Un anno è [già] passato. Necessità di “Rinascita” e di un chiarimento
Stamattina (28 dicembre 2022) ho pubblicato un articolo su «La Rinascita – delle Torri». Chiarisce un po’ di cose successe da un anno a questa parte, si toglie qualche sassolino dalla scarpa ma con la volontà di scrollarsi di dosso un po’ di torpore e di ripartire. Rinascita significa anche questo.
La giornata di martedì è stata la più rovente e colma di dichiarazioni incrociate, per il governo Meloni, riguardo la Legge di Bilancio. Il battage mediatico si è concentrato sui temi più disparati e sebbene la notte più lunga dell’esecutivo sia stata quella tra lunedì e martedì, l’eco delle dichiarazioni è giunto fino a metà settimana.
Ancora modifiche, caos “in corsia”
Il dibattito che tiene sotto scacco la manovra finanziaria è ancora quello relativo al Pos, alle pensioni e al reddito di cittadinanza. Nicola Pini di «Avvenire» riporta l’operato del governo con un nome preciso: retromarcia. Se inizialmente la manovra prevedeva un massimo di erogazione del Reddito di cittadinanza per 8 mesi, ora si prevede di scendere a 7. L’indennità di disoccupazione (Naspi) regge ancora, ma era già stata presa di mira dal governo, chissà che non spunti fuori un altro emendamento ad hoc nelle prossime ore. Sembrano lontani i tempi della conferenza stampa di un mese fa, quelli della “manovra coraggiosa” e delle “tasse piatte”, quelli degli aiuti al ceto medio e a coloro i quali in questo periodo abbiano «dimostrato di valere e si siano rimboccati le maniche».
Uno “gnommero di concause”
La bagarre e la totale confusione mediatica a cui è stato esposto il Governo per più di 24 ore ha fatto sì che alle 17:02 di un infuocato martedì di metà dicembre Giovanni Toti abbia avuto modo di dichiarare, come si era letto in un lancio d’agenzia, la propria contrarietà all’abolizione dello Spid (il sistema pubblico di identità digitale).
Non avrebbe avuto neanche torto – semel in decennio! – l’ex presidente della regione Liguria, dal momento che tutto è nato sabato [18 dicembre 2022]. Una tra le tante polemiche legate alla Legge di bilancio.
Alessio Butti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, intervenendo all’iniziativa di festa e dibattito per i dieci anni dalla nascita di Fratelli d’Italia, ha dichiarato di voler «spegnere gradualmente Spid» al fine di «facilitare l’azione delle nostre imprese e dei cittadini con la Pubblica amministrazione […] e avere la carta d’identità elettronica come unica identità digitale».
Il giorno successivo, Butti ha indirizzato una lettera al Direttore del «Corriere della Sera» in cui ha precisato quanto aveva detto e che era stato riportato dai giornalisti del quotidiano: «l’intenzione non è quella di eliminare l’identità digitale, ma averne solamente una, nazionale e gestita dallo Stato […] Lo facciamo per semplificare la vita digitale dei nostri cittadini, per aumentare la sicurezza (perché più credenziali e strumenti di accesso significano più rischi), per rendere più accessibili i servizi digitali e, infine, per risparmiare (perché SPID ha un costo per lo Stato). La Carta d’Identità Elettronica è un’identità digitale equivalente e sotto diversi profili migliore rispetto allo SPID».
Parlamento, questo sconosciuto
Le opposizioni tutte abbandonano l’aula: dal Pd ad Azione/Iv per passare al Movimento 5 Stelle fino ad arrivare alla lista di Sinistra italiana e Verdi. Le motivazioni con cui hanno indirizzato la protesta nei confronti del Governo è, però, la sola gestione d’aula. Tonante, Serracchiani (capogruppo Pd alla Camera), ha dichiarato: «Ennesimo rinvio: questa mattina [20 dicembre] eravamo convocati alle 13, ora ci hanno detto che prima delle 16.30 – 17 non ci saranno testi da visionare. Noi, più che metterci tutto il senso di responsabilità che ci ha sempre contraddistinto, non possiamo. Direi che siamo oltre ogni limite accettabile e tra l’altro si pregiudica anche la possibilità che la manovra arrivi in Aula domani come era previsto».
Il punto è che il Parlamento è stato privato della propria autorità e autonomia già da tempo: un processo cui il Partito democratico (e il centrosinistra variegatamente composto) non ha mai messo in discussione o interrotto.
Da decenni le opposizioni extraparlamentari, i docenti universitari e la variegata galassia della società civile andavano denunciando quel che accadeva in Parlamento, attraverso lo stravolgimento totale della procedura democratica.
Vale la pena riprendere le parole del professore Gaetano Azzariti, affidate ad un articolo pubblicato del 2019 da «il manifesto» nei primi giorni del nuovo Conte II: «In questi giorni si è giunti ad umiliare il Parlamento e a stravolgere la procedura di approvazione delle leggi, le commissioni parlamentari sono state rese impotenti, messi a tacere i parlamentari, cancellata la discussione, imposta l’approvazione su un testo che non è stato possibile conoscere e il cui contenuto è stato deciso dal governo, contrattato riservatamente ed esclusivamente con i responsabili dell’Unione europea. La democrazia “parlamentare” è stata sospesa».
Si potrebbe aprire un dibattito nel dibattito di come, sistematicamente, da un trentennio ogni esecutivo faccia ricorso alla decretazione d’urgenza per mettere in salvo il proprio provvedimento, o alla votazione di fiducia.
È di quest’ultimo ventennio, in effetti, l’espressione del Parlamento “passacarte” del Governo.
Il Pd, oggi all’opposizione, contesta un modus operandi (che era stato fatto proprio dai democratici) non nella sostanza, rimanendo sulla forma.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da dire.
L’emendamento “Salva Serie A”
«Il Governo Meloni ha tolto 230 milioni di euro dalla 18App e regala 890 milioni alle società di serie A. Uno schiaffo alla cultura, uno schiaffo ai giovani, una marchetta ai presidenti di un calcio pieno di debiti», tuona Matteo Renzi (Iv) a mezzo stampa e social network, che ha proseguito: «mettono [soldi] per le società di serie A per i presidenti indebitati e spesso incapaci: nel resto del mondo il calcio funziona con i diritti televisivi, con i finanziamenti e con gli investimenti stranieri e nazionali».
