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Tag: polpettoni

Lo sfruttamento nel carrello della spesa *

Posted on 2019/12/13 by carmocippinelli

Il tema dell’analisi della produzione e della filiera che sta dietro ad un certo prodotto che mettiamo nel carrello quando decidiamo di recarci presso un supermercato della Grande distribuzione organizzata (Gdo), è già stato sviscerato e problematizzato da diverse pubblicazioni scientifiche e della pubblicistica. Tra di essi c’è certamente da segnalare il valido e puntuale saggio di Fabio Ciconte e Stefano Liberti, pubblicato quest’anno.

Entrambi giornalisti e saggisti, hanno dato alle stampe per Laterza il volume denominato Il grande carrello – chi decide cosa mangiamo, andando ad indagare il comportamento pervasivo della Gdo nelle abitudini alimentari delle italiane e degli italiani. Tra le questioni sviscerate con dovizia di particolari vi è quella dell’illusione del consumatore che acquista un prodotto marchiato dalla grande catena presso cui si è recato per fare la spesa con l’illusione che sia un qualcosa di diverso da quello poco distante sull’altro scaffale. «Finiamo – si legge in una parte del saggio – per comprare prodotti diversificati nel marchio e nel marketing ma in realtà identici, perché in un universo di grandi concentrazioni è facile imporre un’omologazione al ribasso» (Il grande carrello, p. 57, Laterza).

E questo è del tutto vero se pensiamo alla fase che il mondo globalizzato sta vivendo da decenni: la compressione dei diritti e dei salari si riflette anche sulla produzione e sul modo di acquistare i prodotti dai produttori da parte della Gdo. Interessante e condivisibile è il punto che i due autori terminano il discorso sulle aste e, in particolar modo, sul comportamento dell’azienda Eurospin il cui comportamento ha favorito una «guerra fra poveri: da una parte gli agricoltori che non ci stanno più dentro; dall’altra i consumatori, che vogliono spendere sempre meno […] l’asta al doppio ribasso è l’ultima frontiera della trasformazione del cibo in commodity […] Senza voler stabilire un legame diretto tra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi, è indubbio che questa prassi favorisce lo sfruttamento, perché crea un collo di bottiglia che impedisce agli agricoltori di fare reddito e li obbliga in un certo senso a cercare mezzi alternativi per rimanere nei costi» (Il grande carrello, p. 68, Laterza).

È una correlazione intima e conseguente, invece, quella del legame fra aste al doppio ribasso e sfruttamento nei campi: è il caso di porre questa relazione come necessaria in un’analisi di critica complessiva – e particolare – nei confronti del sistema capitalista nella fase attuale di crisi di sovrapproduzione. Il capitalismo ha necessità di porre ai limiti della schiavitù una parte consistente della popolazione al fine di mantenere il proprio status non solo per se stesso e per le classi sociali più alte ma, paradossalmente, soprattutto per il proletariato e sottoproletariato. Là, dove la scure del sistema più iniquo e ingiusto del Mondo ha colpito più di tutto e più di tutti, ovvero i diritti legati al mondo del lavoro, ai servizi pubblici e alla salute, quello del cibo è un fattore che non può essere sottoposto a defaillances, il capitale non può permetterselo.

È storicamente, e letterariamente (si pensi all’episodio dell’assalto ai forni contenuto nei “Promessi Sposi” del Manzoni), diffuso che il popolo affamato si pone di traverso ancor di più al potere costituito che lo opprime che fino a poco tempo prima creava le condizioni affinché la classe subalterna fosse ancora più tale e permanesse nella sua condizione di indigenza. Il capitale ha dunque il compito di creare tanto il consenso quanto il dissenso: attraverso lo sfruttamento proto-schiavile di una fascia determinata di persone, quali immigrati irregolari impiegati nel lavoro bracciantile, riesce a mantenere la facciata del costo contenuto dei prodotti agli occhi del proletariato e del sottoproletariato. Da un lato permette a vaste fasce di persone di approvvigionarsi a costi oggettivamente bassi; dall’altra fa in modo che la rabbia sociale prodotta dalla mancanza del lavoro, dalla compressione dei salari, dalle tasse sempre più alte, si scarichi verso quella parte di popolazione (perlopiù composta da immigrati irregolari) che popola periodicamente i ghetti del foggiano fuori dai centri urbani (che un tempo si sarebbero chiamate baraccopoli), in Campania o in Calabria.

Il proletariato, infatti, avendo come unico orizzonte il fine del mantenimento del proprio nucleo familiare a costi piuttosto contenuti, non bada – necessariamente – alla filiera o al come un tale prodotto riesce ad arrivare sugli scaffali del supermercato a lui più vicino, tanto più se è uno che gli fa spendere poco per ottemperare al compito della spesa.

Contenere il cosiddetto malcontento popolare almeno da un punto di vista alimentare, evitando che il costo dei prodotti più cari a strati più bassi della popolazione lievitino, è il compito attuale del capitale: una porzione sempre più ingente di popolazione, bersaglio della campagna elettorale e degli slogan come “prima gli italiani”, è quella che accetta condizioni semischiavili di lavoro e al contempo il ricatto – da parte di padroni italiani, s’intende – della denuncia alle autorità, dunque il conseguente rimpatrio, qualora dovesse alzare la testa.

Incanalare l’odio sociale contro soggetti più fragili è diventato, oramai, sport nazionale dell’Italia del XXI secolo: cercare di contenere la rabbia sociale e nel frattempo avallare chi indica quegli sfruttati nell’ambito della politica e delle campagne elettorali sempre più esautorate di ogni reale contenuto politico, è la lotta del capitale. Stanare chi indica e creare coscienza di classe contro gli indicatori è il compito dei comunisti.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6332

Posted in agricoltura, gdo, mercato, polpettoni, produzione, spesaTagged agricoltura, gdo, mercato, polpettoni, produzione, spesa

