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Camminaredomandando

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Categoria: polpettoni

Una giornata “particolare” (ma non il film di Scola)

Posted on 2022/05/17 by carmocippinelli

La giornata parte molto male: potresti dormire qualche ora in più del solito, se non fosse per l’appuntamento che hai stabilito con l’azienda municipalizzata (che però è una S.p.a.) per il ritiro dei rifiuti ingombranti che hai accatastato sul marciapiede adiacente al piccolo cancello d’ingresso del tuo condominio. 
Appuntamento alle ore 7:00, ma tieniti libero per le due ore successive: così, almeno, c’era scritto sulla prenotazione. 
Poco male: c’è un bar sotto casa tua. Colazione con caffè e danese perché sì, perché una volta ogni non-so-quanto una pastarella più elaborata tra quelle di produzione industriale ce la possiamo anche permettere.

Paghi, torni alla postazione da vedetta lombarda.

Sono le 8:00: nessun camion all’orizzonte, neanche un furgoncino di quelli piccoli, non sta passando nessuno. Uno dopo l’altro, come coroncine di un rosario sgranate da polpastrelli esperti, escono dal portone del condominio tutti gli inquilini: chi si recherà in ufficio, chi sta accompagnando i figli a scuola, chi sta andando a fare compere per la giornata.
Tu lì, fermo, impalato.

Sono le 9:00, per fortuna oggi a scuola attacchi tardi e non hai i colloqui mattutini con i genitori: nessun camion passerà.
Chiami il centralino specificando la problematica:
“Salvebuongiornoguardisénta, oggi avrei prenotato un ritiro di x/y/z cose ma non è arrivato nessuno e sono le 9:00, dovrei andare a lavorare“, la risposta ti gela doppiamente: “Può recarsi tranquillamente al lavoro: gli operatori agiranno in autonomia e non deve firmare alcunché“. Lo avessero scritto anche sulla prenotazione, ho pensato fra me e me, sarebbe stato carino: non mi sarei svegliato di nuovo alle 6:10. Poi, però, l’operatrice dice anche un’altra cosa: “Il giro per i ritiri dei rifiuti ingombranti, comunque, parte alle 8:00″. 
La mente corre subito, forse involontariamente, alla diatriba in seno all’Unione Europea sulla volontà di appianare la differenza fra ora legale e ora solare: per una frazione di secondo mi sono messo nei panni di chi stesse pianificando gli orari da consegnare ai dipendenti che poi avrebbero svolto il turno mattutino. Mi sono immaginato davanti alla notizia proiettata su uno schermo, di quelle “flash news” che campeggiano sui canali h24: «Abolita discrepanza fra ora legale e ora solare». Basito, con il mio quadro orario in mano, la penna nel taschino: “sono fottuto!”. 
Ma per fortuna non è il mio lavoro. Altrimenti sarei stato fottuto davvero. 
Salgo su casa: 9:15. Alle 9:38 chiama l’azienda: siamo sotto casa ma non prendiamo tutto solo uno tra le trecento cose che ci sono qui, per il resto ci vuole il servizio a pagamento. 
Il Vesuvio pare che in quel momento avesse dato segni di risveglio.

Prendo  la macchina e vado alla metro. Svolgo le mie lezioni, interrogo chi devo (per fortuna senza morti e feriti ma con addirittura dei volontari). Nel frattempo ti sei accorto che, a causa del trambusto mattutino con conseguente “eh no non se pijamo mica tutta sSa robba noi, eh”, hai dimenticato la tua fedele bottiglia d’acqua a casa anziché metterla nello zaino. 

