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Tag: Blog/Post semiseri

Shiwan Sadq, è lui il primo calciatore curdo-iracheno in Italia (e in Europa!)

Posted on 2023/01/03 by carmocippinelli

Un pugno di anni fa il nome di Ali Adnan è finito su tutti i giornali sportivi nazionali: “il primo calciatore di nazionalità irachena a vestire la maglia di una società sportiva italiana”.
Udinese, Atalanta, poi i dissidi tra dirigenza bergamasca e manager, dunque l’allontanamento dal calcio italiano.
Dopo una stagione negli USA con la compagine di Vancouver, la sua sfortunata esperienza in Danimarca con il Vejle per cui ha giocato una sola volta prima della rottura di uno dei legamenti del ginocchio, da agosto 2022 è componente effettivo del Rubin Kazan (Serie B russa).

Non Adnan ma Sadq  
Il primo calciatore iracheno, tuttavia, non è stato Ali Adnad ma Shiwan Sadq che nell’ottobre del 1990 era centravanti della Fulgor Salzano nel girone D (veneto-friulano) dell’allora Campionato Interregionale (oggi Serie D). 
Ma Sadq non è stato solo il primo in Italia: è stato il primo calciatore curdo-iracheno in tutto il continente europeo, battendo di qualche anno l’esordio di Karim Bovar al Malmo (1999/2000; Svezia), anch’egli curdo ma con passaporto iracheno. 
 

Un po’ di contesto: il girone delle due Venezie

Quel girone sopracitato rappresentava (e lo fa tutt’ora) una particolarità doppiamente locale e nazionale: gli anni della riforma della quarta serie, i cui gironi arrivavano fino alla lettera N, ma anche gli anni delle due Venezie.
Dopo il 1987 e la fusione tra la squadra di Venezia e quella di Mestre, c’è un’altra squadra in laguna: è neroverde, partecipa al girone veneto-friulano dell’Interregionale, gioca al Penzo e si chiama Venezia. Sarà, tuttavia una breve stagione, prima che la squadra arancioneroverde recuperi il diritto di utilizzo del Penzo e vinca la battaglia legale nei confronti della dirigenza del Venezia neroverde, il cui presidente era Danilo Maddalena. La retrocessione del Venezia in Eccellenza (stagione ’91/’92) e il conseguente esilio al campo di Murano, ha fatto sì che la storia prendesse la piega della cessazione delle attività della squadra.
Un anno più tardi, dalle ceneri di quell’esperienza, nascerà l’Asd Venexia [1] ripartendo dalla terza categoria. Ma questa è un’altra storia.
E che, ad ogni modo, varrebbe la pena raccontare.

È iracheno, anzi no: curdo

Il passaporto dice iracheno ma in realtà Shiwan Sadq [2] è curdo. L’articolo è a firma di Margherita de Bac per il «Corriere della Sera» [3] del 12 ottobre 1990: 

«Il giorno in cui Saddam Hussein invase il Kuwait, Shiwan Ahmad Sadq sarebbe dovuto essere fra le truppe di prima linea dirette contro Kuwait City. Invece stava giocando su un campo in erba vicino a Venezia e, anziché il ricco emirato, attaccava il portiere di una squadra di calcio dell’Interregionale veneto. Ha ventisette anni ed è il centravanti della Fulgor Salzano, unico giocatore che l’ufficio tesseramenti della nostra federazione registra con nazionalità irachena».

È curdo, in realtà, e questo dato viene subito messo in chiaro da Sadq all’inizio dell’intervista, che prosegue: 

«Una volta, per sbaglio, venni coinvolto nella nazionale universitaria e dal mio nome si accorsero che ero curdo: mi tennero in panchina e non mi fecero allenare. Nonostante questo non ho mollato: noi curdi siamo famosi per avere la testa dura. Sentivo che il calcio sarebbe stato in un modo o nell’altro la mia unica àncora. Ora sono qui, guadagno e ho una vita serena […]. Diventerò architetto ma il mio sogno è fare l’allenatore di calcio». 

Ha anche aggiunto: 

«Spero che Saddam venga ammazzato, così posso fare ritorno a casa».

Scese in campo per sette volte nel girone veneto-friulano dell’Interregionale, tutte senza mai riuscire a segnare un gol. Dopodiché le tracce di Sadq – come si dice proverbialmente – si sono perse [4]: nonostante ricerche, telefonate e interviste a persone che – a vario titolo – orbitavano attorno alla Fulgor (così come ad altre squadre di quel girone che esistono tutt’ora), non sono riuscito a reperire informazioni ulteriori sul calciatore.

La squadra del centravanti curdo-iracheno quell’anno si attestò nella metà bassa della classifica, all’undicesimo posto. 

Note e un’avvertenza


Avvertenza: Nell’articolo del Corriere della Sera il nome del calciatore viene riportato con la dicitura Sadq, sebbene sia facile presupporre si tratti di Sadiq. Non avendo, tuttavia, prove che testimoniano la supposizione, ho deciso di conservare la dicitura così come riportata dalla giornalista del Corriere della Sera. 

[1] Il piccolo Venexia, nonostante si muovesse nell’alveo del dilettantismo veneto, “infiniti addusse lutti” a Zamparini, come testimoniava il «Corriere della Sera» in un articolo del 1 settembre 1996: 

«Maurizio Zamparini, presidente del Venezia, ha dichiarato guerra alla giunta Cacciari: “Mi fanno la guerra: l’ultimo sgarbo è stata la decisione di concedere lo stadio al Venexia (Prima Categoria). A questo punto, la mia squadra andrà via da Venezia e giocherà altrove. Sono pronto a restituire i soldi agli abbonati e a fare del Venezia un club privato. Alle partite del campionato di B assisteranno soltanto spettatori ad invito”. Destinazioni possibili: Padova o Trieste». 

(s.e), Il Venezia fugge. «Si va a Trieste», «Corriere della Sera», 1 settembre 1996.
[2] Utilizzo il presente indicativo perché ad oggi Sadq avrebbe poco più di 50 anni e ci auguriamo non sia deceduto.
[3] Margherita de Bac, Shiwan, l’uomo che in nome del pallone è sfuggito a Saddam, «Corriere della Sera», 12 ottobre 1990.
[4] Prima della Fulgor Salzano vestiva la maglia dell’AC Moncalieri. Vi rimase per cinque anni, quando la squadra della città militava nel girone A dell’Interregionale. Poi il trasferimento in Veneto.
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“Rinascita” in tutto e per tutto

Posted on 2022/12/28 by carmocippinelli

Un anno è [già] passato. Necessità di “Rinascita” e di un chiarimento

Stamattina (28 dicembre 2022) ho pubblicato un articolo su «La Rinascita – delle Torri».
Chiarisce un po’ di cose successe da un anno a questa parte, si toglie qualche sassolino dalla scarpa ma con la volontà di scrollarsi di dosso un po’ di torpore e di ripartire. 
Rinascita significa anche questo. 

