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Categoria: polpettoni

La Super Lega e la morte del calcio

Posted on 2021/04/21 by carmocippinelli
Iniziamo con un’ovvietà, un’equazione, se è consentito. Calcio moderno è
capitale. Non che prima di ora, negli scorsi decenni, non vi tendesse: lo abbiamo già scritto,
d’altra parte. Tuttavia la nuova notizia, al momento già vecchia per il
repentino naufragio, della Super Lega (o Super League) può essere
assunta a paradigma di somiglianza. La nuova lega internazionale
riservata a chi se lo può permettere, a chi ha i soldi per poterlo fare,
imprime ancora di più l’acceleratore su una trasformazione globale del
sistema calcistico internazionale. Roboanti, sebbene cave, le parole
della dirigenza della Federazione internazionale: «le società
organizzatrici la Super Lega si chiamano automaticamente fuori dal
sistema FIFA». Addirittura Mario Draghi ha rilasciato una dichiarazione a
riguardo: «Il governo segue con attenzione il dibattito intorno al
progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le
posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare
le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale
dello sport». Quali siano i valori meritocratici dietro a speculazioni
finanziarie o a bilanci perennemente in perdita delle squadre italiane,
non ci è dato saperlo. Per fortuna ci è rimasta l’ironia. È
interessante, semmai, vedere qual è stata la reazione del capitalismo
occidentale di fronte ad un’operazione evidentemente transnazionale e
che coinvolge alcuni tra i più grandi club calcistici, alcuni con
consistenti gruppi finanziari alle spalle. Tanto per fare un esempio e
per chiarire il peso specifico della questione: la società Venezia FC,
recentemente ceduta dallo statunitense Joe Tacopina, è stata rilevata
dal connazionale Duncan Niederauer, già pezzo grosso della finanza della
Grande Mela (presidente e amministratore delegato della borsa di New
York), componente del G100, già nel board di Goldman Sachs.

E stiamo parlando di una realtà di media classifica di Serie B.

La nuova Super Lega riguarderà solo pochi grandi club, in buona
misura, tra quelli europei che ottengono soldi dalle competizioni per
poterli reinvestire e far sì che possano disputare nuovamente quegli
stessi tornei internazionali. I club locali devono accontentarsi delle
briciole e, qualora dovessero balzare agli onori delle cronache per
prestazioni sopra le righe o posizionamenti al di là delle proprie
capacità, i loro migliori giocatori verrebbero inevitabilmente
acquistati da altre squadre.

Un ciclo senza fine, un serpente che si morde la coda rigenerandosi:
le grandi squadre vincono le competizioni, prendono soldi, acquistano
nomi blasonati pagandoli una fortuna, tornano a vincere quei tornei
nazionali, si proiettano verso una dimensione quasi eterea della loro
popolarità e via dicendo. Tutto, chiaramente, al netto dei debiti che
producono le società anno dopo anno. Il calcio italiano, poi, quello
“che conta”, è preda di continue speculazioni edilizie e finanziarie in
cui sembra avvilupparsi ogni giorno di più, senza realmente uscirne.
Ogni presidente che si avvicenda sullo scranno più alto di una società
calcistica, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, ritiene
opportuno investire all’interno del brand della squadra,
rilanciandone l’immagine e per farlo – come prima cosa – deve iniziare a
sondare il terreno per la costruzione del nuovo stadio. Progetti i
quali, nella stragrande maggioranza delle ipotesi, o rappresentano
interessi che travalicano il mondo del calcio, oppure sono estremamente
connessi alla persona rappresentante la società sportiva in quel preciso
momento.

I cambiamenti sportivi sono pochi, stanti così le cose,
l’immutabilità è servita: l’inanità è quel che resta dell’estrema
finanziarizzazione del calcio. Semmai dovessero verificarsi cambiamenti,
impiegherebbero più di qualche decennio. O comunque non sarebbero in
meglio, quanto piuttosto in peggio. La vicenda dell’organizzazione qatarina del mondiale lo rappresenta pienamente.

La Super Lega fa cadere ogni maschera all’impalcatura che regge il
sistema calcistico transnazionale. Il sistema UEFA pretendeva di essere
“giusto” e corretto nei confronti di tutti, quando sappiamo bene che non
è così, anche alla luce di quanto detto sopra. Nessuno parte alla pari e
lo squilibrio è servito. Intendiamoci: il calcio è anche questo, vedere
le squadre meno blasonate gareggiare contro i grandi nomi e – magari –
vincere. Non staremo qui a citare degli episodi, tuttavia basti pensare
alla vittoria della Coppa delle Coppe dell’FC Magdeburgo nel 1974
(Germania est, in cui il calcio era dilettantistico per legge) sulle
squadre europee occidentali, tra cui il Milan di Giovanni Trapattoni,
sconfitto in finale. La mossa che si vuole tentare, ad ogni modo, è
quella di estromettere ogni altra società che non possa permettersi la
nuova SL. Da una parte il paradiso, dall’altra un colpo di fucile
nell’orecchio. Non basta chiudere gli occhi per tre volte: il divario si
acuirà sempre di più.

Il sistema della Super Lega non solo è stato messo in piedi da
squadre-aziende proiettate ai risultati di borsa anziché a quelli sul
campo, ma la struttura posta in essere è semplicemente realizzata per
fare ancora più soldi. D’altra parte, marxisticamente parlando, la
concentrazione di monopoli è una tendenza naturale del capitalismo (e
che i liberal d’accatto fanno finta di criticare per dare una parvenza
di dignità alle loro tesi).

E IL DILETTANTISMO?
Le squadre e i campionati dilettantistici, in Italia, rimarranno
tali. O meglio, si continuerà a far finta che, ad esempio, la Serie D si
stia sempre più professionalizzando, a cui vi partecipano squadre
realizzate appositamente per vincere e il cui sistema di superamento
della categoria non consente un reale passaggio organico dallo status di
“dilettante” a “professionista”. Un esempio recente è quello dello
Sporting Bellinzago. È più facile ricercare e ritrovare, all’interno dei
“vasi comunicanti” fra Serie C e quarta serie, casi di fallimenti,
malversazioni, rinascite dopo crisi e acquisizioni di titoli ad hoc,
come avvenuto per le defunte società denominate “Lupa” (dalla Lupa
Castelli Romani alla Lupa Roma, passando per la “Lupa Racing”, ibrido
pontino-castellano di una società di eccellenza che rileva il titolo a
seguito del fallimento della prima squadra nominata afferente ai
canidi-lupini).

LA LEZIONE DEL CALCIO POPOLARE IN ITALIA
Per qualche anno in Italia si è assistito al fiorire del calcio
popolare, tanto nelle piccole quanto nelle grandi realtà urbane.
Parliamo di strutture alternative rispetto alla gestione aziendale delle
società, dunque di “azionariato popolare” in cui i tifosi sono anche
sostenitori e soggetti attivi nella partecipazione della vita di quella
squadra. Trattasi di impostazioni, al momento, per natura stessa
dilettantistica e non professionista o semi-pro. Tuttavia, i costi per
far fronte a dei campionati federali (Figc) rappresentano un muro
(spesso invalicabile) per le realtà che tentano di imbarcarsi nella
Terza, Seconda e Prima Categoria. A Roma – per quel che riguarda il
calcio a 11 maschile – resistono l’Atletico San Lorenzo, che ha dato
poco festeggiato i 10 anni di età e la Borgata Gordiani. Terminate,
purtroppo, le esperienze di Ardita (ex Ardita San Paolo) e Spartak
Lidense (Ostia-Centro Giano). In Italia resistono esempi concreti di
“altro” calcio come il Centro Storico Lebowski (Toscana), Polisportiva
Gagarin (Abruzzo), Ideale Bari (Puglia), La Resistente (Liguria),
Brutium Cosenza (Calabria) e altre realtà per cui ci scusiamo fin da ora
di non aver citato. Tutte al di sotto dei campionati di Eccellenza ma
opportunamente raccontate dal sito “sportpeople.net” che segue da vicino
ogni sviluppo nelle curve, dalle curve e dello sport popolare. Per il
calcio femminile, sebbene realtà di calcio a 5 solamente capitolina, qui
ci limitiamo a citare l’esperienza della CCCP1987 in serie C. Non
foss’altro per evidenti affinità onomastiche.

