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Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Posted on 2023/09/12 by carmocippinelli

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

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Dodici anni di “Qalauma” in un paese ancora in difficoltà con l’amministrazione della giustizia

Posted on 2023/08/28 by carmocippinelli

La sede di “Qalauma” è nella città di Viacha. O meglio: nella comunità “Surusaya Suripanta”, facente parte del comune di Viacha. Una sorta di frazione nel bel mezzo dell’altipiano a oltre 4.000 metri d’altezza. Per arrivarci ci si può affidare al minibus (un trasporto privato che funge da servizio pubblico del dipartimento di La Paz trasportando le persone in van da 8-10 posti) o al trasporto privato. Tertium non datur. Una volta abbandonata El Alto, c’è una sola strada che funge da collegamento con Viacha: quella che è chiamata “autostrada” in realtà è poco più che un rettilineo perpetuo asfaltato – più simile alle strade statali italiane che ad una autostrada vera e propria – che taglia metaforicamente l’altipiano e porta a Viacha, la città dei mattoni. L’unica fonte economica e di sostegno di Viacha è quella che viene dalla costruzione, produzione e distribuzione di materiale edile che serve a sé e all’immenso sviluppo disorganizzato di El Alto. 


Vivere a quattromila metri

Secondo l’Istituto nazionale di statistica della Bolivia, la città di El Alto conterebbe «approssimativamente» 1.089.100 abitanti. Almeno stando i numeri del 2021, sebbene non siano del tutto sicuri neanche da fonti governative. Facile immaginare quanto ci sia di “sommerso” che non emerga dai numeri, tra irregolari e migranti provenienti primariamente dal Venezuela e diretti verso il Cile. El Alto è una città il cui sviluppo si misura con l’unità di misura del disordine e attraverso l’approssimazione di chi sta costruendo condomini, case e nuovi agglomerati urbani (letteralmente “zone di urbanizzazione”) che, pian piano, si sono estesi a tal punto fino a farle raggiungere due livelli significativi: diventare la città più popolosa di La Paz (il cui numero di abitanti è sceso sotto al milione) e abbracciare completamente anche l’aeroporto internazionale con costruzioni di ogni tipo. Case non finite ai piani superiori ma abitate a piano terra, tetti di lamiera, cancelli e portoni rimediati da altre costruzioni, strade sterrate che si alternano a quelle asfaltate, servizi di base non garantiti per tutti rappresentano la quotidianità piena di diseguaglianze di El Alto. Una quotidianità alteña fatta di informalità economica, di ambulanti che contano sulla giornata, su pochi negozi che vanno oltre il settore alimentare e quello delle riparazioni delle automobili e naturalmente di estrema disuguaglianza. Una quotidianità fatta anche di giustizia sommaria. Capita spessissimo di leggere scritte a vernice – abbastanza minacciose per chi non è del posto – sui muri di mattoni che cingono le varie proprietà delle case poste nelle vie interne di El Alto, ad esempio: “auto sospetta sarà bruciata e proprietario linciato”, con tanto di disegno di una auto ribaltata e con fiamme che si levano dalla parte inferiore. Altre scritte poco invitanti sono quelle dedicate a chi ruba: “ladro colto in flagrante, sarà bruciato“. Come si fa a capire che un’auto sia sospetta o meno? Ci si affida al fiuto. Così come pure capita di imbattersi in manichini vestiti di tutto punto ma impiccati ad un palo della luce: un avvertimento per chi ruba. L’amministrazione della giustizia, con tutta evidenza, non è il punto forte di La Paz o di El Alto: la vendetta personale, la giustizia sommaria parrebbero vigere incontrovertibilmente. 
Roccia e acqua: ma non lo si chiami “carcere”
In questo contesto non troppo facile, nasce nel 2011 il primo centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti di tutto il paese: “Qalauma”, una parola aymara che significa “roccia” (qala) e “acqua” (uma). Il significato del nome si perde nei meandri della cultura locale e può essere spiegato a lettori occidentali come una lettura positiva del detto latino “gutta cavat lapidem” (una goccia [d’acqua] scava una roccia) per cui l’acqua riesce a dar forma anche alla roccia.
Guai a chiamarlo carcere: centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti (in realtà all’interno ci sono ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 28 anni) significa abbattere alla radice (o almeno tentare) ogni sentimento di recidiva una volta fuori dal centro. Prima di “Qalauma” in Bolivia non esisteva uno spazio dedicato a minori che avessero violato la legge: la persona che più si è attivata per questo progetto di giustizia riparativa è un italiano: Riccardo Giavarini. Nato a Telgate (Bg) sessantotto anni fa, da quarantasette vive in America Latina, in Bolivia (con una parentesi peruviana) e poi nuovamente a La Paz. Da pochi mesi è stato ordinato sacerdote e ha partecipato anche lui – ricevendo anche un riconoscimento per il lavoro svolto – alla ricorrenza dei dodici anni di “Qalauma” a cui erano presenti tutte le autorità della politica di La Paz e della polizia boliviana. 

«Ci sono stati vari finanziatori per la realizzazione di “Qalauma”», ha spiegato don Riccardo ad Atlante, «dalla Unione Europea alla Conferenza episcopale italiana. La Cei ha supportato la realizzazione del centro approvando consequenzialmente tre progetti a cui poi sono seguiti gli appoggi importantissimi dei governi italiano, tedesco, svizzero e spagnolo». E poi, ovviamente, la Diocesi di Bergamo, la Ong veronese Progetto Mondo MLAL e tutta una serie di altri gruppi di sostegno del mondo cattolico e del volontariato laico.
Il punto centrale di “Qalauma” non è quello di rappresentare un istituto di pena ma un vettore di reinserimento sociale: la giustizia riparativa don Riccardo ce l’ha a cuore, prima ancora che fosse ordinato sacerdote e viveva in Bolivia analizzando le contraddizioni della giustizia (e della società) boliviana. Prima di “Qalauma” i ragazzi adolescenti che avevano violato la legge e dovevano scontare una pena erano detenuti nel medesimo spazio di reclusione degli adulti e questo – ha spiegato Giavarini – rappresentava un problema: abusi e violenze erano molto frequenti. 
«Anche il governo boliviano ci ha sostenuto», ci tiene a precisare don Riccardo e lo ha fatto anche durante la Celebrazione Eucaristica di giovedì 24 agosto ricordando la prima “Defensora del pueblo” Ana Maria Romero de Campero a cui è intitolato il centro di reinserimento sociale di Viacha: «è stato grazie a lei che ho potuto cominciare a muovermi: a fare progetti, a studiare che tipo di impostazione dare al centro».
Tre anni dopo l’inaugurazione, nel 2014, anche l’allora ministra della Giustizia, Sandra Gutiérrez, espresse il proprio sostegno nei confronti del «progetto pilota di “Qalauma”» esprimendo il desiderio di implementazione del centro. 
Il carcere autogestito, l’ultimo passo dell’idea
“Qalauma”, nella concreta utopia di Giavarini, avrebbe dovuto seguire un modello brasiliano che prevedeva la totale autogestione dei minori coadiuvati da personale educante scolastico e legato ai servizi sociali. È il metodo Apac, protezione e assisenza ai condannati: autonomia, autodisciplina e responsabilità. Lo sforzo iniziale di don Riccardo Giavarini tendeva espressamente al modello brasiliano: «prima di proporlo alle autorità boliviane sono andato in visita in Brasile, in un istituto penitenziario minorile senza polizia, per vedere come fosse la situazione e rimasi stupito di quanto positivo fosse quello schema di organizzazione». Le autorità boliviane tuttavia non ritennero valida l’impostazione senza l’elemento della sorveglianza della polizia e “Qalauma” può essere considerato un laboratorio “a metà”. In attesa del compimento dell’idea iniziale a cui Giavarini continua a tendere. Nel mentre, però, l’ex missionario laico bergamasco non si annoia affatto dal momento che è direttore generale della “Fundacion Munasin Kullakita” (anche qui: una parola aymara che significa “amati, sorella”) un progetto che gestisce una casa a El Alto per ragazze minori vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.
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Terre rare, è ‘battaglia legale’ per il giacimento di Kuannersuit (Kvanefjeld)

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

Continua la lotta incessante per la ricerca, dunque l’individuazione e l’estrazione, delle terre rare. Stavolta non accade in America Latina (celebre ormai lo scambio di tweet tra Elon Musk e l’allora presidente boliviano Evo Morales) ma in Groenlandia. La società australiana Energy transitions minerals Ltd (già Greenland minerals limited) vorrebbe procedere per vie legali per il progetto di ricerca di terre rare a Kuannersuit (Kvanefjeld in danese).

In una nota diffusa dall’agenzia Reuters il 20 luglio [2023]: «La società Etm ha dichiarato [giovedì 14 luglio ndt] di aver presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen» affinché si stabilisca riguardo il «diritto legale di poter ottenere una licenza per lo sfruttamento»1 del bacino di Kuannersuit (Kvanefjeld).

Stando al quotidiano groenlandese «Sermitsiaq»: 

«La richiesta di risarcimento presentata dalla Etm al tribunale arbitrale della Danimarca è di 76 miliardi di corone danesi» in conseguenza del rifiuto del governo groenlandese di procedere affermativamente con qualsiasi tipo di attività estrattiva. L’istanza è «lunga più di cinquecento pagine e comprende fino a mille appendici»2.

Nel comunicato stampa prodotto dalla società si legge che il soggetto della controversia sarebbe la società Greenland Minerals controllata al 100% da Etm e sarebbe titolare «di licenza di esplorazione»3, legata all’individuazione di terre rare a Kuannersuit.

Ma andiamo con ordine.

