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Tag: polpettoni

Tutte le giravolte di Lega e Movimento 5 Stelle su Euro e Europa: è iniziata la campagna acquisti. #famosevolébene

Posted on 2018/03/14 by carmocippinelli

È iniziata la campagna acquisti. Di qualsiasi colore sia il nascituro governo, i due attori principali (Salvini e Di Maio) hanno iniziato una propria, personalissima, campagna volta al famose volé bene nei confronti dei vertici europei.

«Prenda me!», «No, prenda me!», sembra dicano Di Maio e Salvini su un immaginario palcoscenico di fronte ad una platea composta da un solo spettatore: Pierre Moscovici (Commissario europeo per gli affari economici e monetari) il quale prende appunti, silenziosamente.
In effetti i due sono arrivati al culmine delle loro giravolte e tuffi carpiati su posizioni spinose come Europa, dunque vincoli europei, rapporto deficit-PIL; NATO, guerre imperialiste, immigrazione e quant’altro.
I due hanno tenuto, ieri e oggi, una conferenza stampa con la stampa estera e sia uno che l’altro hanno pronunciato le seguenti dichiarazioni:
Così Salvini (Ansa del 14/03/2018):

«Tagliare le tasse porterà ad una riduzione del rapporto debito-pil e ad un aumento della ricchezza reale degli italiani. Questo lo faremo possibilmente rispettando i parametri imposti da Bruxelles, dico possibilmente, perché questi numeri con le nostre riforme prevedono che il famoso tetto del 3 per cento venga rispettato. Ovviamente, se per aiutare la crescita si dovesse sforare dello zero virgola qualche vincolo europeo, quello zero virgola non sarebbe un problema».

Così, Di Maio (AskAnews del 14/03/2018):

“Con la Ue «vogliamo avere un’interlocuzione ferma ma collaborativa», sapendo che il quadro politico europeo «ci offre nuove opportunità», e che – rispetto al proprio elettorato – «abbiamo un vantaggio: ho detto in campagna elettorale che non era più il momento di uscire dall’euro, non abbiamo mai chiesto di uscire dalla Ue, e abbiamo detto che non avremmo lasciato il Paese nel caos. Questa linea la porteremo avanti anche dopo le elezioni». Lo ha detto il capo politico del M5s Luigi Di Maio, incontrando la Confcommercio a Milano. Segnali distensivi verso la Ue anche sul tema del rispetto dei parametri: «Prima di parlare di sforamento del 3% andrei a vedere come si spendono i soldi»

Insomma nessuno ha mai detto che avrebbe fatto cose. Cose come uscire dall’UE, agitare lo scalpo dell’Italexit dall’Euro, ridiscussione del debito pubblico nelle città amministrate etc etc. Niente di niente. E se qualcuno se ne accorge è solo uno svitato, come chi sta scrivendo queste poche righe.
Distensione è la parola chiave di questi giorni pre-Governo. Termine su cui il buon Guareschi aveva già ironizzato sui rapporti fra il PCI e la Chiesa in «Don Camillo Monsignore ma non troppo»: «Beh, possiamo percorrere questa strada insieme, Senatore», diceva il neoeletto Monsignore, «siamo in piena distensione!».
Qualche anno fa, tuttavia, era ben altro il tenore dei commenti dei due vincitori delle elezioni appena conclusesi:
#Renzi fa voce grossa con la #Merkel, poi cala le braghe e conferma che “Italia rispetterà vincoli dell’Europa”. E si muore. #Salvini #Lega

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 2 ottobre 2014

Rispettre i vincoli significa «calare le braghe» all’UE. Giusto un tantino differente da quanto appena dichiarato (vd sopra). Ops!

O ancora:

#Renzi abbaia ma non morde, al guinzaglio di Berlino e Bruxelles. Dice che rispetterà vincoli di quest’Europa, una gabbia di matti! #Salvini

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 14 settembre 2014

Meglio ancora erano le performance politiciste di Di Maio su «chiediamo il parere agli Italiani sull’Euro, così da avere potere “contrattuale” (SIC!) in più a quei tavoli [europei n.d.r.]».

Lo so che è da tempo che cito Fantozzi ma anche in questo caso non mi sembra improprio tirare in ballo il ragioniere. Tutta questa vicenda, per cui entrambi partono «incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri», come cantava Rino Gaetano, mi ricorda la scena del Conte Catellani, quello del biliardo e della statua della madre a cui i dipendenti dovevano inchinarsi prima di entrare a lavorare. Un giorno Fantozzi, dopo aver intruppato contro lo spigoloso ferro da maglia della statua posta al centro della scalinata, inizia a prendere a calci la struttura inanimata dicendo «Puttana! Vecchia Stronza!». Catellani, ovviamente, non poteva lasciare correre quel gesto d’insubordinazione e irrompe nella sala mensa in piena pausa pranzo: «Lo diceva sua moglie quando urlava vecchia stronza e puttana, vero?». Filini e Fantozzi, servilmente, confermarono, anzi, lo urlarono di nuovo, rivolgendo gli insulti alla povera Pina.
Le istituzioni Europee sono un po’ come Catellani di fronte a Fantozzi e Filini (M5s e Lega): «Quando dicevate di uscire dall’Euro parlavate delle vostre mogli, vero?».
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Emma Bonino, [il greco] e il latino.

