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Tag: atlante editoriale

Turchia, “democratura” all’attacco delle libertà

Posted on 2024/08/05 by carmocippinelli
Foto di Gabriel McCallin su Unsplash

Selahattin Demirtaş dovrà scontare 42 anni di detenzione: respinta la richiesta di ergastolo. La sentenza è arrivata nel maggio di quest’anno e ha previsto il prolungamento della detenzione dell’ex candidato alle presidenziali turche, nonché leader del Partito democratico dei popoli (Hdp). Con lui, altri 108 imputati nel Processo Kobane sono stati condannati per aver, recita l’accusa, «minato l’integrità territoriale del paese», nonché per connessioni con le organizzazioni curde (Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan) giudicate terroriste dal governo di Ankara. Fin dalla sua nascita l’Hdp è stato avversato politicamente e giuridicamente dall’allora (e attuale) Presidente Recep Tayyip Erdoğan in quanto gran parte dei suoi dirigenti e militanti provenivano dal sud est del paese (a maggioranza curda) e si dichiaravano apertamente di nazionalità curda. Ma soprattutto perché, secondo Ankara, l’Hdp ha rappresentato una sorta di ponte nel Parlamento turco per le organizzazioni armate curde, nonché di essere una sorta di propaggine legale del Pkk. Legami presunti, ovviamente.

Riavvolgiamo il nastro: il 2014
Siamo al 2014 e l’Hdp sta emergendo come forza politica d’alternativa. Ma il partito non è semplicemente un’organizzazione filo-curda, come spesso si leggeva sui quotidiani italiani ed europei: si trattava di un esperimento politico che spalleggiava SYRIZA e quanto stava conducendo Alexis Tsipras in Grecia, a seguito della mobilitazione del referendum sul ‘no’ (Οχι) al memorandum. Sappiamo come andò a finire: il Primo ministro greco venne messo alle strette dopo giorni di trattative con la Troika, il memorandum non solo venne applicato ma fu anche più duro degli altri. Ma questa è un’altra storia.

Nello stesso anno la Siria e l’area del Vicino Oriente erano sconvolte dallo Stato Islamico la cui scure si stava abbattendo proprio sulla minoranza curda e sulle città difese dalle sole unità militari curde del Pkk, delle Ypj/Ypg insieme ad altre formazioni minori indipendentiste fino ad arrivare ad alcune organizzazioni anarchiche. Le strutture maggiori (Pkk, Ypj/Ypg) che si battevano (e ancor oggi lo fanno) per il confederalismo democratico in contrapposizione alle democrazie che nel corso degli anni hanno subito una torsione in senso autoritario, stavano subendo un duro colpo. In quell’anno l’Hdp conduce una battaglia senza quartiere nelle città governate dal partito nella parte sud del paese in solidarietà con la popolazione di Kobane e di ogni cittadina del Rojava che si trovava a fronteggiare Daesh (Isis). La solidarietà e le manifestazioni iniziano a dilagare in tutta la Turchia: l’Hdp guadagna sempre maggiore popolarità e consenso.
Ma per la Turchia, il Kurdistan non esiste e chi si candida a rappresentare i curdi al Parlamento è, nei fatti, un sostenitore delle forze giudicate terroriste da Ankara. Lo spettro del Pkk e del suo leader Abdullah Öcalan (in prigione dal 1999 nel carcere di İmralı, unico detenuto nell’isola-penitenziario) aleggiano in perpetuum sullo stato turco.

L’ascesa politica e mediatica di Selahattin Demirtaş e dell’opposizione di sinistra al governo di Erdoğan era riuscita fin troppo bene: riuscì a superare la soglia di sbarramento del 10% alle elezioni del 2015 e ad imporsi come prima forza politica nella parte del paese a maggioranza curda.

Nel confronto militare tra unità del Rojava e Daesh, i curdi ebbero la meglio col passare del tempo, sebbene pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e di distruzione: nei giorni in cui Kobane sembrava cadere, l’Hdp (dunque Demirtaş e la co-presidente del partito Figen Yüksekdag) scese in piazza solidarizzando con il Rojava chiedendo l’intervento militare di Ankara a sostegno dei curdi. Ci furono mobilitazioni in tutto il Paese, ma ad Ankara si verificò un attentato che provocò decine e decine di morti. Nonostante tutto, l’Hdp cresceva nel consenso popolare e il processo di democratizzazione (e normalizzazione) della questione curda nel paese poteva dirsi in procinto di cominciare, anche se la tregua (dopo le proteste del 2014/2015) aveva fatto naufragare la tregua tra il Pkk e lo stato turco. Da questi fatti ha iniziato a prendere vita il Processo Kobane.

