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Tag: trump

Davvero non c’è alternativa a Trump-Harris?

Posted on 2024/11/07 by carmocippinelli
Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@davidtoddmccarty?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">David Todd McCarty</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/gruppo-di-persone-in-berretto-rosso-e-giacca-blu-hdbcARBkIPE?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">Unsplash</a>
Foto di David Todd McCarty su Unsplash

Poco più di due milioni di voti. Due milioni, centocinquantanove mila e quarantanove è la cifra mostrata dall’Associated Press. Si tratta del bottino, se così si può dire, di tutti i third parties americani (terzi partiti) a spoglio ancora non chiuso in vari stati ma a vittoria repubblicana già certificata: avendo ottenuto la maggioranza dei grandi elettori al Congresso e avendo superato la soglia dei 270 necessari, Trump può gioire di fronte ai suoi elettori.

Le cifre racimolate dai terzi partiti statunitensi sembrano essere risibili in confronto allo strapotere espresso dalla diarchia repubblicana-democratica, roba da quinto quarto della politica: basti pensare che Jill Stein, candidata del Partito verde (Green party) e terza assoluta alle spalle di Kamala Harris, si è attestata su un misero 0,4%, pari a poco più di seicentoquaranta mila voti, in netto calo rispetto ai dati delle precedenti elezioni: nel 2016, ad esempio, gli ecologisti riuscivano a raggiungere il milione di voti a livello nazionale. Certo, i verdi riescono a sorpassare il terzo partito più popolare degli Stati uniti d’America, il Partito Libertario (Libertarian party), ma si tratta di una magrissima consolazione, data la percentuale di entrambi che prevede uno 0 prima della virgola.
Sembra essere ancora più lontano il 1996: l’anno in cui venne fondato il Reform Party of the Usa (tradotto, forse un po’ liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d’America) che raggiunse l’8,40% alle Presidenziali di quell’anno, che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo, che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano-democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all’interno della stessa organizzazione politica.

Stavolta è andata nettamente male a tutti i terzi partiti, perfino ai libertari che pure nel 2016 erano riusciti a strappare più di quattro milioni di voti (3,28%) a livello nazionale e ad ottenere cifre ragguardevoli perlomeno in New Mexico e South Dakota (sfiorando la doppia cifra, il 10%, nel primo stato e attestandosi sul 6% nel secondo). La lunga crisi del Partito libertario si è mostrata drasticamente a seguito dei risultati elettorali: affidatisi alla candidatura di Chase Oliver, pur se a seguito di sette votazioni nella convention preposta, i libertari non hanno avuto la capacità di attestarsi come nuova forza che sosteneva di avere con sé una «nuova classe dirigente per gli Stati Uniti d’America». «Oltre 40 milioni di elettori della Gen Z sono pronti ad ascoltare un messaggio che non provenga dal sistema bipartitico», aveva dichiarato Oliver alla National public radio.

Ma, anche se pochi, i voti dei terzi partiti fanno gola ai grandi, per quella legge non scritta che tanto più si ha, quanto più si vorrebbe avere. Il 25 maggio [2024] Trump, facendo seguito alla legge di cui sopra, ha tenuto un discorso all’assemblea nazionale libertaria mantenendo lo ‘stile’ che lo contraddistingue, dichiarando: «Vincerete solo se sosterrete la mia campagna, altrimenti potete continuare a ottenere il vostro 3% ogni quattro anni». Pur se tra i fischi del pubblico, come ha testimoniato un articolo pubblicato nel maggio di quest’anno dalla National public radio, Trump ha fatto il suo show in casa libertaria continuando a spaccare le fazioni interne del partito, promettendo un libertario tra i ruoli di comando della nuova presidenza repubblicana. Così facendo, il partito non ha neanche lontanamente raggiunto il vituperato, da parte trumpiana, 3%.

