Skip to content

Camminaredomandando

Para todos la luz. Para todos todo

  • Blog
    • Blog/Post semiseri
  • Polpettoni
  • Borgata Gordiani

Tag: polpettoni

Supplenze: esistono

Posted on 2022/10/04 by carmocippinelli

Supplenze: esistono. 

Che bello sapere che quando tu hai il posto fisso c’è qualcun altro che ti sostituisce per il periodo in cui tu non puoi recarti a lavoro.
Quando tu hai il posto fisso e hai subito un piccolo intervento, ad esempio, c’è il supplente che, al posto tuo, viene assunto per un periodo di tempo limitato e fa lezione.
E così via: maternità, aspettative e via dicendo. 
Il sistema funziona.

Ci sono tantissimi modi per lavorare e dare il tuo contributo nella scuola.

Ci sono le supplenze temporanee per malattia, le cosiddette brevi, per cui ti chiama direttamente la scuola da graduatoria d’istituto. 
Ci sono le supplenze che hanno scadenza più lunga, però anche quelle sono considerate brevi. 
Ci sono le supplenze per cui tu arrivi a scuola e non sai bene quello che devi fare perché neanche la scuola aveva capito che quella cattedra era scoperta: quindi c’è caso che ti convochino pure ma con lo spazio orario della convocazione senza indicazione. Poi quando stai là vedi un po’. Possono essere 18 o 12 ore, tempo pieno o tempo parziale: come la mano di Mario Brega che po’ esse piuma o fer(r)o a seconda  delle circostanze.
Ci sono le supplenze fino ad avente diritto (le cosiddette Fad, perché nella scuola c’è tutta sta cosa che bisogna usare gli acronimi e quindi anche la lingua parlata diventa tutta parte di un grande acrostico tra dsa, bes, pdp, glo, gli, uda etc), cioè quelle per cui tu sei assunto ma non appena arrivano le Gps e viene nominato il supplente fino a fine anno, tu sloggi.
Già, le Gps: esistono pure quelle. Cioè quelle che ti danno la certezza del contratto fino al termine delle lezioni, ovvero fino all’8 giugno. Rarissimi i casi in cui venga stipulato il contratto al 31 agosto. 
Dunque, dicevamo: le Fad.
Le Fad sono quelle per cui vieni convocato da Gi (Graduatorie d’istituto, quelle per cui ti chiama direttamente la scuola, di cui abbiamo parlato sopra) e ci rimani fino a che l’Usr (Ufficio scolastico regionale) non pubblica tramite Atp (Ambito territoriale provincia di Roma Ufficio VI dell’Usr) il bollettino con le nomine. Se c’è l’avente diritto, figura hegeliana, sloggi. 
Però le Fad sono di due tipi: le scuole possono chiamare con la dicitura “Fino al 30/6/22 con clausola Fad” oppure, nella mail di convocazione collettiva, recare semplicemente la dicitura “Fino ad avente diritto”. 
La prima è buona, più o meno, la seconda no. 
Se tu, poniamo il caso, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con clausola Fad fino al 30/6, va bene: il termine è indicato, anche se poi l’Usr, tramite Atp, pubblicherà il bollettino e tu te ne andrai.
Se tu, però, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con la dicitura “fino ad avente diritto” senza la data non è che puoi lasciarla. Anche perché se non c’è la data di termine la scuola ti deve fare i contratti di settimana in settimana. Cioè: inizi lunedì e finisci venerdì. Sabato e domenica niente stipendio, hai lavorato? No. E allora che vuoi. Si ricomincia lunedì fino a venerdì. 
E comunque non puoi prenderla: stai lì dove stai fino alla fine della tua supplenza e poi ti poni in attesa.
In attesa dell’altro bollettino? 
Sì.
Cioè, no.
L’Atp ha appena pubblicato il bollettino in cui tu non ci sei, scavalcandoti nell’assegnazione delle nomine quindi vai a cercare la proverbiale “Maria per Roma”.
Che poi com’è che vengono assegnati gli incarichi annuali?
C’è questo algoritmo strafico che assegna candidato e scuola che funziona benissimo: se tu quest’estate hai inserito, tra le 150 scuole che dovevi inserire come preferenza, una scuola che nessuno ha posto in elenco, e magari le hai dato pure una posizione primaria nella tua personalissima lista, non importa che tu sia basso nella graduatoria: quella scuola sarà tua, scavalcando ogni altra persona che, magari, ha più punteggio di te. 
Funziona benissimo: sta andando tutto a meraviglia. 
Le cattedre non sono scoperte. 

Il sistema funziona. 
I docenti sono strapagati e vengono pagati tre mesi per non fare niente. 

È che i giovani non hanno voglia di lavorare, ecco qual è il problema. Anche se poi i giovani iniziano ad avere 30, 40, 45 anni. 
Se non vi rimboccate le maniche nessuno ve lo da’ sto posto di lavoro. 
Colpa vostra.
Va tutto bene.

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Blog/Post semiseri, polpettoni

Óra.

Posted on 2022/09/30 by carmocippinelli

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, è stato dato alle stampe molto recentemente, ancora non giunto in molte librerie. Però alla stazione Termini c’è un po’ tutto. Anzi: senza “un po’”. 

Il viaggio che mi aspetta, che taglia da parte a parte l’Italia, replicando la linea Gustav ma partendo da Roma, ha già “Il maestro e Margherita” a farmi compagnia.

Però trovargli un fratello, Óra, è «cosa buona e giusta». 


Molti reputano terrificante la svolta ultra cattolica e iper reazionaria di Ferretti.

E hanno ragione: lo è.

È terrificante sapere che la critica del “produci consuma crepa” sia diventata, sommando i decenni, “difendi conserva prega”. 


Aliberti, dunque, per la collana “libri della salamandra”, pubblica il nuovo “Óra” di Ferretti.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è. 

Il libro scorre via interamente nel tempo del viaggio: i treni regionali portano con sé il grande pregio dell’invito alla lettura. 
Un pregio che non sanno di avere, per la verità. 

Ferretti è del tutto un’altra persona, ovviamente: condanna il suo passato in modo irreversibile. 
Così come, dice lui ora, aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan, ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente.

E anche questo lo sappiamo benissimo.
Il libro in sé non è nient’altro che un’operazione editoriale: inutile classificarlo con altre parole.

Ha delle perle perché sono i suoi ricordi che impreziosiscono il vissuto, ma si tratta di un ripercorrere anni di carriera per mezzo delle preghiere, in sostanza. Non risparmiando critiche al clero a sua detta troppo civilizzato a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi.

Ortoprassi prima di ortodossia, in fondo lo ha scritto anche l’autore di e in queste pagine.

Personalmente, ho iniziato ad ascoltare i Cccp/Csi/Pgr grazie a Valerio all’età di 14 anni. In questi sedici anni, tanti se vissuti anche se storicamente sono pochi, mi sono fatto l’idea che, in fondo, Ferretti è un concetto che muta e che non sa neanche lui come interpretarlo e interpretarsi, capirsi.

E questo libro non si discosta affatto dall’ondivago: 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi»,
scrive Ferretti alternandosi alle strofe del Te Deum. 

Adesso è così e finirà così: sotto braccio alla Meloni e amico di CL; intransigentemente reazionario e ottusamente bigotto.
Spirituale sì, ma non con quella spiritualità che aveva nei CSI o al concerto di Montesole dei PGR.

Contestatore, anche, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto. 
E non è finita. 
È tutto quello che io ho e non è ancora

finita

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Blog/Post semiseri, polpettoni

La fiducia nel sistema

Posted on 2022/09/27 by carmocippinelli

L’articolo è un po’ lungo, ma così m’è venuto e ogni tentativo di snellirlo si riduceva, tutte le volte, allo svilimento di parti del discorso. Che ci crediate o meno, cari quattro lettori, questa è la versione più breve. 