Si può leggere qui: Un anno è [già] passato. Necessità di “Rinascita” e di un chiarimento (larinascitadelletorri.it)

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Dare un nome alle cose: “Geostoria” e il faraone Mubarak. [Considerazioni tremendamente inattuali]

Posted on 2022/12/05 by carmocippinelli

Le varie leggi di riforma del sistema scolastico che si sono avvicendate nel corso del trentennio appena trascorso, hanno lasciato (e lasceranno) solchi profondi nella strutturazione dell’insegnamento e della percezione delle materie da studiare nei confronti degli studenti. 

Affermare quel che ho appena scritto, in effetti, rappresenta la più concreta rappresentazione di una frase fatta. 

La geografia inutile
Frase fatta eppure quanto mai vera, mi spiego meglio: la cosiddetta Riforma Gelmini – vale a dire quel complesso di atti e leggi normate e racchiuse nel D.P.R. (89/2010) – ha (tra le altre cose) ridotto il monte ore dell’insegnamento di storia e geografia negli istituti di istruzione superiore (a prescindere dalla differenziazione d’indirizzo o tipologia). 

Nelle intenzioni dell’allora Ministra c’era la volontà di eliminare l’insegnamento di geografia tout court, scriveva Maria Novella de Luca su «Repubblica» il 1 febbraio 2010 [1]:

«Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geo-economia, geo-società, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l’insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell’oblio di poche ore residue».

Non c’era posto per la geografia e la storia come materie a sé stanti nella scuola di Silvio Berlusconi: 

«Tale disciplina [la geografia] appare superflua nel mondo immaginario indicato dalle famose tre “i” del Cavaliere: inglese, internet, impresa». [2] 

Da storia e geografia a geostoria

Per portare un esempio di come la situazione sia cambiata: dall’anno scolastico 2010/2011 le ore di geografia e storia del biennio del Liceo Classico sarebbero passate da 2 per disciplina a 3 della nuova materia che avrebbe inglobato entrambi gli insegnamenti a partire da quel dì (Geostoria). Stessa situazione per quel che riguardava i primi due anni del Liceo Scientifico per cui, prima della Riforma, la situazione ripartiva l’insegnamento di 3 ore di storia e 2 di geografia al primo anno, per passare a 2 e 2 al secondo anno. 

Già che mi sono inoltrato in articoli d’archivio, è più che mai opportuno recuperarne uno di Ilvio Diamanti, sempre pubblicato da «Repubblica», che si scagliava contro l’utilizzo del Gps, assurto a Demiurgo della conoscenza del territorio, in sostituzione del sapere geografico collettivo [3]:

«Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico».

In questo caso il senso unico di marcia era rappresentato dalle tre “i” sopra citate che hanno stravolto il sistema scolastico e hanno dato come risultato quello dell’inserimento dell‘educazione all’imprenditorialità nelle volontà ministeriali.
Non a caso si promuovono le competenze e non le conoscenze.
Non a caso l’Alternanza-Scuola-Lavoro viene chiamata Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento. 
Ma questa è un altro capitolo della nostra storia. 
Geografia sì, ma umana
L’insegnamento che è andato modificandosi nel corso del tempo e dei provvedimenti del legislatore prima della pubblicazione della Riforma ha, infine, corretto il tiro: non eliminazione della geografia ma sì all’inserimento nei curricula scolastici nella sua declinazione di geografia umana. Cioè la disciplina che, sebbene affondi le radici nella narrazione e nella trattatistica del greco Erodoto, ha subìto vari mutamenti nel corso dei secoli e dei millenni fino ad assumere una rilevanza nell’ambito accademico, dato che l’ambito di studio non rappresenta solo l’uomo sulla Terra e il suo spazio d’azione. Non si limita solo ad indagare: «la distribuzione degli uomini sulla Terra e la maniera in cui vivono» ma anche «l’azione umana modificante le piramidi ecologiche in cui» l’uomo si inserisce; dunque energie rinnovabili, consumo di suolo, sviluppo industriale, PIL. Ma anche, vien da sé per quanto scritto precedentemente, lo spazio economico e sociale: 

«il funzionamento delle società e sul modo in cui le distanze e la lontananza ne influenzano variamente le attività. Il corpo sociale somiglia a una macchina: perché funzioni bene, le sue parti devono articolarsi tra loro in modo efficiente» [4]. 

Libri di con-testi
Il manuale di Geostoria diventa, alla luce di quanto riportato, un corpus che al suo interno contiene sia la Storia in senso stretto (es. Giulio Cesare, impero romano, etc etc) che pagine – componenti intere unità a sé stanti – di geografia umana, economia, sviluppo umano, sviluppo industriale e via dicendo. A voler rispettare le indicazioni del Ministero, il programma dovrebbe procedere a balzi, portando la spiegazione ad un incedere frettoloso tra analessi e prolessi storico-geografiche che, quasi sempre, non sono in minima correlazione tra di loro.
Per fare un esempio: ci si potrebbe ritrovare a parlare di Giulio Cesare e del suo aver oltrepassato il Rubicone ma, contestualmente, a dover trattare del dissesto idrogeologico del centro Italia. 
Non si sta affermando che non sia importante parlarne: va fatto. In altre discipline, rimodulando [in effetti: si aprirebbe un capitolo molto lungo] le indicazioni nazionali.
Non già, quindi, saper collocare territori e nazioni sulla mappa, oppure conoscere l’orografia di un territorio dato su di una cartina muta come esercizio alla conoscenza e di applicazione su uno strumento scientifico: il mutamento rappresenta lo studio di come l’uomo abbia stravolto il paesaggio per evitare che esso cambi ancora aspetto per azione umana. O, se si preferisce, per capire come si può ancora sfruttare. 
Tra i vari temi di geografia umana, nei manuali di Geostoria del biennio, è facile imbattersi in argomenti come: l’appalto esterno e la globalizzazione; lo sfruttamento del territorio attraverso le energie rinnovabili et similia, tutto in dosi omeopatiche senza realmente mostrare la realtà in cui il presente viene vissuto e percepito. 
L’outsourcing è presentato come dato di fatto e non come realtà violenta di appalto esternalizzato per cui c’è disoccupazione e miseria da un lato, sfruttamento e paghe basse per il guadagno di uno (o pochi), dall’altra. 

