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«Los viejos soldados», una guerra lunga una vita

Posted on 2024/08/20 by carmocippinelli
Jorge Sanjines con Roberto Choquehuanca e Cristian Mercado. Fonte foto: "Fundacion Grupo Ukamau" ©.

«Questo film indaga nella profondità della società boliviana e cerca di porsi la domanda: è possibile l’amicizia fra un bianco e un originario [aymara]?». A parlare è Jorge Sanjinés, tra i più celebri registi della Bolivia, durante un’intervista di promozione del suo ultimo film Los viejos soldados (I vecchi soldati).
La trama segue un adagio politico e sociale: a partire dall’amicizia di due soldati [Guillermo (bianco) e Sebastiàn (aymara)] si dipana la matassa della storia contemporanea boliviana a partire dalla Guerra del Chaco. Vale la pena citare nuovamente il regista:

«[Il film] parla di un disaccordo [desencuentro] presente nella società boliviana: tra città e mondo rurale, dunque tra abitanti originari, indigeni e discendenti bianchi e meticci degli invasori spagnoli […] Il film che abbiamo realizzato cerca di produrre una profonda riflessione su questo fenomeno pernicioso che ha radici profonde, forse tanto immense da essere impossibile analizzarle e contenerle, ma è inevitabile provare a fare luce, fare appello alla fantasia e all’amore per risolvere questo pericolo in agguato se non viene affrontato».

A tal riguardo, è bene citare anche un documento del 2004 prodotto dalle Nazioni Unite intitolato Disuguaglianza, cittadinanza e popolazioni indigene in Bolivia che analizzava in questo modo la discrepanza esistente tra i bianchi e la popolazione indigena:

«Circa il 62% della popolazione boliviana si considera indigena, di cui la maggioranza è di origine quechua e aymara. Di questo totale, il Il 52,2% vive nelle aree urbane e il 47,8% nelle aree rurali. Il 78% delle famiglie indigene povere non ha accesso all’acqua potabile, il 72% di esse non dispone di servizi igienico-sanitari e il loro tasso di mortalità infantile è il più alto del Sud America».

La descrizione fornita dal documento dell’Onu cattura un fermo immagine del 2004, dunque di vent’anni fa e la situazione parrebbe essere decisamente mutata in favore di una riconsiderazione al rialzo di quella percentuale che si riferisce alle popolazioni indigene, in particolar modo riferita agli aymara. Specie se si considera che, a seguito della prima vittoria elettorale del Mas, Evo Morales Ayma, diventando presidente del Paese, ha avviato un percorso di de-colonizzazione spagnola in favore della cultura aymara (e originaria tout court) procedendo anche a cambiare la Costituzione e adottando il nome di Stato Plurinazionale di Bolivia. Il florilegio di culture presenti nel paese andino è stato, così, dichiarato costituzionalmente e nominalmente.

Ma torniamo alla trama, perché Sanjinés ha detto che è stata proprio la Guerra del Chaco a far fare due passi indietro e uno avanti (Vladimir Il’ič Ul’janov, ora pro nobis) alla Bolivia:

«Perdemmo cinquantacinque milioni di soldati ma guadagnammo la coscienza per cambiare il paese da un regime feudale a uno democratico».

È su questa linea che si sviluppa la storia personale di Sebastiàn e Guillermo, fin da subito un intreccio di storia personale e sociale della Bolivia intera.
Non manca qualche ingenuità (forse dovute dall’eccessivo ricorso alle cesure) nell’ordito della trama in quanto i due riescono a scappare dal fronte e, sebbene stremati al termine della fuga, a riprendere quasi immediatamente la connessione con una vita quanto più possibile normale e ordinaria. L’amicizia tra i due si salda con la promessa di incontrarsi nuovamente al fine di darsi da fare per far cambiare direzione al paese: nelle trincee c’era chi parlava di socialismo e Sebastiàn aveva rivelato a Guillermo che nel campo gli aymara vivevano in piccole comunità (la sua era quella immaginaria di Orco Chiri) che non prevedeva l’utilizzo di moneta né conosceva la proprietà privata.
Un piccolo socialismo in nuce, quello aymara, alle orecchie di Guillermo.
Come tralci di una medesima pianta di vite, i due si allontaneranno per continuare a cercarsi nel corso degli anni ’50, gli anni di una prima rivoluzione, sebbene poi soffocata da svariati colpi di stato (ma sull’aspetto strettamente politico non ci soffermeremo). Dopo aver fatto ritorno ad Orco Chiri, passato più o meno un lustro, l’ex soldato aymara lascia moglie e figlio perché vuole andare in città a riprendere contatti col suo vecchio commilitone e unirsi ad un cambiamento rivoluzionario di cui gli giungono solo lontanissime eco; il blanquito, invece, a scuola (diventa insegnante di storia) si innamora perdutamente di una collega aymara, la cui presenza aveva destato più di qualche contrarietà nella comunità bianca e conservatrice (per non dire razzista).
Sebastiàn diventa minatore, fa parte del sindacato ma, nel momento in cui vorrebbe tornare a Orco Chiri, non riuscirà perché gli anziani della comunità non glielo permettono.
In realtà la sequenza finale vale, da sola, tutta l’ora e mezza del film: Sebastiàn è ormai un dirigente (fa parte del controllo operaio) della Comibol, cioè l’impresa statale per la gestione delle miniere, mentre ormai da un paio di decenni Guillermo è parte integrante della comunità aymara della moglie.
I ruoli si sono scambiati: chi prima era affascinato dalla cultura campesina ora riesce a parlare la lingua aymara (Guillermo) mentre Sebastiàn è un alto funzionario che si sposta in Mercedes per le vie di La Paz, vestendo in giacca e camicia alla maniera occidentale.