Se vi va, però, qualche minuto perdetecelo. 

Di dibattiti attorno alla legge elettorale, o alle leggi elettorali, il sistema politico istituzionale ne ha attraversati moltissimi: ad ogni legislatura che nasce c’è sempre la questione della legge elettorale da sistemare, o da promulgare ex novo, al fine di cambiare quella vecchia, che evidentemente non va (più) bene, per rendere più governabile il paese.
Le motivazioni possono variare ma, a spanne, gravitano tutte più o meno attorno a quanto scritto sopra. C’è da chiarirsi su una questione, certamente ridondante alla ripetizione, ma che venne  ribadita nel 2014 in un’intervista da Fulco Lanchester, ordinario di Diritto Costituzionale preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma: 

«I sistemi elettorali aiutano la stabilizzazione. Essi non possono, però, produrre stabilizzazioni assolute: chi ci racconta che con un sistema elettorale di un certo tipo si perviene immediatamente alla stabilità, è paragonabile al venditore di lozioni per la crescita dei capelli. E le parla un calvo».

Allo stesso modo anche quando si insediò il Governo Renzi nel 2013 la situazione venne descritta magistralmente da Massimo Bordin:

«Ad oggi [marzo 2013] questa è la situazione attuale: la legge che c’era, che faceva schifo a tutti, non c’è più perché una sentenza della Corte Costituzionale afferma come, in alcune parti, quella legge non è Costituzionale. Quindi, se adesso dovessimo andare a votare, voteremmo con una cosa che non si sa bene quale sia, perché è un qualcosa di ritagliato sulla sentenza della Corte. Allora “dobbiamo fare assolutamente la nuova legge elettorale” , e questo porta a dire che “la faremo entro un mese” anzi addirittura, mi pare, che oggi si sia detto si sarebbe realizzata entro la fine della settimana. Quindi siamo decisamente a posto! Se, malauguratamente, Renzi non dovesse riuscirci, il governo va minoranza su una questione non propriamente marginale; quindi si crea un clima da elezioni anticipate e, quindi, per fare in fretta una legge elettorale, che ci serve assolutamente, noi andiamo a votare senza la legge elettorale che ci serviva tanto».

Ciclicamente, il dibattito politico istituzionale ruota attorno a plurimi interessi di natura personale e/o partitica al fine di una ripetizione ab aeterno dello status quo, pur annunciando di voler cambiare ogni virgola, al netto delle intromissioni della Corte Costituzionale in questo o quel caso.

Uninominale, la battaglia del mondo liberale-radical

Una delle più longeve rivendicazioni dell’area che comprende le organizzazioni liberali e radicali, nonché della destra più conservatrice, è proprio quella dell’attuazione di una legge elettorale pienamente maggioritaria e con collegi uninominali (piccoli o grandi che siano).
Stiamo parlando di organizzazioni che compongono, ad oggi, la totalità del Parlamento italiano, nonché un buon 70% delle formazioni politiche che partecipano regolarmente alle elezioni di ogni ordine e grado.

Marco Cappato, esponente radicale e promotore della lista “Referendum è democrazia” (poi esclusa dalla corsa elettorale appena terminata), ha sempre sostenuto il modello elettorale seguente:

«[…]che nei sondaggi d’opinione è il più popolare [2014] e che i Radicali propongono da sempre: maggioritario secco ad un turno con collegi uninominali, sistema federalista e presidenzialista».

Non stupisce che il blocco liberal-radicale, variamente collocato (lista Cappato, +Europa, Radicali italiani, PR[NTT], iscritti individuali o doppie tessere), sia in linea con quanto espresso più volte da uno o più soggetti politici che compongono la coalizione di centrodestra: vale giusto la pena ricordare come il referendum sulla giustizia venne presentato dalla Lega e dal PR[NTT] e che, ad oggi, la sostenitrice più accanita del presidenzialismo è la neoeletta deputata Giorgia Meloni. 
Ma procediamo con ordine. 

‘First past the post’ 

Al momento della discussione in Parlamento e della successiva strutturazione della legge Rosato (detta  Rosatellum) tutt’ora in vigore, si invocava a gran voce il modello anglosassone per l’elezione di Camera e Senato. Il sistema anglosassone, denominato first past the post, rappresenta un sistema uninominale maggioritario secco, nonché una evidente strozzatura della rappresentanza, almeno a parere di chi scrive.


Breve excursus anglosassone

Il Regno Unito possiede un parlamento bicamerale (Camera dei Lord e Camera dei Comuni) e la ‘posta in palio’ è rappresentata dai 650 seggi nella Camera dei Comuni: dal momento che vige un sistema elettorale uninominale, ogni circoscrizione, delle 650 in oggetto, è diviso in collegi e ognuno elegge il proprio deputato (uno) da mandare alla Camera dei Comuni.

Tale meccanismo impone che il partito vincente debba ottenere 326 seggi per raggiungere la maggioranza in Parlamento e le circoscrizioni elettorali sono così divise: 523 in Inghilterra, 59 in Scozia, 40 in Galles, 18 in Irlanda del Nord; non esistono soglie di sbarramento, in ogni collegio i partiti presentano un solo candidato e viene eletto solo colui/colei che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti.

Già a partire dalle elezioni 2015 la ricercatrice Catlin Milazzo evidenziò le crepe e le aporìe del sistema elettorale britannico riguardo i seggi conquistati da UKIP (United Kingdom indipendent, il partito di Nigel Farage). Imperfezioni, c’è da dire, presenti a partire dalle elezioni del 2010 se poste in confronto con quelle del 2015 in cui il partito Conservatore di David Cameron, nonostante guadagnasse poco più dello 0,8%, si vide aumentare i seggi da 307 a 331 mentre i laburisti, sebbene avessero incrementato la propria percentuale di uno 0,4%, si videro diminuire le unità di rappresentanti da 258 a 232.

Uninominale all’italiana

Non entrerò nello specifico del sistema elettorale Rosatellum ma sarà sufficiente dire che si tratta  di un sistema elettorale misto che è maggioritario (con collegi uninominali) e proporzionale (con collegi plurinominali molto piccoli ma bloccati): qui ulteriori delucidazioni (l’articolo è del quotidiano «Il Riformista»).
I sostenitori della legge maggioritaria e del sistema uninominale utilizzano tale argomentazione a sostegno della propria tesi: il rapporto elettore-rappresentante tende ad assottigliarsi. Ovverosia: il Parlamentare eletto sarà espressione di quella territorialità perché appartenente proprio a quella circoscrizione in cui fa attività politica, ci è nato, svolge (o ha svolto) la sua attività professionale o altri fattori. 

Tutto dovrebbe andar come da manuale, o no? Proprio no. 

Tutti candidati 

L’attuale legge elettorale non prevede l’impossibilità di raddoppiare le candidature nei collegi plurinominali. Dunque, ad esempio (*) alla Camera dei Deputati, si sono create situazioni da leggi elettorali già viste (Calderoli – Porcellum) e giudicate antidemocratiche proprio da chi ha proposto l’attuale sistema, per cui, ad esempio: 
  1. Giorgia Meloni risulta eletta in cinque collegi diversi (Sicilia 1, Sicilia 2, Lombardia 1, Puglia e Lazio 1);
  2. Giuseppe Conte in Lombardia 1 in entrambi i plurinominali P01 e P02, Sicilia 1, Puglia, Campania 1; 
  3. Enrico Letta in Lombardia 1 e Veneto 2; 
  4. Antonio Tajani in Campania 1 in entrambi i plurinominali e in Campania 2.

