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Tag: polpettoni

"Progetto Comunista". Quella scritta nera in campo bianco si vide già 13 anni fa

Posted on 2019/02/27 by carmocippinelli

Chi mi conosce sa il mio essere quasi enciclopedico su alcune questioni partitiche e legate ad organizzazioni politiche, specie nella loro fase congressuale. Del mio nicchismo militante e del fatto che mi interessino questioni che proprio non raggiungono oltre 4 lettori. Qualche anno fa scoprii che esisteva un blog ‘I simboli della discordia’ con la mia stessa malattia, solo più orientata ai simboli di partito.
Ho proposto loro un articolo e, dunque, lo ripropongo integralmente sul blog.

Progetto comunista, il nome visto in Sardegna viene da lontano (di Marco Piccinelli) – http://www.isimbolidelladiscordia.it/2019/02/progetto-comunista-il-nome-visto-in.html

Oggi pubblico un testo che ho ricevuto da Marco Piccinelli, giovane giornalista che collabora con varie testate (tra cui Pressenza) e segue questo sito, probabilmente condividendo la condizione di #drogatodipolitica che accomuna i suoi frequentatori. Quando ha visto comparire l’articolo sui contrassegni delle elezioni sarde, è stato facile per lui ricordare che il nome di una delle liste – Progetto comunista – non era affatto nuovo: era facile averne prova, visto che il simbolo per giorni non si è trovato, mentre emergevano ovunque notizie di un altro soggetto politico, che evidentemente diverso dalla lista presentata in Sardegna. Lascio la parola a lui, buon racconto.
   
Simbolo del Pc-Rol,
prima della costituzione in Pdac

Recentemente su questo blog s’è dato conto dei simboli che si sono presentati alle elezioni regionali sarde appena trascorse. Tra le liste della coalizione guidata da Massimo Zedda, ne spiccava una denominata Progetto comunista per la Sardegna, con falce e martello rossi e simbolo dei Quattro Mori. La scritta nera in campo bianco, così come il nome, riprendono però quasi in toto l’etichetta di un’organizzazione trozkista fuoriuscita dal Partito della rifondazione comunista nel 2006: Progetto comunista – Rifondare l‘opposizione dei lavoratori (Pc-Rol). Quell’espressione, “Progetto comunista”, era stata scelta in continuità con l’esperienza dell’Associazione marxista rivoluzionaria – Progetto comunista (Amr/Pc: il suo sito web è ancora attivo), autoattribuita sinistra di Rifondazione Comunista: lì convivevano le anime aderenti al trotskismo del partito, tanto quella che faceva capo a Marco Ferrando e Franco Grisolia, quanto quella che seguiva Francesco Ricci e Ruggero Mantovani. 

simbolo del Movimento per il Pcl,
prima della costituzione in partito
,

Lo scontro che vide nascere il Pc-Rol – ed è il motivo per cui sono stati citati questi quattro rappresentanti dell’area – si consumò nel corso della seconda conferenza dell’Amr, all’inizio del 2006: lì i presentatori del documento Il progetto comunista: la rifondazione rivoluzionaria “abbandonarono i lavori e si costituirono in frazione”, come fu riportato da un componente del comitato centrale di Pc-Rol. Questa “frazione” che si costituì venne guidata dai dirigenti che successivamente avrebbero fondato il Partito comunista dei lavoratori (Ferrando e Grisolia): il movimento sarebbe nato nell’estate del 2006, mentre per il partito si sarebbe dovuto attendere il 2008.

simbolo depositato nel 2008
L’altro troncone dell’Amr si costituì appunto in Pc-Rol prima di dare vita ad una formazione (tuttora attiva, anche se a livello embrionale e provinciale) denominata Partito di Alternativa Comunista – Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale (Pdac). Al di là del nome più complesso, il simbolo del Pc-Rol presenta sopratutto una differenza rispetto a quello del Progetto comunista visto in Sardegna (oltre all’assenza ovvia dei quattro mori stilizzati): la disposizione di falce e martello. Il soggetto politico, infatti, essendo trotskista, pone i due strumenti di lavoro “a specchio” rispetto ai normali emblemi comunisti; in più, all’incrocio dei due “arnesi”, si nota la presenza di un 4 stilizzato, che indica l’appartenenza del gruppo alla Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale.

attuale simbolo del Pdac
Una volta costituito il Pdac e sciolto, o comunque superato, il Pc-Rol, il nome “Progetto Comunista” in ogni caso sopravvisse: la testata del soggetto politico continuò a chiamarsi così (esisteva già ai tempi dell’Amr) e, per un certo periodo, l’espressione era stata conservata all’interno del simbolo del partito, come testimonia il contrassegno elettorale depositato in occasione delle elezioni politiche del 2008. Nel simbolo attualmente in uso il vecchio nome non c’è più, ma nella memoria di coloro che hanno costituito quell’esperienza è rimasto: quando è apparsa la lista sarda del Progetto comunista, qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato quella pagina di oltre dieci anni fa, che da un progetto ha fatto nascere un partito.