Se si presentasse l’appalto, la delocalizzazione (o per continuare con un termine anglosassone outsourcing) con esempi concreti che facciano percepire la realtà della situazione (come va di moda ora nell’impostazione educativa dei ministri che si sono avvicendati a Viale Trastevere) bisognerebbe far capire che il capo acquistato l’altro ieri dalle grandi catene della moda, presenti in ogni centro commerciale, si sono macchiate di omicidio in più d’un’occasione. [5]

Proprio grazie a quella tendenza di modificazione del tessuto economico e geografico (umano!) che viene presentata come migliorativa di una situazione pre-esistente.

Eppure…
La Storia è una di quelle materie per cui ci vuole una capacità d’astrazione elevata, da esercitare nel corso degli anni scolastici: un esercizio costante per cui alla fine del percorso della scuola dell’obbligo lo studente dovrebbe acquisire gli elementi di critica storica necessari per comprendere il presente e problematizzare il passato. 
Niente di tutto questo avviene nell’ambito dell’insegnamento di Geostoria prima e Storia dopo. 
O, se dovesse accadere, solo in minima parte e per determinate fasi storiche, rendendo vana la missione educativa della crescita personale e dell’elaborazione critica riguardo le epoche vissute dall’essere umano.
Azzerare la critica e la problematizzazione, così come lo studio analitico della Storia, rappresenta la volontà non tanto di “non voler far conoscere il passato” ma di presentarlo come se si stesse studiando una declinazione latina: come un «termine fisso d’eterno consiglio» (stavolta in senso letterale), per parafrasare Dante Alighieri. 

“L’ultimo faraone”

Lo spunto di questa riflessione piuttosto banale riguardo l’insegnamento di Geostoria, è scaturito da un fatto accaduto nel corso di questo anno scolastico (2022/2023). Dopo aver riconsegnato la verifica sugli egizi, fatta svolgere in una prima classe di un liceo scientifico della periferia romana, una ragazza (di origine bengalese) ha scritto: “l’ultimo faraone egiziano è Hosni Mubarak”. L’equivoco di comprensione nasce dal mancato inserimento delle “virgolette”, o di una specificazione così come di una perifrasi, da parte degli autori del manuale: in mancanza di una precisazione, la studentessa ha equivocato la porzione di storia dedicata al Nuovo Regno egizio. Non solo: ha sovrapposto l’insegnamento della storia dal punto di vista diacronico, così come presentato in classe, con l’unità di geografia umana legata agli sviluppi politici della Stato egiziano contemporaneo. 

A seguito della mia correzione, lo smarrimento è stato cospicuo. La studentessa era disorientata e ha provato ad argomentare come si fa di solito: «Prof, c’era scritto sul libro». Mai come in questo caso il manuale, concepito per uno scopo e per una direzione univoca del sapere (peraltro trasmettendola piuttosto male dal punto di vista del lessico e della punteggiatura), ha dimostrato la sua vulnerabilità nell’applicazione del dettato ministeriale del piede in due scarpe: cioè la geostoria. 
[1] https://www.repubblica.it/scuola/2010/02/01/news/geografia-2149029/?ref=search 
[2] Una scuola senza geografia – la Repubblica.it
[3] Se dalla scuola (per legge) scompare la geografia – la Repubblica
[4] Definizione di Geografia umana – “Enciclopedia delle scienze sociali” (treccani.it)
[5] 21 workers die in fire at H&M factory [Bangladesh] – Business & Human Rights Resource Centre (business-humanrights.org) e anche The Rana Plaza Collapse: What Happened & What it Means for Fashion (growensemble.com)
La foto in evidenza posta ad inizio dell’articolo rappresenta il santino/volantino ideato dal movimento degli studenti dell’Onda e che distribuivamo nei cortei e nei momenti di assemblee pubbliche.
Mi è sembrato di sostanziale attualità.
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Fuorigioco batte individualismo 2 a 1

Posted on 2022/11/22 by carmocippinelli

Mi ero ripromesso di non guardare nemmeno un minuto di partite del Mondiale che si sta svolgendo in Qatar in questi giorni: fattori di principio me lo imponevano (lo fanno tutt’ora), così come lo avrei fatto in ossequio alla campagna di boicottaggio internazionale, a cui la Borgata Gordiani (e altre realtà di calcio popolare in Italia) ha aderito e ne è promotrice.
Stamattina, tuttavia, nel lavoro mattutino del giorno di riposo infrasettimanale (per chi, come me, ha lezione il sabato), sono stato colpito dalla quantità di meme, sfottò, prese in giro nei confronti dell’Albiceleste comparse a dozzine sulle reti sociali. Aveva appena pareggiato l’Arabia Saudita.

Al 48′, neanche una manciata di minuti dal fischio della ripresa, l’Arabia Saudita trova il gol con Saleh Al-Sheihri, ventinovenne in forza all’Al-Hilal.
Decido di collegarmi per vedere il resto del gioco: l’assurdità del parziale lo impone (così come assurdi i tredici [!!!] minuti di recupero concessi)
Passano cinque minuti e l’Arabia Saudita raddoppia con un gran tiro di Salem Al-Dossari.
Caporetto totale per l’Argentina: pressing costante e venti minuti di trinceramento saudita nella propria trequarti di campo. L’assedio dell’Argentina, in realtà, non porta a nulla se non ad un tentato pareggio sventato dall’intervento provvidenziale di Al-Sharani sulla linea di porta al 91′.
Subito dopo aver sbrigato il lavoro arretrato, ho avuto modo di recuperare la visione del primo tempo: l’Arabia Saudita ha ingabbiato l’Argentina semplicemente col fuorigioco. La squadra di Scaloni ci è caduta almeno quattro volte nel corso del solo primo tempo, fase del gioco in cui i suoi undici stavano pure conducendo per 1 a 0 grazie al rigore trasformato da Messi. 
Non sto dicendo che l’Arabia Saudita abbia giocato un bel calcio, sebbene sia del tutto soggettivo giudicare il gioco di una squadra, tantopiù se è una rappresentativa nazionale; sebbene, poi, i due gol segnati siano stati davvero molto belli da vedere.
La questione che balza agli occhi con tutta evidenza è la seguente: il calcio individualistico occidentale basato sull’uno, sul guizzo di Messi, sullo scavetto di Martinez e sulle preziosissime individualità, vale poco se di fronte ha una compagine organizzata. Può essere anche la Marosticense o l’Atletico Gallo Colbordolo.
I giocatori sauditi portano con sé nomi sconosciuti al pubblico occidentale ma ben noti nelle competizioni asiatiche e nei paesi limitrofi. Noti o meno, sono riusciti ad ingabbiare Messi e i suoi, portando a casa tre punti pesantissimi. Il merito è, senza dubbio, dell’allenatore Renard: nella sua carriera ha allenato più rappresentative nazionali africane che clubs, ha avuto modo di portare al trionfo la Costa d’Avorio e l’Angola. Uno che il calcio africano lo conosce, così come quello asiatico, avendo allenato nella massima serie del Vietnam. 

