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Categoria: sinistra

La famigerata lista di sinistra

Posted on 2019/02/21 by carmocippinelli

Quindi ci sono state discussioni fra Prc/Pap/DeMagistris/Frattaglie? Ma non mi dire!

Posted in pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistraTagged pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistra

"La risposta è dentro di te. E però è sbagliata". Ancora sul referendum dell'11 novembre

Posted on 2018/10/26 by carmocippinelli
L’11 novembre i romani andranno a votare per un referendum consultivo proposto dal comitato “Mobilitiamo Roma”, formato da Radicali Italiani e Radicali Roma (tacitamente sostenuto dal Partito Democratico, Noi con l’Italia, Forza Italia e altre formazioni di destra), che verterà sulla messa a gara del servizio pubblico di trasporto della città. Ultimamente, lo ammetto, è un po’ il mio chiodo fisso e scrivo praticamente solo di questo, ma c’è una motivazione. Più d’una, per la verità.

La questione che più mi turba
, politicamente, psicologicamente e socialmente, è la totale indifferenza della sinistra (dalle associazioni ai partiti, ai compagni ovunque collocati) nei confronti dell’attacco del capitale e delle sue forze politiche di riferimento al trasporto pubblico romano. Detta in altre parole: nessuna organizzazione “a sinistra” sta comprendendo la portata del referendum radicale sulla “messa a gara del servizio di trasporto pubblico”. Eccezion fatta per alcune sparute iniziative di base (questa, questa e quest’altra) a sinistra si pensa a tutt’altro e, qualora si dovesse prendere posizione sul tema, lo si fa piuttosto male. Prendendo in prestito le parole di QueeloGuzzanti: la risposta è dentro i compagni, e però è sbagliata.
Difendere chi e cosa.
Già, da che parte stare. In altri tempi non si sarebbe neanche posta la domanda: si sta dalla parte dei lavoratori, degli utenti, contro la privatizzazione e le liberalizzazioni che portano caos e disagio solo per le figure sopra citate, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Non sto a parlare di rincaro dei biglietti perché, altrimenti, si aprirebbe un capitolo a parte: per  chi ha tempo e voglia leggere qui un esempio di come privatizzazione non faccia rima con “risparmio” e “servizio migliore” per gli utenti: http://www.ilsitodifirenze.it/content/201-biglietti-ataf-dal-1%C2%B0-luglio-laumento-150-addio-al-risparmio-di-carta-agile.
Uscire dal discorso di contrapposizione fra lavoratori e utenti è quanto mai necessario: i primi nell’immaginario collettivo sono coalizzati contro i secondi che, però, soffrono l’odissea quotidiana del trasporto pubblico. I lavoratori non stanno dalla parte opposta degli utenti e dei pendolari (o dei (s)cittadini come piace dire oggi) e non devono prendersela con i macchinisti/autisti perché “ti chiudono le porte in faccia”. Tuttavia, le campagne mediatiche e della grande editoria hanno fatto proprio in modo che accadesse questo, un po’ come profetizzato dalla celebre frase pronunciata da Malcom X: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».

Questo complica le cose? Assolutamente sì, ma non deve distogliere, a mio modestissimo modo di vedere, cioè quello di un signor nessuno, il problema principale: la difesa del diritto ad un trasporto di qualità, all’altezza della Capitale di uno Stato e – soprattutto – che sia pubblico. La domanda del piccolo paragrafo (difendere chi?) è volutamente provocatoria dal momento che, essendo un abbonato Atac e un utilizzatore quotidiano del servizio metropolitano, mi sono imbattuto in un volantino affisso alla fermata di Cinecittà in cui ho letto a carattere più consistente delle altre scritte questa cosa qui: “Contro la privatizzazione – Difendere Atac”.

