Skip to content

Camminaredomandando

Para todos la luz. Para todos todo

  • Blog
    • Blog/Post semiseri
  • Polpettoni
  • Borgata Gordiani

Tag: liberazione

Un pomeriggio con Angelo Nazio, partigiano di Torre Maura, classe 1925

Posted on 2024/07/04 by carmocippinelli

Il 30 novembre [2023] il gruppo culturale Terrazzi Letterari di Torre Maura ha incontrato il partigiano Angelo Nazio. La volontà del gruppo dei terrazzari era quella di incontrare di persona Angelo Nazio e consegnargli, per mano di Pierina Nuvoli, animatrice del collettivo, una medaglia realizzata appositamente per quell’occasione in cui c’era scritto: ad Angelo Nazio – Eroe della Resistenza – Torre Maura. L’incontro è stato un profluvio di ricordi e rievocazioni ma anche una chiacchierata sulla Torre Maura che fu, sulla Guerra di Liberazione dal nazifascismo, sulla dittatura e sulla vita che quotidianamente veniva vissuta all’ombra di un governo autoritario, antidemocratico, repressivo. Fascista.
Angelo Nazio, classe 1925, ha 99 anni e, nonostante l’età, ha parlato e rievocato tutto come se fosse successo un minuto prima del nostro arrivo in casa sua. Ci abbiamo messo un po’ per riannodare i fili di due ore e trentacinque minuti di registrazione del pomeriggio trascorso insieme, ma finalmente abbiamo pubblicato e reso noto a chi vorrà leggere quanto detto quel giorno.

Grazie ad Angelo Nazio.

Parlare, pensare, agire.
«Matteotti è stato ucciso dai suoi compagni», questo ci avevano detto a scuola. Ricordo che rimasi molto basito da questa affermazione. Ma non è che potessimo parlare, anzi…

C’è chi si confidava con amici e poi lo stesso che si era confidato veniva carcerato.
Era il 1942. Orazio Scuderi [confinante con la nostra casa a Via delle Rondini] costruì un recinto per un federale di zona [di Torre Maura]: Merlandi. Scuderi aveva sette figli e io sono andato a scuola con una delle sue figlie, Graziella, poi morta di tubercolosi.
Scuderi ricevette un acconto da Merlandi ma il Federale, anziché pagarlo, nicchiava e rimandava il saldo finale. Una sera, mentre Scuderi usciva dal negozio della Sora Checchina, mia madre la quale aveva una rivendita di vini e oli, si imbatte con Merlandi e gli riferisce che aveva da pagare vari conti che aveva in sospeso (all’epoca c’era il vizio di segnare le cose dai fornai, dai lattai e via dicendo) pregandolo di saldare i conti che avevano in sospeso. Merlandi lo scansa e lo tratta da ubriacone: si alzarono i toni, le parole si fecero grosse e poi tornarono a casa. La mattina dopo successe che due carabinieri si presentarono a casa di Scuderi e lo portarono via a Regina Coeli: s’era fatto sei mesi. L’accusa che gli veniva rivolta era d’aver accusato Benito Mussolini in persona.
Evidentemente non era così.
Capirai era n capoccione, quello. [riferito al Federale – intervento di Marisa Nazio Fabriani, sorella di Angelo Nazio]
Uno dei fratelli di Scuderi era una guardia e raccolsero testimonianze sul fatto, le chiesero anche a mia madre indagando se si fossero alzati i toni a tal punto da parlare male del Re e di Mussolini: mia madre disse di no andando perfino al processo a testimoniare. Ma comunque Orazio Scuderi s’è fatto sei mesi da innocente a Regina Coeli.
Ecco, oggi si può parlare. Allora non si poteva.