Posted on 2018/03/02 by carmocippinelli
Negli ultimi giorni di campagna elettorale Emma Bonino, capo politico della lista radicale/democristiana (*) «+Europa», diceva così, invitata ad un convegno, riguardo il sistema scolastico italiano e l’insegnamento del latino: «La scuola deve preparare più e meglio al lavoro: va bene il boom del liceo classico, ma nei Paesi vicini alla piena occupazione come la Germania cercano più ingegneri e operai specializzati che non dei latinisti».
Come a dire, va bene che vi mettete a studiare lingue morte, però capite bene che un latinista, un grecista o studiosi di queste altre materie umanistiche un po’ inutili saranno disoccupati a vita: si deve preparare al lavoro mica alle filosofie. L’esempio che porta è quello della Germania, in cui si «cercano più ingegneri e operai specializzati più che latinisti». Anche se, a dire il vero, i più grandi grecisti (una lingua ancora più morta del latino, se vogliamo ragionare in termini boniniani) sono proprio tedeschi. Ma, vabbè, lasciamo perdere.
L’affermazione è infelice, senza dubbio, ma è sfortunatamente reale nel sentire comune: a fine marzo mi laureerò in Bibliografia (corso di laurea magistrale in Scienze della Storia e del Documento); mi sto preparando per gli esami integrativi dei 24 cfu per l’insegnamento (anche del latino) nei licei e negli istituti superiori e la maggior parte delle di chi mi sta attorno mi ha silenziosamente suggerito che con quel pezzo di carta non ci faccio assolutamente nulla. Insomma, tante incertezze e poca vita.
Latino e Greco
Ho frequentato i (due) licei classici di Centocelle, il Kant e il Benedetto da Norcia. Tra 13 e 15 anni non è che si abbia molta voglia di pensare e riflettere, si agisce d’impulso e d’istinto e 10 volte su 10 si sbaglia. Esattamente come ho fatto io, non azzeccandone mai una, pensando sempre d’aver ragione e avendo, ovviamente, sempre torto. Ho fatto due volte la quinta ginnasio e alla luce di un avvio nient’affatto birllante posso dire con fermezza che il latino mi ha insegnato non una ma diverse cose, così come allo stesso modo il greco.
Greco e latino mi hanno insegnato a studiare, come diceva Gramsci.
Mi hanno insegnato la necessità del mettersi in discussione e di evitare di pensare che un pur rampante adolescente abbia sempre ragione: il greco e il latino mostrano un proprio punto di vista che non è il tuo. Devi accettarlo e comprenderlo fino in fondo, altrimenti finisce che ti seccano e rifai la quinta ginnasio. 
Mi hanno insegnato a pensare in una lingua e in una mentalità diversa dalla mia.
Mi hanno insegnato, poi, l’esistenza di regole – linguistiche e non – che vanno rispettate, così come il rispetto nei confronti dell’altro. Mi hanno insegnato a mantenere la concentrazione e la calma. Latino e greco mi hanno fatto amare le nicchie, i piccoli particolari, le cose che ad occhio nudo non si notano. Mi hanno fatto sognare ad occhi aperti l’Anabasi di Senofonte e aiutato a capire chi fossi veramente.
Cose stupide nell’Italia del 2018 che sta sempre più acclimatandosi all’individualismo legato ad un sistema economico capitalista e malato che premia chi più sfrutta e chi più affossa il vicino in qualsiasi modo.
Uno qualunque e l’insegnamento del latino
Antonio Gramsci, in diversi passi dei Quaderni del Carcere scriveva a proposito dell’insegnamento delle lingue cosiddette “morte” come il latino e il greco.
«Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale.
[…] Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita.
[…] Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale».
(*) La lista è riuscita a presentarsi in tutti i collegi d’Italia grazie all’aiuto del fu partito Centro Democratico, il cui segretario/portavoce è/era Tabacci, eletto nel 2013 perché in alleanza col Partito Democratico.
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In Groenandia si discute la nuova Costituzione. IA: «Sia inclusiva»

Posted on 2018/02/06 by carmocippinelli
Il gruppo parlamentare dell’organizzazione di sinistra indipendentista Inuit Ataqatigiit (Comunità inuit) ha nominato Debora Kleist come nuovo membro della Commissione Costituzionale. Da tempo, infatti, la Camera groenlandese (Inatsisartut) ha creato un’apposita commissione per redigere una nuova Costituzione e l’IA sta lavorando alacremente affinché essa dia un risultato inclusivo e non esclusivo.

«Non vediamo l’ora di continuare il lavoro in Commissione Costituzionale: un popolo libero è un popolo in cui tutti gli individui hanno una libertà interiore e vivono liberi da pregiudizi, dalla discriminazione e dall’oppressione», si legge in una nota redatta dal partito. «Il fatto che ci debba essere “spazio per tutti” è un principio cardine: l’IA l’ha posto con la massima attenzione e priorità nell’agenda dei lavori della Commissione» che lavorerà alla stesura della nuova Costituzione. La Carta fondamentale «deve includere i diritti civili e politici di tutti i cittadini».

«Per noi – continua la nota – è fondamentale che tutti quelli che si identificano come groenlandesi siano riconosciuti come tali, tuttavia allo tesso tempo dobbiamo essere all’altezza dei nostri obblighi verso le minoranze. In altre parole: dobbiamo essere inclusivi e non esclusivi e questo vale per quel che riguarda ogni identità culturale (lingua, etnia etc), abbiamo bisogno di tutti».

Il logo dell’Inuit Ataqatigiit 
(Comunità Inuit)

L’Inuit Ataqatigiit continuerà a lavorare intensamente in Commissione Costituzionale affinché si portino avanti questi valori: «il lavoro per la redazione della Carta Fondamentale deve unire il Paese e il popolo, non dividerlo».

L’Inuit Ataqatigiit e le elezioni: «Non promettiamo nulla, valuteremo a urne chiuse» 

L’IA è un’organizzazione politica di sinistra radicale, indipendentista,  che ha visto crescere i propri consensi strappandoli ai socialdemocratici di Siumut (partito affiliato alla socialdemocrazia danese) e con cui recentemente ha stipulato un accordo di Governo: alle elezioni parlamentari del 2014 ha ottenuto il 33,3% dei voti, mantenendosi sulle stesse cifre della precedente tornata elettorale. Nell’autunno del 2018, con tutta probabilità, si terranno le elezioni parlamentari in Groenlandia e la presidente dell’IA Sara Olsvig ha smentito le voci di una coalizione elettorale con i socialdemocratici di Siumut: «Non voglio rifiutare o promettere nulla a riguardo. Vediamo quel che esce dalle urne e quali opportunità si presenteranno successivamente», ha dichiarato a riguardo la Olsvig all’agenzia KNR, spiegando che per l’IA è importante mantenere la stabilità e la leadership nel Paese affermando come il partito abbia «contribuito a garantire una direzione chiara nella guida della Groenlandia».