Il «duello» nel dibattito che non c’è

Posted on 2019/10/30 by carmocippinelli
Piccola premessa
Chi ha detto che la filosofia è inutile? Probabilmente qualche Presidente di qualche stato latino americano lusofono in odor di potere assoluto, o di qualcun altro evidente estimatore di Pinochet (per quel che sta succedendo in Cile: https://www.facebook.com/TomasHirschDiputado/videos/933282370390086/). Chi si scaglia contro l’inutilità della filosofia non è qualcuno che ha compreso la vera essenza della materia individuandola nell’inutilità della stessa, piuttosto ha compreso la portata rivoluzionaria di un modus pensandi che potrebbe far crollare le fondamenta del proprio potere costituito sul terrore o su di una evidente mancanza di democrazia. Una nazione retta in modo a-democratico (con tanto di alfa privativo) evidentemente pone se stessa in opposizione al concetto di Stato giustificandone, tuttavia, la giustezza del proprio sistema. Così i dittatori nazifascisti assumevano il controllo dello Stato con la forza per fare in modo di poter governare per il bene di tutti: le funzioni vitali della Nazione potevano essere subordinate per un bene più grande, quello della salvezza dello Stato, così allo stesso modo le libertà del popolo, degli elettori o dei cittadini, com’è in voga determinare ultimamente il corpo sociale.
Oltre agli esponenti politici sopra citati, ci sarebbe da aggiungere all’elenco anche coloro i quali ritengono che il mondo possa essere determinato dalle regole dell’economia e si affida ciecamente ad economisti per prevedere il futuro dello sviluppo economico del Paese (così come le tendenze macroeconomiche) salvo poi scoprire che i numeri sono sempre implacabilmente gli stessi: +0.x o -0.y, dunque conta davvero molto poco.
Fenomenologia del dibattito politico
Eppure il dibattito politico si serve costantemente della filosofia, certo non dandogli pacche sulle spalle o mostrandole la dignità che si merita. Al contrario, il dibattito la irride forse anche senza volere, ma prendendola ugualmente in giro.
Una prova tangibile di tutto questo è anzitutto l’ultima manifestazione di un cosiddetto dibattito avvenuto in seconda serata sulla sempre pessima trasmissione «Porta a Porta» condotta dall’inossidabile Bruno Vespa. 
Titolone in grassetto dietro il conduttore della trasmissione: «Il duello: Matteo vs Matteo». 
Seduti l’uno di fronte l’altro c’erano i due Senatori della Repubblica Matteo Salvini e Matteo Renzi, leader delle loro formazioni politiche l’una sulla cresta dell’onda mediatico-elettorale, l’altra nascente. Matteo contro Matteo rimanda ad un’idea di scontro, prima ancora che ad un incontro: ci sono due persone che si contrappongono e lo fanno senza esclusione di colpi, altrimenti la puntata non si sarebbe intitolata “il duello” ma piuttosto “il confronto” o “il dibattito”. Porre un esponente contro l’altro significa trasporre sul piano dialettico una differenza di posizioni e di risposte alle questioni d’attualità e/o storiche, poste dal conduttore per orientare il dibattito.
Si potrebbe, certo, in questa sede affermare sommessamente come tale confronto e dibattito sostanzialmente non è in quanto posto su basi del tutto franabili, come avrebbe detto un timorato Aldo Baglio in «Così e la vita» mentre scalava una roccia per l’appunto franabile (e non friabile dato che frana «non è che fria»): il dibattito è tale se ci sono posizioni contrapposte riguardo una visione del mondo del tutto opposta a cui fare riferimento. Qualora, per assurdo, uno dei due fosse stato contrario all’economia di mercato (alias: il capitalismo) allora sì poteva essere utile chiamare ‘dibattito’ un incontro siffatto. Dato che i due contendenti trattano delle stesse tematiche con eguale linguaggio, a parte alcuni aggettivi ed espressioni più o meno truculente o fiorentinamente colorite, è sostanzialmente inutile collocare il confronto nell’alveo del ‘dibattito’. Chiamarlo così, al contrario, serve non a chi usufruisce del messaggio ma a chi vuole inviarlo: porre su un piano antitetico due persone che la pensano esattamente allo stesso modo e che, a parte qualche frecciatina e battuta di spirito su qualche tema particolare riguardante l’amministrazione di questo o quel comune politicamente retto dalle rispettive controparti politiche o riguardo questa o quella legge appoggiata da Renzi o da Salvini, aumenta una percezione di scontro dra le due posizioni che – in realtà – è completamente assente.
Chi riceve il messaggio, colpito dall’apparizione della puntata in grassetto “Matteo vs Matteo” e corroborato dalla specifica: “il duello” comprende che le parti in causa sono già in lotta, tuttavia – se l’ascoltatore si prendesse la briga di seguire realmente il dibattito – noterebbe che, al netto di grafiche accattivanti per porre sotto una precisa ottica la puntata televisiva, i due non si oppongono in alcun modo alle idee generali dell’altro. Qualora dovessero accennare a farlo ci troveremmo di fronte ad un gioco delle parti che dura il tempo della trasmissione: la manifestazione di equipollenza politica spesso passa attraverso una fase di supposto scontro o litigio strumentale per poi trovarsi sulle stesse posizioni.
Si dirà: «ma allora i porti aperti/chiusi? Quella è una differenza sostanziale». Tale obiezione si sostanzia già nella domanda: non esiste questione di porti aperti o chiusi in quanto se si dovesse davvero chiudere Genova o Palermo – ad esempio – l’economia italiana franerebbe (e stavolta frana davvero, non fria) in un batter d’occhio. La retorica sulla chiusura o apertura dei porti è una lotta tutta a suon di slogan che non aggiunge nient’altro a quanto già detto.
A proposito di slogan sarebbe da continuare a trattare l’argomento con dovizia di particolari, tuttavia lo scritto è già abbastanza lungo, è bene rimandare le riflessioni sugli slogan ad un altro post.
Posted in bruno vespa, capitalismo, dibattito politico, fenomenologia, filosofia, polpettoni, rai 1, renzi, salvini, televisioneTagged bruno vespa, capitalismo, dibattito politico, fenomenologia, filosofia, polpettoni, rai 1, renzi, salvini, televisione

La memoria perduta dei giornali italiani: un nuovo "1984" che non suscita indignazione *

Posted on 2019/07/25 by carmocippinelli
Cos’è successo a «l’Unità»? Qualche tempo fa lo hanno descritto alcuni giornalisti vicini alla testata che un tempo era comunista. Un tempo neanche troppo lontano a pensarci bene ma che ora sembra sideralmente distante. Come fa un giornale a perdere tutto quello che ha pubblicato su internet? La risposta è semplice quanto complessa. Cambi di proprietà, legislazione non proprio impeccabile ed evidente noncuranza del patrimonio archivistico della testata hanno realizzato quel che una porzione di opinione pubblica ha conosciuto come la perdita della memoria di uno dei quotidiani più importanti d’Italia. Il combinato disposto fra il cambio della proprietà e la legislazione “non proprio impeccabile” hanno permesso che venisse demandata una questione cruciale, quella dell’archiviazione digitale della memoria delle pubblicazioni giornalistiche, agli editori e alla proprietà dei quotidiani. Vale la pena dare un paio di cenni normativi per chiarire il quadro della questione: quando i server de «l’Unità» sono stati spenti, così come quelli di altri quotidiani di partito («Liberazione», «La Voce Repubblicana», «La Rinascita») e non («Cronache del garantista», «Liberal», «e-Polis», «Corriere Laziale»), le proprie pubblicazioni digitali sono andate perdute. Questo è stato possibile perché il regolamento d’attuazione del d.p.r. 252/2006 – che obbliga gli editori al deposito legale digitale così come per quello cartaceo – non era (e non è) stato ancora pubblicato.  