Carne da cannone
Per il comando boliviano durante gli anni della guerra del Chaco, gli aymara e i quechua erano poco più che carne da cannone, tanto da relegarli in apposite compagnie in cui i bianchi non erano presenti: «Il destino dei soldati boliviani alla fine fu a dir poco [la rappresentazione di una] tragedia», ha sottolineato Esther Breithoff nel suo saggio Conflict, Heritage and World-Making in the Chaco: War at the End of the Worlds?. Il film vuole anzitutto spiegare questo distacco che era presente nella società boliviana: gli uomini dei popoli originari venivano «separati dalle loro famiglie» spesso con violenza (prima sequenza del film) e portati in un contesto completamente differente dall’altipiano boliviano.

«”Servirono come carne da cannone negli errori di comandanti inetti” (Querejazu Calvo 1975, 131). Nonostante ciò, hanno dimostrato una grande dose di coraggio. Nonostante il caldo, la fame e la sete che li torturavano nel Chaco, continuarono a difendere un lembo di terra che alla fine non significava nulla per loro».

La separazione tra le due realtà è presente anche nella Bolivia odierna: i blanquitos sono anche chiamati gringuitos, in senso dispregiativo. L’adagio politico-sociale del film sta tutto nel riscatto indigeno e nel nuovo corso della Bolivia: segnato positivamente, come mostra Sanijnés nel suo film, dal concorso delle popolazioni indigene al nuovo corso democratico del paese. La nuova storia della Bolivia, dunque, che le popolazioni originarie hanno contribuito a scrivere (o meglio ri-scrivere) soprattutto a partire dal momento più drammatico della storia del paese.

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni, UncategorizedTagged aymara, bolivia, chaco, Choquehuanca, cultura, disuguaglianza, el alto, guerra, indigenos, La Paz, Mas, mondo, morales, orco chiri, pueblo, quechua, sanjines, scuola, sindacato, socialismo, viejos soldados, whiphala

I bergamaschi in Bolivia. Una chiesa con il popolo [«L’Eco di Bergamo» del 31/10/23]

Posted on 2023/10/31 by carmocippinelli

La seguente intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea de «L’Eco di Bergamo» del 31/10/2023. Felice e onorato di essere stato inserito nella pagina prima del Concilio, ho realizzato quest’intervista a Riccardo (pardon, Don Riccardo) quando io e Maria eravamo da lui in Bolivia.

Da Telgate a La Paz. Un viaggio, quello di Riccardo Giavarini (da poco don), che dura da 47 anni: «Sono qui da così tanto tempo che ormai mi sono innervato nella cultura di qui: non riuscirei a pensare di tornare in Italia”. Questo è quello che si sente di dire quando qualcuno gli chiede se si senta ancora un missionario (nel senso stretto del termine).

Eppure il legame che c’è tra Bergamo (e la sua provincia), La Paz, El Alto e altre località boliviane (Cochabamba, Santa Cruz e via dicendo) è più che evidente: basta andare alla parrocchia di Munaypata. Lì si viene accolti da un altro sacerdote bergamasco (Don Giovanni) e gli occhi occidentali arrivati in terra sudamericana non possono fare a meno di notare il grande murale che campeggia all’ingresso dell’edificio: “60 anni. Chiesa di Bergamo – Iglesia de Munaypata”. Un legame talmente solido che nel 2022 ha compiuto, per l’appunto, il ragguardevole traguardo di sei decenni di cooperazione e collaborazione.

