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Categoria: polpettoni

Vota [sempre] Garibaldi

Posted on 2019/03/13 by carmocippinelli
Vota Garibaldi, Lista n.1. Si trattava del Fronte democratico popolare, dell’unione fra Psi e Pci alle elezioni del 1948, le prime libere dopo il fascismo e la guerra. Scritta rossa sul muro. Se fossimo stati in un film della serie Don Camillo, Gino Cervi (alias Peppone) avrebbe sentenziato che quella scritta era frutto di un paio di passate di minio. Qualcuno, dalle parti dell’amministrazione, deve aver pensato che quella scritta in Via Brollo, alla Garbatella, fosse uno smacco al decoro e fosse degradante per la città.
La rimozione della memoria storica passa anche da questo, nonostante sia un atto ben più grave perché fatto con inconsapevolezza pura: da bravi neoburocrati, i 5Stelle hanno agìto senza conoscere, mentre chi da anni si sta battendo per equiparare nazismo, fascismo e comunismo si sta sfregando le mani. 
È oltremodo discutibile che tale provvedimento si sia adottato per quel riguarda una scritta del 1948 e non per le migliaia di scritte fasciste sparse in tutto l’immenso territorio capitolino, da Primavalle a Corcolle.
A quanto pare in una città che trabocca di problemi enormi per quel che riguarda l’ordine pubblico, i trasporti, il lavoro, il degrado (quello vero), bastava togliere una scritta del ’48 della Lista Fronte democratico popolare e ripittare tutto perché la gente potesse dire di abitare un quartiere più decoroso. 
Ma nel frattempo che ci si affanna urlando al degrado per scritte e manifesti fuori posto, il palazzo di Casapound è ancora occupato. Così, per dire.
E ha ragione Lorenzo Lang: quella scritta andrà rifatta. In quello stesso punto.
Posted in decoro, degrado, fronte democratico popolare, garbatella, garibaldi, pci, polpettoni, psi, raggi, Roma, vota garibaldiTagged decoro, degrado, fronte democratico popolare, garbatella, garibaldi, pci, polpettoni, psi, raggi, Roma, vota garibaldi

Male minore contro male peggiore: ricetta sempreverde per annullare politica, dibattito, contenuti