Articolo tratto da Pressenza
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Fiscal che? | La prefazione dell'e-book di Pressenza

Posted on 2017/12/28 by carmocippinelli
L’importanza di avviare un dibattito aperto, da anticapitalisti, riguardo il Fiscal Compact e le problematiche che tale compito porta con sé, è un obiettivo che non può considerarsi un traguardo, anzi. Rappresenta, infatti, l’inizio di un percorso che dovrà necessariamente proseguire sul terreno dello scambio e della partecipazione comune, al fine di consolidare quel dissenso positivo, o costruttivo, come si leggerà nel corso dell’e-book. Dall’anno dell’introduzione del Pareggio di Bilancio in Costituzione, una parte della politica e dell’opinione pubblica ha iniziato a dissentire su ciò che il Governo Monti di allora aveva ratificato, andando de facto a ledere i principi della Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza. Tuttavia, la maggioranza del Paese era completamente all’oscuro di ciò che significasse (e significhi ad oggi) il termine Fiscal Compact, nonostante l’approvazione da parte del Governo Monti, così come allo stesso modo è ad oggi del tutto ignaro ai più come mai le amministrazioni locali delle grandi metropoli (ad esempio Roma) hanno sempre la metaforica “coperta corta”. 
Il nodo cruciale del dibattito attorno al Fiscal Compact sta in questo: il tema, avendo assunto proporzioni enormi, tocca questioni della vita quotidiana di ognuno, che sia un abitante di una piccola o grande città. È un dovere avviare un percorso di dibattito attraverso il lavoro quotidiano di Pressenza e delle organizzazioni politiche interpellate per la realizzazione di questo piccolo e-book. È un dovere proseguire l’interazione avviata per poter far sì che si creino dei ponti fra chi ha avuto l’idea di realizzare questo prodotto e chi ha avuto il coraggio di avviare una campagna (Stop Fiscal Compact) in una fase politica come quella attuale.
Quando si parla di quest’argomento, infatti, si tocca inevitabilmente la questione del sistema economico, del capitalismo e della sua crisi; della sua connotazione violenta e del suo superamento; delle possibili alternative. Si tocca, in sostanza, un dibattito politico mai neanche lontanamente sfiorato nel nostro Paese, tutto rivolto ed attento agli occhiali che portava Grillo, alla camicia di Renzi o alla giacca di Di Maio, fino alle felpe di Salvini. Si tocca, dunque, il nerbo di quel che dovrebbe essere il dibattito politico e culturale di un Paese. È per questo che Multimage ha sposato il progetto di Pressenza di pubblicare un e-book a riguardo: creare dibattito, creare coscienza critica (anticapitalista, necessariamente), far incontrare posizioni, far dialogare attivisti, giornalisti e soggetti politici è uno degli obiettivi. Uno, per l’appunto, non l’unico. Stante la situazione politica del Paese, dibattere attorno a questioni reali e d’importanza massima non è direttamente proporzionale all’acquisizione di consenso (elettorale e culturale) nella società e nella più che polarizzata opinione pubblica italiana (referendum del 4 dicembre docet). Tuttavia il nostro risultato sarà a lungo termine, prendendo in prestito le parole di Alexander Langer nel 1994 al Convegno giovanile di Assisi, il quale a sua volta parafrasava il motto del Barone De Coubertin in occasione dei giochi olimpici: «Lentius, profundius, suavius», al contrario di «Altius, citius fortius». 
«Era un motto giocoso, di per sé, che riguardava una competizione olimpionica» ma dal sostrato ludico, spiegava Langer. Tuttavia «oggi 1’“altius, citius fortius” rappresenta la quintessenza della competizione della nostra civiltà: ci viene detto di sforzarsi “ad essere più veloci, più forti e di arrivare più in alto”. Io vi propongo, al contrario, il “lentius, profundius, suavius”, cioè il capovolgimento di ognuno di questi temi». 
Perché con questo motto (o, nel nostro caso, parlando di Fiscal Compact e di anticapitalismo) «non si vince nessuna battaglia frontale» ma «forse si avrà il fiato più lungo».

Qui, il link per acquistare l’e-book: https://www.bookrepublic.it/book/9788899050740-fiscal-che/?tl=1. Costa 99 centesimi: sostieni «Pressenza», sostieni una voce libera.

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22 giugno 1974, il gol di Sparwasser, la DDR batte la RFG, il socialismo vince.

Posted on 2017/06/22 by carmocippinelli
Il mondiale del 1974 può essere considerato, a ragione, uno dei momenti cruciali e più alti dello scontro calcistico e sportivo in generale fra occidente capitalista ed oriente socialista. 
L’Unione Sovietica aveva già assestato duri colpi all’economia di mercato facendo sì che il sistema socialista potesse primeggiare nei campi della sanità, dell’istruzione e della ricerca scientifica: Juri Gagarin e Valentina Vladimirovna Tereshkova sono ancora oggi due icone che sanno scaldare i cuori dei russi, anche a Muro crollato da tempo. Così come un furioso Kennedy, negli anni della crisi missilistica cubana, prima del fallimento dello sbarco alla Baia dei porci, arrivò a dire pubblicamente: «abbiamo finito per apparire come i difensori dello status quo, mentre i comunisti si presentano come forza d’avanguardia, che indica la via per un modo di vita migliore». 
Il campo socialista, in ogni caso, era realtà contrapposta al capitalismo anche in una porzione d’Europa che niente aveva a che vedere col Patto di Varsavia: in Germania, la DDR, era il baluardo del socialismo in pieno Patto Atlantico verrebbe da dire. Nonostante anche Berlino si fosse parzialmente rifugiata sotto il patto di Varsavia per cercare un piano quinquennale / la stabilità sociale, come urlavano i CCCP-Fedeli alla Linea per mezzo delle corde vocali di Giovanni Lindo Ferretti, uno dei personaggi più iconizzati, controversi e discussi della scena punk e alternativa italiana (quando divennero C.S.I. prima e PGR poi).

