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Tra Gesù di Nazareth e Karl Marx: la scelta (e la vita) di “Miguel”

Posted on 2024/04/18 by carmocippinelli

Lo scorso anno, prima della partenza per la Bolivia, ci [a Maria e me] è stato regalato un libro [grazie Giusi!] scritto da Luca Bonalumi attorno alle disavventure rivoluzionarie di Antonio Caglioni a Viloco e nel paese che l’ha ospitato per molti decenni. Una volta giunti dall’altra parte del mondo, siamo andati a conoscere Antonio Caglioni e abbiamo trascorso del tempo con lui, pur alloggiando a Cairoma (cittadina vicina a Viloco).

Per chi volesse, questi sono i due link agli articoli scritti a Cairoma su Antonio Caglioni e sul sistema sanitario a 5200 metri d’altitudine: Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo e Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale.

L’introduzione al libro di Bonalumi è firmata da Don Emilio Brozzoni, sacerdote come Antonio Caglioni (a cui è davvero difficile anteporre il don davanti al nome, ma questo – a parere di chi scrive – rientra tra i pregi piuttosto che nell’ambito opposto dei difetti), bergamasco come lui, ma fenomenologicamente agli antipodi.

Don Emilio nell’introduzione racconta di un episodio curioso: una volta ricongiuntosi con Riccardo Giavarini a La Paz (don anche lui ma da soli due anni), decidono di andare a trovare Antonio Caglioni a Viloco. Il viaggio è lungo, le strade non sono agevoli ma finalmente – dopo varie ore di fuoristrada – riescono ad arrivare là, “alla fine del mondo”, a cinquemila metri d’altezza, ai piedi delle montagne popolate dai minatori di stagno in cerca della vena grande.
È il 1990, è notte e – c’è da immaginarselo – c’era una stellata meravigliosamente impressionante, data l’assenza di lampioni e illuminazioni per le vie della cittadina. Don Emilio, che immaginiamo si fosse già abituato alla mancanza d’ossigeno, riesce a prendere sonno e a dormire piuttosto bene, almeno fino a quando viene svegliato di soprassalto.

Di colpo, i tre (Caglioni, Giavarini, Brozzoni) sentono di non essere più soli: Don Emilio si sveglia e pensa ai ladri. Poi si guarda intorno: “ma che si ruberanno mai, qua” (di certo lo avrà pensato in bergamasco).
È un attimo: un uomo armato fino ai denti gli punta un fucile: «Eres Miguel?! [Sei Miguel?]» gli chiede insistentemente.

Non sa di cosa stia parlando e il commando armato si fa insistente: stanno cercando un Miguel, ex prete mezzo italiano, mezzo tedesco, e loro, tutti e tre italiani (due consacrati e un laico), senza documenti, sembravano essere il bersaglio perfetto. Miguel si sarà nascosto da quelle parti, ai piedi delle montagne popolate dai minatori per sfuggire allo Stato.

Però don Emilio non era Miguel e, nel testo d’introduzione al libro di Bonalumi, scrive un aneddoto molto divertente di quella notte in cui, dopo aver conosciuto personalmente Riccardo Giavarini, sono sicuro che si sia verificato esattamente come don Emilio ha raccontato: nel mezzo del trambusto, di uomini armati che fanno irruzione a casa di don Antonio, Riccardo cerca di placare gli animi chiedendo se – in piena notte – prendessero un caffè per poter parlare e chiarirsi.

«[…] Mi fanno alzare dal letto (mani in alto), mettere pantaloni, scarpe e giacca a vento. Bontà loro, niente  manette ai polsi. Mi vogliono immediatamente portare a La Paz. Riccardo intuisce che la situazione è grave e vuole intavolare un minimo di dialogo: “Prendete un caffè o un tè? Siete stanchi e la strada è lunga”»1.

Ma chi era Miguel?

Michael Miguel Nothdurfter era un italiano-sudtirolese di Bolzano che ha avuto una vita piuttosto intensa, una di quelle storie da raccontare, sebbene il tragico epilogo che ha avuto, ovvero ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia boliviana.

Scrive ancora don Emilio nell’introduzione al libro di Bonalumi:

«[…] Alle tre di notte cinque di loro con il mitra circondano la casa di don Antonio e tre in borghese sfondano la porta. Sono i tre che mi ritrovo davanti con le pistole puntate. Finalmente viene a galla il motivo di questo
trambusto. È stato rapito il figlio del padrone della Coca Cola in Bolivia. È ricercato un “terrorista” (così lo definiscono) altoatesino, da ragazzo studente in un seminario di gesuiti, impegnato politicamente con gruppi estremisti… Il filo logico è chiaro. Hanno davanti un italiano, senza passaporto, col breviario, nella casa di padre Antonio2, in una regione fuori dal mondo. È lui. È Miguel. Sentono già profumo di promozione».

Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

A te che leggi: abbi pazienza. Sarà piuttosto lunga.

Il comandante Gonzalo va alla guerra
La vicenda di Nothdurfter viene raccontata dettagliatamente da Paolo Cagnan in un libro pubblicato nel 1997 [Il comandante Gonzalo va alla guerra, erremme, 20.000 lire, 175 pagine] ed è colmo di riferimenti, racconti, testimonianze raccolte in loco, chilometri macinati tra le città boliviane.

«Caro Fratello, il tempo speso con i minatori di Potosì mi ha avvicinato alle persone. Le cose per la Bolivia si stanno mettendo molto male. Il peso è stato svalutato, i salari sono rimasti stagnanti: per le strade è possibile vedere persone che piangono. Sono molto scioccato e solo a vederli anche i miei occhi si appannavano»3.

Nothdurfter giunge in Bolivia il 26 agosto del 1982 dopo aver contattato la Compagnia del Gesù richiedendo di entrare a farne parte. Prima di questa sua decisione c’è stato il diploma di liceo classico e l’aspirazione a diventare prete:

«All’ultimo anno del liceo, in occasione degli esami di maturità, Michael conosce un missionario del seminario teologico di San Giuseppe di Bressanone, e resta così colpito dalla sua figura che decide di seguirne la strada. Quando comunica ai genitori la volontà di farsi prete e diventare missionario, la sorpresa non manca, ma i segni premonitori di una vocazione religiosa erano già stati avvertiti in famiglia»4.

Parte per Londra e segue il primo anno di noviziato al «Mill Hill» per poi approdare a Roosendal, in cui trascorrerà il secondo anno.
Si rende conto di essere in un’isola dorata e quel mondo, l’Occidente, già non gli basta più: vuole stare a contatto con chi ha davvero bisogno del messaggio di Cristo e della sua potenza rivoluzionaria.
Si rende conto di essere fortemente attratto dalla Teologia della Liberazione e dal comunismo: studia gli scritti di Karl Marx, si interessa di quel che accade in America Latina e di quello che i Gesuiti stanno portando avanti nel Continente.
Nel 1982 è a Cochabamba dopo un viaggio di «147 ore fra autobus e treno»5 ma, anche lì, i vestiti sono stretti, metaforicamente parlando:

«La mia opzione politica è un’opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se non una soluzione, per lo meno un compito e una speranza. Per questo motivo non esiste, nel mondo dei lavoratori, un solo gruppo politico che non sia in qualche modo marxista […] il marxismo è la via maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale sistema»6.

Le parole di Michael sono macigni: sta cercando di essere e di porsi come cerniera tra il mondo dell’utopia socialista e quello del cristianesimo agìto, reale, praticato e non clericalizzato in rigide strutture opprimenti.

Seguire l’insegnamento di Cristo significa uscire all’esterno e aprirsi al mondo e non rimanere ancorati alla realtà del noviziato, scrive ancora Michael nell’aprile 1984 da Cochabamba:

«In confronto al “popolo semplice” viviamo in una casa di lusso. […] Con alcuni colleghi abbiamo pensato di modificare l’orario delle lezioni, della preghiera e della celebrazione eucaristica in modo tale da avere la possibilità di fare qualcosa, di parlare con la gente, di condividere i suoi problemi. Questa possibilità ci è stata negata. […] “È come se io non vivessi in Bolivia, ma in un’isola”, pensa uno di loro. Dobbiamo imparare ad amare i poveri. Lo chiamiamo “giocare ad esser poveri”. Al contrario noi non vogliamo giocare, ma vivere a contatto con i poveri in maniera autentica. E questo significa, in maniera molto semplice, condividere la loro vita. […] Se dovessimo arrivare alla conclusione che questa nostra strada nella Compagnia del Gesù non ci può portare laddove noi vorremmo, siamo pronti a cercarla altrove»7

A maggio dello stesso anno scriverà al fratello Othwin di aver abbandonato i Gesuiti.
L’animo di Michael è in continuo fermento e ricerca: si iscrive all’Università Mayor “San Andrés” (Umsa) in cui entra in contatto con i gruppi marxisti (trotskysti, marxisti-leninisti ma anche socialisti e socialdemocratici. La Bolivia è un paese che non trova mai quiete, politicamente e socialmente parlando: sono anni difficili e quel che in Italia abbiamo definito “trasformismo” a fine ‘800, nel paese più povero dell’America Latina rappresenta la normalità.

Scriveva il «Manchester Evening News» nel 1960:

«In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno»8.

Veduta di La Paz dal mirador Killi Killi

Certo, sono passati ventiquattro anni da quando Nothdurfter è arrivato in Bolivia, ma la situazione non pare essere cambiata più di tanto: sono gli anni post golpe di Garcia Meza (1980-1981) in cui viene creata una nuova parola per indicare quel governo. Narcodictadura.

Tutti i presidenti, non militari, succeduti all’ultimo golpe, sono riconducibili al Movimento nazionalista rivoluzionario e al Movimento della sinistra rivoluzionaria ma è un chiaro esempio di “socialist sounding”: le alleanze, pur di conservare il potere ottenuto dalle elezioni, fanno convergere interessi molteplici. Interessi rappresentati anche dai partiti di ex militari e apertamente anticomunisti-socialisti e dichiaratamente fascisti.

Strana idea della rivoluzione, strana idea di sinistra.

Nothdurfter guarda, vive tutto questo ed è esterrefatto: il paese langue, la politica sbandiera una rivoluzione che non vuole iniziare (figurarsi se voglia un giorno portarla a compimento!) e i marxisti sono divisi. Bisogna far qualcosa, pensa Michael.

Inizia la sua esperienza con il teatro popolare nelle «borgate proletarie e nelle zone minerarie» mettendo in scena spettacoli che denunciano ingiustizie sociali e lo sfruttamento delle masse. Insieme a quest’attività, si avvicina sempre di più alle idee di Ernesto Che Guevara: c’è bisogno della rivoluzione. Quella vera, però, quella che si fa con le armi.

Nel novembre 1986, in un’altra lettera ad Othwin, dichiarerà la sua intenzione ma in lingua spagnola:

«D’ora in poi ti scriverò sempre in spagnolo, perché non mi va che la mamma legga le mie lettere dirette a voi. Non potrebbe capire le mie attitudini “estremiste”»9.

Non c’è altro tempo da perdere: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi vedono accrescere sempre di più il loro patrimonio, la sinistra è divisa, la politica strizza l’occhio ai grandi capitalisti e affama il popolo.