Kuannersuit è il sesto giacimento di uranio al mondo, ma è anche il sito più ricco di terre rare di tutto il globo. Secondo stime effettuate dalla stessa società Etm4 si sostiene che vi si possa trovare «oltre un miliardo di tonnellate di risorse minerarie nell’area»5 in particolare il neodimio, materiale importantissimo perché impiegato nella realizzazione di nuove tecnologie nonché di auto elettriche. Proprio per questo Donald Trump, già Presidente Usa, aveva pubblicamente dichiarato l’interesse all’acquisto dell’intera isola, suscitando indignazione da più parti, non solo in Groenlandia.

Inizialmente il partito socialdemocratico Siumut, ininterrottamente al governo del paese dal 1979, aveva acconsentito all’interlocuzione con la società nonché a generici progetti di individuazione ed estrazione. Due anni fa, 2021, le elezioni le vince il partito di sinistra radicale e indipendentista Inuit Ataqtigiit (Ia). In Italia Ia viene subito catalogato come “ambientalista”: in realtà Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”) vince grazie ad una piattaforma nettamente di rottura con il precedente esecutivo socialdemocratico. Mute Egede, che ‘allora’ di anni ne aveva trentaquattro, era stato designato come candidato di Ia e durante la campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà – nonché quella del partito – ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Una volta al governo Ia ha chiuso completamente la questione arrivando a promulgare una legge apposita6 contro le attività estrattive. La norma (Act 20) è ora contestata dalla società australiana per cui viene affermata la non scientificità da parte dell’azienda che «dopo quattordici anni di lavoro in collaborazione» viene messa alla porta.

Si legge ancora nell’articolo pubblicato da «Sermitsiaq»: 

«Secondo la società [Etm], il Naalakkersuisut [Governo autonomo] ha confermato per iscritto nell’aprile 2020 che Energy Transition Minerals soddisfaceva i requisiti per ottenere la licenza. In questo caso si fa riferimento al fatto che il Ministero delle risorse minerarie» avesse acconsentito e approvato le relazioni sull’impatto ambientale e sull’uomo. «Tuttavia, questo non equivale all’ottenimento di una licenza», chiosa Lindstrøm nell’articolo, «ma solo a un altro passo nel processo verso [l’elaborazione di una] decisione».

C’è di più: secondo il governo groenlandese, stando alle fonti di «Sermitsiaq», il tribunale arbitrale di Copenaghen presso cui si è rivolta la società Etm non ha la competenza per giudicare il caso.

Duro il commento di Ia:  

«È vero che la collaborazione ha avuto luogo [coi governi passati ndt] e che è stata fornita una base normativa che consentirebbe l’utilizzo dell’uranio in Groenlandia. Ma in nessun momento si può affermare che la società abbia una giustificata aspettativa di ottenere un permesso per lo sfruttamento dell’area», ha dichiarato Naaja Nathanielsen, componente del governo.

NOTE:

1s.n., Australia’s Energy transition files claim for Greenland rare earth project licence, 20 luglio 2023, «Reuters», <https://www.reuters.com/business/energy/australias-energy-transition-files-claim-greenland-rare-earth-project-licence-2023-07-20/>.

2Merete Lindstrøm, Kuannersuit: ETM har opgjort erstatnigskrav til 76 miliarder, 20 luglio 2023, «Siumut.ag», <https://sermitsiaq.ag/kuannersuitetm-opgjort-erstatningskrav-76-milliarder>.

3Qui il testo della dichiarazione [in inglese]: https://wcsecure.weblink.com.au/pdf/ETM/02688604.pdf.

4Questa la stima di minerali che venne realizzata nel 2015 da Etm e rintracciabile sul sito dell’azienda stessa: https://etransmin.com/wp-content/uploads/Mineral-Resource-Table-February-2015-ETM.pdf.

5https://etransmin.com/kvanefjeld-project/.

6Qui il testo della legge [in inglese]: https://govmin.gl/wp-content/uploads/2022/01/Uranlov-ENG.pdf.

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L’altro mondo impossibile – Atlante Editoriale

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

«Genova ha cambiato molto la mia vita. Stranamente ciò che ha
cambiato la mia vita è la sensazione di essere stata miracolata. Sono
rimasta indenne, mentre attorno a me le persone cadevano e venivano
massacrate di botte
»

racconta Leyla Dakhli, giovane attivista francese di origine tunisina, ad Alexis Mital Toledo e Eric Jozsef, autori del documentario Gêne(s)ration
del 2002, inedito in Italia. Ha lo sguardo spento, Leyla, mentre parla
dei giorni del suo luglio 2001. Guarda fuori dal finestrino di un treno
fermo su un binario, assorta e malinconica.
Il sogno spezzato della giovane Leyla è lo stesso delle trecentomila persone che, dal 14 al 22 luglio 2001, si incontrarono in una Genova militarizzata
rispondendo all’appello del Genoa Social Forum, rete internazionale di
1187 organizzazioni tra attivisti ambientalisti, pacifisti, del mondo
cattolico, delle ONG e dei centri sociali e femministe per discutere di
clima, diritto alla salute, acqua pubblica, pace, ambiente, sviluppo
sostenibile e giustizia, agricoltura e sovranità alimentare, proponendo
soluzioni di segno opposto rispetto alle ricette del Gruppo degli otto
paesi più economicamente avanzati. In opposizione al G8, quindi, che dal
19 al 22 luglio 2001 si riuniva nel Palazzo Ducale di Genova.
Ripercorrere a ventidue anni di distanza gli avvenimenti che si
svolsero in quei giorni non è un semplice esercizio della memoria. È
importante perché ci parla del presente: da una parte, i temi del Genoa
Social Forum sono i temi del nostro presente; dall’altra, i protagonisti
di quelle giornate non sono così distanti da noi. Il governo di allora
infatti, presieduto da Silvio Berlusconi, santificato alla morte
dall’attuale governo, è lo stesso sotto il cui mandato si verificò
quella che Amnesty International definì come

«la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Una rappresentazione – sia concesso – ironica ma non troppo del clima
che si respirava quei giorni la fornisce il «Corriere della Sera» del
30 giugno 2001. A pagina 6 campeggia il titolo che fa riferimento
all’aspetto della città, tutt’altro che “tirata a lucido”, per cui
Berlusconi, allora Primo Ministro, cercava di suonare la carica sulle
tempistiche dei lavori. Sulla destra un piccolo trafiletto: a Genova è
stata rubata un’ambulanza ed è scattato l’allarme. 

«Ogni mezzo,
soprattutto quelli pubblici, potrebbe essere mimetizzato e usato per
“sfondare” le barriere di sicurezza. […] I residenti dovranno comunicare
se ospitano stranieri e “denunciare” qualsiasi variazione ai dati
forniti durante il censimento».

La tensione era palpabile e anche quel
che parrebbe essere stato un semplice allarme di un tentato furto, aveva
fatto riaccendere la proverbiale miccia attorno alla “città blindata”.
In basso a destra due articoli: 

«La rivoluzione in videogames: si chiama
“Red faction” ed è il primo videogioco dedicato alla lotta di classe.
Sta per arrivare in Italia ed è già diventato un fenomeno di culto nei
centri sociali di mezza Europa […] i contestatori utilizzano “Red
faction” come allenamento»[1].

Taglio basso: 
«I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8»[2].
Il racconto della politica di quei giorni non può che partire dalla
considerazione che Fabrizio Caccia produceva nell’articolo: la Roma
bene, per sua stessa natura decadente nonché filo-progressista più per
volere del luogo comune che in ossequio alla realtà, agli occhi
disincantati e giudicanti dei più, si preparava in massa e in marcia a
prendere parte alle realtà del movimento che dalla Capitale si sarebbe
spostato a Genova il mese successivo.
Pier Ferdinando Casini in quei giorni diceva che «i genovesi devono poter girare liberi nella loro città», l’allora Presidente della Camera dei Deputati faceva riferimento evidentemente alla “città blindata” in vista dei cortei. «Era un po’ sgarrupata [Genova] ma adesso va molto meglio», diceva Berlusconi il 15 luglio, 

«la città arriverà preparata all’appuntamento della prossima settimana, anche se si tratta di un appuntamento difficile»[3].

Il Primo Ministro, nei giorni precedenti ai fatti, girava per la
città e rilasciava dichiarazioni come ormai aveva abituato gli italiani: 

«Le manifestazioni di protesta contro le riunioni del G8 sono
paradossali. Si discuterà proprio dei temi che i contestatori sollevano.
Tra questi la povertà nel mondo, le grandi malattie che si devono
combattere, la necessità di non far morire più la gente di fame e di non
lasciare nessuno nell’analfabetismo. Un altro tema fondamentale sarà
quello dell’ambiente […]
».

Che ventidue anni dopo avremmo ricordato quei giorni durante
una violentissima ondata di caldo causata proprio dal cambiamento
climatico che quel G8 aveva la responsabilità di fermare, Berlusconi non
poteva saperlo.
Di certo, gli unici incontri in cui si affrontò
seriamente il tema del surriscaldamento globale furono quelli del Genoa
Social Forum. I movimenti presenti e repressi con la violenza a Genova
sono cruciali per il presente proprio perché affrontarono per primi
questioni oggi dirimenti, tra tutte quella ambientale e la tutela dei
migranti. I movimenti ambientalisti che caratterizzano il nostro
presente, dal Friday For Future a Last Generation, sono insomma figli di
quel movimento altermondialista di cui faceva parte la generazione di
Leyla, così come le ONG che ogni giorno salvano le vite di migliaia di
migranti che tentano di superare indenni le alte mura e il mare profondo
di un’Europa sempre più chiusa in sé stessa.
Soprannominato erroneamente dai media movimento no-global, il
movimento altermondialista che lottava con lo slogan “un altro mondo è
possibile” e che, come Leyla, lottava per il benessere, il progresso e i
diritti umani di tutti, rappresentava le istanze del popolo di Seattle
.
Sorto nel 1988 a Berlino dove si teneva la conferenza del Fondo
Monetario Internazionale, il movimento si diede poi appuntamento a
Parigi, Madrid, Londra e, appunto, a Seattle, dove il 30 novembre 1999
sfilò la prima grande manifestazione di protesta e si verificarono degli
scontri tra polizia e manifestanti. Come accade anche oggi nella
narrazione mediatica dei gruppi ambientalisti, già allora il racconto
giornalistico si concentrò principalmente sulle azioni di protesta.
A Genova tuttavia il sistema di informazione fallì su tutti i fronti, pubblicando (senza verificarne la veridicità) le informazioni false fornite dai servizi segreti, cui la politica diede credito: si parlò di 

«palloncini
con sangue umano infetto da lanciare sui manifestanti; copertoni di
auto da lanciare infiammati sulle colline di Genova, l’affitto di un
canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale; buste
di plastica con sangue di maiale da lanciare sulle forze dell’ordine per
disorientarle e la predisposizione di due testuggini umane, formate da
ottanta manifestanti ciascuna
». 