Posted in Blog, i simboli della discordia, pc-rol, pcl, pdac, politica, polpettoni, trozkistiTagged i simboli della discordia, pc-rol, pcl, pdac, politica, polpettoni, trozkisti

La famigerata lista di sinistra

Posted on 2019/02/21 by carmocippinelli

Quindi ci sono state discussioni fra Prc/Pap/DeMagistris/Frattaglie? Ma non mi dire!

Posted in pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistraTagged pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistra

Attendonsi proclami sull'italianità dell'Albania

Posted on 2019/02/12 by carmocippinelli

Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

La prima volta, a seguito della catastrofe della Prima Guerra Mondiale, la Storia si è manifestata in tragedia: in Italia si iniziò a parlare di vittoria mutilata e il sentimento popolare assomigliava a quello presente nei paesi sconfitti, nonostante il bel Paese risultò vincitore. 
I generali posti sotto processo dopo la disfatta di Caporetto, si convinsero del contrario. 
I militari ritennero che la colpa era dei rossi: l’Italia era piena di socialisti e di pacifisti e se il clima era irrespirabile, certamente era colpa loro. Sarebbe stato utile del «bastone», come veniva chiamato allora. Anche Cadorna in una lettera indirizzata all’un tempo rivale Generale austriaco Konrad Krafft von Dellmensingen, all’indomani del delitto Matteotti, come «se allora [1915] ci fosse stato il governo forte di adesso [1925] sarebbe stata un’altra storia». Quella repressione arrivò, insieme con la rivendicazione di Istria e Dalmazia, con tutto quello che comportò.
A distanza di anni, il revisionismo su quella pagina di storia galoppa, così come infoibata, più che la popolazione italiana, è l’oggettività di quella fase.
Ma la tragedia è passata: il sipario è calato sul proscenio e si lascia il posto al secondo atto dell’Opera. O meglio, dell’operetta. La farsa sta nel Presidente del parlamento europeo che grida «Viva Istria e Dalmazia italiane» aprendo uno scontro diplomatico con i paesi balcanici coinvolti e che, a loro volta, rimandano al mittente le assurde rivendicazioni territoriali.
Non solo: rimandano al mittente parlando esplicitamente di revisionismo.
E menomale che a rivendicare Istria e Dalmazia italiane è il Presidente del Parlamento Europeo.
Alla faccia dell’Europa, insomma.
Attendonsi proclami sull’italianità dell’Albania.
V soboto sem govoril o želji po potvarjanju zgodovine v Sloveniji. Enako se dogaja na italijanski strani meje. Žal s strani vidnih politikov, celo EU funkcionarjev. Zgodovinski revizionizem brez primere. Fašizem je bil dejstvo in imel je za cilj uničenje slovenskega naroda.
— Marjan Šarec (@sarecmarjan) 11 febbraio 2019
traduzione del tweet: «Sabato ho parlato della deviazione della storia Slovenia. Lo stesso sta accadendo sul versante italiano del confine. Sfortunatamente, tra i politici presenti, anche funzionari dell’UE.  Revisionismo storico senza precedenti. Il fascismo è stato un fatto [storico] e mirava ala distruzione della nazione slovena». Nel video, la sparata del Presidente del Parlamento Europeo.
Posted in Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, sloveniaTagged Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, slovenia

Trump: «Conosciamo la nostra determinazione: gli USA non diventeranno mai socialisti»

Posted on 2019/02/07 by carmocippinelli
Non è proprio virale, ma poco ci manca. Si tratta del video in cui il Presidente Donald Trump,  durante un discorso al Congresso statunitense, afferma: «Conosciamo la nostra determinazione riguardo al fatto che gli Stati uniti d’America non diventeranno mai uno stato socialista».
La dichiarazione è datata 5 febbraio 2019. Stesso giorno in cui è stata vandalizzata la tomba di Karl Marx a Londra.