Posted on 2019/03/05 by carmocippinelli
Il 25 febbraio 2019 il quotidiano «La Repubblica» riporta un articolo di Giovanna Vitale in cui la giornalista analizza e riporta le voci del dibattito interno del Partito Democratico, il giorno successivo dell’iniziativa di uno dei candidati alla segreteria. Si tratta dell’iniziativa messa in atto da Nicola Zingaretti per mezzo del contenitore creato ad hoc per la campagna: Piazza Grande. 
I sostenitori del ‘modello Zingaretti’, per quel che riguarda la gestione di un’istituzione politica regionale, sono tutti riuniti e coordinati dal Vice Presidente della Regione Lazio, ora anche coordinatore di “Piazza Grande”. Lo stesso che auspica una candidatura di Nicola Pisapia in Circoscrizione nord-ovest nelle liste del Pd e che ha rivolto un appello, probabilmente a margine del suo intervento una volta intervistato dalla giornalista, alla ‘sinistra del Pd’. «C’è bisogno di allargare e rinnovare la sinistra – riporta l’articolo, citando il Vice Presidente della Regione Lazio – altrimenti accettiamo la deriva salviniana. Faccio una proposta a chi è a sinistra del Pd: state dentro. Come fanno Sanders e Ocasio-Cortez nei democratici americani […]. Vorrei gente come Ilaria Cucchi, Massimo Cacciari e Mimmo Lucano». 
La formula si reitera anno dopo anno, stagione dopo stagione, elezione dopo elezione, vittoria alle primarie dopo vittoria alle primarie: il paragone con i Democratici americani regge fintanto che la platea plaude alle parole del coordinatore di Piazza Grande, ammaliata dalla redenzione di un componente di quella cosiddetta ‘sinistra radicale’ additata dalle formazioni di centrosinistra – nel corso degli anni – come grimaldello di Berlusconi per far vincere Forza Italia, disperdere i voti e indebolire il centrosinistra. Il germe del berlusconismo è tutt’altro che proveniente da ‘Silvio’: si era già ben acclimatato tra gli scranni parlamentari del Pds/Ds/Margherita/Ulivo. Pretestuosità al potere, arrivata all’apice del tutti dentro per poter contrastare Matteo Salvini, il male più grande, disceso da quello precedente (Silvio Berlusconi). 
Perché per battere un male più grande c’è sempre necessità di mandare giù l’amaro calice di un qualcosa che evidentemente non berremmo neanche sotto tortura. Lo scriveva già Torquato Tasso nella ‘Gerusalemme Liberata’: per far bere una medicina, ovviamente amara, ad un bambino l’orlo del bicchiere viene zuccherato per far sì che possa comunque mandar giù («Cosí a l’egro fanciul porgiamo aspersi/di soavi licor gli orli del vaso:/succhi amari ingannato intanto ei beve,/e da l’inganno suo vita riceve»). Per destrutturare la questione basterebbe, tuttavia, citare Antonio Gramsci: «[…] Il concetto di «male minore» o di «meno peggio» è uno dei più relativi. 
Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. 
Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. 
La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo)». Di mero citazionismo non si vive e le questioni, specie se si tratta del pensiero di Antonio Gramsci, andrebbero studiate a fondo, più che prese e citate a sproposito. Quest’ultimo diventato uno sport nazionale per giustificare posizioni sbagliate nell’agone politico. Il gioco del ‘meno peggio’ è stato avallato dalle formazioni in precedenza alleate col centro sinistra (Prc/Pdci, Sel e via dicendo) ma quel che si stava ingoiando non era la medicina di cui parlava il Tasso ma il veleno che ha reso impotenti e inconsistenti le organizzazioni in cui, un tempo, abbiamo militato e in cui abbiamo sperato. 
Quest’agire politico ha portato tutt’altro che radicamento territoriale o rafforzamento dei partiti prima citati: il processo è stato del tutto inverso. L’indebolimento e la sparizione di queste organizzazioni, la cui quasi totalità di rappresentanti istituzionali o dirigenti ha finito per entrare nel Pd (citofonare Gennaro Migliore), s’è dimostrata applicazione manualistica del principio gramsciano del male minore o del meno peggio.
Posted in Gramsci, Lazio, polpettoni, sinistraTagged Gramsci, Lazio, polpettoni, sinistra

"Progetto Comunista". Quella scritta nera in campo bianco si vide già 13 anni fa

Posted on 2019/02/27 by carmocippinelli

Chi mi conosce sa il mio essere quasi enciclopedico su alcune questioni partitiche e legate ad organizzazioni politiche, specie nella loro fase congressuale. Del mio nicchismo militante e del fatto che mi interessino questioni che proprio non raggiungono oltre 4 lettori. Qualche anno fa scoprii che esisteva un blog ‘I simboli della discordia’ con la mia stessa malattia, solo più orientata ai simboli di partito.
Ho proposto loro un articolo e, dunque, lo ripropongo integralmente sul blog.

Progetto comunista, il nome visto in Sardegna viene da lontano (di Marco Piccinelli) – http://www.isimbolidelladiscordia.it/2019/02/progetto-comunista-il-nome-visto-in.html

Oggi pubblico un testo che ho ricevuto da Marco Piccinelli, giovane giornalista che collabora con varie testate (tra cui Pressenza) e segue questo sito, probabilmente condividendo la condizione di #drogatodipolitica che accomuna i suoi frequentatori. Quando ha visto comparire l’articolo sui contrassegni delle elezioni sarde, è stato facile per lui ricordare che il nome di una delle liste – Progetto comunista – non era affatto nuovo: era facile averne prova, visto che il simbolo per giorni non si è trovato, mentre emergevano ovunque notizie di un altro soggetto politico, che evidentemente diverso dalla lista presentata in Sardegna. Lascio la parola a lui, buon racconto.
   