Fatti che, ovviamente, non si
verificarono mai. Significativo, quanto amaramente ironico, fu
l’articolo di Norma Rangeri su «il manifesto» del 20 luglio 2001 in cui
la giornalista poneva l’accento sulla natura dei servizi
telegiornalistici: 

«Non è successo ancora nulla (o quasi) ma se la
notizia non c’è si trova. […] si può occupare tempo e denaro (il nostro)
per mostrare [in televisione] i poliziotti che perquisiscono i genovesi
ai valichi della zona-rossa senza trovare nulla. Quel nulla che basta e
avanza per consumare due o tre minuti spiegando che si “perquisisce una
borsa sospetta”. Ora una borsa è una borsa, specialmente se quella
inquadrata è un classico (e anche elegante) cestino di cuoio per
signora. Oppure si può andare dal prete che, di fronte alla telecamera,
non vuole perdere i suoi secondi di celebrità e spara sciocchezze a
salve (“meglio non celebrare matrimoni per evitare assembramenti e
sommosse”). Oppure ci si può collegare con la sala stampa (naturalmente
deserta) per giocare d’anticipo (“presto si riempirà”)»[4].

Pare non essere cambiato nulla, da quel giorno, in quanto alla diffusione di aprioristiche tensioni: 

«Il meccanismo è infernale: la conduttrice in studio riassume i fatti,
passa la parola all’inviato-capo (si riconosce perché si fa riprendere
con le navi alle spalle) che, a sua volta, ripete il riassuntino, poi la
linea va ai cronisti che buttano il microfono sotto il naso di
chiunque, pur di saziare la fame prepotente di sette emittenti nazionali
per un’offerta di una trentina di edizioni di tg al giorno»[5].

I giorni di Genova del 2001 rappresentarono per il movimento
altermondialista un punto di non ritorno. Finì a Genova, il primo
movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, come lo definì
la politologa Susan George, a colpi di pistola e manganello. Con
l’uccisione di Carlo Giuliani, 23 anni, a piazza Alimonda, con le
violenze della polizia, agite indiscriminatamente sui manifestanti, che
portarono al ferimento di circa milleduecento persone. Terminò con le torture della scuola Diaz (93 le persone abusate) e nella caserma di polizia di
Bolzaneto: gli agenti resteranno impuniti, perché in Italia il reato in
questione esiste solo dal 2017 (e che, ora, il governo Meloni vuole abrogare). Solo nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilì i risarcimenti per le vittime e chiarì che alla Diaz le torture ci furono per davvero.
 

Il “giorno dopo”

«Se verranno individuati abusi, violenze ed eccessi, non vi sarà
copertura per chi ha violato la legge. Ma siamo tutti convinti che non
si deve confondere chi ha aggredito e chi è stato aggredito, chi ha
difeso la legge e ha cercato di tutelare l’ordine e chi, invece, contro
quest’ordine si è scagliato
»[6], così disse in Senato il Primo Ministro Silvio Berlusconi, come annotava certosinamente Ida Dominijanni del «manifesto».
Nel ventennale dai fatti di Genova Fabrizio Cicchitto scrisse un
lungo articolo sui responsabili del G8 oltre Berlusconi e Scajola che
venne pubblicato dal «Riformista» (quello di Sansonetti, nda).
Le responsabilità sarebbero state anche di altri e, il già componente
del Copasir e vice capogruppo di Forza Italia alla Camera di quella
Legislatura, additava tutto l’arco parlamentare nell’introduzione dello
scritto: 

«Una catena di errori politici commessi dal governo D’Alema, dal governo Amato, da quello di Berlusconi, dal PDS, da Rifondazione Comunista e da AN, gravissimi errori gestionali e comportamentali da parte dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro e dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Sergio Siracusa,
l’irruzione di un mucchio selvaggio costituito da migliaia di
manifestanti che non erano solo degli angeli, ma fra i quali c’era di
tutto – pacifisti, contestatori razionali, praticanti della guerriglia
urbana, black bloc – ha portato ad un
autentico disastro nel quale ci fu la distruzione sistematica di pezzi
della città, una durissima guerriglia urbana, il massacro da parte delle
forze dell’ordine di dimostranti inermi, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana praticata alla Diaz e a Bolzaneto»[7].
Poco importa se Berlusconi avesse dichiarato all’inizio della
conferenza stampa a seguito dei noti fatti come non ci furono state «falle importanti»
[8]. 

Cicchitto, ex post, rincara la dose: 

«Due conclusioni. Anche
per una questione di intelligenza politica e di credibilità
internazionale, la linea del governo Berlusconi era per la mediazione e
per il dialogo, certamente non per la repressione e per la macelleria
messicana. Al netto, però, di tutte le successive vicende giudiziarie,
ma per una valutazione politica di merito su quello che era accaduto,
subito dopo il G8 Berlusconi avrebbe dovuto sollevare dai loro incarichi
il capo della Polizia De Gennaro e il comandante dell’Arma dei
Carabinieri Siracusa: avrebbe dovuto farlo anche se essi, specie il
primo, erano protetti da forze importanti e molto potenti della
sinistra. Questa ricostruzione riguarda solo lo svolgimento dei fatti,
in altra occasione faremo una riflessione sui massimi sistemi»
[9]. 

Condire con sapiente uso del condizionale e riflessione ex post quanto
basta, o q.b. per gli appassionati di blogging culinario.

Da quella fase il mondo della narrazione contraria, o se vogliamo
della “contro-narrazione” prodotta dai governi e dal (neo)liberismo,
venne semplicemente soffocato. Il punto è dolente e tocca ancora oggi i
destini e le sorti di un’alterità politica: orecchie e cuori non sono
più in grado di prestare ascolto a quella che è una proposta alternativa
all’uniformità del liberalismo politico dell’ultimo quindicennio. 
Le strade si sono divise per la manifestazione del pensiero
contrario: il dopo Genova ha portato la risacca nei cuori delle
generazioni successive. 
Arrendevolezza in potenza, anche contro il
proprio istinto.  
Il mondo è cambiato quel giorno perché chi ha avuto il
coraggio di parlare ed è sceso in piazza, ha smesso di farlo dopo
quanto accaduto. La costruzione dell’alterità sociale e politica è stata
messa sotto scacco ancor prima che essa potesse tradursi in azione
sebbene la questione ambientale sia tutt’ora uno dei temi che più
vengono trattati tanto dai movimenti quanto dalla stampa, pure
mainstream. 
 
Ma il bivio è stato segnato: chi contesta è anche tollerato
(non sempre, s’intende) purché rimanga nell’alveo del dialogo
istituzionale e porti la sua contestazione ad un tavolo di confronto
sanciti da strette di mano e fotografie di rito. Purché non si tracci
un’altra strada ideologica: anticapitalismo non può essere collegato ad
ambientalismo così come a nessun altro grande tema settoriale di cui, di
tanto in tanto, l’informazione sembra volersi occupare per dovere
d’impaginazione. 
Gli slogan mutano e non si immagina neanche più un altro mondo
possibile: improbabile anche sognarlo, teorizzarlo men che meno.
L’ultima generazione suona la carica attuando, spesso, proteste che
indignano l’opinione pubblica, la grande stampa e la politica ma il muro
mediatico sembra essere insormontabile.
 
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/laltro-mondo-impossibile-22-anni-dal-g8-di-genova/
 
NOTE
[1]     s.n. La rivoluzione in videogames, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001. 
[2]     Fabrizio Caccia, I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001
[3]     Augusto Boschi, “Per me Genova è okay”, «il manifesto», 15 luglio 2001.
 
[4]     Norma Rangeri, Ansie da audience ai tg del G8, «il manifesto», 20 luglio 2001. 
[5]     Ibidem. 
[6]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[7]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola, «Il Riformista», 22 luglio 2021.
 
[8]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[9]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola
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Sono stato centrista prima di te – [Atlante Editoriale]

Posted on 2023/05/25 by carmocippinelli

«Sono iscritto di Italia Viva, sono un dirigente di Italia Viva e sarò iscritto al Terzo Polo quando terminerà il suo processo di costituzione del partito unico, ragionevolmente entro l’anno»1. Era quello che affermava Matteo Renzi il 5 aprile [2023] alle domande poste nel corso della conferenza stampa di passaggio di consegne nella direzione del ‘Riformista’.

Il neo direttore (conferenziere, senatore, già Presidente del consiglio dei ministri, già segretario del Partito Democratico, già sindaco di Firenze) avrebbe aggiunto asserendo che in quel momento non fossero in essere nomi di candidati di Italia Viva ma «solo Calenda». “Cosa ne pensa Calenda del suo approdo al ‘Riformista’?”, interrogavano variamente i giornalisti presenti alla Stampa Estera. Serafico, rispondeva: «Mi è parso entusiasta». Neanche dieci giorni più tardi arriva la rottura e il terzo polo non esiste già più.