«Fettuccine e polli».
Uno neanche se lo immagina il pericolo che abbiamo corso e le cose che facevamo, col senno di poi. Io e Camillo Del Lungo (classe ‘23, abitava a via degli storni) camminavamo verso Centocelle [1]: eravamo all’altezza di San Felice da Cantalice (che ancora non era stata costruita, se non ricordo male). Il giorno dopo sarebbero scaduti i termini da rispettare per rispondere alla chiamata alle armi. Se non ci si presentava, si diventava renitente alla leva e le pene potevano variare: se ti andava bene, ma è un eufemismo, ti caricavano su un treno per farti andare a lavorare in Germania; se ti andava male ti fucilavano. Chiesi a Camillo: «Tu che farai domani, ti presenterai?», lui mi rispose che si sarebbe presentato. La mattina prestissimo presi il trenino verso Fiuggi [2] e me ne andai. Il trenino, che poi lo conosciamo tutti come Laziali-Grotte Celoni o Laziali-Pantano, ‘na volta arrivava a Fiuggi e faceva delle fermate intermedie, sebbene non a tutte le corse. Me ne volli andare a Capranica Prenestina [3] da mio zio che faceva il procaccia (portava la posta da Palestrina a Capranica) con cui mi sarei dovuto incontrare a Palestrina: persi la coincidenza e me la dovetti fare a piedi. Sono arrivato alla piazza del paese che sembravo un mugnaio, tanto ero impolverato.

Da mangiare, però, non c’era: deperii molto, tanto che mi venne la febbre e tornai a casa a Torre Maura. Vedendomi così, i miei si preoccuparono a tal punto da chiamare il dottore Anagni, che allora esercitava a Torrenova. Lui, laconicamente, disse: «Servono solo fettuccine e polli».

A proposito di Camillo: addirittura, ma ve la riferisco così come m’è arrivata [questa notizia], diventò anche repubblichino prima di passare ad essere dissidente e partigiano. Per un periodo, però, mi distaccai da queste vicende, non perché non mi interessasse, ma perché volevo concludere gli studi e volevo fortemente riuscire a diplomarmi

[Intervento di Pierina Nuvoli] Il padre, Carlo Del Lungo era militare ma, sebbene lo fosse, aveva costruito un rifugio sotterraneo e molti a Torre Maura vissero lì per un periodo.

[Riprende a parlare Angelo Nazio] Ma anche a Capranica Prenestina la situazione fu simile: due militari, ad esempio, furono giustiziati. Guer(r)ino Sbardella fu fucilato a Forte Bravetta, un altro Angelo Martella finì alle Fosse Ardeatine.

Azionista a Centocelle.
Dopo essermi rimesso, iniziai a prendere contatto con il Partito d’Azione nell’ottava zona partigiana. Era una zona piuttosto estesa che andava da Tor Pignattara fino alla Borgata Finocchio, praticamente.
Era il 1943-1944: avevo 18 anni, nonostante avessi comunque già iniziato l’attività a 17 anni. Distribuivo il giornale Giustizia e Libertà, principalmente, così come d’altra stampa, volantini. Era un giornale stupendo: ti apriva gli occhi con quello che veniva riportato. Beninteso: Giustizia e Libertà constava di uno, massimo due fogli, non era come i giornali di oggi. Mi attraevano e mi appassionavano tantissimo gli articoli di Lussu.

Un giorno, però, presero il responsabile del gruppo di Centocelle, lo chiamavamo Primo: eravamo molto preoccupati sul futuro del gruppo, se fosse stato opportuno o meno continuare a riunire il gruppo di azionisti. Spesso si effettuava un lavoro politico senza conoscere gli altri componenti del gruppo: se avessimo fatto una riunione pubblica, per assurdo, in mezzo alla strada, non ci saremmo neanche riconosciuti.
Una decina di giorni dopo, però, Primo, lo videro passeggiare a Piazza dei Mirti. Fummo presi da sgomento: «Ha parlato», pensavamo. La situazione era ancor peggiore di quando l’ebbero arrestato.

La delazione era un’incognita, un imprevisto che coglieva tutti di sorpresa e che spaventava moltissimo. Chi faceva la spia a volte si vendeva per cinquemila lire. Per l’epoca era una somma cospicua, senza dubbio: ma mettevano a repentaglio la vita di tanti per un proprio immediato tornaconto personale.

