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Pareggio a Ciampino: Seydi salva la Borgata e CapoSTOP para il rigore-beffa all’ultimo minuto [ma mister Amico è furioso]

Posted on 2024/02/23 by carmocippinelli

* la foto non si riferisce alla partita contro il Ciampino ma alla prima giornata di campionato contro il Casal Bernocchi

Lo so: è venerdì 23, tra due giorni c’è Borgata Gordiani – Trigoria e questo post arriva in tremendo ritardo.

Eppure è stata una domenica da ricordare: di quelle da segnarsi sul calendario tanta è stata la partecipazione dei sostenitori granata. Tornare all'”Arnaldo Fuso” di Ciampino significa rievocare la bruttissima sconfitta giunta quasi al termine della stagione di Seconda Categoria 2022/2023, in cui la borgata perse 5-1.
A Ciampino succedono sempre cose strane: per quanto più uno possa battersi per allontanare i fantasmi della stagione passata, ecco che essi si ripropongono con una veemenza senza pari. E se lo scorso anno De Maio segnava il gol del vantaggio al 12′ del primo tempo, stavolta il gol arriva dopo 17 minuti. Cinque in più del precedente campionato, comunque entro i primi venti. Fossimo stati nella Grecia antica ci saremmo alambiccati su quale divinità ce l’abbia con la Borgata, ma siamo nel 2024 e la Prima Categoria sfugge ai bisticci tra Zeus e Atena. 

Il pregio di pubblicare questo scritto a cinque giorni dalla partita dà anche modo di riflettere attorno all’accaduto che ha portato in vantaggio il Ciampino: attorno al 17′ Soru commette un errore servendo il pallone all’avversario in maglia 20. De Maio tenta il tiro e Pagano si adopera per ricevere il pallone e trattenerlo ma qualcosa va storto: lo prende, gli scivola dalle mani, non lo riesce a bloccare e lentamente la sfera supera la linea di porta, adagiandosi nella rete della Borgata, alle spalle di un infelicissimo Pagano. A fine primo tempo chiederà poi il cambio con Capostagno, sostituizione che mister Amico esaudirà. In tribuna ci alambiccavamo sul perché della sostituzione ma la situazione era, purtroppo, abbastanza ovvia: Pagano aveva perso fiducia a seguito di quell’episodio e, dunque, aveva chiesto la sostituzione. Utilizzo queste righe per infondergli coraggio e per tranquillizzarlo sul fatto che la fiducia – da parte di chi sta dall’altra parte delle recinzioni – ce l’ha.

Dopo l’episodio del pallone non trattenuto da Pagano, il Ciampino vuole già amministrare il risultato: ogni fallo rappresenta un’occasione per perdere tempo; ogni arto dolente diventa un’operazione a cuore aperto; ad ogni interruzione di gioco vengono a formarsi i classici “capannelli” attorno all’arbitro. E il tempo scorre.

Il primo tempo, praticamente, è un gioco psicologico del Ciampino: perdere tempo, provare a farsi vedere dalle parti di Pagano e raddoppiare il risultato. La Borgata alla mezz’ora è “sotto botta”: andare sotto contro il Ciampino (penultimo in classifica), nel medesimo campo dello scorso anno e, peraltro, con un gol segnato dallo stesso avversario, è un boccone non facile da mandar giù. E il tempo scorre.

Il reparto offensivo granata si desta solamente attorno al 35′: Chiarella prova il tiro dalla distanza ma l’estremo difensore (in tutto uguale a Jean François Gillet, se non fosse per l’altezza) è attentissimo e para il tentativo del nostro; un minuto dopo sono di nuovo i nostri a farsi avanti ma senza risultato. Alla fine del primo tempo il Ciampino riesce a conquistare ben tre punizioni da posizioni interessanti e, spesso, appena fuori dall’area di rigore: sui gradoni temiamo il peggio anche se esorcizziamo cantando.

La ripresa è tutta un’altra storia: la Borgata entra in campo col piglio granata, decisa a non essere nuovamente il “convitato di pietra” della partita contro il Ciampino. Per mezz’ora la squadra granata tiene palla, corre sulla fascia, costruisce ma, come al solito quest’anno, senza concludere. Ufficio complicazioni cause semplici.
E il tempo scorre…

E stavolta scorre inesorabilmente davvero: in un battito di ciglia siamo al 33′ della ripresa, Mascioli (Moreno) è stato espulso per proteste (da questo punto di vista la squadra deve crescere molto…)  e il risultato è ancora inchiodato sull’1-0 per i locali, nonostante le iniziative granata e gli angoli che si sta guadagnando il reparto d’attacco, cercando ogni occasione buona per poter pareggiare i conti. Proprio al 33′ è da segnalare il calcio d’angolo di Pompi: un tiro (altro che cross!) che di un nonnulla non riesce ad entrare e poter siglare il pareggio.

Una manciata di minuti dopo arriva l’ormai insperato gol granata: Mascioli (Francesco) batte il calcio d’angolo, Samba è lasciato da solo all’interno dell’area e ha il tempo di guardare il pallone che gli stava per spiovere sulla testa, coordinarsi, incornare perfettamente il pallone e battere Marino.

La beffa stava per arrivare quattro minuti dopo: l’arbitro ravvede il fallo in area di Capostagno ai danni di Rosadini e indica il dischetto.

Ma come rigore?
Eh, ao: rigore..
Dai, ma te pare! Ma che senso c’ha al 42′
Ma che te devo dì…
E pure se t’o dicessi che t’o dico a fa…

Rigore.
Pensi alla classifca: ai – potenzialmente – 14 punti del Ciampino e allo scivolare di nuovo in basso della Borgata; a tutti i gol divorati a un passo dalla porta e a tutti quelli che, invece, la squadra ha subito per errori difensivi (citofonare Capostagno – due volte – contro la Magnitudo); a tutte le partite che verranno e che va a capì come andranno.

L’arbitro fa sistemare, nel frattempo, gli atleti dietro la linea dell’area.
Fischia.
E Capostagno para!

Quello che è successo dopo, francamente, non lo ricordo tanto era l’entusiasmo. L’arbitro ha fischiato al 48′ e sono dovuto andare via subito per tornare a casa.

All’uscita ho visto mister Amico che si sistemava lo zaino sulle spalle: vado incontro a lui allargando le braccia, raggiante, urlandogli: «Mister!! Pareggio!!». Anche se mi stringe la mano e mi abbraccia non sembra essere positivo: «Non sono così felice».
Quattro parole prima di andarsene.

A mente fredda, c’è poco da gioire: un pareggio strappato all’ultimo contro la penultima in classifica, un attacco che non riesce a segnare, gli errori che vengono pagati tutti e con gli interessi. C’è poco da esser felici: ha ragione il Mister.

E poteva andare anche peggio: Samba avrebbe potuto non segnare, il rigore avrebbe potuto essere trasformato in raddoppio. E allora te salüdi morale e squadra. Sarebbe stata davvero una catastrofe.

Torni a casa in fretta perché hai ospiti a cena e devi finire di
preparare.
Sei senza voce e talmente stordito da tutto quello che è
successo in poco più di novanta minuti che ti gira la testa.
Tornare da
una partita della Borgata è come rivedere quel tuo amico, quello con cui
ogni tanto ti piace sederti ad un tavolo di un bar davanti ad una birra
o ad un bicchiere di rosso, e ridere insieme. Quello per cui torni a
casa con la testa un po’ tra le nuvole.
Senza farla lunga: avete capito di cosa sto parlando. Leggerezza.
Certo: se la Borgata avesse vinto, avrebbe quasi agganciato l’Almas a 24
punti; se la Borgata avesse vinto ci saremmo rifatti (quantomeno
parzialmente) di quella débâcle dello scorso campionato. Ma tant’è.

