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Un altro manifesto [sempre a Santa Maria del Soccorso]

Posted on 2024/04/26 by carmocippinelli

  

Foto di Adriano Pucciarelli su Unsplash

Non c’è più il manifesto di Lenin a Santa Maria del Soccorso. È stato strappato del tutto, fino agli ultimi brandelli. Per tre settimane il muro è rimasto “pulito” da ogni affissione.

Attorno al 15 del mese l’organizzazione italiana della Tendenza marxista internazionale ha provato ad attaccarvi due manifestini riguardo un’iniziativa che stavano promuovendo in quei giorni sulla lotta partigiana: uno è stato strappato e ne è rimasto uno solo. Ancora coraggiosamente attaccato al muro d’ingresso della fermata di Santa Maria del Soccorso.

È il giorno dopo il 25 aprile, in cui un lungo fiume di persone ha invaso le strade tra Villa Gordiani e Quarticciolo. È il giorno dopo la lieta marea.



In una delle due scuole in cui presto servizio quest’anno il ponte non è il 25 e il 26 aprile ma il 29 e 30, dunque mi incammino verso l’entrata della Metro B alle 7:30. Mentre cammino verso l’ingresso faccio un controllo delle cose toccandomi le varie tasche della giacca e dei pantaloni una dopo l’altra: moderna e attualizzata versione del tuca tuca di Raffaella Carrà. C’è tutto, anche la mascherina FFP2: per insegnare alla sezione ospedaliera serve ancora, nei reparti dell’ Umberto I è ancora obbligatoria. 

Finito il servizio torno indietro con pensieri e sguardi avvolti dalle pagine di Meneghello e dai racconti di Malo, ma purtroppo arriva il momento di scendere. Salgo le scale per riemergere alla luce del sole e noto sull’altro muro di destra, quello che dà verso l’uscita di Largo Viola, un altro manifesto. È scritto a vernice rossa e a caratteri cubitali: «W Mario Fiorentini».
Non c’è la firma: la scritta è rossa.
Mi fermo immobile, anche questa volta, oltre i cancelli dell’uscita della metro e resto a contemplare la scritta rossa qualche secondo. Non vedevo un manifesto per Mario Fiorentini da un po’ e vederne uno mi ha fatto respirare aria fina di montagna.

È proprio vero, penso, quello slogan che ci ripetiamo (benché ovunque
collocati, dispersi e divisi): quando muore un compagno o una compagna
ne nascono altri cento.
E vanno in giro ad affiggere i manifesti in ricordo di Mario Fiorentini.

Lo spirito di chi crede non si abbatte facilmente, come nella scena di Italiani brava gente in cui i nazisti e i fascisti, tedeschi e italiani occupanti le zone limitrofe al Don, stuzzicano un gruppo di civili russi facendo cantare loro L’Internazionale a mo’ di sfregio.
Ma loro l’hanno cantata davvero e quasi non si fermavano neanche coi colpi dei mitra tedeschi.

Sono teste dure, i comunisti.
Menomale.

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«Scusi, lei è un professore?»

Posted on 2024/04/03 by carmocippinelli
Foto di Aedrian su Unsplash

Tornare a scuola dopo le vacanze di Pasqua significa che l’anno scolastico è in pieno declivio. Tutti si sono lasciati alle spalle i mesi più duri di gennaio, febbraio e marzo: aprile e maggio indicano che giugno è alle porte. Rien ne va plus.

I più severi diranno che non si tratta di un momento facile: siamo ai proverbiali sgoccioli e gli studenti dovrebbero iniziare a sentire la pressione, il fiato sul collo dei consigli di classe di aprile, dei colloqui pomeridiani con i genitori. Dovrebbero, per l’appunto.
Al tecnico sono perlopiù dediti a indossare magliette a maniche corte dalla discutibile colorazione: è cambiata la stagione e, sebbene abbia ripreso a piovere, non appena la temperatura inizi ad aumentare si diminuiscono gli strati di vestiario e si è pronti per la passerella d’istituto, meglio nota come ricreazione.

Ma in questo periodo c’è anche un altro avvenimento che inizia a palesarsi negli istituti scolastici di ogni ordine e grado: l’avvento dei rappresentanti editoriali.

Sempre più simili ad agenti immobiliari, varcano la porta dell’istituto con una valigia a rotelle come se stessero andando a prendere il treno dalla stazione di Milano Centrale, ma alle loro spalle c’è solo la remota fermata “La Rustica U.I.R.”.
Si dirigono sorridenti al gabbiotto dei bidel…personale Ata chiedendo dove sia ubicata la sala insegnanti: vi si dirigono con passo deciso e prendono possesso dell’unica grande scrivania presente in ogni sala docenti da Luino a Mazara del Vallo (occupata in gran parte da computer fissi, raccoglitori ad anelli con le circolari, fogli con le firme del giorno e stampe di varie comunicazioni sindacali). Posizionano i libri, ancora nel cellofan, come al mercato avrebbero fatto con le cassette dei carciofi: ci sono edizioni più nuove ogni anno che sono migliori di quelle dell’anno scorso e di quelle dell’anno in corso. Gli autori dei libri che propongono sono gli stessi di quelli dell’anno precedente, le parole utilizzate all’interno anche, l’interlinea – perfino – rimane invariata ma «quest’edizione è stata rivisitata e migliorata».
Lo è tutti gli anni e guai a chiedere in cosa lo sia stata: il rappresentante potrebbe prenderti per sfinimento. La loro arma più tremenda è un bloc notes in cui hanno scritto i cognomi degli insegnanti di quella scuola: che siano tre o trecento, loro li conoscono tutti sia di nome sia, talvolta, di persona.

Al cambio dell’ora  si verificano delle scene simili a quelle del Secondo tragico Fantozzi in cui Calboni trascina la signorina Silvani e Fantozzi (per l’appunto) a Courmayeur iniziando a salutare tutti pur non conoscendo nessuno: i rappresentanti delle case editrici più grandi sono l’alias vivente di Calboni.



Tutto questo ad eccezione dei supplenti: i signori nessuno dell’anno scolastico, coloro che anche la burocrazia, spesso, ignora.
Una salvezza, pensi ingenuamente.

