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Autore: carmocippinelli

Il “Corridore Cosmico” e la musica elettronica realizzata per gli atleti della DDR

Posted on 2017/06/08 by carmocippinelli
Martin Zeichnete nasce a Dresda nel 1951, in piena DDR. Nel 1971 inizia a lavorare per la DEFA (Deutsche Film-Aktiengesellschaft), studio cinematografico dello Stato. La formazione musicale del nostro, presumibilmente, è quella di molti altri suoi connazionali: fra Kraftwerk e Krautrock (anche se è più ortodosso usare il termine Kosmische Musik), minimalismo musicale, elettronica e rivoluzione artistica. Ma c’è di più: Zeichnete ama correre e ha capito che i ritmi incalzanti e la ripetitività delle canzoni elettroniche dei Kraftwer e affini sono ideali per la sua pratica sportiva; lo spingono a continuare e ad andare oltre nelle sue prestazioni.
In tutta certezza, deve aver pensato questo, mentre indossava uno stereobelt, preso in prestito da chicchessìa, e si sparava nelle orecchie i Kraftwerk, i Neu! e tutta la Kosmische Musik del tempo, mentre procedeva nella sua corsa quotidiana.
Ha pensato, insomma, che quei ritmi incalzanti potevano rappresentare una svolta nelle prestazioni degli atleti della DDR, dato l’amore e la passione dei tedeschi orientali per le discipline olimpioniche.

Sottopone l’esperimento e le idee ad alcuni colleghi e il nostro Martin, di punto in bianco, viene mandato a Berlino Est dalle autorità dello Stato Socialista. Martin teme il peggio ma, in realtà, dopo un colloquio con le autorità berlinesi, viene portato in uno studio di registrazione dato che gli viene chiesto, in sostanza, di lavorare alla “colonna sonora” del Comitato Olimpico Nazionale. Martin chiede un Moog per registrare, ma non è proprio quel che si dica politicamente corretto ottenerne uno nella Germania orientale, dunque dovrà arrangiarsi con quel che il Governo si è premurato di fargli avere. Non poco, per la verità. Non poco per il tempo che fu.

Ha inizio il progetto 14.8L: Kosmische Musik per gli atleti olimpici della Repubblica Democratica Tedesca. Uno dei più strani trip musicali che Martin e alcuni suoi compagni chiamarono Projekt Kosmischer Läufer. Il nome, tradotto letteralmente, sarebbe corridore cosmico ma è più probabile che i nostri stessero attuando un gioco di parole spostando e utilizzando il concetto di kosmische musik unita alla disciplina della corsa. Martin e i suoi, che da qui in poi chiameremo col loro nome, ovvero Projekt Kosmischer Läufer, produrranno una consistente quantità di ore di musica con tutto il materiale che hanno a disposizione: strumenti tradizionali (basso, chitarra, batteria), sintetizzatori, primi computer, insomma, riesce a realizzare davvero tre dischi, vale a dire i tre volumi del Programma segreto di Musica cosmica del programma olimpico della DDR.

Il primo volume doveva permettere «al corridore medio di completare un percorso di 5 chilometri ad un ritmo ragionevole, inclusi 3 minuti di riscaldamento e defaticamento». Il secondo volume rappresentava un lavoro più ampio ed era dedicato alla quasi totalità degli atleti tedeschi orientali: «dalla corsa agli esercizi ginnici, fino ai pattinatori su ghiaccio». Il terzo, infine, prevedeva «un programma per i corridori (tracce da 1 a 3), terminando con una (‘Für Seelenbinder’) dedicata al lottatore olimpico ed eroe comunista Werner Seelenbinder». La seconda parte del lavoro rappresenta una colonna sonora di un filmato animato perduto ma ritrovato (e pubblicato) dalla casa discografica che ha rimesso in produzione i lavori del Projekt Kosmischer Läufer: si tratta della traccia Traum von der Golden Zukunft, la quale sarebbe dovuta essere parte del filmato realizzato per sponsorizzare i Summer Games che si sarebbero dovuti tenere nel 1984 a Berlino Est. Il progetto venne abbandonato e la traccia non servì a nulla. 
Martin se ne andò nella Germania Ovest poco prima della caduta del Muro e non fece mai più ritorno nella parte orientale.
La storia è più o meno questa.
Peccato che non esista nessun Martin Zeichnete e nessun Projekt Kosmischer Läufer.


Kosmischer Läufer è un collettivo tedesco che sta componendo tracce elettroniche ispirandosi a quelle dei decenni sopra citati inventandosi tutta una storia sul come i musicisti in questione della nostra epoca siano riusciti a reperire il materiale che, a detta loro, stanno solo riproducendo e non creando ex novo. Così come spesso accade in letteratura, l’antefatto è finzione, utile a creare aspettativa, interesse e attenzione per il progetto che, in questo caso, non è un’opera libraria ma un gruppo musicale.
In Germania, Kosmischer Läufer, ha avuto subito una risposta stra-positiva e oltre alla produzione sulla piattaforma bandcamp si sono subito prodotti vinili e magliette, insomma, tutto quello che si confà ad un gruppo del nuovo millennio.
La musica e l’ostalgie rimane quella di qualche decennio fa.  
La prima esibizione, Kosmischer Läufer, l’ha tenuta recentemente a Graz e tramite il proprio sito ha messo in vendita il disco in formato digitale (e in vinile) dell’esibizione.

Zeit zum Laufen!

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#Magliettegialle is the problem, #inSiberia the solution