 

Fianco a fianco, sempre!

 

 

Il tabellino della ventunesima giornata di campionato | Prima Categoria Laziale | Girone G

POLISPORTIVA CIAMPINO – BORGATA GORDIANI

1-1

MARCATORI: 17’pt De Maio (C), 38’st Seydi (BG)

POLISPORTIVA CIAMPINO: Marino, Balducci, Calenne, Carletti, Perrella, Del Monaco, De Maio (1’st Rosadini), Manfré (32’st Di Lauro), Mazzoni (25’st Di Blasi), Cibuku (14’st Maccarini), Imperiali. PANCHINA: Calvaresi, Belardinelli, Giacoppo, Marrocco.
ALLENATORE: Armando Izzo.
[De Maio entra in campo col numero 20 anziché col 7 come indicato sulla distinta].

BORGATA GORDIANI: Pagano (1’st Capostagno), Caporalini, Piccardi, Pompi (33’st Seydi), Chimeri (18’st Fonzo), Colavecchia, Di Stefano, Mascioli F., Chiarella (33’st Ciamarra), Mascioli M., Soru (33’st Marku). PANCHINA: Barsotti, Segatori, Proietti, Martucci.
ALLENATORE
: Fabrizio Amico.

ARBITRO: Leonardo Cappelli (Roma1)
NOTE: ESPULSO al 31’st (doppia ammonizione) per proteste Mascioli M. (BG). AMMONITI: 21’pt Perrella (C), 33’pt Mascioli M. per proteste (BG), 38’pt Chimeri (BG), 44’pt Del Monaco (C), 42’st Capostagno (BG). RECUPERO: 2’pt – 3’st. ANGOLI: Polisportiva Ciampino 2- 5 Borgata Gordiani. 

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Cuneo rosso a Santa Maria del Soccorso

Posted on 2024/02/21 by carmocippinelli

Foto di katalin gyurasics su Unsplash

Un mese fa ricorrevano due date storicamente importanti: la nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I) e la morte di Lenin. Entrambi i fatti sono avvenuti il 21 gennaio sebbene il secondo a distanza di tre anni dal primo: il Pcd’I è stato fondato al Teatro San Marco di Livorno il 21 gennaio 1921 e Lenin è morto a Gorki il 21 gennaio nel 1924.
Il 21 gennaio 2024 qualcuno ha affisso un manifesto dedicato a Lenin all’entrata della fermata di Santa Maria del Soccorso della Linea B di Roma: ha resistito per un paio di settimane.

Ho subito immortalato il manifesto a forma di freccia, immagino realizzato appositamente per ricordare il celebre quadro di Lissitzkij, e ogni giorno andavo al lavoro un po’ più felice: anche se ho abbandonato l’attività militante, c’è qualcuno che continua e ricorda. Mi sono sentito di nuovo parte di qualcosa: comunque meno isolato e più compreso.
È bastato poco, in fondo: è bastato un manifesto.

Succede, come capita spesso in questi casi, che qualcuno della parte avversa noti il manifesto e si preoccupi di andare prima ad imbrattarlo e successivamente proceda a strapparlo (ad oggi il manifesto resiste ancora nella sola parte del volto di Lenin, sebbene strappato in più parti).
Ma la cosa che mi ha più colpito e destabilizzato è stata la sequenza di azioni che si sono riversate sull’affissione.
La prima: una scritta a pennarello, dunque visibile solo se l’occhio del passante si fosse avvicinato molto, a caratteri cubitali: “MERDA”.
La seconda: il manifesto strappato nelle parti in cui risultava più facile l’operazione.

Non appena ho notato la scritta col pennarello nero mi sono fermato davanti al manifesto con le mani nelle tasche dei pantaloni. Istantaneamente ho ripensato ripensato ad un film: La marcia su Roma. Una tragicommedia in cui i protagonisti, Gassmann e Tognazzi, decidono di intraprendere  la marcia su Roma (per l’appunto) dopo aver aderito al movimento dei fascisti, allora ancora intriso di sansepolcrismo. Gassman, furbesco traffichino che viveva millantando di essere stato reduce della Prima guerra mondiale chiedendo elemosina e vivendo sulle spalle degli altri in virtù di una condizione pregressa inventata (reduce perché coscritto non “per spirito patriottico”), riesce a convincere ad aderire al fascismo un Tognazzi che interpretava un cristiano pienamente sfiduciato nei confronti della politica ed economicamente sul lastrico.
L’opera di persuasione è la seguente: leggere allo stremato Tognazzi tutto il programma di Piazza San Sepolcro. Istituzione della Repubblica, suffragio universale, giornata lavorativa di otto ore, redistribuzione delle terre, sequestro dei beni delle congregazioni religiose e via dicendo.
La Storia suggerisce che i binari della propaganda sono spesso binari morti: dopo il ’22 rimase il Re, ci fu il concordato, la giornata lavorativa rimase invariata (e le condizioni dei lavoratori peggiorarono) e via dicendo.
Tognazzi ci casca (la redistribuzione delle terre era un punto troppo importante perché potesse venir ignorato: sognava di diventare proprietario terriero) e anche lui decide di indossare la camicia nera: insieme salgono sul camion per la marcia su Roma e ad ogni tappa – qui sta il nesso comico ma anche tragico – si rende conto che i punti del programma che gli era stato annunciato trionfalmente vengono tutti disattesi, uno dopo l’altro. 

Arrivati in una città per una sosta lungo il tragitto, un giovane Mario Brega (proprio lui) scende dal camion in cui erano anche i nostri protagonisti per unirsi al gruppo di camice nere che stavano dando fuoco ad una tipografia socialista. I fascisti già presenti sul posto, prima dell’arrivo dell’ultimo gruppo, stavano buttando dalle finestre quel che trovavano, compresi dei quadri e delle immagini contenenti dei simboli ideologici che erano affssi all’interno della tipografia. La prima raffigurazione che riversano a terra con violenza è quella di Lenin, su cui una camicia nera sfoga tutta la sua frustrazione colpendone a manganellate il volto della riproduzione. La seconda parte della furia spetta a Marx: «buttalo giù quer capoccione», urla Gassmann il quale, proditoriamente, osserva la scena stando un passo indietro.

Tognazzi prende il programma che aveva nel taschino (ne portava sempre una copia con sé per monitorare  che tutto procedesse “secondo i piani”) e protesta con l’amico: «qui c’è scritto libertà di stampa ma stiamo bruciando una tipografia!». Gassmann lo prende in giro e lo liquida con un’espressione tipicamente romana: «e nun sta a rompe», accompagnata dall’eloquente gesto delle braccia che si allontanano dal corpo cercando ampiezza. Un altro punto del programma non rispettato, con tutta evidenza. 

Canti e controcanti di voci mainstream (e non) affermano oggi la fine delle ideologie, deridendo chi ancora vi rimane attaccato e – peggio – utilizzando il termine in senso dispregiativo come sinonimo di grettezza culturale e ristrettezza di visione. Costoro, di solito, sono poi indulgenti verso la peggiore ideologia (certi che non andrà a ledere l’apparato come non ha fatto in passato): ne hanno assimilato ogni stortura e ogni sfumatura, sia essa politica (in prassi e in teoria), sia essa morale.
L’importante è cancellare ogni riferimento a quell’idea (l’altra, eh) che, terminata in tragedia con lo stalinismo, aveva rovesciato l’ordine costituito e abbattuto il regime degli Zar, aveva dato la pace ad una nazione martoriata, aveva dato speranze e orizzonti al mondo intero.

E continua e continuerà a farlo per l’eternità.
Nonostante le scritte oscene sui manifesti (che manco si leggono, en passant).
Nonostante l’esigua minoranza e l’inadeguatezza dei suoi rappresentanti.