IL CALCIO È – SEMPRE – QUESTIONE DI CLASSE
Pur tuttavia, sono molte le realtà che hanno chiuso i battenti negli
anni: in molte città si è assistito alla nascita e alla morte di ASD di
calcio popolare. Una volta tentata la strada, i costi iniziavano ad
essere esorbitanti, la partecipazione calava, la questione dei campi e
dell’affitto degli stessi pesava sul magro bilancio di una società
realmente dilettantistica militante in Seconda o Terza Categoria.

Rimane valida l’esperienza di ogni realtà che ha provato – e in
alcuni casi sta riuscendo – a vivere all’interno del sistema federale
per testimoniare l’esistenza di un altro calcio, fondato su
partecipazione, inclusività, antifascismo e antirazzismo, nonostante
qualsiasi difficoltà. Di fronte alla recrudescenza e al tentativo sempre
più evidente di poche società iperquotate di far valere la loro
posizione finanziaria di fronte al movimento calcistico di tutto il
mondo, c’è da incoraggiare la ripartenza e rinascita di ogni società che
deciderà di andare in totale controtendenza, per il bene delle loro
comunità di appartenenza e in nome di uno sport del tutto diverso. E se
oggi la Super Lega sembra essersi sgretolata al primo assalto,
prepariamoci, perché non sarà l’ultimo…

 
Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6953
Posted in Blog/Post semiseri, calcio, calcio popolare, polpettoni

Per la periferia solo pacchi e like. «Scavicchi, ma non apra!»

Posted on 2021/04/06 by carmocippinelli

Qualche giorno fa, precisamente il primo aprile, mentre i maggiori quotidiani d’informazione nazionale e territoriale investivano il proprio tempo in spassosissimi post acchiappa-like riguardo notizie finte (per poi classificarle come “pesce d’aprile”), insieme ad altri due compagni della redazione della «Rinascita delle Torri» ci siamo dati da fare e abbiamo spremuto le meningi per la scrittura collettiva di un articolo. Vero, ovviamente, che scaturiva da un fatto reale e tragico. Non che sia, di per sé, una notizia: l’intellettuale collettivo è parte integrante del lavoro di redazione. Tuttavia in questa fase ancora più delicata per le città in genere e per la periferia di Roma in particolare, abbiamo ritenuto opportuno far passare un giorno dall’episodio degli spari a via dell’archeologia e riflettere a mente fredda.
L’articolo si può rileggere integralmente qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/04/01/gli-spari-sopra/.

Tra le altre cose che sostenevamo, criticamente, oltre all’inanità delle amministrazioni capitoline e municipali, c’era la pratica dei pacchi alimentari, ormai donati da chicchessìa, da qualsivoglia associazione sia essa culturale o organizzazione di volontariato, nei confronti di chi è stato messo a dura prova dalla fase che stiamo vivendo.

La fenomenologia del pacco, non già come lemma inteso per indicare partenopeicamente la zona del basso ventre maschile, rappresenta uno dei mali dell’attivismo politico-sociale del nostro tempo e delle zone colme di disagio come quella in cui vive chi scrive su questo blog. Sicuramente qualcuno che leggerà queste righe, quelle tre persone rimaste, storcerà la bocca e dirà “ma a questo non sta bene neanche che si faccia solidarietà coi pacchi dando da mangiare a chi non ce l’ha?”.
Il punto, come al solito, non è quello: sono felicissimo se la “macchina della solidarietà”, come si dice con un espressione cara alla pubblicistica, si metta in funzione.

Tuttavia, c’è un altro lato da analizzare. 

«Molte associazioni, realtà culturali, politiche e associative
territoriali, così come a cascata quelle rappresentate al consiglio
municipale e in Assemblea capitolina, preferiscono vedere il bello nei
quartieri dove di positivo c’è davvero poco, cercare la pepita d’oro in
un fiume colmo di fango, il raro quadrifoglio in un mare di zizzania.
Questo ragionamento circa la “bellezza” dei luoghi di frontiera può
durare un anno, tempo di una fascinazione giovanil-adolescenziale, non
costituire il portato di una politica della periferia. Per anni,
specialmente nell’ultimo decennio, la politica che non assume più
neanche mezza responsabilità, ha demandato un lavoro sociale e culturale
a chi cerca “il bello” a Torre Maura, Tor bella monaca, Torre Angela,
Borghesiana e via dicendo. Ma niente è bello quando lo Stato langue e,
se esiste – come esiste realmente – una massiccia presenza di
criminalità organizzata nel territorio e le sue ramificazioni locali
tentano di costruire uno stato nello stato, come più volte
asserito negli anni dalla stampa antimafia che si occupava del tema. Il
“welfare criminale” che, in un certo qual modo,  tenta di sostituire
quello degli enti locali. Quante risorse pubbliche e opportunità di
riscatto sociale non arrivano più da anni in periferia? Un altro lato
del prisma da illuminare. Si fa presto a dire “ordine pubblico”. Come
non vedere che là dove ci sono stati tagli allo stato sociale e
conseguente assenza delle istituzioni pubbliche, “soggetti altri” si
intrufolano e occupano spazi e funzioni necessarie?
Questo è il dato da centrare, da mettere a fuoco.
Arrivano anche da quei settori associativi di pulcritudine periferica, e
che precedentemente citavamo, proposte circa “il lavoro” e “i
finanziamenti”. Ma anche gli orologi rotti, almeno due volte al giorno,
segnano l’ora esatta».

 Anche perché a seguito di ogni fatto di violenza in periferia: 

«Ricomincia il “circo equestre” dei commenti dei
mass media, i quali sprecano parole e slogan triti e ritriti sulla
periferia Romana, sulla sua intrinseca violenza. Ma che, in fondo, non
sanno neanche arrivarci al Grande raccordo anulare e uscire alla 17 o
alla 18. Anche in questo caso, la stampa, anziché capire, giudica e
colpisce con sentenze e luoghi comuni per convincere l’opinione pubblica
che il destino della periferia è già segnato. E per questa ragione,
alla fine, la Roma oltre il GRA non merita nulla;
se non compassione, una lacrimuccia accompagnata da una sordida
carezza. E pacchi alimentari. Quelli non devono mai mancare: producono
“mi piace”, visualizzazioni e glorificano le anime belle della politica
romana e locale. Non si dice che la questione è a monte: che non c’è più
lavoro, che in pochi si sono presi tutto e molti non hanno più nulla».

E allora perché scrivere questo post? Semplicemente per ribadire questo fatto, dopo che il presidente dell’associazione 21 Luglio, insieme ad altre realtà etnografiche-antropologiche e legate all’Università di Roma “tor Vergata”, ha rivendicato il fatto che la realtà dell’ex Fienile (un tempo libero spazio sociale) abbia iniziato a distribuire pacchi di generi alimentari.
Perché alla periferia i pacchi non devono mai mancare.