Certo è che l’unione tra i due sembrava essere stata frutto più di un atto di opportunismo che altro: Dopo la tornata elettorale capitolina, Calenda tuonava che la politica di Renzi gli faceva orrore e che non avrebbe mai accettato di fare un partito insieme. Lo chiamava pure “quello là”2. Poi la redenzione sulla via della costruzione del Terzo Polo e la successiva rottura.

I gruppi parlamentari si sono divisi, sono iniziate le recriminazioni da entrambe le parti. Azione, in queste settimane, ha iniziato a perdere pezzi: sono comparse lettere aperte sui quotidiani (cartacei e non) di questo o quel gruppo dirigente che avrebbe lasciato per entrare in Italia Viva.

A metà mese in Emilia e nel Lazio si verificano gli smottamenti più significativi. Il 16 maggio la deputata Naike Gruppioni è in conferenza stampa con il Presidente di Italia Viva: «Volevo ringraziare Iv per l’accoglienza calorosa che mi è stata riservata. Sono contenta di essere a casa, perché io a casa sono rimasta. Io, da imprenditrice, ho deciso di sposare il progetto del Terzo polo, quando ad agosto Matteo e Carlo hanno siglato l’alleanza. Ora dicono che mi abbiano scippata, in realtà non mi sono mai mossa. Per costruire un progetto riformista mi devo sentire a casa»3. La polemica di Calenda non è tardata ad arrivare: «Mi permetto solo di notare che, per rispetto alla comunità che l’ha eletta sei mesi fa quasi senza conoscerla, una comunicazione preventiva sarebbe stata più elegante. Ma immagino che l’uscita a sorpresa fosse parte dell’accordo di ingaggio».

Tre giorni dopo la segreteria di Roma lascia il partito: viene diffuso un comunicato stampa che fa il giro della rete: «Abbiamo deciso di lasciare Azione per aderire al progetto di costruzione del Terzo Polo con Italia Viva […] Non si tratta di ‘scippo’ ma della richiesta volontaria di adesione a un partito», così come la pronta e secca smentita di Azione: «Il comunicato è una falsità. I firmatari non sono membri di alcun organo direttivo […] Tra le ragioni, oltre a quelle politiche, proprio la creazione di una “segreteria” che non era né prevista né consentita dalle regole. Insomma non sono dirigenti. Erano membri di una segreteria posticcia e sono stati sfiduciati»4.

Forse era vero quello che affermava Marco Pannella all’epoca della galassia radicale, quando ancora Radicali Italiani e Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito non erano organizzazioni ‘l’una contro l’altra armate’, che i fatti interni ai partiti debbano essere resi pubblici. O, per parafrasare il proverbio: “i litigi si affrontano pubblicamente”.

La situazione è effettivamente grottesca poiché le circostanze pre-elettorali in vista delle europee hanno fatto sì che i fossati diventassero viottoli acciottolati e le strade impervie di montagna agili sentieri battuti. I gruppi alla Camera e al Senato di Azione e Italia Viva si sono riuniti nei giorni scorsi approvando un documento all’unanimità ribadendo l’esigenza di una lista unica alla prossima tornata elettorale. Tanto più, vien da pensare, che il riferimento europeo è comune: Renew Europe.
A tal proposito, proprio Stéphane Séjourné, presidente dell’organizzazione del centro liberale e liberista a Bruxelles, ieri era presente all’assemblea al Teatro Eliseo di Roma. Anche i due rispettivi volti noti di Azione e Italia Viva erano presenti ma il teatro è finzione e dunque s’è tenuto un po’ di giuoco delle parti da entrambi. Qualche mugugno, saluti a mezza bocca («La Repubblica» per la verità dice «nemmeno si sono salutati»5).

Sarà forse il nome “terzo polo” ad essere portatore sano di discussioni, litigi e contrapposizioni personali? Con le iniziali minuscole o tutto in minuscolo o quale che sia la resa grafica, pare sia il nome il fattore che non ha mai portato buona fortuna ai proponenti. Senza andare troppo in là con gli anni, l’ultimo tentativo fu quello di Francesco Rutelli, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini: “Nuovo polo per l’Italia”, altrimenti detto Terzo Polo, a cui poi aderirono anche il Partito Liberale italiano (guidato allora da Stefano de Luca), Verso Nord (allora guidato dall’ex sindaco di Venezia Cacciari), il Movimento per le Autonomie e il Movimento associativo degli italiani all’estero. I gruppi parlamentari si costituirono durante il Berlusconi quater e subito votarono unitariamente la sfiducia all’allora sottosegretario alla giustizia (che per pura assonanza beffarda a questi tempi, sebbene difettivo di una importantissima vocale) era Giacomo Caliendo. Il 15 dicembre 2010 si tenne il primo tavolo dei possibili costituenti del terzo polo: al grande tavolo rettangolare erano seduti Italo Bocchino e Gianfranco Fini (Fli), Linda Lanzillotta e Francesco Rutelli (Api); Pier Ferdinando Casini, Ferdinando Adornato e Lorenzo Cesa (Udc); Giusseppe Reina (Mpa); Daniela Melchiorre (Libdem6) e i due Repubblicani per l’Europa fuoriusciti dal Pri (Giorgio La Malfa e Luciana Sbarbati). Convegni, assemblee, congressi, impegni in prima persona di personaggi illustri dell’imprenditoria nazionale e della politica cittadina si rimboccarono le maniche: «A parlare di Terzo polo arriva anche Luca Cordero di Montezemolo. Accanto a lui […] Gabriele Albertini»7.

Arrivano le amministrative e gli scricchiolii diventano voragini: prima abbandonano Lanzillotta e Vernetti (Api) e si iscrivono al gruppo misto. Poi il caso che vede coinvolti Luigi Lusi e Francesco Rutelli, dunque La Margherita, Api nonché il Partito Democratico. La profondità si trasforma in vento di scirocco che assale: all’indomani delle elezioni del 2013, dopo il governo tecnico di Mario Monti, il Terzo Polo già non esisteva più. «Una stagione chiusa», titolava l’intervista post voto a Pier Ferdinando Casini dell’8 marzo 2013 al «Corriere della Sera». Prima di quella tornata elettorale le tre organizzazioni maggiori costituenti il Terzo polo avevano già deciso che le strade da intraprendere sarebbero state ‘altre’: Futuro e libertà per l’Italia andava incontro alla propria “Caporetto” racimolando lo 0,46% dei voti e l’Udc avrebbe eletto Casini e De Poli al Senato.

Perché se è vera la frase di Pietro Nenni che a forza di rivendicare il purismo finisci per essere epurato, c’è sempre qualcuno che è più centrista, moderato, liberale e liberista di altri.

Anche senza volerlo.

NOTE
1Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «Il Riformista».

2«Non farò politica con Renzi. Il suo modo di fare politica mi fa orrore. Sono stato chiaro? Devo mettere una bandiera? Me lo scrivo sul braccio?», dichiarazione rilasciata nel novembre 2021 in un’intervista a ‘L’aria che tira’, «La7» https://www.youtube.com/watch?v=hcCc-adboFc.

3Redazione, Italia Viva, deputata Gruppioni passa con Renzi da Azione, 16 maggio 2023, «LaPresse».

4Redazione, “La segreteria romana di Calenda passa con Renzi”. Ma Azione smentisce: “Falso”, 19 maggio 2023, «Huffington Post».

5Lorenzo de Cicco, Renzi e Calenda a teatro insieme per Renew Europe. Ma non si salutano. Dalla platea mugugni contro il leader di Azione, 24 maggio 2023, «La Repubblica».

6Oggi formazione politica scomparsa.

7Maurizio Giannattasio, Prove tecniche di Terzo polo. Convegno con Albertini e Montezemolo, 12 novembre 2010, «Corriere della Sera».

Pubblicato su Atlante Editoriale

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Tra la Barbagia e il West [di Daniele Poma]

Posted on 2023/05/24 by carmocippinelli
È notizia degli ultimi tempi che il prossimo stadio del Cagliari calcio sarà intitolato all’uomo più iconico dell’arte pedatoria sarda: Gigi Riva. L’eccezionalità del fatto sta innanzitutto che il grande Gigi Riva è vivo e lotta insieme a noi, anzi ha ribadito con tutti gli scongiuri del caso che per lui rimane un onore.

Allora a noi di sportpopolare.it ci sembrava giusto approfondire il tema «Riva», con una recensione del libro di Luca Pisapia edito da Milieu edizioni nella collana Parterre.

Copertina del libro bella, con una foto di Riva con un sombrero e un volto glaciale rivolto verso ignoti. La fotografia è adatta perché riassume in parte l’anima western del libro. Apprezzatissima anche la scelta di usare le minuscole per il titolo e per il nome l’autore, come azzeccata la citazione di Gianni Mura nella quarta di copertina.

Nel merito il libro un mix tra saggio, romanzo e biografia si erge la figura mondiale fascinosa e granitica di uno dei più forti calciatori italiani di sempre. Perché quando la baldanza tenebrosa e tormentata giovanile di un varesotto di Leggiuno incontra l’isola nasce l’incanto, la resurrezione, la rivolta esistenziale che passa per i campi di calcio in terra, dove si mischiano le difficoltà della crescita e della vita di un ragazzo timido e introverso, con l’altrettanta durezza di un contesto isolano quasi ascetico, insormontabile.

Insomma il Riva di Pisapia è un eroe western, è Django, è Cuchillo, è il pistolero tenebroso e impavido con la Barbagia e il Gennargentu a fargli da sfondo.