 

«Prima di essere sacerdote sono stato quaranta anni insieme a mia moglie, Berta, morta di Covid due anni e mezzo fa» – ha raccontato Giavarini – «mi sento molto accompagnato da lei, anzi, non posso fare, organizzare e pensare progetti senza pensarla: sento forte la sua presenza e la relazione strettissima con lei». 

La vita di Don Riccardo, basti notare il predicato anteposto, è cambiata dal giorno in cui ha deciso di riprendere in mano la vecchia idea del sacerdozio: «Ora ho una parrocchia alla periferia di El Alto, mi sto integrando al clero locale e nel frattempo mantengo gli impegni che già prima caratterizzavano l’agire quotidiano: il carcere minorile “Qalauma”, dunque il tema della giustizia riparativa (insieme all’impegno analogo di Mario Mazzoleni a Santa Cruz); gli impegni legati alla Fundacion “Munacim Kullakita” [di cui ricopre la carica di direttore generale]; l’azione riguardante l’immigrazione di transito in Bolivia (di chi viene dal Venezuela, dalla Colombia, da Haiti per poter raggiungere il Cile o l’Argentina). Così come l’Italia.»

 

L’unione che c’è tra Bergamo e La Paz è piuttosto sui generis e ha inizio nel 1962. Tu che ci vivi da quarantasette anni, potresti spiegarci com’è avvenuto questo sodalizio?

«Succede che durante i lavori del Concilio Vaticano II dei vescovi boliviani si sono recati da Papa Giovanni XXIII e gli hanno rivolto una richiesta esplicita di aiuto a causa dello scarso numero di preti presenti nel paese. Il Papa accoglie questa istanza e coinvolge immediatamente il vescovo di Bergamo, gli gira la richiesta dei vescovi boliviani e da lì è cominciato tutto. Tra i due pionieri bergamaschi c’era Don Berto Nicoli e da allora sono giunti qui più di trecento persone dalla bergamasca tra preti, suore e laici». 

Quali sono stati gli interventi maggiori nella società boliviana in questi decenni?


«Si sono costruiti ospedali, scuole, parrocchie, centri d’accoglienza e centri per l’infanzia per bambini orfani con problemi familiari. Quest’ultima realtà, la “Ciudad del nino” prima era attiva a La Paz e ora s’è spostata nel sud-est del paese, a Cochabamba».

Spesso le missioni – o i progetti conseguenti – vanno sfaldandosi se non c’è ricambio generazionale, in questo caso l’intervento bergamasco è andato sviluppandosi sempre più, come in un costante crescendo, o sbaglio?


«È proprio così: c’è stata fin da subito una sorta di alleanza tra Bergamo e il clero di qui. Le città coinvolte non sono state solamente El Alto e La Paz ma anche Cochabamba e Santa Cruz. Molti preti si sono recati anche in zone rurali e montane fronteggiando molteplici difficoltà ma, da bravi bergamaschi, hanno affrontato le asperità con coraggio e cuore».



Un sodalizio così forte che ha fatto nascere il ‘Gruppo Bergamo’ fin dai primi giorni di presenza nella capitale boliviana, quest’anno sono “sessantuno candeline”.


«Ogni anno, a Pasqua e dopo il 2 novembre, ci incontriamo per un momento di ritiro, di studio della realtà nazionale e non solo. Stiamo parlando di un gruppo di residenti in Bolivia (attualmente circa 40) la cui porzione più folta tempo addietro era quella dei sacerdoti, ora la percentuale di laici è maggiore. Alcuni preti del gruppo sono stati anche eletti vescovi: Angelo Gelmi, Eugenio Scarpellini, Sergio Gualberti (arcivescovo di Santa Cruz), Eugenio Coter e sicuramente ne dimentico molti altri, ma il punto è che queste figure che ho citato hanno contribuito enormemente al rafforzamento dei rapporti tra la diocesi di Bergamo e la chiesa locale. L’altr’anno in occasione dei sessanta anni della presenza bergamasca a La Paz è venuto anche il vescovo Beschi proprio per celebrare questo anniversario».

E tu come ci sei finito qui?


«Sono arrivato qui da laico in alternativa al servizio militare ma comunque legato al “Gruppo Bergamo”, che già esisteva da qualche anno: era il 1976».



Come si è svolta la tua attività in quest’altra parte di mondo?