Simbolo del Pc-Rol,
prima della costituzione in Pdac

Recentemente su questo blog s’è dato conto dei simboli che si sono presentati alle elezioni regionali sarde appena trascorse. Tra le liste della coalizione guidata da Massimo Zedda, ne spiccava una denominata Progetto comunista per la Sardegna, con falce e martello rossi e simbolo dei Quattro Mori. La scritta nera in campo bianco, così come il nome, riprendono però quasi in toto l’etichetta di un’organizzazione trozkista fuoriuscita dal Partito della rifondazione comunista nel 2006: Progetto comunista – Rifondare l‘opposizione dei lavoratori (Pc-Rol). Quell’espressione, “Progetto comunista”, era stata scelta in continuità con l’esperienza dell’Associazione marxista rivoluzionaria – Progetto comunista (Amr/Pc: il suo sito web è ancora attivo), autoattribuita sinistra di Rifondazione Comunista: lì convivevano le anime aderenti al trotskismo del partito, tanto quella che faceva capo a Marco Ferrando e Franco Grisolia, quanto quella che seguiva Francesco Ricci e Ruggero Mantovani. 

simbolo del Movimento per il Pcl,
prima della costituzione in partito
,

Lo scontro che vide nascere il Pc-Rol – ed è il motivo per cui sono stati citati questi quattro rappresentanti dell’area – si consumò nel corso della seconda conferenza dell’Amr, all’inizio del 2006: lì i presentatori del documento Il progetto comunista: la rifondazione rivoluzionaria “abbandonarono i lavori e si costituirono in frazione”, come fu riportato da un componente del comitato centrale di Pc-Rol. Questa “frazione” che si costituì venne guidata dai dirigenti che successivamente avrebbero fondato il Partito comunista dei lavoratori (Ferrando e Grisolia): il movimento sarebbe nato nell’estate del 2006, mentre per il partito si sarebbe dovuto attendere il 2008.

simbolo depositato nel 2008
L’altro troncone dell’Amr si costituì appunto in Pc-Rol prima di dare vita ad una formazione (tuttora attiva, anche se a livello embrionale e provinciale) denominata Partito di Alternativa Comunista – Lega internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale (Pdac). Al di là del nome più complesso, il simbolo del Pc-Rol presenta sopratutto una differenza rispetto a quello del Progetto comunista visto in Sardegna (oltre all’assenza ovvia dei quattro mori stilizzati): la disposizione di falce e martello. Il soggetto politico, infatti, essendo trotskista, pone i due strumenti di lavoro “a specchio” rispetto ai normali emblemi comunisti; in più, all’incrocio dei due “arnesi”, si nota la presenza di un 4 stilizzato, che indica l’appartenenza del gruppo alla Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale.

attuale simbolo del Pdac
Una volta costituito il Pdac e sciolto, o comunque superato, il Pc-Rol, il nome “Progetto Comunista” in ogni caso sopravvisse: la testata del soggetto politico continuò a chiamarsi così (esisteva già ai tempi dell’Amr) e, per un certo periodo, l’espressione era stata conservata all’interno del simbolo del partito, come testimonia il contrassegno elettorale depositato in occasione delle elezioni politiche del 2008. Nel simbolo attualmente in uso il vecchio nome non c’è più, ma nella memoria di coloro che hanno costituito quell’esperienza è rimasto: quando è apparsa la lista sarda del Progetto comunista, qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato quella pagina di oltre dieci anni fa, che da un progetto ha fatto nascere un partito.

Posted in Blog, i simboli della discordia, pc-rol, pcl, pdac, politica, polpettoni, trozkistiTagged i simboli della discordia, pc-rol, pcl, pdac, politica, polpettoni, trozkisti

La famigerata lista di sinistra

Posted on 2019/02/21 by carmocippinelli

Quindi ci sono state discussioni fra Prc/Pap/DeMagistris/Frattaglie? Ma non mi dire!