Cos’è il deposito legale? Il deposito legale, cioè la consegna obbligatoria delle pubblicazioni negli istituti depositari da parte dei soggetti previsti dalla legge (DPR 252/2006), è lo strumento normativo che consente la raccolta e la conservazione dei diversi prodotti in archivi nazionali e regionali. L’obbligo, nonostante sia rivolto anche alle produzioni native digitali non è stato normato dal regolamento d’attuazione per far sì che le pubblicazioni editoriali possano essere ‘raccolte’ dagli organismi preposti dalla legge. Quando ad un sito internet, pur appartenente ad una testata giornalistica di rilevanza nazionale, vengono spenti i server a cui punta a causa della cessazione della vita della testata o di un momento delicato della vita della stessa (es. un cambio di proprietà) e non sono state fatte copie dei contenuti pubblicati, il rischio è quello di perdere tutto quanto sia stato originalmente “postato” sulla rete.  

Tre giornali differenti, un comune denominatore 
Il caso de «l’Unità» è eclatante e già all’inizio del 2017 l’archivio digitale risultava irreperibile, qualora un utente avesse provato a digitare l’indirizzo del dominio , tanto che Pietro Spataro, già giornalista della testata, iniziò a scrivere all’allora direttore Sergio Staino chiedendo spiegazioni a riguardo. Staino disse che si stavano solo aggiornando le macchine perché obsolete. Un po’ come quella scena del “Compagno don Camillo” in cui Gino Cervi, sindaco comunista di Brescello in visita in Urss, chiede prepotentemente a delegati del Pcus come mai siano stati rimossi dall’hotel in cui alloggiavano tutti i quadri che raffiguravano l’allora segretario Kruscev. Risposta: «Per spolverarli». L’indomani i comunisti emiliani si ritrovarono con un altro segretario del Pcus raffigurato, trattavasi di Breznev. Il problema è che non c’è stata nessuna ‘spolveratina’ ai server del quotidiano che un tempo era comunista ma solo una decisa rimozione di tutti i contenuti originali pubblicati unicamente sul sito e su tutti i sottodomini. Al momento l’archivio digitale del quotidiano si trova nel cosiddetto deep web e lo si può consultare tramite TorBrowser grazie all’opera di un gruppo di hacker – ribattezzati scherzosamente dalla rete data ninja – che ha salvato buon parte del patrimonio dal 1946 fino alle edizioni più recenti ma non riuscendo nulla per le edizioni locali e nazionali pubblicate fra il 1929 e il 1946. Allo stesso modo il tormentato percorso di fine-vita (stavolta non volontario) di «Liberazione», il quotidiano organo di Rifondazione Comunista, è molto simile a quello della «Voce Repubblicana», organo del Partito repubblicano italiano il cui patrimonio cartaceo esiste (e lotta insieme a noi!) nelle annate presenti nelle sedi dei due partiti citati. Nessun backup dei contenuti pubblicati solo sui rispettivi siti internet, però, è stato mai realizzato da parte delle redazioni dei quotidiani. La giustificazione che hanno dato i responsabili di entrambe le pubblicazioni, tutt’ora membri dirigenti e organizzativi dei due partiti di riferimento (Prc e Pri) è stata quella per cui nessuno pensava di “finire in così breve tempo”, dunque, “non abbiamo mai salvato nulla”. 

“Sul ponte sventola bandiera bianca”
L’evidente inconsapevolezza del comportamento da attuare da parte da parte di direttori e dalla proprietà dei quotidiani rispetto ad una normativa assente, lacunosa o che non stabilisce chiaramente quali siano gli obblighi da assolvere, come al contrario avviene per il deposito legale è la chiave di lettura per leggere tutti e tre i casi. Tuttavia in mancanza di una normativa che regoli chiaramente il deposito legale digitale, la conservazione della memoria dei siti web viene lasciata all’iniziativa dei singoli i quali, come s’è visto, non posseggono gli strumenti per comprendere l’importanza dell’archiviazione digitale a cui va aggiunto una predisposizione di noncuranza e inosservanza da parte delle redazioni circa l’importanza del rinnovo del dominio e dei relativi servizi nei confronti dell’azienda scelta al momento della registrazione. La mancanza del rinnovo del dominio, infatti, nonostante possa essere interpretata come una fatalità, è una delle cause che generano la successiva perdita della memoria digitale di un quotidiano, in mancanza della normativa specifica.
Si aggiunga, inoltre, che il personale che svolga funzioni archivistiche con competenza non è presente nella maggior parte delle redazioni di quotidiani nazionali: tra quelle citate nessuna possedeva personale con formazione archivistica in grado di gestire sia il patrimonio cartaceo che digitale. La conseguenza è stata la perdita integrale del proprio archivio digitale, aprendo delle vere e proprie voragini nella memoria dell’informazione politica nel Paese.

*L’articolo in questione è il frutto di una sintesi del saggio pubblicato per il numero 59 della rivista scientifica «Culture del testo e del documento», per cui ringrazio il Direttore prof. Piero Innocenti per lo spazio che mi ha concesso e la prof. Marielisa Rossi. Il lavoro di ricerca è stato effettuato nell’ambito della redazione della tesi di Laurea magistrale in Scienze storiche dal titolo Analisi delle strategie editoriali e di conservazione digitale di alcuni quotidiani nazionali, discussa nella sessione invernale dell’a.a. 2016-2017 dell’Università di Roma 2 – Tor Vergata, relatrice prof. Marielisa Rossi.

Articolo pubblicato su Sinistraineuropa e Pressenza
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Piccolo prontuario di risposte (talvolta semiserie) per chi ha amici-parenti-conoscenti che mandano il cervello all'ammasso