Posted on 2017/05/14 by carmocippinelli
C’erano una volta Orfini, Compagnone, Gasparutto, Nanni, Angelucci, qualche codazzo di giornalisti al seguito.
Come storia, però, non è un granché. E, in effetti, non la racconterei a mia nipote prima che si addormenti o nel momento in cui cerca il sonno: la conseguenza, infatti, potrebbe essere la notte in bianco del narratore che cerca di calmare gli incubi del piccolo o della piccola, come in questo caso. 
Tuttavia, la storia potrebbe iniziare davvero così, C’erano una volta Orfini, Compagnone e Gasparutto, Nanni e Angelucci; il primo rieletto di fresco Presidente del Partito Democratico di Roma, i tre, consiglieri municipali in pectore della medesima formazione politica. L’ultimo citato, Angelucci, uno che avrebbe voluto rappresentare sia l’una che l’altra carica prima menzionata.   Dietro di loro, in Via dell’Aquila Reale, main street della parte più vecchia di Torre Maura, un cronista d’assalto, uno di quelli che piace al Pd, con la telecamera in mano che racconta i fatti. Forse avrà intervistato Orfini, forse stava aspettando Compagnone e Gasparutto una volta riempite le buche della strada coi sacchetti di asfalto buttati lì senza ratio (tra un mese la situazione sarà peggiore di quella di partenza). 
Insomma, il Partito Democratico del VI Municipio scende in piazza contro il degrado, arrivano i comunicati stampa tuonanti e dai termini roboanti. Inizia la querelle coi 5 stelle: il PD diventa 5 stelle per una mattinata e si tinge di giallo. Prende, nell’ordine: ramazze, scope, giornalisti (da immaginarsi come sagome di cartone da prendere nel ripostiglio a fianco ai rastrelli), sacchetti di asfalto, presidenti di Partito (anche questi in pratiche sagome di cartone poste a fianco alle pale) e arriva a Torre Maura. A Via Tobagi, per l’esattezza. Lì, i giornalisti-di-cui-sopra fotografano Orfini che pulisce una parte del piazzale mattonato che guida le persone verso le scale della fermata Metro C Torre Maura (con i guanti da lavoro per impugnare una scopa: tutto vero)
Per dire: uno che arriva fino a Torre Maura per pulire un mattonato ha solo un chiaro scopo: farsi fotografare da coloro i quali sono accorsi per l’occasione. Il gruppetto in foto (precedentemente linkato sopra) si sposta dal piazzale antistante la fermata del 556 per andare in Via dell’Aquila Reale: la formazione è: Orfini si toglie i guanti per rilasciare qualche dichiarazione, Gasparutto versa l’asfalto in una delle tre buche, Compagnone organizza, Nanni regge la pala, Angelucci si infila gli occhiali da sole. Come squadra di Futsal non sarebbe male ma manca di pivot. 

Prese in giro a parte, c’è un piccolissimo fattore che rende il tutto a tratti grottesco ma decisamente squallido: il Partito Democratico è il partito di governo. Le chiacchiere stanno a zero: Paolo Gentiloni è il Primo Ministro ora in carica, successore di Matteo Renzi (già segretario di Partito, ora neo Segretario di Partito). Nella retorica mass mediatica che vorrebbe far apparire il Pd come un partito plurale aperto al dissenso ma che poi si riconosce in una figura di un leader carismatico (in questo caso Renzi) ci si dimentica consapevolmente del fatto che il sopracitato partito è al Governo. 
Dissenso o non dissenso, è l’organizzazione del Capitale, l’organizzazione che ha governato Roma negli ultimi decenni. Il Pd ha votato il fiscal compact e il pareggio di bilancio, ha ridotto i fondi agli enti locali, ha gestito i rifiuti di Roma dandoli in pasto a Manlio Cerroni.
Bastano davvero due ramazze, qualche #magliettagialla, due guanti da lavoro e un codazzo di giornalisti prezzolati al seguito per lavarsi faccia e coscienza?
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«La metro l’aprono a settembre»

Posted on 2017/05/07 by carmocippinelli

Settembre è ‘r mese in cui tutti se svejano, se cerca de fa cose e se programmano buoni propositi.

Però poi ariva ottobre e te sei reso conto che nun gliel’hai fatta, mentre te giri e te rigiri ariva Natale, e allora pensi «vabbè, co l’anno nuovo vedo de risolve sta cosa».

Però poi ariva gennaio ma sei stanco perché sei stato a magnà pe ‘n mese e te voi rilassa, giustamente.

Però ariva carnevale. «E che fai nu li lanci du coriandoli, nun te la magni na frappa?». E poi passa pure carnevale.

Poi, determinato, piji er toro pe le corna e dici: «vabbè basta, oh, so passati sei mesi, famola qualcosa»
e invece stai sotto botta pe l’allergia.

Tra no starnuto e n’altro s’è fatta Pasqua.

Pasqua, Liberazione, Primo Maggio: tra du mesi ce sta ‘a prova costume e ‘n cazzo, manco stavolta l’avemo aperta.

«Dai mo viè settembre. Ce ripensamo».

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La Laguna e il calcio moderno (perché il Venezia di Tacopina fallirà, di nuovo).

Posted on 2017/04/17 by carmocippinelli
È inutile che mi nasconda: tra amici e conoscenti la quasi totalità di persone che conosco sa benissimo che il mio tifo per il Venezia è incondizionato.
Che vinca o che perda, come si direbbe nelle curve. Non mi importa che il Venezia sia in Serie D o in Lega Pro, potrebbe essere anche in Serie A, io lo seguirò sempre, anche idealmente, sebbene andare a vedere le partite a volte risulta complicato, ancorché vagamente impossibile, data la distanza. Roma-Venezia non è proprio una passeggiata, ecco.
Tuttavia, in questi giorni, le varie pagine social dedicate al calcio e alla Serie A che spesso vanno avanti a click-bait o cose simili, stanno facendo girare delle foto del Venezia che ‘fu’. I lagunari non calcano i campi della Serie B da 12 anni. Un’eternità, se si pensa che dal 2005 non c’è pace in Laguna. Sembra una metafora da sfigati, tuttavia è proprio così.

Recoba in azione contro l’Inter – Venezia in Serie A

Un po’ di storia

Nel 2005 viene fondata la SSC Venezia, fratelli Poletti consulibus, beneficiando del Lodo Petrucci e ripartendo dalla C2, l’allora quarta serie del calcio italiano. La fusione tra Venezia e Mestre, laguna e terraferma, si era già consumata da tempo, i colori che campeggiavano sulla maglia dei nostri erano già i mitici arancioneroverde, che da piccolo quando dicevo ai compagni di classe delle elementari che «i colori del Venezia erano certo più belli di quelli della Roma o della Lazio» mi intorcicavo la lingua a dire fluentemente arancioneroverde. Destando, ovviamente l’ilarità dei più. In ogni caso, la fusione era avvenuta da tempo e da quel dì non ci fu davvero mai serenità nella Serenissima. Sì, certo, la C2 venne conquistata in breve tempo, la permanenza in C1 fu tranquilla almeno per due stagioni, tuttavia in quella a cavallo tra il 2008 e il 2009 si consuma il fattaccio. 
O, meglio, il primo di una lunghissima serie.
La nuova Prima divisione non fu clemente con l’SSC Venezia che, arrivata 17°, aveva dovuto combattere fino all’ultima giornata dei playout: lottare per la sopravvivenza, praticamente.
Chi non si ricorda, a margine della gara pareggiata contro la Pro Sesto, della capriola di Ibekwe? (la domanda potrebbe anche risultare retorica, dato che l’episodio in questione corro il rischio di ricordarmelo solo io tra i non veneziani che, da bravo manico, mi andavo a refreshare il sito dell’allora SSC Venezia ogni 5 minuti).