A tal proposito vale la pena ricordare un dato: tra i gruppi che pagarono maggiormente in termini di vite umane, ci fu il Partito d’Azione, anche in rapporto ai numeri dell’organizzazione. Anche il Partito comunista italiano venne falcidiato, ma soprattutto a Centocelle il Partito d’Azione fu l’organizzazione che venne maggiormente colpita e che pagò il tributo maggiore. E non sto utilizzando il termine vittime per identificare, ad esempio, anche chi venne sbattuto in galera, ma solo considerando i morti.

Non potevamo stare con le mani in mano: io e altri, essendo stati raggiunti dalla voce della probabile delazione, aderimmo ai Gap (Gruppi d’azione patriottica) del Partito comunista italiano, più rigidi nelle regole. Se la memoria non m’inganna: fu il febbraio del 1944. Rimasi con i Gap fino alla Liberazione di Roma.

Ribadisco: col senno di poi uno non si capacita di quel che ha fatto. Il punto è che tante cose, tante azioni le abbiamo fatte – benché pericolosissime – perché ci si sentiva davvero di farle. Nessuno mi ha mai obbligato a farlo, eppure l’ho fatto. Ed è stato possibile perché mio padre ha dato aiuto e supporto alle azioni.

I mitra sotto al letto.
Mio padre rischiò la vita con e come noi e lo ha fatto perché sentiva il peso di vent’anni di dittatura fascista. Quando vennero i tedeschi a casa nostra, quindi durante l’occupazione, lui ebbe davvero un colpo di genio.

Io avevo nascosto dei mitra sotto al materasso: la mia stanza era a piano terra e quando dei soldati tedeschi chiesero (non cortesemente, diciamo, con il piglio nazista delle truppe occupanti) la mia stanza, mio padre subito iniziò a dire che non si poteva perché io stavo studiando alacremente per il diploma e non era proprio il caso. Mi sarei diplomato solo nel 1945. E poi non abbiamo letti disponibili per voi, gli aveva detto mio padre. Loro, ovviamente, cercarono di imporsi verbalmente con le cattive, ma se quelli entravano nella mia stanza e disgraziatamente controllavano sotto al letto, mettevano al muro tutti quanti. Luigi [il fratello] se la sarebbe vista bruttissima: era in fasce ma avrebbero ucciso anche lui.

Alcuni nostri vicini (si chiamavano Luppini) avevano un bel casale, un bell’edificio, che oggi sarebbe la casa rossa a fine di Via delle rondini: i Luppini presero la via del settentrione e andarono via da Torre Maura, ma mio padre aveva un amico (Antonio) il quale aveva le chiavi del loro stabile. Mio padre prese tempo coi tedeschi e si recò dal suo amico, senza stare troppo a spiegare (c’erano pur sempre dei fucili sotto al mio materasso!), chiedendo la chiave dei Luppini. Tornati i tedeschi, ottenute le chiavi da parte di Antonio, l’ufficiale nazista rimase meravigliato, ed era tutto un profluvio di «Ja Ja!»: il posto gli piaceva, sicuramente era più agevole di una sola stanza, la mia, pur al piano terra. Si trattava di uno stabile che aveva cinque-sei stanze ma non c’erano materassi e c’era bisogno di paglia: gliele rimediò mio padre, purché stessero lontani dalla mia stanza-polveriera!

Facevamo sul serio
A Via delle rondini (il mese non lo ricordo) fui avvicinato da un ragazzo più grande di me, di cognome faceva Tafuro, ma non ricordo bene. Allora ero ancora nel Partito d’azione: mi avvicinò e mi disse che voleva prendere parte al Pd’az anche lui. Io trasecolai: chi gli aveva detto che stavo facendo attività clandestina? Il Partito d’azione, almeno per quel che ho vissuto io, non era così rigido come i Gap e, spesso, qualche informazione usciva dalle maglie dell’organizzazione. Gli risposi affermativamente, anche se non conoscevo le sue intenzioni, dandogli appuntamento di lì a due giorni: sarebbero venuti dei compagni da Centocelle a confezionare delle armi nella stalla dove i miei avevano una cavalla. Si presentò puntuale ma, una volta viste le armi, si spaventò a tal punto che scappò via e non lo vidi mai più. Chissà che si era messo in testa, urlò: «Ma siete matti?!».
I giorni successivi eravamo in allerta: se avesse parlato, addio gruppo rivoluzionario. Non parlò mai: si doveva essere spaventato a tal punto da rimanere sempre in silenzio.