Perché Demirtaş è in carcere?
Il 2016 è un anno cruciale, non già per il tentato golpe di cui venne subito accusato Fethullah Gülen ma perché Erdoğan non avrebbe voluto che la questione curda potesse diventare un ostacolo alla sua affermazione del potere. Dunque arriva la proposta di revoca dell’immunità parlamentare per i deputati d’opposizione. Il partito – che si pone come opposizione (pur blanda) ad Erdoğan – vota a favore del provvedimento. L’accusa è indirettamente rivolta ai deputati neo eletti dell’Hdp additati di compromissione terroristica a scopo di divisione dell’unità nazionale. Dal Corriere della Sera di quei giorni [21 maggio 2016]: «”È un voto storico. Il mio popolo non vuol vedere in questo parlamento colpevoli di reati, in particolare i sostenitori delle organizzazioni terroriste del separatismo”. Un chiaro riferimento ai rappresentanti dell’Hdp da sempre accusati dal sultano di Ankara di essere il braccio politico dei terroristi del Pkk. […] La decisione del parlamento è la pietra tombale sulla speranza di riavviare il processo di pace con la minoranza curda».
Il casus belli è del 2016: nel novembre un’autobomba esplode nella città a maggioranza curda di Diyarbakır. Per la Turchia è la prova che il Pkk non ha mai smesso le proprie attività criminali ma in serata l’attentato viene rivendicato da Daesh e non dai curdi. Ma per Erdoğan non c’è ragione che tenga: la sera stessa dell’attentato Demirtaş e Yüksekdag vengono condotti in carcere. Le presidenziali del 2018 vedono l’Hdp ancora una volta candidarsi con Selahattin Demirtaş come candidato, nella speranza della sua scarcerazione. Il candidato non «verrà liberato», secondo Erdoğan, e l’Hdp si pone sotto la soglia del 10%, pur continuando ad affermarsi nel sud est del paese. Nello stesso ano l’esercito turco fronteggia militarmente le milizie curde e occupa la città simbolo di Afrin.

Una «democratura»
Il partito di cui era rappresentante Demirtaş ora è stato sciolto per intervento dell’autorità giudiziaria e dalle sue ceneri è nato il Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia, spesso abbreviato in Dem il quale, da poco, è risultato nuovamente il partito più votato nella città di Diyarbakır. Nel frattempo, però, a molti esponenti politici turchi di opposizione e di sinistra, curdi e socialisti, è stata confermata la sentenza da parte della giustizia turca, sebbene la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) avesse già formalmente condannato la detenzione ai danni dei due ex segretari dell’Hdp, di cui pure Erdoğan si fece beffe dichiarando: «il parere della Cedu non ci vincola». Le sentenze del maggio 2024 sono state commentate così dal vicepresidente del Chp Özgür Özel (e riportate in Italia attraverso la voce di Mariano Giustino di Radio Radicale): «Il caso [del processo] Kobane per cui è stato condannato Demirtas rappresenta un caso politico non suffragato da un giusto processo».
La democrazia turca nel frattempo ha già attraversato la fase di lungo regresso ed ha ora abbracciato un nuovo periodo, a seguito delle modifiche costituzionali promosse e approvate dal Presidente Erdoğan. Analisti e saggisti iniziano ad utilizzare il termine democratura (una democrazia formale ma con torsioni autoritarie di fatto) con sempre maggiore disinvoltura anche e soprattutto per quel che riguarda lo stato turco. L’unica cosa certa è che per il momento Demirtaş rimane in carcere, così come la co-presidente del fu Hdp, così come per il leader del Pkk Abdullah Öcalan. L’opposizione curda dovrà riprendersi e assestarsi nuovamente dopo il colpo subito mentre la temperatura della febbre contratta dalla democrazia turca continua a salire.

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/turchia-democratura-allattacco-delle-liberta/

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È l’una di notte e tutto va MES

Posted on 2023/12/13 by carmocippinelli

Le modifiche al Meccanismo europeo di stabilità sono state ratificate. 

Il Senato approva la risoluzione di maggioranza con 104 voti favorevoli. Stando alla stampa, però, le modifiche non sono state all’ordine del dibattito quanto piuttosto la querelle a distanza che si è innescata tra Meloni e Conte.