Per carità nessuno dica che in questa pandemia pochissimi ricchi si sono arricchiti ancor di più e i proletari (*) si sono ancor di più impoveriti dopo aver, in ordine sparso, perso il lavoro, entrati nel gorgo della cassa integrazione e via dicendo.
Per carità nessuno lo dica, “signora mia“.

(*) Chi vive del proprio lavoro è un proletario. Punto.

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Scuola, perché non bisogna rivendicare il Next Generation EU

Posted on 2021/03/27 by carmocippinelli

Il presidio dei Cobas a Roma, in occasione dello sciopero della scuola del 26 marzo, presidio cui hanno aderito varie realtà associative, di settore e studentesche (tra cui anche la Rete degli Studenti medi) è stato caratterizzato nei suoi vari interventi – così come rivendicato anche dalla Rete – dall’apertura ai fondi del “Next Generation EU”.

Un’apertura critica, senz’altro, un’apertura dialettica, ma pur sempre possibilista riguardo ai fondi europei. Un’apertura che comunque non può avere altro significato se non quello di un finanziamento a debito della scuola, dunque verso un peggioramento, nella prospettiva di lungo periodo, del comparto dell’istruzione nella sua interezza. Evidentemente tale fattore di rischio non è stato compreso dai Cobas, dalle studentesse e studenti presenti, che rivendicavano di essere loro la “next generation”, fin dalle scritte sui cartelli che tenevano in mano. 

NEXT GENERATION EU

La misura invocata, ovvero il Next Generation EU, riguarda un piano di finanziamento pluriennale che prevede uno stanziamento di risorse, pari a 750 miliardi di euro, al quale spesso viene cambiato nome da stampa e politici, preferendo la dicitura “Recovery Fund”, la quale tuttavia si riferisce alla quota finanziaria del “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”. Si tratta di una mossa economica che vede gli Stati membri dell’Unione europea emettere debito comunemente. All’interno del quadro pluriennale per il periodo che va dal 2021 al 2027, “Next Generation EU” detiene la porzione più importante del finanziamento totale, attorno al 40% di 1.824,3 miliardi. Dunque, per farla breve, si tratta di un enorme finanziamento a debito, invocato dalla stessa classe politica che per almeno venticinque anni ha presentato qualsiasi tipo di politica economica a debito come il male assoluto da scongiurare a qualsiasi costo (per capirci: il 15 marzo di quest’anno il debito pubblico italiano ha sfondato quota 2.600 miliardi di euro, pari al 160% del PIL, nonostante decenni di politiche lacrime e sangue presuntamente finalizzate diminuirlo) [1].

C’è da segnalare che i fondi europei del NG EU sono vincolati dalla “condizionalità” riguardo al loro utilizzo, e non è una questione secondaria.
O si seguono determinati dettami imposti per la spesa di tali fondi, che riguardano innanzitutto gli indirizzi e le condizioni di merito dei finanziamenti, oppure il “pilota automatico” caro all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri quando era in carica alla BCE seguirà – indisturbato – su una strada sempre più stretta e impervia.

A partire dagli investimenti europei, i principi fondamentali su cui si basa l’investimento, per cui ogni paese europeo ha sviluppato un piano specifico, riguardano vari capitoli di spesa, come ad esempio “transizione verde”, le pari opportunità, la stabilità macroeconomica e la “transizione digitale”.

Specie per quel che riguarda l’istruzione, dunque, l’impegno è di 28,5 miliardi. Tuttavia viene riproposto il modello di scuola che ha fatto seguito alla legge Renzi (cosiddetta “buona scuola”). In altre parole: ogni scuola e ogni aula potrà avere un computer di ultima generazione per la didattica, tavolette grafiche, lavagne multimediali, ma niente sarà dato per la messa in sicurezza del plesso scolastico, che molto spesso è ferma agli anni del Pentapartito. Molta forma e poca sostanza, quando invece i due tratti spesso coincidono.

Le politiche che accompagneranno questi investimenti a debito saranno quindi le solite, verrebbe da dire, trasversali nel segno dell’imprenditorialità, che già campeggia da anni negli obiettivi scolastici proposti a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di II grado. Non a caso un capitolo di spesa del piano italiano è intitolato significativamente “Dalla ricerca all’impresa”: l’idea alla base di questo processo organico del NG EU è quello di fornire un rapporto di subalternità dell’istruzione all’impresa. Perché di questo trattasi. 

RIAPERTURE FANTASCIENTIFICHE E RIAPERTURE REALI

La “questione giovanilista”, vien da sé, non può essere assunta come principio cardine per la riapertura, in funzione della scuola in presenza. Il problema è a monte, o alla radice, a seconda del paragone che al lettore piace di più. Le scuole vanno senza dubbio riaperte ma devono essere messe in sicurezza attraverso un piano vaccinale reale, centralizzato, non demandato alle responsabilità delle regioni; docenti, ATA, studentesse/studenti, devono poter essere monitorati dai presidi sanitari in ogni scuola. 

È evidente che il contagio avviene fuori dai plessi scolastici: c’è da evitare che venga portato all’interno delle aule. Per evitare questo cortocircuito serve un piano. Il piano che prevede 8 milioni settimanali di tamponi è totalmente privo di credibilità, e basta guardare quanti tamponi siano stati fatti finora, e come siano stati fatti, per rendersi conto dell’assenza di una qualsiasi base per rendere effettivo un tale provvedimento, peraltro così esteso e concentrato nel tempo. È evidente quindi che un piano non c’è.
E riaprire senza un piano significa chiudere due settimane dopo aver riaperto, reiterando un binomio apertura-chiusura ancora più nefasto sul piano psicologico per migliaia di ragazze, ragazzi, docenti.

È impensabile, infine, che i soldi europei – peraltro una tantum – vadano davvero a risolvere i problemi strutturali che la scuola italiana possiede da vari decenni, a causa dei tagli apportati dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici.
 

È impensabile rivendicare l’utilizzo di quei fondi per la scuola, per la loro messa in sicurezza circa l’edilizia, per la stabilizzazione dei precari (da organico di fatto a di diritto), per le assunzioni vere e massive, perché l’unico provvedimento vero in grado di soddisfare queste esigenze e di rovesciare il piano inclinato sul quale sono state decise tutte le politiche scolastiche “a perdere” degli ultimi decenni è la patrimoniale. Ricorrere ai fondi europei per tale rivendicazione costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori, senza peraltro che i fondi spesi vadano minimamente nella direzione dei bisogni della scuola e della classe lavoratrice.
Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità e i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.

 

Torniamo a ripetere che solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può restituire realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori.
Solo una patrimoniale di questo tipo, cioè una patrimoniale anticapitalista, espressione di un altro governo della società e di un altro potere politico, può portare un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.
Cioè a dire: paghi chi non ha mai pagato, chi si è arricchito durante la pandemia mentre centinaia di migliaia di lavoratori si sono impoveriti e hanno perso l’impiego. 

[1] https://www.repubblica.it/economia/2021/03/15/news/debito_pubblico-292301274/

 

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori

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L(‘)auto mercato

Posted on 2021/02/05 by carmocippinelli

«Non ce la facciamo a mantenere aperti i negozi. Precedentemente, prima della pandemia, la bottega di Via Ripetta riusciva a fare ottimi introiti, così da poter pagare gli stipendi agli altri due negozi [uno di Montesacro, l’altro di Piazza Bologna]. La situazione si è parecchio complicata, andata deteriorandosi nel tempo. Così, dunque, siamo ridotti quasi completamente ad alzare la serranda per volontariato in attesa della cassa integrazione. Se ci sarà».