«La Russa? Un criminale».
Come si fa a definire una banda musicale l’SS Polizeiregiment Bozen? Come si fa ad avere questo coraggio nel dire una cosa simile di un reggimento che sfilava armato per le vie di Roma? Il riferimento è, ovviamente, all’attacco partigiano dei Gap a Via Rasella. È pure, però, stupido chi ce crede a quello che ha detto.

Odio la guerra.
Molti pensavano – e pensano tutt’ora – che uno ha intrapreso la scelta della Resistenza (dunque della lotta armata di Liberazione) perché gli piaceva fare la guerra, perché gli piacevano le armi.
Io la guerra la odio. Non ho mai amato le armi e ho educato i miei figli a una cultura antimilitarista tanto che sono stati obiettori di coscienza al momento della leva obbligatorio. Il più piccolo, Massimiliano, che è sacerdote e missionario, ha svolto il suo periodo di obiezione di coscienza con l’esperienza creata da Don Luigi di Liegro.

Loro hanno succhiato il latte della famiglia: a casa non sono mai entrate armi. Pino, che ora è giornalista anche con la Rai, quando andò in Siberia mi riportò un coltello di pregevole fattura. Era davvero un bell’oggetto. Lo vidi una volta sola: mia moglie Rosy (Rosina) e Pino lo fecero sparire perché a casa non dovevano esserci armi.

Aneddoto familiare a parte, io davvero non avevo simpatia per le armi e per la guerra. L’ho fatto perché sentivo di doverlo fare, perché sentivo che non c’era alternativa, perché chi paga sono sempre i popoli: prima eravamo noi, ora sono quello palestinese e quello israeliano, quello ucraino e quello russo.

«Li abbiamo lasciati andare»
La mattina della Liberazione di Roma (era prestissimo) io e altri tre percorrevamo a piedi la Via Casilina: all’incrocio tra Via di Torre Spaccata e Via di Tor Tre Teste abbiamo notato i primi carri armati e blindati degli Alleati. Un graduato tedesco, visti i mezzi nemici, rimase intrappolato: voleva, probabilmente, andare a raggiungere una consolare che non fosse la Casilina (magari la Tiburtina) per cercare di scappare. Partirono dei colpi dalla torretta dei blindati americani per cercare di colpirlo. Noi quattro, vedendo il fatto, abbiamo visto l’ufficiale tedesco che cercava di scappare: l’abbiamo rincorso e consegnato agli Alleati.
Dovevamo raggiungere il comando a Via delle robinie ma non volevamo percorrere la Casilina, preferendo tagliare per Tor Tre Teste. Notammo quattro soldati tedeschi, appiedati, che stavano in ritirata. Eravamo pari di numero ma loro stavano battendo in ritirata: potevamo consegnare anche loro ma non l’abbiamo fatto. Tutti noi eravamo d’accordo su un fatto: non erano loro i responsabili, non la truppa (sebbene quella nazista realizzò delle nefandezze con una tale cattiveria e irrispettosità che tutti conosciamo). Li abbiamo salvati, anche se loro non l’avrebbero mai fatto. Anni dopo raccontai l’episodio a mio figlio: sussultò in un moto di riprovazione.

Grazie ad Angelo Nazio.
Grazie ai ‘ribelli’ di allora.

NOTE:

[1] Il libro Torre Maura di Laura Dondolini e Pierina Nuvoli riporta la medesima testimonianza in cui Angelo Nazio riferisce di essersi lasciato con Camillo a Torre Maura e non a Centocelle. La sostanza del discorso, al di là dell’ubicazione geografica nella periferia romana, rimane immutata.