Posted in pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistraTagged pap, politica, polpettoni, prc, satira, sinistra

Attendonsi proclami sull'italianità dell'Albania

Posted on 2019/02/12 by carmocippinelli

Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

La prima volta, a seguito della catastrofe della Prima Guerra Mondiale, la Storia si è manifestata in tragedia: in Italia si iniziò a parlare di vittoria mutilata e il sentimento popolare assomigliava a quello presente nei paesi sconfitti, nonostante il bel Paese risultò vincitore. 
I generali posti sotto processo dopo la disfatta di Caporetto, si convinsero del contrario. 
I militari ritennero che la colpa era dei rossi: l’Italia era piena di socialisti e di pacifisti e se il clima era irrespirabile, certamente era colpa loro. Sarebbe stato utile del «bastone», come veniva chiamato allora. Anche Cadorna in una lettera indirizzata all’un tempo rivale Generale austriaco Konrad Krafft von Dellmensingen, all’indomani del delitto Matteotti, come «se allora [1915] ci fosse stato il governo forte di adesso [1925] sarebbe stata un’altra storia». Quella repressione arrivò, insieme con la rivendicazione di Istria e Dalmazia, con tutto quello che comportò.
A distanza di anni, il revisionismo su quella pagina di storia galoppa, così come infoibata, più che la popolazione italiana, è l’oggettività di quella fase.
Ma la tragedia è passata: il sipario è calato sul proscenio e si lascia il posto al secondo atto dell’Opera. O meglio, dell’operetta. La farsa sta nel Presidente del parlamento europeo che grida «Viva Istria e Dalmazia italiane» aprendo uno scontro diplomatico con i paesi balcanici coinvolti e che, a loro volta, rimandano al mittente le assurde rivendicazioni territoriali.
Non solo: rimandano al mittente parlando esplicitamente di revisionismo.
E menomale che a rivendicare Istria e Dalmazia italiane è il Presidente del Parlamento Europeo.
Alla faccia dell’Europa, insomma.
Attendonsi proclami sull’italianità dell’Albania.
V soboto sem govoril o želji po potvarjanju zgodovine v Sloveniji. Enako se dogaja na italijanski strani meje. Žal s strani vidnih politikov, celo EU funkcionarjev. Zgodovinski revizionizem brez primere. Fašizem je bil dejstvo in imel je za cilj uničenje slovenskega naroda.
— Marjan Šarec (@sarecmarjan) 11 febbraio 2019
traduzione del tweet: «Sabato ho parlato della deviazione della storia Slovenia. Lo stesso sta accadendo sul versante italiano del confine. Sfortunatamente, tra i politici presenti, anche funzionari dell’UE.  Revisionismo storico senza precedenti. Il fascismo è stato un fatto [storico] e mirava ala distruzione della nazione slovena». Nel video, la sparata del Presidente del Parlamento Europeo.
Posted in Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, sloveniaTagged Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, slovenia

Trump: «Conosciamo la nostra determinazione: gli USA non diventeranno mai socialisti»

Posted on 2019/02/07 by carmocippinelli
Non è proprio virale, ma poco ci manca. Si tratta del video in cui il Presidente Donald Trump,  durante un discorso al Congresso statunitense, afferma: «Conosciamo la nostra determinazione riguardo al fatto che gli Stati uniti d’America non diventeranno mai uno stato socialista».
La dichiarazione è datata 5 febbraio 2019. Stesso giorno in cui è stata vandalizzata la tomba di Karl Marx a Londra.

 Scrocianti applausi da parte di paffuti deputati americani, paciosi e soddisfatti dei loro supersize menu.

Il socialismo, il comunismo, il marxismo e il leninismo incutono ancora una paura infinita nei confronti di coloro che detengono le leve del capitalismo e della democrazia liberale, ormai diventata segreteria gestionale di quel che viene definito dal capitale transnazionale.