 Scrocianti applausi da parte di paffuti deputati americani, paciosi e soddisfatti dei loro supersize menu.

Il socialismo, il comunismo, il marxismo e il leninismo incutono ancora una paura infinita nei confronti di coloro che detengono le leve del capitalismo e della democrazia liberale, ormai diventata segreteria gestionale di quel che viene definito dal capitale transnazionale.

Nonostante tutto, mai come in questo periodo storico, le istanze di chi vorrebbe un mondo diverso, un mondo in cui tutti hanno pari diritti, doveri, dignità e libertà, sono rappresentate da organizzazioni politiche ridotte al lumicino.
La grandiosa sinfonia di quel che era il movimento comunista nel blocco occidentale europeo (Partito comunista francese, Partito comunista italiano, Partito comunista spagnolo) si è andata trasformando in una intimista e un po’ triste melodia lo-fi.

Le cause sono certo molteplici e non starò qui a trattarle, dato che non basterebbe un saggio di svariate centinaia di pagine per prendere in esame tutta la complessa situazione dal 1989 in poi. 
fonte: Washington Post (Tolga Akmen/AFP/Getty Images)

Se, però, la boutade trumpiana si unisce all’atto vandalico inferto alla tomba monumentale di Karl Marx in Inghilterra, si intuisce che non è solo paura, quella dei capitalisti e della destra più in generale. 

È spietata volontà di rimozione perché nessuno sappia. Una spietata volontà di sotterrare tutto quello che il movimento comunista, socialista, rivoluzionario ha significato per il mondo intero. Vandalizzare la lapide di Marx di per sé è un atto che può aver compiuto chiunque, da un pazzo a un fascista, o da una persona con entrambe le patologie insieme, ma se ci si sforza a leggere la questione con lenti adeguate, così da rimuovere ogni sfocatura dettata dal pensiero dominante, si intuisce perfettamente che costoro hanno ancora l’enorme timore che i popoli, un giorno, non avranno «nulla da perdere, se non le loro catene». Hanno il timore di chi, passata la tempesta sovranista all’interno del proverbiale bicchier d’acqua, possa riscoprire una parte del passato della storia mondiale che s’era fatto in modo di mettere volutamente in soffitta: la storia della liberazione delle classi subalterne, della dittatura del proletariato, l’espressione che fa più paura ai capitalisti. L’espressione che più rappresenta da vicino quello che è successo nel 1917, quando i bolscevichi fecero piazza pulita dello zarismo. 
Con tanti saluti al Kaiser e alle monarchie europee.

«Nella società borghese il lavoro vivo è un mezzo per accrescere il valore accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è solo un mezzo per ampliare, arricchire e promuovere il processo vitale degli operai. Nella società borghese, dunque, il passato domina sul presente, in quella comunista, il presente sul passato». (Karl Marx, Friederich Engels, Manifesto del Partito Comunista)

Posted in leninismo, marxismo, polpettoni, socialismoTagged leninismo, marxismo, polpettoni, socialismo

La voce della coscienza [del capitale]

Posted on 2019/02/05 by carmocippinelli
Il riscaldamento globale non esiste, il lavoro è una roba novecentesca, la politica deve dialogare col mercato, la finanza è un’opportunità, gli stati devono “capire meccanismi altri”, le donne possono anche tacere e possibilmente fare la calza, i migranti si lasciano morire. O meglio, possono pure arrivare qua, ma devono accettare il lavoro nero. Sei l’ultimo arrivato, qua stiamo messi malissimo, dunque o «questa minestra» o «te la butto dalla finestra».

Però, tranquilli, davvero, non c’è da allarmarsi: i consumi riprenderanno, il lavoro tornerà, a condizioni di mercato – chiaro -, il Pil avrà l’impennata che lo farà tornare a livello 0 (che è pur sempre un numero neutro, senza quegli orpelli di + e – che ne condizionano la quantità e la qualità). Tutti saranno accontentati e chiunque potrà vivere serenamente in armonia. In armonia di mercato.