Sono le 10:50: è ricreazione. Suona la campanella e tu, mestamente, torni in sala insegnanti, ignaro del fatto che subito dopo la prima ora siano entrati sgattaiolando i rappresentanti e si siano piazzati al centro della scrivania presente nella stanza. Vedi un uomo in giacca e cravatta che sta intrattenendosi con una collega: non hai mai visto quel volto, sarà sicuramente un rappresentante. Vuoi evitarlo per una ragione: vuole convincerti ad adottare nuovi testi per il prossimo anno scolastico. Ma tu l’anno prossimo non ci sarai.
Lui, l’agente immobiliare dell’editoria scolastica, ti incalzerà: «ma lei ha potere decisionale anche sulle adozioni del prossimo anno scolastico, professore! Le consiglio, a tal riguardo…», mentre dice così, di solito, prende dal tavolo un volume dai colori sgargianti e attacca bottone fino a prenderti per lo svenimento, fino a farti strappare un «grazie per questa proposta, ci penserò su».
Fili via dal corridoio in direzione del bar che, finalmente, ha riaperto (una delle gioie dell’anno scolastico).

Prendi tempo con un caffè e chiacchierando del più e del meno con la collega di francese: è ancora lì, lo vedi con la coda dell’occhio, ma per fortuna è sufficientemente distante dalla porta d’ingresso della sala insegnanti.
Decidi di bere l’ultima goccia del caffè ed entrare nella sala insegnanti a testa bassa, brandendo già la chiave dell’armadietto forzato in più parti dal bidel…personale Ata che te lo ha aperto con un arnese metallico l’unico giorno in cui ti sei dimenticato la chiave (generalmente c’è una sola chiave e se un giorno la dimentichi hai la sola chance del piede di porco).
Dai le spalle all’ingresso e guardi la serratura di fronte a te, inserisci la chiave e mentre apri l’armadietto senti dei passi dietro di te, passi di scarpe col tacco, passi di camicia inamidata con le iniziali cucite e cravatte salmonate che manco Gianfranco Fini quando era ministro.
È finita: ti ha trovato.

«Scusi, lei è un professore?»

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Cuneo rosso a Santa Maria del Soccorso

Posted on 2024/02/21 by carmocippinelli

Foto di katalin gyurasics su Unsplash

Un mese fa ricorrevano due date storicamente importanti: la nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I) e la morte di Lenin. Entrambi i fatti sono avvenuti il 21 gennaio sebbene il secondo a distanza di tre anni dal primo: il Pcd’I è stato fondato al Teatro San Marco di Livorno il 21 gennaio 1921 e Lenin è morto a Gorki il 21 gennaio nel 1924.
Il 21 gennaio 2024 qualcuno ha affisso un manifesto dedicato a Lenin all’entrata della fermata di Santa Maria del Soccorso della Linea B di Roma: ha resistito per un paio di settimane.

Ho subito immortalato il manifesto a forma di freccia, immagino realizzato appositamente per ricordare il celebre quadro di Lissitzkij, e ogni giorno andavo al lavoro un po’ più felice: anche se ho abbandonato l’attività militante, c’è qualcuno che continua e ricorda. Mi sono sentito di nuovo parte di qualcosa: comunque meno isolato e più compreso.
È bastato poco, in fondo: è bastato un manifesto.

Succede, come capita spesso in questi casi, che qualcuno della parte avversa noti il manifesto e si preoccupi di andare prima ad imbrattarlo e successivamente proceda a strapparlo (ad oggi il manifesto resiste ancora nella sola parte del volto di Lenin, sebbene strappato in più parti).
Ma la cosa che mi ha più colpito e destabilizzato è stata la sequenza di azioni che si sono riversate sull’affissione.
La prima: una scritta a pennarello, dunque visibile solo se l’occhio del passante si fosse avvicinato molto, a caratteri cubitali: “MERDA”.
La seconda: il manifesto strappato nelle parti in cui risultava più facile l’operazione.

Non appena ho notato la scritta col pennarello nero mi sono fermato davanti al manifesto con le mani nelle tasche dei pantaloni. Istantaneamente ho ripensato ripensato ad un film: La marcia su Roma. Una tragicommedia in cui i protagonisti, Gassmann e Tognazzi, decidono di intraprendere  la marcia su Roma (per l’appunto) dopo aver aderito al movimento dei fascisti, allora ancora intriso di sansepolcrismo. Gassman, furbesco traffichino che viveva millantando di essere stato reduce della Prima guerra mondiale chiedendo elemosina e vivendo sulle spalle degli altri in virtù di una condizione pregressa inventata (reduce perché coscritto non “per spirito patriottico”), riesce a convincere ad aderire al fascismo un Tognazzi che interpretava un cristiano pienamente sfiduciato nei confronti della politica ed economicamente sul lastrico.
L’opera di persuasione è la seguente: leggere allo stremato Tognazzi tutto il programma di Piazza San Sepolcro. Istituzione della Repubblica, suffragio universale, giornata lavorativa di otto ore, redistribuzione delle terre, sequestro dei beni delle congregazioni religiose e via dicendo.
La Storia suggerisce che i binari della propaganda sono spesso binari morti: dopo il ’22 rimase il Re, ci fu il concordato, la giornata lavorativa rimase invariata (e le condizioni dei lavoratori peggiorarono) e via dicendo.
Tognazzi ci casca (la redistribuzione delle terre era un punto troppo importante perché potesse venir ignorato: sognava di diventare proprietario terriero) e anche lui decide di indossare la camicia nera: insieme salgono sul camion per la marcia su Roma e ad ogni tappa – qui sta il nesso comico ma anche tragico – si rende conto che i punti del programma che gli era stato annunciato trionfalmente vengono tutti disattesi, uno dopo l’altro. 

Arrivati in una città per una sosta lungo il tragitto, un giovane Mario Brega (proprio lui) scende dal camion in cui erano anche i nostri protagonisti per unirsi al gruppo di camice nere che stavano dando fuoco ad una tipografia socialista. I fascisti già presenti sul posto, prima dell’arrivo dell’ultimo gruppo, stavano buttando dalle finestre quel che trovavano, compresi dei quadri e delle immagini contenenti dei simboli ideologici che erano affssi all’interno della tipografia. La prima raffigurazione che riversano a terra con violenza è quella di Lenin, su cui una camicia nera sfoga tutta la sua frustrazione colpendone a manganellate il volto della riproduzione. La seconda parte della furia spetta a Marx: «buttalo giù quer capoccione», urla Gassmann il quale, proditoriamente, osserva la scena stando un passo indietro.