La prima rimprovera al secondo di aver ratificato le modifiche al meccanismo europeo di stabilità quando l’esecutivo guidato dall’attuale Presidente del Movimento 5 Stelle si era già dimesso. Il giorno dopo le dimissioni arrivò la firma che dava il placet di approvazione riguardo le modifiche del Mes; ovvero «quando era in carica per i soli affari correnti», ha tuonato la Presidente Meloni nel corso dell’intervento alla Camera dei Deputati. Al Senato, invece, ha mostrato il fax di Di Maio, allora componente del Governo. Un’accusa – parrebbe di capire – significativamente grave: un colpo di mano a porte chiuse.

Ma il voto in Parlamento ci fu due mesi prima e, anzi, nel corso della seduta della Camera del 2 dicembre 2019 l’allora presidente Conte diceva: 

«Il nuovo trattato non solo evita pericolosi automatismi ma introduce anche il common backstop, che garantisce risorse addizionali per gli interventi del Fondo di risoluzione unico previsto dal Meccanismo di risoluzione unico, rendendo più robusto il supporto in caso di crisi bancarie».

Praticamente la posizione sostenuta – sfumature a parte – dal Presidente di Forza Italia (nonché vice di Meloni) Antonio Tajani.

Chiarezza sul Mes

A metà tra il fax di Luigi di Maio e la polemica tra Camera e Senato del 12 e 13 dicembre, c’è sempre il mare dei fatti; o, comunque, delle posizioni e della concretezza materiale delle cose. Nell’epoca post ideologica (che in realtà ne ammette una sola, quella del mercato) in cui il dibattito politico non è ancorato ad altro, se non ad immanenze di cui sempre meno si conoscono contenuti e risvolti (come è successo e sta succedendo sul Piano nazionale di ripresa e resilienza), c’è il rischio che il discorso sul Mes (e sul Patto di stabilità) rischi di essere tutt’altro che concreto; come invece è. E un riavvolgimento del nastro è più che necessario.

Nel 2012 la sezione italiana dell’«International business times» parlava dell’inizio di una possibile «dittatura europea». Quello che viene definito semplicisticamente come fondo salva Stati, in realtà è una organizzazione intergovernativa: «regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo […] che emette strumenti di debito per finanziare prestiti e altre forme di assistenza finanziaria» oltre a concedere «prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico», «acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari», «fornire assistenza finanziaria sotto forma di linee di credito» e «finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie tramite prestiti ai governi dei suoi Stati membri». Il principio del curare la malattia con altra malattia: cercare di risolvere il debito facendo altro debito. Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito ebbe a definire il Mes come «l’esempio più chiaro, accecante, della degenerazione dell’Unione Europea» [1].

Una degenerazione rappresentata dal fatto che il primo trattato con cui si ratificò il Mes sancì la nascita di un’organizzazione che si fa fatica a definire democratica. Secondo Alessandro Volpi di «Altreconomia» la riforma che l’Italia ha aspettato a ratificare con i passaggi alle Camere da parte della Presidente Meloni non sarebbe piccola: «riguarda la modifica del trattato originario che serve a far salire il valore delle banche». Quindi solo a vantaggio delle «quotazioni bancarie». Affermazioni che ricordano quelle che ebbe a dire l’ex Primo Ministro Massimo d’Alema durante il momento più cupo della crisi greca secondo cui la popolazione locale non avrebbe beneficiato degli aiuti europei, eccezion fatta per gli istituti bancari del paese: «di questi soldi i greci non sentiranno neanche l’odore: questo meccanismo non può durare a lungo».

La strategia di Meloni
Se perfino dalle parti del quotidiano francese «Le Monde» giorni fa ci si è accorti che la Presidente del Consiglio goda di enorme popolarità, pur procedendo esattamente al contrario di quanto aveva sostenuto in campagna elettorale, ci deve essere qualcosa che non va. Tanto nel Paese quanto nella maggioranza di Governo. Lo spirito dei referendum targati Fratelli d’Italia per «uscire dall’Euro» (così come della proposta di legge per l’Italexit) è stato sepolto da tempo, sostituito dalla politica di realtà e dalla necessità di non turbare la Commissione Europea. Oppure non c’è niente di strano e quel quid che “non va” è semplicemente il riflesso di un paese sempre più sfibrato che ha introiettato il dualismo tra l’azione propagandistica e l’ammissione della sottomissione politica in sede europea. E chissà che la «madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia» non faccia leva proprio su questo progressivo lacerarsi per poter riuscire là dove altri non hanno potuto nemmeno avvicinarsi.