Voi dovete solo cercare di consumare più dell’anno precedente.
E morire in fretta, possibilmente. 
Che non è che possiamo pagà le pensioni a tutti. 
Grazie. 

post scriptum: possibili conguagli imprevisti da tenere in considerazione, no rimostranze.
Posted in capitalismo, mercati, polpettoniTagged capitalismo, mercati, polpettoni

Caporetto – Barbero

Posted on 2019/02/04 by carmocippinelli

In loop da giorni

Posted in barbero, polpettoni, storiaTagged barbero, polpettoni, storia

(S)connessi

Posted on 2019/02/01 by carmocippinelli
Il post parte con una premessa che, in realtà, è un’ardua ammissione della propria debolezza: posseggo uno smartphone, lo tengo praticamente sempre connesso a internet con la sua rete 4G, ogni tanto senza la localizzazione, ma una tantum. Dirsi sconnessi, al giorno d’oggi, è già un atto rivoluzionario nei confronti di se stessi: staccare i dati del proprio smartphone e lasciarlo a posto sul tavolo o sul comodino, distogliendo lo sguardo e concentrarsi su un qualcosa di differente è difficilissimo. La mancanza di concentrazione, la conseguente perdita di memoria, è un disturbo molto diffuso tanto fra i giovanissimi quanto tra i meno giovani e la cosa inizia ad essere preoccupante. 
Nonostante non sia propriamente un cattolico, mi corre l’obbligo di citare un passo dell’ormai celeberrima Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco: 

«I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. […] La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale».

Intimamente ho sempre rivolto il mio sguardo interno ad un’analisi simile, ovvero al fatto per cui se una situazione siffatta di sovrapproduzione tecnologica si fosse verificata duemila anni fa, probabilmente Anassimene e Anassimandro non li avremmo conosciuti così come siamo abituati a studiarli. Così come se questa inflazionata tecnologia, alla portata di tutti, avesse toccato la più recente epoca di Karl Marx o di Antonio Gramsci, giusto per non andare a scomodare i due filosofi greci sopra citati.
La necessità della sconnessione
Ho sentito il bisogno della sconnessione quando, parlando con la mia compagna, mi sono reso conto di essere totalmente dipendente dello smartphone. Appare banale come considerazione: se uno sa di usare troppo un dispositivo, potrebbe intuirlo ben da sé. Gli occhi esterni, però, vedono molto più in profondità di due peraltro miopi. Mai come in questo caso. Ho iniziato, dunque, ad essere sconnesso prima per qualche minuto, poi per qualche ora e infine anche per dei fine settimana. Prima, tutto questo, mi sembrava davvero impossibile. Eppure ci sono riuscito. 
Da qui, deriva la necessità della sconnessione per sentirsi un po’ più consapevoli (o padroni, che dir si voglia) della propria esistenza e dei momenti che si vivono. Ormai si è sempre più abituati a pensare che se una fase della propria vita non sia legata alla condivisione sui social non è stata neanche vissuta realmente o pienamente. Una grande menzogna.
Gli smartphone, e la navigazione in internet conseguente ad essi, si basano su fattori accessori e indotti: le applicazioni per ordinari subito del cibo, taxi istantanei, per non parlare dei social a cui si è sempre connessi h24. Ovviamente queste cose che ho evocato generano altri problemi che qui non tratterò (Riders, Uber etc). A tal proposito qualche anno fa decisi di iscrivermi ad Instagram perché ho notato che iniziava ad essere utilizzato anche da fotografi più o meno professionisti per la condivisione delle loro foto. Dunque, ho tentato. Circa 6 mesi fa mi sono cancellato da Instagram a causa dell’elevata alterazione della percezione della realtà e di come essa si manifesta agli occhi delle persone reali. Parallelamente, sto usando anche molto meno Facebook. Tutto ciò non ha causato in me degli scompensi di mancanze da tali applicazioni, specialmente riguardo la prima. 
Volevo poi scrivere un’altra cosa che mi sta a cuore: molti di coloro che leggeranno questo post mi conoscono e sanno che sono un tipo sui generis, dunque per molto tempo ho avuto uno smartphone Microsoft Lumia (più d’uno, per la verità). Il suo sistema operativo non è più supportato dalla casa madre e, man mano che il tempo passava, delle applicazioni hanno iniziato gradualmente ad abbandonare la piattaforma, tanto che anche Microsoft ha iniziato a non vendere più i propri smartphones.
Molti utenti si sono riversati su Android o Apple perché «ma va là, i Lumia non servono a nulla non hanno neanche mezza applicazione». Tutto molto vero. Ma siamo sicuri che rottamare sic et simpliciter uno smartphone solo perché non supporti l’applicazione x/y sia corretto o sia davvero utile alla nostra vita? La risposta nel 90% dei casi è un secco no. Anche e soprattutto perché la maggior parte delle applicazioni che vengono utilizzate non sono necessarie. 
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Competenza, Lino Banfi, l'Unesco, Roma Est