Nonostante tutto, mai come in questo periodo storico, le istanze di chi vorrebbe un mondo diverso, un mondo in cui tutti hanno pari diritti, doveri, dignità e libertà, sono rappresentate da organizzazioni politiche ridotte al lumicino.
La grandiosa sinfonia di quel che era il movimento comunista nel blocco occidentale europeo (Partito comunista francese, Partito comunista italiano, Partito comunista spagnolo) si è andata trasformando in una intimista e un po’ triste melodia lo-fi.

Le cause sono certo molteplici e non starò qui a trattarle, dato che non basterebbe un saggio di svariate centinaia di pagine per prendere in esame tutta la complessa situazione dal 1989 in poi. 
fonte: Washington Post (Tolga Akmen/AFP/Getty Images)

Se, però, la boutade trumpiana si unisce all’atto vandalico inferto alla tomba monumentale di Karl Marx in Inghilterra, si intuisce che non è solo paura, quella dei capitalisti e della destra più in generale. 

È spietata volontà di rimozione perché nessuno sappia. Una spietata volontà di sotterrare tutto quello che il movimento comunista, socialista, rivoluzionario ha significato per il mondo intero. Vandalizzare la lapide di Marx di per sé è un atto che può aver compiuto chiunque, da un pazzo a un fascista, o da una persona con entrambe le patologie insieme, ma se ci si sforza a leggere la questione con lenti adeguate, così da rimuovere ogni sfocatura dettata dal pensiero dominante, si intuisce perfettamente che costoro hanno ancora l’enorme timore che i popoli, un giorno, non avranno «nulla da perdere, se non le loro catene». Hanno il timore di chi, passata la tempesta sovranista all’interno del proverbiale bicchier d’acqua, possa riscoprire una parte del passato della storia mondiale che s’era fatto in modo di mettere volutamente in soffitta: la storia della liberazione delle classi subalterne, della dittatura del proletariato, l’espressione che fa più paura ai capitalisti. L’espressione che più rappresenta da vicino quello che è successo nel 1917, quando i bolscevichi fecero piazza pulita dello zarismo. 
Con tanti saluti al Kaiser e alle monarchie europee.

«Nella società borghese il lavoro vivo è un mezzo per accrescere il valore accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è solo un mezzo per ampliare, arricchire e promuovere il processo vitale degli operai. Nella società borghese, dunque, il passato domina sul presente, in quella comunista, il presente sul passato». (Karl Marx, Friederich Engels, Manifesto del Partito Comunista)

Posted in leninismo, marxismo, polpettoni, socialismoTagged leninismo, marxismo, polpettoni, socialismo

La voce della coscienza [del capitale]

Posted on 2019/02/05 by carmocippinelli
Il riscaldamento globale non esiste, il lavoro è una roba novecentesca, la politica deve dialogare col mercato, la finanza è un’opportunità, gli stati devono “capire meccanismi altri”, le donne possono anche tacere e possibilmente fare la calza, i migranti si lasciano morire. O meglio, possono pure arrivare qua, ma devono accettare il lavoro nero. Sei l’ultimo arrivato, qua stiamo messi malissimo, dunque o «questa minestra» o «te la butto dalla finestra».

Però, tranquilli, davvero, non c’è da allarmarsi: i consumi riprenderanno, il lavoro tornerà, a condizioni di mercato – chiaro -, il Pil avrà l’impennata che lo farà tornare a livello 0 (che è pur sempre un numero neutro, senza quegli orpelli di + e – che ne condizionano la quantità e la qualità). Tutti saranno accontentati e chiunque potrà vivere serenamente in armonia. In armonia di mercato.

Voi dovete solo cercare di consumare più dell’anno precedente.
E morire in fretta, possibilmente. 
Che non è che possiamo pagà le pensioni a tutti. 
Grazie. 

post scriptum: possibili conguagli imprevisti da tenere in considerazione, no rimostranze.
Posted in capitalismo, mercati, polpettoniTagged capitalismo, mercati, polpettoni

