestualizzare. Tatticamente la violenza può essere controproducente, ma dal punto di vista strategico rappresenta una necessità imperiosa»11.

Inizia a militare davvero: aderisce prima ad un partito, poi ad un secondo entrambi marxisti, rivoluzionari e nazionalisti ma nessuno di essi ha quel che fa per lui, che ormai è diventato pienamente boliviano e non è più Michael ma Miguel. Abbandona entrambe le organizzazioni e decide di creare un gruppo insieme ad altri fuoriusciti. È la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Il Muro di Berlino sta già scricchiolando e l’Unione Sovietica è a un passo dalla fine, ma questo, Miguel, ancora non lo sa né vedrà la fine dello stato sovietico.

Passano gli anni, cruciali, 1986 e 1987, dopodiché è rivoluzione: il clima politico (o, per meglio dire: il caos politico) presente in Bolivia favorisce l’inclinazione e l’opzione – per citare Nothdurfter – per la lotta armata.

«Considero un compito principale della mia vita contribuire a condurre una vera rivoluzione in Bolivia e in qualunque altro posto mi tocchi vivere»12.

Il 1989 è l’anno del primo “esproprio proletario” con cui Michael Nothdurfter e il suo gruppo di rivoluzionari, che nel frattempo s’è coagulato attorno a lui.

La prima vera operazione (e anche l’ultima) si chiama operazione Bautizo: si dovrà rapire un pezzo grosso del capitalismo boliviano, uno che ha implicazioni anche con l’economia americana. Il nome ricade su Jorge Lonsdale, presidente di Vascal S.A., azienda concessionaria unica per la distribuzione della Coca-Cola (e bevande del gruppo statunitense) in Bolivia. C’è anche il nome, ora, del gruppo: Comision Nestor Paz Zamora (Cnpz).

Il simbolo della Cnpz [Fonte: Wikipedia]

Il nome scelto non è casuale: Jaime Paz Zamora, presidente boliviano appena eletto, è rappresentante del Movimento della sinistra rivoluzionaria ma per mantenere il controllo dello Stato – e traffici a cui s’è accennato sopra – non ha esitato ad allearsi con i fascisti dell’alleanza nazionalista vicini a Banzer Suarez. Scrive Miguel:

«Nestor è il fratello dell’attuale Presidente della repubblica ed è morto durante un’azione di guerriglia a Teoponte. Nestor è l’opposto di Jaime: il primo era un rivoluzionario e cristiano convinto e come tale si è
comportato sino alla morte. Il secondo si è alleato con l’ex dittatore Hugo Banzer»13.

Poi arriva davvero il colpo: il sequestro riesce e dura mesi senza che la famiglia dell’industriale sia realmente interessata a riavere Lonsdale. Attorno al sequestro e al suo epilogo ci sono un mucchio di cose che non quadrano e che sia il libro di Paolo Cagnan sia i due docufilm prodotti espongono come criticità attorno al fatto. Tra i fatti che non tornano14 ci sono: Lonsdale presenta dei fori da arma da fuoco che non quadrano con le dichiarazioni della polizia, Miguel venne accusato subito (anche perché straniero, dunque elemento ancor più perturbatore del “semplice” fatto di essere un rivoluzionario15) di aver ucciso l’industriale ma senza una prova concreta, non ci sarebbe stata trattativa tra polizia e sequestratori e le forze dell’ordine hanno sparato subito anche di fronte a uomini che si stavano arrendendo e poi… il volto di Miguel, sfigurato dai proiettili «al punto da rendere impossibile l’identificazione attraverso i tratti somatici». Le autorità boliviane «hanno voluto impedire il nascere di un nuovo mito guerrigliero».

Per quanto possa essere crudo e atroce, è l’epilogo di chi aveva, senza troppi mezzi, dichiarato guerra, spinto dall’idealismo e dall’ardore romantico e rivoluzionario ad un nemico più grande, meglio organizzato e, sebbene rappresentante una “democrazia dalle ginocchia fragili”, sicuramente più strutturato della Cnpz. Nel documentario di Pichler, uno dei sopravvissuti agli arresti (tutti venticinquenni, cristiani e comunisti), chiamato in causa dal regista, dirà che Miguel era il più idealista e che dava a tutti una grande forza d’animo (sebbene negli ultimi tempi si sentisse molto isolato16) ma era anche molto impreparato.