Posted on 2019/01/22 by carmocippinelli
Una cosa in particolare di quelle che ho fatto fino ad ora me la rivendicherò con orgoglio, sempre: la candidatura con il Partito Comunista alle elezioni del 2016 per il municipio in cui vivo. Municipio VI, Roma Est, per capirci, una delle zone più disagiate di Roma. Io e Gianmarco, allora candidato presidente, ci siamo smazzati tutto il municipio a caccia di voti: stiamo parlando di un territorio decisamente vasto che in quanto a popolazione è dietro solo a città come Torino e Verona, contando la bellezza di 250.000 residenti. Ci fermavamo con ogni singola persona e con ognuno ribadivamo le nostre ragioni. 
Al momento delle votazioni sono andato a fare da rappresentante di lista al plesso scolastico dove era allestito il mio seggio, dove i vari candidati di Fratelli d’Italia, Lega, Partito Democratico rimanevano fuori al cancello a fermare la gente per ricordar loro come avrebbero dovuto votare. 
Illegale, però lo facevano lo stesso. 
Insomma, al primo piano vicino all’entrata dei seggi mi incontra un amico dei miei. Mi saluta e mi fa «ma insomma te candidi?» e io, un po’ intimorito, ma comunque convinto della cosa: «beh, sì, la campagna elettorale è stata tosta ma ce l’abbiamo messa tutta». 
«Eeeeeh, lo so», mi fa questo tizio sempre più grave e scuro in volto, «ma co che lista te candidi?» poi guarda il cartellino che avevo appeso e capisce. 
Annuisce. Va a vedere i candidati di tutte le liste vicino al suo seggio e si sofferma su quella del PC: Gianmarco Chilelli – Candidato Presidente. Lista: Marco Piccinelli, Silvia Di Luzio, Daniela Giorgini etc etc. Scorre tutti quanti i nomi col dito. Torna verso di me con le mani dietro la schiena, chiuse l’una dentro l’altra: «Ma ce vo esperienza, sete tutti regazzini: er più vecchio c’ha 50 anni ma è l’unico, poi tutti sotto i trenta, ma ndo volete annà?».
E io, forse un po’ stizzito, gli dissi: «Eh, t’ho capito, ma una volta ennòcestannotroppivecchi, mo ennòsottroppogiovani. Non capisco».
Lui, sempre più serio: «No, me dispiace, non te voto: ce deve andà gente competente a governà».
Esce dal seggio: «ho votato er Pd, però ar comune i 5 stelle». Gli auguro ogni bene, dicendogli – garbatamente – che il voto è suo e può farne quel che vuole, ma, dal momento me lo aveva rivelato, che aveva fatto na gran cavolata. 
Oggi, mentre inviavo un saggio per una rivista scientifica che ho in ballo da più di qualche mese, apro l’Ansa e vedo a caratteri cubitali: «Lino Banfi sarà commissario all’Unesco: “Porterò un sorriso in mezzo a tanti plurilaureati“». 
Ecco, dopo aver visto questa notizia ho ripensato al siparietto con quel tizio e della necessaria competenza che io certo non potevo avere nell’amministrazione della cosa pubblica. 
Certamente Lino Banfi sarà molto più competente di tanti signur ncravattat, Mario Merola/Zappatore docet. Sarà commissério. 
Rimbombano, ogni giorno, sempre più forti, in qualsiasi contesto storico, sociale e politico, le parole di Ennio Flaiano: «La situazione [politica] italiana è grave ma non è seria».
Posted in banfi, elezioni, polpettoni, unescoTagged banfi, elezioni, polpettoni, unesco

Cesare Battisti, il formidabile 'casus belli'