Di investimenti stranieri, in realtà, il calcio europeo è pieno e non pare stia andando a gonfie vele (tra emiri, holding, presidenti cinesi, thailandesi e chi più ne ha più ne metta). Eppure l’ex segretario del Pd ed ex primo ministro ha deciso di assumere la posizione in favore di investimenti esteri all’interno del calcio italiano.
Come se le ultime vicende di cronaca fossero passate totalmente in second’ordine.
La pietra dello scandalo sarebbe il cosiddetto “emendamento Salva Serie A” arrivato tramite l’iniziativa del senatore di Forza Italia (e presidente della Lazio) Claudio Lotito il quale, stando alle fonti giornalistiche della settimana trascorsa, sarebbe stato promotore del dialogo tra maggioranza e opposizione per la scrittura di un emendamento al decreto “aiuti quater” che prevederebbe la rateizzazione in cinque anni delle tasse delle società sportive, senza sanzioni.
Dal Governo, Abodi ha stigmatizzato e, nella mattina di martedì [20 dicembre] ha dichiarato che «le società sportive pagheranno tutto […] dunque fino a 60 rate e con gli interessi».
“Questo modello di calcio ha fallito”
Chi si pone contrariamente è chi lo sport lo vive in maniera completamente diversa rispetto alla estrema finanziarizzazione e speculazione del calcio moderno.
Non siamo nell’iperuranio ma nella periferia romana.
«Siamo alle solite: il calcio rappresenta il volto esteriore di sistema finanziario che non è più in grado di reggersi autonomamente Ogni tot il pubblico deve riuscire a trovare dei soldi (beninteso: che uscirebbero dalle tasche della collettività) per poter garantire la salvezza di un baraccone che altrimenti non starebbe più in piedi con le proprie gambe», a parlare è Nicola Cuillo, dell’assemblea organizzativa del “Borgata Gordiani”, squadra polisportiva (calcio a 11 maschile e futsal femminile) della omonima periferia romana.
Contattato da «Atlante Editoriale», Cuillo ha proseguito: «O si prova a ragionare su un nuovo termine di organizzazione del calcio professionistico, per cui anche quelli che sono i soldi investiti dalle società si reimmetterebbero in un meccanismo di sostenibilità economica, oppure si dovrà fare i conti col fatto che questo sistema-calcio non può reggere. Soprattutto: non può reggere sulle spalle dei lavoratori e dei privati cittadini che pagherebbero due volte: lo sperpero di denaro e, poi, costretti a rimetterci di tasca loro».
Si chiama “calcio popolare”, ovvero: il tifoso è proprietario del club di cui ne anima la vita e ne permette l’esistenza. L’asse su cui poggia il “Borgata Gordiani” è uno e sono le persone. «Non abbiamo il piano finanziario come “mantra” assoluto – sostiene Cuillo -: se entra 5 spendiamo 5, senza plusvalenze o speculazioni».
E non importa se il “Borgata Gordiani” gioca la seconda categoria laziale: l’importante è partire e testimoniare, rendendola possibile, un’idea diversa di calcio.
Un gol per parte, una squadra ospite “corsara” – come si dice in questi casi – che riesce ad essere indolente per 80′ ma che, proprio nel momento in cui la Borgata abbassa la guardia, colpisce.
«Canta a squarciagola alla finestra / Che il dolore piano svanirà /Torneremo presto sulla strada / Tutto il mondo intero ci vedrà».
La Bandabardò e Cisco la sanno lunga e in “Non fa paura”, la canzone che ha dato il nome al disco uscito quest’anno, lo dicono chiaramente: qualsiasi nube si addensa su di noi, qualsiasi possa essere il dolore che ci attanaglia, presto svanirà. E si tornerà a cantare a squarciagola. Tutto il mondo intero ci vedrà.
«Volevamo fasse il Natale ‘n tranquillità: non ce l’abbiamo fatta», Poma saluta a fine partita ma non si rammarica: sorride. Magari amaramente. Ma sa (perché lo sa) che il tempo è proverbialmente galantuomo e porta sempre a termine quel che deve, anche se il cielo è fosco sui gordiani e anche se sembra che si debbano aspettare giorni infiniti. Il tempo sa agire su qualsiasi ferita.
La partita non comincia benissimo per nessuna delle due compagini: dopo cinque minuti il 9 ospite (Durante) è costretto ad uscire per un problema muscolare; al decimo la medesima cosa accade in casa granata: entra Chieffo al posto di Proietti. Entrambi gli allenatori provvedono ad effettuare sostituzioni mirate: Chieffo da’ profondità al gioco di mister Amico e la squadra (ancora senza Piccardi) ne beneficia evidentemente.
Nel segno di Jimmy Fontana: «gira il mondo gira / nello spazio senza fine» Il primo tempo è tutto della Borgata e, anche se al quarto d’ora la partita sembra acquietarsi, è solo la calma prima della possibile tempesta. Dico possibile perché tra una punizione di Mascioli (19′) e un colpo di testa di Ciamarra, al 20′ la Borgata rimedia un rigore. Iniziativa di Di Stefano, su assist di Chieffo: il 7 sguscia via tra gli ospiti in maglia biancoverde (Gianfranco Zola, ora pro nobis) ma viene “abbattuto” al centro dell’area difesa da Moccia. L’arbitro indica il dischetto: è il momento della possibile svolta.
Ma se «il mondo gira» come cantava Jimmy Fontana, anche l’asse della rotazione terrestre della sfortuna non sta fermo: Mascioli dal dischetto lascia partire un tiro molto potente che Moccia para con la mano sinistra. E il risultato rimane fermo sullo 0-0. Ecco perché siamo nati per soffrire. Ma non è finita: in fondo siamo solo al 22′ della prima frazione di gioco.