Qualche settimana fa mi trovavo in una bottega equo e solidale. Parlando con la dipendente del negozio, la prospettiva che è andata delineandosi nel corso della conversazioni non è stata rosea. Per le botteghe il rischio concreto è quello della chiusura. La questione che sta alla base della chiusura è uno gnommero di concause, come lo definirebbe Gadda: un nodo inestricabile di motivazioni che ha portato alla situazione attuale. Il Covid, come in tutte le questioni a seguito della pandemia, non ha fatto altro che esacerbare le criticità già esistenti. Le botteghe di tutta Roma, poco meno di una manciata all’interno del Grande Raccordo Anulare, basavano la propria esistenza sul negozio del centro a via Ripetta. Le entrate e i proventi di quel punto vendita bastavano per pagare gli stipendi a tutti i dipendenti delle altre piccole realtà.
Quando, tuttavia, una situazione è già precaria o inizia a mostrare delle piccole crepe, un agente esterno (quale che sia) può arrivare a divaricarle in modo irreparabile. Il coronavirus ha mostrato le fragilità di un sistema basato unicamente sul profitto e sullo sfruttamento, più in generale; nelle situazioni specifiche come questa si è limitato a dare il proverbiale colpo di grazia.
Le attività meritorie, pur di nicchia o settoriali come le botteghe equosolidali, hanno subìto il colpo più duro di tutte le altre attività commerciali, evidentemente. L’iniziativa di vendere prodotti che prevedano una forma di commercio e di scambio di merci che vorrebbe garantire il giusto compenso al produttore e ai suoi dipendenti, assicurando anche la tutela del territorio evitandone disboscamenti, sfruttamenti ambientali massicci tipici della grande industria e della grande distribuzione organizzata, rappresenta una forte e ambiziosa caratterizzazione che non può essere sostenuta nel lungo periodo dalle aziende in oggetto. Specie se la vita di tali negozi riesce a basarsi solo sulla classe alta o medio alta, in Inghilterra si direbbe upper class. In un’espressione: alta borghesia.

La favola raccontata dai cantori liberali per cui più il consumatore compra prodotti biologici ed equosolidali, compresi quelli distribuiti dalle grandi catene transnazionali, e più il commercio si orienta verso questi prodotti da realizzare e commerciare, è una evidente menzogna raccontata a pieni polmoni a più riprese. Per quel che riguarda il cibo, ad esempio, “non possono permetterselo tutti”, ma “moltissimi consumatori”, dicono costoro, “se potessero, si orienterebbero verso il biologico e il non-industriale”. Dunque “bisogna incoraggiare le fasce ricche perché acquistino quei prodotti ad un costo maggiore degli altri, perché si possa favorire un nuovo circolo economico: si creerebbe quell’economia di scala che poi consente di allargare l’accessibilità anche alle fasce più povere e lo si è visto in Germania in cui il biologico era appannaggio dei più ricchi ed ora è accessibile di tutti”.
Questo viene raccontato da più parti, questo è il pensiero liberal-progressista, osannato soprattutto anche dai democratici nostrani: più si acquista biologico o “verde”, naturalmente chi se lo può permettere, più la filiera diventa sana, economicamente parlando. È il paradosso dell’economia verde, insostenibile aprioristicamente qualora non si metta in discussione l’economia di mercato (a tal proposito si rimanda al piccolo, ma necessario, libro di Daniel Tanuro “L’impossibile capitalismo verde”).

La vicenda delle botteghe equosolidali è paradigmatica. La classe sociale di riferimento, una volta piombato il lockdown e la chiusura generalizata, ha smesso di rivolgersi a quel peculiare mercato: per tesaurizzare il loro già ampio guadagno o risparmio? Probabilmente, in realtà non sappiamo la vera motivazione che li ha fatti desistere dal rivolgersi alle botteghe solidali. Il dato di fatto, incontrovertibile, è il seguente: non c’è stata continuità nel sostegno di quelle realtà da parte della classe di riferimento che, pure quei negozi, avevano designato involontariamente e su cui si erano basati per la propria vita e sostentamento.
Nel momento in cui un gruppo di persone vuole provare a nobilitare il sistema capitalistico provando ad introdurre nuove filiere o nuovi consumi che facciano leva sull’eticità della transazione e dello scambio in sé, il capitale reagisce d’imperio abbassando la qualità dei prodotti venduti e di conseguenza anche il costo vivo di quel che si va ad acquistare. Novità delle ultime settimane è l’iniziativa di alcuni settori della Coop che ha venduto a 10€ tutti i prodotti a marchio della catena e che rappresentano il necessario per poter sostentarsi una settimana. Con quella cifra si poteva acquistare pasta, passata di pomodoro, pan carré e altri prodotti. A riguardo, è bene poter fornire ai quattro lettori rimasti del blog l’articolo “Lo sfruttamento nel carrello della spesa“, in cui è stato trattato proprio questo argomento, in occasione della recensione dell’ottimo “Il grande carrello”, pubblicato da Laterza e scritto dai girnalisti Ciconte e Liberti.

Per farla breve, è sempre più chiaro ed evidente il concetto gramsciano di egemonia: uno strato sociale sempre più consistente di industriali, imprenditori (a.k.a. i padroni) fanno in modo di far pensare gli oppressi e gli sfruttati (lavoratori, pensionati, disoccupati) esattamente come la pensano loro. Come? Attraverso sistemi che ben conosciamo: la grande stampa digitale e cartacea è tutta orientata a voler narrare le magnifiche sorti progressive del capitalismo, unico sistema possibile in cui vivere, che certo è talvolta ingiusto, ma che prevede anche una gran possibilità per tutti. Tutti possono scommettere, non al casinò, ma in borsa. Il gioco è lo stesso, cambiano le cifre della posta.
Chi dà le carte non permette che vengano mosse critiche sul mazzo utilizzato. E poco importa alla dirigenza del casinò se hai scoperto che è truccato. Ci saranno altre persone che andranno ad occupare il tuo tavolo per “provare a cambiare dall’interno” criticando la tua posizione “settaria” ed “estremista”. Se però non hai la capacità (o la volontà reale?) di scardinare e abbattere il tavolo, dimostrare che le carte sono truccate e vorrai giocare ugualmente, finirà piuttosto male. Evidentemente.

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni

O tutti o nessuno

Posted on 2020/12/20 by carmocippinelli

A seguito della chiusura della grotta del buco a Tor bella monaca, propagandata dalla sindaca Virginia Raggi che si è recata personalmente nel quartiere, è nato un appello delle associazioni territoriali e organizzazioni sindacali del quartiere per chiedere un «tavolo permanente sul disagio sociale e contro l’abbandono».
L’appello è stato recepito dalla politica capitolina. In breve tempo, grazie ai consiglieri capitolini Zannola (PD), Pelonzi (PD), Tempesta (PD), Fassina (SxR), Celli (Giachetti sindaco), Figliomeni (Fd’I) e De Priamo (Fd’I) è stata richiesta una «commissione congiunta di carattere sociale e culturale relative al quartiere Tor bella monaca e possibili modalità d’intervento condiviso». Il documento è datato 9 dicembre 2020 ed è stato protocollato il giorno successivo, indirizzato alla Presidente della commissione politiche sociali (Catini) e alla presidente della commissione cultura (Guadagno). Qui il testo del documento. 