Sparwasser, ai tempi, era un centravanti del Magdeburg, adattabile anche a mezz’ala qualora la situazione lo richiedesse. I ruoli, volendo usare un’iperbole, nella Germania Est, non avevano così tanta importanza come per i più quotati occidentali Beckenbauer, Breitner, Müller. Il calcio tedesco della DDR era praticato a livello dilettantistico e la quasi totalità dei calciatori della piccola nazione socialista tedesca erano seconde fila dell’atletica leggera.
Gli sport, infatti, nei paesi del campo socialista, non erano professionistici, bensì tutti dilettantistici, nessuno escluso. Compreso il calcio, che da quel mondiale iniziava la lunga scalata delle sponsorizzazioni, dato che quella fu la competizione con le intromissioni degli sponsor sulle maglie dei calciatori (oltre che del golpe in Cile). Le squadre tedesche orientali, in ogni caso, stavano già da tempo iniziando a togliersi dei sassolini in ambito europeo, dato che la Coppa delle Coppe del ’73/’74 la vinse proprio il Magdeburg di Sparwasser, contro una ben più quotata squadra come il Milan.
De Agostini, difensore juventino che ha più volte incontrato sul campo giocatori della Germania Orientale, li ricorda con quella che i partenopei classificherebbero come cazzimma: erano certo maggiormente determinati dei più quotati tedeschi occidentali e non mollavano mai neanche quando tutto sembrava perduto. Tanto che, molti anni dopo del prima citato 1974, De Agostini e la sua pur fortissima Juventus (con Schillaci e Casiraghi nell’organico, tanto per citare due nomi) per poco non risultavano sconfitti in casa dal Karl Marx Stadt, che all’andata si portò in vantaggio al Delle Alpi con Weinhold, lasciando di sale gli avversari e i convenuti allo stadio.

Il mondiale del ’74, in ogni caso, ha una serie di particolarità e di vicende politiche ad esso collegate che sarebbe impossibile enumerare e trattare in modo tale da non risultare eccessivamente schematico o superficiale. Quel che più importa è che al Volksparkstadion diAmburgo, le prime parole (come il resto dell’inno) della DDR, erano cantate da milioni di tedeschi orientali che urlavano a squarciagola quelle espressioni che rimarcavano una differenza tutta a vantaggio degli appartenenti alla Germania Socialista: «Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt», «Risorti dalle rovine / e rivolti al futuro».
Il caso, infatti, volle che nella fase a gruppi vennero inserite proprio le due Germanie nello stesso girone e poco importa che quel mondiale lo vinsero i tedeschi occidentali. Quella partita, Beckenbauer e soci, se la ricorderanno per tutta la vita, così come per coloro i quali esultavano aprioristicamente (ed esultano tuttora guardando la registrazione della partita) per i successi della Germania Est. Era uno scontro che ne racchiudeva una miriade: non c’era solo la politica e il modello di sviluppo a dividere le due germanie ma anche il modo di intendere lo sport. La situazione assumeva realmente i contorni di uno scontro epocale, nonostante fosse una semplice fase a gruppi, come detto prima.
La partita può sembrare già segnata, al lettore che non ha vissuto quell’epoca e che non ha visto coi propri occhi quel confronto che da modelli politici contrapposti si traduceva in lotta calcistica: la Germania Ovest, in fondo, possedeva più mezzi e, certamente, più talenti per poter superare con facilità la Repubblica Democratica Tedesca. Molti dei giocatori tedeschi orientali, infatti, non andarono oltre la DDR-Oberliga e interruppero la loro carriera calcistica con la fine del socialismo in Germania, come Schnuphase (capocannoniere dell’Oberliga nella stagione ’81/’82 e una carriera divisa fra Rot-Weisse Erfurt e Carl Zeiss Jena) o Strässer (anche lui capocannoniere nei primi anni del socialismo e una sola stagione dopo la fine della DDR, con la Glaswerk Jena) ad eccezione di Voegl (che detiene il record delle 400 presenze nel massimo campionato) e Kurbjuweit (che proseguì come allenatore nel VfB Pössneck).
La DDR non può competere coi cugini orientali e la partita non regala grandi emozioni ai presenti, se non svariate occasioni da gol completamente divorate dai cugini occidentali. I primi quarantacinque minuti scivolano via a reti bianche e quasi sembrerebbe che il pareggio, verso cui pare indirizzarsi anche la ripresa, fosse il risultato più ambito in quello scontro politico/calcistico che animava i tedeschi sugli spalti. Tedeschi che brandivano bandiere identiche, se non fosse per un piccolo emblema al centro di esse che faceva cambiare la prospettiva e l’interpretazione di quegli stessi colori. 
Il settantasettesimo della seconda frazione di gioco, però, è il momento di svolta della partita: dopo un’azione della Repubblica Federale di Germania, Hamman gira il pallone a Kurbjuweit il quale, immediatamente, lancia Sparwasser. Il centravanti supera Höttges e Vogts, controllando il pallone con la faccia (!) e sviando i difensori occidentali col destro: arriva fin sotto la porta, batte Maier e insacca quando il portiere è steso a terra. Occidentali impietriti.
Lo stadio di Amburgo esplode, Sparwasser corre alzando un pugno al cielo e rigirandosi in una capriola mentre correva verso la pista d’atletica che abbracciava il verde rettangolo di gioco, prima d’essere letteralmente sopraffatto da tutti i compagni di squadra.
La partita terminò così, con gli ossis dilettanti che riuscirono a battere quello che ora verrebbe definito calcio moderno, quello degli sponsor e di società che tesserano “campioni” (che si rivelano tutt’altro in corso di campionato) pagandoli fior di quattrini dimenticandosi di tifoserie e del sentimento popolare legato a colori, squadre, società.
Sparwasser, infatti, divenne un mito per tutta la DDR, andando a scardinare il luogo comune: stavolta era davvero il comunismo ad aver sconfitto il capitalismo.