Tognazzi prende il programma che aveva nel taschino (ne portava sempre una copia con sé per monitorare  che tutto procedesse “secondo i piani”) e protesta con l’amico: «qui c’è scritto libertà di stampa ma stiamo bruciando una tipografia!». Gassmann lo prende in giro e lo liquida con un’espressione tipicamente romana: «e nun sta a rompe», accompagnata dall’eloquente gesto delle braccia che si allontanano dal corpo cercando ampiezza. Un altro punto del programma non rispettato, con tutta evidenza. 

Canti e controcanti di voci mainstream (e non) affermano oggi la fine delle ideologie, deridendo chi ancora vi rimane attaccato e – peggio – utilizzando il termine in senso dispregiativo come sinonimo di grettezza culturale e ristrettezza di visione. Costoro, di solito, sono poi indulgenti verso la peggiore ideologia (certi che non andrà a ledere l’apparato come non ha fatto in passato): ne hanno assimilato ogni stortura e ogni sfumatura, sia essa politica (in prassi e in teoria), sia essa morale.
L’importante è cancellare ogni riferimento a quell’idea (l’altra, eh) che, terminata in tragedia con lo stalinismo, aveva rovesciato l’ordine costituito e abbattuto il regime degli Zar, aveva dato la pace ad una nazione martoriata, aveva dato speranze e orizzonti al mondo intero.

E continua e continuerà a farlo per l’eternità.
Nonostante le scritte oscene sui manifesti (che manco si leggono, en passant).
Nonostante l’esigua minoranza e l’inadeguatezza dei suoi rappresentanti.

Scusaci, Lenin.
Non faremo morire l’idea, nonostante la fase, la situazione, nonostante noi.
Scusaci Lev.

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I “Terrazzi letterari” compiono due anni

Posted on 2023/11/11 by carmocippinelli

Che ci si creda o meno, il fatto è che i Terrazzi letterari compiono due anni. Due anni fa ci siamo ritrovati con Pierina (e suo cugino sacerdote) ad un tavolino del bar di via delle rondini e abbiamo provato a capire come portare avanti un discorso culturale legato al libro, al dialogo, all’incontro e allo scambio stanti le difficoltà legate al distanziamento sociale e alle normative che ancora vigevano. Il Covid aveva travolto ogni spazio di socialità cittadina e Torre Maura risentiva ancor più pesantemente della mancanza di un luogo che non fosse all’interno delle parrocchie o lo spazio esterno di un bar.

Ci voleva un’idea che puntasse in alto e allora abbiamo rivolto lo sguardo verso il cielo: «Facciamo che ogni tot leggiamo un libro e ne discutiamo sui terrazzi del quartiere: alla fine toccheremo tutti i condomini di Torre Maura!». C’erano da considerare tante cose: le restrizioni, le paure delle persone, il distanziamento, le case (perché, in fondo, saremmo entrati nelle case delle persone). 

Al gruppo iniziale, formato da un pugno di persone, di tanto in tanto si aggiungevano amici che passavano da Roma e che volevano condividere questa o quella lettura. E allora tutto diventava molto ricco (e spesso maledettamente freddo, meteorologicamente parlando).

Tutto il vento di quella volta sul balcone della chiesa di via Tobagi, ce l’abbiamo ancora addosso: Domenico e Antonia ne hanno ancora un po’ nelle ossa, sebbene ora siano oltre la Manica.

Oggi abbiamo ripreso la stagione dei Terrazzi e ognuno dei partecipanti ha potuto parlare di una lettura (tra le tante) intrapresa nel corso dell’estate: Accabadora, Quella domenica di luglio, La donna gelata, La sibilla, Un ragionevole dubbio, Fiori italiani sono solo alcuni dei titoli attorno a cui si è ragionato.

Bentornati Terrazzi!

Le foto sono gentilmente offerte dalla FotoStorte Production ©.

C’è poi da dire un’ultima cosa [ma solo per chi è arrivato fin qui].
Nel corso del terzo terrazzo erano arrivate sul tavolo delle paste dal forno di piazza degli alcioni. Niente di strano per un quartiere la cui toponomastica è basata su uccelli e ornitologi, se non fosse che il cartellino – apposto dalla pasticceria stessa, dunque – con cui era chiuso l’involucro recitava la dicitura “piazza degli aRcioni”. Alcioni de borgata, evidentemente. Un po’ come la storia del cavajere nero di Proietti.
Tanto perché la storia si ripete e Torre Maura non si smentisce mai, la torta di oggi recava tale scritta: “2° anno TERAZZE”. Ao, daje.

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Destinazione minibus – [cose strane della Bolivia #2]

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Piccolo post senza pretese (e del tutto non esaustivo) sul confuso sistema di  trasporto su gomma pubblico/privato presente a El Alto e a La Paz.

 
Nel mese trascorso in Bolivia ho avuto un passatempo del tutto peculiare, tipicamente nicchista. Mi sono appuntato tutte le marche cinesi di automobili, minibus, van, camion e mezzi di trasporto in generale che ho notato.
 
Se si dovesse leggere l’elenco ne verrebbe fuori un meraviglioso kaleidoscopio di suoni terminanti con la n come nelle peggiori barzellette, crogiolo di luoghi comuni.
Changan, Jin Bei, Keyton, King Long, Yuejin, Foton, Golden Dragon, Haval sono solo alcuni nomi attraverso cui si impernia il sistema di trasporto di El Alto e di La Paz, maggiormente. Che poi i minibus si trovino anche a trecento chilometri di distanza dalla capitale e siano King Long anche lì, sembra un’ovvietà, dunque è bene sorvolare su questo aspetto. Cosa sono i minibus? C’è chi li chiama colectivos, un termine che farebbe comprendere meglio la natura peculiare di questo trasporto che è privato ma pubblico

Trasporto pubblico?
Esiste e costa anche poco. Si tratta di un trasporto su gomma, di linee di autobus come siamo abituati a vederli nelle città in Italia: sono i Pumakatari. Autobus imponenti di colore arancione e chiamati così perché vi hanno raffigurato un puma stilizzato sui fianchi e fanno parte del progetto governativo che prevede il collegamento tra la città e le parti più remote della valle su cui si adagia la capitale boliviana (“La Paz bus”). «”La Paz Bus” è il sistema integrato di trasporto del Comune di La Paz» ha l’obiettivo di: «fornire un trasporto sicuro, affidabile e amichevole a tutta la popolazione della nostra città lungo i nostri percorsi». Il viaggio da La Paz al punto più lontano collegato costa 2 boliviani e
30 centavos, cioè 0,31 centesimi di euro. Non sto neanche a dire che la
flotta dei Pumakatari è totalmente King Long. Se ti abboni, però, i
viaggi costano 80 centavos, cioè 0,11 centesimi di euro. Alla faccia dei
rincari in occidente.
La pubblicità del Pumakatari si premura di sottolineare l’espressione “viaggio amichevole”. Un aggettivo da non sottovalutare. Le tre regole per la guida e la sopravvivenza pedonale in Bolivia – codificate seduta stante replicando quelle che ci hanno detto i nostri primi angeli custodi del nostro viaggio, cioè Sirio e Martina – sono poche e semplici: i semafori sono consigli, non esistono segnali stradali (men che meno strisce pedonali), i minibus fanno quello che vogliono. 