Tor bella monaca rappresenta da decenni l’archetipo del quartiere oppresso dalla criminalità e simbolo dell’esclusione sociale, del disagio e della sofferenza in un immaginario collettivo che non è più solamente quello della Capitale ma di tutto il Paese. Grazie anche a rappresentazioni cinematografiche che hanno acceso luci e riflettori a riguardo come la pellicola «Lo chiamavano Jeeg Robot».
Disagio, esclusione e abbandono non risiedono solo a Via dell’archeologia o Via del fuoco sacro. Corcolle, Torre Maura, Torre Angela, Ponte di Nona, Villaggio Breda (e la lista potrebbe continuare) sono quartieri e zone del VI Municipio in cui la sofferenza e l’abbandono di ogni speranza – soprattutto da parte delle giovani generazioni – è all’ordine del giorno. 
Anche in quei quartieri cosche e comprotamenti criminali la fanno da padrone o hanno iniziato ad essere presenti in modo strutturato.
L’iniziativa solerte dei consiglieri comunali sopra citati è lodevole ma vorremmo far presente ai lettori di questo nostro giornale digitale che o ci salviamo tutti, o la periferia sprofonderà tutta insieme.
Il VI Municipio è la rappresentazione vivente della sofferenza urbana della Capitale di un Paese che troppo poco spesso si ricorda di esserlo. 
La zona urbana che comunemente viene denominata “Torre Angela” e che comprende diverse zone oltre i confini del quartiere, nella seconda ondata del Covid 19, ha detenuto per settimane il maggior numero di contagiati, che il quotidiano «Il Messaggero» non ha esitato a classificare come «record» in quanto «lì, l’incidenza del virus è costantemente aumentata per via di un tasso che tiene conto della popolazione residente».

Papa Francesco, nell’enciclica «Fratelli Tutti» che ha scosso il Paese e il Mondo intero lo ha definito chiaramente:

«Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi. Vediamo come domina un’indifferenza di comodo, fredda e globalizzata, figlia di una profonda disillusione che si cela dietro l’inganno di una illusione: credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo tutti sulla stessa barca».

O tutti, o nessuno.
Sarebbe stato un segnale forte per la periferia far sì che venisse istituito (o anche solo proposto) un tavolo permanente che rappresentasse tutti i quartieri dello sterminato sesto municipio di Roma. L’estremismo localista e particolarista ha prevalso sul generale e l’universale. Come se Tor bella monaca appartenesse ad un territorio-nel-territorio, il sedicesimo municipio di Roma.
Dimenticare che abitiamo tutti nella VI circoscrizione (come si diceva un tempo) non rende un buon servigio ai presentatori dell’appello.

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Vuoto pneumatico spinto (al quadrato)

Posted on 2020/10/02 by carmocippinelli

Analizzare, accapigliarsi, dibattere, scrivere e versare fiumi d’inchiostro come sta facendo la carta stampata italiana riguardo le presidenziali americane denota una serie di cose. È piuttosto evidente la questione – scevra da qualsiasi posizione ideologica e aprioristica – dell’evidente sudditanza della politica nostrana nei confronti di quella statunitense: nel corso dei decenni gli affari politici statunitensi sono diventati sempre più predominanti negli spazi dei quotidiani nazionali italiani e italianofoni. Ci si accapiglia su quel che ha detto lo sfidante democratico, su quel che avrebbe dovuto dire la minoranza interna del Partito democratico a stelle e strisce; sui vestiti di Melania Trump, su quanto trucco si picchietta in viso ogni santo giorno il Presidente Donald. Trump. Non Duck. Unfortunately. 

Un dibattito essenzialmente inutile che serve solo ad addetti ai lavori piuttosto annoiati del lavoro che fanno e che riversano le loro energie su vicende oltreoceaniche così da non dare troppo peso a quel che accade nei confini nazionali.

Il Corriere della sera di ieri [1/10/2020], ad esempio, sotto al titolone «I conti segreti del Vaticano» riportava un fermo immagine del dibattito televisivo fra Donald Trump e Joe Biden: «Il peggiore faccia a faccia». E, ovviamente, commenti non richiesti, tra gli altri, di Walter Veltroni.
«Una lotta senza esclusione di colpi.
Ma anche di idee», commentano laconicamente Gaggi e Grasso nelle pagine interne del quotidiano milanese. 

I giornalisti italiani sono stati molto attenti ad individuare le espressioni di Biden, i giochi delle occhiate che si scambiavano i due, le parole grosse volate, così come la mancanza di contenuto di entrambi. Un vuoto pneumatico spinto al quadrato che pure fa riempire pagine su pagine dei quotidiani.

Questo è il grande tema delle presidenziali americane: i candidati, così come per il precedente confronto Clinton-Trump, sono esattamente equipollenti. Identici nell’affrontare questioni internazionali, sovrapponibili per quel che riguarda la politica economica e potrei andare avanti per ogni ambito della vita pubblica statunitense. Un’analisi interessante a riguardo, come spesso accade, è stata sviluppata da Al Jazeera. Scrive Alan Schroeder: «Un dibattito è, in fondo, un colloquio di lavoro, con gli elettori come capo. In questa intervista per la presidenza, Biden ha ricordato di sottolineare i bisogni dei padroni, mentre Trump ha sottolineato i suoi». 

Entrambi, in sostanza, hanno fatto in modo di risultare attrattivi per i propri elettori: i padroni. Il vero nodo di fondo è tutto in quest’affermazione: due facce di una stessa medaglia che prescinde dalla casacca indossata, sia essa del Partito democratico o del Partito repubblicano. L’importante è far continuare ad andare la locomotiva del capitalismo e della speculazione. E poco importa che nel maggio di quest’anno le società Harris Poll e Just Capital, quest’ultima fondata dall’investitore miliardario Paul Tudor Jones (dunque tutt’altro che la Pravda), abbiano intervistato 1.000 persone per sapere cosa ne pensassero dell’attuale sistema economico nel mezzo della pandemia: il risultato ha riportato come solo il 25% di loro ritenesse il capitalismo come positivo per la società.
Delle persone poco importa ad entrambi i candidati. 

Parlare di presidenziali americane in questi termini, stanti così le cose, equivale a dibatterere dell’ultima giornata del campionato di calcio delle Isole Samoa. O del calcio polinesiano in genere.

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Il referendum e l’eclissi della sinistra *

Posted on 2020/09/13 by carmocippinelli

Nella giornata del 13 settembre si è tenuta la manifestazione del “Così No!” per il no al referendum del 20 e 21 settembre. Potremmo semplicemente dire questo a riguardo: sinistra assente e tanta liberaldemocrazia di stampo radicale (nel senso di Partito Radicale).
L’implosione, ed esplosione, dei rapporti umani e politici fra l’area pannelliana e boniniana continua a farsi sentire anche (e forse soprattutto) a seguito della dipartita di Marco Pannella: in piazza erano presenti +Europa (dunque anche Radicali Italiani), Emma Bonino e una delegazione parlamentare di +Europa (distaccata dalle bandiere bianche sotto al palco) e il PRNTT (Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito).
Oltre a loro, una delegazione del PSI e una nutrita rappresentanza di Volt, il partito paneuropeo di ispirazione liberaldemocratica europeista. Il comitato giovanile NOstra era visibile con uno striscione e rappresentato dall’intervento di Jacopo Ricci dal palco, che vorrebbe rappresentare la coscienza critica e inquieta dei settori del PD schierati a favore del no (in realtà foglia di fico dietro la quale il PD tenta di salvare almeno in parte le apparenze). Intervento di apertura affidato ad Aldo Tortorella, unica presenza riconducibile all’area di ciò che si colloca alla sinistra del PD. Sinistra Italiana del tutto assente. In ordine sparso, poi, sono apparsi e scomparsi rappresentanti regionali dei Verdi/Europa Verde, Matteo Orfini (PD), Roberto Giachetti (Italia Viva), Bobo Craxi.
Dal lato dell’associazionismo, da rilevare la presenza dell’ANPI, rafforzata dal presidente provinciale romano Fabrizio De Sanctis, e dell’ARCI, quest’ultima in piazza con uno striscione piuttosto visibile. La già minuta Piazza Santi Apostoli era popolata da circa 200 persone e piena per un quarto, meno di quel che gli organizzatori stessi, facile immaginarlo, avrebbero potuto prevedere. Sardine non pervenute.