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Il “Corridore Cosmico” e la musica elettronica realizzata per gli atleti della DDR

Posted on 2017/06/08 by carmocippinelli
Martin Zeichnete nasce a Dresda nel 1951, in piena DDR. Nel 1971 inizia a lavorare per la DEFA (Deutsche Film-Aktiengesellschaft), studio cinematografico dello Stato. La formazione musicale del nostro, presumibilmente, è quella di molti altri suoi connazionali: fra Kraftwerk e Krautrock (anche se è più ortodosso usare il termine Kosmische Musik), minimalismo musicale, elettronica e rivoluzione artistica. Ma c’è di più: Zeichnete ama correre e ha capito che i ritmi incalzanti e la ripetitività delle canzoni elettroniche dei Kraftwer e affini sono ideali per la sua pratica sportiva; lo spingono a continuare e ad andare oltre nelle sue prestazioni.
In tutta certezza, deve aver pensato questo, mentre indossava uno stereobelt, preso in prestito da chicchessìa, e si sparava nelle orecchie i Kraftwerk, i Neu! e tutta la Kosmische Musik del tempo, mentre procedeva nella sua corsa quotidiana.
Ha pensato, insomma, che quei ritmi incalzanti potevano rappresentare una svolta nelle prestazioni degli atleti della DDR, dato l’amore e la passione dei tedeschi orientali per le discipline olimpioniche.

Sottopone l’esperimento e le idee ad alcuni colleghi e il nostro Martin, di punto in bianco, viene mandato a Berlino Est dalle autorità dello Stato Socialista. Martin teme il peggio ma, in realtà, dopo un colloquio con le autorità berlinesi, viene portato in uno studio di registrazione dato che gli viene chiesto, in sostanza, di lavorare alla “colonna sonora” del Comitato Olimpico Nazionale. Martin chiede un Moog per registrare, ma non è proprio quel che si dica politicamente corretto ottenerne uno nella Germania orientale, dunque dovrà arrangiarsi con quel che il Governo si è premurato di fargli avere. Non poco, per la verità. Non poco per il tempo che fu.

Ha inizio il progetto 14.8L: Kosmische Musik per gli atleti olimpici della Repubblica Democratica Tedesca. Uno dei più strani trip musicali che Martin e alcuni suoi compagni chiamarono Projekt Kosmischer Läufer. Il nome, tradotto letteralmente, sarebbe corridore cosmico ma è più probabile che i nostri stessero attuando un gioco di parole spostando e utilizzando il concetto di kosmische musik unita alla disciplina della corsa. Martin e i suoi, che da qui in poi chiameremo col loro nome, ovvero Projekt Kosmischer Läufer, produrranno una consistente quantità di ore di musica con tutto il materiale che hanno a disposizione: strumenti tradizionali (basso, chitarra, batteria), sintetizzatori, primi computer, insomma, riesce a realizzare davvero tre dischi, vale a dire i tre volumi del Programma segreto di Musica cosmica del programma olimpico della DDR.

Il primo volume doveva permettere «al corridore medio di completare un percorso di 5 chilometri ad un ritmo ragionevole, inclusi 3 minuti di riscaldamento e defaticamento». Il secondo volume rappresentava un lavoro più ampio ed era dedicato alla quasi totalità degli atleti tedeschi orientali: «dalla corsa agli esercizi ginnici, fino ai pattinatori su ghiaccio». Il terzo, infine, prevedeva «un programma per i corridori (tracce da 1 a 3), terminando con una (‘Für Seelenbinder’) dedicata al lottatore olimpico ed eroe comunista Werner Seelenbinder». La seconda parte del lavoro rappresenta una colonna sonora di un filmato animato perduto ma ritrovato (e pubblicato) dalla casa discografica che ha rimesso in produzione i lavori del Projekt Kosmischer Läufer: si tratta della traccia Traum von der Golden Zukunft, la quale sarebbe dovuta essere parte del filmato realizzato per sponsorizzare i Summer Games che si sarebbero dovuti tenere nel 1984 a Berlino Est. Il progetto venne abbandonato e la traccia non servì a nulla. 
Martin se ne andò nella Germania Ovest poco prima della caduta del Muro e non fece mai più ritorno nella parte orientale.
La storia è più o meno questa.
Peccato che non esista nessun Martin Zeichnete e nessun Projekt Kosmischer Läufer.


Kosmischer Läufer è un collettivo tedesco che sta componendo tracce elettroniche ispirandosi a quelle dei decenni sopra citati inventandosi tutta una storia sul come i musicisti in questione della nostra epoca siano riusciti a reperire il materiale che, a detta loro, stanno solo riproducendo e non creando ex novo. Così come spesso accade in letteratura, l’antefatto è finzione, utile a creare aspettativa, interesse e attenzione per il progetto che, in questo caso, non è un’opera libraria ma un gruppo musicale.
In Germania, Kosmischer Läufer, ha avuto subito una risposta stra-positiva e oltre alla produzione sulla piattaforma bandcamp si sono subito prodotti vinili e magliette, insomma, tutto quello che si confà ad un gruppo del nuovo millennio.
La musica e l’ostalgie rimane quella di qualche decennio fa.  
La prima esibizione, Kosmischer Läufer, l’ha tenuta recentemente a Graz e tramite il proprio sito ha messo in vendita il disco in formato digitale (e in vinile) dell’esibizione.

Zeit zum Laufen!

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#Magliettegialle is the problem, #inSiberia the solution