[2] «Torre Maura era raggiungibile, oltre che con il carretto o a piedi, percorrendo la Via Casilina, anche con il Tram. La linea ferroviaria Roma-Alatri-Fiuggi-Frosinone, il cui progetto fu presentato nel 1907 dall’ingegner Antonio Clementi, che operava per conto di una società belga presente in Italia, prevedeva una linea a scartamento ridotto. La concessione venne data alla Società per le ferrovie vicinali (SFV) […] Il 28 aprile 1927 venne inaugurata la diramazione urbana Centocelle-Piazza dei Mirti». Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.34, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

[3] La famiglia di Nazio era originaria di Capranica Prenestina, come hanno scritto Laura Dondolini e Pierina Nuvoli nel loro prezioso volume Torre Maura, riportando le interviste svolte sul campo frutto di anni di ricerca. Marisa Nazio Fabriani «La mia famiglia è originaria di Capranica Prenestina. Abitavamo a Centocelle, dove mio padre lavorava in una grande fattoria di proprietà di Falchetti. Aveva gli orti e seminava tanto grano. Un anno ne ha dato ‘all’ammasso’ ben 60 quintali. […] Avevamo 25 vacche ma a Torre Maura ne abbiamo portate solo 4 o 5».
Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.42, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

Posted in angelo nazio, casilina, emilio lussu, fascismo, gap, nazismo, partito comunista, partito d'azione, periferia, resistenza, Torre MauraTagged azionisti, bellieni, casilina, comunisti, fascisti, gap, guerra, liberazione, lussu, nazio, partito d'azione, pci, periferia, resistenza, tedeschi, torre maura

Un altro manifesto [sempre a Santa Maria del Soccorso]

Posted on 2024/04/26 by carmocippinelli

  

Foto di Adriano Pucciarelli su Unsplash

Non c’è più il manifesto di Lenin a Santa Maria del Soccorso. È stato strappato del tutto, fino agli ultimi brandelli. Per tre settimane il muro è rimasto “pulito” da ogni affissione.

Attorno al 15 del mese l’organizzazione italiana della Tendenza marxista internazionale ha provato ad attaccarvi due manifestini riguardo un’iniziativa che stavano promuovendo in quei giorni sulla lotta partigiana: uno è stato strappato e ne è rimasto uno solo. Ancora coraggiosamente attaccato al muro d’ingresso della fermata di Santa Maria del Soccorso.

È il giorno dopo il 25 aprile, in cui un lungo fiume di persone ha invaso le strade tra Villa Gordiani e Quarticciolo. È il giorno dopo la lieta marea.



In una delle due scuole in cui presto servizio quest’anno il ponte non è il 25 e il 26 aprile ma il 29 e 30, dunque mi incammino verso l’entrata della Metro B alle 7:30. Mentre cammino verso l’ingresso faccio un controllo delle cose toccandomi le varie tasche della giacca e dei pantaloni una dopo l’altra: moderna e attualizzata versione del tuca tuca di Raffaella Carrà. C’è tutto, anche la mascherina FFP2: per insegnare alla sezione ospedaliera serve ancora, nei reparti dell’ Umberto I è ancora obbligatoria. 

Finito il servizio torno indietro con pensieri e sguardi avvolti dalle pagine di Meneghello e dai racconti di Malo, ma purtroppo arriva il momento di scendere. Salgo le scale per riemergere alla luce del sole e noto sull’altro muro di destra, quello che dà verso l’uscita di Largo Viola, un altro manifesto. È scritto a vernice rossa e a caratteri cubitali: «W Mario Fiorentini».
Non c’è la firma: la scritta è rossa.
Mi fermo immobile, anche questa volta, oltre i cancelli dell’uscita della metro e resto a contemplare la scritta rossa qualche secondo. Non vedevo un manifesto per Mario Fiorentini da un po’ e vederne uno mi ha fatto respirare aria fina di montagna.

È proprio vero, penso, quello slogan che ci ripetiamo (benché ovunque
collocati, dispersi e divisi): quando muore un compagno o una compagna
ne nascono altri cento.
E vanno in giro ad affiggere i manifesti in ricordo di Mario Fiorentini.

Lo spirito di chi crede non si abbatte facilmente, come nella scena di Italiani brava gente in cui i nazisti e i fascisti, tedeschi e italiani occupanti le zone limitrofe al Don, stuzzicano un gruppo di civili russi facendo cantare loro L’Internazionale a mo’ di sfregio.
Ma loro l’hanno cantata davvero e quasi non si fermavano neanche coi colpi dei mitra tedeschi.