Il 10 granata non si da’ per vinto e ci riprova tre minuti dopo: ancora una volta una percussione di Chieffo lascia sul posto i difensori ospiti ma Mascioli manda sopra la traversa a distanza ravvicinata, più precisamente si sarebbe definito un “rigore in movimento”. Disperazione e grida verso il cielo. “È un’altra di quelle giornate“, si inizia a rumoreggiare sui gradoni. Una di quelle in cui la Borgata è protagonista della partita ma niente va nel verso giusto. L’unica occasione ospite si presenta al 44′: Casini elude tutto il comparto difensivo granata e arriva fin sotto la porta difesa da Poma. L’estremo difensore blinda e serra ogni ipotetico pertugio: è ancora 0-0. Un minuto dopo, su una serie di calci d’angolo tutti a favore della Borgata, arriva (finalmente!) l’1-0: Zagaria svetta su tutti e riesce a trafiggere l’attento Moccia.
Secondo tempo: «il mondo! non si è fermato mai un momento!» Uno potrebbe dire: “ma mo perché sta cosa con Jimmy Fontana?”. La domanda è lecita, la risposta è la seguente: è andata com’è andata, prendiamola a ridere che è meglio. O, per dirla come s’è detto poi sui gradoni: «Vabbè, dai: un punto è meglio de zero!». Bisogna essere positivi e sdrammatizzare. In qualsiasi circostanza. L’Alba Roma comincia a farsi vedere nei primi dieci minuti della ripresa: la Borgata accusa il colpo ma non si scompone. Al 23′ si presenta l’occasione d’oro per la squadra di casa: Alfonsini è solo davanti a Moccia ma l’estremo difensore ospite carambola sul pallone tra i piedi del 4 granata e interrompe d’imperio l’azione. L’attimo fuggente mancato, la minaccia sventata dall’estremo difensore. Tanto più la Borgata ci prova (Cicolò al 26′ e al 31′, Mascioli al 27′, Di Stefano al 35′), quanto più l’Alba sembra incassare silenziosamente.
E come in quegli incontri di boxe da film hollywoodiani, per cui anche il pugile più scarso se incassa per otto riprese alla fine riesce a vincere, nonostante sia completamente tumefatto, l’Alba Roma riesce a trovare il gol del pareggio al 42′. Stessa identica dinamica della rete di Zagaria: su sviluppo di calcio d’angolo.
Da quel momento comincia una partita nella partita fatta di tensioni, di nervosismi, di cadute lunghe tre minuti, di mani in faccia anche se si è caduti sul braccio sinistro, di lanci nell’iperuranio, di allenatori che provocano e – alla fine – ci rimettono altri al posto loro.
Ma non fa paura niente: la Borgata c’è, nonostante il pareggio che è chiaramente la manifestazione esteriore di un vorticoso turbinìo di concentriche sfortune addensatesi sul “Vittiglio”.
Supereremo anche questa. Sempre insieme.
Partita – tamburo – appunti da prendere – tabellino da scrivere (e numeri della squadra ospite che non andavano da 1 a 11. Argh!)
Il tabellino della nona giornata di campionato | Seconda Categoria Laziale | Girone F
ALBA ROMA 1907: Moccia, Marucci (25’st Amante), Miniucchi (37’st Lucchetti), Moretti, Ninni, Bonacci, Callipo (9’st Callegaro), Casini, Droghini (41’st Salvatore), Durante (5’pt De Pasquale), Gobbi PANCHINA: Lombardo, Biondi, Callegaro
ALLENATORE: Massimiliano Marucci. ARBITRO: Giovanni Valente (Ciampino)
NOTE: Espulso al 51’st Mascioli M. (BG) per doppia ammonizione. Ammoniti 8’st Droghini (AR), 8’st Casini (AR), 46’st Mascioli F. (BG), 46’st Mascioli M. (BG), 46′ st Lucchetti (AR), 49’st Marucci (allenatore Alba Roma 1907, già richiamato dal Direttore di gara nel corso dei primi minuti della ripresa). Recupero: 1’pt – 3’st (8′ effettivi)
Se uno si prende la briga di scorrere con l’indice i nomi delle squadre partecipanti al girone F della Seconda Categoria Laziale, si ritroverà piacevolmente spiazzato nel leggere quello dell’Alba Roma 1907.
Un passato da onorare
Sì, perché l’Alba Roma è una di quelle squadre la cui storia si perde fra archivi polverosi e – quasi – leggende calcistiche. Qualche anno fa (precisamente sette!), insieme a Fabio Belli, sul «Nuovo Corriere Laziale» pubblicammo uno speciale sulla Roma del calcio dei primi del ‘900. Il suo articolo si intitolava: “Se la Roma del football fosse come Londra”, prendendo in esame le maggiori squadre che esistevano allora e che, in un certo qual modo, hanno preso parte e condizionato la vita del calcio a Roma. Questa è la descrizione di Fabio riguardo l’Alba Roma:
È il 1907 quando nell’osteria di Umberto Farneti, nel cuore del quartiere Flaminio, si affollano i clienti per brindare a vino dei Castelli Romani: è nata l’Alba, che da piazzale Flaminio fino a Trastevere vuole regalare una grande squadra di football alla gente, per emulare Lazio e Virtus che si sfidano nei derby fin dal 1904. E proprio alle spalle del Lungotevere Flaminio, dove ora c’è il Maxxi e non molto lontano dall’Auditorium, c’era il campo di piazza Melozzo da Forlì dove le casacche bianche con banda orizzontale verde dell’Alba davano battaglia. E’ solo nel primo dopoguerra però che l’Alba riesce a raggiungere significativi risultati nel girone capitolino di Prima Divisione. Per ben tre volte consecutive tra il 1924 e il 1926 raggiunge la finalissima per il titolo di campione del Centro-Sud. Perde nel 1924 contro il Savoia, l’anno successivo batte l’Anconitana e si gioca lo scudetto contro il Bologna.