Un moderno “prof, ho dimenticato il quaderno”. Però più grave: senza idratazione si sta / come occidentali / d’estate / nel Sahel. Trenta centesimi: bottiglietta d’acqua che riempirai alla prima fontanella di Castro Pretorio. Per la prima volta, però, hai tempo di allontanarti per qualche minuto dal frastuono delle campanelle e dei cambi di lezione e riesci a rintanarti in un pertugio per leggerti qualche pagina di un libro che hai fiduciosamente iniziato qualche giorno fa. È scritto da Barbero e ti ci immergi completamente. Momento di beatitudine. 
Alle 14:30 termina il tutto, poi cominciano le riunioni alla sede centrale a partire dalle 15:45. Tre riunioni, una dopo l’altra, riguardo tre casi specifici.
Si protraggono fino a tardi: finiamo attorno alle 18:00. Un incontro nello specifico tiene il banco del pomeriggio andando avanti dalle 16:50, circa, alle 17:59 (senza che nessuno lo avesse realmente voluto) se non per un paio di presenti che hanno iniziato a snocciolare questioni del tutto non inerenti alle tematiche all’ordine del giorno della discussione. Chissà perché, poi, hanno pensato bene di iniziare a parlare d’altro.
Magno cum disappunto, passate le 18:00 (pregasi notare l’ablativo assoluto), inizi la cavalcata verso la metro. Non si sa perché: istintivamente ognuno di noi attiva un meccanismo nel cervello secondo cui più sarà veloce nel raggiungere la stazione, prima arriverà la metro. Una sorta di principio fisico per cui all’aumentare della velocità podistica, si avvicina maggiormente il corpo C mosso da velocità costante. O un qualcosa del genere. Ovviamente è un teorema fallace: treno per Rebibbia in arrivo tra 13 minuti. Quando il tempo di percorrenza è superiore agli 8 minuti, la soave voce della linea B della metropolitana di Roma non viene neanche attivata.
In un attimo pensi a quando arriverai alla tua fermata, a quando prenderai la macchina, al traffico che dovrai sorbirti: nel frattempo uno spostato in evidente stato psicotico alterato ti chiede se questa sia la metro per Marconi quando sta passando un treno per Jonio. Nel frattempo due gemelli piangono nel passeggino davanti a te: la mamma si dispera cercando di coccolarli entrambi e riempiendoli di baci. Uno sciame di persone attraversa la banchina per andare a prendere la metro A: transito obbligatorio, ci sono i lavori da quando la stazione Termini è stata costruita, praticamente, fanno parte dell’architettura stessa.
Un altro pensiero trafigge le sinapsi: “Dovrei fare il pieno alla macchina, in effetti”. Non lo farai: controlli il portafoglio e ci sono solo 20€. Aggiungere alle cose da fare: spesa, doccia, buttare l’immondizia, mettere i voti della mattina, prelevare allo sportello automatico della banca e fare il pieno. Tutto oggi? Forse no.
A casa ci arrivi alle  19:05: tornando a casa hai evitato l’incidente con altre macchine almeno sei volte, tante quante alle 7:00 di mattina. 
Metti la macchina al garage, perché per fortuna non devi cercare posto in una via in cui l’autobus non passa nature, figuriamoci con le macchine parcheggiate in tripla fila al lato della strada.
Inserisci la chiave, apri la porta, posi lo zaino.
Vorresti riposare, ma devi preparare le lezioni per domani.

Lezioni che si affastelleranno nella testa di studentesse e studenti per cui tu sei solo un supplente, uno fra tanti. E invece a te mancheranno tutti quegli occhi, perché ci sono ancora le mascherine. Da novembre hai imparato a conoscere tutti i loro occhi e i loro sguardi: sai quando ridono, quando sono arrabbiati, quando non vogliono vederti, quando stanno pregando perché non interroghi, quando “prof, ma quanti anni ha?” oppure “prof, ma è fidanzato?”. 

Sai anche quando stanno per piangere, quando devi dar loro un fazzoletto e concedergli un abbraccio quando te lo chiedono, ma anche se non te lo chiedono e piangono come se gli avessi detto che, da domani, il loro braccio sinistro sarà amputato. E magari è solo per un 4, niente che un fazzoletto e un abbraccio non possa sistemare, insomma.
Però poi, a una certa, finisce il contratto e finiscono gli sguardi.
Lo sbattimento che fai anche per loro oltre che per dovere d’essere arrivato a casa alle 19:00 finisce d’imperio: arrivederci e grazie. 
Che poi grazie manco te lo dicono: dipende dai presidi e non tutti te lo dicono. Atto dovuto: hai lavorato, bravo, mo te ne poi pure annà, Marchese Onofrio del Grillo, ora pro nobis.
Sono le 20:17, tra neanche 21 giorni (sabati e domeniche comprese) la scuola finirà, tu non vedrai più i loro occhi, combatterai con gli scrutini, annegherai nel disappunto della valutazione calata dall’alto e su cui tu non puoi far più di tanto. 
Che poi non è una giornata particolare, ma la quotidianità nel fatato mondo capitalista, quello del profitto, quello dell’assurdo coaching aziendale-motivazionale degli “hey, che bello, una nuova giornata, siamo carichi oggi darò il mio meglio”. 
Quello di chi si sveglia alle 4 per spostare se stesso da una provincia ciociara o della Tuscia e recarsi alla scuola taldeitàli a Roma. E ritornare indietro la sera. E ti dicono “Tu sei fortunato che abiti a Roma”. 
Ma loro non sanno che stai sulla Casilina e la scuola è in pieno centro. 
Che poi non è una giornata particolare, è proprio la quotidianità.
La normalità, come dicevamo quando c’era il lockdown. 
Ma è proprio la normalità, questa normalità, ad essere un problema.