Comunicazione infelice.
In quanto a comunicazione, non me ne vogliano i compagni ovunque collocati, abbiamo dei passi enormi da fare: in questo periodo, fra scale mobili che crollano, passeggeri fermi sotto terra due ore a causa della Metro C (nuova, già vecchia), fermate della Metro A con infiltrazioni e secchi per raccogliere l’acqua, dire “difendiamo Atac” si traduce in un suicidio politico senza precedenti. L’elettore, sbandato dopo anni di berlusconismo, renzsismo, opportunismo cronico e vigliacco a sinistra, pensiero unico dominante, legge “difendiamo Atac” e interpreta “ecco la stronzata del secolo, magari privatizzano tutto”. Un voto perso. Anzi, guadagnato dal fronte del “sì” senza che costoro abbiano mosso un dito. Geniale. Il volantino, di cui non ho notato la firma (mea culpa) e da quale organizzazione fosse sostenuto, mi sembra completamente tutto subalterno ideologicamente alla logica della “ricapitalizzazione” di un’azienda che non ne ha affatto bisogno, dato che avrebbe necessità di una rifondazione completa.
C’è poi chi, in ordine sparso, ripropone temi superati, come quello dell’audit sul debito di Atac, soprattutto da parte di settori “autonomi” e del sindacato di base che alle ultime elezioni ha sostenuto Virginia Raggi nella corsa alle elezioni comunali (Carovana delle periferie docet) perché prometteva un “audit sul debito di Roma” (e non infierisco su costoro con commenti triviali anche se ce ne sarebbe bisogno).
Bisogna dire di difendere il trasporto pubblico, gli utenti e i lavoratori, ma certamente non Atac. Quello che si dovrebbe dire da una certa parte politica è che l’azienda municipalizzata conta fin troppi dirigenti e fin troppo pochi lavoratori; che le giunte (di centrodestra, di centrosinistra) non hanno mosso un dito per far fronte a questa questione e, anzi, ne hanno aggravato enormemente la situazione.
Difendere, in ultima analisi, il trasporto pubblico per far sì che sia realmente tale, non “lo status quo” in sé di Atac.

“Vabbè, proviamo. No?”
Una questione si aggira per la città, la domanda qualunquista. Parafrasando il nostro amato Karl Marx, ultimamente si sente spesso questa – ma stavolta davvero – domanda qualunquista: “vabbè, peggio di così non può andare, proviamo a far entrare i privati, no?”.
Mi sfugge, ma evidentemente non riesco a cogliere la profondità della proposta, da dove deriverebbe il possibile vantaggio della scommessa pascaliana del “vabbè, proviamo” riguardo i mezzi pubblici.
A Roma il privato esiste già
e dal 2000 gestisce più del 20% delle linee periferiche e ultraperiferiche dando, spesso, il peggio di sé, ancora di più di Atac (e ce ne vuole!).
fonte foto: Roma Today – Linea 543 gestita da Roma Tpl
La scommessa del “vabbè, proviamo” s’è oramai ben radicata nella coscienza (?) degli italiani, arrivando al culmine nel corso delle elezioni del 4 marzo, in cui svariati milioni di elettori hanno detto “vabbè, proviamo a vedere come sono questi altri”, barrando il simbolo del M5S o della Lega, trovandosi di fronte ad uno scenario che forse neanche loro avrebbero lontanamente immaginato. Eppure è successo. Provare anche in questo campo, mi sembra un tantino azzardato: per tornare al titolo la risposta è dentro di te epperò è sbagliata.
Posted in atac, polpettoni, Referendum, sinistraTagged atac, polpettoni, Referendum, sinistra

Prima gli sfruttati: per una nazione umana universale contro il capitalismo transnazionale [un pippone]

Posted on 2018/08/07 by carmocippinelli

Morti dodici lavoratori contadini, braccianti: sfruttati. A sinistra sono state molte le voci che hanno dichiarato come sia terribile il numero di «lavoratori immigrati» che sale vertiginosamente: il punto non è che  siano immigrati ma che siano stati sfruttati nel lavoro e nella loro condizione umana conseguente. 

La mancanza della politica
Nel giro di due campagne elettorali nazionali, il dibattito politico è scaduto e non poco. Le posizioni della desertificazione prodotta dal blocco antiberlusconiano degli anni ’90 si sta manifestando con tutta la sua violenza e realtà agli occhi di nuove generazioni di comunisti, socialisti (magari anche inconsapevoli di esserlo) i quali percepiscono solo confusione e mancanza di direzione in un’area politica egemonica fino al recente passato. Il concetto della trasformazione politica della società in senso socialista s’è via via perso a seguito della primazìa dell’interesse personale (o locale) su quello generale. Le rivendicazioni della sinistra in Italia sono percepite come un kaleidoscopio di questioni locali a cui manca una visione globale: l’adagio del pensare globale, agire locale è stato interpretato parzialmente e opportunisticamente da movimenti cosiddetti civici, urbani, passando per centri sociali e reti sociali il cui unico interesse era l’agire locale per un pugno di notorietà in questo o quel consiglio comunale, grazie alla sponda che veniva fatta loro dal consigliere dissidente di turno, sia esso della fu Sel o del Pd. 