Ma torniamo a noi. I minibus.
In sostanza sono dei van guidati da un autista privato che possono contenere fino a 15 persone. Gli itinerari dei minibus cambiano a seconda della tratta che il chofèr (l’autista) decide di intraprendere quel giorno: cambiano anche nel corso della stessa giornata, pur mantenendo alcuni punti fissi. Un itinerario mobile qual piuma al vento o a seconda della volontà dell’autista, tacitamente e insindacabilmente. Le destinazioni sono indicate con dei cartelli (rigorosamente “amovibili”) affissi sul vetro della vettura: indicano quali punti di interesse saranno toccati. Ma dimenticatevi le fermate: l’importante è che al punto in cui si voglia scendere uno urli una cosa tipo «A la esquina por favor!» (cioè: «all’incrocio, per favore») e l’autista si fermerà. Per la chiamata la cosa è analoga: basta alzare un braccio e il minibus, se ha posto, si fermerà. Il passaggio costa dal boliviano e mezzo ai due boliviani, ovvero da 0,20 centesimi a 0,27 centesimi di euro. Se sei bianco, se sei gringo, tuttavia, capita che la tratta la paghi 2 boliviani anziché 1,50. 

L’ultimo che sale, chiude la porta (scorrevole). Come la cholita in foto ad inizio del post.
Poi ci sono gli urlatori, quelli che si guadagnano un boliviano a gridare a bordo della strada quando vedono dei minibus fermi al semaforo oppure in attesa che il mezzo si riempia davvero. A volte salgono anche sul mezzo semivuoto e, prima che un flusso più o meno copioso di persone riesca a salire sul pulmino, trascorrono a passo d’uomo alcune centinaia di metri urlando tutte le zone toccate dal van.

Tipico urlatore a bordo di un minibus

Tutti i choferes sono sindacalizzati, chi più chi meno, in un dedalo di organizzazioni, molte più di quelle che possono immaginare le circonvoluzioni cerebrali di uno avvezzo alle divisioni della sinistra comunista italiana. Certo è che quando gli autisti si organizzano per uno sciopero e per un blocco, i collegamenti tra El Alto e La Paz si interrompono completamente. Le divisioni, in questo caso, o contano poco o tantissimo: c’è chi si unisce ai blocchi anche se non è dei sindacati che stanno scioperando, c’è chi viene preso a sassate sul parabrezza (letteralmente) qualora non si unisca alla lotta. I blocchi sono letterali: i minibus si mettono di traverso nelle poche strade che collegano le due città, formano un po’ di barricate rudimentali ulteriori e il gioco è fatto. Non passa nessuno. 
Nella nostra prima settimana, in cui si stava paventando un aumento del pedaggio dell’autostrada che collega La Paz a El Alto da 2 boliviani a 2 e 50 centavos, il blocco ha costituito un problema non indifferente. Certo, c’era il teleferico, ma nessun mezzo su gomma trasportava dal un punto x (capolinea del teleferico) all’altro y. I Pumakatari a El Alto semplicemente non esistono.

E poi ci sono tutti gli altri mezzi di trasporto. Ci sono i taxi (ma quelli sono universali) con l’eccezione del trufi, cioè una sorta di taxi collettivo che trasporta fino a cinque persone. E poi ancora i Micro T: stesso principio dei minibus ma con automezzi degli anni ’50 del Novecento, ancora perfettamente utilizzati. «Quando sono arrivato qui attorno al ’76 – ci dice Riccardo Giavarini – i mezzi di trasporto erano questi… e ci sono ancora!», indicando un tanto datato quanto imponente Micro T (l’ossimoro è tutto voluto) marca Dodge. Scorrono lenti e motoristicamente murmureggianti  nel frenetico, inquinato e caotico traffico paceño e alteño. Si difendono col prezzo: 1 boliviano e 50 centavos per ogni passaggio, nessun aumento, nessun rincaro. Si sta un po’ stretti, ma si arriva a destinazione.

(Le foto, a parte quelle sul Micro T, sono state scattate dall’autorevole componente valserianina della fraternità di Cairoma2023, ovvero Letizia).

La prima di «El Diario» a bordo del Micro T  sulla salita per Munaypata il giorno dopo la pesante sconfitta (0-3) subita dalla Bolivia contro la nazionale Argentina.

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Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Posted on 2023/09/12 by carmocippinelli

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

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Dodici anni di “Qalauma” in un paese ancora in difficoltà con l’amministrazione della giustizia

Posted on 2023/08/28 by carmocippinelli

La sede di “Qalauma” è nella città di Viacha. O meglio: nella comunità “Surusaya Suripanta”, facente parte del comune di Viacha. Una sorta di frazione nel bel mezzo dell’altipiano a oltre 4.000 metri d’altezza. Per arrivarci ci si può affidare al minibus (un trasporto privato che funge da servizio pubblico del dipartimento di La Paz trasportando le persone in van da 8-10 posti) o al trasporto privato. Tertium non datur. Una volta abbandonata El Alto, c’è una sola strada che funge da collegamento con Viacha: quella che è chiamata “autostrada” in realtà è poco più che un rettilineo perpetuo asfaltato – più simile alle strade statali italiane che ad una autostrada vera e propria – che taglia metaforicamente l’altipiano e porta a Viacha, la città dei mattoni. L’unica fonte economica e di sostegno di Viacha è quella che viene dalla costruzione, produzione e distribuzione di materiale edile che serve a sé e all’immenso sviluppo disorganizzato di El Alto. 