Al Senato della Repubblica la questione non cambia: 

  1. Silvio Berlusconi è eletto nel plurinominale di Campania (P01), del Lazio (P02), del Piemonte (P02), della Lombardia (P02); 
  2. Carlo Calenda in Veneto (P02), Sicilia (P01), Lazio (P01); 
  3. Matteo Renzi in Lombardia (P02), Campania (P01), Toscana (P01).

Tutto questo da’ vita a circostanze piuttosto rocambolesche, per utilizzare un termine relativo alla cronaca calcistica, per cui anche ai collegi uninominali si preferisce puntare sul cosiddetto “candidato forte”, magari in un collegio in cui storicamente il partito x è andato sempre bene: Pier Ferdinando Casini eletto per la seconda volta a Bologna con il Partito Democratico ne è un chiarissimo esempio.

Andando, tecnicamente, a destrutturare la tesi più forte del divario meno imponente tra rappresentante ed elettore. 

E di esempi, in questa legislatura con il numero dimezzato di rappresentanti a seguito del referendum promosso dal Movimento 5 Stelle, ce ne sono moltissimi, basta citarne solo un pugno: 

  1. il presidente della Lazio Lotito è stato eletto in Molise, sebbene egli sia laziale non solo di fede calcistica ma di appartenenza territoriale;
  2. Cesa, segretario dell’UDC anch’egli eletto alla Camera nel collegio uninominale del Molise, sebbene sia nato ad Arcinazzo Romano;
  3. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi-Sinistra), nato a Roma vissuto tra Ostia e Casal Bernocchi (prima del recentissimo matrimonio che lo ha visto trasferirsi in Trentino), è stato eletto a Imola;
  4. Marta Fascina, la compagna (o non-sposa a seguito del non-matrimonio) di Berlusconi, eletta in Sicilia e nel 2018 in Campania, sebbene sia nata a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria);
  5. Riccardo Magi, Radicali italiani/+Europa, romano di nascita e in cui ha svolto la maggior parte della sua attività politica, è stato eletto a Torino;
  6. Sumahoro (Alleanza Verdi-Sinistra) è stato nel plurinominale della Lombardia a seguito dello scatto del seggio, sebbene fosse stato candidato all’uninominale di Modena, quando la sua attività sindacale è da sempre rivolta al bracciantato del Mezzogiorno d’Italia, con particolare riguardo alla campagna pugliese. 
O muthos deloi oti
È evidente che partiti e movimenti, tutti, hanno ben in mente la sola questione del proporre e imporre leggi che poi, evidentemente, non vengono rispettate. O meglio, si fa come al solito: si aggira, pur mantenendo una dignitosissima forma. Sempre più maldestra ad ogni elezione, per la verità. 
La storia (o muthos) racconta poi che chi ci rimette è lo stato della democrazia liberale italiana, sempre più martoriata data la convocazione delle elezioni in poco più di un mese dalla caduta del Governo Draghi; lo stesso governo capitanato dall’ex presidente della BCE; il governo Monti; il doppio settennato di Napolitano.
Che l’unico interesse della borghesia italiana è la sua palingenesi, costi quel che costi, ma senza catarsi quanto, piuttosto, con evidente manifestazione della propria protervia.
Che ora non vanno neanche più di moda le lamentazioni sull’astensione, dal momento che una maggiore astensione alle urne permette percentuali maggiori agli occhi della classe dirigente, così da esporre lo scalpo della cifra enorme raggiunta in questa o quella circostanza avversa. 
Che il potere non si ferma mai e ogni volta aumenta l’asticella del proprio agire collettivo: non è stata l’ultima chiamata al voto del meno peggio, a cui abbiamo pietosamente assistito da parte dei settori del partito democratico, ma solo l’ultima così per come la conosciamo e l’abbiamo conosciuta.
Che alla prossima tornata elettorale ci sarà un meno-peggio nella lotta per l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri.
Che bisogna abbandonare ogni illusione e iniziare ad agire, studiare, partecipare in un solo senso possibile: quello del rovesciamento dell’attuale sistema. (Ma questo continueremo a farlo in pochi e verremo continuamente tacciati di essere poveri illusi dalla maggioranza).
(*) Tutti i dati sono presi dal sito istituzionale Eligendo.
L’articolo è stato pubblicato anche su Atlante, leggermente modificato: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/legge-elettorale-rappresentanza-collo-stretto-della-bottiglia/ 

Posted in Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, polpettoni

Ripetere l’ovvio, soprattutto dopo il 25 settembre, è un atto rivoluzionario

Posted on 2022/09/26 by carmocippinelli
In Italia il Presidente del consiglio dei ministri non è eletto direttamente dagli elettori: non si tratta di un’elezione diretta, dunque, ma “indiretta” in quanto i rappresentanti eletti e designati come ministri si riuniscono ed eleggono il o la presidente. 
Tuttavia la becera e ignorante stampa lo chiama “premier” già da un decennio, assimilando due figure completamente diverse. Così facendo, nell’immaginario collettivo c’è gente che pensa come già oggi Giorgia Meloni possa andare da Mattarella forte del suo mandato elettorale e  chiederà l’incarico di formare il Governo. Non è così. (*)
Tempo fa la stessa cosa accadde a Luigi di Maio, precisamente alla scorsa tornata elettorale: in un post sul “Blog delle stelle”, intitolato “La volontà popolare sopra ogni cosa” (Kant, ora pro nobis), sosteneva:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14% Tajani Premier, il 4% Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».

Ora, in tempi di crisi e di informazione drogata, è bene riprendere ogni concetto e ripeterlo fino allo sfinimento: il “Premier”, in Italia, non esiste. I Governi, tecnicamente, non sono votati da nessuno, come al contrario ha affermato Di Maio quando era sulla cresta dell’onda e ora si ritrova impantanato in percentuali risibili grazie al suo opportunismo trasformistico, secondo solo al De Pretis che fu; così come affermato dalla Meloni a più riprese nel corso di enne campagne elettorali; così come affermato da Salvini e via dicendo.
Nella Costituzione italiana il termine premier non sta scritto da nessuna parte, né tantomeno è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier): Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con il Partito socialista italiano ben lontano dal 15%.
Dunque, non sarà Meloni ad essere la  prossima, nonché prima donna, Presidente del consiglio dei ministri? Forse sì, ma potrebbe anche non esserlo e non sarebbe scandaloso né eversivo, come si dirà tra neanche 48 ore. Però possiamo già “giocare” con dei nomi e considerare che, forse, ci potrà essere una donna Presidente ma potrebbe essere l’uscente Presidente del Senato (Alberti Casellati) o, al contrario, il vice presidente del Parlamento Europeo (Tajani): figure rassicuranti per l’apparato, da pochi scossoni per “i mercati”. Figure da “pilota automatico”. 
Qualcuno urlerà al golpe, si chiamerà l’impeachment (come se servisse a qualcosa nell’ordinamento politico istituzionale italiano) e via dicendo. Ma, ancora una volta, si farà l’interesse del capitalismo europeo, di cui pure la Meloni e Fratelli d’Italia ne sono i migliori agenti assicuratori. 
(*) A tal proposito, vale la pena ricordare quel collega giornalista (di quando speravo di poter ancora fare quel mestiere) che in redazione se ne uscì dicendo: «Premier è molto più funzionale come nome, Presidente del consiglio dei ministri ha troppi caratteri e mi costringerebbe a modificare la lunghezza dell’articolo».
Un manuale di edonismo applicato e di ignoranza militante.
Ora è impiegato in un grande giornale nazionale. C’est la vie. 
Posted in Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Blog/Post semiseri, polpettoni

Berlino, l’Union abbatte l’ultimo muro

Posted on 2022/09/24 by carmocippinelli

Ieri C’eravamo tanto armati è finito sulla pagina culturale del quotidiano Avvenire, grazie ad un bell’articolo di Antonio Giuliano dedicato all’Union Berlin. Qui di seguito è riportato l’articolo in versione completa, disponibile anche sul sito del quotidiano.