Uno che sa come, a volte, le cose semplici e il gioco costruito con poche indicazioni, seppur elementari, fa la differenza: come per la trappola del fuorigioco. 
Commentatori e penne illustri del giornalismo sportivo (Nanni Moretti, ora pro nobis) hanno iniziato a scrivere come l’Argentina sia crollata di fronte ad una squadra di sconosciuti con un gioco discutibile e quasi da terza categoria. 

La prima sorpresa dei Mondiali in Qatar è la vittoria dell’Arabia Saudita sull’Argentina. Messi trasforma il rigore del momentaneo vantaggio e scompare dal campo. Gli ruba la scena il numero 10 avversario, lo sconosciuto Al Dawsri, che segna il gol-capolavoro del 2 a 1 finale pic.twitter.com/DYPIeLneFf

— Tg3 (@Tg3web) November 22, 2022

Siamo, però, alle solite: il calcio non è l’individuo all’interno della squadra ma è il collettivo che lo compone; è l’adrenalina del pareggio contro una grande squadra quando sai di essere decisamente più scarso e che ti fa giocare sopra le righe.
È il lancio lungo del portiere, è il palla lunga e pedalare, è il campo di terra battuta e il ripensamento sulle sostituzioni. È la rosa di sconosciuti e la trappola del fuorigioco. È la terza categoria, in sostanza. 
Che torna e riemerge carsicamente ogniqualvolta si verifica un crollo dostoevskiano delle grandi squadre o delle rappresentative nazionali. Perché, davvero, il calcio che piace è tutto finto. 

Per chi volesse rivedere la partita, qui c’è il link della Rai. Però poi basta Mondiali.

https://www.raiplay.it/video/2022/11/Mondiali-di-calcio-Qatar-2022—Argentina-Arabia-Saudita-la-sintesi—22-11-2022-393a355e-fec3-4487-a13c-2d344f56dbc9.html

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Turbolenze in vista tra candidati alle primarie e vecchi-nuovi partiti di (centro)destra – Atlante Editoriale

Posted on 2022/11/19 by carmocippinelli

Se la confusione e l’irrigidimento di posizioni sembrano essere diventate la costante cui la politica europea ci ha abituato in questa circostanza tutt’altro che passeggera di “crisi migratoria”, come viene chiamata dalla stampa, la politica e i partiti non se la passano meglio.
Lo “spirito del congresso” del Partito democratico aleggia come quello della filosofia di Hegel.
Il primo, però, è alimentato da comunicati e da dichiarazioni che non tendono a mostrare un quadro chiaro della situazione, anzi.

Stando alla ricostruzione del “Corriere della Sera”, i candidati al momento più quotati sono: Stefano Bonaccini (presidente della Regione Emilia-Romagna), Paola De Micheli (deputata), Dario Nardella (primo cittadino di Firenze), Matteo Ricci (primo cittadino di Pesaro) ed Elly Schlein (deputata). Ci sarebbero, tuttavia, anche gli esponenti di Articolo1 e Demos che reclamano un posto per la corsa alla contesa che si dovrà tenere nei primi mesi del 2023.

Demos e Articolo1 in corsa


C’è dell’altro, tuttavia: nei mesi scorsi Roberto Speranza, già ministro della sanità e figura di riferimento di Articolo1-Mdp, aveva parlato della necessità di poter partecipare ad una nuova fase di organizzazione del centro-sinistra italiano. Dunque Articolo1 tornerà a far parte non già della coalizione ma proprio del Pd, qualora dovesse superare se stesso. Proprio in area ex-bersaniana, Francesco Miragliuolo (Articolo1) dichiarò una manciata di giorni fa come: «Articolo Uno può rilanciare la collocazione del Pd nell’alveo della socialismo democratico ed europeo».
Anche Demos conferma la volontà di permanere nella medesima collocazione di centro-sinistra e i dem, stando al retroscena di Monica Guerzoni sul “Corsera” [oggi 15/11/2022], sarebbero pronti a cambiare lo statuto pur di poter far partecipare anche le forze citate.
Uno statuto a corrente alternata, pronto ad accogliere Demos e Articolo1 ma che anni fa respingeva i radicali e la candidatura di Marco Pannella a più riprese proprio per evitare modifiche alle regole interne, ma tant’è.

Il caso della Regione Lazio

Saltato l’accordo Pd-5Stelle, data la questione inceneritore e il veto di Giuseppe Conte, i pentastellati potrebbero puntare a nomi che andrebbero a deviare il sentiero entro cui si muove il Partito democratico. Il nome di Massimiliano Smeriglio serpeggia in ambiente grillino e, senza dubbio, un nome simile potrebbe sconvolgere l’assetto quadripolare. Quantomeno nel Lazio, dato che il nome del candidato (ormai dato per certo) è di Alessio D’Amato (assessore alla sanità). Gradito a Calenda/Renzi, ma non troppo ad una parte dell’alleanza.
Lo stesso Angelo Bonelli (Europa Verde-Alleanza Verdi Sinistra) nella mattinata di oggi [15/11/2022] ha dichiarato: «Non è un problema di nome, conosco D’Amato da quando avevamo i calzoni corti e va benissimo. Ma la candidatura doveva essere annunciata tutti insieme, procedere in questo modo è stato un grande errore. Vogliamo capire se la linea programmatica la dà Calenda o il candidato del centrosinistra. Il leader del Terzo Polo non può dire ‘queste sono le linee della Regione e Bonelli e Fratoianni devono accettarle o stanno fuori’», come riporta l’agenzia “9Colonne”.