Fu un’illusione, però, e durò poco. La permanenza nel professionismo dei lagunari venne minata del tutto quando l’SSC Venezia, sorto dalle ceneri dell’AC Venezia, fallì. Ne nacque una nuova società, l’FBC Unione Venezia la quale dovette ripartire dalla serie D. Iscritta in sovrannumero, peraltro, nel girone del nordest (il girone C). 
L’Unione Venezia si presentava ancora scarna alla prima apparizione ufficiale: né organico, né maglie ma, almeno, una certezza, Paolo Favaretto in panchina. La prima partita, dicevo, viene fatta con delle maglie della Lotto completamente bianche e lo stemma della casa costruttrice al posto del logo raffigurante il Leone di San Marco: iniziano a piovere critiche da subito, anche perché se non c’è la squadra, come possono esserci ancora le maglie?

L’FBC Unione Venezia alla sua prima apparizione in Serie D

L’unica certezza extra rosa sembra essere il Penzo, il vecchio stadio costruito a Fondamenta Sant’Elena secondo solo al Ferraris di Genova per longevità; all’interno degli undici gli unici a restare dalla Lega Pro sono Massimo Lotti, Simone Rigoni e Mattia Collauto, il capitano. A loro tre vengono affiancati dei ragazzi che avevano fatto parte delle giovanili del Venezia e altri atleti provenienti da squadre limitrofe; la prima apparizione in campionato dell’Unione Venezia vedeva la squadra così composta: Cavarzan; Bigoni, Nichele, Vianello, Cardin; Collauto, Segato, Di Prisco, Modolo; Ragusa, Corazza (‘quel’ Corazza che qualche anno fa era in forza al Novara in prestito dalla Sampdoria); nella panchina di mister Favaretto c’erano, poi, Lotti, Bivi, Rocchi, Rigoni, Volpato, Tessaro, Benedetti.

Tempi lontanissimi: Recoba e Maniero
festanti dopo un gol siglato dall’urugagio

La prima partita è una Caporetto: 4 a 1 contro il Montebelluna di Enrico Cunico (tecnico che guiderà la squadra l’anno successivo) e non molte possibilità d’appello. Seconda partita, seconda sconfitta, stavolta per 3 a 2 contro il Domegliara, tuttavia segnano Volpato e Nichele, i due che assieme a Collaudo trascineranno la squadra ben oltre le secche del campionato che si stava prospettando ad inizio stagione. La prima vittoria arriva alla quarta giornata: 5 a 3 contro la Virtus VeComp Verona, doppietta di Modolo e un gol a testa per Corazza, Tessaro e Collauto.

Da lì in poi ha inizio una storia continua di tira e molla fra Serie D e play-off, promozioni tra i professionisti sfumate per un soffio, emancipazioni dilettantistiche avvenute o meno ma soprattutto fallimenti.
Perché l’attuale Venezia FootballClub, allenato da Filippo Inzaghi e che è tornato in Serie B, non è il FBC Unione Venezia, ma un’altra società.
Altro giro altra corsa, altro campionato altro fallimento.
Le squadre di Venezia, però, da questo momento in poi, iniziano ad essere due. Due squadre, due nomi identici, colori diversi: una arancioneroverde e un’altra neroverde; Venezia Fc e Venezia 1907; Serie D e Terza Categoria. Due mondi diversissimi non solo calcisticamente ma anche ideologicamente: la prima società (a guida Joe Tacopina) si fa portavoce della squadra arancioneroverde, la seconda (a guida Gianalberto Scarpa Basteri) ha rilevato il simbolo del centenario del Venezia facendone una nuova squadra che riparta da zero ma che abbia come obiettivo primario quello della rivalutazione del Venezia che fu. Quello neroverde e dell’unica Coppa Italia del 1941, per intenderci.

Leggi di più: «Scarpa Basteri: il Venezia siamo noi»


Il presente

Tacopina sbarca in Laguna quando il Venezia è – di nuovo – in Serie D. Un altro fallimento, un altro cambio di nome, un altro cambio di società. La prima promessa che viene enunciata e declamata dallo statunitense è il nuovo stadio: il Venezia deve avere una nuova casa perché il Pier Luigi Penzo è uno «stadio bellissimo» ma non è «attrattivo». La solita solfa del logo-brand che nella Capitale «infiniti addusse lutti a Pallotta». Serve qualcosa di più moderno e, allora, si rispolvera la sempreverde idea dello stadio nel famigerato quadrante di Tessera proseguendo nella tradizione degli investitori stranieri degli ultimi anni che tendono a quella zona per la costruzione dell’impianto, (ipotesi mai concretizzatasi neanche nell’era Zamparini quando, in Serie A, la squadra della Laguna era ai suoi massimi). 

Il logo del Venezia Fc, per la verità, non è un granché e il merchandise arancioneroverde non va benissimo, così come – nonostante il campionato al vertice – non va neanche la partecipazione allo stadio dei tifosi. Inzaghi, nel marzo, infatti, ebbe a dire: «I tifosi sono la nostra forza, penso che la squadra abbia bisogno e meriti uno stadio pieno. […] Mi auguro che il nostro stadio diventi il dodicesimo uomo in campo perché potrebbe aiutarci molto». Il problema, però, è che il dodicesimo uomo, spesso, è rimasto a casa e le frecciatine di Inzaghi non sono mai cessate per tutta la stagione. Tuttavia, la serie B è arrivata nonostante diverse questioni che hanno investito anche il Venezia FC, oltre a svariate squadre fra cui le due (fatiscenti) compagini romane quali Racing Roma e Lupa Roma. Trattasi dell’inchiesta fideiussioni iniziata dall’Espresso: «Da mesi decine di presidenti del pallone nostrano sono costretti a seguire da vicino le peripezie di una piccola compagnia di assicurazioni che viaggia sull’orlo del fallimento. La società in questione si chiama Gable, ha sede nel paradiso fiscale del Liechtenstein, e sta per trasformarsi nell’ennesimo scandalo del calcio italiano».

Scriveva nel settembre dello scorso anno Vittorio Malagutti sul settimanale sopracitato. Con il Nuovo Corriere Laziale siamo andati a controllare delle carte emesse dall’IVASS (Istituto Nazionale per la Vigilanza sulle Assicurazioni) e la Gable insurance risultava già fallita e commissariata. Dunque, le società coinvolte avrebbero dovuto trovare altri soldi per colmare quelli della fideiussione e tra i club coinvolti (oltre alle sopracitate fatiscenti Lupa e Racing) vi era anche il Venezia di Tacopina. 