«Lo eravamo tutti [molto impreparati]: era una cronaca di una morte annunciata».

Eppure Miguel, in una lettera-testamento ai genitori e alla famiglia, racconta il suo percorso, dalla partenza all’epilogo (senza essere troppo esplicito) ma che restituisce un animo in cerca di giustizia, libertà, equità e solidarietà. Di questo, penso, è bene occuparsi nell’analisi della vita di Nothdurfter e di quanto è accaduto nella vicenda del sequestro Lonsdale: andare alla ricerca, insieme a Miguel, di quanto l’occidente fosse malato allora e di quanto non sia cambiato oggi; di quanto il primo mondo sfrutti, di quanto sia impelagato in una riflessione di giustificazione e autoassoluzione senza la minima autocritica. Non assolvere Miguel per la sua guerra, ma stare dalla parte della sua anima e del suo spirito. Lo spirito di un uomo innamorato della vita a tal punto da voler ingaggiare una lotta senza quartiere contro le ingiustizie che rendono il povero ancor più schiacciato da un capitalismo selvaggio e da una borghesia sfrontata e superba. Talmente innamorato della vita da aver deciso che valesse la pena anche perderla, pur di continuare nella sua lotta.

Tra le strade della regione di Araca. Agosto 2023.

Dalla lettera-testamento, scritta nell’agosto 1990 da Miguel ai suoi genitori:

«[…] So bene che nessuna delle persone con cui convivo potrà mai darmi un diploma o un titolo di studio, ma secondo questa logica Gesù sarebbe diventato un fariseo e non sarebbe mai stato crocefisso. Io non sono Cristo, ma non intendo in alcun modo diventare un fariseo, ce ne sono fin troppi. […] Dopo la guerra fredda
arriva la calda “pax capitalista”, la pace che per noi si chiama “guerra di bassa intensità-alta probabilità”, la pace dei ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di meno. Per l’Est e per l’Ovest “libera economia di mercato” e “stato di diritto”; per il Sud, la guerra e lo scambio di merci, soverchiante e iniquo: il neoliberismo.
La principale questione è l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta dicevano chiaro e tondo: socialismo! Il cosiddetto socialismo reale è, però, in crisi profonda e ora troppi gioiscono per la presunta fine del comunismo. In questa logica, però, non dovrebbe più esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione.

La teologia della liberazione, invece, esiste e non ha nulla a che fare con l’Inquisizione. I movimenti di liberazione dell’America Latina hanno così poco a che vedere con Stalin…

So di non essere stato un buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io faccio ciò che devo fare. Non pretendo che mi comprendiate, ma dovete capire che io agisco secondo coscienza, e che auguro solo il meglio a voi e a tutti gli altri. Avrei preferito tacere, ma credo di esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche col rischio di commettere degli errori».

NOTE

1Luca Bonalumi, Il prete che mirava in alto, p.10, 2016, Edizioni Gruppo Aeper, Torre de’ Roveri (BG).

2Nelle medesime pagine don Emilio, a proposito della stretta sorveglianza delle autorità di polizia nei confronti di don Antonio, accenna alle vicende del libro di Bonalumi scrivendo:  «[…] al posto di controllo, i gendarmi notano al volante un certo padre
Antonio, da tempo sotto stretta sorveglianza per le tante vicende raccontate in questo libro; Riccardo, un volontario italiano ben
conosciuto per i numerosi progetti in atto insieme a uno sconosciuto».

3Da una delle lettere scritte da Michael al fratello Othwin contenuta sia nel libro di Cagnan che nel documentario «Der Pfad des Kriegers» di Andreas Pichler, 2008.

4Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.21, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

5Avendo avuto esperienza diretta dei trasporti e delle strade boliviane, quella di Nothdurfter non è stata un’iperbole.

6Lettera al fratello Othwin scritta a Cochabamba e datata 31 dicembre 1982.
Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.28, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

7Ibidem.

8s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

9Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.42, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

10Ibidem.

11Ibidem.