Per la prima volta in testa al massimo campionato tedesco c’è la squadra che al tempo della Ddr sfidava il regime: perdenti e vessati ma sempre fieri

C’è una squadra sola al comando in Bundesliga e non è il Bayern Monaco. In un campionato in cui i bavaresi hanno messo in bacheca gli ultimi dieci titoli e vincono ininterrottamente dal 2012 è già una grande novità. Ma non è tutto, perché in vetta alla Serie A tedesca c’è per la prima volta una squadra entrata nella Storia con la “s” maiuscola pur non avendo mai vinto nulla se non una Coppa di Germania nel 1968. Parliamo dell’Union Berlino, il club che nei duri anni della Repubblica democratica tedesca (Ddr) osò manifestare apertamente il dissenso contro la Stasi, la polizia segreta del regime comunista. La storia dei biancorossi di Berlino Est affonda le radici nel 1906, anno di fondazione del Fussballclub Olympia 06 Oberschönweide (dalle divise bianco-blu). 
Ma l’epopea comincia all’indomani della Seconda guerra mondiale quando la capitale tedesca venne divisa in due dal Muro e anche il club subì una scissione importante. Gran parte della rosa fuggì nella parte Ovest, per dar vita all’Union 06 Berlin, il resto rimase nel sodalizio che dopo varie denominazioni nel 1966 assumerà il nome attuale. Sono gli anni da incubo della Ddr, quelli in cui la propaganda del regime si serviva anche dello sport. Vincere a ogni costo e con qualsiasi mezzo per dimostrare la superiorità del modello socialista spingerà la Germania Est al doping di Stato scoperchiato solo alla fine della Guerra Fredda. Laboratori segreti e tante vite distrutte fruttarono più di 500 medaglie olimpiche con atletica leggera e nuoto tra le discipline più “pompate”. 
Il calcio non fu immune e non poteva essere altrimenti. 
Arbitraggi pilotati, spie e giocatori ricattati facevano parte di quel sistema asfissiante descritto mirabilmente nel film del 2006 Le vite degli altri. Uno scenario surreale che riemerge con molti particolari anche nel recente C’eravamo tanto a(r)mati. Storie di calcio della Germania Est (Rogas, pagine 134, euro 12,70) di Fabio Belli e Marco Piccinelli, già autori per la stessa casa editrice dell’evocativo Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista. Le sorti dell’Union si intrecciano con la spietata repressione del dissenso dal momento che la Stasi aveva deciso che a Berlino Est non ci potesse essere altra squadra all’infuori della Dinamo. 
Era questo il club prescelto da Erich Mielke, il direttore dell’apparato che controllava in maniera capillare la vita di tutti i cittadini. La Dinamo Berlino vinse dieci titoli di fila in Oberliga (la lega calcistica della Ddr) dal 1979 al 1988: la Stasi si incaricava di indirizzare gli arbitraggi, intimidire gli avversari e accaparrarsi i migliori talenti invitandoli “caldamente” a vestire la casacca bordeaux della Dinamo. Pur subendo torti e ingiustizie l’Union continuò a resistere, diventando la squadra della dissidenza. Lo stadio si trasformò in una zona franca per sfogare la propria ribellione al regime. 
La pagina di «Avvenire»
di ieri 23/09/2022

Dagli spalti piovevano cori espliciti: «Preferisco essere un perdente, che un maiale della Stasi!» o «Il Muro deve andarsene». 

Tifare Union significava mettere a repentaglio la propria vita perché come ha spiegato qualche anno fa la rivista berlinese Eulenspiegel: «Non ogni tifoso dell’Union era nemico dello Stato, ma ogni nemico dello Stato era tifoso dell’Union». Condannati a un destino calcistico marginale ma sempre fieri a tal punto da meritarsi il soprannome di Eisernen “gli uomini di ferro”, richiamo anche alle origini popolari della squadra che all’inizio schierava per lo più figli di operai. Dal suo ufficio Mielke monitorava il dissenso che partiva dalla Curva dell’Union e continuava a spianare la strada alla Dinamo.
Nel 1986 un agente della Stasi nei panni di arbitro assegnò quello che passerà tristemente alla storia come “il rigore della vergogna”: il penalty che al 94’ permise alla Dinamo di battere la squadra di casa della Lokomotive Lipsia e strappare l’ennesimo titolo con l’inganno.
I giocatori della Dinamo godevano di un trattamento privilegiato: percepivano uno stipendio cinque volte superiore rispetto alla media di un giocatore tedesco orientale e potevano risiedere in case considerate di lusso. Ma la Stasi non si fidava neppure dei suoi stessi tifosi: lo stadio della Dinamo aveva una capienza limitata e poiché si trovava molto vicino al Muro c’era un presidio fisso di militari a vigilare sulle diserzioni. 
 Nel 1979 la stella Lutz Eigendorf, il “Beckenbauer del-l’Est”, riuscì a scappare a Ovest ma pagò a caro prezzo la sua fuga quattro anni più tardi: perse la vita in un incidente stradale che poi si scoprì indotto dalla Stasi. Alla caduta del Muro cambiò tutto. Ciò che è rimasto immutato è l’attaccamento viscerale dei supporters dell’Union. Un legame letteralmente di “sangue” visto che una volta per salvare la società dal fallimento hanno lanciato l’iniziativa «Blut für Union», “sangue per l’Union”: i tifosi sono andati a versare il sangue a pagamento negli ospedali cittadini, destinando il ricavato alle casse della squadra. Nessuno rimase con le mani in mani nemmeno quando nel 2008 lo storico stadio “An der Alten Försterei” aveva un disperato bisogno di essere ristrutturato e la società non aveva fondi. Molti si tassarono, quelli che invece avevano esperienza nel campo edile si offrirono di lavorare gratis. Accorsero in più di 2 mila e misero insieme 140 mila ore di lavoro decisive per completare l’opera e permettere al club di risparmiare almeno 2 milioni di euro.
Oggi parliamo di uno dei primi stadi europei che è parzialmente di proprietà dei tifosi. 
A riprova dello spirito comunitario che anima l’Union anche l’incredibile iniziativa del 2014 in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile. I tifosi organizzarono la «Wm-Wohnzimmer» (“il salotto dei mondiali”). Chi voleva poteva portarsi un divano da casa e vedersi la partita su un maxischermo insieme con gli altri. Per la finale i divanetti sparsi nel campo di gioco erano più di 800. E momenti di festa si ripetono spesso durante l’anno e a ogni Natale. Sono queste le gioie maggiori di un club che ha vissuto tante retrocessioni potendo vantare solo la Coppa del 1968. Pochi i momenti di gloria: come nel 2000 il miracolo della qualificazione alla Coppa Uefa quando ancora militava in Serie C. Adesso i rivali sono quelli dell’Hertha, la storica squadra di Berlino Ovest. Il derby con la Dinamo della Stasi non c’è più. Ma il passato non si dimentica. E così dopo anni di buio, spie e cimici nascoste persino nei borsoni dei giocatori, si godono un primato tanto bello quanto inatteso alla luce del sole. Ieri fischiavano la Stasi. Oggi senza correre rischi possono continuare a cantare in curva l’insopprimibile bisogno di libertà che il regime voleva estirpare.
Antonio Giuliano (pubblicato da «Avvenire» del 23/09/2022)
Posted in Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Blog/Post semiseri, polpettoni