Vivere a quattromila metri

Secondo l’Istituto nazionale di statistica della Bolivia, la città di El Alto conterebbe «approssimativamente» 1.089.100 abitanti. Almeno stando i numeri del 2021, sebbene non siano del tutto sicuri neanche da fonti governative. Facile immaginare quanto ci sia di “sommerso” che non emerga dai numeri, tra irregolari e migranti provenienti primariamente dal Venezuela e diretti verso il Cile. El Alto è una città il cui sviluppo si misura con l’unità di misura del disordine e attraverso l’approssimazione di chi sta costruendo condomini, case e nuovi agglomerati urbani (letteralmente “zone di urbanizzazione”) che, pian piano, si sono estesi a tal punto fino a farle raggiungere due livelli significativi: diventare la città più popolosa di La Paz (il cui numero di abitanti è sceso sotto al milione) e abbracciare completamente anche l’aeroporto internazionale con costruzioni di ogni tipo. Case non finite ai piani superiori ma abitate a piano terra, tetti di lamiera, cancelli e portoni rimediati da altre costruzioni, strade sterrate che si alternano a quelle asfaltate, servizi di base non garantiti per tutti rappresentano la quotidianità piena di diseguaglianze di El Alto. Una quotidianità alteña fatta di informalità economica, di ambulanti che contano sulla giornata, su pochi negozi che vanno oltre il settore alimentare e quello delle riparazioni delle automobili e naturalmente di estrema disuguaglianza. Una quotidianità fatta anche di giustizia sommaria. Capita spessissimo di leggere scritte a vernice – abbastanza minacciose per chi non è del posto – sui muri di mattoni che cingono le varie proprietà delle case poste nelle vie interne di El Alto, ad esempio: “auto sospetta sarà bruciata e proprietario linciato”, con tanto di disegno di una auto ribaltata e con fiamme che si levano dalla parte inferiore. Altre scritte poco invitanti sono quelle dedicate a chi ruba: “ladro colto in flagrante, sarà bruciato“. Come si fa a capire che un’auto sia sospetta o meno? Ci si affida al fiuto. Così come pure capita di imbattersi in manichini vestiti di tutto punto ma impiccati ad un palo della luce: un avvertimento per chi ruba. L’amministrazione della giustizia, con tutta evidenza, non è il punto forte di La Paz o di El Alto: la vendetta personale, la giustizia sommaria parrebbero vigere incontrovertibilmente. 
Roccia e acqua: ma non lo si chiami “carcere”
In questo contesto non troppo facile, nasce nel 2011 il primo centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti di tutto il paese: “Qalauma”, una parola aymara che significa “roccia” (qala) e “acqua” (uma). Il significato del nome si perde nei meandri della cultura locale e può essere spiegato a lettori occidentali come una lettura positiva del detto latino “gutta cavat lapidem” (una goccia [d’acqua] scava una roccia) per cui l’acqua riesce a dar forma anche alla roccia.
Guai a chiamarlo carcere: centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti (in realtà all’interno ci sono ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 28 anni) significa abbattere alla radice (o almeno tentare) ogni sentimento di recidiva una volta fuori dal centro. Prima di “Qalauma” in Bolivia non esisteva uno spazio dedicato a minori che avessero violato la legge: la persona che più si è attivata per questo progetto di giustizia riparativa è un italiano: Riccardo Giavarini. Nato a Telgate (Bg) sessantotto anni fa, da quarantasette vive in America Latina, in Bolivia (con una parentesi peruviana) e poi nuovamente a La Paz. Da pochi mesi è stato ordinato sacerdote e ha partecipato anche lui – ricevendo anche un riconoscimento per il lavoro svolto – alla ricorrenza dei dodici anni di “Qalauma” a cui erano presenti tutte le autorità della politica di La Paz e della polizia boliviana. 

«Ci sono stati vari finanziatori per la realizzazione di “Qalauma”», ha spiegato don Riccardo ad Atlante, «dalla Unione Europea alla Conferenza episcopale italiana. La Cei ha supportato la realizzazione del centro approvando consequenzialmente tre progetti a cui poi sono seguiti gli appoggi importantissimi dei governi italiano, tedesco, svizzero e spagnolo». E poi, ovviamente, la Diocesi di Bergamo, la Ong veronese Progetto Mondo MLAL e tutta una serie di altri gruppi di sostegno del mondo cattolico e del volontariato laico.
Il punto centrale di “Qalauma” non è quello di rappresentare un istituto di pena ma un vettore di reinserimento sociale: la giustizia riparativa don Riccardo ce l’ha a cuore, prima ancora che fosse ordinato sacerdote e viveva in Bolivia analizzando le contraddizioni della giustizia (e della società) boliviana. Prima di “Qalauma” i ragazzi adolescenti che avevano violato la legge e dovevano scontare una pena erano detenuti nel medesimo spazio di reclusione degli adulti e questo – ha spiegato Giavarini – rappresentava un problema: abusi e violenze erano molto frequenti. 
«Anche il governo boliviano ci ha sostenuto», ci tiene a precisare don Riccardo e lo ha fatto anche durante la Celebrazione Eucaristica di giovedì 24 agosto ricordando la prima “Defensora del pueblo” Ana Maria Romero de Campero a cui è intitolato il centro di reinserimento sociale di Viacha: «è stato grazie a lei che ho potuto cominciare a muovermi: a fare progetti, a studiare che tipo di impostazione dare al centro».
Tre anni dopo l’inaugurazione, nel 2014, anche l’allora ministra della Giustizia, Sandra Gutiérrez, espresse il proprio sostegno nei confronti del «progetto pilota di “Qalauma”» esprimendo il desiderio di implementazione del centro. 
Il carcere autogestito, l’ultimo passo dell’idea
“Qalauma”, nella concreta utopia di Giavarini, avrebbe dovuto seguire un modello brasiliano che prevedeva la totale autogestione dei minori coadiuvati da personale educante scolastico e legato ai servizi sociali. È il metodo Apac, protezione e assisenza ai condannati: autonomia, autodisciplina e responsabilità. Lo sforzo iniziale di don Riccardo Giavarini tendeva espressamente al modello brasiliano: «prima di proporlo alle autorità boliviane sono andato in visita in Brasile, in un istituto penitenziario minorile senza polizia, per vedere come fosse la situazione e rimasi stupito di quanto positivo fosse quello schema di organizzazione». Le autorità boliviane tuttavia non ritennero valida l’impostazione senza l’elemento della sorveglianza della polizia e “Qalauma” può essere considerato un laboratorio “a metà”. In attesa del compimento dell’idea iniziale a cui Giavarini continua a tendere. Nel mentre, però, l’ex missionario laico bergamasco non si annoia affatto dal momento che è direttore generale della “Fundacion Munasin Kullakita” (anche qui: una parola aymara che significa “amati, sorella”) un progetto che gestisce una casa a El Alto per ragazze minori vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.
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La Paz (prima parte)

Posted on 2023/08/22 by carmocippinelli

21 Agosto, ore 10:00. Ora locale, ovviamente. Sei ore in meno rispetto all’Italia. A La Paz, ma come in tutto il Sud America, è inverno. Siamo partiti da Roma con 30 gradi e siamo arrivati a El Alto, all’aeroporto internazionale di La Paz, con la metà dei gradi. L’aereo della compagnia di Stato “Boliviana de aviaciòn” (Boa) era un incrocio tra un EasyJet e un Ryanair di una decina di anni fa, probabilmente ne avrà avuti una ventina ma ci ha portati sani e salvi da Santa Cruz a La Paz. Arrivare in Bolivia non è semplicissimo: da Roma bisogna fare tappa a Madrid, da Madrid prendere un volo per Santa Cruz per arrivare a El Alto. 