A.C. Venezia in Serie A

La questione non è della pur famosa lana caprina si tratta della continuazione della vita societaria di una squadra che ha subìto, nel corso degli anni, decine di fallimenti e rilevamenti societari più o meno inadeguati alla piazza, fatto salvo il primo periodo a guida Rigoni (successivamente scomparso). La faccenda monetaria si fa tanto più presente quanto invadente nella vita lagunare arancioneroverde se si contano almeno tre fattori:

  1. La fideiussione da depositare per l’iscrizione in Serie B è più ingente di quella della Lega Pro (qui un comunicato chiarificatore della terza serie calcistica italiana per quel che riguarda i parametri e i costi della fideiussione). È bene ricordare, infatti, la vicenda del Pisa di Rino Gattuso che non è stata, per così dire, una passeggiata a tal proposito. Si potrà obiettare che la vicenda della crisi-pisana verteva su altre fratture oltre che quella del deposito di denaro in Federcalcio. Senza dubbio. Certo è che a quelle già esistenti si era sommata anche la questione della fideiussione.
  2. Questione Stadio – Il Quadrante di Tessera, dopo il niet ricevuto da più parti è decisamente un progetto del passato. Il Penzo, però, ha subìto diversi traumi nel corso degli anni: già dopo l’era-Zamparini (e, dunque, all’indomani del fallimento)  «la capienza dello stadio venne dapprima limitata a 9.950 posti e poi nel 2007 (dovendo ottemperare ai nuovi regolamenti sulla sicurezza) a 7.450 posti: in tale occasione si provvide infatti a ridurre le dimensioni delle curve e dei distinti». Ristrutturare il Penzo, però, costicchia.
  3. Questione visibilità – Il Venezia in Lega Pro non ha visto una grande partecipazione dei tifosi (come prima menzionato) ma c’è una squadra che ha avuto un incremento di seguito e successi notevole: trattasi dell’A.C. Mestre. La squadra arancionera, sorta da un’abile mossa da parte di tre realtà locali, ora slanciatissima verso una storica (questa sì) promozione in Lega Pro. La diaspora mestrina, a seguito dell’unione Venezia-Mestre, è stata interrotta dall’iniziativa dell’FBC Union Pro (unione di società Pro Mogliano e Preganziol) che nel giugno dello scorso ha spostato la propria sede a Mestre e ha cambiato denominazione in SSD AC Mestre mentre la precedente squadra arancionera, salita in Promozione, si era trasferita a Spinea diventando l’FBC Spinea 1966. Ecco, a tal proposito, il comunicato che diramò l’Union Pro Mogliano a riguardo: «L’AC MESTRE, società nata dalla fusione tra Mestre e Mestrina, giocherà il campionato di serie D 2015/16 presso lo stadio Comunale di Mogliano in attesa del ripristino dello Stadio Baracca di Mestre (che nel frattempo sta utilizzando) I campi di allenamento della prima squadra saranno quelli di Zelarino e di Mestre. Il Settore Giovanile della AC Mestre giocherà invece nei campi di Zelarino, Giacomello e Bacci. L’FC UNION PRO disputerà le partite di campionato di Eccellenza 2015/16 presso l’impianto sportivo di Mogliano o di Preganziol, in base alla compilazione dei calendari. Le partite del Settore Giovanile si giocheranno presso lo Stadio Comunale di Via Ferretto, il Campo Secondario di Mogliano e presso lo Stadio di Preganziol». Il Mestre, dunque, rinnovato nella squadra, nel seguito e nella promozione tra i professionisti, potrebbe strappare un vasto pubblico di coloro i quali, dalla terraferma, si recano al Penzo per andare a vedere il Venezia. Mi si obietterà ma si tratta di tifosi occasionali. A costoro rispondo che sì, è ben vero. Pur tuttavia, quali sono i gruppi che si sono tesserati per seguire il Venezia? Pochi, decisamente pochissimi. Anzi, quando la precedente dirigenza licenziò mister Sassarini (Serie D), in un Venezia lanciato per la promozione, lo stadio era il triplo più pieno della declamata (e pubblicizzata) festa promozione di qualche giorno fa. 
Dunque la dirigenza arancioneroverde ha, di fronte a sé, ben tre gatte da pelare e almeno una delle due, quella legata allo stadio, potrebbe far desistere l’investitore americano che ha investito sulla squadra di «una cità mportanti nel mondo». La preoccupazione del calcio moderno, infatti, è quella di cercare di stringere il cappio del capitale attorno al già martoriato corpo esanime del movimento calcistico italiano. Si elogia, infatti, da più parti il modello Sassuolo, tuttavia non è altro che uno svago della Confindustria: il proprietario della squadra è Giorgio Squinzi; lo stadio è il Mapei Stadium (Squinzi anche qui) andando di fatto a costruire un nuovo stadio in un’altra città (Reggio Emilia) facendo in modo che la squadra si inventasse una tradizione calcistica (hobsbawnianamente parlando) acuendo non poco gli scontri già presenti fra Reggiana e Sassuolo.
Cos’ha di così genuino il modello Sassuolo? Proprio nulla.

Ecco perché, nel breve o nel lungo termine non è dato sapere, il Venezia arancioneroverde si ritroverà con diverse grane da risolvere e con un futuro pressoché incerto, sic stantibus rebus.

Per tutto il resto c’è il Venezia 1907.

p.s. Ultimamente, quando mi ritrovo con qualcuno a parlare del più e del meno, in questi discorsi ci finisce di mezzo – come al solito – anche il calcio. Frasi fatte, mezze parole e quel “ma tu tifi ancora il Venezia?”. Certo, dico io, diventando subito serissimo. “Solo che non tifo il Venezia di Tacopina, mi sono appassionato alle vicende del Venezia 1907”.  E lì a mettermi a spiegare tutta una serie di cose. 
Sono un po’ un rompiscatole, lo ammetto.


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Italianità

Posted on 2017/03/02 by carmocippinelli
«Zio, lo sai che sono italiana?»
«Sì, è vero! Anch’io sono italiano!»
«Sì, abbiamo la faccia bianca, noi»
«Ma lo sono solo quelli che hanno la faccia bianca?»
«Sììì, solo quelli con la faccia bianca»
[Interviene la signora lanònna]
«Non è vero, Roberta, e Andrew non è italiano? Diciamo allo zio che tu hai un amichetto che non ha la faccia bianca ma è un po’ più marroncino ed è italiano»
«Ah, già! Andrew!»
«Non tutti gli italiani hanno la faccia bianca..»
«Sì, zio, è vero»

Spero che il messaggio passi già da adesso…

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Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti

Posted on 2017/01/31 by carmocippinelli
Per preparare gli esami del Corso di Laurea di Scienze Storiche, che frequento dopo aver concluso il percorso di studi di primo livello, vado a studiare in biblioteca. L’accesso alla biblioteca della facoltà (ora macroarea) di Lettere e Filosofia di Tor Vergata era interdetto a chi non possedeva il tesserino della medesima, quindi che non fosse iscritto alla facoltà. Da qualche anno a questa parte, tuttavia, l’accesso è consentito anche ai generici iscritti all’Università di Tor Vergata.
Spesso, insomma, ci passo le giornate intere, come è accaduto oggi e, di norma, mi tolgo gli occhiali data la distanza ravvicinata coi libri, posandoli sul tavolo a fianco alle penne e alle matite. Tutto questo, ovviamente, amplifica la percezione distorta della realtà: il mondo, senza lenti, è per me a metà tra un quadro impressionista e una sempre presente nebbia che avvolge persone e cose.