Scusaci, Lenin.
Non faremo morire l’idea, nonostante la fase, la situazione, nonostante noi.
Scusaci Lev.

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Fino all’ultimo secondo: la “zampata” di Pompi vale il pareggio al 92′!

Posted on 2024/02/04 by carmocippinelli

Che sia grinta o sia la più proverbiale tigna poco cambia o importa ai fini della storia di oggi. Perché di storia si tratta, in tutto e per tutto: ogni partita è a sé e questa lo è stata ancora più delle altre. C’è chi sostiene pervicacemente che il calcio sia una rappresentazione della vita dell’uomo in soli novanta minuti: impossibile dar torto a chiunque abbia fornito una tale definizione. 

La carta non lasciava spazio ad alternative o ad interpretazioni troppo personali o fideisticamente legate al tifo: la Borgata avrebbe dovuto perdere “tanto a poco” contro una Dinamo lanciata verso il terzo posto, desiderosa di non perdere terreno che la separa dalla prima della classe (Castelverde) e anche dalla seconda (Rocca di Papa-Canarini). Eppure, dopo la vittoria contro il Montedoro gli stellati della Dinamo non sono stati conseguenti: risultati interessanti (un pareggio a reti bianche contro il Castelverde e un 1-1 contro i Canarini) ma nulla che abbia proiettato verso l’alto la squadra di mister Bramante. La vittoria contro la Polisportiva Diritti è sembrata fin troppo stretta per una compagine desiderosa di farsi valere.
Insomma: sarebbe stato tutto già scritto. E invece no.

La Borgata gioca col cuore fin dalle prime battute e già al primo tempo dopo cinque minuti, Chimeri ferma l’ala Lonardo (vera spina nel fianco della difesa granata, per rapidità e capacità di svicolare tra le maglie difensive): è il primo cartellino giallo della partita, è per l’avvocato e sarà poi fatale averlo preso ora.
L’occasione d’oro per la Dinamo arriva due minuti dopo, al 7′ della prima frazione di gioco: Acanfora riesce ad arrivare fino alla fine del campo lasciando immobile Caporalini, il suo passaggio filtrante arriva al centro dell’area direttamente tra i piedi di Lonardo ma l’11 è disturbato da Colavecchia e manca di un nonnulla il pallone. La Borgata incassa l’iniziativa della Dinamo ed è costretta a ripiegare più volte in difesa e, spesso, non riesce a difendersi con ordine: al 16′ un errore di Chimeri (probabilmente l’unico della partita) regala il pallone a Lonardo ma, ancora una volta, per una parte della difesa che non ha funzionato, l’altra parte è vigile e reattiva. Stavolta è Mascioli (Francesco) a togliergli il pallone dai piedi e a negare il gol che l’11 locale sta cercando sin dai primi minuti di gioco. 

La Borgata ha capito che c’è da soffrire, almeno in questa fase, almeno nel primo tempo: la difesa ha imparato alla svelta dopo i primi due episodi che deve essere molto più compatta. D’altra parte, però, gli undici di Bramante spingono più volte e dunque sono piuttosto rare le occasioni create dai nostri, non già per mancanza di volontà ma perché le incursioni vengono tutte soffocate prima ancora che essere possano arrivare dalle parti del portiere Repetti. 

La ripresa è tutta un’altra storia.
I ritmi si sono alzati ed entrambe le squadre provano a cercare l’occasione quale-che-sia: non importa il bel gioco o il gesto tecnico che serve il compagno, l’importante è sbloccare il risultato.
Si verifica una fase del confronto tra le squadre di batti-ribatti in cerca di una punizione da posizione interessante: Ottaviani (Dinamo) ne batte quattro dall’inizio della seconda frazione di gioco, Mascioli (Moreno – Borgata) altrettante. Entrambi, c’è da dire, con scarsi risultati.

I granata, però, iniziano a costruire meglio e la Dinamo si ritrae, forse non aspettandosi la reazione ospite. Al 22′ è Piccardi ad avanzare quasi indisturbato nella trequarti e a provare il tiro: Repetti blocca come ha fatto fino a quel momento. 

Ma è qui che le cose cambiano. Siamo al 29′. Perché se è vero che «la vita si deve prendere come viene», è anche vero quello che rispondeva Massimo Troisi all’affermazione della madre nel film “Scusate il ritardo”: «Allora io so scemo! ’a vita s’adda
piglià comme vene… e io secondo te ’a piglia comm và? Ij ’a piglia
comm vene, ma guardacaso a me vene sempe ’na chiavica, guarda ’a
combinazione!»
.
Traduco senza velleità di completezza di significato in quanto non pienamente padrone del dialetto partenopeo: «E certo, perché secondo te io la vita la prendo come va? Io la prendo come viene, solo che a me risulta essere sempre molto molto molto molto sfavorevole».

Ecco, la chiavica è arrivata al 29′: palla persa a centrocampo, Lonardo fugge e non c’è nessun granata davanti a lui se non Capostagno. Chimeri lo atterra: doppia ammonizione. Rigore e Borgata in 10.

Il lettore avrà dunque capito il perché di quella affermazione di Troisi, nonché l’utilità di citarla proprio in questa circostanza.

La Dinamo va in vantaggio ma la Borgata non demorde, anzi, emerge una sorta di istinto primordiale di sopravvivenza che la fa avanzare più volte riuscendo a intimorire la difesa locale. Al 40′ Cicolò  rimedia un angolo, non senza aver impegnato il portiere ospite nella deviazione: il corner non sortisce l’effetto sperato (due su due non battuti bene, forse vale la pena  segnalare il dato come spia per la prossima partita). L’arbitro dice che i minuti da recuperare sono 8. Caldo implacabile e rassegnazione iniziano a montare. Il guizzo della (e nella) storia. Il pareggio arriva al 47′, quando tutto iniziava a mostrarsi come sconfitta per i granata: due minuti dopo la fine del tempo regolamentare, in pieno recupero. Punizione di Mascioli (Moreno), gran mischia in area per cui, causa sole, personale miopia e tensione da “speriamo che succeda qualcosa”, non s’è capito molto se non che Pompi ha colto il momento opportuno e ha battuto Repetti. 

Corre verso la tribuna e si toglie la maglietta: sesto gol in campionato. Verrà ammonito per eccesso di foga ma… abbiamo pareggiato!

Un pareggio conquistato così con le unghie non ce lo ricordavamo dai tempi della partita contro il Vesta in cui Zannini e Cassatella erano riusciti a rimontare il 2-0 del primo tempo. 

La Borgata c’è, gioca col cuore anche se a ranghi ridotti, così come succederà per la prossima partita in cui la Magnitudo verrà al “Vittiglio”: senza Chimeri, senza mister e, forse, ancora senza Cultrera.