I felsinei vincono 4-0 allo “Sterlino” e passano 2-0 a Roma, aggiudicandosi il primo titolo della loro storia. Il bis nel 1926: l’Alba è campione centro-meridionale battendo l’Internaples, ma subisce nel doppio confronto con la Juventus per lo scudetto un bruciante 1-12. Le due finali tricolori si giocano allo Stadio Nazionale: nel frattempo l’Alba, dopo la fusione con l’Audace, si sposta al Motovelodromo Appio, e come Alba Audace partecipa al campionato di Divisione Nazionale 1926/27. Al momento della fusione nell’AS Roma, rappresenta con la Fortitudo l’anima popolare del club. Quella più aristocratica, saltata l’inclusione della Lazio nell’operazione, viene incarnata dal Roman, che offre al nuovo club un’organizzazione dirigenziale d’avanguardia. L’Alba offre invece alla nuova Roma un parco giocatori di assoluto rispetto, come Bianchi, Degni, Mattei, Fasanelli, Ziroli, Luduena e il portiere Ballante.
Ecco: quella si interrompe bruscamente nel 1968. Gli anni della contestazione spazzano via il nome dell’Alba Roma, che pure era stata rifondata nel 1948 con il nome di AlbaTrastevere. La Società Sportiva Trastevere sorgerà proprio da quell’Alba bianco-verde di cui aveva tratto il titolo sportivo. Un fatto più che ordinario nella storia recente del football (ancorché vagamente molto triste per fatti più che spiacevoli ad esso connessi).
La ri-fondazione
La “nuova” Alba nasce il 24 giugno 2020. La squadra storica romana ripartiva dai campionati provinciali (giovanili) e dalla Terza Categoria e, addirittura, da una collaborazione con Aldair, così diceva Daniele Gabriele (uno dei tre ri-fondatori dell’Alba 1907) a «Il romanista»:
«Abbiamo raggiunto un accordo con Aldair, con la sua società Alda Roma, che ci darà una mano per quanto riguarda la scuola calcio. Aldair sarà il responsabile tecnico della scuola calcio».
Prima della stagione calcistica 22/23, l’Alba comincia a farsi largo (e tornare ad essere nota ai più, oltre i confini del GRA) con una pervasiva strategia di marketing: nuove maglie affidate a Ezetadesign, una maglia storica celebrativa e un’attenzione crescente che ha visto addirittura acquirenti oltreoceano interessarsi al kit da gioco della società biancoverde.
Nel comunicato della società di settembre [2022] si legge:
«Alla sede dell’Alba, una delle più antiche società della capitale, sono arrivate richieste da tutta Italia ma anche Europa, America Latina, Stati Uniti e Australia. Anche la As Roma ha voluto esporne una nella sua sala maglie di Trigoria, inserendo la maglietta all’interno del suo archivio storico. Per soddisfare tutti è stato creato l’Alba Roma 1907 Official Online Store che, grazie all’accordo con Sportuno, permetterà a chiunque di acquistare e ricevere a casa una delle quattro maglie prodotte».
Tutto è stato riprodotto in stile vintage: logo, colori, persino la lupa dal contorno dorato quasi sbiadito. C’è, poi, la questione del campo, che l’Alba rivendica attraverso un progetto. Ma di questo, magari, sarebbe proficuo parlarne in seguito, magari a margine della partita di domenica 18.
Tutto bello, però…
Il fatto rilevante, tuttavia, è il seguente: mentre Messi e Griezmann si sfideranno per decidere quale delle due nazionali sarà la vincitrice del campionato mondiale di calcio più contestato e discusso degli ultimi dieci anni, l’Alba Roma 1907 verrà a giocare in casa della Borgata Gordiani.
S’è già capito qual è la partita più importante tra le due. Ovviamente quella delle 15:00 al “Vittiglio”.
I colloqui pomeridiani. I colloqui pomeridiani rappresentano un affresco enorme sulle famiglie, sulle abitudini dei genitori e dei ragazzi. Puoi ca(r)pire di tutto anche solo in 5 minuti di colloquio: da come si vestono i genitori, se dei due ne arriva solo uno o una, se hanno curato i dettagli esteriori per l’incontro verbale – ancorché fugace – con te: ci sono una miriade di dettagli da notare. Per la prima volta dall’altra parte della barricata, vedo i volti degli alunni e delle alunne nei tratti somatici dei genitori e viceversa: era come se ci fossimo già incontrati.
Anche i dialoghi, spesso, sembra di averli già sentiti, come quel genitore che – ad un certo punto -vorrebbe dibattere con te riguardo la natura dell’insegnamento della storia, sottintendendo che lui una parte l’ha presa. Che però è quella sbagliata della storia, anche se lui ritiene sia giusta proprio perché osteggiata. Però senza esplicitazioni: sorrisi sornioni e sguardi condiscono il tutto.
Menomale che mi ero appena tolto la kefiah dal collo…
Dice: «O sSudio daa sSoria è quello, poi, no professò? * Che poi a sSoria a fanno sempr’ivincitori, no professò?» Dico: «Cioè?» Dice: «Eh, ch’aa scrivono quelli che vincono, no professò?» Dico: «Ma non è sempre detto, eh» [provo a prendere le verifiche fra le mani così da mostrare la mia volontà di deviare il dibattito] Dice: «E come no, no professò?» Dico: «Eh, ma mica è sempre detto» Dice: «Eh ma ce sSanno certe epoche sSoriche che a fanno chi vincono eh, no professò?» Dico: «Eh, oddio, secondo me no» Dice: «Vabbè, ma è che n certe fasi n se capisce nemmeno, eh, no professò?» Dico: «Vabbè, comunque, per tornare a parlà dei voti di suo figlio…» Dice: «Eh ma pure qua, io sarei p’abbolilli sti voti, metterei i ggiudizZi, no professò?» Dico: «E qui apriremmo un dibattito infinito» Dice: «Tipo: n’America mettono i voti A, B, C, D etc, no professò?» Dico: «Che nfatti è sbagliato»
Pietrificato dalla mia contrarietà nei confronti della pedagogia statunitense, strabuzza un po’ gli occhi e non parla più. Forse sono stato troppo duro…
* qui, l’interlocutore fa compiere un ampio gesto alle braccia e alle mani. I palmi li rivolge verso l’alto e, da che prima erano allontanati all’altezza delle spalle, ora sono congiunti come quando ti facevano recitare il Padre nostro alla recita di Natale. Se non ve l’hanno fatto fare, evidentemente non avevate Suor Monica come preside inossidabile del vostro I.C.