12Lettera all’amico Ludwig Thalheimer del 6 aprile 1988, citata nel volume di Cagnan.

13Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.80, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

14Cagnan ne elenca sette.

15Nelle sue ultime lettere si definiva “guerriero”.

16«Sento profondamente il silenzio dentro di me, la solitudine imposta dal mio destino [aveva definitivamente rotto con la sua ormai ex fidanzata], questa congiunzione di fattori e circostanze. Mi sono scappate alcune lacrime ma non mi arrendo al mio dolore. Il guerriero non può evitare la sofferenza ma non si lascia mai sopraffare da essa». 18 agosto 1990.

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«Scusi, lei è un professore?»

Posted on 2024/04/03 by carmocippinelli
Foto di Aedrian su Unsplash

Tornare a scuola dopo le vacanze di Pasqua significa che l’anno scolastico è in pieno declivio. Tutti si sono lasciati alle spalle i mesi più duri di gennaio, febbraio e marzo: aprile e maggio indicano che giugno è alle porte. Rien ne va plus.

I più severi diranno che non si tratta di un momento facile: siamo ai proverbiali sgoccioli e gli studenti dovrebbero iniziare a sentire la pressione, il fiato sul collo dei consigli di classe di aprile, dei colloqui pomeridiani con i genitori. Dovrebbero, per l’appunto.
Al tecnico sono perlopiù dediti a indossare magliette a maniche corte dalla discutibile colorazione: è cambiata la stagione e, sebbene abbia ripreso a piovere, non appena la temperatura inizi ad aumentare si diminuiscono gli strati di vestiario e si è pronti per la passerella d’istituto, meglio nota come ricreazione.

Ma in questo periodo c’è anche un altro avvenimento che inizia a palesarsi negli istituti scolastici di ogni ordine e grado: l’avvento dei rappresentanti editoriali.

Sempre più simili ad agenti immobiliari, varcano la porta dell’istituto con una valigia a rotelle come se stessero andando a prendere il treno dalla stazione di Milano Centrale, ma alle loro spalle c’è solo la remota fermata “La Rustica U.I.R.”.
Si dirigono sorridenti al gabbiotto dei bidel…personale Ata chiedendo dove sia ubicata la sala insegnanti: vi si dirigono con passo deciso e prendono possesso dell’unica grande scrivania presente in ogni sala docenti da Luino a Mazara del Vallo (occupata in gran parte da computer fissi, raccoglitori ad anelli con le circolari, fogli con le firme del giorno e stampe di varie comunicazioni sindacali). Posizionano i libri, ancora nel cellofan, come al mercato avrebbero fatto con le cassette dei carciofi: ci sono edizioni più nuove ogni anno che sono migliori di quelle dell’anno scorso e di quelle dell’anno in corso. Gli autori dei libri che propongono sono gli stessi di quelli dell’anno precedente, le parole utilizzate all’interno anche, l’interlinea – perfino – rimane invariata ma «quest’edizione è stata rivisitata e migliorata».
Lo è tutti gli anni e guai a chiedere in cosa lo sia stata: il rappresentante potrebbe prenderti per sfinimento. La loro arma più tremenda è un bloc notes in cui hanno scritto i cognomi degli insegnanti di quella scuola: che siano tre o trecento, loro li conoscono tutti sia di nome sia, talvolta, di persona.

Al cambio dell’ora  si verificano delle scene simili a quelle del Secondo tragico Fantozzi in cui Calboni trascina la signorina Silvani e Fantozzi (per l’appunto) a Courmayeur iniziando a salutare tutti pur non conoscendo nessuno: i rappresentanti delle case editrici più grandi sono l’alias vivente di Calboni.



Tutto questo ad eccezione dei supplenti: i signori nessuno dell’anno scolastico, coloro che anche la burocrazia, spesso, ignora.
Una salvezza, pensi ingenuamente.