Non solo i repubblicani hanno volutamente tarpato le ali ad ogni iniziativa che vedesse un’autonomia di organizzazione al di fuori della campagna pro-Trump, è stato così anche in casa democratica. A fine agosto l’iniziativa giudiziaria dei democratici di ricorso alla presenza di chi avrebbe potuto offuscare anche solo lontanamente l’immagine di Harris, ha avuto i suoi frutti: Cornel West (indipendente di sinistra) e Claudia de La Cruz (Socialismo e liberazione – Psl–Party for socialism and liberation) non hanno potuto partecipare con il proprio simbolo e hanno dovuto ricorrere al write-in nella campagna elettorale – ad esempio – nello stato della Georgia. La stessa candidata socialista, de La Cruz, rappresentava la forza politica che in agosto, a Detroit (Michigan), aveva interrotto con slogan pro Palestina l’evento di Kamala Harris che reagì stizzita: «Ogni opinione conta: amiamo la democrazia, ma ora sto parlando io! Se volete che Donald Trump vinca, ditelo [chiaramente]». Da quel momento in poi la strada del Psl per l’accesso al voto in determinati stati è stata completamente in salita. La candidatura dell’ambientalista Jill Stein, che – a tal proposito – ha indossato la kefiah per tutta la campagna elettorale, è stata il refugium peccatorum anche della variegata galassia della sinistra trotskysta statunitense, assente perfino in termini di write-in candidate. Ma tutto l’appoggio ricevuto non è servito a far raggiungere cifre migliori alla candidata Stein.

Cos’è il write-in?
Se un partito o movimento non è riuscito ad esser presente sulla scheda col proprio simbolo, sia per ragioni amministrativo-giudiziarie che per altre più prettamente politiche, il sistema elettorale statunitense prevede che l’elettore possa scrivere il nome del candidato che intende votare nello spazio preposto della scheda. Una possibilità non da poco, se ci fosse stata pari risonanza mediatica per ognuno dei candidati presidenti. Di fatto, a tutti gli altri candidati progressisti o indipendenti presenti in dieci o meno stati, il write-in non è servito a molto: non è stata solo la sinistra radicale ad essere stata esclusa (Socialist equality party, Socialist workers party, American solidarity party) ma anche gli ultra conservatori del Constitution party e del Prohibition party. Se i libertari hanno avuto accesso elettorale in 47 stati su 50 e i verdi in 38, pur essendo entrambi matematicamente già tagliati fuori dalla corsa presidenziale per ovvie ragioni matematiche, tutti gli altri candidati, nonostante il write-in, sono stati ben lungi dall’avere un minimo riconoscimento da parte dell’elettorato, avendo raccolto nel loro complesso, sommando tutte le candidature, lo 0,3% a livello nazionale.

Forse è una battaglia donchisciottesca, quella dei terzi partiti, ma tanto più vitale affinché il pluralismo americano non soccomba sotto i colpi della propaganda politica e del capitale a disposizione dei grandi gruppi finanziari, nonché dei miliardari che sostengono i due blocchi principali. Elon Musk, ad esempio, nell’ultima fase della campagna elettorale ha promesso (e realizzato) che avrebbe regalato 1 milione di dollari al giorno, fino al giorno delle elezioni, per coloro che «avrebbero firmato la petizione del suo Comitato di azione politica» riguardo modifiche costituzionali. Modifiche che si rivolgevano al secondo emendamento, ovvero alla libertà di detenzione di armi da fuoco. Eppure, nonostante alcuni autorevoli pareri raccolti dall’Associated Press in queste settimane abbiano parlato di iniziativa fuorilegge o ai limiti della legalità, Elon Musk ha potuto agire indisturbato grazie anche alla sua enorme influenza nel dibattito politico.

La polarizzazione dello scontro, in una campagna elettorale che ha lasciato ben poco spazio a qualsiasi candidato che non fosse Harris o Trump e i loro rispettivi insulti, promesse altisonanti, dichiarazioni sulla necessità estrema di votare per l’uno o per l’altro candidato senza disperdere il voto, ha rappresentato così la sublimazione del ‘fine utile’ del proprio diritto-dovere.

Nonostante le piazze dei sostenitori pro Palestina, in sostegno alle lotte dei lavoratori aeroportuali (vicenda Boeing) e in sostegno alle istanze ecologiste siano state sempre più partecipate dalla società civile americana nell’ultimo lustro, nonché talvolta guidate in grandi città proprio da uno di questi terzi partiti menzionati (Green party e Psl su tutti), la grande domanda di alternativa non ha trovato (né trova da decenni nella granulosità politica e sociale statunitense) una via di rappresentanza che possa trasformarsi anche in consenso elettorale.

E anche stavolta il copione elettorale è parso essere il medesimo di sempre.