[1] Maurizio Turco, Stati Uniti d’Europa. Adesso!, «la nuova liberazione», giugno 2018, Roma, <https://www.partitoradicale.it/wp-content/uploads/2018/06/NuovaLiberazione-1.pdf>.

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Salario minimo, cosa sta succedendo? – Atlante Editoriale

Posted on 2023/12/07 by carmocippinelli

Arriva il niet della Camera dei Deputati sulla proposta riguardo al salario minimo presentata dalle opposizioni. Ora spetterà al Senato della Repubblica esaminare il testo della legge delega del Governo, approvata ieri alla Camera con 153 voti a favore.
Le opposizioni parlamentari in Aula hanno contestato l’iniziativa dell’esecutivo e della proposta di legge delega di Rizzetto (Fdi) ed altri (tra cui l’ex eurodeputato Battilocchio) approvata in commissione il 28 novembre [2023]. Il Presidente della Camera, sospesa la seduta per una manciata di minuti a causa delle proteste rivolte al Governo dai deputati dei gruppi del Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra italiana e Partito democratico, ha poi proseguito con i lavori decretando il risultato della votazione.

D’altra parte il compito di Conte, Schlein e Fratoianni sarebbe stato particolarmente arduo da portare avanti: la commissione lavoro aveva fatto sì che la proposta delle opposizioni fosse snaturata nei fatti; la strategia degli emendamenti prodotti da Pd, M5S e Verdi-Si non ha sortito l’effetto sperato – né avrebbe potuto riuscire in alcun modo, stante l’equilibrio parlamentare.

Lo strappo
Già nella giornata di martedì il Governo aveva annunciato che non avrebbe discusso la proposta delle opposizioni circa il salario minimo orario fissato a 9€ lordi. Cifra attorno alla quale le opposizioni discutevano da mesi: solo a seguito di un intenso labor limæ, i tre gruppi maggiori (M5S, Pd, Verdi-Si) sono riusciti ad accordarsi a riguardo. «Come soglia minima, la proposta di legge sanciva i 9€ lordi l’ora», ha spiegato a «Radio Radicale» la deputata Valentina Barzotti (M5S) che ha aggiunto: «in sinergia con la contrattazione collettiva avrebbe potuto prevedere trattamenti di miglior favore».

Di parere opposto la Presidente del Consiglio dei Ministri Meloni che ha dichiarato la propria contrarietà alla proposta di legge delle opposizioni in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica «Rtl». Meloni ha ribadito la consonanza con il parere espresso dal Cnel e dal suo presidente (Renato Brunetta) attorno alla proposta dei 9€ contestando anche parte del mondo sindacale, riferendosi – con tutta evidenza – alle organizzazioni confederali: «vanno in piazza a rivendicare la bontà del salario minimo, ma quando vanno a firmare i contratti collettivi accettano contratti da poco da più di 5€ l’ora, come accaduto di recente con il contratto della sicurezza privata».

Cosa stabilisce la legge delega?

Il testo
consta di due deleghe al Governo e non prevede un riferimento chiaro ad una retribuzione (punto su cui si fondava la contrarietà delle opposizioni) limitandosi all’espressione: «assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi». In che modo? Contrastando «il lavoro sottopagato anche in relazione a specifici modelli organizzativi del lavoro e a specifiche categorie di lavoratori» e «il cosiddetto dumping salariale», ovvero la concorrenza sleale del “gioco al ribasso” nonché estendendo «i trattamenti economici complessivi minimi dei contratti collettivi nazionali di lavoro […] ai gruppi di lavoratori non coperti da contrattazione collettiva, applicando agli stessi il contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria di lavoratori più affine».

La proposta di legge di iniziativa popolare «non meno di 10€»

Se nell’Aula si discuteva dei 9€ e, conseguentemente, si votava la delega, fuori dalle istituzioni il dibattito correva su un altro binario. Il 29 novembre, ovvero il giorno seguente l’approvazione della delega in commissione lavoro, Unione popolare e Rifondazione comunista depositavano in Senato una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da 70mila firme che chiedeva l’istituzione di un salario minimo di 10€ lordi l’ora. Una misura che, stando alle parole di Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista), rilasciate al «manifesto» in quei giorni, sarebbe stata una «misura coerente di lotta contro il lavoro povero e sottopagato che ci sembra più seria di quella avanzata dalle opposizioni parlamentari nel dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione».