«[…] La sinistra boliviana sta vivendo una crisi profonda nella quale nessuno si salva. Per questo motivo  bisogna costruire qualcosa di nuovo. […] Non sarà facile. […] Occorreranno molte ore di discussione, ma soprattutto molti giorni di silenziosi sacrifici, e semplice dedizione, molte vite e molti morti, molte lacrime e molto sdegno, innumerevoli momenti di solitudine politica, di dubbi e debolezza ideologica. Io, però, sono deciso – assieme alla mia organizzazione – per dare tutto ciò che posso dare d me stesso, poco a poco, accelerando ogni giorno il ritmo»10.

E ancora, l’anno successivo:

«Mi trovo più o meno d’accordo con quanto sostiene Lenin in Stato e Rivoluzione in relazione alla necessità di farla finita con lo Stato stesso, che implica violenza rivoluzionaria. O con quanto dice il Che: “Non esiste pratica rivoluzionaria senza lotta armata”. Senza dubbio, però, bisogna contestualizzare. Tatticamente la violenza può essere controproducente, ma dal punto di vista strategico rappresenta una necessità imperiosa»11.

Inizia a militare davvero: aderisce prima ad un partito, poi ad un secondo entrambi marxisti, rivoluzionari e nazionalisti ma nessuno di essi ha quel che fa per lui, che ormai è diventato pienamente boliviano e non è più Michael ma Miguel. Abbandona entrambe le organizzazioni e decide di creare un gruppo insieme ad altri fuoriusciti. È la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Il Muro di Berlino sta già scricchiolando e l’Unione Sovietica è a un passo dalla fine, ma questo, Miguel, ancora non lo sa né vedrà la fine dello stato sovietico.

Passano gli anni, cruciali, 1986 e 1987, dopodiché è rivoluzione: il clima politico (o, per meglio dire: il caos politico) presente in Bolivia favorisce l’inclinazione e l’opzione – per citare Nothdurfter – per la lotta armata.

«Considero un compito principale della mia vita contribuire a condurre una vera rivoluzione in Bolivia e in qualunque altro posto mi tocchi vivere»12.

Il 1989 è l’anno del primo “esproprio proletario” con cui Michael Nothdurfter e il suo gruppo di rivoluzionari, che nel frattempo s’è coagulato attorno a lui.

La prima vera operazione (e anche l’ultima) si chiama operazione Bautizo: si dovrà rapire un pezzo grosso del capitalismo boliviano, uno che ha implicazioni anche con l’economia americana. Il nome ricade su Jorge Lonsdale, presidente di Vascal S.A., azienda concessionaria unica per la distribuzione della Coca-Cola (e bevande del gruppo statunitense) in Bolivia. C’è anche il nome, ora, del gruppo: Comision Nestor Paz Zamora (Cnpz).

Il simbolo della Cnpz [Fonte: Wikipedia]

Il nome scelto non è casuale: Jaime Paz Zamora, presidente boliviano appena eletto, è rappresentante del Movimento della sinistra rivoluzionaria ma per mantenere il controllo dello Stato – e traffici a cui s’è accennato sopra – non ha esitato ad allearsi con i fascisti dell’alleanza nazionalista vicini a Banzer Suarez. Scrive Miguel:

«Nestor è il fratello dell’attuale Presidente della repubblica ed è morto durante un’azione di guerriglia a Teoponte. Nestor è l’opposto di Jaime: il primo era un rivoluzionario e cristiano convinto e come tale si è
comportato sino alla morte. Il secondo si è alleato con l’ex dittatore Hugo Banzer»13.

Poi arriva davvero il colpo: il sequestro riesce e dura mesi senza che la famiglia dell’industriale sia realmente interessata a riavere Lonsdale. Attorno al sequestro e al suo epilogo ci sono un mucchio di cose che non quadrano e che sia il libro di Paolo Cagnan sia i due docufilm prodotti espongono come criticità attorno al fatto. Tra i fatti che non tornano14 ci sono: Lonsdale presenta dei fori da arma da fuoco che non quadrano con le dichiarazioni della polizia, Miguel venne accusato subito (anche perché straniero, dunque elemento ancor più perturbatore del “semplice” fatto di essere un rivoluzionario15) di aver ucciso l’industriale ma senza una prova concreta, non ci sarebbe stata trattativa tra polizia e sequestratori e le forze dell’ordine hanno sparato subito anche di fronte a uomini che si stavano arrendendo e poi… il volto di Miguel, sfigurato dai proiettili «al punto da rendere impossibile l’identificazione attraverso i tratti somatici». Le autorità boliviane «hanno voluto impedire il nascere di un nuovo mito guerrigliero».

Per quanto possa essere crudo e atroce, è l’epilogo di chi aveva, senza troppi mezzi, dichiarato guerra, spinto dall’idealismo e dall’ardore romantico e rivoluzionario ad un nemico più grande, meglio organizzato e, sebbene rappresentante una “democrazia dalle ginocchia fragili”, sicuramente più strutturato della Cnpz. Nel documentario di Pichler, uno dei sopravvissuti agli arresti (tutti venticinquenni, cristiani e comunisti), chiamato in causa dal regista, dirà che Miguel era il più idealista e che dava a tutti una grande forza d’animo (sebbene negli ultimi tempi si sentisse molto isolato16) ma era anche molto impreparato.

«Lo eravamo tutti [molto impreparati]: era una cronaca di una morte annunciata».

Eppure Miguel, in una lettera-testamento ai genitori e alla famiglia, racconta il suo percorso, dalla partenza all’epilogo (senza essere troppo esplicito) ma che restituisce un animo in cerca di giustizia, libertà, equità e solidarietà. Di questo, penso, è bene occuparsi nell’analisi della vita di Nothdurfter e di quanto è accaduto nella vicenda del sequestro Lonsdale: andare alla ricerca, insieme a Miguel, di quanto l’occidente fosse malato allora e di quanto non sia cambiato oggi; di quanto il primo mondo sfrutti, di quanto sia impelagato in una riflessione di giustificazione e autoassoluzione senza la minima autocritica. Non assolvere Miguel per la sua guerra, ma stare dalla parte della sua anima e del suo spirito. Lo spirito di un uomo innamorato della vita a tal punto da voler ingaggiare una lotta senza quartiere contro le ingiustizie che rendono il povero ancor più schiacciato da un capitalismo selvaggio e da una borghesia sfrontata e superba. Talmente innamorato della vita da aver deciso che valesse la pena anche perderla, pur di continuare nella sua lotta.

Tra le strade della regione di Araca. Agosto 2023.

Dalla lettera-testamento, scritta nell’agosto 1990 da Miguel ai suoi genitori:

«[…] So bene che nessuna delle persone con cui convivo potrà mai darmi un diploma o un titolo di studio, ma secondo questa logica Gesù sarebbe diventato un fariseo e non sarebbe mai stato crocefisso. Io non sono Cristo, ma non intendo in alcun modo diventare un fariseo, ce ne sono fin troppi. […] Dopo la guerra fredda
arriva la calda “pax capitalista”, la pace che per noi si chiama “guerra di bassa intensità-alta probabilità”, la pace dei ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di meno. Per l’Est e per l’Ovest “libera economia di mercato” e “stato di diritto”; per il Sud, la guerra e lo scambio di merci, soverchiante e iniquo: il neoliberismo.
La principale questione è l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta dicevano chiaro e tondo: socialismo! Il cosiddetto socialismo reale è, però, in crisi profonda e ora troppi gioiscono per la presunta fine del comunismo. In questa logica, però, non dovrebbe più esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione.

La teologia della liberazione, invece, esiste e non ha nulla a che fare con l’Inquisizione. I movimenti di liberazione dell’America Latina hanno così poco a che vedere con Stalin…

So di non essere stato un buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io faccio ciò che devo fare. Non pretendo che mi comprendiate, ma dovete capire che io agisco secondo coscienza, e che auguro solo il meglio a voi e a tutti gli altri. Avrei preferito tacere, ma credo di esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche col rischio di commettere degli errori».

NOTE

1Luca Bonalumi, Il prete che mirava in alto, p.10, 2016, Edizioni Gruppo Aeper, Torre de’ Roveri (BG).

2Nelle medesime pagine don Emilio, a proposito della stretta sorveglianza delle autorità di polizia nei confronti di don Antonio, accenna alle vicende del libro di Bonalumi scrivendo:  «[…] al posto di controllo, i gendarmi notano al volante un certo padre
Antonio, da tempo sotto stretta sorveglianza per le tante vicende raccontate in questo libro; Riccardo, un volontario italiano ben
conosciuto per i numerosi progetti in atto insieme a uno sconosciuto».

3Da una delle lettere scritte da Michael al fratello Othwin contenuta sia nel libro di Cagnan che nel documentario «Der Pfad des Kriegers» di Andreas Pichler, 2008.

4Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.21, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

5Avendo avuto esperienza diretta dei trasporti e delle strade boliviane, quella di Nothdurfter non è stata un’iperbole.

6Lettera al fratello Othwin scritta a Cochabamba e datata 31 dicembre 1982.
Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.28, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

7Ibidem.

8s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

9Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.42, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

10Ibidem.

11Ibidem.

12Lettera all’amico Ludwig Thalheimer del 6 aprile 1988, citata nel volume di Cagnan.

13Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.80, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

14Cagnan ne elenca sette.

15Nelle sue ultime lettere si definiva “guerriero”.

16«Sento profondamente il silenzio dentro di me, la solitudine imposta dal mio destino [aveva definitivamente rotto con la sua ormai ex fidanzata], questa congiunzione di fattori e circostanze. Mi sono scappate alcune lacrime ma non mi arrendo al mio dolore. Il guerriero non può evitare la sofferenza ma non si lascia mai sopraffare da essa». 18 agosto 1990.

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Stati uniti d’Europa: “matrioska” radicale, libdem e centrista

Posted on 2024/04/05 by carmocippinelli

L’ossessione elettorale radicale per gli Stati Uniti d’Europa.

Nonostante le dichiarazioni incrociate, la lista “Stati Uniti d’Europa” pare ci sia. Senza Carlo Calenda (Azione) ma con Matteo Renzi (Italia Viva), Enzo Maraio (segretario del Partito socialista italiano), Volt (ma ancora non è detta l’ultima parola) e Andrea Marcucci (presidente di LibDem).
«Il nostro progetto è attrattivo», ha dichiarato Matteo Renzi nella giornata di ieri [4 aprile 2024], «Per ogni parlamentare europeo che prendiamo noi, un posto in meno per i candidati Meloni, Salvini, Conte, Schlein». Sul pronome noi c’è da intendersi: probabilmente il segretario di Italia Viva ignora (consapevolmente) il fatto che gli eventuali deputati eletti dalla lista siederanno senza una direzione unitaria e le direzioni in cui si muoverebbero sono già molteplici. Così come lo ignorerebbe anche Emma Bonino: «Ho lanciato la lista per gli Stati uniti d’Europa – ha dichiarato a «SkyTg24» il 3 aprile [2024] perché tenga insieme tutti i gruppi liberali europeisti, federalisti anche per condizionare le prossime scelte del parlamento e delle istituzioni europee». Bonino ha poi concluso: «Calenda ha scelto di tirarsi fuori per motivi che non so e che non mi interessano. Mi pare un grande errore».