Vivere la Borgata è «una cosa veramente grossa», parafrasando la canzone Vivere la vita di Mannarino. L’appuntamento è alle 11:00 per la consacrazione della domenica laica in trasferta: una lunga celebrazione in cui ci si ritrova a partire alla volta di Ariccia per il pranzo e, successivamente, a scendere più a valle in direzione di Cecchina. Al campo comunale di Via Spagna, in cui disputa le proprie partite la Pro Calcio Cecchina (Prima categoria), va in scena l’ottava giornata di Seconda Categoria (Girone F): Lucky Junior – Borgata Gordiani.
Perché, allora, vivere la Borgata è una cosa veramente grossa? Perché il risultato è quello che è: conta fino a un certo punto. L’importante è esserci: con cuore, presenza e grazia.
Essere presenti ed essere lì, in quel preciso istante in cui la Borgata agisce come squadra dentro e fuori il rettangolo verde.
“Ma dov’è, quindi, che pranziamo?”. Il dubbio, carsicamente, s’insinua tra i partenti: andrà a finire che smozzicheremo qualcosa di non ben definito in piedi, al di fuori da una fraschetta, dato che è tutto pieno. Mai partire negativi: il pranzo à la garibaldina è stato sostituito da una tavolata di dieci gordiani in pieno centro del paese.
Freddo ariccino, ma tanto calore umano. Il roadtripto Cecchina è iniziato subito con una imprescindibile sosta alimentare, sebbene il pasto fosse arrivato dopo l’abbondante colazione dell’appuntamento gordiano. Le scelte sono state poche e obbligate: necessaria porchetta con vino più o meno corroborante, imbottigliato nelle bottiglie di vetro che, un tempo a ben vedere, avrebbero potuto contenere dell’aceto.
L’importante è aver ingerito del cibo, pronti per la volata al comunale di Cecchina.
Da segnalare il panico creato all’interno del bar di Ariccia per aver ordinato otto caffè all’unisono e, conseguentemente, occupato tutto lo spazio disponibile del piccolo esercizio commerciale. Come se non bastasse, alcuni hanno anche optato per due maritozzi da dividere a metà: “Ce divide sto maritozzo a metà, per favore?” “E certo: te stava a aspettà a te, sto maritozzo, tiè”. La signora-proprietaria del bar impugna il coltello e con un misto di curiosità e leggiadria alimentare inizia a tagliare teneramente l’imponente dolce ripieno di panna: non vedeva l’ora, evidentemente. Poi, la seguente e geniale richiesta per un secondo maritozzo, sempre da dividere a metà: “Scusi, signò, che me rifà ‘a magia co st’altro maritozzo?”. L’atto magico consisteva nello sporzionamento del dolce.
Il gordiano manipolo, pugnando strenuamente contro la rigidità metereologica castellana, non rinunzia alla facezia del dagherrotipo collettivo [pregasi leggere con la voce tipica dei documentari dell’Istituto Luce].
Ma torniamo seri: la partita
Il vento soffia in direzione opposta all’attacco della Borgata. Vento contrario. Col senno di poi, con un pizzico di fatalismo, l’agente atmosferico avrebbe potuto suggerire qualcosa per la lettura della partita.
La squadra di casa inizia subito a far capire che non è scesa in campo per regalarla vinta agli ospiti: non c’è nessun convitato di pietra in campo, si lotta su ogni pallone.
La prima frazione di gioco scorre via senza neanche accorgersi del suo effettivo svolgimento: la Borgata imbriglia la Lucky Junior che tenta più volte di “bucare” la trama difensiva ospite, senza troppo successo. Le iniziative più significative, da entrambe le parti, arrivano su calci piazzati e, ad ogni modo, singoli episodi. La Lucky Junior si fa vedere dalle parti di Franco al 18′ con Cesaretti ma la porta rimane inviolata. Allo stesso modo la Borgata cerca di arrivare nell’area difesa da Viola (LJ) al 18′ e al 25′: sia Proietti che Di Stefano non riescono ad essere incisivi come avrebbero voluto. Ad ogni punizione battuta da Mascioli si sta in silenzio, come fosse un calcio di rigore, in attesa che succeda quel che tutti i presenti speravano in cuor loro. Ma oggi i piedi del 10 andavano dove voleva la sorte. Tanto rammarico sul suo volto a fine partita, ma – in fondo – sappiamo che non ci si deve abbandonare alla recriminazione singola.
Oltrepassate le “Colonne d’Ercole” della mezz’ora, le occasioni latitano e il primo tempo volge mestamente al termine.
Lampi gordiani, il tuono è della Lucky
La squadra di casa scende in campo con più determinazione della Borgata: l’inizio della ripresa è tutto a favore degli undici in maglia gialla. La Borgata sembra affaticata e subisce l’iniziativa della Lucky Junior. C’è da dire che, prima di appiattirsi, lo spunto iniziale arriva proprio dagli undici gordiani: al 7′ Mascioli iunior serve un pallone invitante per Ciamarra.
Sarà l’unica occasione: tanti lampi ma il tuono vero e proprio è della Lucky Junior. La partita inizia ad essere tesa e non mancano momenti di nervosismo: al 30′ viene espulso l’allenatore della squadra locale per doppia ammonizione e l’arbitra Corradino è sempre impegnata nel sedare attriti e contrasti tra i ventidue giocatori.
Al 34′ l’arbitra indica il dischetto: la partita cambia.
È il primo tuono che preannuncia l’acquazzone. Solitamente, quando accadono questi episodi, la Borgata o trova la forza di reagire e riprende in mano immediatamente la gara, oppure rimane frastornata, bisognosa di qualche minuto per realizzare cosa sia davvero successo.
Il punto è che il calcio non ammette “soste emotive”: neanche un pugno di minuti dopo arriva il raddoppio.