Oggi, per un motivo o per un altro, verso le 17:00, ero già fuso, nonostante fossi entrato a studiare alle 9:15 (minuto più, minuto meno), dunque inizio a rassettare le mie cose e a impilare libri, fotocopie, dispense e quant’altro. Mi giro per prendere (sempre senza occhiali) la giacca a vento che avevo avvolto alla sedia che mi ha sostenuto per alcune ore di studio e nella torsione del busto vedo passare una figura che assomigliava ad un tizio con cui ho condiviso degli esami di triennale.

Il tizio stava certamente cercando qualcuno con gli occhi, girando la testa da una parte all’altra del piccolo corridoio che separa tavoli di consultazione e fondi librari, quando ad un certo punto mi alzo, e gli tendo la mano dicendo – sottovoce – «Ao, ciao! Come stai?». Lui, sicuro di sé e col piglio della persona che mi conosce da decenni, mi fa «Caro che piacere, tutto bene».
Mi stringe la mano, mi sorride e si rivolge nuovamente alla breve strada che dovrà percorrere per trovare quel qualcuno che cercava con lo sguardo poco prima. Esco dalla biblioteca, metto a posto le cose e mi ripensando all’accaduto mi viene in mente che, in realtà, non ho salutato il tizio con cui ho condiviso degli esami in triennale ma un perfetto sconosciuto, come se a distanza di qualche minuto il cervello mi avesse svegliato dalla stanchezza in cui ero immerso.
Insomma, ho salutato un tizio che non conoscevo affatto che mi ha ricambiato come se ci conoscessimo da tempo immemore.
Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti.

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Elezioni Usa, "occhio" ai third parties

Posted on 2016/11/23 by carmocippinelli
Tratto da formiche.net 


«Ma sì, vota pure per un terzo partito: spreca pure il tuo voto!». 
La frase potrebbe essere stata pronunciata da chiunque in un qualsiasi Stato Americano in un’altrettanto indeterminata fase elettorale. Gli USA sono – agli occhi di qualsiasi giornalista, osservatore, cittadino mediamente interessato alle questioni politiche e non – il Paese che più rappresenta il bipartitismo e il sistema elettorale maggioritario: si sta o dall’una o dall’altra parte, a meno che sia l’una che l’altra non vengano considerate two sides of the coin, cioè due facce della stessa medaglia. E’ bene, dunque, riflettere a freddo e a qualche giorno dalle elezioni americane sui dati che hanno consegnato le urne e in particolar modo quelli riguardanti i third parties tenendo però a mente la piccola quanto utilissima guida sul come si vota negli ‘States’ che ha scritto Andrea Marinelli pubblicata dal sito del Corriere della Sera a poche ore dal voto americano.

Third parties in cifre

Chiunque, dopo un rapido sguardo dato alle percentuali dei Repubblicani e dei Democratici, considererebbe qualsiasi altra percentuale completamente nulla. Le cifre, in effetti, non lasciano ampio margine al dibattito: Donald Trump, candidato repubblicano, ha guadagnato il 46, 56% e 290 grandi elettori al Congresso Americano mentre Hilary Clinton, candidata democratica, ha ottenuto il 47,83% e 232 delegati. I maggiori third parties degli USA sono il Libertarian Party (Partito Libertario), il Green Party (Partito Verde) il Constitution Party (Partito della Costituzione): le rispettive percentuali di questa tornata elettorale sono state 3,28% (4.363.228 voti), 1,02% (1.358.508 voti) e 0,14% (190.308 voti). 

A vederla così, sic et simpliciter, si tratterebbe di un misero quinto quarto, come da tradizione popolare romanesca, anche perché il vero exploit di un third party ci fu solo nel 1996 ovvero l’anno della fondazione del Reform Party of the USA (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America). 
Quel Reform Party che prese l‘8,40% alle Presidenziali del 1996 e che lasciò al palo gli altri partiti come il Libertarian, oggi di gran lunga più forte rispetto a dieci anni fa; quel Reform Party che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo; quello stesso partito che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano/democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa organizzazione politica. Il Green Party, in ogni caso, tra i third parties presi in esame, è quello che più è cresciuto in termini di voti e rappresentanza negli Stati: dal 2008 i verdi sono passati dall’essere rappresentati da 32 stati – più District Columbia – ai 44 di oggi. 

Non tutti, in sostanza, ma una buona base per un sostanziale incremento, senza contare che alle scorse presidenziali il Green Party riusciva a prendere poco più dello 0,35% mentre ora triplica i consensi e sfiora il milione e mezzo di voti con picchi in Hawaii (3%), Oregon (2,5%) e Vermont (2,3%). Se il Green Party ha avuto un incremento riguardante una crescente presenza negli Stati, per il Libertarian party questo dato va affiancato ad un sostanziale incremento dei voti e dei consensi rispetto al passato, a partire dal fatto che il partito del porcospino è riuscito ad essere rappresentato in tutti e 50 gli stati più District Columbia. Fino alle elezioni del 2012, infatti, il Libertarian era riuscito ad essere presente in 48 stati e nel 2008 in 45. 
L’incremento in termini numerici è, da questo punto di vista, sorprendente: dallo 0,4% del 2008 s’è passati ad un timido 0,99% del 2012 fino ad arrivare al 3,28% di questa tornata elettorale. Il dato interessante del Libertarian è che, al netto delle posizioni politiche e dei programmi, è riuscito a strappare tanto negli Stati tradizionalmente repubblicani (come l’Alaska) quanto in quelli a prevalenza democratica: nel Vermont, ad esempio, i repubblicani sono ben staccati dai democratici, ma Johnson, candidato del Libertarian si assesta attorno alla media del 3,4%. Non crolla, in sostanza, e rimane stabile. Ben più staccato il Cosntitution Party (Partito della Costituzione) che viaggia attorno ai 199.00 voti: dopo il crollo alle elezioni del 2012 (0,009% e la presenza in soli 26 Stati), il partito si riassesta sullo 0,14% ma diminuendo la presenza negli stati (solo 24). 

Ovviamente questi dati non segnano una spaccatura del bipartitismo americano strictu sensu ma è importante – almeno a parere di chi scrive – notare e monitorare questa tendenza presente già da più di qualche tornata elettorale. Così come, sempre in riferimento alla tendenza da monitorare, quella che fa riferimento all’area marxista e socialista americana che merita decisamente una menzione (non foss’altro per la tenacia di mantenere una posizione tale in un paese come gli USA): se il PSL – Party for Socialism and Liberation non riusciva a prendere più di 9.000 voti (Presidenziali del 2012) e ad essere rappresentato in 10 stati, ora aumenta a più di 50.000 voti il proprio consenso, grazie anche alla presenza della sua candidata Gloria la Riva alle proteste feroci di Baton Rouge e degli afroamericani, appoggiate dal PSL fin dalla nascita dello stesso (2008). 