Si mischiano la storia, gli scossoni sessantottini che arrivano dalla terra ferma e giungono fino in Sardegna facendo di Gigi un messia prepolitico, un giovanotto dalla vita difficile, ombroso con al posto del piede sinistro un’autentica pistola che spara forte. Ma Riva non è solo la redenzione di un popolo sfruttato e abbandonato Riva è lo smacco al padrone, è elisir di lunga vita, è l’acqua di Amrita che nessun padrone berrà.

È storia che elegge a simbolo di una terra saccheggiata, la resistenza all’America dei conquistadores che si chiamano Moratti&co., è storia di un rifiuto, di un amore che è eterno.

Però Riva è anche patrimonio italiano, anzi è il simbolo di una rinascita calcistica nazionale: perché dopo i successi negli anni del fascismo dell’Italia si era persa traccia, sparita dal calcio che conta, ed è solo con la vittoria dell’ europeo del ’68 che la ben oliata macchina del calcio si rimette in moto e il Belpaese torna al centro del mondo. Ed è proprio mentre l’interesse intorno a questo sport cresce e si modernizza, nel momento in cui avviene il passaggio di immagine dei calciatori, da terrosi e afflitti proletari a rockstar riconosciute e commercializzabili, è li che l’uomo simbolo Riva dice no. NON MI AVRETE MAI COME VOLETE VOI.

E come in un western ben riuscito, il rumore dei corpi che cadono sono degli altri, nonostante la sfortuna, gli infortuni, l’accanimento della vita, nonostante Italo Allodi, nonostante tutto, Gigi «Rombo di Tuono» Riva è ancora li, in piedi come un uomo, come un uomo armato e senza paura.

Daniele Poma
(pubblicato originariamente su Sport Popolare)

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Cosa resta della memoria de «L’Unità»?

Posted on 2023/05/16 by carmocippinelli

«Saremo un giornale socialista, garantista e cristiano. Che cercherà di tenere insieme Gramsci, Rosa Parks, Roncalli, Mandela e Pannella. Dateci una mano».

Al netto delle contraddizioni ideologiche esposte, si chiude così l’editoriale firmato dal nuovo direttore de «L’Unità», Piero Sansonetti. La banda rossa sotto la testata ricorda la direzione dell’era Veltroni ma la sostanza è tutt’altra: la proprietà è cambiata ancora e la vicenda assomiglia moltissimo a quel che Gadda nel “Pasticciaccio brutto de via Merulana” classificava come uno “gnommero” in cui le “inopinate catastrofi” non sono mai “la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”.

Queste causali convergenti, che vanno a formare poi lo gnommero, sono tutte rintracciabili dal giorno in cui l’organo di informazione del Partito democratico cessò di essere reperibile in edicola. Siamo al 30 maggio 2017 e il sito unita.tv, ultimo dominio de «L’Unità», continua la propria vita editoriale solo online. Il dominio venne registrato a seguito della crisi del 2015, a suo tempo acquistato da Unità Srl definendo le linee della pubblicazione digitale della cosiddetta “nuova unità”. Cioè del giornale a trazione renziana. Nessuna delle “due Unità”, come avrebbe detto Pietro Spataro, già giornalista del quotidiano, aveva conservato la propria storia, dal momento che gli archivi (cartaceo e digitale) hanno avuto una vita parallela rispetto alle vicende pubblicistiche e di acquisizioni di proprietà nel corso degli anni. Una storia piuttosto travagliata che è durata fino a martedì 16 maggio 2023.

Riformista e Unità
Ad oggi la proprietà della testata è di Romeo Editore srl, di cui è proprietaria anche la testata «Il Riformista». Sansonetti, prima di prendere in mano la direzione de «L’Unità», ha ceduto il passo a Matteo Renzi (Senatore di Italia Viva, già segretario del Partito Democratico, già Presidente del Consiglio dei Ministri). Certo, Renzi non è giornalista ma un posto viene ritagliato ad hoc: è direttore editoriale mentre il direttore responabile è Andrea Ruggieri, giornalista professionista, deputato della Repubblica della diciottesima Legislatura in quota Forza Italia, nonché – giornalisticamente parlando – nipote di Bruno Vespa. Non solo Matteo Renzi non ha mai lasciato la politica1 come affermava tronfiamente prima della consultazione referendaria che lo ha visto sconfitto, ma ha addirittura raddoppiato. Anzi, ha anche ricevuto fin da subito il placet dell’ex fondatore Claudio Velardi: 

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!»2.

Prima di oggi
A maggio dello scorso anno l’ormai ex comitato di redazione del quotidiano rese note le proprie posizioni attraverso un comunicato stampa, preannunciando la tempesta: 

«[…] Dal 1° gennaio 2022 [siamo] senza più alcuna protezione sociale. Un’azienda che mostra di esistere una volta all’anno per pubblicare un foglio che le permette di non far decadere la testata. […] Dal 1° gennaio non siamo più in Cassa integrazione né in disoccupazione. Formalmente, dal primo gennaio di quest’anno siamo rientrati alle dipendenze de l’Unità srl , la società che edita un non giornale […] A fronte delle innumerevoli richieste d’incontri, chiarimenti, da parte delle rappresentanze sindacali la società editrice ha innalzato un impenetrabile muro di gomma. Una vicenda che da tempo ha ormai travalicato la red line della vergogna, si è “arricchita” di un’altra pagina-farsa: la pubblicazione di un numero unico, un foglio di quattro pagine, anche con contributi giornalistici esterni. E questo all’insaputa del comitato di redazione, pur avendo in organico, non pagati, giornalisti e poligrafici. E tutto questo mentre si trascina all’infinito una procedura di concordato che permette all’azienda di guadagnare tempo sulla pelle dei lavoratori. Hanno ucciso l’Unità, mortificato i lavoratori, lasciato cadere manifestazioni d’interesse per l’acquisto della testata. Una vergogna assoluta»3. 

Nel luglio dello scorso anno fallisce 

«definitivamente la società editrice del quotidiano, quella dei costruttori Pessina chiamati da Renzi quando era segretario del Pd»4.

Di seguito le prime pagine dei numeri annuali de «l’Unità»

Edizione del 2018

 

La prima del numero annuale del 2019, quello diretto da Maurizio Belpietro.

Edizione del 2020

Un numero per la vita
Un numero l’anno per continuare a vivere. Secondo la legge italiana, infatti, una testata giornalistica smette di esistere se non viene pubblicata almeno una volta l’anno. E così la proprietà de «L’Unità» ha fatto per quattro anni, dal momento della chiusura di unita.tv e della produzione digitale connessa. Fece scalpore il numero del 2019: la pubblicazione annuale venne diffusa sotto la guida di Maurizio Belpietro direttore5.

La proprietà di allora, nell’anno antecedente alle pubblicazioni annuali, era controllata al 90% dall’imprenditore edile Massimo Pessina e al 10% da Eyu6, cioè la società del Partito democratico.

Come riportò il quotidiano «Sardinia Post», attento a questa vicenda dal momento che la storia del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha riguardato anche Renato Soru per parte della sua vita pubblicistica7, l’affare Pessina-Romeo era una

«roba da 910mila euro […] Con L’Unità, attualmente sono a libro paga venti giornalisti e cinque poligrafici, però mai licenziati e quindi dal 1 gennaio 2022 si ritrovano fuori dagli ammortizzatori sociali ma anche senza stipendio. Toccherà al nuovo editore dire quanti ne vorrà salvare»8.

Transumanze editoriali
Stando al comunicato del comitato di redazione della ormai ex Unità e della Federazione nazionale della stampa italiana nessuno è stato salvato:

«È la prima volta che un’intera redazione, quella de «Il Riformista» scriverà le pagine della nuova «L’Unità» mentre si darà vita a una nuova redazione che sarà diretta da Matteo Renzi».

Una transumanza editoriale abbastanza evidente dato che le firme del nuovo quotidiano diretto da Piero Sansonetti sono le medesime di quando dirigeva «Il Riformista», ad eccezione di Claudia Fusani che – al momento – parrebbe essere ancora parte del quotidiano arancione, sebbene fosse in forza all’«Unità» quando era direttrice Concita de Gregorio. Prendendosi anche le male parole dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi9.

«All’editore Alfredo Romeo – conclude il comunicato dell’ex cdr e della Fnsi – e al direttore Piero Sansonetti ricordiamo con forza che la vicenda dell’Unità coincide con la storia di 17 giornalisti e 4 poligrafici licenziati dopo il fallimento. Il tema occupazionale e professionale resta intatto».

C’è, tuttavia, anche un’altra questione che è propria di questa vicenda: la storia de «L’Unità», cioè il suo archivio. Per qualche tempo, attorno alla chiusura del 2017 (e del 2018 poi) se n’è parlato e qualcuno portò la questione in Parlamento, ma poi tutto tacque e nessuno concretizzò nulla, effettivamente.

Memoria digitale, memoria cartacea: memoria corta

Il 1 Gennaio 2017 vengono spenti i motori del server su cui era ospitato l’archivio digitale de «L’Unità» (unita.it, archivio.unita.it e relativi sottodomìni) la perdita ha portato con sé numerose complicazioni riguardo la reperibilità del materiale prodotto solamente per la versione digitale del quotidiano. L’archivio cartaceo, almeno fino al 2017, era gestito dalla proprietà del quotidiano (Pessina), lo avrebbe trattato con riguardo e avrebbe prospettato lavori di «valorizzazione e indicizzazione» trovandosi in un hub a Lentate sul Seveso in provincia di Monza10. Nulla pare sia stato poi messo in atto.

L’archivio digitale, invece, ha una storia a sé, controllato, come detto, dalla proprietà che aveva ridato vita al quotidiano che aveva come dominio unita.tv.

Ad ogni modo, una volta spenti i server un gruppo di hacker, per l’occasione rinominati dalla rete data ninja, si attivò dopo aver appreso dello spegnimento delle macchine mettendo in atto un parziale salvataggio del tutto rendendolo disponibile nel cosiddetto deep web, dunque consultabile solo accedendo tramite TorBrowser.