Posted on 2019/07/12 by carmocippinelli
Mi è venuto in mente di redigere questo piccolo “prontuario” semiserio nel corso di questi giorni. Non ho inserito tutte le domande assurde che costantemente il nostro cervello è costretto ad ascoltare ma sono sicuro che da più parti mi verrà fatta notare qualche altro “botta e risposta” a cui non avevo prestato la giusta attenzione.
D: “La Lega ha preso i soldi dalla Russia, hai visto? Come il Partito comunista italiano, alla fine so la stessa cosa”.
R: “Tralasciando il fatto che si sta parlando di due ere politiche e storiche completamente agli antipodi, eviterei tale paragone anche solo alla lontana. Sarebbe come paragonare l’Imperatore Costantino e il Generale Cadorna, un po’ azzardato. Ma, battute a parte, non lo farei per una serie infinita di motivazioni di cui mi limito ad elencarne una sola. La Lega e il Partito comunista italiano rappresentano/hanno rappresentato due ideologie e modi di fare attività politica e sociale del tutto opposti fra loro e cercare di trovare un punto di connessione tra di essi per far apparire risibile tanto l’una quanto l’altra organizzazione è una pratica ignobile e senza alcun fondamento. Semmai è da interpretare come una prova del cinismo e dell’affarismo della Federazione Russa e di strati del capitalismo italiano (citofonare ad Arcore). La Federazione Russa, infatti, altri non è che uno stato capitalista ed imperialista al pari degli altri del blocco occidentale. Ricordare a costoro che l’Urss è caduta prima del nuovo millennio potrebbe giovare alla conversazione*”.
D: “Eh ma tanto Stalin e Hitler so’ uguali, il Fascismo alla fine era socialista perché Mussolini era socialista”
R: A costoro è meglio rispondere calcisticamente anziché realmente perché la capacità di comprensione dei processi globali, nonché quelli del loro condominio, è pari allo zero: «Anche Zeman ha allenato Roma e Lazio eppure non mi sembra che le due squadre possano essere sovrapponibili»”.

D: “Non serve a niente fa la differenziata tanto se non la fanno tutti non serve a niente”
R: “Vero, ma tu non la fai “perché gli altri non la fanno”, non perché tu lo ritenga inutile, che è ancora più grave perché denota un codismo alla massa perché ‘tanto lo fanno tutti’“
D: “Tu dici di essere contro l’Europa, ma pure Salvini dice di esserlo, alla fine avete le stesse posizioni”
R: Di solito chi pronuncia questa frase ha votato, nell’ordine: Berlusconi, Marchini alle comunali, Grillo, Renzi (“embè gli 80€”), Grillo e Salvini. A seconda dei mesi rientra nel campo degli “sfiduciati”. Non appena gli si fa notare che “Le posizioni sono del tutto diverse” lui controbatterà con “Se vabbè, mica posso statte a sentì a te, secondo me sete uguali”. E il “dibattito” – sostanzialmente – finisce qui. Una possibile risposta reale in tre parole sarebbe che “No, non abbiamo le stesse posizioni per il fatto che Salvini vuole mantenere tutto l’impianto dell’Ue così com’è e credere ad ogni sua dichiarazione è come andare in banca ad incassare un assegno a vuoto prendendosela con il tizio allo sportello perché ‘secondo me è incassabile'”.

D: “È innegabile che l’Italia sia invasa dagli immigrati”
R: “Il problema del paese, improvvisamente, diventa una parte minoritaria della nazione in quanto si preferisce additare lo strato più debole anziché guardare a chi – davvero – impoverisce il paese: oligopoli, corruttele, sistemi mafiosi sempre più estesi, clientelismo, evasione fiscale etc etc”
D: “Il lavoro manca perché ce lo rubano gli immigrati”
R: “Il lavoro manca perché per (ad es.) 100 persone che vanno in pensione non ne vengono assunte altrettante e chi lavora deve farlo per 3 mentre aumenta il numero di disoccupati – ovviamente. A questo si aggiunge uno strato sempre maggiore di lavoro nero, maggiormente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura, che tu italiano medio neanche guardi perché ti limiti a giudicare il tutto con un caustico ‘vabbè, se questi vonno venì qua è giusto che se danno da fa’, peccato che siano tecnicamente schiavi. È il capitalismo, bellezza, nonostante tu voglia dire che non è così”
*Se il sintomo di chi ha posto la domanda persiste consultare il medico: non somministrare sopra i 60 anni (da leggere preferibilmente con voce accelerata come nelle pubblicità di farmaci).
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Newsletter social(e) – Prima comunicazione

Posted on 2019/06/24 by carmocippinelli
Dopo il post sulla “sconnessione”, termine che non credo esista e, anzi, temo sia di mia invenzione, insieme a Roberto Catracchia abbiamo ragionato sul che fare. 
La Newsletter Social(e) è uno dei risultati delle chiacchierate degli ultimi giorni e sarà prodotta saltuariamente per argomenti. La prima newsletter riguarda Libra. 
Che diavolo è?
Il primo pensiero che avrete una volta ricevuta questa mail sarà, siamo sicuri, quello dello sconforto: “oh, no! Un’altra odiosissima newsletter”. È vero: la newsletter è uno strumento che, se usato sconsideratamente, è molto fastidioso. Ma non siamo qui per darvi fastidio: tutt’altro. 
Siamo qui perché vogliamo ragionare insieme, con tutti coloro a cui arriverà questa prima mail, di una cosa che ci riguarda da molto vicino: la nostra vita digitale. 
Usiamo costantemente Facebook, ci scambiamo informazioni su WhatsApp – spesso anche molto importanti -, ci scattiamo un mucchio di foto con i nostri smartphones e le pubblichiamo su Instagram. 
Ma i social parlano a delle “cerchie” ristrette mentre, invece, c’è bisogno di andare oltre: incontrarsi, parlare e formarsi un’opinione su determinati argomenti, prima ancora di scambiarsela. 
Dal prossimo anno, Facebook emetterà una moneta virtuale che trasformerà il nostro essere utenti di un social network ad “azionisti” del progetto Libra (così si chiama la nuova moneta). 
Per questo abbiamo deciso di cominciare un percorso di informazione, commento e contro – informazione riguardo quel che accade ogni giorno attorno a noi per fare in modo che sì, condividiamo articoli e opinioni, ma soprattutto fissare appuntamenti in cui vederci di persona e parlare, dibattere. Parallelamente vogliamo creare una sensibilizzazione riguardo la “disconnessione” da parte nostra da alcuni social network, parlarne con voi che siete amici, conoscenti, persone con cui condividiamo ideali e speranze. Contro chi vuole monetizzare il pensiero, noi rispondiamo che è obbligatorio farlo circolare esattamente al contrario di come si sta provando a fare.
Potete leggerla qui:
https://mailchi.mp/029a6404a49e/newslettersociale

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Una criptovaluta si aggira per il Mondo | le ragioni della sconnessione *

Posted on 2019/06/21 by carmocippinelli

Una criptovaluta si aggira per l’Europa, anzi, per il Mondo, in tutto l’intero Pianeta. 