Il tabellino della diciannovesima giornata di campionato | Prima Categoria Laziale | Girone G

DINAMO ROMA – BORGATA GORDIANI 1-1

MARCATORI: rig 30’st Lonardo (D), 47’st Pompi (BG)

DINAMO ROMA: Repetti, Pistillo, Scipioni, Paletta, Petrosino (27’st Fontebasso), De Chiara, Acanfora, Alessandrelli (43’st Ibrahim), De Cesaris (46’st D’Alessio), Ottaviani (19’st Antonelli), Lonardo (35’st Catalano). PANCHINA: Iacovone, Parisi. ALLENATORE: Diego Bramante


BORGATA GORDIANI:
Capostagno, Colavecchia, Caporalini (18’st Piccardi), Mascioli M. (50’st Fonzo), Chimeri, Mascioli F., Di Stefano, Pompi, Chiarella (24’st Ciamarra), Cicolò, Soru (24’st Marku). PANCHINA: Ienuso, Martucci. ALLENATORE: Fabrizio Amico

ARBITRO: Luigi Veri (Aprilia)

NOTE: ESPULSI: 33’st Chimeri (BG) per doppia ammonizione, 42’st mister Amico (BG) per proteste.
AMMONITI
: 5’pt Chimeri (BG), 9’pt Lonardo (D) per simulazione, 40’pt Caporalini (BG), 14’st Mascioli M. (BG), 47’st Pompi per eccesso di foga. ANGOLI: Dinamo Roma 2 – 2 Borgata Gordiani. RECUPERO: 1’pt – 8’st

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Tra redenzione e costrizione, riscatto sociale e culti misterici

Posted on 2024/01/19 by carmocippinelli

Un’antropologa va alla ricerca del suo passato e si pone sulla via di Sister Deborah [Utopia, 18€, 136 pagine]. Santona, guaritrice, sacerdotessa di un culto che annuncia la venuta di un Messia. Ma non è un Messia qualsiasi: è donna ed è nera.
Quella bambina ruandese di etnia tutsi  non conosce il suo futuro-presente di antropologa in un’università statunitense, sa solo che la sua mamma la portava da Sister Deborah quando la sua salute peggiorava «e i medicamenti materni si rivelavano impotenti, la malattia persisteva e il male si aggravava».
Salute cagionevole, vicini maligni e invidiosi, streghe e stregoni «che vogliono il male per il gusto del male», la piccola si recava a Nyabikenke accompagnata dalla mamma per cercare di trovare una spiegazione a quella sequela di malesseri che l’attanagliavano. 
La sacerdotessa non solo liberava dal male di donne e bambini: brandiva una canna metallica la cui impugnatura, d’avorio, era incisa «come su una moneta, la figura di una donna nuda che allatta due bimbi aggrappati ai suoi fianchi e seduti sulle cosce». Madre Africa che allattava i suoi liberatori. Deborah avrebbe profetizzato la venuta di un Messia: una meravigliosa donna nera che avrebbe liberato tutte le donne ruandesi dalla schiavitù familiare e imposta dalla società patriarcale in cui vivevano per dar loro una terra fertile e prospera.
Perché se il Dio esiste – sostengono gli evangelici neri del romanzo – è senz’altro nero. E senza il minimo dubbio sarà una donna, portata grazie ad una nuvola che sosterà sopra al Ruanda. La Messia scenderà e libererà le donne. A metà tra una enigmatica figura femminile e una vera e propria sacerdotessa-guaritrice che parlava con lo spirito durante i suoi stadi di trance e di perdita dei sensi, Sister Debborah faceva parte della missione nera che aveva scelto il Ruanda per la propria predicazione. I neri americani erano tornati nel loro continente: l’Africa li stava chiamando fin dall’altra parte dell’Oceano. La missione dei “preti bianchi” era da superare e da smascherare: ultima propaggine del potere coloniale che ancora negli anni sessanta del Novecento ottenebrava le sorti del popolo ruandese.
Le donne di Nyabikenke correvano a ri-battezzarsi secondo il nuovo rito nero-americano: bastava una iriba (un abbeveratoio per le vacche) in cui immergersi nude e un pagne (un telo di cotone colorato o a tinta unica) per poi rivestirsi.
Lo spirito sarebbe sceso su di loro e, allora sì, avrebbero potuto iniziare a predicare: «le battezzate si rivolgevano alle altre donne: “Lasciate a terra la zappa, guardate piuttosto il cielo: osservate le nuvole”». La loro salvezza sarebbe giunta dal cielo  per portare alle donne nere: mille anni di felicità, prosperità e la liberazione dalla tossicità maschile e dal colonialismo. 

«Aveva in cima [alla canna] un pomello d’avorio sul quale alcune di loro avevano visto una di quelle raffigurazioni che solo un congolese privo di pudore avrebbe potuto scolpire. In effetti era rappresentata una donna completamente nuda che allattava il suo bimbo. […] in effetti poteva trattarsi della canna della regina delle donne». 

Le missioni bianche perdevano terreno e le autorità coloniali non riuscivano a contenere il potere e la predicazione di Sister Deborah: la fusione tra lo spiritualismo e il panteismo africano con il cristianesimo evangelico avevano creato un unicum fortissimo e peculiarissimo.

Il libro di Scholastique Mukasonga scorre via facilmente, benché un occidentale non riesca a comprendere pienamente quel che l’innervatura dello spiritualismo africano comporti nella vita delle persone (uomini o donne che siano), che si tratti di un condizionamento psicologico o di una fede pura e sincera. Perché, in fondo, il crogiolo di divinità, spiriti e tensioni religiose dell’Africa è territorio tuttora inesplorato e troppo spesso liquidato con superficialità da studi occidentali che vi si accostano.
Un romanzo, quello di Mukasonga, a due voci che termina con la ricerca di Sister Deborah da parte della bambina diventata antropologa. Ma il mondo che lei ha lasciato da piccola è molto cambiato, così come anche Sister Deborah, la sua vicenda e la sua sorte.  

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Vogliamo vincere! Mascioli, Di Stefano e Fonzo stendono il Casal Bernocchi

Posted on 2024/01/14 by carmocippinelli

Torno a vedere la Borgata dopo ben due partite di assenza: l’infrasettimanale contro la Polisportiva Giovanni Castello e la prima del nuovo anno contro la Polisportiva Canarini Rocca di Papa. Entrambe sconfitte: il periodo non è dei migliori e anche se il detto reciterebbe che ad anno nuovo corrisponda una vita nuova, è arrivata la beffa agli ultimi minuti contro la squadra castellana condannando la Borgata alla sconfitta anziché al raggiunto pareggio.

La partita di oggi [14 gennaio 2024] è la  prima del girone di ritorno e al ‘Danilo Vittiglio’ arriva il CVN Casal Bernocchi. Dall’esordio [caldissimo] del 2 ottobre [2023] alla prima giornata del girone di ritorno [infreddolita e leggermente piovosa], la Borgata vince sempre in rimonta. Non sono bastate sedici giornate di campionato: tuttora non riesco a decifrare l’acronimo CVN e qualsiasi soluzione possa prospettare per provare a interpretarne il senso essa risulta essere tremendamente fallace. O comunque cacofonica tanto quanto l’acronimo in sé. 

Il 2 ottobre a sbloccare il risultato era stato Candi (il centravanti rossoblu) al 22′ del primo tempo, abile nello sfruttare una disattenzione della difesa granata. Manco a farlo apposta, al 23′ della prima frazione di gioco, è la squadra ospite a passare in vantaggio su punizione. Sembra uno scherzo del destino, come la tris assurda (King, Soldatino e D’Artagnan) che sembrava avesse inchiodato Proietti-Mandrake in «Febbre da cavallo».

E per fortuna che quella tris l’aveva giocata la fidanzata Gabriella senza dirgli niente.

Ma andiamo con ordine e riavvolgiamo il nastro. 

Primo tempo
Passano pochi secondi, ma davvero pochi secondi, dal fischio dell’arbitra Improta di Frosinone, che la Borgata è già minacciosa: dopo ventotto secondi, Mascioli (Moreno) è a tu per tu col portiere Scacchi, pronto a trafiggerlo. Sarebbe bastato un tocco morbido e invece la palla sbatte contro gli stinchi dell’estremo difensore ospite. A fine partita Mascioli dirà che si era fatto prendere dall’ansia del gol. Che uno dice «te, guarda che ti sei mangiato!» ma dopo una sequela di sconfitte, a volte giunte all’ultimo minuto, la pressione c’è e si fa sentire talmente forte che anche la cosa che riusciva facile tempo addietro è difficile da replicare ora.