Posted on 2019/01/20 by carmocippinelli
Fonte foto: ©Il fatto quotidiano
L’Italia si è svegliata tra il torpore postideologico e le storture dell’ingranaggio democratico liberale, costretto da costruzioni sovranazionali che ne limitano l’azione e l’efficacia, trovandosi stritolata fra pulsioni fasciste e discriminatorie nei confronti dell’altro quale che sia. L’episodio che ha scatenato il punto più alto di tutto questo è senza dubbio la cattura di Cesare Battisti, latitante da più di un trentennio tra la Francia e il Brasile. La narrazione che si è prodotta attorno al personaggio nel corso degli anni è stata volta alla costruzione (e costrizione) mediatica di un capro espiatorio per additare una certa parte politica alla copertura nei confronti dell’appartenente ai Proletari armati per il comunismo (Pac). Copertura che, nella maggior parte dei casi, non c’è stata o è stata interpretata forzosamente da coloro i quali hanno voluto mostrare ai più che la questione fosse come essi andavano esprimendo. Cesare Battisti non è altro che un terrorista di secondo, se non terz’ordine, rispetto al clima politico degli anni ’70 e nell’ambito dello stragismo, come ha ricordato Massimo Bordin sulla sua rubrica quotidiana Bordin line (del 15/01/2019) attraverso il giornale, tutt’altro che socialista o comunista ‘Il foglio’. Così come, per ulteriori approfondimenti sulla questione, è bene rimandare all’articolo scritto qualche tempo fa (ma utilissimo per quest’occasione) da Wu Ming 1. I Proletari armati per il comunismo, gruppo di cui faceva parte Cesare Battisti, a sostegno di quanto già espresso, nonostante misero a segno un pugno di omicidi, fu un gruppo terroristico che nel giro di due anni nacque e si sciolse, così come tanti all’epoca di cui stiamo parlando. Periodo storico con cui l’Italia ancora non ha fatto i conti fino in fondo lasciando svariate questioni aperte e aprendo le braccia al più bieco revisionismo, come già successo per svariati episodi della nostra storia più recente.
Casus belli
Cesare Battisti e la spettacolarizzazione del suo rapimento – che ricorda quella messa in atto all’epoca dell’arresto di Enzo Tortora, telefonare Bonafede – rappresenta la punta dell’iceberg della volontà di destrutturare quel poco che rimane di gruppi organizzati o autonomi che fanno riferimento alle idee di solidarietà e di internazionalismo. In altre parole al marxismo, al socialismo e al comunismo, nonché al pacifismo. Prendere il casus belli Battisti è una mossa più che intelligente: la scaltrezza del potere si mostra con tutta se stessa andando a recuperare uno tra i più contestati personaggi di quegli anni, unendolo al mutamento di governo in Brasile a seguito del golpe-Temer che ha ‘deposto’ Dilma, democraticamente eletta, e carcerato Lula, sulla cui veridicità delle prove messe in atto dall’accusa si discute tutt’ora in Brasile. Italia e Brasile non sono mai stati così vicini, non tanto per la prossimità ideologico-politica dei due Governi, quanto per la demonizzazione totale, a 360°, della controparte. In Italia il gioco è più complicato: Salvini deve fare riferimento alla ‘sinistra’ che, purtroppo per lui (ma anche per noi), non ha niente a che vedere con il PT brasiliano e la socialdemocrazia, men che meno con il socialismo o il comunismo. Il meccanismo riesce ugualmente: Matteo Salvini ha più volte dichiarato che ostentare i simboli della Russia sovietica perché antistorici, o aberrazioni simili, arrivando – qualche anno fa, quando la Lega si chiamava ancora Nord – a «schifare il crocifisso con la falce e martello donato da Evo Morales a Papa Francesco». A questo, si aggiunga il disprezzo di entrambi (Bolsonaro e Salvini) nei confronti dei comunisti: il Ministro dell’Interno, dopo la stretta di mano con il figlio di Torreggiani (ovviamente in diretta tv sul Tg2 di prima serata, successivamente pubblicato su Facebook dal capitano) ha dichiarato come si sia fatta «giustizia con la g maiuscola» ricordando con disprezzo quegli «pseudo intellettuali e politici italiani in difesa di quello che è un volgare assassino comunista». L’espressione usata verrà ripetuta dal Ministro per una serie infinita di volte fino a perforare il cranio degli uditori e la retina dei suoi (e)lettori fin quando essi non avranno, davvero, gli occhi di bragia non appena vedranno una falce e martello da qualche parte.