In realtà si trattava di esperti e tecnici che da anni lavoravano nel settore ITC11 e identificarli con l’appellativo “data ninja” evidentemente non rende loro giustizia:

«quando il sito originale dell’archivio de “l’Unità” è stato “spento” è stato fatto in modo incompleto: le macchine non sono state spente né rese irraggiungibili, è semplicemente stato rimosso il *nome* archivio.unita.it dal registro dei nomi (DNS). Ricordandosi l’indirizzo IP era dunque possibile, nei giorni immediatamente successivi all’annuncio e per un certo periodo di tempo in seguito, collegarsi al sito».

Una volta appresa che la scelta della proprietà era definitiva: «abbiamo deciso di salvare il salvabile». Ovvero:

«nello spazio di alcuni giorni abbiamo messo su un sistema di crawling ed archiviazione, puntandolo ai server ancora accesi, ed abbiamo così acquisito la maggior parte dell’archivio […] Purtroppo in questa fase d’urgenza abbiamo “mancato” parti importanti dell’archivio originale, che infatti ora non sono più disponibili, quali ad esempio le edizioni locali, ed i numeri del quotidiano tra il 1929 ed il 1946, e questa è stata una svista che rimpiangiamo amaramente».

Poco dopo i server sono stati spenti davvero e in maniera definitiva. Tutto quello che non è stato recuperato è andato perduto.

Ma ora?
Grazie all’operazione messa in atto e grazie al fatto che l’archivio storico venne salvato parzialmente, venne anche registrato (sebbene non venne mai reso noto il nome del registrante) su un dominio pubblico tutto l’archivio digitale salvato dall’oblìo: archivio.unita.news. Il punto è che da lunedì 15 maggio 2023 a mezzanotte risulta inaccessibile. Sarebbe ovvio supporre che, a seguito di quanto realizzato dai data ninja, la nuova produzione non avrebbe acconsentito ulteriori diffusioni di quel materiale.

Sorgono dunque delle domande che indirizziamo al Direttore Piero Sansonetti, nonché alla nuova proprietà del quotidiano. Ci permettiamo di formularle e ci auguriamo che il Direttore voglia rispondere.

1) Che fine ha fatto l’archivio storico de L’Unità?

2) L’editore, oltre alla testata, ne ha rilevato anche l’archivio?

3) Che ne è dei progetti riguardo l’archivio del quotidiano della precedente gestione?

4) Tornerà ad essere online l’archivio digitalizzato e che fino a poco fa era reperibile all’indirizzo archivio.unita.news? La chiusura è direttamente connessa al ritorno in edicola del quotidiano per questioni legali?

5) Cosa risponde ai giornalisti della redazione de L’Unità che hanno criticato il ritorno in edicola senza la loro presenza?

[L’articolo è stato pubblicato da Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-cosa-resta-della-memoria-de-lunita/, come al solito. Tuttavia, per chi volesse approfondire il tema, può leggere qui:

https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/03/l-della-memoria-digitale.html;

https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/07/la-memoria-perduta-dei-giornali.html;

e qui https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/06/in-memoria-di-tre-quotidiani-di-partito.html magari andandosi a comprare pure il numero 59/2019 di Culture del testo e del documento]

Note

1

«Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica […] Insisto su questa questione non perché voglio trasformare il referendum in plebiscito, come ha detto qualcuno. Ma perché intendo assumermi precise responsabilità».

Monica Rubino, Renzi sulle riforme costituzionali: “Se perdo il referendum, lascio la politica”, «La Repubblica», 12 gennaio 2016.

2Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

3Redazione, L’Unità, la lettera del comitato di redazione: “Siamo ostaggi in un girone infernale”. Il giornale esce una volta l’anno da 4 anni, «Il fatto quotidiano», 10 maggio 2022.

4Andrea Fabozzi, Romeo compra la testata dell’Unità e Sansonetti annuncia: in edicola a gennaio, «il manifesto», 24 novembre 2022.

5Monica Rubino, L’Unità torna in edicola per un giorno firmata da Maurizio Belpietro: “L’editore me l’ha chiesto e mi sembrava giusto”, «La Repubblica» 24 maggio 2019. 

«Ieri sera [verosimilmente 23 maggio 2019] l’editore Pessina mi ha chiamato chiedendomi semplicemente se potevo firmare il numero e io ho accettato. In tempo di crisi di giornali mi è sembrato giusto salvare una testata, che altrimenti rischia di sparire. Di certo non ho nessuna intenzione di fare il direttore dell’Unità, testata di cui peraltro non condivido molte delle cose che vengono pubblicate».

6L’acronimo sta per Europa-Youdem-Unità.

7L’archivio cartaceo venne digitalizzato nei primi anni 2000 quando il proprietario era l’ex presidente della Regione Autonoma della Sardegna.

8(al.car.), L’editore del Riformista pronto a salvare L’Unità dal fallimento, operazione da 910mila euro, «Sardinia Post», 19 novembre 2022.

9https://stamparomana.it/2009/05/19/liberta-di-stampa-dopo-la-sentenza-mills-berlusconi-allaquila-attacca-giudici-e-cronisti-natale-fnsi-chieda-scusa-ai-giornalisti/amp/ e anche https://www.youtube.com/watch?v=KMCigfbndZI.

10Dichiarazione resa da Enrico Olivieri della Pessina Costruzioni, contattato nell’ottobre 2017. Quanto riferito è stato pubblicato nel saggio “In memoria di tre quotidiani di partito: «L’Unità», «La Voce repubblicana», «Liberazione», ovvero: tre casi di studio su una esperienza (fallita) di conservazione digitale” per Culture del testo e del documento, 59/2019, Vecchiarelli Editore, <https://www.vecchiarellieditore.it/shop/culture-del-testo-e-del-documento-59-2019-n-s-23/>.

11Informazioni e dichiarazioni tratte ancora dal saggio di cui alla nota 10.

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Classe digerente [o “fegati dirigenti”]

Posted on 2023/04/28 by carmocippinelli

In un’appassionata discussione, quanto pigramente sopportata dalla maggioranza dei presenti, relativa alla somma di fondi che andrebbero elargiti tramite l’approvazione di progetti e voci di spesa in ambito dell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), a un certo punto prende la parola un collega. 

Uno di quelli giusti, uno di quelli che ai lavoratori ci tiene “nonostante il sindacato”, confederale ça va sans dire. Uno di quelli ‘militanti’ che distribuisce la stampa della propria organizzazione con pedissequa abnegazione e ossequioso rispetto di strutture gerarchicamente settarie ma all’apparenza perfettamente ben oliate nell’organizzazione.

Prende il microfono. Ringrazia i presenti per il dibattito, come ad attribuirsi capacità di sintesi a seguito delle sue parole e in forza di esse.
Dice che di quanto detto fino ad ora, riguardo cifre e voci di spesa, non ci ha capito nulla ma che sa benissimo una cosa: “la tecnologia si domina”. L’uomo è in grado di farlo, manifestando una invidiabile fiducia più che positivista.
Dice che gli studenti che forma la scuola secondaria di secondo grado sono “forza lavoro” e che fuori dalle mura scolastiche “andranno comunque a lavorare e faranno arricchire altri” ma che “è un’altra storia e si aprirebbe un capitolo troppo lungo”.
Dice anche che, in fondo, tutta questa verve passatista non la capisce: “non amo molto Pasolini e quello che diceva sul passato era sbagliato”. Non bisogna rimpiangere per epoche che ci si è lasciati alle spalle da almeno un quindicennio o più; peggio ancora se il passatismo è rivolto ad epoche non conosciute, rimpiangendone esoticamente (o letterariamente) i fasti o quel-che-fu. 

Insomma: i ragazzi forza lavoro. Alla malora chi pensa che l’istruzione serva davvero a qualcosa, che possa essere e rappresentare un percorso di crescita per migliaia di ragazzi, di sviluppo della consapevolezza di sé, dello spirito critico e – scusate se è poco – per imparare quel che precedentemente non era conosciuto. 

E menomale che è uno di quelli che si dichiara pervicacemente marxista e che, nella sua organizzazione gerarchica, ne rappresenta anche un dirigente di primo piano.

Classe digerente, più che dirigente.

Poveri noi.
(E poveri figli).

L’immagine a corredo dell’articolo rappresenta l’Hotel Uzbekistan di Tashkent.

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Liceo del Made in Italy, un progetto nato per il compiacimento di un capitalismo agonizzante

Posted on 2023/04/18 by carmocippinelli
Che le parole di Giorgia Meloni sul liceo Made in Italy siano state una boutade lo hanno pensato in tanti. Che, però, ci fosse un disegno di legge delega depositato al Senato della Repubblica il 25 gennaio di quest’anno in pochi lo sapevano (qui il testo completo). Il documento è stato presentato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo: 

«L’obiettivo – ha spiegato Bucalo all’ANSA il 3 aprile subito dopo la dichiarazione di Meloni al Vinitaly – è creare figure specialistiche che permettano di avere un patrimonio culturale sia in campo giuridico che tecnico per avere professionisti altamente specializzati. Quello attuale è un mercato sempre più in evoluzione, risentiamo dell’agguerrita concorrenza della Cina e dobbiamo salvaguardare le piccole imprese e tutelare i prodotti del Made in Italy».

Una caratterizzazione linguistica inglese che va a compiacere la percezione che ha dell’Italia un capitalismo agonizzante ma a cui il governo tiene tantissimo. Alla faccia della cultura e della tradizione. 

«Abbiamo percorsi di studio molto lunghi e il mondo del lavoro richiede invece una formazione che si adatti velocemente ai cambiamenti che richiede il mercato» ha proseguito Carmela Bucalo nell’intervista rilasciata all’agenzia ANSA. 