Sono le 10:50: è ricreazione. Suona la campanella e tu, mestamente, torni in sala insegnanti, ignaro del fatto che subito dopo la prima ora siano entrati sgattaiolando i rappresentanti e si siano piazzati al centro della scrivania presente nella stanza. Vedi un uomo in giacca e cravatta che sta intrattenendosi con una collega: non hai mai visto quel volto, sarà sicuramente un rappresentante. Vuoi evitarlo per una ragione: vuole convincerti ad adottare nuovi testi per il prossimo anno scolastico. Ma tu l’anno prossimo non ci sarai.
Lui, l’agente immobiliare dell’editoria scolastica, ti incalzerà: «ma lei ha potere decisionale anche sulle adozioni del prossimo anno scolastico, professore! Le consiglio, a tal riguardo…», mentre dice così, di solito, prende dal tavolo un volume dai colori sgargianti e attacca bottone fino a prenderti per lo svenimento, fino a farti strappare un «grazie per questa proposta, ci penserò su».
Fili via dal corridoio in direzione del bar che, finalmente, ha riaperto (una delle gioie dell’anno scolastico).

Prendi tempo con un caffè e chiacchierando del più e del meno con la collega di francese: è ancora lì, lo vedi con la coda dell’occhio, ma per fortuna è sufficientemente distante dalla porta d’ingresso della sala insegnanti.
Decidi di bere l’ultima goccia del caffè ed entrare nella sala insegnanti a testa bassa, brandendo già la chiave dell’armadietto forzato in più parti dal bidel…personale Ata che te lo ha aperto con un arnese metallico l’unico giorno in cui ti sei dimenticato la chiave (generalmente c’è una sola chiave e se un giorno la dimentichi hai la sola chance del piede di porco).
Dai le spalle all’ingresso e guardi la serratura di fronte a te, inserisci la chiave e mentre apri l’armadietto senti dei passi dietro di te, passi di scarpe col tacco, passi di camicia inamidata con le iniziali cucite e cravatte salmonate che manco Gianfranco Fini quando era ministro.
È finita: ti ha trovato.

«Scusi, lei è un professore?»

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Pasqua è rivoluzione

Posted on 2024/04/01 by carmocippinelli

Foto di PTRCWRNR su Unsplash.

Nel 2020, in pieno lockdown, Angel (che in realtà sarebbe più corretto scrivere Don Angel) realizzò un video sulla Pasqua e sulla Rivoluzione che c’è dietro la Resurrezione. In quel periodo avevo l’ambizione di contrastare quel che s’era detto e si stava dicendo a partire dai fatti accaduti nel quartiere e avevo pubblicato l’intervento qui in basso sul blog “La Rinascita di Torre Maura”. Quel blog è diventato altro, il video che aveva pubblicato Angel non è più raggiungibile su YouTube, dunque mi sembra significativo pubblicarlo di nuovo, anche se al termine della Pasqua.

Pasqua è Rivoluzione 

Don Angel a Torre Maura lo conosciamo molto bene. Prima di essere ordinato parroco [lo scorso anno] di Tor Vergata, della Parrocchia Universitaria “Santa Margherita Maria Alacoque”, ha abitato nel nostro quartiere animando la comunità Adsis e i giovani della Parrocchia “Nostra Signora del Suffragio e Sant’Agostino di Canterbury”. È stato anche insegnante di religione alla scuola media delle Suore Minime di Via dei colombi. È parte integrante di Torre Maura. Insieme alle Comunità Adsis, che nascono a Bilbao nel 1964, contribuisce quotidianamente alla presenza cristiana tra i giovani e i poveri alla quale aderiscono uomini e donne. Dal ’99, dicevamo, anche a Torre Maura le Comunità Adsis si sono fatte presenti in questi anni nei tanti ambienti di povertà ed emarginazione e hanno sviluppato molteplici servizi di solidarietà, cooperazione internazionale e lotta per la giustizia.

Questo il messaggio di Pasqua di Don Angel, per una Pasqua rivoluzionaria:
«La Resurrezione di Gesù rappresenta una rivoluzione anticonformista e radicale che ha respinto la morte e ogni sua causa; che ha messo i poveri in primo piano; che ha fatto comunità e si è impegnata per un mondo fraterno e solidale; che ci ha fatto notare la bellezza dei gigli dei campi. Una Rivoluzione che ha capovolto la storia e che ancora oggi la capovolge.
Cristo è risorto veramente!»

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La saliva

Posted on 2024/03/06 by carmocippinelli

Foto di Fatih Yürür su Unsplash

 

La pigrizia, come la saliva, è una cosa importante.