Il 18 giugno 2019 il ‘numero 1‘ di Facebook, Marck Zuckerberg, ha pubblicato un post sulla piattaforma social di cui è leader e padrone per dichiarare e spiegare ad utenti e al Mondo che cos’è Libra, ovvero, la nuova  cosiddetta (impropriamente) criptovaluta prodotta da  Facebook e da altre aziende transnazionali, tra cui MasterCard, Vodafone, Iliad, PayPal, Spotify etc. 
Facebook, sostanzialmente ‘batte moneta’ e lo fa entrando a gamba tesa nella finanza globale chiamando la propria creatura stable coin (moneta stabile) e non criptovaluta così come prima ho scritto impropriamente, «dando una frecciata alla Bitcoin», per citare l’articolo scritto da Federico Rampini su ‘Repubblica’ del 19 giugno 2019 (**). Facebook conia una moneta e lo fa mettendo in piedi una struttura parallela utilizzando gli strumenti della politica non-governativa transnazionale: Libra è prima di tutto un’associazione no-profit (!) e non governativa con sede a Ginevra: 

«L’Associazione Libra è un’organizzazione indipendente, senza scopo di lucro, con sede a Ginevra, in Svizzera […] conduce un programma di sovvenzioni di impatto sociale che sostiene gli sforzi di inclusione finanziaria in tutto il mondo. L’associazione collabora con la comunità globale e con i responsabili delle politiche per aiutare ulteriormente la missione Libra. L’Associazione è composta da un gruppo di organizzazioni diverse provenienti da tutto il mondo. I membri fondatori dell’associazione sono operatori e nodi di validazione che formano la catena di rete [blokchain – ovvero un sistema di contabilità digitale composto da sistemi matematici decisamente complessi che si appoggiano su reti di server e pc n.d.r.] che è l’essenza di Libra. Una delle direttive dell’associazione sarà quella di lavorare con la comunità per ricercare e implementare la transizione verso una rete senza autorizzazioni».

Basandosi su un impianto giuridico-esistenziale economicamente, politicamente e socialmente vantaggioso, Libra sarà il nuovo strumento del capitale transnazionale per condizionare i mercati e, dunque, l’economia.
L’unico giornale italiano che sta dando realmente risalto alla questione è ‘il Sole 24 Ore’ che sta dedicando articoli, producendo analisi e proponendo riflessioni molto interessanti a riguardo.

Oltre alla no profit Libra vi è anche Libra Networks, con sede nello stesso palazzo dell’associazione – ça va sans dire – «società a responsabilità limitata, fondata il 2 maggio di quest’anno dalla holding irlandese Facebook Global Holdings II», come riporta il ‘Sole 24 Ore’ nell’articolo di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi, ed avrà lo scopo di «fornire servizi finanziari e tecnologici e di sviluppare software e hardware con particolare riferimento agli investimenti, al pagamento, alla finanza, alla gestione delle identità, alle analisi, big data e blockchain».

L’essenza della nuova moneta: Facebook il nuovo “Re Sole”

L’unico punto fermo, per ora, è che Libra partirà nel 2020. Per il resto c’è – semmai – l’incognita da parte dai coordinamenti bancari transnazionali che non si sa se vorranno o meno intervenire per regolare – o ‘disciplinare’ come ha scritto più correttamente il ‘Sole 24 Ore’ – la nuova moneta che conta circa due miliardi di utenti (2,4 miliardi di utenti regolari, secondo dati di Facebook). Una sorta di “stato virtuale” decisamente imponente e del tutto multi-nazionale, in quanto i fruitori di Facebook sono distribuiti su vari paesi del Mondo. L’ardire di essere ‘padrone’ di uno stato, sebbene virtuale, non sarebbe venuta in mente neanche al Re Sole o a Napoleone ma, a quanto pare, siamo di fronte a deliri di onnipotenza ben più grandi.

«Le autorità monetarie si stanno ponendo la questione se Facebook non debba avere riserve valutarie depositate presso le banche centrali con cui garantire la stabilità della Libra», a dirlo è stato Tobias Adrian, capo della divisione mercati al Fondo monetario internazionale. Se la moneta sarà stabile, come i fondatori affermano, dipenderà da quante valute avrà al suo interno. 

Libra avrà l’asse portante della sua esistenza basata sulla privacy, sebbene i fondatori non specificano come e in che modo essa verrebbe tutelata. Non vi è alcun organismo terzo e indipendente che controlli Libra, o meglio, c’è ma è un organismo “esterno” nato dai creatori che hanno dato vita alla moneta. 
Un po’ come se in un partito politico Segretario Nazionale e Comitato di Garanzia sono rappresentati dalla stessa persona, o ancora, se Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio dei Ministri fossero la stessa cosa. C’è poi da dire, riguardo la privacy, che Facebook nel recente passato ha dimostrato di essere vulnerabile ad attacchi e oggetto di ‘fughe di dati’, come giornalisticamente viene scritto. Anche a tal proposito, sarebbe incauto affidare pagamenti ad un’azienda che ha dimostrato di non possedere “anticorpi” a riguardo. 
La finanza ha fatto un passo avanti enorme rispetto a quanto avvenuto dalla crisi che ha visto imporsi i Governi tecnici in Italia e l’intervento della Troika in altri paesi: il capitalismo transnazionale avrà mano libera sulle transazioni e sui conti, così come allo stesso modo le persone, vivendo l’illusione dello ‘scambio immediato’ favoriranno una struttura non regolata da alcunché se non dallo smartphone e dal proprio account Facebook/WhatsApp etc. Le speculazioni finanziarie sarebbero sdoganate e avrebbero il ‘via libera’ di utenti-social che diventerebbero utenti-consumatori in uno schiocco di dita. Speculazione, beninteso, che i cittadini romani (ad esempio) conoscono benissimo (per chi volesse approfondire: http://webtv.camera.it/evento/9242 – «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore». Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese).
La necessità della sconnessione
A questo punto diventa cruciale aprire il dibattito della sconnessione. Se qualche anno fa, in ambienti sociali, associazionistici, politici, si affermava come Facebook andasse utilizzato per far sì che si avesse voce dal momento che la carta stampata la nega a chi opera sul territorio e a coloro che portano una voce dissonante all’interno del panorama politico, a seguito dell’annuncio di Libra il filo dovrà necessariamente spezzarsi. Come si dice proverbialmente: il gioco non vale più la candela. Contribuire al flusso di account e alla legittimazione di quello ‘stato’ virtuale, come è stato definito dall’articolo di ‘Repubblica’, è insostenibile ora più che mai.
È il momento della sconnessione, del logout, dell’elimina account per chi crede di poter e voler cambiare la realtà che lo circonda e lo stato di cose presenti. 
Quali spazi alternativi ci sono? Possono esserci delle soluzioni immediate, prima ancora di abbracciarne altre più ‘radicali’ che utilizzano – ad esempio – i partiti pirati europei e nel mondo. 
Una tra questa è una newsletter, per rimanere in ambito digitale, ma tuttavia la questione più corposa è senza dubbio quella del tornare a mostrarsi nelle vie dei propri quartieri e dei propri luoghi di lavoro. Non è pura utopia quanto più una necessità: i dati elettorali hanno mostrato una evidente e profonda crisi delle sinistre europee e dei partiti comunisti di tutti i paesi dell’eurozona, tuttavia le elezioni amministrative hanno consegnato degli sparuti segnali incoraggianti per quel che riguarda la percezione di un’alternativa che sia politica e sociale in medio-piccoli centri abitati. Per fare questo non si possono attendente i tatticismi dei gruppi dirigenti che glorificano risultati miseri o “prendono atto” di sempiterne sconfitte che inanellano con entusiastica continuità dal 1999 ad oggi. È necessaria la sconnessione digitale per andare ad operare una nuova connessione, stavolta reale, per far sì che si torni ad ascoltare, parlare e capire il proprio bisogno e la propria intima necessità, connessa a quella della comunità in cui si è inseriti. 
La mediaticità che viviamo ha frammentato la nostra esistenza in modo totale e irreversibile, in particolar modo a chi abita nelle grandi metropoli: il centro della nostra vita non è più il luogo in cui viviamo e l’egemonia si fa più difficile perché non abbiamo ben chiara la direzione della nostra azione quotidiana, sia nell’associazionismo che nella politica territoriale. 
La ‘facebookizzazione’ del dibattito politico ha prodotto una politica di serie A e una di serie D eliminando del tutto “serie cadetta” e “terza serie”: personaggi istituzionali utilizzano lo strumento dei social per qualsiasi scopo (sia esso personale o lavorativo) e spesso interagiscono con gli utenti a seguito di una diretta, di un post con decine di migliaia di visualizzazioni e via dicendo. Allo stesso modo ha prodotto una percezione distorta delle istituzioni a livello locale, contribuendo ad una confusione, già in atto nel corso degli anni, tutta a danno della comprensione di fenomeni politico-istituzionali, nonché della comunicazione della politica locale che predilige uno strumento di un’azienda transnazionale privata per comunicare quanto conduce quotidianamente anziché alle comunicazioni scritte e alle affissioni pubbliche che potrebbero, invece, arrivare alla maggior parte della cittadinanza. In questo senso si arriva al capolavoro dell’eterogenesi dei fini dei 5 Stelle che, partiti per rendere ‘casa di cristallo ogni luogo istituzionale’ hanno fatto in modo di rivolgersi ad una platea ristretta di persone informatizzate che, grazie a questo, sono considerati cittadini con una corsia preferenziale da qualsiasi amministrazione, centrale o locale.