Matteo Renzi, ovvero: la versione più aggressiva del bonapartismo

Posted on 2022/09/12 by carmocippinelli

Tutte le politiche, le scelte messe in atto da Renzi sono  state strutturate dal carattere antioperaio e reazionario delle stesse. Il proponimento è sempre stato il medesimo. Renzi non aveva alcun principio politico, tanto che in un’intervista rilasciata al Foglio, quando si definiva rottamatore del Pd assieme a Civati, si dichiarò «liberista di sinistra», andando così a spaziare dal “mastellismo”, alla socialdemocrazia europea sino a giungere al liberalismo.  Questo almeno rimanendo nell’ambito del formale, in realtà – ovvero nella sostanza delle cose – ha sempre rappresentato il bonapartismo fatto e finito con ben poco rispetto per il dissenso e prono alle politiche di Confindustria.
La politica di Renzi, quando era Presidente del consiglio, ha rappresentato un approdo per quello che non è riuscito a Berlusconi, Bossi e Fini per oltre un decennio, ovvero: la libertà di licenziare da parte dei padroni (questo è, nei fatti, il “Jobs Act”). 

Il renzismo parla(va) “d’innovazione”, di “nuovi tempi” come se Renzi stesso avesse compreso e conoscesse le dinamiche storiche del mondo del lavoro, dello sfruttamento capitalistico ma la verità è esattamente capovolta, Renzi è molto ancorato, più di quanto voglia far apparire, al passato e alle logiche di potere. 

È bene portare alla mente quando Renzi, durante il dibattito referendario cui seguì la promessa di abbandono della scena politica in caso di sconfitta (proponimento poi disatteso), diceva pervicacemente: «Con noi c’è una maggioranza silenziosa», un richiamo al potere reazionario e democristiano non a caso. La Riforma Renzi-Boschi, profondamente lesiva per gli spazi democratici, nei fatti era solo la declinazione più becera del progetto bonapartista: quello dell’uomo solo al comando. 

La legge elettorale “Italicum” d’altronde aveva delle preoccupanti similitudini con la legge Acerbo fatta approvare da Mussolini nel 1923. Una legge che elargiva a chi raggiungesse il 25% dei voti validi i due terzi dei seggi alla Camera dei Deputati (il Senato era di nomina regia). 

Con l’aiuto di questa legge, Mussolini prese il controllo della Camera: legge che fece accelerare la formazione dello Stato totalitario.
Ora, alla luce del fatto che le elezioni del 25 settembre 2022 (convocate in neanche due mesi e che vanno a configurarsi all’interno di un quadro del tutto privo di libertà democratica e di partecipazione reale e concreta da parte dei soggetti che vorrebbero concorrere e dare un contributo non già alla Rivoluzione ma allo stato borghese) rappresentano la prima tornata con il numero ridotto di parlamentari a seguito della vittoria referendaria sul “taglio dei costi della politica“, andrebbe ricordato che Renzi sventolò il medesimo scalpo.
Per indorare la pillola circa il referendum da lui proposto e da egli stesso personalizzato a tal punto da vedere in quel momento di consultazione elettorale uno spartiacque della propria vita politica, nei confronti del mondo del lavoro sventolò la riduzione dei costi della politica, a favore di una totale controriforma, come avrebbero fatto in seguito i grillini. In un colpo solo ci sarebbe stata: l’abolizione del Senato e del Cnel, dunque la collettività avrebbe risparmiato gli stipendi dei senatori e altri “annessi e connessi” relativi al Cnel. 

È vero che ci sarebbe stato un risparmio a seguito del taglio di 200 senatori, ma si sarebbe trattato di pochi spiccioli (50 milioni l’anno e non 500 come sbandierato da renziani). Così come è valso per il referendum promosso dal Movimento 5 Stelle qualche anno dopo: se si avesse davvero voluto tagliare “i costi della politica”, si sarebbe dovuto andare a colpire il salario dei parlamentari.
In sintesi: non un taglio del numero ma una sforbiciata ai loro stipendi ed emolumenti: retribuzione massima di 2000 euro per tutti gli eletti  e non ridurre gli spazi democratici di rappresentanza, così come andrà a comporsi il parlamento del 26 settembre 2022. 

Insomma la politica di Renzi era ed è anche la linfa funzionale dell’aggressione sociale ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici, alla dissoluzione progressiva dei loro diritti, delle conquiste e delle rappresentanze a vantaggio dei profitti dei pochi e delle restrizioni UE.
Senza contare il balbettio istituzionale sul DDL Zan che vide Renzi pronto a mediare con la destra (cioè gli amici di Orban) e al dileguarsi al momento del voto: la tipica mossa renziana degli ultimi anni che nasconde la mano che ha lanciato il sasso, proverbialmente parlando. 

Il mondo del lavoro non ha nulla a che fare con questa politica atta a comprimere tutti i suoi interessi economici e sociali.
La strada della sinistra è altra: dobbiamo avere come perno, come rivendicazione centrale, la cancellazione delle leggi antioperaie realizzate in questo trentennio a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola (cosiddetta). Una strada (e una rivendicazione) che ponga come base del conflitto sociale le ragioni di classe del lavoro, contro ogni subordinazione alla borghesia; che rivendichi il diritto alla piena rappresentanza proporzionale di queste ragioni, contro ogni mercimonio alla governabilità del sistema.

È la prospettiva, dei consigli, della democrazia socialista.

Eugenio Gemmo

Marco Piccinelli

Articolo pubblicato sul blog: Trotskysmo – Quarta internazionale: https://www.quartainternazionale.it/2022/09/12/matteo-renzi-ovvero-la-versione-piu-aggressiva-del-bonapartismo/

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoniTagged Blog/Post semiseri, polpettoni

Soldi al vento, i nostri. È il capitalismo, bellezza.

Posted on 2020/03/17 by carmocippinelli
Fonte foto: Afp – Sole24Ore
La notizia ribattuta dalle agenzie di stampa, in questo caso dall’«Ansa» è davvero implacabile:
nel corso della giornata di ieri [16 marzo 2020 ndr] la seduta delle borse europee è stata al ribasso ed ha «causato uno scivolone dell’indice StoxxEurope600 * del 4,9%».
In termini monetari il crollo equivale a «255 miliardi di capitalizzazione ‘bruciati’ in una [sola] giornata».
Oggi si prova a rimodulare l’avvio delle borse, ce ne informa il «Sole 24 Ore»: «Netto rialzo per le Borse europee, che rimbalzano dopo l’ennesima seduta nera in cui l’Eurostoxx ha perso oltre il 5% e Piazza Affari è caduta del 6,1%, con i mercati finanziari colpiti dalla paura per gli effetti del coronavirus sull’economia e dalla diffusione del contagio in Europa e negli Stati Uniti. La reazione arriva all’indomani del comunicato dell’Eurogruppo che si è impegnato a prendere qualsiasi iniziativa per supportare l’economia dell’Eurozona. […] Lo status di Paese ultraindebitato e più colpito dall’epidemia fa dell’Italia un bersaglio ideale della speculazione. Specialmente dopo le parole di Christine Lagarde di giovedì scorso («Non è nostro compito chiudere gli spread»)». 

Non è responsabilità di nessuno, figuriamoci dell’Unione Europea e dei grandi capitali sanare la situazione economica dei paesi membri! Il punto è proprio l’indebitamento che genera speculazione finanziaria, una sorta di serpente che mangia la propria coda per l’eternità.
Le grandi masse di miliardi che vengono investiti, bruciati, ripresi e frutto di speculazioni finanziarie altro non sono altro che il disvelamento della reale natura del capitalismo.
Un sistema che – ogni giorno di più – mostra la sua vera natura: una rapina continua nei confronti della popolazione, inumano, evidentemente irriformabile.