Sono teste dure, i comunisti.
Menomale.

Posted in 25aprile, ardeatine, Blog, Blog/Post semiseri, comunismo, fiorentini, gap, liberazione, libertà, rasella, socialismoTagged 25aprile, ardeatine, Blog, Blog/Post semiseri, comunismo, fiorentini, gap, liberazione, libertà, rasella, socialismo

La memoria perduta dei giornali italiani: un nuovo "1984" che non suscita indignazione *

Posted on 2019/07/25 by carmocippinelli
Cos’è successo a «l’Unità»? Qualche tempo fa lo hanno descritto alcuni giornalisti vicini alla testata che un tempo era comunista. Un tempo neanche troppo lontano a pensarci bene ma che ora sembra sideralmente distante. Come fa un giornale a perdere tutto quello che ha pubblicato su internet? La risposta è semplice quanto complessa. Cambi di proprietà, legislazione non proprio impeccabile ed evidente noncuranza del patrimonio archivistico della testata hanno realizzato quel che una porzione di opinione pubblica ha conosciuto come la perdita della memoria di uno dei quotidiani più importanti d’Italia. Il combinato disposto fra il cambio della proprietà e la legislazione “non proprio impeccabile” hanno permesso che venisse demandata una questione cruciale, quella dell’archiviazione digitale della memoria delle pubblicazioni giornalistiche, agli editori e alla proprietà dei quotidiani. Vale la pena dare un paio di cenni normativi per chiarire il quadro della questione: quando i server de «l’Unità» sono stati spenti, così come quelli di altri quotidiani di partito («Liberazione», «La Voce Repubblicana», «La Rinascita») e non («Cronache del garantista», «Liberal», «e-Polis», «Corriere Laziale»), le proprie pubblicazioni digitali sono andate perdute. Questo è stato possibile perché il regolamento d’attuazione del d.p.r. 252/2006 – che obbliga gli editori al deposito legale digitale così come per quello cartaceo – non era (e non è) stato ancora pubblicato.  

Cos’è il deposito legale? Il deposito legale, cioè la consegna obbligatoria delle pubblicazioni negli istituti depositari da parte dei soggetti previsti dalla legge (DPR 252/2006), è lo strumento normativo che consente la raccolta e la conservazione dei diversi prodotti in archivi nazionali e regionali. L’obbligo, nonostante sia rivolto anche alle produzioni native digitali non è stato normato dal regolamento d’attuazione per far sì che le pubblicazioni editoriali possano essere ‘raccolte’ dagli organismi preposti dalla legge. Quando ad un sito internet, pur appartenente ad una testata giornalistica di rilevanza nazionale, vengono spenti i server a cui punta a causa della cessazione della vita della testata o di un momento delicato della vita della stessa (es. un cambio di proprietà) e non sono state fatte copie dei contenuti pubblicati, il rischio è quello di perdere tutto quanto sia stato originalmente “postato” sulla rete.  

Tre giornali differenti, un comune denominatore 
Il caso de «l’Unità» è eclatante e già all’inizio del 2017 l’archivio digitale risultava irreperibile, qualora un utente avesse provato a digitare l’indirizzo del dominio , tanto che Pietro Spataro, già giornalista della testata, iniziò a scrivere all’allora direttore Sergio Staino chiedendo spiegazioni a riguardo. Staino disse che si stavano solo aggiornando le macchine perché obsolete. Un po’ come quella scena del “Compagno don Camillo” in cui Gino Cervi, sindaco comunista di Brescello in visita in Urss, chiede prepotentemente a delegati del Pcus come mai siano stati rimossi dall’hotel in cui alloggiavano tutti i quadri che raffiguravano l’allora segretario Kruscev. Risposta: «Per spolverarli». L’indomani i comunisti emiliani si ritrovarono con un altro segretario del Pcus raffigurato, trattavasi di Breznev. Il problema è che non c’è stata nessuna ‘spolveratina’ ai server del quotidiano che un tempo era comunista ma solo una decisa rimozione di tutti i contenuti originali pubblicati unicamente sul sito e su tutti i sottodomini. Al momento l’archivio digitale del quotidiano si trova nel cosiddetto deep web e lo si può consultare tramite TorBrowser grazie all’opera di un gruppo di hacker – ribattezzati scherzosamente dalla rete data ninja – che ha salvato buon parte del patrimonio dal 1946 fino alle edizioni più recenti ma non riuscendo nulla per le edizioni locali e nazionali pubblicate fra il 1929 e il 1946. Allo stesso modo il tormentato percorso di fine-vita (stavolta non volontario) di «Liberazione», il quotidiano organo di Rifondazione Comunista, è molto simile a quello della «Voce Repubblicana», organo del Partito repubblicano italiano il cui patrimonio cartaceo esiste (e lotta insieme a noi!) nelle annate presenti nelle sedi dei due partiti citati. Nessun backup dei contenuti pubblicati solo sui rispettivi siti internet, però, è stato mai realizzato da parte delle redazioni dei quotidiani. La giustificazione che hanno dato i responsabili di entrambe le pubblicazioni, tutt’ora membri dirigenti e organizzativi dei due partiti di riferimento (Prc e Pri) è stata quella per cui nessuno pensava di “finire in così breve tempo”, dunque, “non abbiamo mai salvato nulla”. 