Posted on 2017/05/14 by carmocippinelli
C’erano una volta Orfini, Compagnone, Gasparutto, Nanni, Angelucci, qualche codazzo di giornalisti al seguito.
Come storia, però, non è un granché. E, in effetti, non la racconterei a mia nipote prima che si addormenti o nel momento in cui cerca il sonno: la conseguenza, infatti, potrebbe essere la notte in bianco del narratore che cerca di calmare gli incubi del piccolo o della piccola, come in questo caso. 
Tuttavia, la storia potrebbe iniziare davvero così, C’erano una volta Orfini, Compagnone e Gasparutto, Nanni e Angelucci; il primo rieletto di fresco Presidente del Partito Democratico di Roma, i tre, consiglieri municipali in pectore della medesima formazione politica. L’ultimo citato, Angelucci, uno che avrebbe voluto rappresentare sia l’una che l’altra carica prima menzionata.   Dietro di loro, in Via dell’Aquila Reale, main street della parte più vecchia di Torre Maura, un cronista d’assalto, uno di quelli che piace al Pd, con la telecamera in mano che racconta i fatti. Forse avrà intervistato Orfini, forse stava aspettando Compagnone e Gasparutto una volta riempite le buche della strada coi sacchetti di asfalto buttati lì senza ratio (tra un mese la situazione sarà peggiore di quella di partenza). 
Insomma, il Partito Democratico del VI Municipio scende in piazza contro il degrado, arrivano i comunicati stampa tuonanti e dai termini roboanti. Inizia la querelle coi 5 stelle: il PD diventa 5 stelle per una mattinata e si tinge di giallo. Prende, nell’ordine: ramazze, scope, giornalisti (da immaginarsi come sagome di cartone da prendere nel ripostiglio a fianco ai rastrelli), sacchetti di asfalto, presidenti di Partito (anche questi in pratiche sagome di cartone poste a fianco alle pale) e arriva a Torre Maura. A Via Tobagi, per l’esattezza. Lì, i giornalisti-di-cui-sopra fotografano Orfini che pulisce una parte del piazzale mattonato che guida le persone verso le scale della fermata Metro C Torre Maura (con i guanti da lavoro per impugnare una scopa: tutto vero)
Per dire: uno che arriva fino a Torre Maura per pulire un mattonato ha solo un chiaro scopo: farsi fotografare da coloro i quali sono accorsi per l’occasione. Il gruppetto in foto (precedentemente linkato sopra) si sposta dal piazzale antistante la fermata del 556 per andare in Via dell’Aquila Reale: la formazione è: Orfini si toglie i guanti per rilasciare qualche dichiarazione, Gasparutto versa l’asfalto in una delle tre buche, Compagnone organizza, Nanni regge la pala, Angelucci si infila gli occhiali da sole. Come squadra di Futsal non sarebbe male ma manca di pivot. 

Prese in giro a parte, c’è un piccolissimo fattore che rende il tutto a tratti grottesco ma decisamente squallido: il Partito Democratico è il partito di governo. Le chiacchiere stanno a zero: Paolo Gentiloni è il Primo Ministro ora in carica, successore di Matteo Renzi (già segretario di Partito, ora neo Segretario di Partito). Nella retorica mass mediatica che vorrebbe far apparire il Pd come un partito plurale aperto al dissenso ma che poi si riconosce in una figura di un leader carismatico (in questo caso Renzi) ci si dimentica consapevolmente del fatto che il sopracitato partito è al Governo. 
Dissenso o non dissenso, è l’organizzazione del Capitale, l’organizzazione che ha governato Roma negli ultimi decenni. Il Pd ha votato il fiscal compact e il pareggio di bilancio, ha ridotto i fondi agli enti locali, ha gestito i rifiuti di Roma dandoli in pasto a Manlio Cerroni.
Bastano davvero due ramazze, qualche #magliettagialla, due guanti da lavoro e un codazzo di giornalisti prezzolati al seguito per lavarsi faccia e coscienza?
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La Laguna e il calcio moderno (perché il Venezia di Tacopina fallirà, di nuovo).

Posted on 2017/04/17 by carmocippinelli
È inutile che mi nasconda: tra amici e conoscenti la quasi totalità di persone che conosco sa benissimo che il mio tifo per il Venezia è incondizionato.
Che vinca o che perda, come si direbbe nelle curve. Non mi importa che il Venezia sia in Serie D o in Lega Pro, potrebbe essere anche in Serie A, io lo seguirò sempre, anche idealmente, sebbene andare a vedere le partite a volte risulta complicato, ancorché vagamente impossibile, data la distanza. Roma-Venezia non è proprio una passeggiata, ecco.
Tuttavia, in questi giorni, le varie pagine social dedicate al calcio e alla Serie A che spesso vanno avanti a click-bait o cose simili, stanno facendo girare delle foto del Venezia che ‘fu’. I lagunari non calcano i campi della Serie B da 12 anni. Un’eternità, se si pensa che dal 2005 non c’è pace in Laguna. Sembra una metafora da sfigati, tuttavia è proprio così.

Recoba in azione contro l’Inter – Venezia in Serie A

Un po’ di storia

Nel 2005 viene fondata la SSC Venezia, fratelli Poletti consulibus, beneficiando del Lodo Petrucci e ripartendo dalla C2, l’allora quarta serie del calcio italiano. La fusione tra Venezia e Mestre, laguna e terraferma, si era già consumata da tempo, i colori che campeggiavano sulla maglia dei nostri erano già i mitici arancioneroverde, che da piccolo quando dicevo ai compagni di classe delle elementari che «i colori del Venezia erano certo più belli di quelli della Roma o della Lazio» mi intorcicavo la lingua a dire fluentemente arancioneroverde. Destando, ovviamente l’ilarità dei più. In ogni caso, la fusione era avvenuta da tempo e da quel dì non ci fu davvero mai serenità nella Serenissima. Sì, certo, la C2 venne conquistata in breve tempo, la permanenza in C1 fu tranquilla almeno per due stagioni, tuttavia in quella a cavallo tra il 2008 e il 2009 si consuma il fattaccio. 
O, meglio, il primo di una lunghissima serie.
La nuova Prima divisione non fu clemente con l’SSC Venezia che, arrivata 17°, aveva dovuto combattere fino all’ultima giornata dei playout: lottare per la sopravvivenza, praticamente.
Chi non si ricorda, a margine della gara pareggiata contro la Pro Sesto, della capriola di Ibekwe? (la domanda potrebbe anche risultare retorica, dato che l’episodio in questione corro il rischio di ricordarmelo solo io tra i non veneziani che, da bravo manico, mi andavo a refreshare il sito dell’allora SSC Venezia ogni 5 minuti).