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Se non noi, allora chi? *

Posted on 2022/05/02 by carmocippinelli
Agenzia MEHR © Una giocatrice della nazionale femminile di futsal dell’Iran in azione.

* di Camilla Folcarelli 

Ci eravamo lasciati, l’estate passata, con l’impresa di Sara Simeoni, con la struggente storia di Kathrine Switzer, con la speranza di trarre in salvo le donne del domani da stereotipi e pregiudizi. Eppure, in questi giorni di celebrazione per il passaggio al professionismo del calcio femminile in Italia, ci troviamo nuovamente a confrontarci con fastidiosi episodi di discriminazione di genere. Ed ancora più straziante è vedere come spesso questi provengano proprio da coloro che dovrebbero essere in prima linea in un questa battaglia: le donne.
Se quasi un anno fa l’articolo che scrissi intitolato “Con due cromosomi X” (visibile qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/05/26/con-due-cromosomi-x/)  raccontava dell’emancipazione femminile nel mondo dello sport vista con gli occhi di una calciatrice, oggi la stessa calciatrice si trova a raccontare un fatto accaduto di recente.

L’accaduto
È un sabato come tanti altri: ti prepari a scendere in campo con la tua squadra per divertirti  e far provare la medesima sensazione al pubblico e, perché no, portare a casa i tre punti. Tutto è come ci si aspetta: c’è la giusta tensione, c’è l’agonismo, c’è la voglia di far bene e c’è, come sempre, il direttore di gara.
Sarà proprio l’arbitro a finire in un vortice di proteste e ingiurie, fine alla fatidica frase capace di provocare disgusto nel pubblico e nelle squadre in campo.
Siamo alla metà della seconda frazione di gioco, il risultato è meno che mai in discussione: uno scontro di gioco non sanzionato dal direttore di gara spedisce il portiere della squadra in svantaggio su tutte le furie. Dopo esser stata richiamata verbalmente, senza successo, la giocatrice, che chiameremo Maria, non intende placare la sua ira, costringendo l’arbitro ad una, più che inevitabile, ammonizione.
Questa ammonizione, però, non placa Maria, la quale dà in escandescenza e si lancia in una serie di irripetibili insulti che portano il direttore di gara ad estrarre dal taschino il cartellino rosso che pone la parola “fine” alla sua partita. Come se non bastasse, alla visione del cartellino rosso, Maria si scaglia fisicamente contro l’arbitro e, faccia a faccia, continua ad urlargli insulti d’ogni tipo. Si teme anche l’aggressione fisica, ma alla fine Maria viene spinta fuori dal campo dalle sue compagne. Lo stupore delle giocatrici in campo, incredule nel vedere come un contrasto di gioco abbia portato a questa insensata reazione, viene meno e si tramuta in rabbia nel momento in cui Maria, uscendo dal rettangolo di gioco, urla all’indirizzo dell’arbitro l’ultima assurda frase del suo inammissibile comportamento pomeridiano: «sei un incapace, per questo ti fanno arbitrare le femmine».

Se non alziamo la testa noi, non lo farà nessuna
Maria
con questa frase intende paragonare le capacità del direttore di gara, non alla categoria da lui arbitrata, bensì al genere e non passa neanche un secondo da quando Maria pronuncia questa frase a quando le giocatrici in campo, chi con uno sguardo di disprezzo, chi con una delle frasi usate precedentemente da Maria stessa nei confronti dell’arbitro, invitano la ragazza ad andarsene in silenzio.
È una frase forte, che fa male a chi ci crede, a chi non si piega all’idea che, anche in questo caso, agli uomini venga data più risonanza che alle donne, che le donne debbano essere arbitrare da un direttore poco competente in quanto, anche loro, sono poco competenti col pallone, a chi non ha creduto di valere meno e lotta ogni giorno con la sua passione affinché non si pensi più che una donna non può allenarsi, giocare e dare spettacolo come un uomo.
La frase di Maria, declamata in un momento in cui aveva perso il senno, è lo specchio di come veniamo trattate e per cui alla fine rischi di crederci anche tu: da sempre ti hanno detto di essere inferiore, di non valere e non meritare più di tanto. È solo questione di tempo perché anche tu possa ragionare come Maria.
È qui però che dobbiamo rimanere unite, perché se non ci crediamo e non ci difendiamo noi… allora chi?