LA SINISTRA RIFORMISTA ARRETRA

Se da una parte vi è la definitiva emersione e affermazione di una mai sopita corrente politica d’ispirazione radicale, a vocazione elitario-borghese, supportata dall’aver eletto parlamentari e senatori grazie all’alleanza con il Partito Democratico (Riccardo Magi, Emma Bonino, Alessandro Fusacchia), dall’altra vi è la totale inadeguatezza della sinistra riformista e socialdemocratica, di fronte ad una fase che la vede coinvolta in azioni di governo, di organizzarsi su una piattaforma comune e scevra dalle piccole patrie nate nel corso di questi anni. L’esecutivo è retto, lo ricordiamo, dalla maggioranza tripartita PD-M5S-LeU (Liberi e Uguali, nome comprendente la galassia che orbita attorno a MDP-Articolo 1, Patria e Costituzione, Sinistra Italiana).
L’insufficienza e la volatilità della proposta politica della sinistra socialdemocratica, che rappresenta una sorta di fotocopia mal riuscita nei confronti del PD e delle destre, è confermata dal fatto che l’alternativa proposta è quella di un sistema economico che possa essere governato con più diritti civili e individuali senza toccare il capitalismo alla radice.
Se ai comunisti viene detto di essere utopici perché utilizzano ancora il termine socialismo, la riforma del sistema capitalistico per far sì che esso abbia un volto umano rappresenta, oltre che un’utopia ancor più grande, una ben più grande furfanteria raccontata ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori, così come del corpo elettorale più in generale. Una sinistra che non pone un’alternativa di sistema semplicemente non è da chiamarsi sinistra, in quanto non propone – molto banalmente – nulla di diverso da quanto mettono sul piatto le varie forze liberal-radicali e liberaldemocratiche, che si chiamino PD, +Europa, Radicali Italiani, Volt o Verdi. Che senso ha, per l’elettore, votare una fotocopia mal riuscita della destra quando c’è una vasta pletora di organizzazioni liberali pronte ad accogliere il voto del pensiero riformista-borghese orfano di qualsivoglia orientamento?
Se lo scontro è stato – ed è tuttora – quello dell’immaginario di una sinistra rinnovata che si scrolli di dosso la parola “socialismo” e l’idea dell’alternativa al capitalismo, la differenza che intercorre fra Sinistra Italiana e +Europa è davvero nei proverbiali fili dei capelli.

I NUOVI MOSTRI

Lo scontro alle regionali pugliesi dimostra quel che stiamo dicendo. Due giorni fa Carlo Calenda, in sostegno della candidatura di Ivan Scalfarotto (ex PD ora Italia Viva, supportata proprio dal partito di Renzi, +Europa, Azione e da una lista in comune fra Volt, Partito Liberale Italiano e ALI-Alleanza Liberale Italiana) ha dichiarato quanto segue dal palco: «Il PD ci dice “perché fate perdere la sinistra e non votate Emiliano?” Noi rispondiamo: “perché fate scomparire la sinistra e non votate Scalfarotto?”».
Il capitale, questo è ben noto, oltre al consenso crea anche il dissenso, qualora la coscienza generale sia in perpetua arretratezza da decenni, così da plasmare una propria idea di sinistra che non è proprio quella che si intende comunemente. La “nuova sinistra” in realtà non è altro che un frullato di principi capitalisti, economia di mercato ed europeismo che poco hanno a che fare con la tradizione lavorista, mettiamola così, dell’immaginario che dovrebbe evocare il termine in oggetto. Tanto più che, proprio nello scontro riguardo al quale si è presa la frase di Calenda come esempio, la sinistra riformista è in alleanza con il Partito Democratico in un cartello comune chiamato “Puglia solidale e verde” che comprende PSI, Europa Verde, Sinistra Italiana e la lista “La forza della Puglia”.

IL “SÌ” DI STEFANO FASSINA

Non potevamo ignorare, a tal proposito, il “sì” di Stefano Fassina al referendum: il rappresentante alla Camera di Patria e Costituzione, all’interno di Liberi e Uguali, nonché consigliere comunale di Roma Capitale, ha solennemente affermato di voler votare “sì” al referendum. Continua ad inserirsi nel migliore (si fa per dire) solco dell’opportunismo della sinistra riformista, che tenta di volersi mostrare alternativa nei giorni dispari e accondiscendente al Partito Democratico nei giorni pari. Il nostro, in effetti, già nell’ambito delle elezioni suppletive nel collegio Roma 1 alla Camera, dichiarò di voler votare l’esponente del Partito Democratico e viceministro dell’economia Gualtieri, sebbene dichiarò di «voler bene» alla candidata di Potere al Popolo Elisabetta Canitano.
Il cordone ombelicale che pareva esser stato reciso a seguito della fuoriuscita dal PD sembra ricostituirsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, nell’assumere prese di posizione del tutto fallaci a cui si tenta di dare una spiegazione “di sinistra”.

IL NOSTRO “NO”
Che senso ha per il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) dire no?
La nostra contrarietà, per cui diamo indicazione di voto, si basa sulla netta opposizione a una operazione truffaldina, al governo che la sostiene, al più ampio fronte dei partiti borghesi, liberali e reazionari, che in questi decenni hanno gestito a turno le politiche di austerità contro i lavoratori e le lavoratrici, attaccando lavoro, pensioni, sanità, istruzione, nell’interesse esclusivo dei capitalisti, e che ora vogliono nascondere ancora una volta le proprie responsabilità grazie al ricorso dell’inganno populista. Ed è una contrarietà anche al trasformismo di quella sinistra che si è accodata ai partiti borghesi per ottenere uno scranno ministeriale.

Ma il nostro no, chiaro e netto, ai partiti borghesi e alle loro truffe, è un no che parte dagli interessi dei lavoratori, e non prevede alcuna subordinazione e alcuna accettazione delle istituzioni di questo Stato.
Nessuna accettazione del parlamentarismo borghese, bersaglio fin troppo facile, da un versante reazionario, per i colpi a salve della propaganda anti-casta, concimata da oltre un decennio dalla stessa borghesia e dai suoi organi di stampa.
Nessuna accettazione della Costituzione borghese del 1948, figlia della svendita da parte del PCI di Togliatti di una Resistenza antifascista proletaria i cui interessi risiedevano ben oltre quelli del costituzionalismo democratico-liberale.

Ci battiamo non per rafforzare questo potere, ma per il potere – alternativo e di segno opposto – dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società, contro l’attuale dittatura dei capitalisti, che resta tale anche sotto la democrazia borghese.

Ci battiamo per una democrazia dei consigli dei lavoratori, cioè per una democrazia diretta espressione dei loro bisogni e delle loro necessità.
Una democrazia per cui la cancellazione di ogni privilegio politico dei rappresentanti è un riflesso delle ragioni sociali di partenza, e non uno specchietto per le allodole delle ideologie reazionarie di un capitalismo in decomposizione avanzata.

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6698

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Soldi al vento, i nostri. È il capitalismo, bellezza.