Vada come vada: la Borgata la sosteniamo sempre, che sia al Vittiglio o a Cecchina.
«Dopotutto, domani è un altro giorno», diceva in lacrime Rossella O’Hara nel celebre finale di Via col vento. E, dopotutto, domenica 18 giochiamo in casa contro l’Alba Roma.
E si vedrà.
Tensioni in campo a parte, proprie dell’agonismo-dilettantismo della Seconda categoria, fa piacere segnalare che il 9 locale sia venuto ad applaudire chi non ha smesso mai di sostenere la squadra ospite. Sono gesti che non sono affatto scontati. Capoliste boriose docent.
Il tabellino dell’ottava giornata di campionato | Seconda Categoria Laziale | Girone F
LUCKY JUNIOR – BORGATA GORDIANI 2-0
MARCATORI: (Rig.) 37′ st Frau, 40’st Galante
LUCKY JUNIOR: Viola, Frau (50’st Domeniconi), Fanasca, Gatto, Galante, Cesaretti (37’st Betti), Cammarata, Orsolini, Moretta (21’st Armeni), Maggi (19’st Carducci), Moretta. PANCHINA: Sforza, Molinaro, Antonetti, Trani, Alosa. ALLENATORE: [nome non riportato nella distinta di gara]
Le varie leggi di riforma del sistema scolastico che si sono avvicendate nel corso del trentennio appena trascorso, hanno lasciato (e lasceranno) solchi profondi nella strutturazione dell’insegnamento e della percezione delle materie da studiare nei confronti degli studenti.
Affermare quel che ho appena scritto, in effetti, rappresenta la più concreta rappresentazione di una frase fatta.
La geografia inutile Frase fatta eppure quanto mai vera, mi spiego meglio: la cosiddetta Riforma Gelmini – vale a dire quel complesso di atti e leggi normate e racchiuse nel D.P.R. (89/2010) – ha (tra le altre cose) ridotto il monte ore dell’insegnamento di storia e geografia negli istituti di istruzione superiore (a prescindere dalla differenziazione d’indirizzo o tipologia).
Nelle intenzioni dell’allora Ministra c’era la volontà di eliminare l’insegnamento di geografia tout court, scriveva Maria Novella de Luca su «Repubblica» il 1 febbraio 2010 [1]:
«Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geo-economia, geo-società, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l’insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell’oblio di poche ore residue».
Non c’era posto per la geografia e la storia come materie a sé stanti nella scuola di Silvio Berlusconi:
«Tale disciplina [la geografia] appare superflua nel mondo immaginario indicato dalle famose tre “i” del Cavaliere: inglese, internet, impresa». [2]
Da storia e geografia a geostoria
Per portare un esempio di come la situazione sia cambiata: dall’anno scolastico 2010/2011 le ore di geografia e storia del biennio del Liceo Classico sarebbero passate da 2 per disciplina a 3 della nuova materia che avrebbe inglobato entrambi gli insegnamenti a partire da quel dì (Geostoria). Stessa situazione per quel che riguardava i primi due anni del Liceo Scientifico per cui, prima della Riforma, la situazione ripartiva l’insegnamento di 3 ore di storia e 2 di geografia al primo anno, per passare a 2 e 2 al secondo anno.
Già che mi sono inoltrato in articoli d’archivio, è più che mai opportuno recuperarne uno di Ilvio Diamanti, sempre pubblicato da «Repubblica», che si scagliava contro l’utilizzo del Gps, assurto a Demiurgo della conoscenza del territorio, in sostituzione del sapere geografico collettivo [3]:
«Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico».
In questo caso il senso unico di marcia era rappresentato dalle tre “i” sopra citate che hanno stravolto il sistema scolastico e hanno dato come risultato quello dell’inserimento dell‘educazione all’imprenditorialità nelle volontàministeriali.
Non a caso si promuovono le competenze e non le conoscenze. Non a caso l’Alternanza-Scuola-Lavoro viene chiamata Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento.
Ma questa è un altro capitolo della nostra storia.
Geografia sì, ma umana
L’insegnamento che è andato modificandosi nel corso del tempo e dei provvedimenti del legislatore prima della pubblicazione della Riforma ha, infine, corretto il tiro: non eliminazione della geografia ma sì all’inserimento nei curricula scolastici nella sua declinazione di geografia umana. Cioè la disciplina che, sebbene affondi le radici nella narrazione e nella trattatistica del greco Erodoto, ha subìto vari mutamenti nel corso dei secoli e dei millenni fino ad assumere una rilevanza nell’ambito accademico, dato che l’ambito di studio non rappresenta solo l’uomo sulla Terra e il suo spazio d’azione. Non si limita solo ad indagare: «la distribuzione degli uomini sulla Terra e la maniera in cui vivono» ma anche «l’azione umana modificante le piramidi ecologiche in cui» l’uomo si inserisce; dunque energie rinnovabili, consumo di suolo, sviluppo industriale, PIL. Ma anche, vien da sé per quanto scritto precedentemente, lo spazio economico e sociale:
«il funzionamento delle società e sul modo in cui le distanze e la lontananza ne influenzano variamente le attività. Il corpo sociale somiglia a una macchina: perché funzioni bene, le sue parti devono articolarsi tra loro in modo efficiente» [4].
Libri di con-testi
Il manuale di Geostoria diventa, alla luce di quanto riportato, un corpus che al suo interno contiene sia la Storia in senso stretto (es. Giulio Cesare, impero romano, etc etc) che pagine – componenti intere unità a sé stanti – di geografia umana, economia, sviluppo umano, sviluppo industriale e via dicendo. A voler rispettare le indicazioni del Ministero, il programma dovrebbe procedere a balzi, portando la spiegazione ad un incedere frettoloso tra analessi e prolessi storico-geografiche che, quasi sempre, non sono in minima correlazione tra di loro.
Per fare un esempio: ci si potrebbe ritrovare a parlare di Giulio Cesare e del suo aver oltrepassato il Rubicone ma, contestualmente, a dover trattare del dissesto idrogeologico del centro Italia.