C’è poi da fare anche un brevissimo commento – da post- it – riguardo le parole che riecheggiano nel lessico politico-giornalistico del capitalismo nell’era della sua estensione più selvaggia, nonché in una fase del tutto peculiare come quella della pandemia Coronavirus che sta comprimendo i guadagni dei mercati facendo pagare il conto di questa compressione a centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori.


Il termine ricapitalizzazione ci fa rivolgere la mente ad una situazione imprenditoriale italiana che è ben nota alla popolazione: Alitalia. In quel caso, in piccolo rispetto alle quotazioni azionarie di grandi indici europei e transnazizonali, le perdite le pagavano le lavoratrici e i lavoratori, così come i contribuenti: a fronte di una vasta speculazione privata di una ristretta cerchia di dirigenti in cerca di fare profitto su ogni aspetto della vita dell’azienda, il debito era scaricato sulla fascia più debole del comparto societario. Il tutto mentre la buonuscita dei manager era milionaria: assegni staccati mentre si profilavano licenziamenti di massa e i vari governi profilavano la privatizzazione di Alitalia come unica soluzione.

Questo è il capitalismo, nient’altro: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei guadagni.
Ma i soldi sono sempre i nostri.

* Lo StoxxEurope600 raggruppa «i principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente» [cfr articolo precedentemente citato nel collegamento ipertestuale].

Posted in borse europee, capitale, capitalismo, coronavirus, mercato, polpettoniTagged borse europee, capitale, capitalismo, coronavirus, mercato, polpettoni

Il controllo sociale ai tempi del virus, nonché del “capitalismo della sorveglianza” *

Posted on 2020/03/14 by carmocippinelli

Il «manifesto» di oggi [14/03/2020] pubblica un articolo siglato da Andrea Capocci (An. Cap.) che racconta di come la Corea del Sud stia agendo per fronteggiare la pandemia Coronavirus: «La Corea del Sud è un paese abbastanza simile al nostro per popolazione e superficie: un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220 mila chilometri quadrati, contro i 301 mila italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46. Come si spiega che lo stesso virus abbia una così diversa letalità in due contesti analoghi?».
I numeri posti al di sopra dell’articolo consegnano al lettore un momento di riflessione riguardo il dilagarsi del contagio nel paese diviso al 53esimo parallelo: «in Corea del Sud ci sono 8.000 casi censiti contro i 15.000 dell’Italia ma i morti qui sono solo 71». 


La connessione tra controllo e Coronavirus 
Il controllo sociale, come riporta il titolo dell’articolo, è stato utilizzato per abbassare i numeri del contagio ed evitare la massiccia propagazione del CoVid-19: «Per capire con quali persone un paziente è entrato in contatto […] sono stati usati i tracciati gps dei telefoni, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. […] Per ottenere queste informazioni sono state integrate le banche dati della polizia, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie, delle autorità finanziarie».
La diffusione del contagio può essere fermata, dunque, qualora si entri nella vita di tutti i giorni della popolazione, in questo caso sudcoreana, che nel corso degli ultimi dieci anni si è largamente dotata di uno smartphone ad uso personale o lavorativo. 
La questione sembra essere ininfluente ai fini del dibattito politico o pubblico, tuttavia, spesso abbiamo avuto modo di ascoltare – da amici, colleghi di lavoro, parenti – frasi simili a questa: “non importa che io venga tracciato, le mie mail spiate o accenda costantemente la posizione e Google mi mandi resoconti della mia “attività”: non ho nulla da nascondere”. 
Sentenza priva di ogni senso, o meglio, con un significato ben preciso: la totale inconsapevolezza dell’“utilizzatore finale” di dispositivi elettronici a cui è obbligatorio associare un account Google, iCloud e, prima che terminasse il supporto sui propri dispositivi, Windows mobile. 
L’Ovra o la Gestapo ne sarebbero stati felicissimi. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Al momento della diffusione del virus Mers-CoV *, a ridosso del 2012, la Corea del Sud ha registrato il maggior numero di casi dopo l’Arabia Saudita: all’epoca il governo fu criticato per aver negato la concessione di informazioni, come ad esempio i luoghi visitati dai pazienti per contenere il contagio del virus.
La legge è stata modificata al fine di autorizzare gli investigatori ad entrare nei dispositivi elettronici della popolazione: nell’articolo del giornalista Capocci del «manifesto» non è stato fatto cenno alle aziende produttrici dei sistemi operativi degli smartphones proprio perché, a causa di un analogo caso di emergenza di coronavirus, il Governo sudcoreano è corso ai ripari modificando la norma.
Nei dispositivi elettronici della popolazione sudcoreana – riporta la BBC – arrivano notifiche come questa: «Un uomo di 43 anni, residente nel distretto di Nowon, è risultato positivo al coronavirus».
«Questi avvisi – scrive Hyung Eun Kim della BBC coreana – appaiono in continuazione sugli smartphones della popolazione indicando dove una persona è stata infetta e quando […] non viene fornito alcun nome o indirizzo ma spesso si riesce a ricollegare conoscenze, luoghi visitati e, dunque, ad identificare le persone: in molti casi si sono ricostruiti adulteri consumati in hotel a ore»**.
Il problema legato alla discrezionalità di queste informazioni è tema di indubbio interesse e alla portata di qualsiasi lettore che sappia andare oltre la stupidità della stantìa frase “non ho niente da nascondere”: il mondo transnazionale legato alla interconnessione di utenze mail e navigatori gps inseriti in dispositivi telefonici, unite da un lato alla pratica sempre più diffusa da dedali di “aziende terze” che si preoccupano di profilare gli utenti e, dall’altra, la crescente attenzione da parte dei governi democratico-liberali, desta più di qualche interrogativo.
È evidente che, nel corso degli anni, l’utilizzo degli smartphones, giustapposto all’affinamento, al perfezionamento degli usi che un utente può farvi, alla sempre più duttile utilità dei sistemi operativi ivi installati, ha assunto un ruolo sempre più predominante nella vita della popolazione.
Il sistema che ne è venuto fuori è quello di una pervasività totale all’interno delle nostre vite: il capitalismo entra, così, a gamba tesa in ogni aspetto della giornata di ogni singolo individuo.
Basta concedere l’accesso della posizione del proprio dispositivo e quello del microfono e il gioco è fatto: la profilazione è totale e ogni nostra azione è monitorata in ogni singolo istante.

Spesso riteniamo come la connessione dati sia indispensabile per la vita di tutti i giorni, anche per le operazioni più semplici legate a necessità immediate: falso.
Il bisogno indotto da strumenti sempre più pervasivi nella nostra quotidianità ha fatto in modo che si arrivasse a percepire come necessaria l’interrogazione a Google in un qualsiasi aspetto della nostra giornata: che sia l’indicazione stradale o che sia la trasmissione dei dati personali per il contrasto del coronavirus. La risultante è, tuttavia, quello di una massificata profilazione di utenti informatizzati che posseggono uno smartphone e che, in questo specifico caso nordcoreano, hanno contratto il virus.
Si potrebbe certo sostenere che l’azione messa in atto dal governo sudcoreano è senza dubbio efficace: si notificano a tutti i dispositivi connessi ad internet notizie certificate dal Ministero preposto al fine di informare cittadine e cittadini riguardo il contagio di una data persona in una certa zona del paese.
La partita di giro è molto più imponente di quel che si voglia pensare: in cambio del proprio servilismo a sistemi operativi a cui abbiamo concesso l’uso della nostra intimità (voce e iride due aspetti su tutti) e delle nostre azioni quotidiane, possiamo essere informati sulla progressività del contagio del coronavirus, al netto degli “effetti indesiderati”, come quel che è avvenuto il 18 febbraio a seguito di una notifica che riguardava il contagio di una donna di 27 anni.
La donna lavorava allo stabilimento Samsung di Gumi e la notifica «ha riportato che alle 18:30 di sera del 18 febbraio» si sarebbe incontrata con una sua amica che aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji***, il vettore di maggior diffusione del contagio nel Paese: «il sindaco di Gumi ha diffuso il suo nome su Facebook e i residenti della città, in preda al panico, hanno iniziato a commentare sulle reti sociali in preda all’odio e alla psicosi: “dacci l’indirizzo del suo condominio”»****.
È arrivato, dunque, il momento di prendere in considerazione l’atto della disconnessione per avviarne un serio dibattito, da marxisti.