Caporetto – Barbero

Posted on 2019/02/04 by carmocippinelli

In loop da giorni

Posted in barbero, polpettoni, storiaTagged barbero, polpettoni, storia

(S)connessi

Posted on 2019/02/01 by carmocippinelli
Il post parte con una premessa che, in realtà, è un’ardua ammissione della propria debolezza: posseggo uno smartphone, lo tengo praticamente sempre connesso a internet con la sua rete 4G, ogni tanto senza la localizzazione, ma una tantum. Dirsi sconnessi, al giorno d’oggi, è già un atto rivoluzionario nei confronti di se stessi: staccare i dati del proprio smartphone e lasciarlo a posto sul tavolo o sul comodino, distogliendo lo sguardo e concentrarsi su un qualcosa di differente è difficilissimo. La mancanza di concentrazione, la conseguente perdita di memoria, è un disturbo molto diffuso tanto fra i giovanissimi quanto tra i meno giovani e la cosa inizia ad essere preoccupante. 
Nonostante non sia propriamente un cattolico, mi corre l’obbligo di citare un passo dell’ormai celeberrima Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco: 

«I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. […] La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale».

Intimamente ho sempre rivolto il mio sguardo interno ad un’analisi simile, ovvero al fatto per cui se una situazione siffatta di sovrapproduzione tecnologica si fosse verificata duemila anni fa, probabilmente Anassimene e Anassimandro non li avremmo conosciuti così come siamo abituati a studiarli. Così come se questa inflazionata tecnologia, alla portata di tutti, avesse toccato la più recente epoca di Karl Marx o di Antonio Gramsci, giusto per non andare a scomodare i due filosofi greci sopra citati.
La necessità della sconnessione
Ho sentito il bisogno della sconnessione quando, parlando con la mia compagna, mi sono reso conto di essere totalmente dipendente dello smartphone. Appare banale come considerazione: se uno sa di usare troppo un dispositivo, potrebbe intuirlo ben da sé. Gli occhi esterni, però, vedono molto più in profondità di due peraltro miopi. Mai come in questo caso. Ho iniziato, dunque, ad essere sconnesso prima per qualche minuto, poi per qualche ora e infine anche per dei fine settimana. Prima, tutto questo, mi sembrava davvero impossibile. Eppure ci sono riuscito. 
Da qui, deriva la necessità della sconnessione per sentirsi un po’ più consapevoli (o padroni, che dir si voglia) della propria esistenza e dei momenti che si vivono. Ormai si è sempre più abituati a pensare che se una fase della propria vita non sia legata alla condivisione sui social non è stata neanche vissuta realmente o pienamente. Una grande menzogna.
Gli smartphone, e la navigazione in internet conseguente ad essi, si basano su fattori accessori e indotti: le applicazioni per ordinari subito del cibo, taxi istantanei, per non parlare dei social a cui si è sempre connessi h24. Ovviamente queste cose che ho evocato generano altri problemi che qui non tratterò (Riders, Uber etc). A tal proposito qualche anno fa decisi di iscrivermi ad Instagram perché ho notato che iniziava ad essere utilizzato anche da fotografi più o meno professionisti per la condivisione delle loro foto. Dunque, ho tentato. Circa 6 mesi fa mi sono cancellato da Instagram a causa dell’elevata alterazione della percezione della realtà e di come essa si manifesta agli occhi delle persone reali. Parallelamente, sto usando anche molto meno Facebook. Tutto ciò non ha causato in me degli scompensi di mancanze da tali applicazioni, specialmente riguardo la prima. 
Volevo poi scrivere un’altra cosa che mi sta a cuore: molti di coloro che leggeranno questo post mi conoscono e sanno che sono un tipo sui generis, dunque per molto tempo ho avuto uno smartphone Microsoft Lumia (più d’uno, per la verità). Il suo sistema operativo non è più supportato dalla casa madre e, man mano che il tempo passava, delle applicazioni hanno iniziato gradualmente ad abbandonare la piattaforma, tanto che anche Microsoft ha iniziato a non vendere più i propri smartphones.
Molti utenti si sono riversati su Android o Apple perché «ma va là, i Lumia non servono a nulla non hanno neanche mezza applicazione». Tutto molto vero. Ma siamo sicuri che rottamare sic et simpliciter uno smartphone solo perché non supporti l’applicazione x/y sia corretto o sia davvero utile alla nostra vita? La risposta nel 90% dei casi è un secco no. Anche e soprattutto perché la maggior parte delle applicazioni che vengono utilizzate non sono necessarie. 
Posted in polpettoni, tecnologiaTagged polpettoni, tecnologia