Fu un’illusione, però, e durò poco. La permanenza nel professionismo dei lagunari venne minata del tutto quando l’SSC Venezia, sorto dalle ceneri dell’AC Venezia, fallì. Ne nacque una nuova società, l’FBC Unione Venezia la quale dovette ripartire dalla serie D. Iscritta in sovrannumero, peraltro, nel girone del nordest (il girone C). 
L’Unione Venezia si presentava ancora scarna alla prima apparizione ufficiale: né organico, né maglie ma, almeno, una certezza, Paolo Favaretto in panchina. La prima partita, dicevo, viene fatta con delle maglie della Lotto completamente bianche e lo stemma della casa costruttrice al posto del logo raffigurante il Leone di San Marco: iniziano a piovere critiche da subito, anche perché se non c’è la squadra, come possono esserci ancora le maglie?

L’FBC Unione Venezia alla sua prima apparizione in Serie D

L’unica certezza extra rosa sembra essere il Penzo, il vecchio stadio costruito a Fondamenta Sant’Elena secondo solo al Ferraris di Genova per longevità; all’interno degli undici gli unici a restare dalla Lega Pro sono Massimo Lotti, Simone Rigoni e Mattia Collauto, il capitano. A loro tre vengono affiancati dei ragazzi che avevano fatto parte delle giovanili del Venezia e altri atleti provenienti da squadre limitrofe; la prima apparizione in campionato dell’Unione Venezia vedeva la squadra così composta: Cavarzan; Bigoni, Nichele, Vianello, Cardin; Collauto, Segato, Di Prisco, Modolo; Ragusa, Corazza (‘quel’ Corazza che qualche anno fa era in forza al Novara in prestito dalla Sampdoria); nella panchina di mister Favaretto c’erano, poi, Lotti, Bivi, Rocchi, Rigoni, Volpato, Tessaro, Benedetti.

Tempi lontanissimi: Recoba e Maniero
festanti dopo un gol siglato dall’urugagio

La prima partita è una Caporetto: 4 a 1 contro il Montebelluna di Enrico Cunico (tecnico che guiderà la squadra l’anno successivo) e non molte possibilità d’appello. Seconda partita, seconda sconfitta, stavolta per 3 a 2 contro il Domegliara, tuttavia segnano Volpato e Nichele, i due che assieme a Collaudo trascineranno la squadra ben oltre le secche del campionato che si stava prospettando ad inizio stagione. La prima vittoria arriva alla quarta giornata: 5 a 3 contro la Virtus VeComp Verona, doppietta di Modolo e un gol a testa per Corazza, Tessaro e Collauto.

Da lì in poi ha inizio una storia continua di tira e molla fra Serie D e play-off, promozioni tra i professionisti sfumate per un soffio, emancipazioni dilettantistiche avvenute o meno ma soprattutto fallimenti.
Perché l’attuale Venezia FootballClub, allenato da Filippo Inzaghi e che è tornato in Serie B, non è il FBC Unione Venezia, ma un’altra società.
Altro giro altra corsa, altro campionato altro fallimento.
Le squadre di Venezia, però, da questo momento in poi, iniziano ad essere due. Due squadre, due nomi identici, colori diversi: una arancioneroverde e un’altra neroverde; Venezia Fc e Venezia 1907; Serie D e Terza Categoria. Due mondi diversissimi non solo calcisticamente ma anche ideologicamente: la prima società (a guida Joe Tacopina) si fa portavoce della squadra arancioneroverde, la seconda (a guida Gianalberto Scarpa Basteri) ha rilevato il simbolo del centenario del Venezia facendone una nuova squadra che riparta da zero ma che abbia come obiettivo primario quello della rivalutazione del Venezia che fu. Quello neroverde e dell’unica Coppa Italia del 1941, per intenderci.

Leggi di più: «Scarpa Basteri: il Venezia siamo noi»


Il presente

Tacopina sbarca in Laguna quando il Venezia è – di nuovo – in Serie D. Un altro fallimento, un altro cambio di nome, un altro cambio di società. La prima promessa che viene enunciata e declamata dallo statunitense è il nuovo stadio: il Venezia deve avere una nuova casa perché il Pier Luigi Penzo è uno «stadio bellissimo» ma non è «attrattivo». La solita solfa del logo-brand che nella Capitale «infiniti addusse lutti a Pallotta». Serve qualcosa di più moderno e, allora, si rispolvera la sempreverde idea dello stadio nel famigerato quadrante di Tessera proseguendo nella tradizione degli investitori stranieri degli ultimi anni che tendono a quella zona per la costruzione dell’impianto, (ipotesi mai concretizzatasi neanche nell’era Zamparini quando, in Serie A, la squadra della Laguna era ai suoi massimi). 

Il logo del Venezia Fc, per la verità, non è un granché e il merchandise arancioneroverde non va benissimo, così come – nonostante il campionato al vertice – non va neanche la partecipazione allo stadio dei tifosi. Inzaghi, nel marzo, infatti, ebbe a dire: «I tifosi sono la nostra forza, penso che la squadra abbia bisogno e meriti uno stadio pieno. […] Mi auguro che il nostro stadio diventi il dodicesimo uomo in campo perché potrebbe aiutarci molto». Il problema, però, è che il dodicesimo uomo, spesso, è rimasto a casa e le frecciatine di Inzaghi non sono mai cessate per tutta la stagione. Tuttavia, la serie B è arrivata nonostante diverse questioni che hanno investito anche il Venezia FC, oltre a svariate squadre fra cui le due (fatiscenti) compagini romane quali Racing Roma e Lupa Roma. Trattasi dell’inchiesta fideiussioni iniziata dall’Espresso: «Da mesi decine di presidenti del pallone nostrano sono costretti a seguire da vicino le peripezie di una piccola compagnia di assicurazioni che viaggia sull’orlo del fallimento. La società in questione si chiama Gable, ha sede nel paradiso fiscale del Liechtenstein, e sta per trasformarsi nell’ennesimo scandalo del calcio italiano».

Scriveva nel settembre dello scorso anno Vittorio Malagutti sul settimanale sopracitato. Con il Nuovo Corriere Laziale siamo andati a controllare delle carte emesse dall’IVASS (Istituto Nazionale per la Vigilanza sulle Assicurazioni) e la Gable insurance risultava già fallita e commissariata. Dunque, le società coinvolte avrebbero dovuto trovare altri soldi per colmare quelli della fideiussione e tra i club coinvolti (oltre alle sopracitate fatiscenti Lupa e Racing) vi era anche il Venezia di Tacopina. 