* Middle East Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria del Medio Oriente, detta anche “influenza dei cammelli”, responsabile della sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.
** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.
*** Il vettore di maggior diffusione del contagio
del virus è legato ad una congregazione cristiana che in Sud Corea è
considerata una setta, come ha riportato l’agenzia «Reuters» nei
primi giorni di marzo: «Il governo di Seoul ha aperto un indagine [1
marzo 2020 ndt] sul leader di una setta cristiana (Shincheonji
– Chiesa di Gesù al Tempio del tabernacolo e della testimonianza)
al centro del micidiale scoppio del coronavirus nel Paese» secondo
il governo sudcoreano «la chiesa era responsabile del rifiuto di
cooperare con le autorità al fine di fermare la malattia
»
dal momento che «una grande maggioranza degli oltre 4.000 casi
confermati di coronavirus, il numero più alto dopo la Cina, è stata
collegata alla Shincheonji, setta di cui è capo il fondatore Lee
Man-hee». Secondo il primo cittadino di Seoul Park Won-soon, se Lee
e gli altri leader della chiesa avessero collaborato, si sarebbero
potute mettere in atto efficaci misure preventive per salvare vite
che in seguito sarebbero morte in seguito alla contrazione del virus. 

Shangmi
Cha,
Murder probe sought for South Korea
sect at center of coronavirus outbreak
,
«Reuters», 2 marzo 2020,
<https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-southkorea-murder/murder-probe-sought-for-south-korea-sect-at-center-of-coronavirus-outbreak-idUSKBN20P07Q>.
**** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6425

Posted in capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, socialTagged capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, social

Corone senza re e senza regina

Posted on 2020/03/12 by carmocippinelli
L’informazione ai tempi del CoVid-19, o più comunemente chiamato Coronavirus, dà anch’essa i segni di uno squilibrio del tutto evidente. Nel gennaio di quest’anno, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai fatti che provenivano dalla Cina, a causa delle notizie riguardanti gli inizi del contagio dovuto dal Corona e anche dalle impressionanti immagini testimonianti la costruzione dell’ospedale di Wuhan, la città-simbolo della nuova pandemia. L’ospedale Leishenshan è stato costruito in 12 giorni, Huoshenshan in 10, tutto per far fronte alla rapidissima diffusione del nuovo CoVid-19: il primo nosocomio citato ha avuto l’immediato compito di fornire 1.600 posti letto supplementari per la città.
La costruzione di queste strutture ospedaliere ha fatto il giro del mondo: la Repubblica popolare cinese ha voluto trasmettere le immagini in ogni angolo della Terra per dimostrare la propria azione nei confronti di tutti gli altri paesi che proprio in quei giorni iniziavano a familiarizzare con quello che, nelle terre ben conosciute da Marco Polo, si è fronteggiato fin da subito.

                                 https://twitter.com/XHNews/status/1225786019825405952

Della Repubblica popolare cinese possiamo pensare tutto e il contrario di tutto: si tratta del primo stato comunista al mondo governato da un solo partito (il Partito comunista cinese) che ha mantenuto l’architrave statale socialista-comunista pur aprendosi – di fatto – all’economia di mercato, sviluppandosi anche imperialisticamente (citofonare Africa orientale), nonostante il mantenimento dei piani quinquennali, della produzione statale e soprattutto di massicci investimenti statali in ogni ambito della propria politica.
In nessun momento della vita dello stato cinese degli ultimi trent’anni vi è stato un taglio lineare, progressivo o «ai fini di razionalizzare la spesa» – come piace dire ai media italiani – che abbia colpito la sanità. Nessun taglio e nessun conseguente ripiegamento dello stato in funzione di un’intromissione di privati nell’architrave statale della sanità.
Il fatto politico e sociale è questo, ci piaccia o meno. 
La reazione italiana e dei media di prima serata ha rappresentato la negazione della realtà, come spesso i telegiornali delle venti sono soliti fare. Il Tg1 del 11/03/2020 ne è la riprova, così come l’approfondimento che ne è seguito, denominato Speciale Tg1, a cui ha preso parte il massimo dirigente dell’Istituto Spallanzani e un docente di Psicologia all’Università del Molise.
Parte il servizio di prima serata: la Lombardia è al collasso. La telegiornalista parla del progetto della regione per far sì che l’ex fiera di Milano, a due passi da San Siro, si possa trasformare in un mastodontico reparto di terapia intensiva. Al momento, però, i lavori non sono ancora iniziati.
E allora via al valzer dei potrebbe sorgere qui, a breve nascerà, il Presidente della Regione avrebbe individuato quest’area. Di certo ci sono solo i condizionali, di estremamente sicuro solo un pugno di illazioni. La telegiornalista prosegue: «la Fondazione Fiera vorrà fare come a Wuhan in Cina: costruire tutto in tempi record».
Nonostante in Cina non esista alcuna Fondazione che possa interferire con la sanità statale, nonostante in Italia si stia mettendo in atto proprio il contrario di quanto strutturato nella Repubblica popolare. Nonostante tutto è stato detto. Perché una cosa è certa: di fronte alla completa inanità delle istituzioni pubbliche e avendo provato sulla propria pelle l’autonomia regionale post-titolo V, un esempio e un termine di paragone è necessario. Anche se è ontologicamente agli antipodi. 
Posted in cina, coronavirus, italia, mercato, pandemia, politica, polpettoni, Post-it, sanità, statoTagged cina, coronavirus, italia, mercato, pandemia, politica, polpettoni, Post-it, sanità, stato