Stante il quadro disarmante per cui alla politica s’è sostituito il tifo: non si è più ideologicamente da una parte o dall’altra ma si è circostanzialmente e momentaneamente da una parte o dall’altra, emarginando l’altro della parte opposta, salvo poi trovarsi a “barricate invariate” l’uno e l’altro su un’altra questione; la soluzione è la politica con la P maiuscola che agisce e pensa, applicare la teoria e la prassi gramsciana, in altre parole. Il quadro della percezione della sinistra, in Italia, tuttavia, è quello per cui un’area che, evidentemente, è andata sfibrandosi a causa di narcisismi, opportunismi personali e politici dal 1989  ad oggi (passando per la rifondazione comunista, i comunisti italiani e i cartelli elettorali a cui nessuno dava il minimo credito). Un’area politica che ha fatto prevalere su di essa il correntismo e che ha prodotto non più un’immaginario da costruire e da opporre a quello dominante ma opportunismo politico e narcisismo di dirigenti. 
Dirigenti che, a riguardo, si sono preoccupati del tentativo costante del mantenimento del loro ruolo mediante questa o quella tornata elettorale e a cui non è seguita la formazione e la creazione di un’altra classe dirigente. 

Apres moi, le deluge
La classe dirigente della sinistra comunista in Italia ha assunto la frase “dopo di me, il diluvio” trasportandola e facendola propria nell’agire quotidiano di ogni organizzazione politica all’interno dell’are appena denominata. Un esempio? La quasi totalità dei “giovani dirigenti” del Partito dei comunisti italiani ora è inquadrata nelle file del Pd o Liberi e uguali (dopo essere passati per Sel). La formazione delle classi dirigenti, nell’ambito delle organizzazioni della sinistra in Italia, trattavasi in estrema sintesi di un gruppo di accoliti che accettava pedissequamente il politicismo e gli opportunismi del segretario di turno, devastando una comunità umana e politica, provocando lotte intestine e interessi di parte fra comunisti, socialisti, anticapitalisti etc. 

La gerarchia
Nel quadro disarmante prima espresso, in cui da una parte il neo-fascismo sta riemergendo istituzionalmente grazie alla sponda leghista e grillina, il deserto politico della sinistra comunista, socialista, anticapitalista in Italia almeno su questo non deve avere tentennamenti: non esiste alcuna gerarchia tra sfruttati. Non esiste alcun “prima gli italiani”. Gli sfruttati non hanno nazione. Battersi per la trasformazione del mondo in senso socialista significa, anzitutto, combattere chi sta organizzando la crociata della gerarchia degli sfruttati: Mario di Termoli, disoccupato, per costoro, avrebbe più diritto ad essere “salvato” di Muhammad di Bamako (Mali), che magari vive sempre a Termoli e lavora in un’azienda casearia di quelle parti.
Un’organizzazione che si batte per il superamento del capitalismo, deve far sì che si ricostruiscano gli anticorpi all’interno della propria comunità, in senso stretto. Dopodiché, dovrà (ri)aprirsi all’esterno, contestualmente a quest’azione, dovrà formare dirigenza politica (i famosi quadri) facendo in modo che essi non solo “pensino” ma militino, fattivamente, nelle loro realtà e attività quotidiane, secondo le proprie possibilità. 

Prima gli sfruttati di tutti i paesi, per una nazione umana universale contro il capitalismo trasnazionale.  
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Bangladesh: proteste a seguito dell’uccisione di Shahjahan Bachchu

Posted on 2018/06/19 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Pressenza


L’11 giugno 2018 è stato ucciso Shahjahan Bachchu nel villaggio di Kakaldi, nei pressi di Dacca, capitale del Bangladesh. Promotore del secolarismo, era scrittore, attivista e dirigente del Partito Comunista bengalese ed editore progressista: era a capo della casa editrice Bishakha Prokashoni. Non è la prima volta che in Bangladesh si uccidono editori, scrittori o letterati, come ha riportato ‘India Today’: «Non si tratta del primo episodio di attacchi e uccisioni di blogger, scrittori o editori del Bangladesh. Circa tre anni fa un altro editore, Faisal Arefin Dipon, proprietario di Jagjit Prakashan, fu assassinato. Il 31 ottobre 2015, Dipon è stato ucciso nel suo ufficio al Super Market di Shahbagh Aziz, dopo aver pubblicato il libro del blogger Abhijit Roy. Abhijeet, poi, è stato ucciso in un attentato terroristico nel febbraio dello stesso anno. Dopo Avijit, i blogger Niladri Niloy, Ananta Bijay Das e l’attivista digitale Wasikur Babu sono stati oggetto di atti di pirateria da parte di terroristi».