O meglio: la saliva non è una cosa ma un «liquido incolore un po’ filante secreto da particolari ghiandole annesse al cavo orale», stando al vocabolario digitale della Treccani. La definizione è confermata dal vocabolario scolastico Zingarelli minore in cui si legge che la saliva è un «liquido incolore, filante».

È un liquido talmente importante per l’uomo! Esserne sprovvisti inficerebbe mansioni vitali come «la masticazione, la formazione del bolo alimentare, la deglutizione, la fonazione e la lubrificazione dell’esofago».

Saliva e pigrizia sono imprescindibili per la vita di tutti i giorni.

Se torni a casa dopo una mattinata scolastica in cui il meno ostile dei tuoi alunni ti ha detto che «tutto sommato ‘e cose j’o dette», volteggiando la mano destra a mo’ di piuma, mentre tu stai cercando invano  di far comprendere al fanciullo che Tiberio Gracco non era un console, il cognome è Gracco e non Cracco come lo chef Carlo e che, no, Quinto Fabio Massimo non può chiamarlo “l’imperatore Fabio” perché non è imperatore e non è un suo amico, abbandonare «il corpo lasso» sul letto al fine di riprodurre fedelmente la rappresentazione del “quattro di bastoni” (secondo le carte piacentine), rappresenta un valore importantissimo per la psiche e per il corpo.

Intendiamoci: in quel momento la saliva torna a fluire, le funzioni vitali dell’organismo riprendono a scorrere serenamente, il respiro migliora, gli affanni che fino a un minuto prima sembravano insormontabili, d’improvviso sembrano essere andati via in chissà quale regione remota dell’anima. 

Ecco, dunque che saliva e pigrizia sono un tutt’uno. 

Forse deve aver pensato a questo, in un lampo di genio, il collega che stava mettendo un braccio fuori dalla porta d’uscita di scuola non già per controllare se avesse smesso di piovere, quanto – piuttosto – per prendere delle gocce e farsele cadere sulla mano sinistra, mentre con la destra teneva in mano delle buste timbrate dalla scuola (che probabilmente sarebbero state utilizzate per contenere dei documenti ufficiali).

È stato un momento, un lampo.
Rimetto a posto lo zaino sulle spalle, esco dalla porta e mi rendo conto che sta iniziando a grandinare. Salutandolo, mi rivolgo a lui in tono assertivo-interrogativo: «Certo che piove forte, eh», dato che la sua posizione stava palesemente rievocando la celebre statua del discobolo e non riuscivo a capire perché lo stesse facendo, perché stesse bagnandosi l’avambraccio volontariamente.
«Eeeh sì, sì, ma a me serve solo un po’ d’acqua», mi dice sorridente e con accento che – ad occhio – era più vicino a quello di Lamezia Terme che a quello di Grumello al Monte: «non mi va di usà la saliva per chiudere le buste».

Se fosse stata una scena di un film, il sapiente regista avrebbe colto quel momento di silenzio prima del congedo tra i due e avrebbe fatto partire la celeberrima canzone di Enzo del Re: Tengo na voglia ‘e fa niente che, infatti, diceva:

Si a fatica era ‘bbona,
‘a cunsigliava o’ dottore

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Il Sahara Occidentale esiste (*)

Posted on 2024/02/29 by carmocippinelli

* di Andrea Guerrizio (pubblicato da Comune.info)

