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Tag: produzione

«Non vogliamo la cassa integrazione, vogliamo il lavoro»

Posted on 2024/10/12 by carmocippinelli
Luigi Sorge. Fonte foto: profilo Facebook del Partito comunista dei lavoratori.

Luigi Sorge è Rsa della Fiom-Cgil presso lo stabilimento di Cassino (provincia di Frosinone).
«A Cassino c’è la stessa aria di tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia», dice sconsolato, raggiunto da Atlante. «A Cassino dal primo ottobre i lavoratori sono tutti (2.500) in contratto di solidarietà (Cds). Ci sono molti di noi che lavorano tre giorni al mese e il resto dei giorni (e delle ore) è occupato dalla cassa integrazione». Taglio del salario per tutti ma non per i dirigenti: «a luglio hanno preso bonus di decine di migliaia di euro per obiettivi raggiunti sull’efficienza», tuona, ma nelle sue parole non c’è meraviglia: «che si chiamino Stellantis, che si chiami Fiat o Fca, i padroni e il capitalismo hanno questo volto».

Il disappunto di Sorge si percepisce a ogni sillaba: «il punto è che noi non abbiamo macchine nuove da costruire». Gli annunci roboanti di nuove vetture, le promesse del ritorno ad una produzione costante, le assicurazioni della proprietà attorno al ruolo strategico dell’Italia nella realizzazione di macchine Fiat/Stellantis valgono il tempo di un post su X o Instagram. La realtà dei fatti è ben altra: «Stiamo lavorando ancora sul piano industriale della presidenza Marchionne e in produzione abbiamo: Giulia, Stelvio e Grecale». Macchine costose, per poche tasche, i cui costi si aggirano tra i 50mila euro e i 140mila euro. «Entro il 2025 dovrebbero partire le produzioni dello Stelvio elettrico», ma il condizionale parrebbe essere d’obbligo, dato che una macchina non si produce in poco tempo e la produzione ha i suoi tempi.

S’è puntato tutto sull’auto di lusso, di fascia alta ma è una strategia che non ha pagato: «Nel 2010 eravamo 5.500 circa» e si parla di ulteriori esuberi «fino a 800», afferma sconsolato Sorge, «senza contare l’indotto», le ultime assunzioni (pre Covid) realizzate tramite agenzie di somministrazione (di cui una piccola parte stabilizzata con contratto da parte dell’azienda) e senza contare, infine, gli incentivi alle dimissioni incoraggiati dall’azienda. «Trent’anni fa – ricorda amaramente Sorge – quando entrai in questo stabilimento eravamo più di 7.500 lavoratori. Attraverso la produzione delle Tipo e delle Tempra siamo riusciti a toccare la cifra vertiginosa di 1.300 vetture al giorno, lavorando su tre turni». Oggi quel mondo appare ancor più lontano di quanto abbia solcato l’aratro del tempo.

Come può, uno stabilimento in queste condizioni, affrontare la questione della transizione declamata, voluta e imposta dall’Unione Europea? «Non abbiamo un piano industriale, questa è la verità. Stellantis vorrebbe continuare a trarre profitto dalla riorganizzazione e dalla razionalizzazione degli stabilimenti: Tavares, che concluderà il suo mandato nel 2026, doveva garantire la proprietà, gli azionisti e, ovviamente, lui stesso non producendo vetture, ma efficientando». E efficienza fa rima con razionalizzazione, tagli: è l’austerity industriale.

L’elettrico non cambierà la situazione di Cassino: «La produzione non sarà immediata e ci saranno ulteriori tagli al personale stimati del 30-40% dal momento che il motore e la meccanica relativa sparirà. Noi siamo a favore della transizione ma, a fronte di un ulteriore calo della manodopera, chiediamo la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40, redistribuendo il lavoro che c’è. Non vogliamo la cassa integrazione, non chiediamo la cassa integrazione: vogliamo il lavoro e salari dignitosi che ci consentano di vivere, non di sopravvivere».

Sullo sciopero, sebbene convocato unitariamente dalle federazioni dei metalmeccanici dei sindacati confederali (Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil), Sorge non si sbilancia, ma auspica la più ampia partecipazione dei lavoratori: «Venerdì 18 potrebbe anche succedere che la Fca dichiari il senza lavoro». Il giorno prima dello sciopero la proprietà potrebbe comunicare ai lavoratori che il giorno successivo, cioè quello dello sciopero, potrebbe essere un ‘senza lavoro’: «È già successo», ammette Sorge, «la settimana scorsa, alle 8:00 di mattina, la Fiat ha mandato via degli operai perché non c’erano dei materiali che sarebbero serviti per la produzione giornaliera».

Ma il delegato è speranzoso: «È solo l’inizio. Difenderemo a qualunque costo ogni singolo posto di lavoro. Vogliamo costruire è una vertenza generale di Stellantis, automotive tutto e indotto; che oltrepassi i confini nazionali, investa i paesi europei (si veda la situazione della Volkswagen); che realizzi un fronte unico operaio e faccia tornare i lavoratori protagonisti del proprio futuro». Sperando che i lavoratori in Italia potranno ancora farlo, anche dopo.
Dopo l’eventuale approvazione in Senato del Decreto Sicurezza.

 

Parte dell’articolo scritto insieme ad Angela Galloro per «Atlante Editoriale» in vista della manifestazione del 18 ottobre [2024].