Il Partito Comunista, a seguito dell’uccisione di un suo esponente di primo piano, è sceso in piazza denunciando il «terrorismo di Stato», così come dichiarato nel corso della manifestazione dal Segretario Generale Shah Alam: «Così l’illegalità ha portato il paese alla disperazione: il Governo, anziché reprimere i terroristi, li alimenta: questo è terrorismo di Stato. L’uccisione di Shahjahan Bachchu ha messo in luce l’estremo deterioramento della situazione dell’ordine pubblico nel paese. Contro il terrorismo e la reazione, l’antiterrorismo creerà un forte movimento contro l’inazione del Governo».
Cordoglio e invito a far piena luce sull’accaduto è arrivato anche dal mondo istituzionale: la Direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay nei giorni scorsi [15/06/2018 ndr] ha diramato una nota di condanna dell’assassinio dell’editore di libri e riviste Shahjahan Bachchu: «Condanno l’uccisione di Shahjahan Bachchu: l’assassinio di persone che stimolano un dibattito creativo è una perdita per la società nel suo insieme e chiedo alle autorità di non risparmiare sforzi per processare i responsabili di questo crimine»
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Roma segna il passo: la soluzione per la sinistra è il centro sinistra (e non è una battuta triste, purtroppo).

Posted on 2018/05/06 by carmocippinelli
Il giorno dopo le elezioni, specie a sinistra, si inizia a tirare le somme delle esperienze fallimentari che hanno portato questo o quel rassamblement alla sconfitta elettorale: da circa una ventina d’anni si procede in questo modo. Nel momento in cui, però, ogni organizzazione politica diventa residuale e non è più in grado né di parlare ad una propria comunità di riferimento, né all’esterno, nascono delle creature ibride e indefinite che hanno come intento (dichiarato) quello di ricostruire un patrimonio umano, politico e sociale che sentono slabbrarsi, mentre quello reale è solo il traghettare del (anche poco) consenso verso un altro progetto politico più grande che niente ha a che vedere con quell’intento sopra espresso. Associazioni, movimenti, comitati, questi gli ibridi che nascono: non sempre sono strutture definite e hanno confini impalpabili. La generazione dei trentenni, che si avvia ormai ad essere dei quarantenni, non ha avuto la gloria che sperava nell’opportunismo politico messo in atto in questi anni: le esperienze di Sel, Tlit!, Act!, L’Altra Europa con Tsipras, la neonata Futura,  insegnano. Ecco perché, quegli stessi dirigenti ed esponenti delle fu organizzazioni sopra citate, danno vita ad ulteriori contenitori per poter rilanciare un “rivoluzionario progetto” che certamente sarà compreso da ogni elettore: il centrosinistra. E non è una battuta.
Questa è la ricetta magica del cosiddetto movimentismo all’italiana o di chi ha “compreso” la residualità della sinistra in Italia. Si giustifica tutto questo affermando frasi senza senso come «si deve entrare nel partito x/y [che in questo caso è il PD] per spostarlo a sinistra», oppure, la più bella «io mi candido nel PD ma è una scelta personale, per dare uno scossone: pensa quando entrerò nelle istituzioni, avranno una spina nel fianco». O, ancora, le sempreverdi dichiarazioni di Vendola riguardo la collocazione che, secondo lui, avrebbe dovuto avere la sinistra italiana al Parlamento Europeo: «non con Tsipras ma neanche contro Shultz», un capolavoro.
Di solito, in ogni caso, il fianco “spinato” è lo stesso di chi ha pronunciato la frase, anziché quello evocato: nel giro di poche settimane il tale si renderà conto dell’impossibilità di compiere quel che diceva di fare ma continuerà opportunisticamente a sfruttare il refrain.
Entrare in un’organizzazione, carprirne le contraddizioni, aprirle e porsi alla testa del dibattito che porterà al cambiamento della stessa è la massima aspirazione di un comunista. Solo che il termine di paragone, per questa sempregiovane leva di dirigenti (nazionali e locali), è il Partito Democratico, come prima detto.
Nel corso delle elezioni primarie per i municipi VIII e III di Roma, infatti, la nuova strategia politica dell’opportunismo romano, anticamera di quello nazionale, è stata doppia: entrare a far parte in prima persona delle primarie con propri candidati (nell’VIII), sostenere ex assessori della giunta Marino (Caudo). Il fine: rilanciare esplicitamente il centrosinistra. Una ricetta nuovissima e approvata più volte dall’elettorato, come è noto a tutti!
La teoria dell’agire locale di movimenti, centri sociali e affini sembra essere davvero sfuggita di mano: si vorrebbero convincere lavoratori, pensionati, disoccupati, studenti a votare le organizzazioni che più hanno distrutto lo stato sociale, il lavoro, la scuola, le pensioni solo perché c’è una bella faccia diversa come candidato. La soluzione, insomma, non è quella di creare un blocco sociale, dar vita ad un progetto alternativo o contribuire a dar forza ad altre organizzazioni d’alternativa che si sono messe in cammino recentemente o da tempo o chessò io, nient’affatto: la soluzione è l’alleanza col Pd. Ci vuole veramente una faccia di bronzo colossale. 
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In Groenandia si discute la nuova Costituzione. IA: «Sia inclusiva»