La questione vera: mettere al bando il socialismo, il comunismo, l’internazionalismo
Il 31 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione nazista della Polonia, ad attacco pianificato e con Adolf Hitler che aveva già firmato l’ordine di invasione, si verificò l’episodio che passerà alla storia come Incidente di Gleiwitz (oggi la cittadina si chiama Gliwice). L’accaduto fu un finto attacco messo in piedi dai nazisti al fine di costruire (letteralmente) un pretesto per giustificare l’attacco alla Polonia: a Gleiwitz, al confine con la Polonia, sono di stanza dodici uomini agli ordini dei servizi segreti tedeschi. Prendono gli ordini, dunque, direttamente da Heydrich, capo dei servizi, «poi giustiziato quattro anni più tardi dai partigiani cecoslovacchi a Praga» come ha ricordato Alessandro Barbero. Il commando possiede divise e documenti polacchi, pronti ad entrare in azione in qualsiasi momento arrivino gli ordini, cito nuovamente Alessandro Barbero nel corso della sua lectio al festival di Sarzana del 2014: «la mattina del 31 agosto Heydrich fa arrivare la parola d’ordine al commando ‘la nonna è morta’. Il commando entra in azione e attacca la stazione radio di Gleiwitz, spara e si impadronisce della radio da cui viene trasmesso un comunicato farneticante in polacco e se ne vanno lasciando un morto in divisa polacca». L’attacco polacco c’è stato, i nazisti sono stati aggrediti: l’invasione della Polonia, iniziata il 1 settembre, è più che giustificata e legittimata, c’è necessità di difendersi.
Così come tutte le questioni, nel corso della Storia, hanno bisogno di un pretesto per legittimare la propria azione, anche la vicenda di Cesare Battisti trasmette qualcosa, per coloro i quali hanno occhi e orecchie per andare oltre le righe della propaganda massmediatica salvinista, a cui la grande stampa presta il fianco facendogli da eco. Iniziare a limitare l’agibilità politica di chi fa riferimento a quanto sopra espresso (socialismo, comunismo, internazionalismo) non fa certo parte del famigerato Contratto di governo, tuttavia si presta bene a quello che sarà la narrazione salvinista post elezioni europee in cui (a meno di stravolgimenti) non ci saranno liste con falce e martello, la sinistra non eleggerà alcun deputato a Strasburgo e la Lega otterrà la maggioranza relativa di coloro che intenderanno recarsi alle urne, riproponendo lo scenario del 2014 in cui il Pd gridò entusiasticamente per un effimero 40% che fece girare la testa all’allora Primo Ministro Matteo Renzi. Tornando a noi, è giusto, nell’ottica leghista, iniziare una narrazione/propaganda che è stata abbracciata da svariati paesi dell’est europa (Ucraina e Polonia fra tutti), andando di pari passo con la rimozione dei segni più visibili (statue e monumenti in generale) dell’epoca sovietica.
Non da ultimo, l’uso politico e social della spettacolarizzazione della cattura del personaggio: si può rivivere passo dopo passo, la giornata del 14 gennaio, dal profilo Facebook del Ministro Bonafede. Un pasto stucchevole per chiunque a cui gli italiani sembrano essersi così tanto assuefatti da non percepire la gravità delle immagini girate e pubblicate con estrema disinvoltura o, per dirla con le parole dell’Unione delle camere penali: «Quanto accaduto ieri [14/1/2019] in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana». Questa che sta attraversando l’Italia, dunque, è solo la prima fase di un nuovo, lungo e tortuoso cammino in cui si lavorerà per far sì che i contorni dei crimini del passato (Stazione di Bologna in primis) verranno sempre di più letti attraverso lenti dalla gradazione sbagliata e fatte indossare a un popolo sempre più miope a cui manca capacità di discernimento, educazione, adeguata scolarizzazione e memoria storica.

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Roma è una città diseguale: «bisogna cambiare il modello di sviluppo»

Posted on 2019/01/17 by carmocippinelli
articolo apparso il 15 gennaio 2019 su Pressenza.
Roma è una città in cui regna la disuguaglianza. Da questa frase, forse inconsciamente ovvia, che tuttavia in tempi di crisi politico-culturale sembra rivoluzionaria, nasce il progetto #MappaRoma. Uno strumento per la politica e per analizzare l’attuale, evitando che si cada nei luoghi comuni e nell’immaginario di una città che non esiste più. Di questo e dell’ultima mappa pubblicata ne abbiamo parlato con Salvatore Monni, coordinatore del progetto e docente di Economia dello sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”.

L’idea di mappare Roma e le sue disuguaglianze è decisamente ardita, da dove parte il progetto #MappaRoma e perché?
«Il progetto è nato nel 2016, l’anno delle elezioni comunali. Io e gli altri due ideatori del progetto  [Keti Lelo e Federico Tomassi] partimmo da un dato: tutti coloro che parlavano di Roma nell’ambito delle elezioni lo facevano riferendosi ad una città che non esiste più o solamente immaginata. Un conto è parlare di una città che non esiste più in un ambito ristretto o familiare, diventa un problema se ne parla in quei termini chi si candida a governare la città. #MappaRoma nasce dall’esigenza di tirar fuori dai cassetti molto del lavoro fatto, immaginandolo come strumento da fornire a tutto il quadro politico romano prima della competizione elettorale e al ‘grande pubblico’».