Volo cancellato
Una volta approdati a Madrid ci arriva una bella (si fa per dire) mail in cui ci viene annunciata la cancellazione del volo della compagnia Amaszonas che ci avrebbe portato da Santa Cruz a La Paz. Andiamo a chiedere aiuto al personale di terra di Air Europa e ci dicono che sicuramente una volta arrivati lì ci avrebbero fornito una soluzione: “Avreste anche diritto ad un rimborso del biglietto, bueno, certamente con le leggi europee, con quelle di lì….”. A questo punto la dipendente di AirEuropa muove le sopracciglia, come un arciere tende l’arco, alza le spalle. Molto poco incoraggiante ma c’era da affidarsi, in poche parole. La soluzione è arrivata con la Boliviana de Aviacion nonostante nel volo da Madrid a Santa Cruz abbiamo incontrato un signore spagnolo-boliviano che ci ha “tranquillizzato” moltissimo: “No, Boa es peòr, mucho peòr de Amaszonas”. La mia paura dell’aereo, carsica durante il volo, è diventata di proporzioni oceaniche – letteralmente – dopo aver sentito le rassicurazioni di Javier. 

Falta de oxigeno
Cioè “mancanza di ossigeno”. Slacci la cintura, ti incammini verso la porta d’uscita e ti senti molto pesante. Mettere un piede davanti all’altro, proverbialmente parlando, non è facile e bisogna darsi tempo, come in questi primi giorni: uscire per fare il giro di qualche quadras (isolati) è già tanto, fare le scale di buon passo implica una ricerca costante di ossigeno una volta terminate. Il mal di testa è stato costante i primi due giorni e il secondo ancor più intenso del precedente: gli occhi uscivano fuori dalle orbite e le tempie pulsavano come se avessi assistito ad un ipotetico concerto di 72 ore dei Sepultura. 

El Alto
Tecnicamente, la città di El Alto rappresenta una realtà a sé, autonoma rispetto a La Paz. Nata come agglomerato spontaneo di case, spesso non troppo ben costruite, è diventata una città enorme con tutti i problemi che questo sviluppo spontaneo ha rappresentato nel corso degli anni. Una città di un milione e più di abitanti nata come le borgate romane extra Raccordo Anulare: una borgata Finocchio enorme che si estende così grandemente da non riuscire a vederne la fine. Se La Paz è la ciudad del cielo perché è situata a 3.500 metri, El Alto (4.100 metri) guarda (sovrastandola) tutta la valle su cui sono distesi i quartieri della capitale politica boliviana. Lo sviluppo totalmente diseguale di El Alto ha fatto sì che la città abbia più centri e più periferie al contempo: Avenida Boliva, per fare un esempio, è una delle vie principali di El Alto ma tuttavia non è la unica avenida principale. Le case sono cresciute e crescono, tutt’ora, caoticamente, in modo disordinato e senza una reale pianificazione: tutto è lasciato ad una iniziativa privata totalmente arbitraria e soggettiva. Costruzioni mezzo terminate sono abitate ai piani bassi mentre operai zelanti – in spregio dell’altura, ma questa è un’osservazione tutta occidentale – costruiscono gli altri piani, tetti di lamiera temporanei diventano “a tempo indeterminato” e i servizi di base non sempre sono assicurati. L’industria più fiorente – si fa per dire – è quella dei mattoni (la mente corre subito a Calzinazz di “Amarcord” e alla sua poesia in cui tutta la discendenza patrilineare “fava i matoni”) anche se non c’è una vera e propria economia della città: “è tutto legato all’imminenza” ci dice Riccardo Giavarini (da poco padrecito, cioè sacerdote) ma anche un po’ all’improvvisazione e all’approssimazione: banchetti per strada molto raffazzonati, mercati composti da una fila di baracche riempiono i lati delle strade asfaltate (non troppo bene) della città. 

Mi teleférico
Su internet si trova di tutto – scritto da chiunque – riguardo il peculiare trasporto pubblico di La Paz/El Alto, dunque non scriverò cose già dette meglio e più esaustivamente da altri, mi limito solo a dire che el teleférico è una idea geniale ma al contempo – per me che non apprezzo così tanto “il volo in sé” – abbastanza pauroso. Mi spiego: El Alto, e già il nome lo enuncia, un luogo più elevato di La Paz: la linea morada che collega le due città compie una specie di salto nel vuoto di parecchie centinaia di metri. Le foto parleranno da sé, anche se scattate con uno smartphone impugnato da un soggetto estremamente pauroso del volo e dell’altitudine:

Il fatto che abbia scattato la foto ben lontano dal costone – e non a ridosso di esso – fa facilmente presupporre al lettore la sensazione del tutto rilassata con cui abbia affrontato la discesa.

La discesa verso La Paz

La discesa verso La Paz (2)

Uno dei tanti canchitas (che però è femminile) de futbol di El Alto

El Alto e le montagne innevate sullo sfondo

La valle in cui è stata costruita La Paz. 

La prossima volta porterò la macchina fotografica e tenterò di scattarne delle altre. Sperando che riesca a scattarne di dritte.