A ciascuno il suo (seggio)
Al momento, dato Volt deciderà di partecipare o meno alla lista soltanto sabato 6 aprile, gli eventuali europarlamentari che dovessero risultare eletti a Bruxelles/Strasburgo andrebbero in gruppi diversi e spesso non alleati tra loro, come già accennato.
Il Partito socialista italiano
è fondatore e membro del Partito socialista europeo (Pse/S&D), ovvero il gruppo in cui è presente anche il Partito democratico, organizzazione ormai non amica di Matteo Renzi (e di altri esponenti della lista di scopo).
Italia Viva e la parte radicale di +Europa andrebbero a sedersi tra i banchi di Renew Europe ma Radicali Italiani ha il suo riferimento nell’Alde Party mentre Italia Viva al momento ha un solo eletto (Nicola Danti) vicepresidente del gruppo ma in quota Pde (Partito democratico europeo [1], l’organizzazione nata nel 2004 dalla cooperazione e azione congiunta di Francesco Rutelli e François Bayrou).
Della medesima collocazione di Danti-IV c’è la componente L’italia c’è (autodefinitasi “lista civica nazionale”) ex Italia in comune: la corrente di Pizzarotti aveva anche esplicitato la propria collocazione alla scorsa tornata elettorale europea nel simbolo comune di +Europa.
L’organizzazione di Marcucci (LibDem), infine, ha anch’essa come riferimento l’Alde party, ma tra i fondatori del progetto liberal democratico c’è anche Sandro Gozi, rappresentante del Pde ed eletto in Francia nel 2019 nella lista Renaissance.

Partiti contenitori
Uno schieramento, quello della lista Stati uniti d’Europa, che assomiglia sempre di più alla disposizione in campo della Longobarda allenata da Oronzo Canà (integerrimo sostenitore, nonché inventore, del 5-5-5). Ma la «confusione generale», pure citata da Canà ai giocatori al momento dell’illustrazione del modulo, si potrebbe spiegare andando a chiarire un equivoco di fondo: Emma Bonino, Riccardo Magi, Federico Pizzarotti, Benedetto della Vedova e altri esponenti di primo piano di +Europa non fanno parte di un unico partito quanto, piuttosto, di un progetto comune che unisce realtà ex montiane (della Vedova venne eletto con Scelta Civica e ne fu uno dei maggiori sostenitori), ex grilline (Pizzarotti), liberali e radicali. Stati uniti d’Europa verrebbe ad essere il risultato di un accordo tra organizzazioni a loro volta contenitori di altre realtà più o meno rappresentate a livello nazionale e regionale.
Una matrioska liberal-radicale. Un brodo primordiale che fa invidia solo alla galassia della sinistra radicale, socialista e comunista.
Tanto più che i radicali, a partire dal 2015, sono letteralmente esplosi in varie correnti spesso non alleate tra loro (allora le due macro categorie di collocazione erano Radicali italiani e il Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito – Prntt). Il nome stesso della lista è un riferimento ideale oggetto di contese tra le due porzioni più rilevanti del mondo radicale.

«Fantasia e rigore»
Il 24 marzo 1987 il Partito Radicale aveva indetto un convegno a Roma intitolato “Stati uniti d’Europa subito” in cui Marco Pannella dichiarò che l’allora Comunità economica europea avrebbe dovuto avere «un pizzico di follia». Il «Corriere della Sera», nella breve dedicata all’assemblea radicale, aveva raccolto la dichiarazione del fondatore del Pr: «la gente vuole l’Europa subito e occorre rigore e intransigenza per ottenere l’obiettivo». Una volta entrati nel nuovo millennio, fu la volta della rivista «Quaderni radicali» (diretta da Giuseppe Geppi Rippa) a promuovere un numero monografico sul tema, eccezionalmente diffuso in edicola insieme al quotidiano «Il Riformista» (l’allora direttore era Antonio Polito, che si smarcò subito sostenendo che le opinioni espresse dalla rivista non erano le medesime del quotidiano). «Fantasia e rigore sono sinonimi», disse allora Pannella.
La campagna pro Stati uniti europei divampò nelle proposte radicali attraverso la presentazione elettorale di simboli il cui bordo rappresentava la bandiera dei paesi aderenti all’ex Cee. Nel 2009, quando un gruppo di radicali venne eletto nelle fila del Pd alle politiche, i dirigenti della lista “Bonino-Pannella” fecero campagna elettorale con la Stella di David sul bavero della giacca e alle spalle lo slogan “Stati uniti d’Europa subito!“. Gli stessi sentimenti animarono il congresso del 2016 del Pnrtt (tenutosi al carcere di Rebibbia) e anche la querelle che nel 2018 e 2019 divampò a seguito dell’iniziativa degli allora vertici della Lista Pannella, del Prntt e del Psi per l’ipotesi di strutturazione del progetto di lista comune “Stati uniti d’Europa“. In quella fase l’ex tesoriere di Radicali italiani Valerio Federico aveva dichiarato che il progetto della lista era stato evocato «allo scopo di danneggiare Radicali italiani e la lista +Europa». La storia di quella lista fu tormentata (corsi e ricorsi storici?) e qui non la rievocheremo interamente: Maurizio Turco depositò il simbolo al Viminale – come raccontava in quei giorni il docente Gabriele Maestri – ma la cosa non ebbe seguito. Anche se, stando alle rivelazioni del prof. Maestri, la questione non fu indolore:

«[…] quello tra Psi e Lista Marco Pannella non era un semplice rapporto ma un vero e proprio accordo formalizzato in un atto costitutivo di una vera associazione, denominata Stati Uniti d’Europa, volta a “presentare un proprio simbolo e liste di candidati in ogni tipo di elezioni a partire dalle prime elezioni che si terranno dopo la sua costituzione”: l’atto, molto simile nel contenuto a quello che costituì nel 2006 l’associazione La Rosa nel Pugno, è stato rogato da un notaio il 24 ottobre 2018 e lo hanno sottoscritto, oltre a due figure legate alla Lista Pannella, il segretario e il tesoriere del Psi in carica fino al congresso. “Il Partito socialista italiano – ha dichiarato il presidente della Lista Pannella, Maurizio Turco – ha stracciato l’accordo politico (notarile) con la Lista Marco Pannella per la presentazione della lista Stati Uniti d’Europa, accordo che aveva raccolto il 75% dei favori degli iscritti al Psi».

Il battage ideologico continua, la lista verrà presentata ma non dalla medesima parte radicale che ne aveva strutturato l’associazione. E chissà che il simbolo, pur provvisorio, non venga contestato dalla parte del Prntt.

Pubblicato su Atlante Editoriale

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Europee, cambiano le regole: partiti nel caos

Posted on 2024/04/02 by carmocippinelli

Foto di Christian Lue su Unsplash

Nasce la lista centrista “Stati Uniti d’Europa” ma si rischia già lo strappo con Volt e una parte di +Europa. Disputa sul simbolo tra la lista “Pace terra dignità” (lista Santoro) e i Verdi/Grüne del SudTirolo.

Mancano poco più di tre mesi alle elezioni europee: si terranno l’8 e il 9 giugno [2024] contemporaneamente in tutti i paesi dell’Unione. In Italia il Governo Meloni ha appena cambiato le regole per la presentazione delle liste: le organizzazioni politiche si stanno adeguando alla normativa, non sensa difficoltà.

Cambiano le regole ma in cosa consistono le modifiche?
Il Governo ha modificato la normativa che regola la partecipazione elettorale dei partiti e delle liste attraverso la conversione in legge del decreto 7/2024. Il Governo era partito in gennaio con la volontà di proporre alle Camere un testo già blindato nei fatti, a cui poi si sono aggiunti degli emendamenti in Aula. Tra le varie modifiche ce ne sono due tra le più rilevanti tra cui: la questione della raccolta firme per la presentazione di una lista e il voto – in via sperimentale – ai fuori sede. Riguardo la questione firme, in questo caso attorno all’esenzione della raccolta, potrà avvenire solo per la lista o il partito «che che abbia ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo – ed in una delle circoscrizioni italiane». Alle scorse europee [2019], mancando la specificazione delle circoscrizioni italiane, riuscirono a presentarsi senza raccogliere le firme anche le liste del Partito Pirata, della lista “La sinistra” (Rifondazione-SinistraEuropea e Sinistra Italiana) e del Popolo della famiglia di Massimo Adinolfi.

Proprio Rifondazione, sebbene fondatrice del Partito della Sinistra Europea, quest’ultimo rappresentato a Bruxelles/Strasburgo, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica riguardo, sostengono dal Prc, la palese incostituzionalità del decreto convertito in legge.

Sul voto ai fuori sede la normativa ora stabilisce che gli studenti fuori sede possono votare «nel luogo di domicilio, con esclusivo riferimento alle elezioni europee del 2024» ma è valida solo per «gli elettori che sono temporaneamente domiciliati» da «almeno tre mesi in un comune italiano situato in una regione diversa da quella di residenza». L’aporia della norma sta nel fatto che si voterà sia per il rinnovo del Parlamento europeo, sia per il rinnovo dei consigli in alcune regioni.
Dunque il fuori sede dovrà comunque recarsi là dov’è residente per poter votare anche alle regionali.

E i partiti? L’incontro-scontro al centro
Ventiquattro ore prima delle festività pasquali, è giunto in porto il progetto della lista denominata Stati Uniti d’Europa (SuE). L’area centrista liberal-democratica e radicale ha trovato un accordo attorno al nome della lista, nonché attorno ai maggiori sostenitori e rappresentanti di SuE cioè +Europa (dunque Radicali italiani e Italia in Comune), Italia Viva di Matteo Renzi, Libdem di Andrea Marcucci e il Psi di Enzo Maraio (che non è il nPsi, pur avendo oltre al garofano il medesimo font in comune).
Non ci sarebbero ancora le ufficialità di Volt (il partito politico paneuropeo) e della Nuova Dc siciliana ma il simbolo che è circolato nei giorni di Pasqua vede anche “la pulce” della prima organizzazione citata, che scioglierà la riserva solo il 6 aprile.

L’accordo, quindi, c’è. Cioè: ci sarebbe, pur nell’alveo di una «lista di scopo». Come da migliore tradizione radicale. Ci sarebbe, dicevamo. Il condizionale è d’obbligo e nonostante Emma Bonino in un suo articolo pubblicato su «La Stampa» del 15 dicembre [2023] avesse lanciato – calcisticamente parlando – la palla in tribuna per poter dare il via al percorso di costituzione del progetto, la lista soffrirebbe già di dissidi interni.
Si potrebbe ridurre il tutto ad un equivoco di fondo: +Europa, sebbene abbia trainato la creazione della lista, non è un partito unitario quanto più una sorta di coordinamento liberal-democratico di varie componenti, tra cui quella capitanata da Benedetto della Vedova, quella di Radicali italiani e quella afferente ad Italia in Comune. Federico Pizzarotti fa parte di quest’ultima: da presidente di +Europa ha affidato a X (ex Twitter) la polemica interna, prima riguardo la candidatura di «Marco Zambuto (genero di Totò Cuffaro)» ma anche attorno al simbolo che «non era mai stato condiviso in nessun organo: io non lo avevo mai visto». Chissà che il vento di Calenda, unico escluso dal mal assortito rassemblement centrista, non riesca a soffiare dalle parti di Federico Pizzarotti e spaccare il “fronte” appena nato.