Al 16′ è ancora la Borgata a farsi avanti: il contropiede riesce benissimo e la superiorità numerica è soverchiante. Mascioli (ancora lui) e Di Stefano sono soli davanti al portiere: il 10 serve Di Stefano per spiazzare il portiere (Scacchi, in effetti si tuffa) e la mezzala deve semplicemente toccare il pallone di piatto.
La porta è vuota ma la palla non entra.
Vale lo stesso discorso di prima. Anche se, stavolta, era davvero un’occasione ghiottissima, anzi: l’occasione. Il risultato è inchiodato sullo 0-0: sugli spalti si continua a cantare ma c’è chi inizia a mugugnare [palesemente il sottoscritto].

Lo scrittore statunitense Artur Bloch dice che «se c’è qualcosa che può andare male, andrà peggio». Cosa può andare male (e peggio) in una partita in cui il primo tempo è stato completamente dominato dalla squadra di casa? Un episodio, ad esempio, per cui al 22′ viene atterrato Cinti al limite dell’area difesa da Pagano. Un minuto dopo, Pancione porta in vantaggio il Casal Bernocchi su punizione. 

La Borgata è sull’orlo del precipizio: non solo non segna più, ma subisce gol dal diretto avversario, quello contro cui “se non fai tre punti”, finisci dalle parti del Borghesiana che di punto ne ha uno solo.

Cosa si fa quando tutto va storto? Antonio Gramsci, filosofo ed esponente del Partito comunista d’Italia, provò a dirlo in una situazione ben più complicata: era prigioniero nelle carceri fasciste e nel 1927 in una lettera scrisse: «[…] Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna
rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio».

Dunque, la Borgata ricomincia dal principio. 

Al 32′ è Piccardi a: volare sulla fascia, ad arrivare fino al termine del campo e a servire Di Stefano rasoterra. Ma anche in questo caso la mezzala non riesce a toccare il pallone, anche se di un nonnulla. 

Un minuto dopo Mascioli (Moreno) si rimedia una punizione dalla linea  mediana. Quanto mancano alla Borgata i suoi gol su punizione? Quante volte abbiamo azionato la fotocamera dei telefoni dagli spalti perché «dai, che mo Moreno la butta dentro» per poi bloccare nuovamente il dispositivo perché niente era avvenuto? Domande retoriche, ovviamente.
Ma oggi va diversamente: la punizione di Mascioli trafigge Scacchi e finalmente la Borgata pareggia.

C’è ancora tempo, prima del doppio fischio dell’arbitra, per una ulteriore punizione di Pancione che fa tremare tutti: Pagano respinge e la difesa, in qualche modo, salva la situazione.

Secondo tempo
Decimo minuto: Di Stefano regala una punizione a Mascioli e sugli spalti ci si guarda reciprocamente sospirando «fosse la volta buona che fa la doppietta». Ma non va così: ancora 1-1. Il Casal Bernocchi prova a farsi vedere e ad impostare un gioco più ordinato a centrocampo: la Borgata reagisce compatta e incassa quando c’è da incassare, restituendo al mittente ogni affondo. Al 17′ è bene segnalare un gesto atletico superbo di Cicolò che riesce a divincolarsi tra due uomini rossoblu: il tiro è angolato ma il portiere lo vede partire e riesce a bloccarlo senza troppa difficoltà. 

Il gol del vantaggio arriva al 29′ grazie a Di Stefano e devo chiedergli scusa in questa sede: tanta era la gioia di averlo visto insaccare quel tiro a distanza ravvicinata da Scacchi che non ricordo come abbia fatto a segnare. C’entra un uno-due con Cicolò, c’entra la sua azione precedente, ma vaglielo a dire alla mia ram. 

A questo punto il Casal Bernocchi tenta il tutto per tutto: ogni schema salta e il gioco si fa più duro, in alcuni momenti anche abbastanza teso. Il centravanti ospite è capitano, certo, ma solo per quel che riguarda la polemica con Caporalini: di sostanza, calcisticamente parlando, ne ha dimostrata poca.

Si lotta su ogni pallone e per ogni secondo perso, c’è un focolaio di protesta; si cercano tutti i mezzi possibili per pareggiare i conti da parte ospite, così come – dall’altra parte – si tentano tutti i mezzi per poter allontanare la palla dall’area difesa da Pagano. Pancione è l’unico che continua a provarci per tutta la seconda parte della ripresa: Candi e Ascione risulteranno non pervenuti al termine delle ostilità. 

All’ultimo dei sei minuti di recupero, all’ultimo istante, Fonzo vuole dire la sua: riceve un pallone da Seydi, lo porta sul piede buono e tira.

È il 3-1: dopo c’è solo il fischio dell’arbitro. 

Che uno può anche raccontarla una partita così, ma rischia di scadere nel banale o nel retorico. Ma, davvero, c’erano dodici cuori pulsanti in campo: la gradinata non ha mai smesso di supportare la squadra. 

E, ora, ci attende l’Atletico Diritti al campo dell’Elis.
C’è una salvezza da conquistare.

Il tabellino della sedicesima giornata di campionato (prima del girone di ritorno) | Prima Categoria Laziale | Girone G

BORGATA GORDIANI – CVN CASAL BERNOCCHI 3-1

MARCATORI: 22’pt Pancione (CB), 34’pt Mascioli M. (BG), 29’st Di Stefano (BG), 51’st Fonzo (BG)


BORGATA GORDIANI:
Pagano, Caporalini, Piccardi (37’st Ciamarra), Cassatella (24’st Seydi), Colavecchia, Capostagno, Di Stefano, Mascioli F. (17’st Chimeri), Cicolò, Mascioli M. (37’st Chiarella), Pompi (24’st Fonzo). PANCHINA: Barsotti, Marku, Cultrera. ALLENATORE: Fabrizio Amico.

CVN CASAL BERNOCCHI: Scacchi, Lamarte (38’pt Rizza), Riccio, Fusco, Carrino, Pastori, Pancione, Bernardi (19’st Ginnia), Candi, Ascione, Cinti (24’st Romano). PANCHINA: Lombardi, Di Marco, Spizzica, Ranieri. ALLENATORE: Giovanni Riccio.

ARBITRA: Erika Improta (Frosinone)

NOTE: Ammoniti: 37’pt Lamarte (CB), 12’st Bernardi (CB), 22’st Cassatella (BG), 32’st Candi (CB), 48’st Pagano (BG). Angoli Borgata Gordiani 2 – 3 Cvn Casal Bernocchi. Recupero: 2’pt – 5’st (più un minuto aggiuntivo al 50’st).

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Bolivia: Morales si ricandida alla presidenza e spacca il Mas mentre “retrocede in Serie B” (o forse no)

Posted on 2024/01/03 by carmocippinelli
Evo Morales si ricandiderà per le elezioni presidenziali in Bolivia: sarà la quinta campagna elettorale che affronterà a quattro anni dalle accuse di brogli (2019) che hanno causato (e continuano a provocare) divisioni profondissime tanto nell’opinione pubblica quanto nel paese a tutti i livelli.


«Evo2025»: il Mas si sdoppia e diventa maggioranza e opposizione
Il 3 ottobre [2023] il Mas-Ipsp1, partito politico al governo in Bolivia e di cui Morales è presidente, si è riunito per il decimo congresso nella cittadina di Lauca Eñe, nel dipartimento di Cochabamba, là dove l’ex presidente dello Stato Plurinazionale si sente più al sicuro e dove la sua influenza è maggiore. Tutto sembra essere cambiato da quando la nona assemblea congressuale, convocata nel marzo di quest’anno, aveva visto anche la partecipazione di Luis Arce (vice di Morales e ad oggi Presidente boliviano) e di David Choquehuanca (vicepresidente). Al congresso di Lauca Eñe, però, non c’è stata traccia delle due figure più importanti dello Stato nonché membri del partito.
L’assise congressuale ha ratificato nuovamente la leadership di Morales e ne ha proposto la ricandidatura alle presidenziali del 2025: sebbene a seguito di un teatrale tentativo di riluttanza, l’ex presidente ha subito accettato la proposta, formalizzando immantinente lo slogan «Evo2025». Una parte del Mas non ha riconosciuto l’assemblea di Lauca Eñe: è la tendenza arcista, cioè vicina al Presidente del Paese Luis Arce. La lotta intestina al Mas non è solo un fattore che andrebbe a determinare poteri interni ed equilibri del partito ma riflette la spaccatura dell’intero paese. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano boliviano «El Diario» il 21 dicembre [2023] ratifica la situazione di gran caos interna (ed esterna) al Mas: il partito di governo è anche principale strumento dell’opposizione. La frangia evista (vicina a Morales) è considerata dalla popolazione presa in esame dallo studio come elemento d’opposizione al governo, prima ancora delle altre organizzazioni politiche centriste, di destra e anti-Mas.