L’ottica “mercatista” in cui si muoverebbe l’esecutivo per creare questo nuovo indirizzo di studi fornisce,  qualora ce ne fosse ancora il bisogno, l’immagine chiara dell’indirizzo del capitalismo nazionale riguardo la scuola e l’istruzione: formare giovani non si traduce nell’abituarli ad un lavoro di crescita e di critica, di approfondimento e di formazione del senso critico bensì progettare “unità di produzione” da poter impiegare nel mondo del lavoro (mercato, pardon) nel più breve tempo possibile. 
La scuola diventerebbe, così, una sorta di “grande parcheggio in attesa del diploma” che sarà poi il vettore per poter accedere ad un mercato del lavoro in cui è sempre più ossessivamente (e spesso strumentalmente) richiesta professionalità e competenza certificata (da enti privati e che costano un sacco di soldi).
Se non la si ha, può andar bene la condizione semi-schiavile dei lavoratori agricoli o della ristorazione. A proposito di made in Italy. Reiterando, o giocando a farlo, il ritornello per cui una scuola ad indirizzo tecnico porti in dote più sbocchi lavorativi agli studenti di un liceo classico. Inutile, peraltro, l’indirizzo umanistico, per costoro. “Storia, filosofia, latino e greco: jamais!”.

Una sorta di bicefalismo, quello riservato al Made in Italy che farebbe bene solo a chi può trarre profitto di manodopera a basso costo e non certo a studentesse e studenti che si approcciano ad un percorso di studi in età adolescenziale. 
Nel testo si parla di incremento dello studio della geografia (dopo che i governi di centrodestra – col placet del centrosinistra – abbiano prodotto quel mostro a tre teste di Geostoria), di implementazione del Pcto (dopo i casi di morti nel percorso di alternanza scuola-lavoro e dopo le denunce di sfruttamento per lavori con turni senza stipendio nella settimana di Asl).
E poi, il mio preferito, il riferimento al “colmare il vuoto che c’era nell’offerta scolastica italiana”. 
La fragolina di bosco sulla torta mimosa colma di menzogne. 

Per chi ha stomaco forte, di seguito si inseriscono stralci dal Ddl sul progetto del “liceo del made in Italy”, ricordando che il testo completo è alla terza riga del post:

 
Occorre puntare su studi quali la storia dell’arte, base della coscienza del nostro passato artistico,
puntando con sguardo critico alla geografia, in particolare economica della nostra Italia, per la
cognizione dei comparti produttivi e per le zone di provenienza.
La carenza strutturale di competitività e i cambiamenti radicali nelle attività politiche ed economiche
globali, dovuti al fatto che le Nazioni emergenti stanno offrendo importanti opportunità di sviluppo e,
in alcuni casi, performance al di fuori del normale, hanno sollevato una significativa preoccupazione
circa la capacità dell’economia italiana di mantenere e conquistare un posizionamento significativo nello scenario globale del terzo millennio. Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
 
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro 
nello scenario globale del terzo millennio.

[…]

Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro. […]
Posted in agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuolaTagged agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuola

Ingloriose parabole: ‘il Riformista’ cede la direzione a Matteo Renzi (che non è neanche giornalista)

Posted on 2023/04/05 by carmocippinelli
Nella giornata del 5 aprile [2023] è stato annunciato il passaggio di consegne riguardo la direzione del quotidiano ‘il Riformista’. 
Il direttore Piero Sansonetti cede il passo (e il posto) a Matteo Renzi, senatore della Repubblica del gruppo Azione-ItaliaViva-RenewEurope, segretario di Italia Viva, conferenziere, già segretario del partito democratico. Direttore sebbene non sia giornalista, requisito fondamentale per essere a capo di una testata, logicamente e normativamente parlando. Rispondendo alle domande della conferenza stampa (in particolare a quella postagli da Daniela Preziosi del ‘Domani’), Renzi ha precisato [1] come non abbia firmato alcun contratto. Il passaggio sembra essere dovuto in quanto Sansonetti sarà alla guida de ‘l’Unità’, acquisita dal medesimo gruppo editoriale che cura la pubblicazione del ‘Riformista’ (Romeo Edizioni) e di prossima pubblicazione. 
Ma andiamo con ordine.

Ottobre 2002. Il governo Berlusconi II è in carica da poco più di un anno e vi rimarrà fino al 2005, quando – rassegnate le dimissioni a causa della sconfitta alle regionali cui seguirono gli “addii” di Alleanza nazionale, Udc e Nuovo Psi – l’ex Cavaliere del lavoro riceverà l’incarico dal Presidente della Repubblica per la formazione del Berlusconi III.

Al Governo c’è Gianfranco Fini in qualità di vice di Berlusconi; ci sono Umberto Bossi e Roberto Calderoli come ministri alle “Riforme istituzionali e alla devoluzione” (quando la Lega era ancora nord); all’istruzione c’è la Moratti, al lavoro Roberto Maroni e alle Politiche agricole e forestali c’è un rampante Gianni Alemanno.
Rifondazione comunista conta 11 deputati e 4 senatori, i Comunisti italiani (Pdci) ne contano 10 a Palazzo Chigi e 2 a Palazzo Madama; la Federazione dei Verdi 8 e 10 [2]. Si parlava di primarie del centrosinistra tra Democratici di Sinistra, Democrazia è Libertà (meglio noto come “La margherita”) e altri soggetti dell’area.

Come nacque
La notte tra il 22 e il 23 ottobre di quell’anno sarebbe andata in stampa la prima copia del quotidiano ‘Il Riformista’ diretto da Antonio Polito, ora editorialista del ‘Corriere della Sera’.

Il 6 ottobre 2022 ‘la Repubblica’ raccontava di una serata mondana nell’isola di Capri in cui si facevano proselitismi e pubbliche relazioni per il futuro quotidiano:

«Claudio Velardi, consigliere di Massimo D’ Alema quando il presidente dei Ds era premier, caprese d’ adozione, passeggiava ieri mattina tra gli industriali nei giardini del Grande Albergo Quisisana. Mentre tutti indossavano l’ abito grigio, Velardi vestiva «casual», con uno zucchetto azzurro sulla testa. “Sono qui – ha spiegato – per fare un po’ di pubblicità al Riformista”, ovvero il quotidiano (uscirà a fine ottobre, direttore Antonio Polito) voluto da Velardi che ha messo insieme un gruppo di imprenditori finanziatori» [3].

Il quotidiano traeva ispirazione dal ‘Foglio’ diretto da Giuliano Ferrara, per ammissione dei suoi stessi fondatori [4]: l’impostazione culturale era intelligibile già dalla denominazione della pubblicazione, cioè a metà tra un riformismo liberale e un liberalismo in senso stretto. La pubblicazione formalmente era legata al mensile ‘Le ragioni del socialismo’ di Emanuele Macaluso fino al 2006 (ma questo lo vedremo più avanti).

Neanche un mese e ‘il Riformista’ è già in festa: 

«Gran festa, ieri sera, a Palazzo Ferraioli (giusto di fronte Palazzo Chigi) con i proprietari e i redattori del quotidiano ‘il Riformista’, nato appena due mesi fa e diretto da Antonio Polito, che hanno voluto porgere gli auguri di Natale a politici e imprenditori, a personaggi del mondo dell’informazione e dello spettacolo. Le signore in bito lungo e un’orchestrina di strada in frac, mentre Gianfranco Vissani, cuoco preferito dall’ex premier Massimo D’Alema (atteso con ansia), annunciando squisite paste e fagioli, ordinava che fossero affettate mortadelle e porchette. Quando sono arrivati i colleghi del ‘Foglio’, il giornale che ha ispirato la fondazione del ‘Riformista’ [5], abbracci e brindisi»[6].

Tra le firme che popolavano l’iniziale avventura di quel quotidiano, oltre a Stefano Cappellini e Roberto Mania, figurava Lucia Annunziata. Col passare degli anni, vicedirettore fu anche Oscar Giannino e tra gli editorialisti comparirà “un certo” Pierre Moscovici [7].

La prima pagina del
primo numero del quotidiano.
Il link da cui è stata tratta è
di un utente che ha messo in
vendita la copia su eBay.

Giornale di nicchia, fu certamente di parte (come già detto) ma di una parte molto trasversale e difficilmente “incasellabile” nei settori del centrodestra berlusconiano o del centrosinistra ulivista. Pendeva, come il treno Roma-Ancona, una volta da un lato, una volta dall’altro, così tanto che Pasquale Laurito, direttore dell’agenzia ‘Velina rossa’, un giorno di novembre di quello stesso anno se la prese con il direttore Polito per delle accuse che il quotidiano da egli diretto aveva rivolto nei confronti di D’Alema [8] per mancato dialogo con la maggioranza di Governo riguardo la giustizia. «Qualche volta può essere anche antiberlusconiano» [9], scriveva Laurito a mo’ di invito nei confronti della direzione del quotidiano.

Polito rimane in carica fino al 2006, quando Giampaolo Angelucci acquista tutte le quote del fondatore Velardi (51% Velardi e 49% gruppo Tosinvest) rilevandone la proprietà. Poi un avvicendarsi di questioni che portano la testata ad essere diretta da Macaluso e a renderla organica all’associazione sopra citata. Nel 2008 Polito torna a dirigere il quotidiano, ma vi rimane poco in carica, giusto il tempo di coinvolgere Diego Bianchi (Zoro) per una rubrica: “La posta di Zoro”. Allora Bianchi era un blogger e cosmonauta di Youtube (memorabili alcune puntate di “Tolleranza Zoro”):

«Con la posta di Zoro, comincia da oggi [20 giugno 2008] la sua collaborazione con ‘il Riformista’ Diego Bianchi, uno dei più seguiti blogger italiani. Come è finito a scrivere sul ‘Riformista’, lo racconta nel suo primo articolo, oggi in prima pagina. “Una sera mi sono ritrovato in uno studio tv con Polito. Gli ho detto che, secondo me, la gente non capisce cosa significhi la parola ‘riformista’ e che forse anche per questo ‘Il Riformista’ vende poche copie. Dopo la trasmissione mi hanno offerto una rubrica”» [10]. 