Pubblicato su Atlante Editoriale atlanteditoriale.com

Posted in Atlanteditoriale, Blog, polpettoniTagged elezioni, harris, trump, usa

Groenlandia, un Paese che non conosciamo

Posted on 2019/09/07 by carmocippinelli

La Groenlandia 51° stato americano? Lo stato con il più alto tasso di
suicidi al mondo interessa agli Usa per le sue materie prime. Ma i primi
ministri, danese e groenlandese, chiudono la porta: “Non siamo in
vendita”

I sostenitori di Trump fanno già sul serio: hanno dato alle
stampe una maglietta raffigurante tutti i 51 Stati degli Stati Uniti
d’America. Già, uno in più: la Groenlandia. I Repubblicani non
scherzano: esortano il Presidente Donald Trump ad usare la notizia
dell’estate come argomento per la campagna elettorale. È bene, tuttavia,
fare un passo indietro. Ferragosto, il «Wall Street Journal» riporta una dichiarazione del Presidente americano Donald Trump
in cui ammette di voler presentare un’offerta al Governo danese per
l’acquisto della Groenlandia. La data della proposta sarebbe stata
fissata nel corso del mese di settembre, momento in cui era già in
programma l’incontro bilaterale Danimarca-Usa. L’affermazione – riporta
il «WSJ» – è stata pronunciata agli assistenti di Trump «con diversi
gradi di serietà». Il rischio boutade estiva era dietro
l’angolo, tuttavia la notizia ha fatto il giro di tutti i giornali e
portali d’informazione del Mondo, tale è stata la sua portata: l’America
vuole mettere mano al portafoglio per comprare l’isola più grande della
Terra, così come fece – d’altra parte – Henry Truman nel 1946 compiendo
il primo passo e formulando un’offerta per l’acquisto della
Groenlandia.

La Groenlandia, Donald Trump a parte, fa gola agli
Stati Uniti da diversi anni perché in una posizione strategica per
l’area, per le materie prime di cui è ricca, così come – probabilmente –
colma di petrolio e gas naturale. E poi, ancora, per lo zinco, il
carbone, il rame. Senza contare il fatto che gli Usa posseggono già una
base militare a Thule. Qualora l’isola dovesse diventare, davvero, il
51esimo stato americano le basi militari prolifererebbero verosimilmente
in tutto il territorio groenlandese.

La parola contraria (groenlandese e danese)
«Non
siamo in vendita», così la Primo ministro danese Mette Frederiksen (in
quota socialdemocratica) ha chiuso le porte a Trump ma, dopo aver
respinto duramente la proposta americana, il funambolico presidente
repubblicano ha annullato l’incontro previsto per settembre. Come a
dire: niente vendita della Groenlandia? Allora non abbiamo niente da dirci.

Contrarietà
e diniego sono arrivati anche dalla parte groenlandese della politica,
in regime di autogoverno ma formalmente appartenente alla corona danese e
rappresentata – per questo – al Folketing (Parlamento danese): il Primo ministro Kim Kielsen (Siumut
– socialdemocrazia groenlandese) ha fermamente risposto che la
Groenlandia è un paese indipendente, sovrano e che non ha costo perché
non sul mercato, così come la sinistra indipendentista rappresentata dal
partito Inuit Ataqitigiit, seconda organizzazione politica del paese.

La questione sociale: i suicidi
La
Groenlandia possiede un primato non molto edificante: è il primo paese
al mondo per quanto riguarda i suicidi: il tasso annuale è di 100
persone per 100.000 abitanti che decidono di farla finita.  Persino il
Giappone possiede un tasso più basso (51 per 100.000) nonostante abbia
documentata un’«epidemia suicida» specialmente tra gli adolescenti.

Secondo
Bodil Karlshøj Poulsen, direttore del centro di salute pubblica
groenlandese: «Ogni giovane abitante conosce un amico o un parente che
si è suicidato». La modernità è stata la causa della depressione e della
disperazione groenlandese: tra il 1900 e il 1960 i dati relativi ai
suicidi erano davvero bassi e decidevano di togliersi la vita solo 0,3
persone su 100.000. Dal 1970 tutto cambia e si arriva al picco del 1986
in cui la cittadina simbolo dei suicidi divenne Sarfannguaq,
con soli 150 residenti. Poulsen ha riferito in un’intervista al portale
statunitense «Slate» come dagli anni ‘70 in poi la depressione sia
cresciuta enormemente nella popolazione groenlandese: «La cura? Non
l’abbiamo, ma lo sport ha un impatto positivo enorme». Sia il calcio che
la pallamano, infatti, sono considerati sport nazionali e le strutture
per praticare queste discipline migliorano di anno in anno, così come la
qualità e i risultati internazionali, soprattutto per quel che riguarda
la pallamano, dal momento che la Fifa stenta a riconoscere la
Groenlandia come nazionale.