«Dapprima sono stato a La Paz, poi a Cochabamba, sempre con l’idea di continuare gli studi di teologia, dato che in Italia avevo conseguito la maturità classica in seminario. Dopodiché nella pastorale giovanile ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie: Berta. Da quel momento è cambiato l’orientamento vocazionale».

Certo è che negli anni ’70 e ’80 in Bolivia la situazione socio-politica non era molto stabile…

«Era il periodo delle dittature. C’era molta instabilità sociale, politica ed economica e durante l’ultimo colpo di stato sono riuscito a fuggire alla vigilia del golpe e non sono più potuto rientrare in Bolivia – insieme ad altri – per un periodo di tempo: ero schedato ed eravamo minacciati. Facevamo resistenza al regime dei militari: accoglievamo dirigenti dissidenti e li nascondevamo; facevamo formazione politica ai ragazzi; resistevamo partecipando anche ai movimenti sociali. Personalmente ho anche partecipato a uno sciopero della fame condotto dalle dirigenti minatrici che protestavano contro il generale Banzer Suarez (il cui golpe fu nel 1971) e in poco tempo questo movimento si è esteso in tutto il Paese».


Tu dove ti trovavi in quel periodo?


«Ero a Cochabamba ma subito mi sono attivato per prendere parte a questo movimento sociale molto vasto e diffuso in tutto il paese. E con lo sciopero della fame chiedevamo elezioni libere, il rientro di minatori esiliati, lo ‘stop’ alla repressione per i movimenti sociali, la libertà di associazione e via dicendo».

Il “Gruppo Bergamo” ha preso parte alla vita sociale e politica boliviana a tutti i livelli, non solamente nell’ambito religioso, dunque?


«Assolutamente. C’erano anche preti piuttosto impegnati politicamente in quanto formavano quadri dirigenti dell’Ipsp (‘Instrumento politico por la soberania de los pueblos’) cioè il movimento che ha dato vita al Mas (‘Movimiento al socialismo’), attuale partito di governo. Si impegnavano a proteggere le persone più esposte come alcuni dirigenti sindacali e li nascondevano nelle parrocchie o li facevano scappare in Perù. In quel periodo, poi, andavamo nelle carceri di massima sicurezza a incontrare e parlare con i prigionieri politici e le loro famiglie. Avevamo sviluppato un vero e proprio movimento di resistenza: il Monsignor Manrique (allora arcivescovo di La Paz) si era posto addirittura davanti ai carri armati dei militari per frenare con il suo corpo la violenza e la prepotenza dei militari».

Una chiesa che prende parte, una chiesa totalmente differente dal ruolo che spesso ha interpretato in America Latina nei confronti delle dittature cilene, ad esempio.


«Era una chiesa molto più coraggiosa, oserei dire. Una chiesa che ha pagato di persona, basti ricordare il martirio di Luiz Espinal, così come Alfonso Romero in altri contesti. Ma Espinal, gesuita e giornalista, aveva fondato un giornale che si chiamava ‘Aquì’ in cui denunciava forme di violenza, torture, casi di desaparecidos, chiusura dei mezzi di comunicazione e via dicendo. Durante l’ultimo colpo di stato, ad opera di Garcia Mesa, è stato torturato e brutalmente ucciso. Come lui, altre figure sono state capitali nella resistenza ai militari: i minatori, ad esempio, sono stati la colonna portante delle proteste e hanno rappresentato la punta più avanzata della coscienza civile e di classe sociale contro i vari golpe. Molti sono stati cacciati dalla Bolivia e non hanno più potuto far ritorno nel proprio paese. C’è poi da considerare che l’ex presidente Evo Morales si è formato anche grazie ad occasioni e momenti di formazione promossi dalla chiesa cattolica. Allo stesso modo molti dirigenti del Mas erano catechisti: alcuni hanno fatto bene, altri non troppo, ma “l’uomo è sempre l’uomo”».

Cos’ha lasciato (e cosa sta continuando a costruire) la presenza bergamasca in Bolivia?

«Penso che abbiamo lasciato (e continuiamo a farlo) un’impronta molto importante qui non tanto per le costruzioni o gli edifici eretti, quanto piuttosto riguardo la qualità dell’intervento effettuato. La gente di Bergamo è riuscita ad “inculturarsi” molto nella realtà locale: le parrocchie che venivano gestite da preti bergamaschi non erano solo luoghi di culto in cui si diceva messa e si professava una fede chiusa: erano luoghi aperti. Siamo intervenuti – e interveniamo – nell’ambito sanitario, scolastico e penitenziario, così come la formazione politica delle persone e riguardo l’emancipazione femminile».

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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