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“La filosofia”

Posted on 2022/04/22 by carmocippinelli



«Prof, ce l’ha instagram?»
, domanda tutt’altro che innocua: foriera di curiosità ai limiti della “maliziosità stalkerante” di ragazzi adolescenti.
«Non mi troverete mai». Pivello. Tu, davvero, ingenuo e novellino. Improvvisamente sei catapultato dall’essere docente a “laureato all’università della vita”. Mai sfidare dei quattordicenni: ci hanno messo poco meno di un mese, ma alla fine hanno iniziato a inviarmi richieste da parte di quasi tutta la classe.

Ma la colpa è tua, tu che ti nascondi dietro ad un anagramma: di fronte alla volontà maliziosissima – in senso buono, s’intende – e compulsiva del “prof, ce l’ha instagram?”, tutto (de)cade.
C’è da dire che la prima di quest’anno è una classe piena di vita e brulicante di necessaria voglia di interazione, dopo due anni infernali a distanza e a subir meccanismi machiavellici con arguti (ma inutili) cambi di denominazione acronimica da DAD a DDI.

Tutti, ma proprio tutti, atti a voler significare una sola cosa da parte del Ministero: continuiamo a distanza perché non possiamo diminuire il numero degli alunni per classe (sennò tocca assumere docenti, vaderetroSàtana), non possiamo ammettere che abbiamo tagliato così tanto alla scuola e ora ci ritroviamo senza risorse.
Non dondolare la barca: passeggia sul molo guardandole tutte, ma guai a salirci sopra.
Seguendoci a vicenda, assieme a  ragazze e ragazzi, abbiamo scoperto lati di noi stessi che non conoscevamo e in particolare una studentessa ho scoperto essere molto attratta dalla filosofia.

Non sa bene cosa sia, effettivamente, sa solo che è qualcosa «che ti aiuta a ragionare»: in ogni storia o post che realizza si firma così: “la filosofia”. «E poi, prof» – mi fa – «credere in se stessi, in parte, è anche filosofia». Due anni di didattica a distanza totale e mista, medie completamente saltate, arriva in prima superiore e ogni tanto il suo insegnante di italiano e latino gli dice qualcosa su Platone, su Socrate, su Schopenhauer e  su Marx.

Ecco che la filosofia assume un tratto più marcato: non tanto di “auto aiuto” come poteva concepirla prima la studentessa ma come fattore in sé e per sé.
Perché, in fondo, uno dei grandi inganni dei tempi disgraziati che stiamo vivendo è il seguente: l’assunto che la filosofia non serva più di tanto alla formazione di un essere umano, tanto più che la psicologia ha fagocitato (o almeno così s’è fatto credere ai più) la volontà e l’intenzione di “analisi e introspezione” di ognuno di noi.
Mi ha scritto: «la filosofia ci permette di definire i modi di pensare e di agire dell’essere umano ed ogni modo di pensare e di agire è diverso da ogni persona».
Le ho immediatamente regalato la mia copia de Il mondo di Sofia di Gaarder: è una lettrice, anche se di letteratura cosiddetta “young/adult”, ma ha reagito molto bene a “Sostiene Pereira” di Tabucchi e le è piaciuto molto.

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché non vedrò la maturazione della mia studentessa e l’elaborazione successiva che sarà propria di una mente in divenire, in formazione, in costante ricerca di sapere per il suo benessere psico-fisico. Non lo vedrò perché per loro quello strano non-più-troppo-giovane-professore è stato la meteora del primo anno di scuola: un supplente è questo, d’altronde.
Una meteora e un tappabuchi.

Chissà se la mia studentessa di prima, la filosofia, amerà davvero i miti platonici, Socrate, Feuerbach, Kierkegaard. Non mi è dato saperlo.
La continuità didattica è lo scalpo agitato dai Ministri come quello dei posti di lavoro da aumentare dal politicante di turno il giorno prima delle elezioni: frasi senza contesto e a cui la volontà conseguente è, ovviamente, del tutto assente.