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Una buona nascita parte da una buona informazione – Atlante Editoriale

Posted on 2023/08/01 by carmocippinelli

Ad inizio 2023 si è tornati a parlare di violenza ostetrica, soprattutto a causa di un fatto di cronaca avvenuto a Roma presso l’Ospedale “Sandro Pertini”: una donna di 29 anni, già ricoverata presso il medesimo nosocomio, si addormenta nella notte fra il 7 e l’8 gennaio mentre allatta il figlio appena nato dopo 17 ore di travaglio. Il bambino sarebbe morto il giorno successivo. «Più volte ho chiesto in reparto di essere aiutata – ha dichiarato dopo i fatti la donna al quotidiano «Il Messaggero» – perché non ce la facevo da sola e di portare per qualche ora il bambino al nido per permettermi di riposare, eppure mi è stato detto sempre di no». Donne lasciate sole senza avere possibilità di aiuto concreto da parte del personale medico. Eppure, partorire non dovrebbe rappresentare un’espressione di malattia quanto piuttosto un evento naturale a cui le donne potrebbero avvicinarvisi in maniera informata e consapevole. Tutto sta in una parola: “fisiologia”. 

Ne abbiamo parlato con l’ostetrica Maria Carolina Salvi, ostetrica libera professionista. 
Perché in Italia si parla di “violenza ostetrica”?
«Purtroppo attualmente non conosciamo un altro modo di partorire che non comporti manovre invasive e lesive per la salute della donna. In taluni casi anche di quella del nascituro. La gamma di azioni che possiamo classificare come violenza è molto ampia: si va dal non rispetto della privacy (ad esempio il fatto di dover partorire davanti a più personale medico [e non] nonché ad ostetriche) al non rispetto delle decisioni di coppia sull’evento-nascita, sulla salute del proprio bambino fino ad arrivare alle più lesive».
A cosa ti riferisci?
«Mi riferisco a manovre invasive e lesive dell’integrità della persona, come ad esempio l’episiotomia [un taglio netto di più strati muscolari], la “manovra Kristeller” [una pressione su un fondo uterino verso il basso] che “dovrebbe” favorire la fuoriuscita del bambino ma che, in realtà, comporta una coercizione. Nonché una manovra invasiva, come già detto».
A proposito del fatto tragico con cui abbiamo introdotto l’intervista: quella donna è stata lasciata sola. L’effetto dei tagli alla sanità ha portato a questo?
«Siamo inseriti in un sistema che non valorizza la donna, la depotenzia e la depaupera di moltissime risorse. Ad esempio la presenza di un compagno (magari padre del bambino, [ride]) nell’immediato post-parto che possa fare il papà e che si prenda cura del bambino e della mamma. I tagli alla sanità sono il mezzo attraverso cui situazioni a rischio degenerano e si trasformano in tragedie. Una mamma nel post-parto non deve essere mai lasciata sola perché fisiologicamente è portata a creare legami che le permettano di accudire il proprio bambino in serenità».
Come si esce dal binomio ospedalizzazione-patologia?
«Se ne esce rendendo la gravidanza prima, e l’evento parto e nascita poi, un evento fisiologico che sia una scelta e non un binario obbligato ridotto agli studi medici. Che se ne parli con figure professionali che sono formate e aggiornate sulla fisiologia del parto e della nascita, aventi competenze per discernere quando una gravidanza sia fisiologica e quando, invece, ha dei criteri di attenzione per cui ci si deve avvalere della competenza di un esperto di patologia, quale è il ginecologo, ad esempio.

Quindi partorire non significa patologia?
«Categoricamente no. Si chiama “stato interessante” proprio perché debba essere attenzionato non perché debba essere vessato e pilotato».
Che significa “gravidanza” e “parto fisiologico”?
«Parlerei piuttosto di fisiologia in sé»
Parliamone.
«Significa che all’interno della gravidanza e del parto ci sono risorse di salute, di cui la donna deve essere resa consapevole, che sono funzionali al buon percorso della gravidanza e che sono finalizzate ad un positivo espletamento del parto»
Cioè?
«Se una donna ha compiuto un percorso di salute nella fisiologia durante la gravidanza, avrà molte più possibilità di una buona riuscita del parto»
Esistono realtà in Italia che non “patologizzano” l’evento-nascita?
«Non credo che esistano “realtà” ma professionisti che possono fare la differenza in tal senso. 
Ad esempio: posso lavorare in un ospedale che ha un alto tasso di medicalizzazione e, comunque, attuare comportamenti di tutela delle donne che assisto (ad esempio favorendo libere posizioni in travaglio o evitando di somministrare integratori inutili o nocivi talvolta). Oppure, al contrario, posso far parte di una struttura privata – o in regime di libera professione in autonomia – ed essere io stessa vettore di integrazioni inutili e/o comportamenti di abuso. In buona sostanza: è la/il professionista che fa la differenza. Certo è che in ospedale il lavoro è molto più difficile».
Quindi tutto sta nella persona e non la struttura?

«La persona fa la differenza in una struttura ricettiva delle richieste delle donne. L’importante è che la donna sia realmente al centro e non il profitto. La scelta della donna deve essere libera, informata e consapevole». 
Gli unici tre paesi ad aver legiferato sulla violenza ostetrica sono in America Latina (Messico, Argentina, Venezuela) [1]. 
«In Italia il problema più grande è che gli episodi a cui accennavo non sono facilmente documentabili, dal momento che quelle stesse manovre spesso vengono spacciate alle donne per garanti della riuscita di una buona nascita quando in realtà sono esse stesse che potrebbero più facilmente essere iatrogene [cioè portare una patologia indotta], cioè recare danno alla donna. E spesso queste stesse non sono nemmeno annotate nelle cartelle cliniche. 
Dall’America Latina è partito il ‘movimento’ che ha portato al cambiamento delle linee dell’OMS a riguardo. È bene che in Italia si inizi a fare una reale mappatura della situazione e si inizi a guardare a Paesi (Svizzera, Regno Unito) in cui le leggi sono più aggiornate, le procedure e i tanto amati protocolli sono basati sulle evidenze scientifiche e non sulla pratica usuale ospedaliera.
Hai citato, per altro, due paesi che non fanno parte dell’Unione Europea…
«Buona osservazione. Non porrei la questione sulla distinzione binaria UE/non-UE, perché non ho le competenze per farlo».
Su quale base, allora?
«Partiamo dall’Italia. Il fatto che ad oggi ci sia una netta distinzione tra ostetriche ospedaliere e non ospedaliere, che non ci sia un percorso che fa tendere la donna all’unità nella relazione assistenziale, complica terribilmente le cose».

Perché?