«Contratti collettivi? Una foglia di fico».

Nel corso delle audizioni in commissione lavoro, i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno spesso fatto riferimento alla mancata applicazione dei contratti collettivi nazionali in determinati settori (tessile, ristorazione, ricettivo). Secondo Stefano d’Errico, segretario nazionale del sindacato Unicobas, raggiunto da «Atlante» la questione: «è la foglia di fico dietro la quale si nasconde l’attuale maggioranza». «L’applicazione del contratto collettivo non risolve la situazione sia perché ci sono dei “contratti pirata” firmati da organizzazioni sindacali di comodo (sindacati gialli), sia perché – purtroppo – anche le organizzazioni sindacali confederali (Cgil, Cisl, uil) hanno sottoscritto almeno 25 contratti nazionali in cui la paga oraria è inferiore a 9€», ha dichiarato D’Errico.
«Siamo a favore del salario minimo – ha proseguito – perché ci sono 3 milioni di lavoratori che fanno la fame (spesso lavorando a volte più di otto ore al giorno), ma anche per l’introduzione della “scala mobile” che recuperi almeno l’inflazione dichiarata. E ci sembra ridicolo anche solo il dichiarare – come pure hanno fatto esponenti della maggioranza – che attraverso un provvedimento del genere si possano abbassare i salari alti».

«C’è una grande ipocrisia attorno al salario minimo, soprattutto da parte governativa: in tutti i paesi dell’UE è presente una legge a riguardo e la cifra oraria oscilla tra gli 11€ e i 12€ lordi. Un’ipocrisia che notiamo anche tra le fila delle organizzazioni sindacali le quali, spesso, sono state talmente compiacenti con la Confindustria e col padronato da aver sottoscritto “contratti di rapina”».

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/cosa-sta-succedendo-riguardo-al-salario-minimo

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«Governo senza progetto, Paese precario» – Atlante Editoriale

Posted on 2023/11/17 by carmocippinelli
«Vogliamo rispettare gli impegni presi con gli italiani. Nessuno meglio di chi fa impresa sa quanto sia importante il rispetto della parola data. Anche per questo voi rappresentate l’interlocutore ideale per una politica seria», così Giorgia Meloni nel video messaggio inviato all’assemblea di Confindustria Bergamo-Brescia lo scorso venerdì [10 novembre]. La Presidente si è concentrata anche su Pnrr e Zona economica speciale (Zes) nell’intervento telematico inviato all’assemblea degli industriali delle due province lombarde. Se si parla anche di «parola data» e di «impegni con gli italiani» c’è anche in ballo il discorso attorno alla forma di Governo che la Presidente ha unito assieme alla crescita economica. Abbiamo fatto il punto della situazione con Sebastiano Salvi, imprenditore di terza generazione di un’azienda manifatturiera rappresentativa del territorio di Bergamo. 

Meloni ha definito il territorio bergamasco-bresciano «il traino dell’economia» riprendendo il tema dell’assemblea di Confindustria. Qual è la situazione?


«Siamo in una fase di forte rallentamento a livello produttivo: molte aziende hanno fatto ricorso alla cassa integrazione. Il calo di fine anno è maggiore del solito (complici due guerre in corso e crisi conseguenti): c’è incertezza, le persone consumano di meno e le aziende non producono. Dunque: si accede maggiormente alla cassa integrazione. Lo scenario è abbastanza nebuloso e contorto a vari livelli: dalla crisi post pandemia, al rialzo dei tassi dei mutui. Si aggiunga a ciò il rincaro del costo della vita e delle utenze che ha ripercussioni su famiglie e aziende».


La legge di bilancio prova a invertire la tendenza descritta oppure no?


«Se la dovessimo leggere a prescindere dal colore politico, potremmo anche ritenerla ragionevole dal punto di vista delle imprese: avendo [il Governo] poche risorse a disposizione, si nota una timida riduzione del cuneo contributivo. Sotto altri punti di vista non è affatto completa: non c’è una strategia finalizzata alla crescita, non si ravvedono interventi strutturali; mi sembra sia a corto raggio e non si ponga il problema del lungo periodo»

A proposito di rincaro delle bollette di cui parlavamo prima c’è da dire che molti annunci da parte governativa non si sono tradotti in aiuti rimanendo semplicemente proponimenti. È corretto?