Il post è visibile anche qui: sul blog “L’ortica” https://orticamagazine.noblogs.org/post/2022/04/22/la-filosofia/

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Rutilio, testimone del presente che cambia e l’impossibile restaurazione

Posted on 2022/04/21 by carmocippinelli

 In occasione dei 2775 anni di Roma, mi sono deciso a pubblicare la conversazione con Claudio Bondì, pianificata e organizzata in vista di un progetto di tesi di laurea magistrale non più portato a termine. Era un pomeriggio di settembre di cinque anni fa [2017]: con Daniele e la prof.ssa Privitera ci inoltrammo verso Trevignano per incontrare il registra allievo di Rossellini.

Una conversazione con Claudio Bondì 

Elia Schilton in un fotogramma del film “De Reditu” di Claudio Bondì.

Questa intervista prende le mosse dall’incontro avvenuto, grazie alla professoressa Tiziana Privitera, presso l’abitazione di Claudio Bondì, autore del film «De Reditu», ispirato al poemetto di Rutilio Namaziano.

La prima domanda che gli ho rivolto è stata: «per quale motivo proprio Claudio Rutilio Namaziano?» (su cui infra) e Bondì ha serenamente risposto come ho riportato di seguito nella conversazione.

Personalmente, mi sono innamorato di Rutilio durante gli studi liceali. A seguito di una bocciatura in quinta ginnasio, ho ripreso gli studi cercando di non ripetere gli errori (e le mancanze) dell’esperienza pregressa. Mi appassionava molto studiare e approfondire, attraverso letture di saggi e di romanzi storici, le vicende imperiali successive alla morte di Marco Aurelio; tuttavia mi incuriosiva anche la paganità messa alle strette dalla cristianità, e dunque ho iniziato a documentarmi su Giuliano l’“Apostata”. Terminate le letture sull’imperatore “controcorrente”, ricordo di aver letto l’inno a Roma di Rutilio sul manuale di letteratura latina: fu una sorta di folgorazione. Una folgorazione dovuta in particolare ai vv. 63 fecisti patriam diversis gentibus unam e 66 urbem fecisti quod prius orbis erat1.

E da allora Rutilio non mi ha più abbandonato.

Nel V secolo d.C. l’Impero Romano era un’entità statale e territoriale che a stento riusciva a mantenersi salda e viva: l’età degli Antonini, la cosiddetta fase “aurea” dell’Impero, era ormai ben lontana, si susseguivano le usurpazioni e il territorio amministrato dall’Imperator si assottigliava sempre di più. La «caduta senza rumore»2, che Roma subì a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, con conseguente presa del potere da parte di Odoacre, non destò forse tra i contemporanei così grande angoscia, spavento, smarrimento. Il dominio di Roma3 non rappresentava più l’entità invincibile del passato, ma il lento declino di una potenza mondiale, a cui si aggiungevano una classe dirigente sempre più dissoluta e dedita alla corruzione, la progressiva trasformazione dei costumi e del modus vivendi a seguito della cristianizzazione dell’Impero e di altri fattori. Roma cristiana era ormai egemone nei confronti degli idoli pagani.

E questo, probabilmente, provocò la reazione dell’aristocratico Claudio Rutilio Namaziano4.
Originario della Gallia, Praefectus nel 414, Rutilio, nonostante il suo supposto paganesimo, riuscì a conseguire nella Pars Occidentalis una brillante carriera di funzionario durante l’impero di Onorio, come dimostra la nomina a Praefectus Urbis nel 414, una carica, istituita da Augusto, che rimase tradizionalmente appannaggio della classe senatoria, mantenendo il suo prestigio in tutte le fasi della storia imperiale5.

Il Sacco e il Ritorno
Il ritorno di Rutilio ha una meta, la Gallia Narbonese, che lo stesso Alessandro Fo individua come verosimile destinazione del viaggio, dato che: «il codice Vindobonensis indica nella soprascritta come destinazione del viaggio. In terre cioè fra le più strapazzate dalle scorrerie barbariche, fra cui restano memorabili quelle del 413 ad opera dei Visigoti stessi, di ritorno dall’Italia meridionale sotto la guida di Ataulfo. […] Si è molto discusso sull’anno preciso del viaggio, in particolare schierandosi per il 417 o il 415. Comunque stiano le cose, Rutilio parte, e nonostante sia inverno, parte per mare: infatti, ci dice, non ci sono più ponti, né ostelli, tutto ha sofferto le recenti rovine (1, 37 ss.)» 6.