“Sul ponte sventola bandiera bianca”
L’evidente inconsapevolezza del comportamento da attuare da parte da parte di direttori e dalla proprietà dei quotidiani rispetto ad una normativa assente, lacunosa o che non stabilisce chiaramente quali siano gli obblighi da assolvere, come al contrario avviene per il deposito legale è la chiave di lettura per leggere tutti e tre i casi. Tuttavia in mancanza di una normativa che regoli chiaramente il deposito legale digitale, la conservazione della memoria dei siti web viene lasciata all’iniziativa dei singoli i quali, come s’è visto, non posseggono gli strumenti per comprendere l’importanza dell’archiviazione digitale a cui va aggiunto una predisposizione di noncuranza e inosservanza da parte delle redazioni circa l’importanza del rinnovo del dominio e dei relativi servizi nei confronti dell’azienda scelta al momento della registrazione. La mancanza del rinnovo del dominio, infatti, nonostante possa essere interpretata come una fatalità, è una delle cause che generano la successiva perdita della memoria digitale di un quotidiano, in mancanza della normativa specifica.
Si aggiunga, inoltre, che il personale che svolga funzioni archivistiche con competenza non è presente nella maggior parte delle redazioni di quotidiani nazionali: tra quelle citate nessuna possedeva personale con formazione archivistica in grado di gestire sia il patrimonio cartaceo che digitale. La conseguenza è stata la perdita integrale del proprio archivio digitale, aprendo delle vere e proprie voragini nella memoria dell’informazione politica nel Paese.

*L’articolo in questione è il frutto di una sintesi del saggio pubblicato per il numero 59 della rivista scientifica «Culture del testo e del documento», per cui ringrazio il Direttore prof. Piero Innocenti per lo spazio che mi ha concesso e la prof. Marielisa Rossi. Il lavoro di ricerca è stato effettuato nell’ambito della redazione della tesi di Laurea magistrale in Scienze storiche dal titolo Analisi delle strategie editoriali e di conservazione digitale di alcuni quotidiani nazionali, discussa nella sessione invernale dell’a.a. 2016-2017 dell’Università di Roma 2 – Tor Vergata, relatrice prof. Marielisa Rossi.

Articolo pubblicato su Sinistraineuropa e Pressenza
Posted in archivi, liberazione, memoria, memoria digitale, polpettoni, unità, voce repubblicanaTagged archivi, liberazione, memoria, memoria digitale, polpettoni, unità, voce repubblicana