Sinistra: la “lista Santoro” copia i Verdi/Grüne altoatesini?
La lista promossa dal giornalista Michele Santoro, dal professore Raniero La Valle e dall’influencer (ex Fronte della gioventù comunista) Benedetta Sabene, “Pace, terra, dignità”, non dovrà confrontarsi soltanto con la raccolta delle firme, ma anche con la legge. I Verdi del SudTirolo si sono rivolti ad un legale che ha inviato una lettera di diffida a Michele Santoro e a Rifondazione comunista (promotrice della lista), come rivela il docente Gabriele Maestri sul suo blog. Santoro ha, ad ogni modo, ribadito le ragioni della lista affidandosi anch’egli ad un avvocato ed ora è, letteralmente, battaglia sui simboli.

La risacca dei partiti personali
Il dato che emerge fino ad ora è quello dello spazio politico occupato dal “centro” che, a quanto pare, si sta facendo sempre più asfittico. Non più di due lustri fa se la pubblica opinione avesse assistito ad una veemente querelle come quella in essere da mesi (per non dire anni) tra i leader dei vari partiti lib-dem, moderati e radicali ma nell’area politica della sinistra radicale, avrebbe derubricato i dibattiti alla voce “litigiosità” del vocabolario. Proverbiale quella della sinistra, se di mezzo ci sono anche i comunisti o socialisti, poi, non se ne parli neanche. Non prima di aver trattato il tutto con distacco e una punta di disprezzo. Ma ormai l’opinione pubblica è assuefatta ai partiti personali e alle loro dispute, nonché al loro orizzonte elettorale e di brevissimo periodo: la politica, pur lontanissima, è preda di dibattiti su X e a colpi di post. Di sostanza ce n’è poca e c’è da cercarla con la lanterna accesa nel buio.
Come Diogene di Sinope: lui cercava l’uomo, qui cerchiamo la politica.

 

Pubblicato su Atlante Editoriale 

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È l’una di notte e tutto va MES

Posted on 2023/12/13 by carmocippinelli

Le modifiche al Meccanismo europeo di stabilità sono state ratificate. 

Il Senato approva la risoluzione di maggioranza con 104 voti favorevoli. Stando alla stampa, però, le modifiche non sono state all’ordine del dibattito quanto piuttosto la querelle a distanza che si è innescata tra Meloni e Conte.

La prima rimprovera al secondo di aver ratificato le modifiche al meccanismo europeo di stabilità quando l’esecutivo guidato dall’attuale Presidente del Movimento 5 Stelle si era già dimesso. Il giorno dopo le dimissioni arrivò la firma che dava il placet di approvazione riguardo le modifiche del Mes; ovvero «quando era in carica per i soli affari correnti», ha tuonato la Presidente Meloni nel corso dell’intervento alla Camera dei Deputati. Al Senato, invece, ha mostrato il fax di Di Maio, allora componente del Governo. Un’accusa – parrebbe di capire – significativamente grave: un colpo di mano a porte chiuse.

Ma il voto in Parlamento ci fu due mesi prima e, anzi, nel corso della seduta della Camera del 2 dicembre 2019 l’allora presidente Conte diceva: 

«Il nuovo trattato non solo evita pericolosi automatismi ma introduce anche il common backstop, che garantisce risorse addizionali per gli interventi del Fondo di risoluzione unico previsto dal Meccanismo di risoluzione unico, rendendo più robusto il supporto in caso di crisi bancarie».

Praticamente la posizione sostenuta – sfumature a parte – dal Presidente di Forza Italia (nonché vice di Meloni) Antonio Tajani.

Chiarezza sul Mes

A metà tra il fax di Luigi di Maio e la polemica tra Camera e Senato del 12 e 13 dicembre, c’è sempre il mare dei fatti; o, comunque, delle posizioni e della concretezza materiale delle cose. Nell’epoca post ideologica (che in realtà ne ammette una sola, quella del mercato) in cui il dibattito politico non è ancorato ad altro, se non ad immanenze di cui sempre meno si conoscono contenuti e risvolti (come è successo e sta succedendo sul Piano nazionale di ripresa e resilienza), c’è il rischio che il discorso sul Mes (e sul Patto di stabilità) rischi di essere tutt’altro che concreto; come invece è. E un riavvolgimento del nastro è più che necessario.

Nel 2012 la sezione italiana dell’«International business times» parlava dell’inizio di una possibile «dittatura europea». Quello che viene definito semplicisticamente come fondo salva Stati, in realtà è una organizzazione intergovernativa: «regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo […] che emette strumenti di debito per finanziare prestiti e altre forme di assistenza finanziaria» oltre a concedere «prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico», «acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari», «fornire assistenza finanziaria sotto forma di linee di credito» e «finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie tramite prestiti ai governi dei suoi Stati membri». Il principio del curare la malattia con altra malattia: cercare di risolvere il debito facendo altro debito. Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito ebbe a definire il Mes come «l’esempio più chiaro, accecante, della degenerazione dell’Unione Europea» [1].

Una degenerazione rappresentata dal fatto che il primo trattato con cui si ratificò il Mes sancì la nascita di un’organizzazione che si fa fatica a definire democratica. Secondo Alessandro Volpi di «Altreconomia» la riforma che l’Italia ha aspettato a ratificare con i passaggi alle Camere da parte della Presidente Meloni non sarebbe piccola: «riguarda la modifica del trattato originario che serve a far salire il valore delle banche». Quindi solo a vantaggio delle «quotazioni bancarie». Affermazioni che ricordano quelle che ebbe a dire l’ex Primo Ministro Massimo d’Alema durante il momento più cupo della crisi greca secondo cui la popolazione locale non avrebbe beneficiato degli aiuti europei, eccezion fatta per gli istituti bancari del paese: «di questi soldi i greci non sentiranno neanche l’odore: questo meccanismo non può durare a lungo».

La strategia di Meloni
Se perfino dalle parti del quotidiano francese «Le Monde» giorni fa ci si è accorti che la Presidente del Consiglio goda di enorme popolarità, pur procedendo esattamente al contrario di quanto aveva sostenuto in campagna elettorale, ci deve essere qualcosa che non va. Tanto nel Paese quanto nella maggioranza di Governo. Lo spirito dei referendum targati Fratelli d’Italia per «uscire dall’Euro» (così come della proposta di legge per l’Italexit) è stato sepolto da tempo, sostituito dalla politica di realtà e dalla necessità di non turbare la Commissione Europea. Oppure non c’è niente di strano e quel quid che “non va” è semplicemente il riflesso di un paese sempre più sfibrato che ha introiettato il dualismo tra l’azione propagandistica e l’ammissione della sottomissione politica in sede europea. E chissà che la «madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia» non faccia leva proprio su questo progressivo lacerarsi per poter riuscire là dove altri non hanno potuto nemmeno avvicinarsi.

[1] Maurizio Turco, Stati Uniti d’Europa. Adesso!, «la nuova liberazione», giugno 2018, Roma, <https://www.partitoradicale.it/wp-content/uploads/2018/06/NuovaLiberazione-1.pdf>.

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Salario minimo, cosa sta succedendo? – Atlante Editoriale

Posted on 2023/12/07 by carmocippinelli

Arriva il niet della Camera dei Deputati sulla proposta riguardo al salario minimo presentata dalle opposizioni. Ora spetterà al Senato della Repubblica esaminare il testo della legge delega del Governo, approvata ieri alla Camera con 153 voti a favore.
Le opposizioni parlamentari in Aula hanno contestato l’iniziativa dell’esecutivo e della proposta di legge delega di Rizzetto (Fdi) ed altri (tra cui l’ex eurodeputato Battilocchio) approvata in commissione il 28 novembre [2023]. Il Presidente della Camera, sospesa la seduta per una manciata di minuti a causa delle proteste rivolte al Governo dai deputati dei gruppi del Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra italiana e Partito democratico, ha poi proseguito con i lavori decretando il risultato della votazione.

D’altra parte il compito di Conte, Schlein e Fratoianni sarebbe stato particolarmente arduo da portare avanti: la commissione lavoro aveva fatto sì che la proposta delle opposizioni fosse snaturata nei fatti; la strategia degli emendamenti prodotti da Pd, M5S e Verdi-Si non ha sortito l’effetto sperato – né avrebbe potuto riuscire in alcun modo, stante l’equilibrio parlamentare.

Lo strappo
Già nella giornata di martedì il Governo aveva annunciato che non avrebbe discusso la proposta delle opposizioni circa il salario minimo orario fissato a 9€ lordi. Cifra attorno alla quale le opposizioni discutevano da mesi: solo a seguito di un intenso labor limæ, i tre gruppi maggiori (M5S, Pd, Verdi-Si) sono riusciti ad accordarsi a riguardo. «Come soglia minima, la proposta di legge sanciva i 9€ lordi l’ora», ha spiegato a «Radio Radicale» la deputata Valentina Barzotti (M5S) che ha aggiunto: «in sinergia con la contrattazione collettiva avrebbe potuto prevedere trattamenti di miglior favore».

Di parere opposto la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni che ha dichiarato la propria contrarietà alla proposta di legge delle opposizioni in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica «Rtl». Meloni ha ribadito la consonanza con il parere espresso dal Cnel e dal suo presidente (Renato Brunetta) attorno alla proposta dei 9€ contestando anche parte del mondo sindacale, riferendosi – con tutta evidenza – alle organizzazioni confederali: «vanno in piazza a rivendicare la bontà del salario minimo, ma quando vanno a firmare i contratti collettivi accettano contratti da poco da più di 5€ l’ora, come accaduto di recente con il contratto della sicurezza privata».

Cosa stabilisce la legge delega?

Il testo
consta di due deleghe al Governo e non prevede un riferimento chiaro ad una retribuzione (punto su cui si fondava la contrarietà delle opposizioni) limitandosi all’espressione: «assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi». In che modo? Contrastando «il lavoro sottopagato anche in relazione a specifici modelli organizzativi del lavoro e a specifiche categorie di lavoratori» e «il cosiddetto dumping salariale», ovvero la concorrenza sleale del “gioco al ribasso” nonché estendendo «i trattamenti economici complessivi minimi dei contratti collettivi nazionali di lavoro […] ai gruppi di lavoratori non coperti da contrattazione collettiva, applicando agli stessi il contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria di lavoratori più affine».