L’incremento del PSL, dunque, va letto con la stessa lente – verrebbe da dire – e con la stessa chiave di lettura di quella fino a qui adoperata per i third parties: il voto afroamericano, così genericamente classificato da media e stampa internazionali, ha sicuramente influito nell’aumento di consensi in favore di Gloria la Riva, così come allo stesso modo, settori repubblicani si sono affidati al turboliberismo del Libertarian party.

Libertarian party, l’incremento del turboliberista

«I mercati tremano». O meglio, lo fanno solo giornalisticamente parlando dato che, pragmaticamente, tanto Trump quanto la Clinton rappresentano meglio di tutti gli interessi degli stessi mercati che non hanno nulla da temere col candidato repubblicano che si appresta ad insediarsi sullo scranno di Presidente degli USA. Le proposte del Libertarian sono più o meno ordinarie per la retorica pre-elettorale che accompagna gli elettori americani al voto: meno stato, più mercato, il motto repubblicano nel terzo partito americano viene estremizzato e si arriva a proporre la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e l’abolizione del welfare state.  

Libertarian Party Porcupine
L’emblema del Libertarian è il porcospino
che va ad affiancarsi all’elefantino dei
repubblicani e all’asinello dei democratici

L’incremento dei consensi del Libertarian va inserito nel quadro di polarizzazione (a destra) dell’elettorato e del corpo sociale americano: le iniziative di Obama riguardo la riforma sanitaria (unico sprazzo vagamente social-democratico dell’amministrazione Obama) hanno fatto sussultare ampi settori della borghesia e del capitalismo americano gridando al socialismo (sic!) e le proposte del partito del porcospino non sono sembrate poi così ostili ad una parte della società americana. Il Libertarian supera il 9% in New Mexico e il 6% in South Dakota andando a conquistare un ragguardevole risultato complessivo.

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Perché dire e votare "no" è un atto partigiano

Posted on 2016/09/08 by carmocippinelli

Il termine partigiano, letteralmente, indica colui che ‘prende parte’, ‘assume una posizione’ in contrapposizione di un’altra. Celebre, in tal senso, è lo scritto di Antonio Gramsci del 1917.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.[…]Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

La Storia Contemporanea ha, poi, traslato il termine in quello di formazioni armate che combattono in un territorio occupato dal nemico. Giovedì 8 settembre sono stato alla Cerimonia della Consegna delle Medaglie della Liberazione che s’è svolta in Campidoglio, più precisamente alla Sala della Protomoteca.
Mi ero portato la macchina fotografica, oltre a monitorare quel che accadeva, per un reportage fotografico da inserire nel comunicato stampa dell’ANPI di Roma.
I fotografi stavano accalcati alla destra di chi riceveva le medaglie, consegnate ai partigiani da due componenti istituzionali, di cui uno — l’assessore alla cultura — faceva le veci del Sindaco.
Scatto dopo scatto, inizio a chiacchierare con un signore alto e sorridente, con una camicia bianca un poco aperta sul petto: ha forse poco più di quarant’anni, è lì per suo padre, se non ricordo male, e finisce che ci presentiamo.
Ci stringiamo la mano, giornalista anche lui: «mi avrai visto in televisione».
La faccia non mi è nuova, tuttavia non riesco ad inquadrarlo.
Continuiamo a scattare quando ci riveliamo di essere entrambi iscritti all’ANPI: «Io a Tor Bella Monaca», dico, «la sezione c’è da poco: neanche due anni». Scivoliamo sulla questione referendaria e sento che inizia col dire, un po’ stizzito: «Non riesco a capire perché l’ANPI debba trascinare tutti i suoi a votare per il No. Alla fine è una libera scelta».
Io, che ultimamente evito accuratamente i dibattiti sensibili dalle tematiche sensibili con chicchessìa, mi giro un po’ stupito distogliendo lo sguardo dalla macchina e dalle foto: «Come, ‘non riesco a capire’», dico, «l’ANPI deve prendere posizione. E deve prenderla per il ‘No’, non ci sono alternative a riguardo».
Il giornalista si gira verso di me e, un po’ accalorato — ma anche alteratosi leggermente data l’importanza del dibattito — mi fa: «Ma chi l’ha detto?! Ma questo lo dici tu! Mio padre vota Sì, è un partigiano: io voto sì! L’ANPI non può mica decidere per tutti, eh!».
Rimango un po’ basito e cerco di rispondergli a tono: «Ma, scusi, l’ANPI è un’associazione di partigiani. Partigiano è colui che ‘prende parte’, ‘parteggia’, ‘assume una posizione’. Perché l’ANPI non dovrebbe assumerla?».
Lui, ancora più risentito, continua a muovere la mano, stringendo la destra in un unico gesto, come quello che si fa ad un interlocutore per comunicargli che sta dicendo una cosa non vera, continua: «Ma perché è una cosa ideologica entrare in questo dibattito!»
Il dibattito si fa serrato: «Certamente è ideologica: l’impianto della modifica Costituzionale lo è, prima di ogni cosa», faccio io, evidentemente basito ed oggettivamente meravigliato dall’argomentazione (palesemente) fallace di un giornalista, iscritto all’ANPI.

Come me.

«Ma assolutamente no: se fai così entri nel merito della riforma: l’ANPI mica deve entrare nel merito della questione! Così fai ideologia!», si ferma un attimo e poi riprende con lo sguardo verso la platea, risentito come prima «già mio padre ha ridato la tessera della CGIL, vediamo se pure io devo ridarne una e se sarà quella dell’ANPI».Ci salutiamo poco dopo, mi dice «Auguri, per tutto. Certo, per il referendum no, io spero che vinciamo noi».“Noi”.

Tornando a casa, nel lungo tragitto che mi separa tra il Campodoglio e casa, mi sono interrogato su quelle parole e su quel dialogo, sul perché mi sia iscritto all’ANPI e sul perché abbia deciso di intraprendere un preciso percorso di attivismo, parallelamente a quello militante in un’organizzazione politica e al lavoro giornalistico.
Il ragionamento era — per la verità — fin troppo banale, anche se ero ancora meravigliato da quello che aveva detto il giornalista: per quale motivo un iscritto ad un’associazione partigiana, quindi che opera una scelta scegliendo “una parte” per l’appunto, non dovrebbe entrare nel merito di una modifica costituzionale che investe la propria associazione in primo piano? Investe l’ANPI in primo piano per il semplice fatto che è l’organizzazione partigiana che ha racchiuso tutti i combattenti della guerra antifascista e della Resistenza fin dal 1945, prima delle varie scissioni del ’48 e del ’50 di FIVL e FIAP, e che, quindi, ha cacciato il nazifascismo dal proprio Paese e ha pagato col prezzo più alto l’ottenimento della democrazia.