«Più della metà della popolazione – scrive «El Diario» – vede nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto più dei movimenti di Santa Cruz2 e delle opposizioni Comunidad ciudadana e Creemos»3. Secondo lo studio «realizzato da Diagnosis, durante quest’anno [2023], l’idea che l’ala evista venisse considerata dalla popolazione come la principale opposizione ad Arce si è rafforzata nel corso del tempo consolidandosi a seguito del congresso di Lauca Eñe».

Un partito che è maggioranza e opposizione all’interno e fuori di sé. Ma la burocrazia boliviana non la pensa come l’ala evista: il 22 novembre il Tribunale supremo per gli affari elettorali (Tse) ha invalidato la procedura che ha portato la rielezione di Morales al congresso di Lauca Eñe. L’ex presidente ha risposto presentando ricorso, vincendolo. Il Tribunale ha incassato il colpo: pur invalidando formalmente la procedura d’elezione del congresso, in punta di diritto, non ha potuto non riconoscere Morales come leader e presidente del Mas. La partita con la giustizia è terminata uno a uno ma Evo non è stato scalfito e, anzi, ha utilizzato a suo favore l’episodio per la campagna elettorale.

«Una campagna sporca»
«Se il tribunale si è messo il cappio da solo non può essere un nostro problema – era stata la risposta alla decisione del Tse giunta dal Pacto de unidad4 – con chi si allea con la destra e con chi sta tradendo il Paese, non ci sarà nessun dialogo».
Non c’è né rimedio né soluzione a breve termine: il Mas è diviso e Morales sta interpretando il suo ruolo in opposizione a quello della presidenza Arce-Choquehuanca: «Mi hanno convinto a candidarmi», ha dichiarato l’ex presidente nel corso della sua rubrica alla radio del Tropico «Kawsachun Coca»5. «Mi hanno “costretto” perché la gente lo vuole ma anche perché la destra e il governo sono contro di me: sarà una dura battaglia per la democrazia e non ci fermeremo ora».


Anche i cocaleros stanno con Morales ma…
«L’assemblea ha ratificato l’appoggio alla candidatura presidenziale dell’unico candidato del Mas: Evo Morales», a parlare è Julio Salazar ai microfoni di «Red Uno»6, al termine della sedicesima assemblea della confederazione dei produttori di foglie di coca, la “Seis federaciones del Tropico de Cochabamba”.
Salazar, che nel corso del congresso dei cocaleros era presidente dei lavori dell’assemblea, mentre rilascia queste dichiarazioni ha dietro di sé un delegato: entrambi hanno le guance gonfie di foglie di coca e ne succhiano i liquidi di tanto in tanto. I cocaleros non riconosceranno più il governo di Luis Arce e del vicepresidente Choquehuanca. Secondo Salazar non c’è altro candidato alle elezioni del 2025 se non Evo Morales: chi non sosterrà la sua candidatura «si pone al di fuori del Mas». Il sostegno della “Seis federaciones” a Evo è totale tanto che il nuovo leader dell’organizzazione è proprio l’ex presidente, riconfermato nel ruolo di rappresentante politico al termine dell’assemblea. C’è chi parla di “tradimento nei confronti del progetto politico del Mas-Ipsp”, chi di “necessità di espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito”, c’è chi sostiene che Presidente e Vice presidente si stiano alleando con la destra.

Il punto è che Morales potrebbe non essere candidabile. L’articolo 168 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia parla della durata quinquennale del mandato presidenziale e vicepresidenziale aggiungendo che entrambi «possono essere rieletti una sola volta su base continuativa»7. La formulazione della norma, sibillina quanto basta, può essere interpretata in maniera duplice: la tendenza evista sostiene che il loro candidato può essere serenamente rieletto, dal momento che si parla di «base continuativa»; gli arcistas sostengono che la candidatura di Evo sarà una forzatura alla Costituzione; le destre e i partiti centristi gridano già al golpe.

Morales “retrocede” (calcisticamente parlando)
Se Evo sta ora tentando di tornare nell’agone politico boliviano da protagonista, fino a settembre la sua ambizione era tutta calcistica.

Nella serie A boliviana milita il Palmaflor, club di cui Morales è presidente dal 2022. L’Atletico Palmaflor del Tropico (questo il nome esteso) è espressione diretta della “Seis federaciones” e Evo aveva colto la proverbiale palla al balzo per poter arrivare a contare nelle stanze della lega calcio. In agosto scoppia uno dei più estesi e capillari casi di calcio scommesse e corruzione sportiva legati alla massima serie boliviana e Morales ha iniziato ad accusare i suoi giocatori asserendo che ci fossero «alcuni che “giocano al ribasso”: ho delle informazioni e non tutti sono corretti»8, moralmente parlando. Le dichiarazioni giunsero a margine di una partita di Coppa persa, l’ennesima da parte del Palmaflor, contro il Blooming. A parte le “antiche” ruggini tra le squadre in questione, che hanno disputato una gara di calcio di tre tempi per la prima volta nella storia con 42 minuti e 11 secondi di recupero, Morales aveva – di fatto – scoperchiato il mitologico “Vaso di Pandora”.

Il 30 agosto il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa riunisce una conferenza stampa a Santa Cruz denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa avrebbe denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si sarebbe nascosta «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano»9. Il giorno successivo Erwin Romero, presidente della Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), si è lasciato andare in una dichiarazione che ha fatto molto discutere: «Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo: pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate»10. Possibili, ma ancora non certe.

Il campionato s’è interrotto – de iure e de facto – a metà agosto e solo l’intervento della Conmebol lo ha fatto ripartire ad inizio ottobre dando la possibilità di terminare il girone di clausura. Morales, indicando l’armadio degli scheletri ma senza fare nomi, sperava di riuscire a ottenere una posizione di riguardo nella querelle che si era avviata per il rinnovamento della federcalcio boliviana. Ne è uscito a mani vuote, anzi: uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto e Costa ha aggiunto – al termine del campionato – che sarà convocato un congresso straordinario della federazione per «varare un piano di ristrutturazione del calcio boliviano». Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura del professionismo: il Palmaflor, ad esempio, è retrocesso ma la Bolivia è l’unico paese latinoamericano a non prevedere una Serie B.
Chissà che Evo non presenti ricorso anche per continuare a rimanere in Serie A. 

NOTE:

1L’acronimo sta per: «Movimento per il socialismo – Strumento politico per la sovranità dei popoli» (Movimiento al socialismo – Instrumento politico por la soberania de los pueblos).

2Santa Cruz è considerata, storicamente, la città capofila dell’opposizione a Evo Morales sin dalla sua prima presidenza.

3Redacción, Ala “evista” es vista como principal opositora, por encima de cívicos cruceños, 21 dicembre 2023, «El Diario», <https://www.eldiario.net/portal/2023/12/21/ala-evista-es-vista-como-principal-opositora-por-encima-de-civicos-crucenos/>.