La proposta di legge di iniziativa popolare «non meno di 10€»

Se nell’Aula si discuteva dei 9€ e, conseguentemente, si votava la delega, fuori dalle istituzioni il dibattito correva su un altro binario. Il 29 novembre, ovvero il giorno seguente l’approvazione della delega in commissione lavoro, Unione popolare e Rifondazione comunista depositavano in Senato una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da 70mila firme che chiedeva l’istituzione di un salario minimo di 10€ lordi l’ora. Una misura che, stando alle parole di Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista), rilasciate al «manifesto» in quei giorni, sarebbe stata una «misura coerente di lotta contro il lavoro povero e sottopagato che ci sembra più seria di quella avanzata dalle opposizioni parlamentari nel dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione».

«Contratti collettivi? Una foglia di fico».

Nel corso delle audizioni in commissione lavoro, i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno spesso fatto riferimento alla mancata applicazione dei contratti collettivi nazionali in determinati settori (tessile, ristorazione, ricettivo). Secondo Stefano d’Errico, segretario nazionale del sindacato Unicobas, raggiunto da «Atlante» la questione: «è la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’attuale maggioranza». «L’applicazione del contratto collettivo non risolve la situazione sia perché ci sono dei “contratti pirata” firmati da organizzazioni sindacali di comodo (sindacati gialli), sia perché – purtroppo – anche le organizzazioni sindacali confederali (Cgil, Cisl, uil) hanno sottoscritto almeno 25 contratti nazionali in cui la paga oraria è inferiore a 9€», ha dichiarato D’Errico.
«Siamo a favore del salario minimo – ha proseguito – perché ci sono 3 milioni di lavoratori che fanno la fame (spesso lavorando a volte più di otto ore al giorno), ma anche per l’introduzione della “scala mobile” che recuperi almeno l’inflazione dichiarata. E ci sembra ridicolo anche solo il dichiarare – come pure hanno fatto esponenti della maggioranza – che attraverso un provvedimento del genere si possano abbassare i salari alti».

«C’è una grande ipocrisia attorno al salario minimo, soprattutto da parte governativa: in tutti i paesi dell’UE è presente una legge a riguardo e la cifra oraria oscilla tra gli 11€ e i 12€ lordi. Un’ipocrisia che notiamo anche tra le fila delle organizzazioni sindacali le quali, spesso, sono state talmente compiacenti con la Confindustria e col padronato da aver sottoscritto “contratti di rapina”».

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/cosa-sta-succedendo-riguardo-al-salario-minimo

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Il premierato di Meloni: a gamba tesa sulla Costituzione

Posted on 2023/11/07 by carmocippinelli

Venerdì scorso [3 novembre] il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge di riforma costituzionale su proposta del Primo ministro Giorgia Meloni e della Ministro per le riforme costituzionali e semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Il disegno di legge in questione riguarda l’elezione diretta del presidente del consiglio dei ministri, cioè quello che in altri paesi si chiama premier. Una proposta di riforma della Costituzione, in poche parole.

Una doverosa precisazione semantico-ideologica

La stampa italiana da almeno un decennio si riferisce (ormai diventata consuetudine) al Presidente del consiglio dei ministri con il nome di premier: non se ne conosce la ragione, in ogni caso sono due espressioni che fanno riferimento a forme di governo differenti. Non è un problema (solo) di nomi ma di poteri. Il fatto che il termine premier sia utilizzato con disinvoltura dalla stampa italiana in favore della locuzione “Presidente del consiglio dei ministri” rappresenta di per sé un fatto assai grave, considerando anche il fatto che da parte politica si fa riferimento da sempre più tempo alla dicotomia “governi eletti dal popolo” e “governi non eletti dal popolo”. I governi tecnicamente non sono votati da nessuno in Italia. Nella Costituzione, per fare un esempio, il termine premier non viene riportato da nessuna parte, né è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier). Benedetto (detto Bettino) Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con il PSI ben lontano dal 15%. Altroché “stabilità il giorno dopo delle elezioni”. 

Il “premierato” di Meloni
Cinque articoli in tutto per il disegno di legge (ddl) del Governo, stando al comunicato pubblicato al termine del consiglio dei ministri. La riforma costituzionale:

«ha l’obiettivo di rafforzare la stabilità dei Governi, consentendo l’attuazione di indirizzi politici di medio-lungo periodo; consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione; favorire la coesione degli schieramenti elettorali; evitare il transfughismo e il trasformismo parlamentare».

Cioè?

Vale a dire che il ddl prevederebbe: l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri; l’elezione contestuale del presidente e del Parlamento; una nuova legge elettorale – per forza di cose, verrebbe da dire – che assicurerebbe un premio di maggioranza assegnato su base nazionale del 55% dei seggi al partito o alla coalizione di partiti collegati al presidente del consiglio; abolizione, infine, dei senatori a vita. Riappare un premio di maggioranza consistente. Non è specificato, né è stato ribadito in altre sedi, se l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri debba avvenire in un turno o se è previsto un ballottaggio. Nel caso in cui l’eventuale ballottaggio venga preso in considerazione dal Governo, si assisterebbe al ritorno della proposta di riforma Renzi che l’allora Presidente del consiglio aveva denominato “sindaco d’Italia”.

Numeri o referendum

Per riformare la Costituzione o approvare una legge costituzionale serve la maggioranza assoluta delle due Camere, comunque è necessaria la procedura prevista dall’articolo 138. L’articolo stabilisce che la riforma può essere sottoposta al referendum popolare, quello in cui incappò Renzi tempo fa. Quando disse che avrebbe lasciato la politica qualora avesse perso la tornata referendaria. Eppure la Presidente del consiglio ha definito il disegno di legge licenziato dal consiglio dei ministri la «madre di tutte le riforme che si possono far e in Italia». Anzi, ha detto di più: «Negli ultimi 20 anni in Italia abbiamo avuto 9 presidenti del consiglio con 12 governi diversi; in Francia 4 presidenti della Repubblica, in Germania 3 cancellieri. Nello stesso periodo di tempo Francia e Germania sono cresciute più del 20%, l’Italia meno del 4%». Il “protocollo è chiaro”. La colpa dell’arretratezza italiana non sta nella mancanza di una classe dirigente (trasversalmente parlando), di partiti ormai diventati comitati elettorali permanenti, di politiche strutturali e di dibattito pubblico su modelli di sviluppo e visione del mondo. La colpa è da rintracciare nella forma di Governo: con il premierato ci aspetterà un futuro roseo. Parola di Meloni.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale

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L’annus horribilis della democrazia israeliana

Posted on 2023/10/12 by carmocippinelli

Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele dal 2009 quasi
ininterrottamente, a seguito dell’attacco palestinese ha dichiarato lo
stato di guerra e che l’esercito del paese (Tsahal) agirà con tutto il
potere necessario per far fronte alla situazione che si è venuta a
creare.
La realpolitik in questo caso è spietata: il
Primo Ministro tenterà – è facile supporlo – di recuperare terreno
nell’opinione pubblica e nella società israeliana dato che dalla
rielezione dello scorso anno, dopo la nascita di quello che la stampa
internazionale ha definito essere il governo più a destra della storia
di Israele, ha subito varie e imponenti contestazioni. Il
consenso è sceso a livelli piuttosto bassi e la società tutta si è
mobilitata contro di lui a partire dall’inizio dell’anno, quando il
contestato progetto di riforma del sistema giudiziario ha iniziato ad
essere discusso in Parlamento
(Knesset).

È bene riavvolgere il nastro e tornare al mese di febbraio, quando la
protesta approda anche nelle istituzioni: il Parlamento era chiamato a
dibattere attorno al pacchetto di leggi sulla giustizia. La revisione
del sistema giudiziario, che ha mobilitato le proteste per 29 sabati
consecutivi e portato 70mila persone in piazza pacificamente a Tel Aviv,
che ha fatto incrociare le braccia a gran parte dei settori produttivi
della società israeliana, era un punto centrale dell’iniziativa politica
del Primo Ministro. Se in Italia Giuliano Ferrara su «Il Foglio»
scriveva come non fosse tutto illogico nella riforma di Netanyahu,
dall’altra parte della Manica il «Guardian» avvertiva che le proposte di
legge approvate nella commissione parlamentare per la Costituzione la
legge e la giustizia avrebbero avuto due risvolti: la prima
quella del maggiore controllo da parte politica sulla nomina dei giudici
della Corte suprema. L’altra avrebbe consentito a una maggioranza
semplice della Knesset di annullare quasi tutte le sentenze della Corte
stessa.

È bene ricordare che lo Stato di Israele non possiede una Costituzione
scritta ma solo un insieme di Leggi fondamentali. Le problematiche
conseguenti sono facilmente intuibili dal lettore.

Se la piazza ribolliva, il parlamento non era da meno: l’opposizione
arabo-israeliana della sinistra comunista riunita nel gruppo
Hadash-Ta’al denunciava quello che sarebbe stato lo stato di Israele con
l’approvazione della Legge
. In una seduta del 5 febbraio 2023
al deputato Ofer Cassif è stato impedito non solo di continuare a
parlare dalla vicepresidente della Camera Nissim Vattori (Likud) ma è
stato anche allontanato con la forza. Le opinioni contrarie non erano
ben accette, con tutta evidenza. Così come non lo erano nemmeno
all’interno della maggioranza. Fiamma Nirenstein sul «Giornale» in
quella fase ha dato conto della cacciata del ministro della Difesa
Gallant che si era espresso pubblicamente contro quell’insieme di leggi.
Gallant lo sosteneva da destra, eppure a Netanyahu non è bastato il
rapporto personale che aveva con l’ex ministro per poter interrompere
quello politico.

La legge fondamentale voluta da Netanyahu è stata in parte
rimodulata e in parte ritirata ma la prima sezione è stata approvata in
luglio e l’estate appena trascorsa è diventata decisamente rovente.

La ‘clausola di ragionevolezza’ della Legge riguardo i provvedimenti
dei governi che favorirebbero comportamenti distorti (corruzione),
nepotismo e scelta di persone con gravi precedenti penali per l’incarico
di ministro è all’esame della Corte Suprema, così come gli svariati
ricorsi giunti sul tavolo dei giudici. Lo scontro tra poteri non è fatto secondario: in discussione è il fondamento della democrazia liberale in sé.
Potere esecutivo contro potere giudiziario, nonché la primazia di uno
sull’altro. Non un affare da poco, per quella che in occidente è
“l’unica democrazia della regione mediorientale”.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/lannus-horribilis-della-democrazia-israeliana/

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Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale

Posted on 2023/10/06 by carmocippinelli

La
raffinatezza architettonica non è quel che si direbbe un tratto
distintivo delle città boliviane: le abitazioni sono
spesso
incomplete e la gran parte (se non la totalità) d
ei
palazzi
,
delle
case,

dei
condomini e
degli
isolati sono lasciati a mattoni vivi. Ne deriva un colpo d’occhio
completamente uniforme,
che
ci si trovi nella città di La Paz, El Alto, Viacha e via dicendo.
Poche
tipologie di edifici sfuggono all’uniformità del
la

‘
dittatura
del
foratino’:
ospedali (dunque
ambulatori/centri
di salute, unità di pronto soccorso locale), scuole e palazzi
governativi.