Posted on 2018/02/06 by carmocippinelli
Il gruppo parlamentare dell’organizzazione di sinistra indipendentista Inuit Ataqatigiit (Comunità inuit) ha nominato Debora Kleist come nuovo membro della Commissione Costituzionale. Da tempo, infatti, la Camera groenlandese (Inatsisartut) ha creato un’apposita commissione per redigere una nuova Costituzione e l’IA sta lavorando alacremente affinché essa dia un risultato inclusivo e non esclusivo.

«Non vediamo l’ora di continuare il lavoro in Commissione Costituzionale: un popolo libero è un popolo in cui tutti gli individui hanno una libertà interiore e vivono liberi da pregiudizi, dalla discriminazione e dall’oppressione», si legge in una nota redatta dal partito. «Il fatto che ci debba essere “spazio per tutti” è un principio cardine: l’IA l’ha posto con la massima attenzione e priorità nell’agenda dei lavori della Commissione» che lavorerà alla stesura della nuova Costituzione. La Carta fondamentale «deve includere i diritti civili e politici di tutti i cittadini».

«Per noi – continua la nota – è fondamentale che tutti quelli che si identificano come groenlandesi siano riconosciuti come tali, tuttavia allo tesso tempo dobbiamo essere all’altezza dei nostri obblighi verso le minoranze. In altre parole: dobbiamo essere inclusivi e non esclusivi e questo vale per quel che riguarda ogni identità culturale (lingua, etnia etc), abbiamo bisogno di tutti».

Il logo dell’Inuit Ataqatigiit 
(Comunità Inuit)

L’Inuit Ataqatigiit continuerà a lavorare intensamente in Commissione Costituzionale affinché si portino avanti questi valori: «il lavoro per la redazione della Carta Fondamentale deve unire il Paese e il popolo, non dividerlo».

L’Inuit Ataqatigiit e le elezioni: «Non promettiamo nulla, valuteremo a urne chiuse» 

L’IA è un’organizzazione politica di sinistra radicale, indipendentista,  che ha visto crescere i propri consensi strappandoli ai socialdemocratici di Siumut (partito affiliato alla socialdemocrazia danese) e con cui recentemente ha stipulato un accordo di Governo: alle elezioni parlamentari del 2014 ha ottenuto il 33,3% dei voti, mantenendosi sulle stesse cifre della precedente tornata elettorale. Nell’autunno del 2018, con tutta probabilità, si terranno le elezioni parlamentari in Groenlandia e la presidente dell’IA Sara Olsvig ha smentito le voci di una coalizione elettorale con i socialdemocratici di Siumut: «Non voglio rifiutare o promettere nulla a riguardo. Vediamo quel che esce dalle urne e quali opportunità si presenteranno successivamente», ha dichiarato a riguardo la Olsvig all’agenzia KNR, spiegando che per l’IA è importante mantenere la stabilità e la leadership nel Paese affermando come il partito abbia «contribuito a garantire una direzione chiara nella guida della Groenlandia».

Articolo tratto da Pressenza
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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