Perché non dovrei “prendere parte” riguardo una specifica posizione e non dovrei “entrare nel merito”?

L’ultimo punto, in effetti, è il fattore che più mi ha fatto riflettere sul carattere della de-ideologizzazione di ogni dibattito e dell’ipocrita tematica di possibilità di lavoro congiunto, nella contingenza di questa o quella fase, su determinati argomenti o tematiche comuni.
La divisione su un argomento centrale come quello della Costituzione non è fatto o questione secondaria: è, semmai, la più portante delle divisioni, come lo è quella quella sul modello di sviluppo del Paese e del Mondo; è impossibile affermare la propria condivisione nei confronti di una modifica Costituzionale pretendendo che l’associazione dei Partigiani d’Italia non prenda posizione.
Qualche anno fa, infatti, ho avuto modo di intervistare un antropologo culturale a proposito del post-ideologismo, mi disse testuali parole:

«Non si può parlare di post ideologico, come antropologo dico che non si può vivere senza ideologia: l’ideologia è la visione del mondo. Nella mia ottica antropologica, o anche gramsciana: non si può vivere in un mondo post ideologico, come non si può vivere in un mondo post culturale: noi siamo esseri umani e viviamo dentro un sistema di valori e dentro un connettivo sociale».

Mi rimbombavano in testa, infatti, le parole scritte da Gramsci: odio chi non parteggia.
Rimettendo a posto l’obiettivo e il computer nello zaino, prima di lasciare la Sala, ho avuto tempo per pensare, dato che la macchina l’avevo parcheggiata a Circo Massimo.
Molto, molto perplesso.

(E rafforzato nelle certezze del voto contrario al referendum.)
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Smacco del partigiano Fiorentini: «Al partito comunista, alla guerra dei Gap!»

Posted on 2016/09/06 by carmocippinelli


Nella giornata di ieri, 8 settembre, si è svolta – presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio – la cerimonia di consegna delle Medaglie della Liberazione ai partigiani di Roma e Provincia da parte della Prefettura di Roma Capitale. Molti sono stati gli insigniti e i medagliati, in maggioranza gli esponenti dell’ANPI, passando per la FIAP e le altre associazioni partigiane. Il cerimoniere incaricato scandiva i nomi dal piccolo podio della sala: Aldo Tortorella, Tina Costa, viene nominato anche Armando Cossutta per cui la medaglia è stata ritirata dai familiari in sua memoria. Poi arriva il turno di Mario Fiorentini.

Mario Fiorentini è stato l’ideatore ed esecutore, assieme ai gappisti romani, dell’azione di Via Rasella. Quell’azione del 23 marzo del ’44 che, in seguito, venne dichiarata ’attentato’ o ‘atto di guerriglia’, usando terminologia scorretta atta a sminuire e porre sotto una precisa influenza quello che fu un piano studiato nei minimi dettagli: in cui dodici partigiani gappisti uccisero trentacinque componenti del Polizeiregiment Bozen. Mario Fiorentini si avvicina al podio e ai membri istituzionali sostenuto dal compagno Rinaldi dell’ANPI di Roma.
Gli viene consegnata la medaglia e, di fronte ai componenti di Prefettura e Roma Capitale (era presente l’assessore alla cultura), a sua volta consegna loro il suo libro sulla Resistenza romana dei Gap: “Sette mesi di guerriglia urbana”.
Dopo aver parlato coi due amministratori, s’è rivolto alla platea e ha detto a voce alta, per quel che poteva: «Io ho sempre combattuto e sono stato sempre fedele: sono rimasto sempre fedele», lasciando intuire a ‘che cosa’ fu così devoto. Dalla folla si alza una domanda, quasi sommessa: «A Lucia Ottobrini?», ovvero la compagna con cui Fiorentini ha vissuto la sua vita, anche lei autrice dell’azione di Via Rasella e scomparsa un anno fa.
Lui, un po’ corrucciato, si gira verso il settore della sala da cui aveva sentito la domanda e dice perentorio: «Al Partito Comunista! Alla guerra dei GAP! A me i fascisti m’hanno carcerato quattro volte, ho visto quattro carceri diverse: io sono un galeotto!», diceva ai presenti, tra compagni di azioni, parenti di partigiani, stampa e fotografi accorsi. Il cerimoniere riprende a parlare, però, mentre Fiorentini si avviava lentamente verso il suo posto a sedere nel mezzo della sala della Protomoteca: scandisce un altro nome e l’amplificazione sovrasta le corde vocali del partigiano e matematico Fiorentini, già provate dallo sforzo precedente. Ai partigiani, ieri, non è stata concessa neanche la parola ma ‘schiavi non si vive se si nasce ribelli’: Fiorentini, la parola, se l’è ‘concessa’ da solo. E ha urlato, per quel che ha potuto, facendo in modo che tutti potessero ascoltare. Scandendo prorompente: «Al Partito Comunista! Alla guerra dei GAP!»
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Marco Antônio de Freitas: a Venezia tra calcio e saudade

Posted on 2015/11/09 by carmocippinelli
Marco Antonio De Freitas filho con la felpa del Venezia in allenamento. Il sito da cui è tratta la foto non è più raggiungibile (vesport).

I lettori abituali di questo blog potrebbero storcere un po’ il naso dando un’occhiata a questo post: che c’è di diverso in una storia di un calciatore straniero che viene a giocare in Italia decidendo, in seguito, di tornare al suo Paese d’origine per varie ragioni? Che c’è di diverso nella classica motivazione dei brasiliani riguardante la nostalgia di casa, quella che si chiama saudade?

Che poi, la saudade non è proprio nostalgia di casa ma anche assenza, lontananza, malinconia; Gilberto Gil, nella sua canzone Toda Saudade, l’ha definita più o meno così: «Ogni saudade è la presenza dell’assenza, di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine; un improvviso no che si trasforma in sì; come se il buio potesse illuminarsi».

Con la storia di Marco Antônio de Freitas la saudade c’entra, ma non è solo quello stato d’animo ad essere predominante: una serie di motivazioni, tutte rilevanti, interpretano un ruolo fondamentale sul proscenio della presenza dell’attaccante brasiliano in Italia.
Marco Antônio de Freitas arriva in laguna quando il Venezia è fallito di recente e si trova a disputare il girone C della serie D per la seconda volta consecutiva: in panchina c’è Enrico Cunico, allenatore vicentino di fama locale che s’è fatto le ossa in Prima e Seconda Categoria prima di approdare all’Eurotezze in Eccellenza, poi il primo salto al Montebelluna in D e l’approdo all’FBC Unione Venezia da cui viene esonerato ad una manciata di domeniche prima della fine del campionato.