Scuole
e ospedali sono tra gli edifici più curati non solo nelle grandi
città ma soprattutto nelle
piccole
cittadine e nelle lontane
comunità
montane,
anche
tra le
più
distanti dalla capitale: sono gli unici stabili ad essere stati
progettati diversamente dal resto delle urbanizzazioni circostanti,
nonché ad essere stati curati anche nei dettagli. Facezie a cui
spesso il costruttore boliviano non bada.

A
El Alto, nella zona di urbanizzazione chiamata “Villa Adela”,
persistono (o sarebbe meglio utilizzare il termine “resistono”)
due strutture sanitarie statali: il laboratorio di analisi (con anche
un piccolo centro di salute) e il policlinico. Entrambi prendono il
nome dalla zon
a
in cui sono collocati. Villa Adela è quel che si potrebbe definire
“quartiere”, se si dovesse comparare El Alto alle città italiane
od europee, tuttavia il paragone risulterebbe maledettamente forzato,
oltreché improprio. Nella diseguaglianza generale, a metà tra
edifici mezzo costruiti e mezzo abitati, tra strade asfaltate che
cedono immediatamente il passo a vie completamente sterrate, alle
spalle della centrale “Plaza de la Cruz”, sorge un piccolo
“centro di salute” privato chiamato “Jesus obrero” (Gesù
operaio).

[“Feliz
sani
dad”]
Centro di salute e livelli di assistenza
.

La
traduzione dell’espressione castigliana “centro de salud”
letteralmente e teoricamente sarebbe “centro di salute” e vale
tanto per le strutture private quanto per quelle statali.
Stiamo
parlando di
quel
che in Italia potrebbe essere

un centro di prima assistenza
(un
centro ambulatoriale, sia perdonata l’espressione impropria)

per
i

pazienti che vi si recano ma il “Jesus obrero” in particolare
possiede anche piccoli ambulatori interni per il ricovero di un
numero pur limitato di
persone,
un pronto soccorso e un centro di cure palliative.

Cercare
di comprendere una realtà così distante come quella boliviana
impone un distacco piuttosto imponente da parte del lettore riguardo
la situazione della sanità italiana.

La
presidenz
a
di Evo Morales (la prima
nello
specifico
)
ha tentato di portare la sanità boliviana ad un livello che fosse il
più vicino al bisogno della popolazione cittadina, specie in
situazione di rapido ed esteso sviluppo delle realtà urbane attorno
a La Paz.
Ad
esempio
El
Alto ha superato la popolazione della prima capitale boliviana
in
neanche trenta anni di vita

andando oltre il
mezzo
milione

e
provocando conseguentemente un graduale spopolamento di La Paz.

Ma
potenza e atto divergono terribilmente,
tanto
in ambito filosofico quanto legislativo-politico,
e
nonostante lo sforzo governativo negli anni la questione dell’accesso
alle cure rimane una tra le grandi diseguaglianze della Bolivia.

Livelli
di assistenza e di intervento
«Il
sistema della sanità boliviana è articolato su livelli, dunque
esiste un primo, un secondo e un terzo livello»

per quel che riguarda la struttura sanitaria nonché l’intervento
nell’ambito del contesto sociale in cui è inserita. A parlare è
il Dottor Javier Muñoz,
nato
a Bilbao
,
responsabile del centro di cure palliative del centro “Jesus
obrero”, componente della Fundación Adsis e da tredici anni in
missione in Bolivia
1.
Tutto il sistema sanitario boliviano si aggrega attorno all’acronimo
Sus (sanità universale e sicura).

«Il
primo livello

– descrive Muñoz –

è quello che potremmo considerare di base: in questi centri,
solitamente non molto grandi di dimensione, è possibile trovare un
medico pediatra e uno di medicina generale»
,
nonché a personale preposto all’assistenza dei bambini.

Man
mano che si sale nella gradazione dell’intervento sanitario
boliviano si possono trovare: ambulatori specifici d’intervento per
i pazienti, sale d’attesa, piccole sale preposte per i degenti che
necessitano di un’operazione chirurgica non troppo invasiva.
Dopodiché si hanno veri e propri policlinici e cliniche
specializzate, nonché centri
ad
hoc

– come ad esempio
quelli
oncologici – che possono essere considerati di quarto livello. 

«Sembra
tutto molto ordinato e razionale

– dice Muñoz –
ma
in realtà non lo è»

e il medico non sembra dirlo dal suo punto di vista peculiare di
specialista nel centro di cure palliative in un centro di secondo
livello privato (che ormai si autogestisce, che è propaggine della
chiesa cattolica, dipendente solo dalla parrocchia omonima e dalla
Fundaciòn Sembrando
Esperanza
), il punto è che i vari
gradini
della scala

rispondono ad autorità diverse. Un esempio?
«Il
primo e il terzo livello dipendono dal Ministero della salute dello
Stato plurinazionale di Bolivia mentre il secondo dipende
dall’autorità locale
2.
Questo significa

– afferma Muñoz –
che
se al governo c’è un partito politico e al governo locale un
altro, la situazione
che
ne deriva è

decisamente caotica»
.
Rapportare quanto detto alla situazione politica che sta vivendo la
Bolivia, dal
fraude
electoral

in poi, fa ben capire cosa intende il dottor Muñoz per “situazione
di caos”.

Privato,
certo, ma con de
lle
condizioni
:
«Il
centro “Jesus obrero”, così come molte realtà analoghe, fa
parte di una rete chiamata “Rete pubblica di assistenza”:
forniamo assistenza gratuita per quel che riguarda i vaccini contro
il Covid-19, la tubercolosi e quelli relativi all’antirabbica dei
cani
3»,
dichiara Muñoz.

Già,
il Covid-19. Al lettore occidentale torneranno in mente i centri di
vaccinazione, la voce nasale del Primo Ministro Conte che annunciava
la chiusura totale di scuole e attività produttive e l’esecutivo
che lavorava alla luce del sole e non

«col favore delle tenebre»
.
In Bolivia solo dal 1 agosto 2023 le autorità di governo hanno
interrotto l’utilizzo obbligatorio della mascherina decretando la
fine dello stato di emergenza.

«L’intervento
nei confronti della cittadinanza
nella
città di

El Alto, dal punto di vista del centro di cure palliative, è quello
di fornire un accompagnamento dignitoso del passaggio dalla vita alla
morte di malati terminali: moltissimi contraggono il cancro qui»
.
Contrariamente a quanto ipotizzato, forse troppo sbrigativamente da
parte di chi scrive, dopo aver visto l’enorme inquinamento sia
alteño
che
paceño,
la maggiore incidenza di tumori nella popolazione non è all’apparato
respiratorio o cardiaco. Muñoz:
«nella
popolazione femminile riscontriamo un’altissima incidenza di tumori
al collo dell’utero e alla cervice uterina, in quella maschile allo
stomaco e a tutto l’apparato digerente in generale»
.

Gli
ambulatori pubblici delle comunità montane
Cairoma,
2.494 anime, poco distante da Viloco,
è un centro abitato situato a poco più di 4600 metri d’altitudine.
Seppur distante svariate ore (sei, tre di autostrada e tre su uno
sterrato con continui strapiombi) di automobile dalla Capitale, è
parte di quello che in Italia tempo fa avremmo chiamato “provincia”
di La Paz, ma la legge locale preferisce il termine “municipio”.
Così, Cairoma fa parte di uno degli 87 municipi del territorio di La
Paz. La regione di Loyaza (di cui è parte anche Cairoma) è montana
e piuttosto estesa (3.360 chilometri quadri): la popolazione locale è
aymara così come lo è la prima lingua, solo in secondo luogo viene
parlato il castigliano; le strade sono tutte sterrate e non sono
agevoli per scambi e spostamenti frequenti da un centro abitato
all’altro.


Si
fa presto a dire “La Paz!”. Chi abita i luoghi di questi
territori ha poche scelte: andare a lavorare in miniera a Viloco,
lavorare i campi oppure andare via e dirigersi verso La Paz. Cairoma,
ai piedi dell’Illimani e della cordigliera, rappresenta una
piccola-grande attrazione per i centri limitrofi di Acha Pampa,
Huerta Grande, Machacamarca, Tucurpaya, Colpani, Torre Pampa, Yunga
Yunga.
Tuttavia in ogni comunità, in ogni centro abitato
piccolo o grande che sia, ci sono tre cose fondamentali per far sì
che la popolazione non scappi troppo in fretta: una “unidad
educativa”, ovvero l’equivalente di un Istituto Comprensivo; un
“centro de salud”, cioè un piccolo ambulatorio che può anche –
ma non sempre – avere piccole stanze per ricoveri; un campo di
calcio che spesso è utilizzato anche da campo di futsal e
pallacanestro, essendo state costruite anche le porte più piccole
con sopra il cesto da basket. Il tutto è decisamente versatile e
adattabile alla circostanza.

Al
“Centro de salud” di Cairoma veniamo accolti dalla directora
Patricia Guarachi Flores
e dall’operatrice
ausiliaria
con più anzianità
di servizio Rosa Patricia Quispe Chambi.

La
direttrice è nata a Cairoma ma la vita l’ha portata a trasferirsi
in un’altra comunità:
«Vengo
da Yunga Yunga4
e risiedo qui al centro per ventidue giorni al mese, con otto giorni
di riposo dal lavoro»
.
Per la verità le due comunità distano solamente cinque chilometri
ma, a causa delle strade, c’è da mettere in conto un viaggio da
compiersi rigorosamente con mezzo privato (macchina) e che può
durare anche un’ora (sola andata).

«In
teoria potremmo tornare a casa dopo le otto ore lavorative ma
praticamente dormiamo tutte e tutti qui», dice Guarachi Flores
«la
famiglia è praticamente abbandonata» dice sconsolata mentre culla
suo figlio in carrozzina. Poi fa spallucce: «asì es el trabajo5»
,
così è il lavoro,

«il salario è solo per le ore lavorate perché il contratto
prevederebbe il ritorno a casa, ma – come detto – la strada è
piuttosto lunga e allora rimaniamo qui. Certo: se ci dovessero essere
emergenze notturne, in quel caso prendiamo di più».

Ad
ogni modo, va considerata molta frammentazione contrattuale del
personale presente nei vari centri, come già accennava Muñoz del
centro “Jesus Obrero”: gli autisti dei mezzi (ambulanze e mezzi
di trasporto per campagne di prevenzione e vaccinali) vengono
contrattualizzati dal governo municipale autonomo locale, il
personale medico è diviso a metà tra chi è nominato
dall’alcaldìa
e da altre istituzioni, allo stesso modo vale per gli infermieri.

Lo stipendio base per un’infermiera si aggira attorno ai 2.800
bolivianos
mensili,
ovvero poco più di 380€. Potrebbe sembrare una buona retribuzione
per gli standard a cui è abituata la Bolivia, ma la direttrice ci
informa che
le
infermiere e gli infermieri non hanno diritto a rimborsi per la
distanza o a sgravi fiscali come accade per il personale medico.
«Medici,
dottori e chirurghi partono da una base di 6.000 bolivianos»
,
poco più di 800€
.