Così come lo stato sociale era per pochi, la ricchezza mondiale va accentrandosi sempre di più in pochissime mani, anche la democrazia e gli spazi di conoscenza vengono ridotti sensibilmente a causa di meccanismi che vengono spacciati come “facilitatori” di comunicazione i quali, in teoria, sarebbero anche utili, se non fosse che sono totalmente ad uso e consumo di una popolazione già informatizzata e consapevole di che cosa significhi esserlo.

Non possiamo più aspettare: si deve, ora più che mai, creare una rete e un dibattito di chi ha a cuore sia il futuro della Terra, sia un mondo decisamente ‘altro’ che non sia ostaggio di finanza e speculazioni selvagge.
Ora o mai più.

* La nota, seppur messa in asterisco in calce al post, è cruciale. Non sono un economista ma ho a cuore la realtà e il suo manifestarsi, di conseguenza mi piace analizzarla secondo la mia personalissima Weltanschauung che è quella dell’anticapitalista. Chi leggerà il post e inizierà a rispondere in termini finanziari e strettamente economicisti, può continuare a scriverlo sul blog di Draghi o della Bonino, che tanto pari sono.

** Arriva Libra, ora Facebook batte moneta, La Repubblica, 19 giugno 2019. Non c’è link diretto perché è stato inserito sul sito del quotidiano come contenuto a pagamento. 
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In memoria di tre quotidiani di partito: «l'Unità», «La Voce Repubblicana», «Liberazione», ovvero: tre casi di studio su una esperienza (fallita) di conservazione digitale

Posted on 2019/06/17 by carmocippinelli
Il titolo è quello che ho scritto, lungo ma maledettamente necessario per descrivere quello di cui tratta la pubblicazione.
Dopo un anno e qualche mese dalla discussione della tesi di laurea magistrale, basata sulla memoria digitale di alcuni quotidiani nazionali che veniva – senza pochi giri di parole – ‘presa e buttata via’ in fasi delicate della vita dei giornali in mancanza di una normativa che obbligasse al deposito legale digitale, uscirà un saggio che ho scritto per il numero 59 della rivista «Culture del testo e del documento». 
Una pubblicazione che riprenderà, ovviamente, la tesi ma che tocca la sola questione dell’editoria di partito, aggiungendo «Liberazione» al novero dei due già trattati nella discussione.
Quando uscirà? 
A fine mese e, per chi volesse, sarà possibile comprarlo qui una volta pubblicato: https://www.vecchiarellieditore.it/?s=culture+del+testo+e+del+documento.

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Torre Maura spara. Ma non è una canzone dei Calibro35

Posted on 2019/05/20 by carmocippinelli
sovietbuildings.tumblr.com
A Torre Maura si spara ancora, di nuovo in pieno giorno. Famiglia italianissima, non come quegli “sporchi” 60 rom che volevano “rubare” a prescindere: oltre a svaligiare casa avrebbero sicuramente anche sottratto quel poco di lavoro che c’è. E che, beninteso, a Torre Maura non è che ci sia mai stato. È un quartiere ‘di passaggio’ così come lo è stato sulla tratta che andava a Laziali, lo è ora sulla ben poco funzionale ed efficiente linea C della metropolitana di Roma.
Io e la mia ragazza eravamo tornati giusto da poco a casa quando avevamo deciso di andare a fare la spesa: camminiamo, chiacchieriamo, mettiamo a posto la macchina e mentre saliamo su casa vediamo un trambusto a fine della via. “Vado a dare un’occhiata“, le dico e subito dopo incrocio il vicino di casa: “Se so sparati“, mi dice laconicamente.
Il morto, fortunatamente, non c’è scappato, come spesso accade quando ci sono le armi da fuoco di mezzo.
Una notizia, questa qui, che nonostante sia avvenuta nel quartiere sulla bocca di tutto il mondo per più di una settimana, non troverà alcuna eco o una minima mediaticità. Questo perché il fatto non ha notiziabilità, per usare un termine tanto caro ai giornalisti d’accatto quanto da me realmente disprezzato. Si cerca lo scontro e la miccia scatenante della guerra fra  poveri, conflitto che viene vinto dai ricchi per forza di cose. Una notizia che mette in luce la pericolosità di chi vuole iniziare ad armare residenti e cittadini perché se mi entra un ladro in casa devo poter difendermi, nonché sparare, secondo la logica del Ministro dell’Interno e, non da ultimo, un fatto che rileva quanto precaria sia l’educazione di chi, perdendo la testa contro i propri genitori (a 22 anni) non esiti ad imbracciare un fucile per una questione di soldi e a sparare contro la macchina del padre.
C’è molto in ballo, a partire da questa notizia: i quartieri periferici diventano, ogni giorno di più, terra di nessuno, con buona pace di Lucia Annunziata che pensa come Torre Maura, nonostante sia un quartiere isolato e con l’unica pecca di avere le grate di fronte alle finestre, sia un quartiere pulito, con grandi strade, senza immondizia sparsa per i viali o degrado. Un giudizio davvero schematico per essere formulato da una Direttrice di una testata nazionale come Huffington Post.
Quando qualcuno si accorgerà del danno che ha commesso ad allontanarsi dalle periferie, come ha ribadito il partigiano Aldo Tortorella dal palco del 25 aprile a Porta San Paolo, si renderà conto che non avrà più tempo per rimediare alla situazione.