A.C. Venezia in Serie A

La questione non è della pur famosa lana caprina si tratta della continuazione della vita societaria di una squadra che ha subìto, nel corso degli anni, decine di fallimenti e rilevamenti societari più o meno inadeguati alla piazza, fatto salvo il primo periodo a guida Rigoni (successivamente scomparso). La faccenda monetaria si fa tanto più presente quanto invadente nella vita lagunare arancioneroverde se si contano almeno tre fattori:

  1. La fideiussione da depositare per l’iscrizione in Serie B è più ingente di quella della Lega Pro (qui un comunicato chiarificatore della terza serie calcistica italiana per quel che riguarda i parametri e i costi della fideiussione). È bene ricordare, infatti, la vicenda del Pisa di Rino Gattuso che non è stata, per così dire, una passeggiata a tal proposito. Si potrà obiettare che la vicenda della crisi-pisana verteva su altre fratture oltre che quella del deposito di denaro in Federcalcio. Senza dubbio. Certo è che a quelle già esistenti si era sommata anche la questione della fideiussione.
  2. Questione Stadio – Il Quadrante di Tessera, dopo il niet ricevuto da più parti è decisamente un progetto del passato. Il Penzo, però, ha subìto diversi traumi nel corso degli anni: già dopo l’era-Zamparini (e, dunque, all’indomani del fallimento)  «la capienza dello stadio venne dapprima limitata a 9.950 posti e poi nel 2007 (dovendo ottemperare ai nuovi regolamenti sulla sicurezza) a 7.450 posti: in tale occasione si provvide infatti a ridurre le dimensioni delle curve e dei distinti». Ristrutturare il Penzo, però, costicchia.
  3. Questione visibilità – Il Venezia in Lega Pro non ha visto una grande partecipazione dei tifosi (come prima menzionato) ma c’è una squadra che ha avuto un incremento di seguito e successi notevole: trattasi dell’A.C. Mestre. La squadra arancionera, sorta da un’abile mossa da parte di tre realtà locali, ora slanciatissima verso una storica (questa sì) promozione in Lega Pro. La diaspora mestrina, a seguito dell’unione Venezia-Mestre, è stata interrotta dall’iniziativa dell’FBC Union Pro (unione di società Pro Mogliano e Preganziol) che nel giugno dello scorso ha spostato la propria sede a Mestre e ha cambiato denominazione in SSD AC Mestre mentre la precedente squadra arancionera, salita in Promozione, si era trasferita a Spinea diventando l’FBC Spinea 1966. Ecco, a tal proposito, il comunicato che diramò l’Union Pro Mogliano a riguardo: «L’AC MESTRE, società nata dalla fusione tra Mestre e Mestrina, giocherà il campionato di serie D 2015/16 presso lo stadio Comunale di Mogliano in attesa del ripristino dello Stadio Baracca di Mestre (che nel frattempo sta utilizzando) I campi di allenamento della prima squadra saranno quelli di Zelarino e di Mestre. Il Settore Giovanile della AC Mestre giocherà invece nei campi di Zelarino, Giacomello e Bacci. L’FC UNION PRO disputerà le partite di campionato di Eccellenza 2015/16 presso l’impianto sportivo di Mogliano o di Preganziol, in base alla compilazione dei calendari. Le partite del Settore Giovanile si giocheranno presso lo Stadio Comunale di Via Ferretto, il Campo Secondario di Mogliano e presso lo Stadio di Preganziol». Il Mestre, dunque, rinnovato nella squadra, nel seguito e nella promozione tra i professionisti, potrebbe strappare un vasto pubblico di coloro i quali, dalla terraferma, si recano al Penzo per andare a vedere il Venezia. Mi si obietterà ma si tratta di tifosi occasionali. A costoro rispondo che sì, è ben vero. Pur tuttavia, quali sono i gruppi che si sono tesserati per seguire il Venezia? Pochi, decisamente pochissimi. Anzi, quando la precedente dirigenza licenziò mister Sassarini (Serie D), in un Venezia lanciato per la promozione, lo stadio era il triplo più pieno della declamata (e pubblicizzata) festa promozione di qualche giorno fa. 
Dunque la dirigenza arancioneroverde ha, di fronte a sé, ben tre gatte da pelare e almeno una delle due, quella legata allo stadio, potrebbe far desistere l’investitore americano che ha investito sulla squadra di «una cità mportanti nel mondo». La preoccupazione del calcio moderno, infatti, è quella di cercare di stringere il cappio del capitale attorno al già martoriato corpo esanime del movimento calcistico italiano. Si elogia, infatti, da più parti il modello Sassuolo, tuttavia non è altro che uno svago della Confindustria: il proprietario della squadra è Giorgio Squinzi; lo stadio è il Mapei Stadium (Squinzi anche qui) andando di fatto a costruire un nuovo stadio in un’altra città (Reggio Emilia) facendo in modo che la squadra si inventasse una tradizione calcistica (hobsbawnianamente parlando) acuendo non poco gli scontri già presenti fra Reggiana e Sassuolo.
Cos’ha di così genuino il modello Sassuolo? Proprio nulla.

Ecco perché, nel breve o nel lungo termine non è dato sapere, il Venezia arancioneroverde si ritroverà con diverse grane da risolvere e con un futuro pressoché incerto, sic stantibus rebus.

Per tutto il resto c’è il Venezia 1907.

p.s. Ultimamente, quando mi ritrovo con qualcuno a parlare del più e del meno, in questi discorsi ci finisce di mezzo – come al solito – anche il calcio. Frasi fatte, mezze parole e quel “ma tu tifi ancora il Venezia?”. Certo, dico io, diventando subito serissimo. “Solo che non tifo il Venezia di Tacopina, mi sono appassionato alle vicende del Venezia 1907”.  E lì a mettermi a spiegare tutta una serie di cose. 
Sono un po’ un rompiscatole, lo ammetto.


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