Ambulatori,
interventi, parti in casa
L’organizzazione
del lavoro è piuttosto complessa per delle unità di intervento come
quella in oggetto: all’interno del municipio di La Paz si distingue
la rete di intervento urbano6
e la rete di intervento rurale. Il centro di salute di Cairoma fa
parte della rete rurale di ambulatori e ha:
«quattro
aree territoriali limitrofe d’intervento per emergenze,
vaccinazioni, parti e interventi di primo soccorso. Così come c’è
qui a Cairoma è presente a Viloco»
,
afferma la direttrice.
«Se
c’è un’emergenza, a seconda della vicinanza con il centro più
vicino, interveniamo e forniamo assistenza gratuita a quel paziente,
qualora – ovviamente – sia iscritto al registro pubblico di
cittadinanza»
.
Avere una residenza equivale a poter usufruire alla sanità pubblica.
«Ci
sono persone, però, che non risultano nel registro»

e preferiscono l’assistenza privata, «anche se dobbiamo comunque
fornire un’assistenza minima anche per loro»: le persone che
«
pagano
un’assicurazione sanitaria o che sono iscritte ad una cassa
professionale hanno diritto ad altro tipo di intervento»
.
La realtà di La Paz, in cui è possibile venire curati da una
struttura privata, non è replicabile ai piedi della cordigliera: la
sola struttura che recepisce l’iniziativa privata in ambito
sanitario di tutta la provincia di Loyaza è a Viloco. C’è poi
anche chi non ha un documento:

«i bambini fino a un anno non hanno carta d’identità o non sono
registrati con un certificato di nascita, spesso a causa della
famiglia».

Nascere
a 4500 metri d’altezza

Sebbene
i centri abitati del territorio di Loyaza abbiano numeri piuttosto
contenuti, i bambini rappresentano una fetta molto grande della
popolazione locale.
«Fino
ad oggi, al mese di agosto, ci sono stati nove parti dall’inizio
dell’anno nella cittadina di Cairoma: quattro nel centro di salute
e cinque a domicilio»
,
ha dichiarato la direttrice. All’anno, in media, ci sono venti o
trenta parti l’anno.

L’intervento
sanitario, ad ogni modo, deve tener conto del retroterra culturale
della popolazione aymara: le vaccinazioni non sempre sono accettate
dalle popolazione (specie se si tratta di quelle legate al Covid-19),
i rimedi sono naturali e in generale c’è diffidenza verso
ospedalizzazioni e medicazioni. Se si tratta di parti e di nascite
che coinvolgono ragazze minori o da poco maggiorenni, la questione è
ancora più accentuata.
«Molte
famiglie preferiscono non rivelare che la loro figlia è in stato
interessante: a volte siamo chiamati a intervenire per far partorire
la puerpera che non ha effettuato neanche un controllo preliminare»
.
Lo stigma sociale è piuttosto forte. «Si partorisce in casa in
molti casi» ha dichiarato l’ausiliare infermiera Rosa Patricia
Quispe Chambi:
«non
è un male la nascita in casa, ma a Cairoma non ci sono ostetriche e
personale specializzato. D’altra parte, la donna che rimane incinta
non sempre ha interesse nel seguire un percorso di monitoraggio
della
gravidanza:
il nostro intervento, spesso, è solo nella fase finale della
gravidanza nonché della nascita»
.
«Dobbiamo essere sempre pronte all’emergenza: se dovessero
presentarsi complicazioni, dobbiamo andare in città, a La Paz»
,
dicono sorridenti Flores e Chambi ma la domanda sorge spontanea:
“sono cinque ore di macchina, come riuscite a gestire un’emergenza
con distanze così ampie e una strada così impervia?”.
Sorridono:
«corremos
como locos!»
,
corriamo come pazzi. 

Note

1
https://www.fundacionadsis.org/es/quienes-somos

2
Il termine che ha utilizzato Muñoz è stato “alcaldia”.
Letteralmente l’alcalde è una figura a metà tra il sindaco e il
presidente di regione. Esiste anche una “sub alcaldia”: anche in
questo caso, se rapportato all’Italia, potrebbe essere considerato
tra un vicario e un sottoposto dell’alcalde
.

3
Sebbene possa sembrare un tema secondario, in realtà non lo è
affatto. A La Paz e soprattutto a El Alto è facilissimo trovare
gruppi di cani randagi inseguire macchine, moto, terrorizzare ignari
passanti, cercare cibo nei cumuli di immondizia ai lati della
strada, bere acqua dai canali di scolo delle fognature (specialmente
a El Alto). Molti hanno un padrone ma è proprio quest’ultimo a
disinteressarsi dell’animale. Sovente accade che un cane si trovi
nel bel mezzo delle trafficatissime strade della città rischiando
la vita. Non è affatto raro trovare carcasse di cani ai lati delle
autostrade (non illuminate) che portano a Copacabana o a Patacamaya.
Vien da sé che il tema dell’antirabbica non è secondario sia a
La Paz, sia a El Alto.

4
Letteralmente yunga significa
“foresta”. In aymara quando una parola si ripete sta a
significare un rafforzativo o una demarcazione in senso più forte
di quella parola. In questo caso possiamo presupporre che il
riferimento sia al fatto che la foresta sia più fitta del normale.

5
“Così è il lavoro”.

6
In tutto sono quindici reti rurali, Cairoma fa parte della
quattordicesima e comprende le aree di Cairoma, per l’appunto,
Malla, Luribai e Yaco. La rete urbana, d’altra parte, non
comprende altre città al di fuori di El Alto e La Paz.

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«Io non posso professare che degli interrogativi»

Posted on 2023/09/29 by carmocippinelli

Lo spunto per scrivere qualcosa su Fiori italiani è arrivato ieri. Avevo finito di leggerlo mentre ero a La Paz, nei pomeriggi ‘paceñi‘ dei primi fine settimana in cui tutta la città pareva che all’unisono avesse reclinato la testa sul guanciale (giusto per un paio d’ore). Pensavo e ripensavo a quello che avevo letto (di cui devo essere molto grato a Massimo, vicentino doc, di avermi fatto scoprire la figura di Luigi Meneghello) c’era qualcosa che covava ma che rimaneva ben al di sotto degli strati di pan di spagna freudiano.

Ieri ho avuto uno scambio con un interlocutore – collega, si direbbe – della secondaria di primo grado. Mi chiede perché non mi avessero ancora chiamato per un incarico, perché il mio nome, dunque, non sia stato riportato nei primi due bollettini di convocazione pubblicati dall’Ufficio scolastico regionale. Gli spiego che mi hanno saltato in una classe di concorso – di nuovo, come lo scorso anno – ma che stavolta ho presentato reclamo e ho contattato il sindacato, così da capire come muovermi. 

«Ma per le scuole medie, invece, perché non ti hanno chiamato?», dice guardando da un’altra parte. «No», rispondo con un sospiro (già sapevo dove si voleva andare a parare), «non le ho proprio inserite le medie nelle Gps».
L’interlocutore allarga le braccia come in segno di resa: «Eeh ma allora non è che vuoi proprio lavorare, eh».
«Non ho capito», rispondo basito.
«Ma, almeno le medie, mettile!» a questo punto viene interrotto dall’altro interlocutore che dice, serenamente, ma col tatto di una scavatrice a otto benne: «è che non ha famiglia, può anche non lavorare». Paternamente, il secondo prosegue: «è che si entra più tardi di ruolo alle superiori: io sto ancora su sostegno, ma sono di ruolo e non mi caccia nessuno, poi al massimo farò il passaggio su altra classe di concorso». Iniziava a sibilare nelle mie orecchie una voce familiare che diceva “amico caro..”.
Il primo interlocutore continua: «ma con le medie lavori subito, se non le metti nemmeno significa che non ti interessa di lavorare».
«No guarda – provo a ribattere – il problema è un altro: non mi sento in grado di lavorare con i ragazzi delle medie: ho bisogno di altro, dico sul serio, farei solo danni alla secondaria di primo grado».
«Ma che danni e danni! Ma tu co le medie devi aprì il libro e dì “dai, ragazzi, aprite il libro a pagina 7 e leggiamo”, così devi fa!», come a voler sottintendere: “Li fai sta zitti un’ora, te passa la giornata e c’hai lo stipendio”. Se ne va voltandomi le spalle con aria di sufficienza perché “non ho famiglia” e dunque “non ho esigenza di lavorare”. 

Si potrebbe aprire un lunghissimo – e forse noiosissimo – dibattito sull’affermazione per cui se una persona non tiene famiglia, non abbia reale esigenza di lavorare, dunque non ha quella voglia di “sgomitare” che sarebbe il contemporaneo istinto di sopravvivenza proprio delle metropoli del XXI secolo. Se una persona convive, non ha impellenze per i figli: fa quel che vuole con serafica calma, aspettando il posto giusto e il cadavere del nemico sul letto del torrente. Evidentemente non è così, ma loro non sanno dei dottorati tentati in circa quattro anni, tutti respinti o con motivazioni futili, o per un punto in meno o perché “dia retta a me, non è il suo turno”, oppure “lei vuole creare dibattito nella società scientifica: aspetti di avere una quarantina d’anni per questo”. E varie altre porte in faccia di cui ancora ho il solco sulla fronte (sul naso no, data la dimensione).

Ma basta con le doglianze. Andiamo al punto vero. 

Lo strumento di trasmissione del sapere con cui il collega in materia scientifica, di ruolo presso un noto istituto comprensivo romano, imposta il lavoro, segue una teoria scientifica codificata dal già senatore Antonio Razzi: «fatt li cazz tuoi» (andando a chiudere il cerchio della frase che iniziava a ronzarmi in testa “amico caaaro…”). “Prendi il posto e fingiti morto” o – alla meglio – fai passare la giornata e tutto passa, alternativa statale a “prendi i soldi e scappa”: nessuno guarderà il tuo operato, nessuno ti giudicherà per quello, l’importante è che tu sia ineccepibile da un punto di vista formale. Mentre la conversazione volgeva al termine, il pensiero correva subito alle pagine di Fiori italiani e al suo incipit: «Che cos’è un’educazione?». 

«Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzotto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a  rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. “Noi siamo vasi di fiori”, disse. “Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire”». [p. 47]

La mente corre ai professori che ha avuto S., protagonista del romanzo, nel corso del suo percorso, dalle elementari alle superiori, nonché al sistema scolastico dell’epoca fascista in generale, plasmato dal regime con dovizia di particolari ideologici ma che alla sostanza e alla “fioritura” non badava affatto.

«Per gli Agonali, che parevano allora aspetti concreti della vita come
gli Stivali, tutti gli alunni di una determinata città, in gara tra
loro, svolgevano per iscritto temi di interesse pubblico del tipo :
“L’Italia ha finalmente il suo Impero” (dove ci sarebbero da discutere
tre idee principali: “ha”, “finalmente” e “suo”) con la solita tecnica
di identificare le risposte alle domande in esse implicite: Chi ha
finalmente l’Impero? (L’Italia.) Che cos’ha finalmente l’Italia?
(L’Impero.) Di chi è ciò che l’Italia finalmente ha? (Suo.)» [p. 112-113]

«Si soffriva per la mancanza di idee e di convinzioni, non già per il tentativo di indottrinarci. I pochi che ci provavano facevano ridere, mentre la mancanza di idee non era ridicola, era tragica». [p. 137]

E se Meneghello si chiedeva [p. 67]: 

«Ci saranno pur stati maestri e genitori che avevano delle riserve [sul tipo di messaggi e contenuti veicolati dai libri di testo del regime fascista, ma dov’erano? Il bambino è padre dell’uomo: ma chi è il padre del bambino?».