Foto scattata quel dì dal buon Daniele con la prof.ssa Privitera, Bondì e uno spettinatissimo (as usual) me

Il film
Claudio Bondì, regista e sceneggiatore, classe 1944, allievo di Roberto Rossellini, ha scritto e diretto numerose serie televisive per Rai Uno, Rai Tre, ORF, ZDF e tre film: Il richiamo (1999), L’educazione di Giulio (2000) e, per l’appunto, il De Reditu (2003). Quest’ultimo, a causa della estrema economia di mezzi, come ci ha raccontato nella conversazione avvenuta nella sua casa di Trevignano Romano, passò quasi sotto silenzio.

Perché realizzare un film sul V secolo dopo Cristo e, soprattutto, su Rutilio Namaziano?

«Ho scoperto Rutilio nel corso dell’esame di Letteratura Latina di [Ettore ndr] Paratore. Nel manuale era riportato come egli fosse l’ultimo poeta pagano della letteratura latina: la cosa non mi impressionò molto. Al contrario destò la mia curiosità il fatto che Rutilio Namaziano intraprese un viaggio con tre barche per tornare in Gallia e vedere in che condizioni fossero i suoi possedimenti a seguito delle devastazioni dei Visigoti. Mi sembrava una cosa molto romantica e mi rimase viva nella mente fino agli anni ’80, quando mi proposero di realizzare una serie per la televisione dal nome “Vita quotidiana di…”. Il programma si proponeva di raccontare delle epoche storiche attraverso dei personaggi. Dovevo scrivere 10 trattamenti e uno di essi fu quello su Rutilio Namaziano: attraverso la sua vita e il suo viaggio ho ricostruito la fine dell’Impero. Il testo piacque molto, ma non fui scelto a causa di limitazioni nel budget. Il testo lo pubblicai in seguito»7.

Cosa accomuna gli anni di Rutilio ai giorni nostri?

«C’è una “tangenziale” che unisce quegli anni ai nostri: sono epoche così dissimili per alcuni versi, ma fin troppo simili per altri. L’impossibilità, per esempio, che ha Rutilio di parlare con i cristiani è la stessa che proviamo noi nei confronti degli islamici. Anche negli altri film che ho realizzato ho parlato sempre della stessa cosa, se vogliamo: uno o una protagonista, attraversato dalle frecce della Storia, mentre lui o lei cerca di capire e difendersi da quello che gli o le sta capitando. Rutilio è attraversato da un evento che cambia completamente, di lì a cinquant’anni, il senso della vita di chi abitava i luoghi dell’Impero. Come aiuto regista di Rossellini ho realizzato Agostino d’Ippona, dunque mi è capitato di rappresentare una situazione analoga con loro: Agostino e i suoi compagni si sfregavano le mani a seguito della caduta della “Grande Meretrice”.

Non sono uno storico, ma certamente, nonostante le due epoche siano differenti, alcuni tratti non sono così dissimili, come dicevo: stiamo vivendo una situazione analoga a quella di Rutilio. La “grande povertà” di chi è costretto a emigrare entrerà infine nei nostri confini: non possiamo sparare a vista sulle barche, sarebbe un comportamento folle. Bisogna cercare di includere e di assimilare il più possibile, così come venne fatto in passato. Anche perché, se non sbaglio, Alarico voleva essere insignito generale dell’Imperatore. Solo a seguito del diniego dell’Imperatore ruppe il patto con Roma e successe quel che conosciamo. Nell’immaginario delle popolazioni non romane, essere insigniti di un titolo che, probabilmente, all’epoca non valeva moltissimo, sarebbe di per sé bastato».

Rutilio, nonostante fosse di estrazione aristocratica, nel film si scontra con quella che era la “miopia” politica della classe senatoria. Perché nel suo De Reditu si verifica questo scontro?

«Quando Rutilio va dai senatori a proporgli quel piano, del tutto visionario, di mettere insieme un esercito per rovesciare il potere imperiale e “sanare” situazioni che andavano sanate, per l’appunto, i senatori lo prendono per matto. D’altra parte, però, aspettano di vedere quali mosse metta in atto Rutilio. Non sia mai che quel “pazzo” fosse riuscito nell’intento!

Dunque, da un lato c’era l’intuizione, da parte mia, di mostrare quel che sarebbe accaduto di lì a poco, storicamente parlando, nel medioevo: l’incastellamento. I senatori, grazie ai possedimenti e al capitale accumulato nel corso della loro vita, iniziano a ritirarsi nelle loro ville e a vivere per conto loro.