I rispettivi governi (danese e groenlandese), tuttavia, da anni studiano la questione e dal 2013 è stato avviato un piano di 6 anni per sensibilizzare gli abitanti tutti sul tema, intervenire con atti concreti e attuare misure di prevenzione.

La Casa Rossa: l’esempio di Robert Peroni a Tasiilaq
Robert
Peroni, italiano altoatesino, da circa 40 anni ha deciso di andare a
vivere in Groenlandia, nella parte più depressa e svantaggiata del
Paese, ovvero quella rivolta ad est. Oriente e occidente della
Groenlandia rappresentano mondi completamente diversi, sebbene
appartengano alla stessa entità nazionale e statale: nella parte
occidentale, più riparata dalle correnti glaciali, è presente la
capitale Nuuk, sede universitaria internazionale, e tutte le maggiori
cittadine in cui è possibile trovare un impiego lavorativo. La parte
orientale è legata alla caccia e alla pesca, dunque ancora seminomade.

Nella
cittadina di Tasiilaq, che conta poco più di 1.800 abitanti, Robert
Peroni ha aperto la ‘Casa Rossa’, uno spazio aperto in cui sì fare
turismo nelle stagioni in cui c’è più afflusso di gente da ogni parte
del Mondo, ma anche un luogo in cui 

«tutte le persone del posto possono
trovare riparo, un pasto caldo senza bisogno di pagare e in cui trovare
un po’ di quiete perché spesso si ubriacano e la loro abitazione non
diventa più ‘tranquilla’ come dovrebbe essere».

Oltre ad essere
esploratore, alpinista e – ora – guida turistica, Robert Peroni ha
scritto tre libri tutti per Sperling&Kupfer («I colori del
ghiaccio», «Dove il vento grida più forte», «In quei giorni di
tempesta») in cui racconta la sua permanenza e il rapporto sempre più
intimo che ha avuto con gli inuit nel corso degli anni.

L’alcolismo
e la disoccupazione sono fattori con cui gli abitanti di Tasiilaq
devono sempre più fare i conti, Peroni a più riprese ha avuto modo di
prendersela con Greenpeace e organismi internazionali che piacciono
molto agli occidentali perché difendono gli animali (in questo caso la
foca) ma che non hanno il polso della situazione groenlandese: «per loro
sono solo un italiano pazzo»
, ha detto anni fa a Pierfrancesco
Diliberto (Pif), che era andato ad incontrarlo a Tasiilaq per conto di Mtv e della sua trasmissione «Il Testimone».

In
questa fase storica i groenlandesi «hanno paura del futuro: non esiste
nella loro lingua una parola per poter parlare del futuro»
, ha più volte
detto Peroni. 

«Noi – ha affermato – parliamo  sempre del ”dopo”, del
”futuro” ma loro no, anzi, hanno paura di quello che accadrà: l’uomo
bianco (in lingua locale, il kalaallisut, qattunaa
, in
senso dispregiativo), gli ha tolto tutto perfino l’orgoglio di
cacciare», 

dal momento che l’occidente

 «ha impedito loro di sostentarsi
con la foca e la balena, nonostante abbiano quote severissime e regole
molto dure per il rispetto degli animali»,
 

al contrario di quel che
avviene in altri paesi come il Giappone che cacciano in maniera
scriteriata i cetacei non per sostentarsi ma per scopi commerciali.

La
Casa Rossa serve a creare un ponte:

«Bisogna sostenere la popolazione
locale in preda alla depressione, all’alcolismo e di qualcosa che non
conoscono ma che temono; parliamo di quello che potremmo fare molto
spesso e l’importante è essergli vicini e capire le ragioni di un popolo
pacifico, che non conosce la guerra e lo sfruttamento tra simili».

Certo
è che, come ha sostenuto lo stesso Robert Peroni a Tv2000:  

«Gli inuit
dovranno necessariamente imparare dall’uomo bianco e dalle sue usanze
nonostante egli non abbia affatto ragione»
. 

Pena la scomparsa di una
cultura millenaria.

Pubblicato sulla sezione Tuttogreen de La Stampa il 7 dicembre 2019 [aggiornato il 25 novembre 2019]: https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/09/07/news/groenlandia-un-paese-che-non-conosciamo-1.37413836/

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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