Dunque uno strumento per chi aspira a governare ma anche per chi lo sta già facendo, corretto?
«Per far conoscere Roma e le sue complessità. L’aspetto che nelle mappe è emerso con forza è la dicotomia fra centro e periferia, specie extra-anulare, ma in realtà Roma ha tanti centri e tante periferie in ogni zona della città».

Nell’ultima mappa pubblicata, la #25, si analizza inclusione sociale, dispersione e abbandono scolastico, disoccupazione: la situazione appare piuttosto drammatica per il quadrante est prima menzionato e per il quadrante nord-est.
«C’è anche un’altra idea, però, oltre a quelle citate. Il benessere di una metropoli non è data dalla sua ricchezza e dal reddito. Quando leggiamo racconti e narrazioni [politiche] di una città, ci si basa sull’aumento del Pil e sul commercio. Questi fattori, pur importanti, non inquadrano la (molto più complessa) realtà. La crescita è cosa molto diversa dallo sviluppo: è fattore importante ma strumento e non obiettivo di quest’ultimo».

Cosa si deve fare per comprendere le disuguaglianze della città?
«Nella mappa #25 abbiamo provato ad analizzarlo: monitorare i dati sulla scolarizzazione, vedere il numero di NEET [i giovani né occupati né inseriti in un percorso di formazione] ci dà un quadro dell’esclusione sociale. Non una semplice espressione: significa ‘non essere parte attiva della società’. Il reddito di cittadinanza di cui si sta discutendo in questi giorni, ad esempio, implica un’idea ben precisa sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della società. Ritenere che il problema di una persona disoccupata sia esclusivamente il reddito è molto riduttivo: il problema è la non-occupazione stessa. L’individuo si realizza attraverso di essa e diventa parte della società dando un proprio contributo». 

Quanto pesa il progressivo scollamento della politica negli ultimi 30 anni dalle periferie extra-anulari?
«Prima di questo vorrei ribadire un punto: il problema principale della città non è il decoro ma è la disuguaglianza tra individui. La nostra attenzione su questo aspetto nasce da questa considerazione: Roma è una città profondamente ineguale. E lo è, per rispondere alla domanda, perché il modello di sviluppo che l’ha caratterizzata dagli anni ’90 in poi è tale da aver creato questo». 

Per rendere una città meno diseguale cosa si fa?
«Cambiare il modello di sviluppo. È un problema che hanno anche altre città, europee ed extra europee, di cui si parla poco. In un lavoro a cui abbiamo partecipato, figlio di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, abbiamo notato che le conseguenze dell’adozione del modello basato su conoscenza e innovazione rappresenti una divaricazione profonda delle opportunità tra gli individui che vivano all’interno della città».

Cioè?
«Cioè vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dell’adozione di quel modello, così da limitarne gli effetti negativi. Faccio un esempio provocatorio: l’Auditorium è il rappresentante massimo di quel modello di sviluppo che ha caratterizzato la città dagli anni ’90 in poi. Quel luogo aumenta il benessere di chi ha gli strumenti per capire che lo arricchisce. Tuttavia ad una larga parte della città (che non possiede gli stessi strumenti e che è anche piuttosto distante geograficamente) non ha fornito nulla in più. Nonostante sia positivo che quel luogo esista e che svolga un ruolo importante, esso ha creato disuguaglianze. Non sto dicendo di essere contrario alla sua costruzione ma credo che si debbano fare anche altre cose nelle periferie delle città per far aumentare quel benessere a chi non riesce ad usufruire dell’Auditorium. Il “rinascimento della città” declamato da Walter Veltroni ha riguardato solo una parte di essa: un’altra si è sentita esclusa e il suo orientamento politico/elettorale ne ha risentito nel corso degli anni».   

In conclusione cosa si potrebbe fare?
«Nel medio periodo probabilmente il problema è in parte risolvibile con la fornitura gratuita di servizi ora non accessibili, con “investimenti sociali” per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione e l’occupazione, mediante progetti mirati e specifici da attuare – collaborando con l’associazionismo locale – nei quartieri che maggiormente subiscono il disagio. Nel lungo periodo invece difficilmente è possibile ottenere dei risultati senza un drastico cambiamento dei rapporti tra le classi nel processo produttivo, senza – insomma – cambiare quella che Marx definiva la “struttura” del processo storico».
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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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