Nel caso specifico del colloquio avvenuto, il padre del bambino non c’è: s’è acclimatato al “si fa così” e alla sopravvivenza del mondo spietato di questa contemporaneità. L’interesse non è il vivaio quanto piuttosto il mantenimento di un’unica pianta: la propria. La speranza risiederebbe nella fioritura del “bambino-padre-dell’uomo” sperando che incontri insegnanti disposti a mettergli un po’ d’acqua nel vaso di tanto in tanto. Perché non importa cosa si fa in classe, l’importante è stare – per loro -. Che si producano danni irreparabili al termine di quel percorso di studi, non è un problema che li riguardi, dopo una certa data. Sarà questione che si affronterà al liceo: “ma tanto io insegno alle medie”.
Lo spirito erinnico di Razzi continua a volteggiare.

Così, mi è tornata in mente una supplenza – breve, per fortuna – prima dell’incarico annuale che ho svolto un paio d’anni fa in una scuola bene del centro di Roma: vedevo il Tevere a un passo, di fronte a me grandi vie a due corsie portavano il flusso di automobili alla tangenziale o dentro l’intestino della città. Il mio io periferico era curioso di entrare in contatto con quel mondo, distante da Torre Maura poco più di una ventina di chilometri ma sideralmente lontano da svariati punti di vista. Entro in una classe e dico loro di togliere i telefoni e di poggiarli sulla cattedra, come faccio di solito. Lamenti, frasi sprezzanti dette sottovoce “ma io mica so se è legale, sta cosa, mo me nformo”, contrarietà plurime: «E ‘r suo ndo sta prof?!», chiede una ragazza vestita di rosa dalla testa  ai piedi. Mentre me lo chiede lo sfilo dalla tasca e lo rivolgo a “schermo in giù” sulla cattedra: tutti i dispositivi sono lì. Dopo quattro secondi netti i ragazzi cercano distrazioni: c’è chi inizia a contare le penne, chi smania sulla sedia, chi rivolge lo sguardo da una parte all’altra facendo impazzire le pupille, una ragazza in particolare inizia a disegnare su un foglio ma poi inizia a pigiarci sopra le dita. Mi avvicino: aveva disegnato lo schermo di uno smartphone con tanto di applicazioni. (*)

Il fiore va annaffiato, ma esistono i fiorai in grado di potare, anziché recidere?

(*) Non mi soffermo in giudizi o critica nei confronti del piano di digitalizzazione e “nuova didattica” (im)posto dal Governo dal momento che credo traspaia evidentemente come sia molto critico nei confronti di un provvedimento abominevole.

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Corruzione e sospensioni ai campionati professionistici: la lunga notte del calcio in Bolivia

Posted on 2023/09/23 by carmocippinelli
Nel complesso sportivo “Camoco Chico”, nella zona del Macrodistrito Maximiliano Paredes, le attività legate allo sport di base si susseguono incessanti. Ad ogni ora del giorno è possibile vedere le squadre di calcio femminile che si allenano, i bambini (coi loro cappelli per proteggersi dal sole ustionante che batte a 3600 metri d’altezza) che si dispongono in campo secondo le indicazioni dei loro allenatori, atlete e atleti nelle piste poste al lato della struttura. Capita anche di vedere qualche partita ufficiale del variegato mondo dilettantistico-amatoriale di La Paz: oltre alle attività che in Italia verrebbero considerate “di base” (scuola calcio e campionati conseguenti per adolescenti a diversi livelli di capillarità territoriale) si tengono anche le leghe seniores, ovvero per chi ha compiuto dai 37 anni in su. Insomma: calcisticamente parlando tutto sembra scorrere in quella che è a tutti gli effetti una tranquilla, fresca e assolata giornata di metà settembre.

Il punto è, sempre calcisticamente parlando, che la Bolivia ha evidentemente vissuto tempi migliori per quel che riguarda il mondo del professionismo legato al calcio a 11 maschile. Da metà agosto tutti i campionati professionistici, compresa la Liga (cioè la massima serie) sono stati interrotti: stop totale. Un mese nefasto per il calcio boliviano che già da tempo languiva e non godeva di buona salute a causa di dichiarazioni incrociate tra presidenti ed esponenti di primo piano delle federazioni calcistiche di calciatori e dell’organizzazione generale.

La punta dell’iceberg è stata rivelata il 30 agosto [2023] quando il presidente della Federazione boliviana di calcio, Fernando Costa, ha convocato una conferenza stampa denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa ha denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si nasconderebbe «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano», a proposito della conferenza della Federazione calcistica tenutasi nella città di Santa Cruz. Ma come ogni avvenimento imponente, le cause sono da ricercare prima del fatto accaduto.
Un altro passo indietro è necessario. 

Partite truccate: la piovra e la cupola

Il primo a dichiarare pubblicamente un fatto simile è stato l’ex presidente boliviano Evo Morales Ayma, ora presidente del Palmaflor (modesta squadra di bassa classifica) che rappresenta un mondo piuttosto influente in Bolivia: i cocaleros. A fine 2022 Morales diventa presidente della squadra di Cochabamba e da quel giorno detiene la doppia carica di presidente del sindacato dei cocaleros (cioè i coltivatori di coca) e della squadra di calcio la cui proprietà è riconducibile all’organizzazione di cui sopra. Il 30 agosto Federico Molina su «El Paìs» scriveva: «Morales, per conto del Palmaflor, aveva dichiarato che la sconfitta di Coppa [contro il Blooming] si sarebbe verificata a causa del “gioco al ribasso” di alcuni giocatori» prima del fischio d’inizio. Parrebbe un’accusa di combine. Molina ha ricordato che queste parole sono state pronunciate dall’ex presidente boliviano nell’ambito delle interlocuzioni tra la federazione calcistica boliviana e l’organizzazione sindacale di cui Morales è presidente riguardo la mancata erogazione degli stipendi ai giocatori del Palmaflor. Accusa e fuoco incrociato. Un litigio, quello tra Palmaflor e Blooming, che non ha mai smesso di cessare: nel marzo di quest’anno le due compagini si sono rese protagoniste della prima partita al mondo durata per tre tempi anziché due, con la terna arbitrale che ha concesso 42 minuti e 11 secondi di recupero. «Niente giustifica il recupero così imponente» commentava «Espn», portale digitale sportivo panamense il giorno successivo della partita: il Blooming stava conducendo la gara ma tra VAR, discussioni tra giocatori, sostituzioni che sarebbero durate un tempo molto più lungo del normale, si è arrivati a disputare tre tempi. Tra pozzanghere e pioggia incessante, decisioni dubbie e tensione alle stelle, la terna arbitrale (tutti paceños) è stata successivamente sospesa. Stessa sorte è toccata al personale addetto al Var (della federazione di Cochabamba). A tal proposito, Morales si è sentito in obbligo di rivelare che qualcosa non stava andando per il verso giusto, o che comunque avrebbe dovuto funzionare diversamente. I quotidiani boliviani allora avrebbero parlato di “presunta mafia”, un termine che riesce ad essere universale anche a distanze siderali dall’Italia. Che Morales abbia messo semplicemente le mani avanti? Non ci è dato saperlo. Almeno non ora. Secondo il quotidiano digitale «la Opiniòn»: «A metà agosto, il presidente del Club Palmaflor del Trópico [Morales] ha affermato pubblicamente che “ci sono giocatori che si accordano per truccare le partite”», il riferimento è al confronto di coppa col Blooming. E ancora si legge: «“Ho delle informazioni, purtroppo non tutti i calciatori sono corretti. Ci sono alcuni che negoziano sottobanco”».

Poi, il proverbiale patatrac.
La Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), proprio nei giorni di massima tensione di fine agosto, ha respinto la dichiarazione in un comunicato ufficiale, ha chiesto a Morales di provare concretamente le affermazioni esternate, si è dissociata dalle parole dell’ex presidente ma ormai si era sul piano inclinato in cui la biglia può solo schizzare verso il basso.
Fernando Costa ha dato l’annuncio della sospensione del campionato: provvedimento sostenuto con 14 voti favorevoli, 1 astenuto e 2 contrari tra i club partecipanti alla massima serie [17]. Tutto annullato: coppa e campionato di clausura. La classifica congela The Strongest prima, Nacional Potosì al secondo posto, Bolivar al terzo e Always Ready di El Alto al quarto.

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo», recita il comunicato di Erwin Romero, presidente della Fabol, «pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate». Possibili, ma ancora non certe. Si attendono, ora, i verdetti della Fifa, interpellata dal presidente Costa, e della Conmebol per sapere se e quando il campionato possa riprendere e in che condizioni.

Riecheggiano i fatti del novembre 2018 nelle parole di Romero. In quella circostanza la federazione chiese aiuto alla Fifa per sanare una situazione emersa direttamente in campo: Pedro Chàvez, calciatore paraguaiano allora in forza al Guabirá, disse ad un rivale come tutti sapessero che le scommesse erano affare del Real Potosì. Le dichiarazioni fecero il giro di tutto il mondo, finirono anche su «El Paìs»: «[i giocatori] Non vengono pagati da quattro o cinque mesi e rischiano la vita nelle riunioni». Chavez ritrattò, il Potosì non ammise nulla e anzi rigettò le accuse.

¡Vergonzoso!

Già Carlo Emilio Gadda nel “Pasticciaccio” descriveva che una catastrofe non è mai «la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare». La verità è che una catastrofe porta con sé «come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». Vien da sé, alla luce di quanto letto, che lo scandalo più imponente dell’ultimo decennio che ha investito il calcio boliviano non poteva arrivare in un momento peggiore: il 14 settembre la verde doveva disputare una partita importantissima valida per le Qualificazioni mondiali allo stadio “Siles” di La Paz contro i campioni del mondo dell’Argentina. La partita finisce 0-3 per l’albiceleste (senza Messi) e nemmeno l’altitudine (lo stadio è a 3.600 metri d’altezza) ha giocato a favore della rappresentativa boliviana. Débâcle su tutta la linea. Durissimo il giornale «El diario» il giorno dopo la pesante sconfitta: «la selezione boliviana è la peggiore delle Qualificazioni sudamericane per il Mondiale del 2026. In due partite un solo gol fatto e ben otto subiti. Gli errori dei giocatori durante la partita sono stati una costante di una squadra disordinata, improduttiva e senza la minima attitudine alla motivazione. A tutto questo si aggiunga il poco criterio dell’allenatore che non ha pianificato correttamente la partita». L’ultima volta che la nazionale della Bolivia ha partecipato ad un torneo internazionale è stato nel 1994, da allora sembra non avere fine la lunga notte che tormenta il calcio boliviano.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/la-lunga-notte-del-calcio-in-bolivia/
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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