Lo strano caso di Mario Ajello, giornalista dei luoghi comuni fascisti

Posted on 2019/04/24 by carmocippinelli
L’articolo di Mario Ajello, uscito oggi sul Messaggero, ripropone una solita questione che, a ridosso di ogni 25 aprile, gli iscritti e le iscritte all’Anpi conoscono benissimo e di cui – davvero – non ne possono più.
Quanti partigiani esistono ancora? Sono iscritti all’Anpi? L’Anpi non ha più partigiani. E quanti soldi prende l’Anpi ogni anno con il 5×1000? Queste le sorprendenti domande contenute nell’articolo del giornalista del Messaggero.
Quotidiano, quest’ultimo, distintosi per performance davvero incommentabili riguardo il cambiamento climatico: per chi non ricordasse e vorrebbe rinfrescarsi la memoria, segnalo l’articolo prodotto da Giornalisti nell’Erba http://www.giornalistinellerba.it/cambiamento-climatico-cop-24-e-negazionismo-la-prima-pagina-del-messaggero/.
Dall’account di @efsavoia parte un tweet ingiurioso sui #partigiani definiti “parassiti”. Savoia: “Account violato” pic.twitter.com/jMGAvRcdhY

— ANPI Brescia (@AnpiBrescia) 1 maggio 2016

L’articolo di Ajello, da grimaldello del potere, in realtà si limita a mettere su carta quanto è già ben radicato nella coscienza di chi ha votato, vota, voterà a destra e organizzazioni neofasciste: il titolo è già ben esplicativo di quello che vuole essere il tenore del pezzo: «Lo strano caso dell’Anpi, la “partigianeria” senza più i partigiani», per chi volesse: qui, il link all’articolo https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/anpi_partigiani-4447528.html.
Che è un po’ come dire che i cristiani, dato che Cristo è stato ucciso, non hanno più ragione di chiamarsi così, così i buddhisti e via dicendo. Un pensiero davvero schematico, se così si può dire.
Vale la pena di ricordare ad Ajello, giornalisticamente parlando, che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha recentemente  modificato il proprio statuto aprendo (per così dire) le iscrizioni a chi non ha direttamente combattuto la Guerra di Liberazione in Italia. Cito, ad adiuvandum lo Statuto all’articolo 23 (lettere a, b, c): 
«Possono essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta: 
a) coloro che hanno avuto il riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota o di benemerito dalle competenti commissioni; 
b) coloro che nelle formazioni delle Forze Armate hanno combattuto contro i tedeschi dopo l’armistizio; 
c) coloro che, durante la Guerra di Liberazione siano stati incarcerati o deportati per attività politiche o per motivi razziali o perché militari internati e che non abbiano aderito alla Repubblica Sociale Italiana o a formazioni armate tedesche. Possono altresì essere ammessi come soci con diritto al voto, qualora ne facciano domanda scritta, coloro che, condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire, in qualità di antifascisti, ai sensi dell’art. 2, lettera b), del presente Statuto, con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».
L’articolo segue con tutta una serie di luoghi comuni propri dell’estrema destra e di chi confonde strumentalmente la memoria e la Storia, i fatti e gli episodi affermando che la Resistenza non fu un fenomeno di massa irridendo la proporzione con gli iscritti dell’Anpi: «E comunque, l’epopea partigiana fu tutt’altro che maggioritaria. Anzi, non fu affatto un fenomeno di massa, come ormai è chiaro a tutti gli studiosi, la Resistenza italiana. Mentre nel suo piccolo – i paradossi della storia! – sembra quasi un’organizzazione di massa l’attuale Anpi con i suoi 130mila tesserati».
Potrei andare avanti ma, davvero, è squalificante nei confronti dello stesso Ajello il quale sarebbe opportuno che si confrontasse pubblicamente con l’Anpi (e magari studiare anche un po’ di Storia, peccato che i corsi di aggiornamento dell’Ordine non lo prevedano).
Di articoli così, ad ogni modo, ne appariranno sempre di più: il luogo comune dell’Anpi svuotata dai partigiani perché tutti passati a miglior vita, sicché dunque verrebbe meno il senso stesso dell’organizzazione, è un vecchio cavallo di battaglia della destra neofascista. Il giornalismo italiano, che da molto tempo ormai non gode di buona salute né di così chiara fama, anziché produrre notizie, cavalca i luoghi comuni rendendo onore agli stessi e facendoli diventare notizia. 
Posted in antifascismo, liberazione, messaggero, polpettoniTagged antifascismo, liberazione, messaggero, polpettoni

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

Proudly powered by WordPress | Theme: micro, developed by DevriX.