Posted on 2020/03/17 by carmocippinelli
Fonte foto: Afp – Sole24Ore
La notizia ribattuta dalle agenzie di stampa, in questo caso dall’«Ansa» è davvero implacabile:
nel corso della giornata di ieri [16 marzo 2020 ndr] la seduta delle borse europee è stata al ribasso ed ha «causato uno scivolone dell’indice StoxxEurope600 * del 4,9%».
In termini monetari il crollo equivale a «255 miliardi di capitalizzazione ‘bruciati’ in una [sola] giornata».
Oggi si prova a rimodulare l’avvio delle borse, ce ne informa il «Sole 24 Ore»: «Netto rialzo per le Borse europee, che rimbalzano dopo l’ennesima seduta nera in cui l’Eurostoxx ha perso oltre il 5% e Piazza Affari è caduta del 6,1%, con i mercati finanziari colpiti dalla paura per gli effetti del coronavirus sull’economia e dalla diffusione del contagio in Europa e negli Stati Uniti. La reazione arriva all’indomani del comunicato dell’Eurogruppo che si è impegnato a prendere qualsiasi iniziativa per supportare l’economia dell’Eurozona. […] Lo status di Paese ultraindebitato e più colpito dall’epidemia fa dell’Italia un bersaglio ideale della speculazione. Specialmente dopo le parole di Christine Lagarde di giovedì scorso («Non è nostro compito chiudere gli spread»)». 

Non è responsabilità di nessuno, figuriamoci dell’Unione Europea e dei grandi capitali sanare la situazione economica dei paesi membri! Il punto è proprio l’indebitamento che genera speculazione finanziaria, una sorta di serpente che mangia la propria coda per l’eternità.
Le grandi masse di miliardi che vengono investiti, bruciati, ripresi e frutto di speculazioni finanziarie altro non sono altro che il disvelamento della reale natura del capitalismo.
Un sistema che – ogni giorno di più – mostra la sua vera natura: una rapina continua nei confronti della popolazione, inumano, evidentemente irriformabile.

C’è poi da fare anche un brevissimo commento – da post- it – riguardo le parole che riecheggiano nel lessico politico-giornalistico del capitalismo nell’era della sua estensione più selvaggia, nonché in una fase del tutto peculiare come quella della pandemia Coronavirus che sta comprimendo i guadagni dei mercati facendo pagare il conto di questa compressione a centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori.


Il termine ricapitalizzazione ci fa rivolgere la mente ad una situazione imprenditoriale italiana che è ben nota alla popolazione: Alitalia. In quel caso, in piccolo rispetto alle quotazioni azionarie di grandi indici europei e transnazizonali, le perdite le pagavano le lavoratrici e i lavoratori, così come i contribuenti: a fronte di una vasta speculazione privata di una ristretta cerchia di dirigenti in cerca di fare profitto su ogni aspetto della vita dell’azienda, il debito era scaricato sulla fascia più debole del comparto societario. Il tutto mentre la buonuscita dei manager era milionaria: assegni staccati mentre si profilavano licenziamenti di massa e i vari governi profilavano la privatizzazione di Alitalia come unica soluzione.

Questo è il capitalismo, nient’altro: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei guadagni.
Ma i soldi sono sempre i nostri.

* Lo StoxxEurope600 raggruppa «i principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente» [cfr articolo precedentemente citato nel collegamento ipertestuale].

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Il controllo sociale ai tempi del virus, nonché del “capitalismo della sorveglianza” *

Posted on 2020/03/14 by carmocippinelli

Il «manifesto» di oggi [14/03/2020] pubblica un articolo siglato da Andrea Capocci (An. Cap.) che racconta di come la Corea del Sud stia agendo per fronteggiare la pandemia Coronavirus: «La Corea del Sud è un paese abbastanza simile al nostro per popolazione e superficie: un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220 mila chilometri quadrati, contro i 301 mila italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46. Come si spiega che lo stesso virus abbia una così diversa letalità in due contesti analoghi?».
I numeri posti al di sopra dell’articolo consegnano al lettore un momento di riflessione riguardo il dilagarsi del contagio nel paese diviso al 53esimo parallelo: «in Corea del Sud ci sono 8.000 casi censiti contro i 15.000 dell’Italia ma i morti qui sono solo 71». 


La connessione tra controllo e Coronavirus 
Il controllo sociale, come riporta il titolo dell’articolo, è stato utilizzato per abbassare i numeri del contagio ed evitare la massiccia propagazione del CoVid-19: «Per capire con quali persone un paziente è entrato in contatto […] sono stati usati i tracciati gps dei telefoni, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. […] Per ottenere queste informazioni sono state integrate le banche dati della polizia, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie, delle autorità finanziarie».
La diffusione del contagio può essere fermata, dunque, qualora si entri nella vita di tutti i giorni della popolazione, in questo caso sudcoreana, che nel corso degli ultimi dieci anni si è largamente dotata di uno smartphone ad uso personale o lavorativo. 
La questione sembra essere ininfluente ai fini del dibattito politico o pubblico, tuttavia, spesso abbiamo avuto modo di ascoltare – da amici, colleghi di lavoro, parenti – frasi simili a questa: “non importa che io venga tracciato, le mie mail spiate o accenda costantemente la posizione e Google mi mandi resoconti della mia “attività”: non ho nulla da nascondere”. 
Sentenza priva di ogni senso, o meglio, con un significato ben preciso: la totale inconsapevolezza dell’“utilizzatore finale” di dispositivi elettronici a cui è obbligatorio associare un account Google, iCloud e, prima che terminasse il supporto sui propri dispositivi, Windows mobile. 
L’Ovra o la Gestapo ne sarebbero stati felicissimi. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Al momento della diffusione del virus Mers-CoV *, a ridosso del 2012, la Corea del Sud ha registrato il maggior numero di casi dopo l’Arabia Saudita: all’epoca il governo fu criticato per aver negato la concessione di informazioni, come ad esempio i luoghi visitati dai pazienti per contenere il contagio del virus.
La legge è stata modificata al fine di autorizzare gli investigatori ad entrare nei dispositivi elettronici della popolazione: nell’articolo del giornalista Capocci del «manifesto» non è stato fatto cenno alle aziende produttrici dei sistemi operativi degli smartphones proprio perché, a causa di un analogo caso di emergenza di coronavirus, il Governo sudcoreano è corso ai ripari modificando la norma.
Nei dispositivi elettronici della popolazione sudcoreana – riporta la BBC – arrivano notifiche come questa: «Un uomo di 43 anni, residente nel distretto di Nowon, è risultato positivo al coronavirus».
«Questi avvisi – scrive Hyung Eun Kim della BBC coreana – appaiono in continuazione sugli smartphones della popolazione indicando dove una persona è stata infetta e quando […] non viene fornito alcun nome o indirizzo ma spesso si riesce a ricollegare conoscenze, luoghi visitati e, dunque, ad identificare le persone: in molti casi si sono ricostruiti adulteri consumati in hotel a ore»**.
Il problema legato alla discrezionalità di queste informazioni è tema di indubbio interesse e alla portata di qualsiasi lettore che sappia andare oltre la stupidità della stantìa frase “non ho niente da nascondere”: il mondo transnazionale legato alla interconnessione di utenze mail e navigatori gps inseriti in dispositivi telefonici, unite da un lato alla pratica sempre più diffusa da dedali di “aziende terze” che si preoccupano di profilare gli utenti e, dall’altra, la crescente attenzione da parte dei governi democratico-liberali, desta più di qualche interrogativo.
È evidente che, nel corso degli anni, l’utilizzo degli smartphones, giustapposto all’affinamento, al perfezionamento degli usi che un utente può farvi, alla sempre più duttile utilità dei sistemi operativi ivi installati, ha assunto un ruolo sempre più predominante nella vita della popolazione.
Il sistema che ne è venuto fuori è quello di una pervasività totale all’interno delle nostre vite: il capitalismo entra, così, a gamba tesa in ogni aspetto della giornata di ogni singolo individuo.
Basta concedere l’accesso della posizione del proprio dispositivo e quello del microfono e il gioco è fatto: la profilazione è totale e ogni nostra azione è monitorata in ogni singolo istante.