Non si sta affermando che non sia importante parlarne: va fatto. In altre discipline, rimodulando [in effetti: si aprirebbe un capitolo molto lungo] le indicazioni nazionali.
Non già, quindi, saper collocare territori e nazioni sulla mappa, oppure conoscere l’orografia di un territorio dato su di una cartina muta come esercizio alla conoscenza e di applicazione su uno strumento scientifico: il mutamento rappresenta lo studio di come l’uomo abbia stravolto il paesaggio per evitare che esso cambi ancora aspetto per azione umana. O, se si preferisce, per capire come si può ancora sfruttare.
Tra i vari temi di geografia umana, nei manuali di Geostoria del biennio, è facile imbattersi in argomenti come: l’appalto esterno e la globalizzazione; lo sfruttamento del territorio attraverso le energie rinnovabili et similia,tutto in dosi omeopatiche senza realmente mostrare la realtà in cui il presente viene vissuto e percepito.
L’outsourcing è presentato come dato di fatto e non come realtà violenta di appalto esternalizzato per cui c’è disoccupazione e miseria da un lato, sfruttamento e paghe basse per il guadagno di uno (o pochi), dall’altra.
Se si presentasse l’appalto, la delocalizzazione (o per continuare con un termine anglosassone outsourcing) con esempi concreti che facciano percepire la realtà della situazione (come va di moda ora nell’impostazione educativa dei ministri che si sono avvicendati a Viale Trastevere) bisognerebbe far capire che il capo acquistato l’altro ieri dalle grandi catene della moda, presenti in ogni centro commerciale, si sono macchiate di omicidio in più d’un’occasione. [5]
Proprio grazie a quella tendenza di modificazione del tessuto economico e geografico (umano!) che viene presentata come migliorativa di una situazione pre-esistente.
Eppure…
La Storia è una di quelle materie per cui ci vuole una capacità d’astrazione elevata, da esercitare nel corso degli anni scolastici: un esercizio costante per cui alla fine del percorso della scuola dell’obbligo lo studente dovrebbe acquisire gli elementi di critica storica necessari per comprendere il presente e problematizzare il passato.
Niente di tutto questo avviene nell’ambito dell’insegnamento di Geostoria prima e Storia dopo.
O, se dovesse accadere, solo in minima parte e per determinate fasi storiche, rendendo vana la missione educativa della crescita personale e dell’elaborazione critica riguardo le epoche vissute dall’essere umano.
Azzerare la critica e la problematizzazione, così come lo studio analitico della Storia, rappresenta la volontà non tanto di “non voler far conoscere il passato” ma di presentarlo come se si stesse studiando una declinazione latina: come un«termine fisso d’eterno consiglio»(stavolta in senso letterale), per parafrasare Dante Alighieri.
“L’ultimo faraone”
Lo spunto di questa riflessione piuttosto banale riguardo l’insegnamento di Geostoria, è scaturito da un fatto accaduto nel corso di questo anno scolastico (2022/2023). Dopo aver riconsegnato la verifica sugli egizi, fatta svolgere in una prima classe di un liceo scientifico della periferia romana, una ragazza (di origine bengalese) ha scritto: “l’ultimo faraone egiziano è Hosni Mubarak”. L’equivoco di comprensione nasce dal mancato inserimento delle “virgolette”, o di una specificazione così come di una perifrasi, da parte degli autori del manuale: in mancanza di una precisazione, la studentessa ha equivocato la porzione di storia dedicata al Nuovo Regno egizio. Non solo: ha sovrapposto l’insegnamento della storia dal punto di vista diacronico, così come presentato in classe, con l’unità di geografia umana legata agli sviluppi politici della Stato egiziano contemporaneo.
A seguito della mia correzione, lo smarrimento è stato cospicuo. La studentessa era disorientata e ha provato ad argomentare come si fa di solito: «Prof, c’era scritto sul libro». Mai come in questo caso il manuale, concepito per uno scopo e per una direzione univoca del sapere (peraltro trasmettendola piuttosto male dal punto di vista del lessico e della punteggiatura), ha dimostrato la sua vulnerabilità nell’applicazione del dettato ministeriale del piede in due scarpe: cioè la geostoria.
La foto in evidenza posta ad inizio dell’articolo rappresenta il santino/volantino ideato dal movimento degli studenti dell’Onda e che distribuivamo nei cortei e nei momenti di assemblee pubbliche. Mi è sembrato di sostanziale attualità.
«Non va disturbato chi produce. Non c’è welfare, non c’è stato sociale se a monte non c’è chi produce ricchezza»: è stato questo il passaggio del discorso di Giorgia Meloni più applaudito dall’assemblea di fondazione della ‘Confindustria Veneto Est’, riunita nella giornata di lunedì 28 novembre [2022]. La nuova rappresentanza imprenditoriale dell’Area metropolitana Venezia – Padova -Rovigo – Treviso sarà, per numeri, seconda solo ad AssoLombarda.
Quanto affermato da Meloni, in collegamento con l’assemblea degli industriali, rappresenta una sorta di lungo rimbombo o, se si vuole, una eco prolungata di quanto aveva già dichiarato al Villaggio Coldiretti prima ancora del giuramento dinanzi al Presidente della Repubblica.
Non disturbare il manovratore
Il 1 ottobre, infatti, aveva dichiarato che: «[…] Noi abbiamo fatto una campagna elettorale dicendo che ci saremmo dati come obiettivo di modificare il rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e imprese. E [abbiamo detto] che la nostra bussola sarebbe stata: “non disturbare chi vuol fare, non disturbare chi vuole creare ricchezza, non disturbare chi produce lavoro, non disturbare chi vuole assumere”. Usciamo da una legislatura in cui si è detto che si poteva abolire la povertà e creare ricchezza con un decreto, ma non è così. La ricchezza di questa Nazione la fanno le imprese con i loro lavoratori: lo Stato deve metterle nella condizione di farlo e semmai – da parte dello Stato – redistribuire e organizzare la parte di ricchezza che gli compete nel minore [sic!] dei modi» [1]. Sarà stata certamente una svista, perché – in fondo – un difetto di pronuncia capita a tutti, specialmente se nelle prime fasi di un nuovo incarico così gravoso di responsabilità. Vien da pensare, tuttavia, alla teoria del lapsus cui comunemente viene associato il nome del dott. Sigmund Freud.