L’equilibrio di chi non lo ha


Stando al deputato ecologista, è il «Pd a dover cercare un equilibrio» ma, parafrasando il Manzoni, se uno l’equilibrio non ce l’ha non se lo può certo dare.
Proprio per questo il dibattito attorno alla natura del partito di centrosinistra si fonda sulla legittimità e l’esistenza dell’organizzazione stessa. Per Paolo Cacciari il ritorno al dualismo di soggetti alleati, ma formalmente distinti, non sarebbe nefasto: «Tornare a uno schema Margherita-Ds non sarebbe neppure il male peggiore. Almeno si riconoscerebbe onestamente il proprio fallimento e da questa onesta constatazione si potrebbe più seriamente ripartire», ha dichiarato il filosofo ai microfoni di “Italia Oggi”.
Un dualismo che ammetterebbe il fallimento della ‘vocazione maggioritaria’ evocata da Walter Veltroni all’inizio del percorso del Partito democratico, dato che con tutta evidenza: «non può essere la sola Schlein a risolvere le questioni del partito», come ha scritto Mario Giro sull’editoriale apparso sul quotidiano “Domani” di lunedì 13 [novembre 2022].
Certo è che di fronte ad un’organizzazione politica che ha condannato qualsiasi tipo di ideologia socialdemocratica (compresa quella liberal-socialista) per abbracciare il liberalismo più radicale, per cui si fa sempre più fatica a rintracciare un’alternativa nei programmi e nella sostanza dei fatti dal resto delle coalizioni di centrodestra (così come anche con i centristi di Azione/Italia Viva), rimane da chiedersi se ha ancora senso definire il Pd come “soggetto politico alternativo alla destra”. Posto che lo sia mai stato davvero. Le recenti dimostrazioni di apertura, nonché della riabilitazione pubblica di Letizia Moratti, segnano il passo.

Nel frattempo, alla destra-centro…


Rinasce, anche se in realtà non era mai scomparsa, Alternativa popolare, l’organizzazione politica che era sorta dalle ceneri del Nuovo Centrodestra fondato da Angelino Alfano e durato il tempo di una legislatura per poi dissolversi come neve al sole. Alternativa popolare torna a far parlare di sé perché Stefano Bandecchi (presidente della Ternana e dell’Università Niccolò Cusano) è stato nominato coordinatore nazionale del partito dell’ex forzista Paolo Alli e, non solo: annuncia la propria candidatura a sindaco di Terni alle prossime amministrative.
Sarà una candidatura di centro, sebbene Bandecchi non si candidi con il centro, saltato l’accordo con Calenda, dato che il progetto politico di Ap si colloca naturalmente nel Partito popolare europeo, secondo le intenzioni di Bandecchi. Eppure, rivendicando la sua appartenenza e il suo «orgoglio di aver servito lo Stato e la bandiera come militare nella Folgore» respinge le accuse di fascismo, sebbene sia solito indossare magliette (tanto da riprendersi per dirette su Instagram) con il motto del reggimento e slogan ripresi dal neofascismo militante. Bandecchi nega tutto, le immagini e le intenzioni rimangono. Il nuovo, già “avanza”.

Articolo pubblicato su Atlante editoriale: Turbolenze in vista tra candidati alle primarie e vecchi-nuovi partiti di (centro)destra – Atlante Editoriale (atlanteditoriale.com)
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Difendere, conservare, pregare: l’ascesi di Giovanni Lindo Ferretti – Atlante editoriale

Posted on 2022/11/15 by carmocippinelli

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, si intitola “Óra” (Compagnia Editoriale Aliberti, pp.114, 12€). Mai come in questo caso la descrizione che segue il titolo spiega, ancor di più, il senso del piccolo volume in oggetto: difendi, conserva, prega.Senza virgole, senza maiuscole, solo gli spazi a separare il triplice invito che viene fornito al lettore e che l’autore dà a sé stesso prima di tutto.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è: una lettura pesante come un macigno per chi ha conosciuto – e seguito pedissequamente – l’evoluzione del percorso musicale, culturale e politico del cantante dei Cccp, Csi, Pgr; spirituale e autobiografica per chi si accosta solo ora ai suoi scritti. 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi». 

La soggettività, ad ogni modo, percorre le pagine e le considerazioni conseguenti nella lettura del libro: arrivati all’ultima pagina non ci saranno analisi simili tra i lettori di “Óra” ma solo opinioni contrastanti. Molti, tra coloro che hanno seguito i Cccp fin dall’inizio, reputano terrificante (senza mezzi termini) la svolta ultra cattolica e reazionaria di Ferretti. Non c’è motivo di dar loro torto: il frontman dell’unico gruppo italiano realmente punk, svolta dalla critica al capitale (produci, consuma, crepa) ad un triumvirato di sensazioni che niente hanno a che fare con la contestazione.
È mutata la Regola, come per gli ordini ecclesiastici. Similitudine non peregrina. 

«Il pontificato di Benedetto XVI è stato, nella mia vita, un momento di grazia quotidiana. Per una volta, adulto, mi sono sentito in perfetta sintonia. Ogni sua parola, ogni suo gesto, un nutrimento per la mia anima nei miei giorni di uomo. Avrei obbedito ad ogni suo cenno. La sua rinuncia al soglio pontificio è stata un dolore fisico, mi ha annebbiato la mente. Mi ha prostrato. Me ne sono fatto ragione senza comprensione. Una premonizione: l’Europa finisce con il suo ultimo Pontefice. Uno stallo, emerito, sospende il verdetto. Poi? La pena è certa.». 

Ferretti è del tutto un’altra persona: abbandonare ogni aprioristica considerazione sulla sua conversione è ‘cosa buona e giusta’; provare a incasellarlo, od incastrarlo in qualsivoglia costrizione che lui stesso non si sia dato, potrebbe trarci in inganno e far deragliare i binari della nostra analisi o ragionamento.
In sostanza: “[…] e non abbandonarci alla tentazione”. 

Tra le pagine di “Óra” , che scorrono via una dopo l’altra, così come la scrittura di Ferretti, senza troppe punteggiature o maiuscole, si è dentro un flusso di coscienza personale e spirituale: tanto nei suoi altri lavori editoriali, nonché nelle canzoni ( “Orfani e vedove” su tutte), condanna il suo passato in modo irrevocabile, senza appello per quello che ha condotto fino ad un certo momento della sua vita. 
Forse, anche ingiustamente: ogni cosa compiuta dall’essere umano definisce la propria identità e concretezza. Cancellarlo con un tratto di penna, o a suon di pubblicazioni, non sembra il mezzo più adatto.

Sostiene Ferretti che aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan e che ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente: 

«Continua l’altro compito stabilito: l’ascolto di 40 anni di dischi, ho ripreso CO.DEX il disco che marca il confine della mia vita adulta. Registrato a Berlino tra MCMXCIX e MM. Nuovo secolo nuovo millennio nuovo me. C’è stata la Mongolia / meraviglia d’un mondo d’età ruvida acerba. C’è stata la Jugoslavia / la guerra che compare materiale all’orizzonte. È in atto il mio ritorno a casa / la civiltà Città m’allergica.». 