Libertà di stampa in Italia, il monopolio del Capitale *

Posted on 2019/12/14 by carmocippinelli
La notizia è del 30 novembre [2019]: John Elkann starebbe tentando la scalata nel gruppo Gedi.  La Cir group spa (Compagnie industriali riunite), holding della famiglia De Benedetti, ha confermato: «Ci sono in corso discussioni con Exor [la holding lussemburghese degli Agnelli-Elkann] per una possibile operazione di riassetto», oppure come ha scritto «Repubblica», quotidiano di punta del gruppo, «la holding Cir è in trattativa con Exor per vendere la quota di controllo di Gedi». Senza contare il fatto che John Elkann è già vice presidente del gruppo.
Le vicende familiari di due lignaggi del tutto rilevanti del capitalismo italiano si riflettono sulle sorti dell’informazione nazionale.
Non c’è ancora nulla di certo, se non una fase di profonda interlocuzione tra le parti, cominciata – a quanto pare – a causa di litigi familiari dei De Benedetti. Secondo la ricostruzione del «Messaggero», oltre al tentativo di scalata degli Agnelli-Elkann ci sarebbe anche l’interesse di più parti ma non confermate, come il fondo Peninsula di Luca Cordero di Montezemolo e Flavio Cattaneo, così come del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré, a cui si rimanda all’articolo del 2017 di Marta Gatti pubblicato sulla rivista «Nigrizia».Gigante-Gedi: tre quotidiani e un crogiolo di testate
Numeri e nomi a parte, il Gruppo Gedi ed Exor hanno rispettivamente confermato il reciproco interesse nella fase di interlocuzione in atto e, se dovesse andare in porto l’acquisizione del gruppo, si parlerebbe di una scalata della Giovanni Agnelli BV già azionista per il 6,9% di Gedi. Al momento, come riportato da «Repubblica» in un articolo del 29 novembre [2019], il capitale ordinario della società è così suddiviso: «Cir 43,78% (pari al 45,753% della quota sul capitale volante), Exor 5,992% (pari al 6,262 della quota volante)».
Il gruppo editoriale in oggetto, tuttavia, non è solo «Repubblica», «La Stampa» e «Il Secolo XIX», che di per sé rappresenterebbe una fetta imponente dell’informazione, o come si è soliti dire in questi decenni disgraziati, del “mercato dell’informazione”. Rappresenta, tuttavia, anche una porzione imponente del flusso di notizie (senza calcolare tutti gli inserti dei quotidiani prima citati) che passano attraverso i giornali e periodici a diffusione nazionale e a pubblicazione settimanale, mensile o bimestrale, quali: «Il Tirreno», «Il messaggero» (Udine), «Il Piccolo» (Trieste) , «La Provincia» (Pavia), «Il Mattino» (Padova), «La Gazzetta di Mantova», «La Nuova Ferrara,», «La Nuova Venezia», «Il Corriere delle Alpi» (Belluno), «La Sentinella» (Ivrea), «La Tribuna» di Treviso, «La gazzetta di Modena», la «Gazzetta di Reggio» (Reggio Emilia)»; «L’Espresso», «National Geographic», «Mind», «Limes» «Le Scienze», «MicroMega», «Travellers» passando per le testate nazionali digitali come «Huffington Post Italia», «Mashable Italia», «Business Insider» e il portale «Kataweb» e senza contare le emittenti radiofoniche (Deejay, Capital, m2O). Un impero dell’informazione che può vantare 648,7 milioni di euro di ricavi.
 
RCS: l’occhio del Cairo
Andando ad esaminare gli azionisti di un altro colosso dell’informazione italiana, che da anni si contende il primato con Gedi, notiamo che l’azionista di maggioranza è Urbano Cairo col 59,831%, seguito da Mediobanca e da Diego Della Valle (rispettivamente aventi il 9,930% e il 7,624%), non meno importanti gli ultimi due azionisti: Unipol (4,891%) e la China National Chemical Corporation (4,732%). Il gruppo Rcs, tuttavia, rappresenta anche un colosso transnazionale detenendo «El Mundo», «Expansiòn» e «Marca» così come gestendo le seguenti pubblicazioni quotidiane a diffusione nazionale e digitale: «Corriere della Sera» (con relativi inserti «Economia», «La Lettura», «Corriere Salute», «Corriere Innovazione» e la Tv Corriere Tv),«Diritti e risposte», «La Gazzetta dellSport», «Buone notizie», «Il rumore della memoria» e il portale di Milena Gabanelli «Dataroom».
Le testate locali che fanno capo al gruppo sono: «corriere di Bergamo», «Corriere di Bologna», «Corriere di Brescia», «Corriere Fiorentino», «Corriere Milano», «Corriere Roma», «Corriere del Mezzogiorno», «Corriere Torino», «Corriere Veneto» senza contare i periodici cartacei e digitali (a cui si rimanda al link per evitare un lungo elenco che non porterebbe a molto).
Ultimo dato di rilevante importante, l’apertura della casa editrice Solferino, parte del gruppo stesso, ça va sans dire.
Se ci limitassimo a prendere in esame solamente i casi più grandi dei gruppi industriali legati all’informazione, ci si renderebbe presto conto che la libertà d’informazione è del tutto legata al profitto e ad interessi che tutto concernono tranne quello che dovrebbe guidare un quotidiano o un periodico. Fornire, cioè, una lettura di quel che accade, dare una propria interpretazione sui fatti, fornire la base per la formazione di una propria opinione in lettori che non sempre sono “addetti ai lavori” di quel che accade nelle stanze della politica o dei retroscena legati a questo o quel personaggio politico e avviare un dibattito che sia il più aperto e scevro dalle posizioni da “tifoseria” di questi ultimi venti/trent’anni.
La funzione della carta stampata è, nel corso degli anni, diventata del tutto altra rispetto a come la si intendeva negli anni ’80 o ’90, o come poteva essere quella di partito, quando questi non erano semplicemente dei comitati elettorali permanenti e attenti solo alla mediaticità del piatto di pasta mangiato dal leader su instagram o della foto con il tenero asinello postata su Facebook. Di fronte alla volontà di soppressione del finanziamento pubblico all’editoria, che certamente ha generato casi tutt’altro che onorevoli riguardo il suo utilizzo, l’informazione dell’Italia del 2000 rappresenta il prodotto della transnazionalizzazione delle imprese che traggono profitto dall’informazione e che gestiscono quotidiani e periodici in base all’utile che ne ricavano.
I giornali diventano, così, delle veline che molto spesso riempiono le proprie pagine di retroscena e di interviste ben calibrate a personaggi in cerca di ribalta o che devono porre in essere il proprio pensiero in articoli che spesso non arrivano al concetto e si limitano a rimanere sulla superficie delle cose. Il pensiero diventa unico ed è quello del capitalismo e dei suoi alfieri. Con buona pace di Giorgia Meloni che ritiene come il pensiero unico sia quello Lgbt. Il quotidiano resta un vettore di notizie le quali debbono, necessariamente, possedere notiziabilità altrimenti non presentano alcun margine di interesse da parte di chi la pubblica. E se non possiede interesse (leggi: possibile ritorno di profitto) per chi la pubblica, automaticamente non è da proporre al lettore. L’interesse delle aziende transnazionali ad avere un proprio gruppo editoriale sta nel fatto che, più o meno, i maggiori gruppi industriali di ogni paese hanno un legame con il mondo dell’informazione: la compenetrazione tra aziende, holding, banche, società assicurative e quant’altro, rende estremamente complicato il districarsi del lettore tra le pagine dei giornali e tra le notizie proposte: discernere la veridicità dei fatti con quanto accaduto nella realtà, formarsi un’opinione che non sia già nell’alveo di quelle già pre-confezionate dai quotidiani nazionali (e anche locali, come abbiamo visto) è molto complicato, per non dire impossibile.
L’interconnessione degli interessi dei gruppi industriali nel creare profitto là dove ci dovrebbe essere un interesse pubblico sovrasta qualsiasi buona intenzione, di cui la strada del capitalismo (non già del proverbiale inferno) è lastricatissima: le grandi acquisizioni da parte di aziende transnazionali od holdings rappresentano il volto più spietato della distorsione delle coscienze nel nostro paese. Non più formazione, bensì aprioristica distorsione. A questo si affiancherebbe il dibattito relativo al ruolo del giornalista, stante la situazione attuale, ma questa è un’altra storia.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6335

Posted in Cairo, Corriere della sera, Elkann, Gedi, LaStampa, libertà, polpettoni, Rcs, repubblica, stampaTagged Cairo, Corriere della sera, Elkann, Gedi, LaStampa, libertà, polpettoni, Rcs, repubblica, stampa

Navigazione articoli

Articoli meno recenti
Articoli seguenti

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

Proudly powered by WordPress | Theme: micro, developed by DevriX.