«Perché non c’è l’attenzione 1 a 1 nei confronti della donna, è seguita da professionisti sempre diversi tra loro che non le assicurano una continuità nel percorso di gravidanza, parto e post parto e spesso questi stessi professionisti sono oberati di burocrazie che mirano solamente alla tutela legale. Perché spesso la donna è abbandonata a se stessa e non supportata e tutelata da una rete che sia presente anche al momento della dimissione a 48 ore dal parto».
Un’ipotetica soluzione quale potrebbe essere?
«La vera risorsa penso che sia lavorare sulle giovani generazioni, cioè sulle ragazze fin dall’adolescenza, in modo che arrivino più preparate all’evento-gravidanza e all’evento-nascita. In modo tale che si riconoscano in un corpo che è ‘bello’ e ‘potente’ e ‘competente’, che non ha bisogno di essere guidato o controllato dall’esterno perché [il corpo] sa quel che può e che deve fare».
Quindi l’ostetrica è una figura positiva per la partoriente?
«E me lo chiedi?! (ride). È fondamentale fin dalla prima mestruazione: deve essere colei che tutela lo spazio fisico della donna e le permette di diventare sempre più consapevole delle sue potenzialità, in qualsiasi fase della vita».

Note:
[1] Angela Galloro, Violenza ostetrica, tra tabù e omertà diffusa, 26 maggio 2023, «Micromega».
 
Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/una-buona-nascita-parte-da-una-buona-informazione/
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Groenlandia: parte la stagione calcistica 2023. [E c’è più di una sorpresa]

Posted on 2023/07/28 by carmocippinelli

Come ogni fine di luglio arriva puntuale l’appuntamento con il Campionato Groenlandese. Sono terminate le fasi locali del GM Championship 2023, cioè la stagione calcistica dell’isola più grande del mondo.  Tanto è estesa l’isola quanto è breve il campionato: non arriva neanche a un mese (complessivamente).
Solitamente le fasi locali si disputano dal 19 al 25 luglio di ogni anno e altrettanto solitamente ne viene data notizia con un comunicato della federazione calcistica locale (Kak) ma quest’anno niente di questo è avvenuto. Grazie al giornale locale «Sermitsiaq.ag» si può tuttavia ricostruire quel che è avvenuto nelle fasi antecedenti alle finali.
Ma andiamo con ordine.

 
Solita premessa: come si svolge il campionato groenlandese di calcio
Il campionato di calcio è strutturato in tre fasi: locale, regionale e
“nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide
le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Le fasi locali si disputano nell’ultima settimana di luglio e la fase finale – secondo tradizione ma non regola – si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, da un lustro rimesso a nuovo e
in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta (e, fidatevi, il colpo d’occhio del campo in terra battuta era uno spettacolo). Ma che
nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più a nord del
Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde
artificiale: gli spalti sono sempre i soliti: la partita la si
guarda dalle rocce, liberamente, senza pagare nulla.
A differenza delle altre edizioni, in cui il campo era quello di Nuuk, tutte le partite delle fasi finali (dal 10 al 15 agosto) di questa edizione si terranno a Qaqortoq.  
Molto probabilmente la decisione della federazione di spostare la sede delle partite è stata dettata dall’anniversario (90esimo dalla fondazione) della squadra di Qaqortoq, cioè il K-1933.

Niente campionato femminile
Una delle prime sorprese di questa edizione del GM è che non avrà luogo il campionato femminile. La notizia era già stata resa nota agli organi di stampa una ventina di giorni fa ma l’amarezza è grande, specie per chi conosce quanto si sia sviluppato e ingrandito il calcio femminile nell’isola. Ho provveduto a contattare Jakob Geisler, ex allenatore dell’IT-79 femminile di Nuuk: mi ha risposto, non nascondendo tristezza, che non ci sono abbastanza squadre iscritte, dunque non si terrà il campionato. Ha anche aggiunto che la federazione pare stia spingendo molto di più il movimento calcistico maschile e giovanile di quello femminile.

L’IT-79 femminile allenata da Jakob Geisler nel 2019

Per la verità lo stesso Jakob Geisler tre anni fa denunciava: «Il livello del calcio a 11 [femminile] si è abbassato a causa
della mancanza di una vera e propria rappresentativa: una nazionale
avrebbe bisogno di fondi necessari per poter raggiungere competizioni e
tornei internazionali, ma questo non accade».

La situazione non è rosea e in poco più di dieci anni è andata deteriorandosi. È bene ricordare che nel 2011 la nazionale femminile della Groenlandia raggiunse la medaglia di bronzo agli Island Games così come nel 2013 la medaglia d’argento venne conquistata all’edizione dei medesimi giochi, svoltisi a Bermuda (tanto dalla compagine maschile quanto da quella femminile).
 
Le squadre qualificate alle fasi locali
La seconda sorpresa riguarda le squadre qualificate al campionato maschile: per la prima volta nella storia del GM la squadra di Ittoqqortoormiit (AK Ittoqqortoormiit, nome esteso: Arsaaddardud Klubia Ittoqqortoormiini) si è assicurata un posto per le fasi finali. 

Fondata nel 2018, è l’unica squadra della costa est della Groenlandia ad aver passato le fasi locali per quest’edizione del campionato. 

L’allenatore della squadra, Kristian Hammeken, intervistato da «Sermitsiaq.ag» ha dichiarato che la squadra «farà di tutto per cercare di rappresentare la città al campionato».
In che senso “faremo di tutto”? Nel senso che per arrivare dall’altra parte del paese ci vuole un bel po’ di tempo: tre aerei e pure un piccolo spostamento in barca per raggiungere il campo di Qaqortoq. Gli atleti della rappresentativa di Ittoqqortoormiit sono 13 (praticamente contati) più l’allenatore-giocatore (ma su quest’ultimo dato non ci metterei la mano sul fuoco). Hammeken ha anche dichiarato che, nonostante la grande emozione di essersi qualificati all’edizione del GM, molti giocatori non potranno partecipare alla finale. Motivo? La stagione della caccia. La parte Est del paese è completamente differente dall’occidentalizzata costa Ovest e la caccia rappresenta il primo (se non in alcuni casi l’unico) mezzo di sostentamento non solo per nuclei familiari ma per villaggi interi. 
Le altre qualificate
Oltre all’AK Ittoqqortoormiit (di cui abbiamo già detto) si sono qualificate anche le seguenti società sportive:


K-1933
della città di Qaqortoq 

IT-79 della città di Nuuk 

B-67 della città di Nuuk 

Nagtoralik della città di Paamiut

N-48 della città di Ilulissat 

UB-83 della città di Upernavik 

G-44 della città di Qeqertarsuaq

Grandi assenti di quest’anno il Nuk, il Sak di Sisimiut, il Malamuk di Uummannaq nonché l’Eqaluk-54 di Tasiusaq.

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