D’altro canto c’era la volontà di mostrare il lato per così dire tutto “democristiano” dei senatori romani: accontentare tutti, non essere nemici di nessuno, senza necessariamente interpretarlo come un fatto negativo, dato che probabilmente non c’era altro comportamento da tenere. Rutilio, infatti, è molto rigido nelle sue posizioni e i senatori provano a fargli capire che già nelle legioni la proporzione di germani era decisamente elevata».

“Democristiani” o meno, sembrano essere più realisti.

«Certamente: è proprio da quel dialogo e da quell’incontro che volevo far apparire il lato romantico di Rutilio. Il comportamento “democristiano” si rivela subito dopo, come dicevo prima: quando Rutilio va via dalla villa, i senatori, riflettendo tra loro, affermano che comunque non è stato cacciato via da loro.

Ho, poi, un difetto che dichiara la mia età: non riesco a fare un film o scrivere un libro senza alcuno scopo. L’utilità di questo film è chiarire alcune cose, non da un punto di vista didascalico, ma per far capire alcuni meccanismi fondamentali che si ripetono.»

Il meccanismo che sta dietro il finale, allora, qual è?8

«Il finale non lo conosce nessuno. Non avevo la minima intenzione di far morire Rutilio: sapevo che non era morto e che era arrivato almeno fino a Milano nel suo viaggio; non potevo farlo combattere contro i catafratti, che l’avrebbero schiacciato in pochissimo tempo. Non lo so neanch’io che fine fa Rutilio. Quando noi incontriamo un testo che, improvvisamente, si interrompe, bisogna fare in modo di far terminare il tutto. Nel film, peraltro, ho messo in scena cose non vere, come ad esempio il fatto che Rutilio si stia recando in Gallia anche per radunare delle legioni e scavalcare così l’Imperatore, che stava a Ravenna, come ho detto prima. Avevo bisogno di quello spunto per il percorso che segue Rutilio nel dialogo con i senatori, quando, rifiutandosi di seguirlo, si iniziava a delineare il processo dell’incastellamento medievale. Questo finale che ho trovato nel film vuole significare una mia devozione nei confronti di Rutilio».

Una devozione che legittimerebbe anche lo spunto dell’esercito da radunare contro l’autorità imperiale di Ravenna?

«Ci sono tante cose che sono state lasciate a metà e che vanno prese, per l’appunto, per la trattazione cinematografica in sé».

Nella narrazione filmica, però, si trattano anche tematiche letterariamente concrete, come le devastazioni dei cristiani nei confronti degli idoli pagani.

«Il discorso iniziale fra Rutilio e Palladio fa parte di un tema su cui la letteratura (già quella latina) ha prodotto tonnellate di testi. I cristiani, appena ottenuta un’oncia di potere, si adoperarono nella rimozione e distruzione degli idoli pagani. Successivamente, con l’intelligenza, si appropriarono di quel che la cultura e l’Impero aveva compiuto. Certo, con dei “filtri”, secondo me: molte opere non sono arrivate perché forse davano molto (o troppo) fastidio. Una scena in particolare, nel film, non ho potuto realizzarla e un po’ me ne rammarico: prima dell’uccisione del rematore, i catafratti avrebbero dovuto incontrare due processioni, una di cristiani e un’altra di pagani. Paradossalmente, entrambe le processioni proseguivano su strade diverse per andare nello stesso posto, ma in senso inverso: i catafratti avrebbero dovuto prendere tutti a bastonate indiscriminatamente. Con questo intendevo dire che la situazione era talmente complicata che non si riuscivano quasi a distinguere le due religioni e le due manifestazioni religiose».

Nel senso che le credenze religiose sono viste, in entrambi i casi, come un intralcio al potere?

«Esattamente: al potere non gliene importava nulla. Intendo dire che in quella fase tanto i pagani quanto i cristiani davano fastidio in egual maniera al potere. Rutilio vive, viaggia e scrive in un periodo in cui le differenze fra le due religioni, così come le loro manifestazioni, erano sottilissime. Quella scena avrebbe potuto far capire come e quanto fosse caotica la situazione dell’Impero nel V secolo.»