Il libro in sé non fornisce nulla di nuovo nell’elemento d’analisi e di conoscenza della conversione di Ferretti: una pubblicazione impreziosita dalle perle dei racconti personali dell’autore, tuttavia il lettore si trova a ripercorrere anni di vita, di carriera, per mezzo delle preghiere e di momenti salienti della vita del cantante. Un’operazione editoriale, in fondo. 

“Ortoprassi versus ortodossia”
Non risparmiando critiche al clero, a sua detta troppo civilizzato, a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi, Ferretti rivela quel che in realtà poteva essere percepito solo carsicamente. 
Negli anni della gioventù, quando cantava/militava nei Cccp, lo si riteneva il primo alfiere della difesa dell’ortodossia socialista sovietica. O meglio: anche chi si dovesse accostare ora al fenomeno del gruppo punk filosovietico emiliano, avrebbe l’idea di un individuo che, abbandonata l’illusione menzognera della vita occidentale, riesce ad abbracciare l’ideale socialista, inteso come costruzione della propria visione del mondo. Cioè, della propria ideologia. 

Man mano che si procede nel contatto con il nuovo corso del cantante dei Cccp/Csi/Pgr, si ha la sensazione dell’esatto contrario: la burocrazia sovietica e l’apparato erano i fattori che più avevano suscitato il fascino di Ferretti. Non già l’afflato dell’ideale o la sensazione della realtà che l’Urss stesse, in un modo o nell’altro, geopoliticamente interpretando: l’altro mondo possibile, agli occhi di Ferretti, era rappresentato dall’autorità e non dalla costruzione della società socialista. 

Il lettore accórto se ne avvede subito quando l’autore parla di Benedetto XVI, così come pure egli ha fatto in passato più volte: la sensazione è che a Ferretti manchi l’autorità cui soggiacere. 

Dopo avere attraversato varie fasi della propria vita, si è ritrovato nella ciclicità e nella periodicità del rito, con il mondo rurale che aveva abbandonato fin dall’infanzia e dalla pre-adolescenza, tornando ad avvicinarsi a quel vissuto che aveva scansato troppo rapidamente. Sebbene, anche in questo caso, riferimenti cristiani, religiosi e mariani non sono mai mancati nel corso della produzione dei Cccp: il ritornello/litanìa di “Aghia Sophia”, “Madre”, inserita in “Palestina” ne è un chiaro esempio.

«La preghiera apre uno spiraglio che concede al finito di percepire, accedere all’infinito. […] Da che ho ripreso a pregare, non tanto quanto dovrei non meno di quanto riesco – non fatevi illusioni: sono e resto un peccatore, miserevole e anche stupido – mi affido alle preghiere della mia infanzia, pregate da sempre». 

Ferretti è, dunque, spirituale, ma anche «cattolico, reazionario e stronzo», come ebbe a dire in un’intervista del 2013 a margine della presentazione di “Fedele alla linea”, proiettato in anteprima alla Cineteca di Bologna . 

Ferretti anche contestatore, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto.

Pubblicato su Atlante editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/it/letteratura/giovanni-lindo-ferretti-ora/

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La stampa gossippara, la destra che ci sguazza, l’opposizione socia della maggioranza

Posted on 2022/11/10 by carmocippinelli

Due notizie che riguardano il Municipio VI giungono alla luce della stampa nazionale nel giro di pochi giorni: la prima è il rifiuto del presidente Nicola Franco (Fd’I) di applicare la direttiva 1/2022 di Roma Capitale in deroga al decreto Renzi-Lupi, ovvero la norma che prevede «il divieto di residenza, di allacciamento ai pubblici servizi per chiunque occupi illegalmente un immobile e l’impedimento per 5 anni a partecipare alle procedure di assegnazione di alloggi popolari se si tratta di un immobile Erp»; l’altra è che lo stesso presidente pare non abbia conseguito una laurea nonostante egli abbia indicato il titolo come conseguito presso l’università «La Sapienza» di Roma.

La notizia che più è rimbalzata , ça va sans dire, è stata la seconda: quella della laurea.

Fiammeggianti e roboanti le parole dell’opposizione in Municipio, mai come ora così presenti e accaniti.

Per Compagnone (Pd), interpellato da ‘TPI‘ c’è da augurarsi che

«il diretto interessato dia una risposta in fretta. Tutti i candidati presidente hanno depositato il proprio cv e adempiuto agli obblighi previsti dalla legge. Se non si chiarirà la situazione dovremo capire come agire perché il curriculum costituisce, oltre che un atto di trasparenza, anche una forma di orientamento al voto per i cittadini». 

Tonante anche il Movimento 5 Stelle: «va fatta chiarezza appurando quale sia la verità».

Un vulnus gravissimo per la democrazia, quello della menzogna sul curriculum depositato come da obblighi di legge su cui ci sarà da interrogarsi sul come agire, capogruppo democratico docet,

Un atto gravissimo su cui c’è da fare immediatamente piena luce!

Il sarcasmo, spero, si sia colto. O, quantomeno, auspicabile.

Il punto centrale è, ancora una volta, la percezione della periferia agli occhi della grande stampa (nonché della stampa stessa), così come pure dei suoi organi politici eletti e che dovrebbero (condizionale d’obbligo) rappresentare il corpo elettorale tutto.
Il fatto che Nicola Franco non abbia una laurea, che abbia millantato di possederla dichiarando il falso, stando a quanto riporta ‘TPI’, è certamente un atto grave. Tuttavia, dalle parti della Rinascita si ritiene infinitamente più grave il fatto che il presidente di un municipio abbia, tramite comunicato diffuso agli organi di stampa, dichiarato pubblicamente di non voler attuare la direttiva 1/2022 di Roma Capitale, in deroga al decreto Renzi-Lupi, sostenendo quanto segue: 

«[…] La direttiva del Sindaco Gualtieri è un vero e proprio inno all’illegalità, perché favorisce l’occupazione illegittima degli alloggi d’edilizia residenziale pubblica. Tutti sanno, ma nessuno dice, che a Roma la criminalità gestisce buona parte della compravendita di appartamenti popolari. Soltanto nel territorio del Municipio VI delle Torri insistono quattordici clan mafiosi, che guardano con molto interesse alla direttiva del Sindaco. […] Non tollero essere spettatore impotente del colpo mortale alla legalità che il Sindaco Gualtieri sta infliggendo senza pietà. Con oggi, la direzione del Municipio VI delle Torri nei confronti del Campidoglio su questa tematica è una sola: ostinata e contraria» e ancora «sto preparando una lettera da inviare al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, e al Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, affinché si pronuncino e blocchino la direttiva del Campidoglio, per salvaguardare la sicurezza e il rispetto della legalità». 