Posted in Atlanteditoriale, BlogTagged alfa romeo, auto, automotive, cassino, elettrico, fca, fiat, lavoratori, lavoro, maserati, produzione, stellantis

Lo sfruttamento nel carrello della spesa *

Posted on 2019/12/13 by carmocippinelli

Il tema dell’analisi della produzione e della filiera che sta dietro ad un certo prodotto che mettiamo nel carrello quando decidiamo di recarci presso un supermercato della Grande distribuzione organizzata (Gdo), è già stato sviscerato e problematizzato da diverse pubblicazioni scientifiche e della pubblicistica. Tra di essi c’è certamente da segnalare il valido e puntuale saggio di Fabio Ciconte e Stefano Liberti, pubblicato quest’anno.

Entrambi giornalisti e saggisti, hanno dato alle stampe per Laterza il volume denominato Il grande carrello – chi decide cosa mangiamo, andando ad indagare il comportamento pervasivo della Gdo nelle abitudini alimentari delle italiane e degli italiani. Tra le questioni sviscerate con dovizia di particolari vi è quella dell’illusione del consumatore che acquista un prodotto marchiato dalla grande catena presso cui si è recato per fare la spesa con l’illusione che sia un qualcosa di diverso da quello poco distante sull’altro scaffale. «Finiamo – si legge in una parte del saggio – per comprare prodotti diversificati nel marchio e nel marketing ma in realtà identici, perché in un universo di grandi concentrazioni è facile imporre un’omologazione al ribasso» (Il grande carrello, p. 57, Laterza).

E questo è del tutto vero se pensiamo alla fase che il mondo globalizzato sta vivendo da decenni: la compressione dei diritti e dei salari si riflette anche sulla produzione e sul modo di acquistare i prodotti dai produttori da parte della Gdo. Interessante e condivisibile è il punto che i due autori terminano il discorso sulle aste e, in particolar modo, sul comportamento dell’azienda Eurospin il cui comportamento ha favorito una «guerra fra poveri: da una parte gli agricoltori che non ci stanno più dentro; dall’altra i consumatori, che vogliono spendere sempre meno […] l’asta al doppio ribasso è l’ultima frontiera della trasformazione del cibo in commodity […] Senza voler stabilire un legame diretto tra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi, è indubbio che questa prassi favorisce lo sfruttamento, perché crea un collo di bottiglia che impedisce agli agricoltori di fare reddito e li obbliga in un certo senso a cercare mezzi alternativi per rimanere nei costi» (Il grande carrello, p. 68, Laterza).

È una correlazione intima e conseguente, invece, quella del legame fra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi: è il caso di porre questa relazione come necessaria in un’analisi di critica complessiva – e particolare – nei confronti del sistema capitalista nella fase attuale di crisi di sovrapproduzione. Il capitalismo ha necessità di porre ai limiti della schiavitù una parte consistente della popolazione al fine di mantenere il proprio status non solo per se stesso e per le classi sociali più alte ma, paradossalmente, soprattutto per il proletariato e sottoproletariato. Là, dove la scure del sistema più iniquo e ingiusto del Mondo ha colpito più di tutto e più di tutti, ovvero i diritti legati al mondo del lavoro, ai servizi pubblici e alla salute, quello del cibo è un fattore che non può essere sottoposto a defaillances, il capitale non può permetterselo.

È storicamente, e letterariamente (si pensi all’episodio dell’assalto ai forni contenuto nei “Promessi Sposi” del Manzoni), diffuso che il popolo affamato si pone di traverso ancor di più al potere costituito che lo opprime che fino a poco tempo prima creava le condizioni affinché la classe subalterna fosse ancora più tale e permanesse nella sua condizione di indigenza. Il capitale ha dunque il compito di creare tanto il consenso quanto il dissenso: attraverso lo sfruttamento proto-schiavile di una fascia determinata di persone, quali immigrati irregolari impiegati nel lavoro bracciantile, riesce a mantenere la facciata del costo contenuto dei prodotti agli occhi del proletariato e del sottoproletariato. Da un lato permette a vaste fasce di persone di approvvigionarsi a costi oggettivamente bassi; dall’altra fa in modo che la rabbia sociale prodotta dalla mancanza del lavoro, dalla compressione dei salari, dalle tasse sempre più alte, si scarichi verso quella parte di popolazione (perlopiù composta da immigrati irregolari) che popola periodicamente i ghetti del foggiano fuori dai centri urbani (che un tempo si sarebbero chiamate baraccopoli), in Campania o in Calabria.

Il proletariato, infatti, avendo come unico orizzonte il fine del mantenimento del proprio nucleo familiare a costi piuttosto contenuti, non bada – necessariamente – alla filiera o al come un tale prodotto riesce ad arrivare sugli scaffali del supermercato a lui più vicino, tanto più se è uno che gli fa spendere poco per ottemperare al compito della spesa.

Contenere il cosiddetto malcontento popolare almeno da un punto di vista alimentare, evitando che il costo dei prodotti più cari a strati più bassi della popolazione lievitino, è il compito attuale del capitale: una porzione sempre più ingente di popolazione, bersaglio della campagna elettorale e degli slogan come “prima gli italiani”, è quella che accetta condizioni semischiavili di lavoro e al contempo il ricatto – da parte di padroni italiani, s’intende – della denuncia alle autorità, dunque il conseguente rimpatrio, qualora dovesse alzare la testa.

Incanalare l’odio sociale contro soggetti più fragili è diventato, oramai, sport nazionale dell’Italia del XXI secolo: cercare di contenere la rabbia sociale e nel frattempo avallare chi indica quegli sfruttati nell’ambito della politica e delle campagne elettorali sempre più esautorate di ogni reale contenuto politico, è la lotta del capitale. Stanare chi indica e creare coscienza di classe contro gli indicatori è il compito dei comunisti.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6332

Posted in agricoltura, gdo, mercato, polpettoni, produzione, spesaTagged agricoltura, gdo, mercato, polpettoni, produzione, spesa

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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