Competenza, Lino Banfi, l'Unesco, Roma Est

Posted on 2019/01/22 by carmocippinelli
Una cosa in particolare di quelle che ho fatto fino ad ora me la rivendicherò con orgoglio, sempre: la candidatura con il Partito Comunista alle elezioni del 2016 per il municipio in cui vivo. Municipio VI, Roma Est, per capirci, una delle zone più disagiate di Roma. Io e Gianmarco, allora candidato presidente, ci siamo smazzati tutto il municipio a caccia di voti: stiamo parlando di un territorio decisamente vasto che in quanto a popolazione è dietro solo a città come Torino e Verona, contando la bellezza di 250.000 residenti. Ci fermavamo con ogni singola persona e con ognuno ribadivamo le nostre ragioni. 
Al momento delle votazioni sono andato a fare da rappresentante di lista al plesso scolastico dove era allestito il mio seggio, dove i vari candidati di Fratelli d’Italia, Lega, Partito Democratico rimanevano fuori al cancello a fermare la gente per ricordar loro come avrebbero dovuto votare. 
Illegale, però lo facevano lo stesso. 
Insomma, al primo piano vicino all’entrata dei seggi mi incontra un amico dei miei. Mi saluta e mi fa «ma insomma te candidi?» e io, un po’ intimorito, ma comunque convinto della cosa: «beh, sì, la campagna elettorale è stata tosta ma ce l’abbiamo messa tutta». 
«Eeeeeh, lo so», mi fa questo tizio sempre più grave e scuro in volto, «ma co che lista te candidi?» poi guarda il cartellino che avevo appeso e capisce. 
Annuisce. Va a vedere i candidati di tutte le liste vicino al suo seggio e si sofferma su quella del PC: Gianmarco Chilelli – Candidato Presidente. Lista: Marco Piccinelli, Silvia Di Luzio, Daniela Giorgini etc etc. Scorre tutti quanti i nomi col dito. Torna verso di me con le mani dietro la schiena, chiuse l’una dentro l’altra: «Ma ce vo esperienza, sete tutti regazzini: er più vecchio c’ha 50 anni ma è l’unico, poi tutti sotto i trenta, ma ndo volete annà?».
E io, forse un po’ stizzito, gli dissi: «Eh, t’ho capito, ma una volta ennòcestannotroppivecchi, mo ennòsottroppogiovani. Non capisco».
Lui, sempre più serio: «No, me dispiace, non te voto: ce deve andà gente competente a governà».
Esce dal seggio: «ho votato er Pd, però ar comune i 5 stelle». Gli auguro ogni bene, dicendogli – garbatamente – che il voto è suo e può farne quel che vuole, ma, dal momento me lo aveva rivelato, che aveva fatto na gran cavolata. 
Oggi, mentre inviavo un saggio per una rivista scientifica che ho in ballo da più di qualche mese, apro l’Ansa e vedo a caratteri cubitali: «Lino Banfi sarà commissario all’Unesco: “Porterò un sorriso in mezzo a tanti plurilaureati“». 
Ecco, dopo aver visto questa notizia ho ripensato al siparietto con quel tizio e della necessaria competenza che io certo non potevo avere nell’amministrazione della cosa pubblica. 
Certamente Lino Banfi sarà molto più competente di tanti signur ncravattat, Mario Merola/Zappatore docet. Sarà commissério. 
Rimbombano, ogni giorno, sempre più forti, in qualsiasi contesto storico, sociale e politico, le parole di Ennio Flaiano: «La situazione [politica] italiana è grave ma non è seria».
Posted in banfi, elezioni, polpettoni, unescoTagged banfi, elezioni, polpettoni, unesco

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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