Sembra quasi che si legga tra le righe che: ogni richiesta di residenza dovrà essere vagliata una per una, così come, c’è caso che venga bloccata per motivi politici. E ci immaginiamo quanta ulteriore burocrazia dovrà essere prodotta per poter chiedere la richiesta sopra citata, stante il cortocircuito politico-normativo.

Su questo, ovviamente, le opposizioni non hanno dichiarato nulla perché, c’è poco da dire: gli schieramenti ad oggi presenti nel consiglio municipale, così come in Assemblea Capitolina, sono il frutto di un mesto gioco delle parti per cui, in fondo, c’è accordo su gran parte delle questioni. Lo stesso decreto che è oggetto delle contestazioni di questa fase, porta il nome di due componenti del Governo di allora: Renzi, già segretario del Pd; Lupi, ora “Noi di Centro”, comunque in quota centrodestra. D’altra parte la dirigenza del Pd romano è in perfetta linea con Nicola Franco:

«[…] Oltre all’accordo con la Prefettura, in questi mesi abbiamo creato una task force della polizia locale per intensificare gli accertamenti e gli sgomberi. Inoltre, per proteggere la case vuote dalle nuove occupazioni ci siamo rivolti alla stessa ditta che installa i dispositivi di allarme nelle case dell’Ater», ha dichiarato l’Assessore al patrimonio Tobia Zevi (Pd) al ‘Corriere della Sera’ il 12 agosto [2022].

L’immagine dell’opposizione, in VI Municipio, è sempre di più quella del padrone di casa che sistema i quadri durante un cedimento strutturale delle fondamenta. Ma che si arrabbia e punta il dito nei confronti degli altri quadri che stanno cadendo, mentre in tre provano a raddrizzarne uno che sta venendo giù.
L’immagine della stampa nazionale (digitale o cartacea) è sempre la stessa e mira allo scandalo e al gossip, piuttosto che al cuore delle questioni. L’informazione è roba che non riguarda costoro. Non interessa, neppure a titolati periodici locali, come centinaia di cittadine e cittadini, a seguito di questa polemica politica per cui il Presidente Franco si oppone alla direttiva, si ritroveranno (immaginiamo, senza troppi sforzi) invasi da ancora più burocrazia per  poter giustificare un semplice cambio di residenza.
Alla faccia della semplificazione e della “città europea”, della “città dei 15 minuti”.

Alla faccia di tante cose.
Alla faccia nostra. 

L’articolo è stato pubblicato su ‘La Rinascita delle Torri‘: https://www.larinascitadelletorri.it/2022/11/10/macerie-dellinformazione-informazione-tra-le-macerie/

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Supplenze: esistono

Posted on 2022/10/04 by carmocippinelli

Supplenze: esistono. 

Che bello sapere che quando tu hai il posto fisso c’è qualcun altro che ti sostituisce per il periodo in cui tu non puoi recarti a lavoro.
Quando tu hai il posto fisso e hai subito un piccolo intervento, ad esempio, c’è il supplente che, al posto tuo, viene assunto per un periodo di tempo limitato e fa lezione.
E così via: maternità, aspettative e via dicendo. 
Il sistema funziona.

Ci sono tantissimi modi per lavorare e dare il tuo contributo nella scuola.

Ci sono le supplenze temporanee per malattia, le cosiddette brevi, per cui ti chiama direttamente la scuola da graduatoria d’istituto. 
Ci sono le supplenze che hanno scadenza più lunga, però anche quelle sono considerate brevi. 
Ci sono le supplenze per cui tu arrivi a scuola e non sai bene quello che devi fare perché neanche la scuola aveva capito che quella cattedra era scoperta: quindi c’è caso che ti convochino pure ma con lo spazio orario della convocazione senza indicazione. Poi quando stai là vedi un po’. Possono essere 18 o 12 ore, tempo pieno o tempo parziale: come la mano di Mario Brega che po’ esse piuma o fer(r)o a seconda  delle circostanze.
Ci sono le supplenze fino ad avente diritto (le cosiddette Fad, perché nella scuola c’è tutta sta cosa che bisogna usare gli acronimi e quindi anche la lingua parlata diventa tutta parte di un grande acrostico tra dsa, bes, pdp, glo, gli, uda etc), cioè quelle per cui tu sei assunto ma non appena arrivano le Gps e viene nominato il supplente fino a fine anno, tu sloggi.
Già, le Gps: esistono pure quelle. Cioè quelle che ti danno la certezza del contratto fino al termine delle lezioni, ovvero fino all’8 giugno. Rarissimi i casi in cui venga stipulato il contratto al 31 agosto. 
Dunque, dicevamo: le Fad.
Le Fad sono quelle per cui vieni convocato da Gi (Graduatorie d’istituto, quelle per cui ti chiama direttamente la scuola, di cui abbiamo parlato sopra) e ci rimani fino a che l’Usr (Ufficio scolastico regionale) non pubblica tramite Atp (Ambito territoriale provincia di Roma Ufficio VI dell’Usr) il bollettino con le nomine. Se c’è l’avente diritto, figura hegeliana, sloggi. 
Però le Fad sono di due tipi: le scuole possono chiamare con la dicitura “Fino al 30/6/22 con clausola Fad” oppure, nella mail di convocazione collettiva, recare semplicemente la dicitura “Fino ad avente diritto”. 
La prima è buona, più o meno, la seconda no. 
Se tu, poniamo il caso, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con clausola Fad fino al 30/6, va bene: il termine è indicato, anche se poi l’Usr, tramite Atp, pubblicherà il bollettino e tu te ne andrai.
Se tu, però, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con la dicitura “fino ad avente diritto” senza la data non è che puoi lasciarla. Anche perché se non c’è la data di termine la scuola ti deve fare i contratti di settimana in settimana. Cioè: inizi lunedì e finisci venerdì. Sabato e domenica niente stipendio, hai lavorato? No. E allora che vuoi. Si ricomincia lunedì fino a venerdì. 
E comunque non puoi prenderla: stai lì dove stai fino alla fine della tua supplenza e poi ti poni in attesa.
In attesa dell’altro bollettino? 
Sì.
Cioè, no.
L’Atp ha appena pubblicato il bollettino in cui tu non ci sei, scavalcandoti nell’assegnazione delle nomine quindi vai a cercare la proverbiale “Maria per Roma”.
Che poi com’è che vengono assegnati gli incarichi annuali?
C’è questo algoritmo strafico che assegna candidato e scuola che funziona benissimo: se tu quest’estate hai inserito, tra le 150 scuole che dovevi inserire come preferenza, una scuola che nessuno ha posto in elenco, e magari le hai dato pure una posizione primaria nella tua personalissima lista, non importa che tu sia basso nella graduatoria: quella scuola sarà tua, scavalcando ogni altra persona che, magari, ha più punteggio di te. 
Funziona benissimo: sta andando tutto a meraviglia. 
Le cattedre non sono scoperte. 