È il 2011: il quotidiano vende sempre meno. L’anno successivo interrompe le pubblicazioni.

L’era Sansonetti

«Il presidente della Finanziaria Tosinvest, Giampaolo Angelucci, ha reso noto in un comunicato “l’avvenuta cessione della testata Il Riformista da parte della TMS edizioni S.r.l. (società controllata da Tosinvest). La famiglia Angelucci, nella proprietà della testata dal 2003, augura ai nuovi editori i migliori successi”. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera la testata, ideata nel 2002 da Claudio Velardi e chiusa nel 2012, è stata acquistata dall’imprenditore Alfredo Romeo, a dirigerla andrà Piero Sansonetti, il 20 luglio sarà online e da settembre in edicola» [11].

L’era Sansonetti del quotidiano, che fu diretto da Polito, può (ri)partire. Archiviata la stagione di ‘Liberazione’ (il fu organo di stampa di Rifondazione comunista) e le esperienze di: ‘L’altro’, ‘Gli altri’, ‘il Dubbio’, ‘l’Ora della Calabria’ e ‘Cronache del Garantista’, il nuovo direttore esordisce con una conferenza stampa in cui annuncia la presenza di grandi nomi che lo avrebbero coadiuvato nella vita della testata: Fausto Bertinotti e Roberto Brunetta. Nessuna meraviglia per l’accostamento che un tempo avrebbe potuto essere ossimorico: l’ex segretario di Rifondazione ora è di casa al Meeting di Rimini.

«Il Riformista guarda a un’area di centrosinistra e riformista, appunto, che non vuole essere dominata dalla paura, dall’astio verso gli altri, dalla vergogna della ricchezza» [12], sanciva Sansonetti nel corso della conferenza stampa di presentazione del quotidiano.

Dal ‘Corriere della Sera’ dell’ottobre 2019: 

«Martedì 29 ottobre torna in edicola (e online) il quotidiano il Riformista che negli anni ha fatto parlare di sé sotto le direzioni autorevoli di Antonio Polito, Paolo Franchi, Stefano Cingolani, Stefano Cappellini ed Emanuele Macaluso e che rinasce per iniziativa dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo» [13]. 

Rimane, ad ogni modo, il disegno dell’uomo col cannocchiale nella testata, simbolo del quotidiano.
L’attuale testata del quotidiano

«Indicativa la lista delle firme coinvolte: Tiziana Maiolo, Fabrizio Cicchitto, Stefano Ceccanti, Maria Elena Boschi, Luigi Marattin» [14], condirettrice Deborah Bergamini, parlamentare in quota Forza Italia.

Cose in grande
Un anno dopo il ritorno in edicola del foglio bicolore arancio-nero, viene realizzata un’edizione del lunedì totalmente dedicata all’economia il cui direttore è Renato Brunetta e nella direzione scientifica popolano nomi come Sabino Cassese, Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria e Marco Bentivogli [15].

«Il primo numero avrà 12 pagine e affronterà il tema delle riforme. Di quelle che non vengono fatte e di quelle che vanno fatte. Del prezzo che hanno le mancate riforme. Delle condizioni politiche che servono per realizzarle. Ci saranno articoli di intellettuali, giuristi, politici, economisti di diverse opinioni politiche […] diretto da Renato Brunetta nel primo numero scrive una lettera aperta al premier Giuseppe Conte, al quale offre collaborazione e suggerisce di non “ballare da solo”» [16].

Presentazione del ‘Riformista’ del lunedì dedicato all’economia

Passa solo un mese e Brunetta lascia.

«Quando quattro mesi fa l’editore Romeo, che ringrazio, e i direttori Sansonetti e Bergamini mi hanno chiamato per propormi questa sfida, ho detto subito di sì. Ci abbiamo lavorato tutti insieme e abbiamo messo in piedi un piccolo gioiello. Finora sono usciti quattro numeri, che sono costati tanta fatica, e tanta intelligenza. Ho scoperto, però, che questo tipo di attività, già dal mese di giugno per preparare i numeri zero, ha assorbito tutto il mio tempo disponibile, togliendomene anche all’attività politico-parlamentare. Questo non è giusto. Io ho un impegno con i miei elettori, che devo rappresentare al meglio, con tutte le mie energie, fino alla fine del mandato. Pensavo che le due attività fossero compatibili e complementari, mi sono reso conto che questo non è possibile» [17].

Due anni dopo andrà via anche da Forza Italia dopo esserne stato figura di spicco e dirigente del partito, nonché più volte ministro.

Matteo Renzi direttore (anche se non è giornalista)
Nella giornata del 5 aprile viene ufficializzato il passaggio nella direzione del ‘Riformista’ in una conferenza stampa alla presenza dell’attuale direttore Piero Sansonetti, di quello futuro (nonché senatore della Repubblica e conferenziere in giro per il mondo) Matteo Renzi, dell’editore Alfredo Romeo [18].
Secondo Sansonetti: «Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con ‘L’Unità’ e ‘Il Riformista’. L’idea di Renzi è stata geniale» [19], ha dichiarato nel corso della conferenza stampa tenutasi presso la Sala Stampa Estera.
Chi pensava a un imminente addio alla politica, come aveva affermato Renzi stesso all’indomani dalla sconfitta del referendum quando era Primo Ministro, ha evidentemente frainteso il messaggio.

Mikebongiornianamente Renzi non lascia: raddoppia e assume una carica che, vien da pensare, sarà ritagliata precisamente per lui, non essendo iscritto all’Ordine dei giornalisti ma essendo stato appena designato come tale.

Apprezzamenti giungono anche dal fondatore del “primo” ‘Riformista’ Claudio Velardi:

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!» [20].

Si parlerà di tutto perché sarà un “quotidiano riformista nel vero senso della parola” ma non dei processi del futuro direttore:

«Saremo più moderati, non faremo ‘titoli sobri’ come Sansonetti… L’attenzione che il ‘Riformista’ darà al mio processo, Open, sarà molto scarsa. Non so se saremo all’altezza del ‘Riformista’ di Sansonetti nell’affermazione della cultura garantista».

La parabola del ‘Riformista’ parrebbe rientrare pienamente in una di quelle che si studiavano sui banchi di scuola: discendenti. In questo caso anche piuttosto ingloriose. Così come quella di un quotidiano diretto da un non-direttore. Perfetto per una non-informazione. 

 

Note:

1 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
2 Verdi e Pdci si presentarono nelle liste dell’Ulivo in tutti i collegi del Senato della Repubblica. Alla Camera, invece, il Pdci si sfilò dalla lista comune Verdi e Socialisti democratici italiani “Il Girasole” e corse in alleanza del centrosinistra ma fuori dalla “bicicletta” tra ‘sole-che-ride’ e Sdi.
3 Ottavio Ragione, E Velardi fa pubbliche relazioni, 6 ottobre 2002, «la Repubblica».
4 Macaluso fu poi articolista di spicco del quotidiano diretto da Ferrara.
5 Curiosità: sul sito web, archiviato dal repository “Web archive”, la testata è denominata “Il nuovo Riformista”, sebbene venga citato – ed è stato registrato – con il nome “Il Riformista”.
6 Redazione, Il Riformista in festa, brindisi con i «rivali» del Foglio, 19 dicembre 2002, «Corriere della Sera».
7 Ministro dell’economia e delle finanze in Francia dal 2012 al 2014, responsabile della campagna elettorale di François Hollande (Parti Socialiste). Nel 2014 viene indicato come Commissario europeo per gli affari economici e monetari della Commissione Europea retta da Jean-Claude Juncker.
8 Interessante, a tal proposito, il retroscena di Maria Teresa Meli del 27 aprile 2008. Recita lo strillo in prima pagina: «Walter, il Riformista e le manovre nel Pd»: «Smussare gli angoli, minimizzare, addirittura far finta di niente. Finora di fronte a una critica rivoltagli tra le pareti domestiche del centrosinistra, Walter Veltroni ha sempre seguito questa linea di condotta. Ma ieri sull’Unità ha attaccato il Riformista, quotidiano in odor di dalemismo».
9 Redazione, Velina rossa e il Riformista «duello» su D’Alema, 22 novembre 2002, «Corriere della Sera».
10 Il blog di Zoro diegobianchi.com purtroppo non è più visibile, tuttavia sul repository “Web archive” sono contenuti vari fotogrammi e articoli (tra cui molti della rubrica sul Riformista) da egli scritti.
11 Redazione, Tosinvest cede il Riformista, 9 luglio 2019, «Prima Comunicazione online».
12 Redazione, Torna “Il Riformista”. Lo dirigerà Piero Sansonetti, 5 luglio 2019, «Huffington Post».
13 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
14 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
15 Riccardo Amati, Dal 21 settembre in edicola ogni lunedì Il Riformista Economia, 10settembre 2020, «il Riformista».
16 Redazione, Arriva Il Riformista Economia, da oggi in edicola, 19 settembre 2020, «il Riformista».
17 Renato Brunetta, Perché lascio la direzione del Riformista Economia, 13 ottobre 2020, «il Riformista».
18 «Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista», ha dichiarato Alfredo Romeo nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore Matteo Renzi il 5 aprile 2023.
19 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
20 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

Tutte le foto inserite nello scritto sono di proprietà del sito del quotidiano ‘il Riformista’ e da lì sono state tratte (a cui si viene rimandati se vi si clicca).

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