“Economia a pioggia”
La teoria di Giorgia Meloni, per cui una meglio assestata (quanto non dichiarata esplicitamente) trickledown economy favorirebbe tanto l’imprenditore quanto il lavoratore, lascia il tempo che trova. Non solo perché la teoria neoliberale statunitense non ha mai sortito realmente l’effetto sperato (ovvero, l’assunto secondo cui un beneficio economico a vantaggio di ceti abbienti favorisca l’intera società attraverso un processo “a cascata” – più o meno immaginifico – di soldi messi in circolo che arriveranno a favorire anche le classi sociali più disagiate e a coloro che vivono in povertà). Ma anche perché la situazione è ben diversa da quanto la narrazione del capitalismo nazionale lasci trapelare, nonostante le dichiarazioni di Carlo Bonomi a proposito della manovra del Governo: «Se rallenta l’economia e tu prepensioni, chi se ne va non sarà sostituito. E se riprende a correre l’economia e mancano i profili richiesti, non riesci ad assumere quelli che servono. Non è colpa nostra».
Salari bassi e lavori precari in costante aumento
Stando allo studio «I lavoratori e le lavoratrici a rischio di bassi salari in Italia», curato da Michele Bavaro (ricercatore presso l’Università Roma Tre) e pubblicato dal “Forum disuguaglianze e diversità” nel mese di novembre [2022]: un risultato che emerge è quello che analizza «il ruolo di tutte le forme lavorative non-standard o atipiche, diverse dal lavoro dipendente privato», nonché il rapporto tempo di lavoro-salario orario.
«Il numero di persone occupate con false partite iva, gig workers, impiegate in stage extra-curriculari o a nero, è molto rilevante in Italia ed in aumento. Questa classe di lavoratori è da considerare a fortissimo rischio di bassi salari», viene citato nelle conclusioni del rapporto. Così come c’è da rilevare il fatto che l’Italia sia «l’unico dei paesi OCSE in cui c’è stata una riduzione del salario medio tra il 1990 e il 2020 (circa 3 punti percentuali) e nello stesso periodo sono aumentate anche le disuguaglianze salariali, in particolare tra gli anni ’90 e la seconda metà della prima decade degli anni 2000. Nel periodo tra il 1990 ed il 2017 l’indice di Gini [2] del reddito da lavoro è passato da 36.6 punti nel 1990 al valore di 44.7 nel 2017».
Per provare a invertire la tendenza c’è bisogno di un lavoro su più fronti: «Occorre un salario minimo decente, contrastando, anche grazie al rafforzamento della contrattazione collettiva, sia la concorrenza al ribasso dei salari sia la frammentazione delle categorie contrattuali. Occorre più lavoro: la bassa intensità lavorativa è all’origine della povertà di tanti lavoratori. E occorre porre fine alla moltiplicazione delle forme contrattuali non standard nonché rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali e degli eventuali sostegni al reddito di chi resta lavoratore povero».
Manovra e modifiche
«Segnalo che abbiamo liberato 30 miliardi per destinarli interamente al caro energia. Questo non ci ha impedito di dare segnali come la decontribuzione, il taglio al cuneo fiscale, il rinvio della ‘Sugar e plastic tax’, il dimezzamento della tassazione sui premi di produttività e la detassazione dei ‘fringe benefit [3]’. Più della metà delle risorse che abbiamo messo in campo è destinata alle aziende», ad ammetterlo è Giorgia Meloni stessa nella lunga intervista concessa al «Corriere della Sera» martedì 29 novembre [2022] a cura di Luciano Fontana.
Pacificato il settore aziendale, dato l’incalzare di Bonomi, si attendono nuove dai vertici della direzione generale della commissione europea che si occupa di Pnrr e conti pubblici: il parere dell’Ue è fondamentale per il placet alla manovra che, ad ogni modo, sta già cambiando pelle e per cui il tempo stringe. Il reddito di cittadinanza potrebbe essere mutuato da lavori stagionali o saltuari (dunque andando a rendere ancora più precario un settore che ha subìto un’involuzione in termini salariali e di stabilizzazione); l’opzione donna per far sì che le lavoratrici possano andare in pensione “salta” e viene aumentata a 60 anni l’età minima per accedervi.
Si procederà a tappe forzate in Parlamento e, verrebbe da scommetterci, a suon di voti di fiducia per rispettare il crono-programma (di cui «L’Atlante» aveva dato conto [4]).
La proverbiale “coperta” è dunque sempre “corta”: «Purtroppo abbiamo una finanziaria con pochi spazi di manovra, ma il governo ha l’ambizione di durare cinque anni», ha dichiarato il Ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ceriani.
Il Paese abbia comprensione e, soprattutto, sarebbe meglio non disturbare: “stiamo lavorando per voi”. Il Governo durerà: tutto sta nel non turbare l’Ue, i mercati, il capitalismo nazionale.
Note: [1] Per riascoltare la svista: 5:10 https://www.youtube.com/watch?v=mxso9k92eGE&ab_channel=Fratellid%27Italia [2] «L’indice di Gini dei redditi è un indicatore che misura quanto concentrati essi sono in un certo numero di persone. Vale zero quando i redditi sono distribuiti in modo perfettamente uguale fra i soggetti, e 100 quando invece vi è massima disuguaglianza».
Infodata, L’indice Gini e le nuove mappe della disuguaglianza in Italia, «Il Sole 24 Ore», 24/10/2021. [3] Cioè i beni aziendali non in denaro: buoni pasto su tutti, ma anche buoni acquisto in generale e via dicendo. Nel lessico aziendale il termine può anche voler significare l’emissione di un benefit una tantum ma sotto forma di acquisti di azioni societarie (le stock options). [4] https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-uno-spettro-si-aggira-per-montecitorio-lo-spettro-dellesercizio-provvisorio/