Il sistema funziona. 
I docenti sono strapagati e vengono pagati tre mesi per non fare niente. 

È che i giovani non hanno voglia di lavorare, ecco qual è il problema. Anche se poi i giovani iniziano ad avere 30, 40, 45 anni. 
Se non vi rimboccate le maniche nessuno ve lo da’ sto posto di lavoro. 
Colpa vostra.
Va tutto bene.

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Óra.

Posted on 2022/09/30 by carmocippinelli

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, è stato dato alle stampe molto recentemente, ancora non giunto in molte librerie. Però alla stazione Termini c’è un po’ tutto. Anzi: senza “un po’”. 

Il viaggio che mi aspetta, che taglia da parte a parte l’Italia, replicando la linea Gustav ma partendo da Roma, ha già “Il maestro e Margherita” a farmi compagnia.

Però trovargli un fratello, Óra, è «cosa buona e giusta». 


Molti reputano terrificante la svolta ultra cattolica e iper reazionaria di Ferretti.

E hanno ragione: lo è.

È terrificante sapere che la critica del “produci consuma crepa” sia diventata, sommando i decenni, “difendi conserva prega”. 


Aliberti, dunque, per la collana “libri della salamandra”, pubblica il nuovo “Óra” di Ferretti.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è. 

Il libro scorre via interamente nel tempo del viaggio: i treni regionali portano con sé il grande pregio dell’invito alla lettura. 
Un pregio che non sanno di avere, per la verità. 

Ferretti è del tutto un’altra persona, ovviamente: condanna il suo passato in modo irreversibile. 
Così come, dice lui ora, aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan, ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente.

E anche questo lo sappiamo benissimo.
Il libro in sé non è nient’altro che un’operazione editoriale: inutile classificarlo con altre parole.

Ha delle perle perché sono i suoi ricordi che impreziosiscono il vissuto, ma si tratta di un ripercorrere anni di carriera per mezzo delle preghiere, in sostanza. Non risparmiando critiche al clero a sua detta troppo civilizzato a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi.

Ortoprassi prima di ortodossia, in fondo lo ha scritto anche l’autore di e in queste pagine.

Personalmente, ho iniziato ad ascoltare i Cccp/Csi/Pgr grazie a Valerio all’età di 14 anni. In questi sedici anni, tanti se vissuti anche se storicamente sono pochi, mi sono fatto l’idea che, in fondo, Ferretti è un concetto che muta e che non sa neanche lui come interpretarlo e interpretarsi, capirsi.

E questo libro non si discosta affatto dall’ondivago: 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi»,
scrive Ferretti alternandosi alle strofe del Te Deum. 

Adesso è così e finirà così: sotto braccio alla Meloni e amico di CL; intransigentemente reazionario e ottusamente bigotto.
Spirituale sì, ma non con quella spiritualità che aveva nei CSI o al concerto di Montesole dei PGR.

Contestatore, anche, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto. 
E non è finita. 
È tutto quello che io ho e non è ancora

finita

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Tra 26 e 65 anni se po’ pure morì (di lavoro e di burocrazia, s’intende)

Posted on 2022/09/29 by carmocippinelli

Stazione Anagnina. Esterno sera. Reputo le 16:00 un buon momento (in realtà era l’unico possibile) per andare a presentare la documentazione per la richiesta d’abbonamento annuale agevolato di Atac. Pare che c’è pure il bonus governativo. Facciamo ‘sto tentativo.

Il lungo serpente che si mostra ai miei occhi è lunghissimo: le persone in coda arrivano fin quasi all’ingresso del parcheggio multipiano (i romani hanno colto il riferimento). Ci sono, tuttavia, due persone che, in piedi, assistono le anime perse in cerca di risposte. Stanno tutti col foglio del bonus governativo in mano.
Per capirci: il bonus eroga fino a un massimo di 60€, l’abbonamento annuale costa 250€. 

Dico: «Scusi, avrei bisogno di sapere se posso rientrare nel regime agevolato per gli abbonamenti»
Dice: «Ce l’hai l’Isee?»
*mostro il documento*
Dice: «Quant’anni c’hai?»
Dico: «Trenta»
Dice: «Eeeeh allora niente.»
Dico: «In che senso?»
Dice: «L’aggggevolazione se po’ fa solo se sei sSudente fino ai 26 anni, co quella cifra de Isee.»
Dico: «Ma io ce n’ho 30»
Dice: «Eeeeh non se po’ fa. Però ce sSanno altre aggggevolazioni»
Dico: «Tipo?»
Dice: «Over 65»
Dico: «Eh ma io c’ho trent’anni»
Dice: «Ma perché lo stai a fa co Atac?»
Dico: «Abito a Roma: ho bisogno dell’abbonamento dei mezzi di Roma. Perché?»
Dice: «Perché si tu o fai su r sito d’a regione Lazio poi chiede l’aggggevolazione »
Dico: «Quindi non devo chiedere ad Atac un agevolazione per gli abbonamenti di Atac ma devo inoltrarte la domanda alla Regione?»
Dice: «Seh.»
Dico: «E invece per il bonus governativo?»
Dice: «Quello è pe’ quello [l’abbonamento] mensile»
Dico: «Ma non è da 60€?»
Dice: «Eh»
Dico: «E l’abbonamento mensile ne costa meno»
Dice: «Eh boh»
Dico: «Eh *annuisco in segno di “okay, vabbè, e mo che devo fa? come pago? ndo vado? me devo fa davero tutta sta fila?“
Dice: «Eh?»
Dico: «No, dicevo: poi il pagamento come avviene? Devo tornare qui? Posso utilizzare lo Spid o mandare una posta certificata, mi dica lei
Dice: «Eh prima te loggi co er Spid sur sito d’a Regione, poi devi annà ar municipio a fatta convalidà er vàusce che te manda»
Dico: «Ma se me loggo co lo Spid c’ha poco senso che vada de persona ar municipio
Dice: «Eeeeh»

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