A Cunico era subentrato Gianluca Luppi, colonna difensiva di un A.C. Venezia che i tifosi ricordano ancora: con lui alla guida dei lagunari, la squadra assume un gioco diverso da quello di Cunico, il suo approccio era decisamente migliore – col senno di poi – di quello di Cunico, ma tant’è. Quella stagione la vinsero i cugini del Treviso, il Venezia arrivò secondo con i playoff persi contro il San Donà Jesolo, compagine che – in ogni caso – perse lo spareggio decisivo per la Lega Pro contro la Turris e l’anno successivo ancora nella finalissima contro il Cosenza. Dopodiché fallì completamente, e ora l’Asd San Donà di Piave – Don Bosco milita in Seconda Categoria.

Ma questa è un’altra storia.

Il Venezia di Cunico era, in ogni caso, una squadra che poteva puntare alla vetta della classifica, ed è stata la prima stagione di Emil Zubin in arancioneroverde, il bomber che in due sole stagioni ha visto il proprio nome superare quello di Paolo Poggi, icona veneziana, nella classifica marcatori di tutti i tempi.

Marco Antônio de Freitas approda a Venezia a campionato iniziato da poco e fin da subito si allena duramente assieme a tutta la squadra: proviene dal Rio Branco Football Club, squadra di Serie D brasiliana; in precedenza una serie infinita di maglie vestite, dal Fortaleza al Comercial, dal Ferroviaria all’Anapolina, fino a quella (nel 2005) del Jeonbuk Hyundai Motors Football Club, team della massima serie Sud Coreana; cresce nelle giovanili del São Paulo e ci disputa una sola stagione nel 1999.
L’attaccante approda in laguna nel 2010 quando il fratello, Augusto Cesar de Freitas, era già un veterano di Eccellenza e Serie D in Italia: Guto, diminutivo di Augusto, ha fatto, in piccolo, lo stesso percorso del fratello maggiore partendo dal Brasile e tentando di sconfinare nel campionato indonesiano nel Persita Tangerang prima del ritorno in Brasile per una stagione al Sao Carlos. Poi, per Guto, c’è stato spazio solo per l’Italia: Francavilla, Sangiustese, Sarzanese, Boca Petri Carpi, Montebelluna, Marano, Thermal Ceccato, due anni al Cerea e ora punta del Laguna Venezia1 in Eccellenza Veneta.
La vita di Marco Antônio de Freitas in laguna, però, non inizia col piede giusto dal momento che fin da subito non arrivano tutti i documenti necessari perché si sancisse formalmente il trasferimento dal Brasile all’Italia, tuttavia il brasiliano non molla.
Gli allenamenti proseguono e, finalmente, inizia a fare le prime apparizioni sui campi veneti ammantati dalla nebbia invernale: Cunico non lo schiera mai dal primo minuto, nonostante affermi che si tratta di un ottimo giocatore tattico e di sostanza, facendolo entrare sempre a partita finita.
A marzo 2011 il Venezia deve affrontare prima il Belluno e poi il Treviso, squadra con cui, a parte la rivalità storica, si è sviluppata una competizione per il primo posto del girone: la partita contro i gialloblu termina in pareggio e Marco Antônio, di nuovo, viene fatto entrare quando mancano poco meno di 10 minuti al termine della partita.

Eppure Marquinho, ogni volta che entra nel rettangolo di gioco, dimostra di saperci fare col pallone, se non altro per l’indubbia esperienza che ha maturato in Brasile: appena tocca palla gli piombano addosso sempre tre avversari per rubargli la sfera.
Così non va avanti e gli infortuni si sommano alle delusioni del poco minutaggio sulle gambe e al termine della partita contro il Belluno, infatti, intervistato da Andrea Martucci, giornalista che seguiva la società, esprime un’oncia di rammarico per le continue sostituzioni che lo fanno entrare a partita ormai terminata.

Sfiora il gol in diverse occasioni ma non riesce mai ad insaccare alle spalle del portiere avversario: la saudade nei confronti di casa cresce sempre di più. Cresce, a dismisura, quando il Presidente del Venezia Rigoni muore improvvisamente e la società ha bisogno di un rapido riassetto, nel momento in cui si concretizza la famosa cordata russa capitanata dall’ormai ex Presidente Yurij Korablin (ora posto ricoperto da Joe Tacopina, che i più si ricorderanno poco tempo fa al Bologna).

Cambio di panchina: via Cunico, dentro Luppi e de Freitas comincia a vedere le possibilità di giocare, dopo essersi ripreso dall’infortunio.

Gioca, dal primo minuto, solo l’ultima partita del campionato contro il Pordenone (nel Venezia di quel giorno avrebbe giocato anche l’appena maggiorenne Francesco Fedato, ora punta del Livorno). Finisce 3 a 2 per gli arancioneroverdi e Marquinho sigla il gol del vantaggio, mostrando, in una manciata di minuti, tutta la classe che non aveva potuto mostrare durante la stagione: cross di Cardin dalla sinistra, tiro rapidissimo di prima che va ad inserirsi in quella fessura minuscola tra la mano del portiere – già in volo – e la traversa della porta.
Non ci sarebbe arrivato neanche Lev Yashin.
I compagni urlano più di lui dopo il gol realizzato, la squadra gli corre incontro, si lascia abbracciare da tutti, dato che era – ormai da tempo – un componente della squadra a tutti gli effetti, benvoluto da chiunque all’interno del club: per una volta ha segnato lui, Marco Antônio de Freitas.
«E’ stato un bello gol», dice a fine partita, interpellato dal sempre presente Martucci, «io che ha fatto prima partita contro Pordenone, faccio oggi mia ultima partita». Marquinho ha già acquistato un biglietto aereo che neanche Luppi è riuscito a fargli spostare: «credo che la squadra va fino a fine con play-off, io torno a casa a cercare squadra in Brasile».
Non è stata la stagione migliore per Marco Antônio, ma la sfortuna degli infortuni, il transfer che non arrivava e un allenatore che gli imponeva lo status di riserva, hanno fatto tutto: il resto è saudade, altro che noia.
Tornato a casa disputa un’ultima stagione prima di ritirarsi, a causa di un altro brutto infortunio. Marquinho, ora, allena il settore giovanile di calcio femminile della sua prima squadra: il São Paulo.

1� Fondata nel 2011 dalla fusione di Us Muranese (che aveva già preso il nome di Laguna di Venezia), Venezia Alvisiana e Serenissima Vigna. Il Laguna Venezia, dunque, ha messo insieme tutti i gruppi di tifosi e sostenitori ‘neroverdi’ che si erano schierati fin dal primo momento contro la fusione delle società di Mestre e Venezia che avrebbe portato il tricolore ‘arancio-nero-verde’ sulla maglia della squadra della laguna, da qui il termine Unione ripreso dal Venezia una volta retrocessa in Serie D. L’associazione che più rappresenta l’istanza neroverde e, per l’appunto, ‘Cuore Neroverde’. Stessa matrice ha la società Pro Venezia, militante in Promozione Veneta.

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