«Ci sono stati degli sgravi fiscali che vanno a colmare una parte del delta che si aveva negli anni pre-Covid sul costo al Kw/h, ma sono terminati lo scorso trimestre. Ad ogni modo stiamo parlando di interventi palliativi: non c’è nulla di strutturale». 

Un po’ come si fa quando vengono stabiliti e normati i bonus “una tantum”.


«Esatto. La situazione temporanea si tampona in un modo, sperando che sia transitoria e che l’imprevisto non diventi stabile. A proposito del caro energia di cui parlavamo prima, il tema sarebbe un altro».

Quale?

«Finanziamo le aziende che innovano, finanziamo chi acquista (parlo anche di famiglie) energia verde. Al momento io acquirente devo fare un atto di fede: devo rivolgermi a fornitori che mi dicono che quella che erogano è energia pulita. A livello di immagine ci può stare, a livello di sistema-Paese no: dobbiamo approvvigionarci di energia rinnovabile e dobbiamo farle pagare sempre meno e non – come succede – facendole pagare di più. Tanto per le famiglie quanto per le aziende, per cui vale la pena ricordare che in Italia vi è una prevalenza di società medio-piccole che non hanno un prodotto proprio»

Cioè?

«Significa che il prezzo che io faccio al mio cliente per i prodotti non lo faccio io: è il cliente che lo fa per stare sul mercato, perché venda il suo prodotto. Obtorto collo “subisco” la situazione e devo stare in quel prezzo: la conseguenza potrebbe essere che quel cliente dirotti il suo interesse su aziende straniere che gli fanno pagare di meno. E io non voglio che accada. Non è solo un discorso di indotto e di competenze: è etica».

Secondo lei col Pnrr non si andrebbe a risolvere la questione dando una struttura, superando le contingenze?

«Il Pnrr investirà molto sulla transizione ecologica ma finora ho visto gran poco. C’è il rischio che i fondi del piano si perdano in tanti rivoli, oppure a beneficio di opere statali: non è una contestazione che muovo a riguardo ma un’osservazione necessaria, per cui l’azienda privata deve fare i conti con risorse limitate».

Riguardo la Zes, invece, tema trattato anche da Meloni?


«Parlo da una regione [la Lombardia] in cui non c’è mai stata Zes, né alcun tipo di incentivo fiscale particolarmente “aggressivo”. Mi sembra, anche in questo caso, che la zona economica speciale sia una cosa positiva ma finalizzata ad una circostanzialità: è vero che creare fiscalità differite per portare alla pari – diciamo così – un sistema economico di una regione rispetto ad un altro, può servire».



Provo a tradurre: “sposto la produzione in Basilicata perché così ho incentivi e sgravi, ma poi?”. Sembra mancare il dopo, se ho capito bene
.

«Precisamente. È anche una buona cosa ma si tratta di un palliativo: posso essere invogliato ad investire al sud, ma poi qual è la progettualità che mi consente di ‘durare’ nel lungo periodo?»

A proposito di visione generale e progettualità, dato che abbiamo parlato anche di crescita economica, le vorrei chiedere un parere sulla riforma costituzionale. Meloni in conferenza stampa ha dichiarato che negli ultimi venti anni Francia e Germania sono cresciute del 20% mentre l’Italia meno del 4%. Dunque parrebbe di capire che, secondo Meloni, il premierato aiuterebbe la crescita economica. Secondo lei è possibile una sovrapposizione del genere?


«Mi verrebbe da dire che è come giocare a basket su un campo di calcio: per far giocare meglio e far vincere il campionato alla squadra di calcio, la facciamo giocare sul parquet del basket! Scherzi a parte: crescita e forma di governo sono due cose che non c’entrano assolutamente niente. Non mi sembra che dal 1948 ad oggi non si siano verificate le condizioni per una crescita economica sostanziale: il periodo degli anni ‘60 venne considerato “boom economico” e c’erano governi molto meno longevi di quelli di ora. Si parlava di “governi balneari” e non mi sembra neanche che “a causa” della Costituzione o della forma di Governo ci sia stato un rallentamento sulla crescita. Il punto è un altro: c’è un progetto a lungo termine? Il Paese senza un progetto è un paese precario».

 

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/governo-senza-progetto-paese-precario/

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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