4Organizzazione confederata di realtà sindacali e sociali del Paese vicine al Mas e, in modo specifico, a Evo Morales.

5Redacción, Evo Morales confirma a su candidatura, 24 settembre 2023, «Rtve.es», <https://www.rtve.es/noticias/20230924/evo-morales-confirma-su-candidatura-a-elecciones-2025-bolivia-han-obligado/2456710.shtml>.

6Milen Graciela Saavedra Rodriguez, Seis Federaciones del Trópico ratifican a Evo como su presidente, 28 novembre 2023, «Red Uno», <https://www.reduno.com.bo/noticias/seis-federaciones-del-tropico-ratifican-a-evo-como-su-presidente-20231128173459>.

7Articolo 166 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia: <http://www.planificacion.gob.bo/uploads/marco-legal/nueva_constitucion_politica_del_estado.pdf>.

8https://www.lostiempos.com/deportes/futbol/20230815/evo-crisis-palmaflor-no-todos-futbolistas-son-buenos-algunos-negocian-abajo ma anche https://www.opinion.com.bo/articulo/deportes/palmaflor-evo-admite-fallas-dice-que-ano-era-aprender-proximo-van-ver-nuestro-club/20230815141030917346.html

9Ferdinando Molina, Terremoto en el futbol boliviano, 9 settembre 2023, «El Pais», <https://elpais.com/america/2023-09-09/terremoto-en-el-futbol-boliviano-por-denuncias-de-corrupcion.html>.

10Redaccion, Fabol habla de narcotrafico en nuestro futbol, <https://www.eldiario.net/portal/2023/09/15/fabol-habla-de-narcotrafico-en-nuestro-futbol/>.

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Un anno di Meloni, la presidente-camaleonte [Atlante Editoriale]

Posted on 2024/01/03 by carmocippinelli

Il 24 novembre si concludeva l’iter del Mes alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. Durante il question time al Senato, va in scena il battibecco tra Matteo Renzi (ex Presidente del consiglio, ex segretario del Partito democratico e ora rappresentante del gruppo Italia viva – il centro) e l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri: «lei racconta se stessa come fosse Cenerentola ma lei non è Cenerentola né la Bella addormentata, né Biancaneve: è la presidente del consiglio e si trova guidare il paese e non sta governando la situazione economica delle famiglie»1.

Ma Giorgia Meloni nei fatti non è niente di tutto questo, è piuttosto un camaleonte.

Il primo a dare questa definizione è stato il sito «politico.eu» nel novembre di quest’anno: «mentre in precedenza [Meloni] chiedeva all’Italia di abbandonare l’euro e prendeva di mira ripetutamente “i burocrati di Bruxelles”, Meloni oggi sembra essere in buoni rapporti con la presidente della commissione europea Ursula Von der Leyen […] e lavora a stretto contatto con lei anche il primo ministro olandese Mark Rutte». Rutte che, assieme a Wilders ora molto più pervicacemente, è stato tra chi diceva «non daremo soldi all’Italia» nel corso della crisi da coronavirus.

Trasformismo tanto e tale (il fantasma di Agostino de Pretis volteggia ancora sui Palazzi!) che ha portato la Presidente del Consiglio a dichiarare: «[Von der Leyen] lavora molto e sa ascoltare, non è difficile collaborare con lei. Poi, certo, tenere tutto insieme non deve essere facile. Il governo europeo è una costante mediazione tra le indicazioni dei singoli governi e gli equilibri politici che si impongono al Parlamento europeo».2

Bisogna sempre tener conto di quel che si può e quel che non si può fare, sembra voler dire: il referendum per uscire dall’Europa e tornare a battere moneta non è più tra le possibilità politiche che rientrano nell’ordine della concretezza. «L’Euro ha prodotto un fallimento: non abbiamo adottato la moneta unica ma il marco tedesco. Stiamo tirando la carretta per qualcun altro» e ancora «Uscire [dall’Euro] presenta alcune incognite, restare offre la certezza che andrà sempre peggio»3, era quello che dichiarava nel 2014 Giorgia Meloni a Monica Guerzoni del «Corriere della Sera». Allora il partito puntava all’8% e il Movimento 5 Stelle era ancora a trazione di Beppe Grillo.

In nove anni è cambiato tutto, al di là delle semplici frasi fatte. E, d’altra parte, Fratelli d’Italia non si chiama più “Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale” bensì solo “Fratelli d’Italia”. La fiamma nel simbolo c’è sempre e serve per ricordare a tutti il punto di partenza della storia del partito, pur con tortuosi salti e cambiamenti di posizioni politiche degli ultimi due anni: vale e conta nell’ambito della propaganda elettorale (permanente).

C’è da dire, ad ogni modo, che la natura camaleontica di Meloni non ha per nulla scalfito il consenso in termini elettorali (o di proiezioni e sondaggi): l’opposizione sembra essere bloccata e paralizzata tra lo scontro personale, quello ideale attorno ad una ipotetica narrazione dell’Unione Europea, nonché delle procedure d’Aula.
A proposito dei decreti legge, il dato sembra essere implacabile: in quattro mesi sono stati pubblicati diciotto decreti legge dal governo, ad ottobre erano già quarantotto. L’esecutivo si è sostituito al Parlamento e al dibattito in Aula si è preferito l’approvazione in Consiglio dei ministri. Una divisione di poteri che si è andata a superare nei fatti diventando, piuttosto, una somma di poteri. Chiara Braga (capogruppo Pd alla Camera) aveva affermato in un’intervista a «La Repubblica» come ci fosse
«un’emergenza democrazia». «Il governo ha posto la questione di fiducia su 20 decreti […] La metà delle leggi approvate dal Parlamento sono decreti», si leggeva nell’intervista del 25 ottobre [2023].

Certo è che tra fiducia e decretazioni d’urgenza le ultime otto legislature non hanno brillato per democrazia e dibattito parlamentare: i governi appoggiati dal Partito Democratico hanno anch’essi abusato della decretazione d’urgenza (Prodi, Gentiloni, Letta, Renzi, Draghi), per non parlare del governo Conte nel mezzo della pandemia da coronavirus (i Dpcm enunciati alle 18:00 in diretta tv).
Si tratta del riflesso di governi che avrebbero voluto accentrare su di loro decisioni e responsabilità per lasciare al Parlamento i resti di un dibattito già condizionato. Allo stesso modo il discorso può essere esteso per il malcostume del cosiddetto “decreto milleproroghe” per cui a fine anno si giunge alla confermazione di proroghe attorno ai più disparati campi d’intervento del legislatore, comportamenti normativi, pratiche relative alla burocrazia e amministrazione che da straordinaria diventerà ordinaria nei fatti. È avvenuto anche a fine 2023.

L’interpretazione che da’ Piero Fassino attorno all’accentramento di poteri di Giorgia Meloni (a proposito di rigidità e procedure d’Aula), in un articolo che ha pubblicato su «Huffington Post», non solo non convince ma lascia perplessi sulla strategia – semmai dovesse essere ravvedibile – dell’opposizione:

«È forse per dare forza a una linea di isolamento che la Presidente del Consiglio ha indossato negli ultimi tempi toni particolarmente aggressivi. C’è da chiedersi perché? […] la spiegazione c’è: ed è che l’on. Meloni non si sente “riconosciuta” perché sa che la storia politica da cui proviene – e da cui non ha mai preso le distanze – non appartiene alle radici della Repubblica democratica, né alle radici dell’Unione europea. E anziché fare i conti con questo limite, l’on. Meloni ha imboccato una linea di destabilizzazione. Lo ha fatto proponendo l’elezione diretta del premier [che sia un lapsus, on. Fassino?], ispirata da un rapporto plebiscitario leader-popolo che sovverte l’architettura costituzionale, emargina Parlamento e partiti, esalta la intermediazione sociale».