A tal proposito mi torna in mente il referendum del 2016, quello sulla Costituzione. Durante lo spoglio, in uno dei vari seggi di Via Belon c’era anche il consigliere Compagnone (Pd). Atterrito e basito dai risultati che lo davano in netta minoranza rispetto al ‘no’ (lui sosteneva il ‘sì’ come il suo partito) disse sconfortato, un po’ sottovoce, ad un suo amico che era con lui: “eh, ma qua dovemo fa qualcosa pe le periferie” mentre il presidente di seggio ammonticchiava le schede barrate con i “no” a fianco a quelle (pochissime) dei “sì”.
Questo è stato l’atteggiamento verso le periferie del cosiddetto centrosinistra nel corso degli anni: creare un esercito di riserva in cui si possono smuovere voti allo schiocco di dita di questo o quell’altro candidato di uno o l’altro partito; ridurre le poche strutture sociali e aggregative a comitati elettorali permanenti.
Chi semina vento, raccoglie tempesta, dice il proverbio. O, in questo caso, chi semina divisione e odio, raccoglie la guerra fra poveri. In questo caso, il raccolto non è incline ad ossequiare la semina, né a farsi troppi scrupoli. E far capire ai propri simili, vicini di casa, fratelli, che la guerra fra poveri la vincono i ricchi diventa ogni giorno più difficile. 

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"Facebookizzazione" del dibattito politico. Le 'big brother' c'est moi

Posted on 2019/05/14 by carmocippinelli
La mia home page di Facebook stamattina mi ha proposto questo nuovo progetto made in Zuckerberg: Facebook Politics. Ovvero: «una guida per usare Facebook al fine di interagire con gli elettori e creare la tua community on line».  La cosa è sufficientemente inquietante, dal mio personalissimo punto di vista. È in atto la massiccia facebookizzazione della politica, molto più di quella avvenuta nell’ultimo decennio:  una multinazionale, che certamente evade tutto quel che è possibile evadere in termini di tassazione dato che ha la sede a Dublino (bellissima l’Irlanda, ma è un paradiso fiscale), impone parametri per organizzazioni politiche e per “la trasparenza delle elezioni”.
Ovviamente questo si intreccia a doppio filo con la questione delle notizie finte, le “fake news“, cosiddette, che hanno più volte fatto notizia nel dibattito politico-culturale italiano, anche recentemente. Il controllo delle notizie da parte di Facebook è preoccupante, parlare di fake news significa poter dire di avere modo (di essere in grado) di distinguere quelle notizie fake (finte) da altre non fake. Di conseguenza essendo a conoscenza chi dice la verità e chi non la dice, anche se questo genera un risvolto che si potrebbe ben immaginare: chiunque dica di conoscere la verità su di un fatto, in realtà, lo dice a scopo politico, la verità oggettiva, nella nostra società così pervasa da informazione, stimoli e consumi, praticamente non esiste. Soprattutto se a parlare di fake news sono Facebook o i grandi gruppi editoriali che si fondono l’un l’altro per galleggiare nel mercato editoriale e affermare, sostanzialmente, le stesse cose. 
Gli uni (Facebook e le multinazionali ad essa affini) affermano la propria contrarietà attorno al tema per generare profitto e ergersi a paladini dell’informazione, creando da un lato dissenso e dall’altra consenso, giustificando le proprie scelte con ogni mezzo a disposizione.
Gli altri (grande distribuzione editoriale) perché spesso sono essi stessi contenitori di notizie non confermate e fornite perché si ha la necessità bisogno di tappare quel dato buco nella data pagina, oppure creando un caso mediatico (anch’esso dai risvolti tutti politici) perché il taglio che si è dato alla tale notizia andrebbe conto a questa o quell’altra forza politica sulla cresta dell’onda. 
Avere modo di riconoscere le notizie fake e le non-fake, è un compito arduo e chi si spende in tal senso sta sicuramente adoperandosi per un impegno molto nobile, il problema è che non si dovrebbe lasciare mani libera agli uni e agli altri sopra citati, anche se già glielo si è permesso da molto tempo.
Se gente normale, diciamo meglio: “l’elettore medio”, ritiene che andare su “ilfattoquotidaino” equivalga al “fattoquotidiano” perché il logo è più o meno simile, il problema si pone esattamente per chi condivide link del Giomale anziché quelli del Giornale, magari cliccando anche sui banner che affermano di far perdere peso in venti giorni con limone e curcuma.
Come dire: è uno sporco affare che sta (facendo finta) di combattere chi ha generato tale affare. La metafora del capitalismo: ti vende un problema ma poi ti vende anche la soluzione. 
Non solo: ma chi ha generato tale affare possiede anche le mani libere per decidere chi è fake e chi non lo è, così com’è successo per il Venezuela. Non appena l’autoproclamato presidente Juan Guaidò è stato riconosciuto dagli Usa, ogni social network gli ha apposto a fianco al nome la “nuvoletta” azzurra che indica che si sta trattando di un profilo verificato e che diffonde informazioni di interesse nazionale, sottraendola a quello del legittimo Presidente Nicolas Maduro.
Non curandosi (o, al contrario, facendolo deliberatamente) del fatto che dal profilo di Juan Guaidò venivano veicolate immagini, foto, video che producevano fake news sul Venezuela.
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Mozambico, la situazione dopo i cicloni Kenneth e Idai – Rinnovabili.it

Posted on 2019/05/08 by carmocippinelli
Nei primissimi giorni del mese di maggio, il Mozambico è stato interessato da fenomeni metereologici piuttosto consistenti: stiamo parlando dei cicloni Kenneth e Idai, una combinazione micidiale che ha portato vittime, distruzione e inondazioni. Le zone più colpite sono quelle della città di Beira e la provincia di Cabo Delgado, a nord del Paese e, stando ai numeri di Medici senza frontiere, gli sfollati sono ad oggi oltre 72.790. E il ‘post disastro’ non è certo più facile. All’inizio di maggio le autorità sanitarie hanno registrato lo scoppio di un’epidemia di colera: il governo ha avviato rapidamente una campagna di vaccini nella zona di Cabo Delgado e la situazione pare sia sotto controllo. Per fare il punto sulla situazione abbiamo contattato Andrea Atzori, di Cuamm-Medici con l’Africa: «Si sono verificati degli episodi di colera, sia a Beira che a Cabo Delgado: la risposta mozambicana è stata abbastanza efficiente e c’è stato un discreto controllo del tutto. Nelle zone alluvionate, in parte, l’acqua si sta ritirando e stiamo riprendendo con alcuni servizi e la zona che richiede maggiore intervento è quella di Cabo Delgado».