“Il popolo saharawi è bloccato nei campi rifugiati nel bel mezzo del deserto e sta aspettando un referendum che non è ancora stato indetto. Io e Benjamin siamo stati lì in passato e abbiamo constatato la mancanza di acqua, la scarsità di cibo e le lesioni causate dalle mine sulle persone – Sanna Ghotbi – Abbiamo parlato con famiglie in pena costante per i loro parenti incarcerati ingiustamente nelle prigioni marocchine nel Sahara Occidentale, sono preoccupati perché sanno che vengono torturati e, a volte, spariscono nel nulla. C’è un blocco mediatico quasi impenetrabile ed è per questo che sono davvero poche le persone a conoscenza della questione saharawi”. Un incontro “scioccante”, il desiderio di saperne di più che si fa necessità di conoscere direttamente e raccontare sono all’origine del viaggio in bicicletta che Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa, due attivisti per i diritti umani di nazionalità svedese hanno intrapreso dal 15 maggio 2022 per arrivare, attraverso 40 diversi paesi e oltre 30.000 chilometri di pedalate, in Sahara Occidentale nel 2025 per far conoscere il dramma del popolo Sahrawi appunto nel Sahara Occidentale, un territorio in larga parte sotto la dura occupazione marocchina, delimitato da un muro lungo 2.720 chilometri – quanto la distanza in linea d’aria tra Roma e El Aaiún, la sua capitale – circondato da circa dieci milioni di mine, che divide il popolo saharawi tra quelli che vivono nelle aree controllate dal Fronte Polisario e quelli che vivono sotto occupazione marocchina”.

In questi venti mesi Sanna e Benjamin hanno incontrato politici e dialogato con la società civile al summit G7a Hiroshima, al Consiglio per i Diritti Umani del governo tedesco e con vari membri governativi svedesi, tedeschi, giapponesi e indonesiani e, infine, con trenta università in giro per l’Asia e l’Europa; hanno incontrato molte persone, alla cui curiosità per queste due biciclette cariche di bagagli e una strana bandiera ha fatto seguito spesso solidarietà e incontro: nei quattro mesi trascorsi in Giappone – raccontano – hanno dormito una sola notte in albergo, per il resto sono stati ospiti di chi ha aperto loro la propria casa.

In questi giorni sono in Italia: il 16 febbraio li abbiamo incontrati e ascoltati raccontare la loro avventura e la drammatica situazione del popolo Sahrawi presso i locali diZTL-bicidi Roma e nelle prossime settimane raggiungeranno in sella alle loro biciclette, 70 chilometri al giorno di media, Pisa, Firenze, Bologna, Milano e Torino, prima di ripartire alla volta di Svizzera, Francia, Andorre, Spagna, Portogallo, Algeria e quindi finalmente, nel 2025, Sahara Occidentale.

Il territorio del Sahara Occidentale è occupato illegalmente dal Marocco dal 1975 e i nativi saharawi stanno tutt’ora aspettando un referendum che darebbe loro l’indipendenza dal Marocco. Il quesito referendario è stato loro promesso dall’Onu e dal Marocco nel lontano 1991, ma ancora non si è svolto. Le condizioni di vita del popolo sahrawi sono drammatiche: tra i 200.000 che vivono nei campi profughi in Algeria. “Il Programma mondiale alimentare dell’Onu – evidenziano – stima che metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffra di anemia e un terzo soffre di malnutrizione. La restante parte della popolazione saharawi vive nei territori occupati dove la detenzione, la tortura e le sparizioni sono all’ordine del giorno”.

Secondo l’Onu il Sahara Occidentale è la più grande colonia del mondo rimanente e, tuttavia “non arriva alle dita di una mano il conto delle persone che alla domanda «Avete mai sentito parlare prima di stasera della situazione del Sahara Occidentale» in questi mesi abbiano risposto «Sì!…».

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La cattiveria

Posted on 2024/02/27 by carmocippinelli

Da ieri sera, attorno alle 20:00, gli uffici scolastici regionali di tutto il Paese stanno procedendo alla pubblicazione dei calendari di convocazione degli aspiranti docenti per il concorso cosiddetto «straordinario ter». Al di là di giudizi di merito attorno alla prova concorsuale, gli aspiranti insegnanti sono stati smistati là dove la burocrazia scolastica ha previsto lo svolgimento della detta prova scritta.

La palma d’oro alla cattiveria 2024 va all’USR della Toscana che ha convocato una parte degli aspiranti insegnanti all’Istituto superiore «Cerboni» di Portoferraio (Isola d’Elba).
Una prova concorsuale all’Elba durante il mese di marzo significa una sola cosa: abbiamo già il vincitore di diritto della “Palma d’oro per la cattiveria” di quest’anno (nonostante sia solo febbraio).

Per dirla à la livornese: oioi…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B. il premio non esiste, non ci sono palme in palio ed è tutto frutto della mente di chi cura questo blog.

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