Spesso riteniamo come la connessione dati sia indispensabile per la vita di tutti i giorni, anche per le operazioni più semplici legate a necessità immediate: falso.
Il bisogno indotto da strumenti sempre più pervasivi nella nostra quotidianità ha fatto in modo che si arrivasse a percepire come necessaria l’interrogazione a Google in un qualsiasi aspetto della nostra giornata: che sia l’indicazione stradale o che sia la trasmissione dei dati personali per il contrasto del coronavirus. La risultante è, tuttavia, quello di una massificata profilazione di utenti informatizzati che posseggono uno smartphone e che, in questo specifico caso nordcoreano, hanno contratto il virus.
Si potrebbe certo sostenere che l’azione messa in atto dal governo sudcoreano è senza dubbio efficace: si notificano a tutti i dispositivi connessi ad internet notizie certificate dal Ministero preposto al fine di informare cittadine e cittadini riguardo il contagio di una data persona in una certa zona del paese.
La partita di giro è molto più imponente di quel che si voglia pensare: in cambio del proprio servilismo a sistemi operativi a cui abbiamo concesso l’uso della nostra intimità (voce e iride due aspetti su tutti) e delle nostre azioni quotidiane, possiamo essere informati sulla progressività del contagio del coronavirus, al netto degli “effetti indesiderati”, come quel che è avvenuto il 18 febbraio a seguito di una notifica che riguardava il contagio di una donna di 27 anni.
La donna lavorava allo stabilimento Samsung di Gumi e la notifica «ha riportato che alle 18:30 di sera del 18 febbraio» si sarebbe incontrata con una sua amica che aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji***, il vettore di maggior diffusione del contagio nel Paese: «il sindaco di Gumi ha diffuso il suo nome su Facebook e i residenti della città, in preda al panico, hanno iniziato a commentare sulle reti sociali in preda all’odio e alla psicosi: “dacci l’indirizzo del suo condominio”»****.
È arrivato, dunque, il momento di prendere in considerazione l’atto della disconnessione per avviarne un serio dibattito, da marxisti.

* Middle East Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria del Medio Oriente, detta anche “influenza dei cammelli”, responsabile della sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.
** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.
*** Il vettore di maggior diffusione del contagio
del virus è legato ad una congregazione cristiana che in Sud Corea è
considerata una setta, come ha riportato l’agenzia «Reuters» nei
primi giorni di marzo: «Il governo di Seoul ha aperto un indagine [1
marzo 2020 ndt] sul leader di una setta cristiana (Shincheonji
– Chiesa di Gesù al Tempio del tabernacolo e della testimonianza)
al centro del micidiale scoppio del coronavirus nel Paese» secondo
il governo sudcoreano «la chiesa era responsabile del rifiuto di
cooperare con le autorità al fine di fermare la malattia
»
dal momento che «una grande maggioranza degli oltre 4.000 casi
confermati di coronavirus, il numero più alto dopo la Cina, è stata
collegata alla Shincheonji, setta di cui è capo il fondatore Lee
Man-hee». Secondo il primo cittadino di Seoul Park Won-soon, se Lee
e gli altri leader della chiesa avessero collaborato, si sarebbero
potute mettere in atto efficaci misure preventive per salvare vite
che in seguito sarebbero morte in seguito alla contrazione del virus. 

Shangmi
Cha,
Murder probe sought for South Korea
sect at center of coronavirus outbreak
,
«Reuters», 2 marzo 2020,
<https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-southkorea-murder/murder-probe-sought-for-south-korea-sect-at-center-of-coronavirus-outbreak-idUSKBN20P07Q>.
**** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6425

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Corone senza re e senza regina

Posted on 2020/03/12 by carmocippinelli
L’informazione ai tempi del CoVid-19, o più comunemente chiamato Coronavirus, dà anch’essa i segni di uno squilibrio del tutto evidente. Nel gennaio di quest’anno, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai fatti che provenivano dalla Cina, a causa delle notizie riguardanti gli inizi del contagio dovuto dal Corona e anche dalle impressionanti immagini testimonianti la costruzione dell’ospedale di Wuhan, la città-simbolo della nuova pandemia. L’ospedale Leishenshan è stato costruito in 12 giorni, Huoshenshan in 10, tutto per far fronte alla rapidissima diffusione del nuovo CoVid-19: il primo nosocomio citato ha avuto l’immediato compito di fornire 1.600 posti letto supplementari per la città.
La costruzione di queste strutture ospedaliere ha fatto il giro del mondo: la Repubblica popolare cinese ha voluto trasmettere le immagini in ogni angolo della Terra per dimostrare la propria azione nei confronti di tutti gli altri paesi che proprio in quei giorni iniziavano a familiarizzare con quello che, nelle terre ben conosciute da Marco Polo, si è fronteggiato fin da subito.

                                 https://twitter.com/XHNews/status/1225786019825405952

Della Repubblica popolare cinese possiamo pensare tutto e il contrario di tutto: si tratta del primo stato comunista al mondo governato da un solo partito (il Partito comunista cinese) che ha mantenuto l’architrave statale socialista-comunista pur aprendosi – di fatto – all’economia di mercato, sviluppandosi anche imperialisticamente (citofonare Africa orientale), nonostante il mantenimento dei piani quinquennali, della produzione statale e soprattutto di massicci investimenti statali in ogni ambito della propria politica.
In nessun momento della vita dello stato cinese degli ultimi trent’anni vi è stato un taglio lineare, progressivo o «ai fini di razionalizzare la spesa» – come piace dire ai media italiani – che abbia colpito la sanità. Nessun taglio e nessun conseguente ripiegamento dello stato in funzione di un’intromissione di privati nell’architrave statale della sanità.
Il fatto politico e sociale è questo, ci piaccia o meno. 
La reazione italiana e dei media di prima serata ha rappresentato la negazione della realtà, come spesso i telegiornali delle venti sono soliti fare. Il Tg1 del 11/03/2020 ne è la riprova, così come l’approfondimento che ne è seguito, denominato Speciale Tg1, a cui ha preso parte il massimo dirigente dell’Istituto Spallanzani e un docente di Psicologia all’Università del Molise.
Parte il servizio di prima serata: la Lombardia è al collasso. La telegiornalista parla del progetto della regione per far sì che l’ex fiera di Milano, a due passi da San Siro, si possa trasformare in un mastodontico reparto di terapia intensiva. Al momento, però, i lavori non sono ancora iniziati.
E allora via al valzer dei potrebbe sorgere qui, a breve nascerà, il Presidente della Regione avrebbe individuato quest’area. Di certo ci sono solo i condizionali, di estremamente sicuro solo un pugno di illazioni. La telegiornalista prosegue: «la Fondazione Fiera vorrà fare come a Wuhan in Cina: costruire tutto in tempi record».
Nonostante in Cina non esista alcuna Fondazione che possa interferire con la sanità statale, nonostante in Italia si stia mettendo in atto proprio il contrario di quanto strutturato nella Repubblica popolare. Nonostante tutto è stato detto. Perché una cosa è certa: di fronte alla completa inanità delle istituzioni pubbliche e avendo provato sulla propria pelle l’autonomia regionale post-titolo V, un esempio e un termine di paragone è necessario. Anche se è ontologicamente agli antipodi. 
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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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