Da qualche tempo il partito democratico sta seguendo il consiglio di Dario Franceschini, secondo cui, proprio riguardo «la madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia», non c’è necessità di esprimere sempre la propria contrarietà quanto, piuttosto, proporre un’alternativa entrando nel dibattito egemonizzato dalla Presidente del Consiglio. È così che si va strutturando la contro-proposta del Pd al premierato: il cancellierato à la tedesca. Impercettibili sfumature di una tonalità di colore piuttosto uniforme e sovrapponibile a quella dei fratelli d’Italia. Il premierato lo vorrebbero tutti anche e soprattutto per quel premio di maggioranza che andrebbe delineandosi ma nessuno – dalle parti opposte dell’emiciclo – ha  il coraggio di ammetterlo.

E, infine ma tornando al principio, bisogna iniziare a registrare anche la mutata predisposizione nei confronti di una parte del centro: c’è da considerare, insomma, anche la liason a distanza con Italia viva, che tanto ha fatto tremare i vertici di Forza Italia. La prima organizzazione ospitata ad Atreju, la seconda invitata solo per tramite di Antonio Tajani (ma più in virtù della carica che ricopre nel Governo). Le baruffe per qualche editoriale di Matteo Renzi sul «Riformista» assomigliano più all’atteggiamento di chi si sta cercando sottobanco senza ammetterlo, così come anche la battuta in Aula sugli aiuti che potrebbero giungere dall’Arabia Saudita per conto dell’ex sindaco di Firenze.

Il fine di Meloni è «un sano bipolarismo» – magari a trazione Fdi – così da egemonizzare una parte del centro e far sì che l’ex compagine moderata, ex berlusconiana, orfana di quel che fu l’Udc venga attratta naturalmente per istinto darwiniano di sopravvivenza.

Le posizioni politiche cambiano ma Meloni non ha intenzione di mostrarsi per quello che compie davvero agli elettori: mantenere il velo di Maya è l’imperativo categorico per far sì che il consenso non si sgretoli. Non è così che ha finito per essere irrilevante il campo della sinistra radicale?

1 Monica Guerzoni, Il duello con Renzi in Aula. «Non faccia la Cenerentola». E lei: ci aiuti per la benzina con il suo amico bin Salman, «Corriere della sera», 24 novembre 2023.

2 Alessandro Sallusti, La versione di Giorgia, 2023, Rizzoli.

3 Monica Guerzoni, Meloni punta molto in alto: valiamo l’8 per cento, 20 maggio 2014, «Corriere della Sera».

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/un-anno-di-meloni-la-presidente-camaleonte/

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La rivoluzione non è un pranzo di gala [però manco a fa’ così]

Posted on 2024/01/01 by carmocippinelli

Quando eravamo in Bolivia, tra le varie cose strane [1] che abbiamo visto, una ha suscitato in me una profonda illusione per una manciata – pur ridotta – di tempo. In uno dei vari spostamenti tra La Paz e la città di El Alto, capitava sovente d’imbattersi in persone vestite di rosso da cima a fondo che urlavano cose al megafono.
Così, al lato della strada, mentre passanti ignari non davano troppo peso alle parole di chi (uomo o donna che fosse) stesse brandendo il megafono. Nessun dubbio agli occhi di me occidentale che guardavo la scena: era un compagno a cui i duri cuori impietriti dal capitalismo non stavano prestando ascolto.

Una volta a La Paz, nella zona centralissima vicino al mercado de las brujas, a calle linares, ho visto un uomo sulla trentina che stava megafonando.
Con la mano sinistra brandiva il megafono mentre con la destra teneva un foglio a cui, di tanto in tanto, buttava un occhio: non poteva trarmi in inganno, era chiaramente un militante e dovevo scoprire a quale gruppo appartenesse.  «Se è vestito così – pensavo – sicuramente sarà un maoista, o comunque un marxista-leninista».
Lascio che il battito del cuore segua un ritmo più occidentale di quello boliviano, per di più dopo aver percorso una strada in salita: «el gringito falta de oxigeno».
Lo osservo mentre cerco di distinguere le parole che giungono gracchianti al mio apparato uditivo.
«Una nueva transformacion», diceva. Però poi aggiungeva anche «oferta masiva para tu almuerzo».

Possibile?

Mi avvicino ancora.

Era la divisa rossa dell’azienda “Pollos Copacabana”. E quello che teneva nella mano destra era il menù del giorno con relative offerte.
La nueva transformacion che declamava gracchiante – ma con voce piena – era relativa al gusto sabrosissimo del pollo in vendita.

La rivoluzione non è un pranzo di gala, dice il detto maoista, e certamente non è un pollo broaster.

Però manco a fa così.

[buon anno!]

[1] qui la prima e la seconda puntata.

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Fotostorte production alla notte bianca del Liceo Francesco D’Assisi

Posted on 2023/12/15 by carmocippinelli

Ormai chiunque è in grado di scattare una foto: basta uno smartphone sufficientemente potente. Le reti sociali sono piene di immagini perfettamente artefatte: soggetti in posa, luce perfetta, ambientazioni amene. Ma che gusto c’è?
Quelle che seguono sono delle foto scattate durante la notte bianca del Liceo “Francesco d’Assisi” e non sono instagrammabili. Anzi, sono rigorosamente: storte, fuori fuoco, sgranate e con impostazioni totalmente sbagliate perché «a noi la qualità»…

In pieno stile Fotostorte.

 

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Dalla yunga a La Paz: lo Sporting Coroico sarà in Copa Bolivar il prossimo anno

Posted on 2023/12/15 by carmocippinelli

Coroico, comunità della yunga della municipalità di La Paz (ma in realtà sufficientemente distante per gli standard occidentali da non poter essere considerata troppo “limitrofa” al territorio paceño), disputerà le fasi preliminari della coppa nazionale Simon Bolivar a partire dalla prossima stagione calcistica: è la prima volta assoluta per una squadra della yunga.

Coroico de las yungas è salito agli onori delle cronache boliviane dopo aver disputato la finale della coppa dell’associazione calcistica locale di La Paz (letteralmente Torneo interprovinciale della Federcalcio di La Paz) vincendo per 4 a 3 contro la squadra di Pucaranni allo stadio «Hernando Siles».

Casa Willjtata a Quilo Quilo,
comunità agricola di Coroico
© Letizia Panseri

Più di tremila persone si sono date appuntamento il 18 novembre a Miraflores per seguire lo scontro finale tra Coroico e Pucarani che, stando a quanto riportato da «Urgente», periodico boliviano digitale, è stata «una final de infarto»: la squadra di Pucarani ha siglato il pareggio nei minuti fiinali della gara e solo durante il recupero i biancoverdi della yunga hanno avuto la meglio. 
 
Wilson Zabala, storico difensore della compagine yungueña a margine della vittoria ha rilasciato la seguente dichiarazione a «La Razòn»: «È stata una finale complicata: non bisogna mai sottovalutare i rivali. È stata dura ma ce l’abbiamo fatta!».
Lo Sporting Coroico, il cui presidente è Adrian Justino, giocatore della Strongest, avrà la  possibilità di disputare «la Copa Simon Bolivar, raggiungendo l’élite del calcio boliviano». La scommessa è quella di superare le fasi preliminari per giocarsi la permanenza nella coppa nazionale professionistica passo dopo passo.
«Questa squadra – ha spiegato Justino – è composta totalmente da giocatori della yunga: la stragrande maggioranza è di Coroico e abbiamo dimostrato che il potenziale c’è».
«Ci adopereremo per organizzare una squadra che riesca a competere nella Simon Bolivar», ha dichiarato Justino a «La Razon».

Una veduta della yunga di Quilo Quilo, territorio di Coroico
© Letizia Panseri
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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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