O Instituto Nacional de Meteorologia informou que os estado do tempo poderá melhorar a partir do final do dia de hoje. Contudo, apela-se a manutenção das populações afetados nos centros de acomodação ou outras zonas consideradas seguras.#CicloneKenneth #Moçambique pic.twitter.com/NwfF1Bmce3

— Voz de Moçambique (@vozdemocambique) 29 aprile 2019

La situazione appare ancora molto complicata anche alla luce delle previsioni fornite dall’Instituto Nacional de Meteorologia del Paese il quale ha previsto piogge ingenti per tutta la settimana nella zona di Cabo Delgado. «Il vero danno – ha proseguito Atzori – è che una buona parte della popolazione viveva di agricoltura di sussistenza: non aveva beni, averi o risparmi e il ciclone è andato a distruggere le uniche due certezze di questi nuclei familiari, ovvero campi ed abitazioni. Probabilmente avremo una parte della popolazione che dovrà essere assistita almeno per 6-12 mesi: avendo perso l’unico sostentamento è richiesta un’assistenza immediata e diretta». Nei giorni a ridosso dell’emergenza, Andrea Atzori ha spiegato che Cuamm-Medici con l’Africa ha agito in modo tempestivo su due emergenze contigue nelle località prima citate: «Avevamo già personale e progetti avviati in loco dunque siamo intervenuti con azioni riguardanti l’approvvigionamento per persone che erano rimaste senza casa, rintracciamento di persone disperse e ricongiungimento familiare e una fornitura di servizi sanitari d’emergenza immediati. 
Una volta analizzati i danni alle strutture sanitarie della città, abbiamo riavviato i servizi di base e, oltre a questo, creare attività di outreach dei sistemi sanitari nei confronti delle comunità colpite le quali, in parte, erano ancora nelle loro aree, in parte sono state alloggiate in campi [provvisori] organizzati dalla protezione civile mozambicana. Per mettere in atto questa strategia abbiamo diviso il nostro intervento in due filoni: il primo riguardante i servizi sanitari nei centri, di concerto con le autorità mozambicane, il secondo concernente la formazione e l’invio di circa 300 attivisti nelle località colpite che sarebbero andati famiglia per famiglia, tenda per tenda per capire quali fossero le esigenze sanitarie specifiche di ognuno, fornire loro cibo e il kit per l’acqua pulita». 
In Mozambico, fino a qualche anno fa, operava anche la Caritas Italiana con progetti nelle carceri, a sostegno di comunità periferiche della città con lavori di istruzione e sostegno scolastico, nell’assistenza – con l’aiuto delle suore scalabriniane – dei rifugiati provenienti da Sudafrica e eSwatini. Un sostegno che fosse a lungo termine e che gettasse le basi per la formazione di operatori locali che fossero in grado di continuare coi percorsi avviati. Abbiamo chiesto ad Oliviero Bettinelli, responsabile dell’Area Pace e Mondialità della Caritas di Roma, il suo parere riguardo la situazione attuale «Come Caritas – ha affermato Bettinelli – facciamo parte di una “rete” che comprende tutte le Caritas nazionali che, durante le grandi emergenze, si coordinano con Caritas Internationalis e intervengono. Nell’intervenire abbiamo un primo step che è quello di un monitoraggio di situazioni di emergenza, tenendo conto del fatto che di qualsiasi emergenza si tratti, il primo aiuto immediato lo si ha dai locali stessi. Nel mentre che dall’Italia ci organizziamo e arriviamo in loco, trascorrono quei giorni che sono fondamentali per salvare vite umane». Anche secondo Oliviero Bettinelli, il rischio di colera c’è ed è consistente: «il rischio è effettivo, stando ai dati su cui ci basiamo: la maggior parte delle persone sono decedute per esondazione dei fiumi, non tanto a causa del ciclone o del vento: è un problema reale che nasce dove la fragilità strutturale di alcuni territori rendono sempre più possibili queste conseguenze, a latere di un’esondazione». Per Bettinelli, tuttavia, il problema del territorio mozambicano, presenta una serie di problematiche non indifferenti anche legati «alla fauna locale»: «i coccodrilli, ad esempio, hanno creato una serie di questioni non trascurabili». Ma oltre al problema della fauna ce n’è uno più amministrativo: «C’è anche una problematicità legata alla mancata registrazione – e controllo – degli archivi delle nascite e di chi risiede nelle aree rurali: di fatto, un numero preciso di morti le autorità mozambicane non ce lo avranno con estrema certezza» Il fattore più negativo, secondo Oliviero Bettinelli, sta nel fatto che il progetto, una volta avviato e formato il personale locale, fatica a continuare il suo percorso una volta lasciato il paese: «Questo, purtroppo lo abbiamo toccato con mano in molte situazioni e anche in Mozambico, in cui operavamo dal 1999, è stato così». «Certo è – ha concluso Bettinelli – che bisogna aiutare ascoltando i bisogni delle comunità locali: se si arriva dall’Italia, o comunque dal ‘nord del mondo’ con l’intento di dire “costruiamo case, portiamo trattori” e altri beni materiali che in seguito le comunità non sanno gestire, né ricostruire, né far funzionare una volta che il progetto finisce, significa rimanere dentro una logica tutta occidentale del concetto di aiuto. Un supporto che è limitato a quello che io ritengo sia un aiuto: ecco perché non bisognerebbe avere prospettive di breve termine ma sempre di lunga durata».

Articolo pubblicato su Rinnovabili.it il 7 maggio 2019 http://www.rinnovabili.it/ambiente/mozambico-cicloni-kenneth-idai/
Posted in cambiamenti climatici, caritas, ciclone, cuamm, depositobagagli, idai, Kenneth, medici con l'africa, Mozambico, polpettoni, rinnovabili.itTagged cambiamenti climatici, caritas, ciclone, cuamm, depositobagagli, idai, Kenneth, medici con l’africa, Mozambico, polpettoni, rinnovabili.it

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