Anche nell’opera di Rutilio, infatti, il potere non ne esce benissimo, mi riferisco al medaglione su Stilicone…

«No, affatto. Un’altra scena, a proposito di questo tema, che non ho potuto realizzare, riguarda l’inizio del film, quando Rutilio arriva ad Ostia. Il protagonista avrebbe dovuto imbattersi in un gruppo di Visigoti, o comunque di non latini, i quali incontravano un vecchietto per strada, fracassandolo di botte senza una ragione specifica. Entrambe le scene, quella sopra descritta e quella che ho detto ora, avrebbero rappresentato cose che non sarebbero mai potute accadere cinquant’anni prima e che, invece, accadevano negli anni in cui Rutilio aveva deciso di intraprendere il viaggio»

Gli schemi saltano per tutti, insomma, tanto per i cristiani quanto per i pagani.

«Non solo, anche per l’autorità cristiana, la quale, come ho detto prima, tanto in ambito storico, quanto in ambito documentale, non fa arrivare delle testimonianze importantissime, di cui abbiamo solo i titoli. Giuliano, ad esempio, è diventato l’“Apostata”, il traditore: avrei voluto fare un film anche su di lui. Non era Apostata per nulla ma venne marchiato così dai cristiani, solo perché aveva osato dire che i maestri, dovendo insegnare la storia antica, non potevano essere cristiani. La sua non era un’ostilità aprioristica: era ben motivata. Come faceva un maestro a spiegare il complesso divino pagano e la storia precedente al cristianesimo, se condannava tutto quello che era avvenuto precedentemente a Cristo?».

I discorsi attorno alla religione, inevitabilmente, portano alle considerazioni sull’attuale e il riferimento non può che tornare all’integrazione e ai nostri giorni, cosa ne pensa a riguardo?

«La questione è complessa: pensiamo però al fatto che i cristiani distruggono, se vogliamo, buona parte di quello che era un mondo stabilitosi da settecento anni. Pensi al Pantheon: un meraviglioso esempio di integrazione, un luogo in cui erano presenti tutti gli déi: tutti diventavano cittadini romani e potevano venerare chiunque volessero. In un certo qual modo la tolleranza dell’Impero era simile a quella presente nell’Impero Asburgico, in cui convivevano circa quattordici nazionalità diverse».

A proposito di religioni, Rutilio se la prende anche coi giudei.

«Roma era, certamente, antisemita, ma solo perché i Giudei davvero non venivano capiti, erano percepiti come “strani”. Quando nel film faccio dire ai personaggi che il proprietario della locanda in cui si sono fermati è giudeo, perché aveva messo loro in conto anche l’erba che avevano calpestato, probabilmente sarà stato così [ride]: denigrare “la tirchieria” è un costume che attraversa le epoche».

Passiamo a Rutilio e alla sua figura storica e letteraria. Personalmente mi sono innamorato della sua opera letteraria quando ero al liceo, lei nel corso degli studi universitari. Prima di realizzare il film, però, passa moltissimo tempo. Come mai?

«Nella mia vita, quando ho cercato di fare determinate cose non sono riuscito a realizzarle. Quando invece non le pensavo neanche, è successo che le ho fatte e portate a termine. È strano, non trova? Se mi incaponisco a voler fare qualcosa, non c’è verso che riesca a farla. Devo scrivere, quello sì, e anche molto, ma se incontro resistenze non devo occuparmene o incaponirmi. Il film su Rutilio giaceva “da una parte”: per me era morto e sepolto a seguito del primo rifiuto televisivo. Inaspettatamente, arrivò l’occasione per Rutilio anni dopo. Tra l’altro c’è da dire che la Rai continua a mandare in onda pezzettini, di qualche secondo o minuto, a seconda delle necessità, del mio film nei più disparati programmi di divulgazione o anche storici: anche in “Ulisse” di Alberto Angela, ho ritrovato dei frammenti. Se questo film l’avesse comprato la Rai la sua sorte, forse, sarebbe stata diversa».

Si ricorda come venne accolto e quale fu il giudizio riguardo al film?

«Ero molto scontento del film. Mi sembrava di non essere riuscito a raccontare nulla di quello che avevo in mente, anche perché prima della sceneggiatura finale ne avevo realizzate nove. Testi, tutti e nove, che ho regalato ad Alessandro Fo. Ogni sceneggiatura successiva alla prima è stata una riduzione, a seconda di quello che il budget che avevo a disposizione consentiva di produrre. Avrei voluto girare con tre barche, anziché con una, avrei voluto girare le scene che ho descritto sopra oltre all’inseguimento dei catafratti, i quali, secondo la prima stesura, avrebbe dovuto essere una truppa, non “quattro scalmanati” come nel film. In me, probabilmente, era rimasto più forte che in altri uno scontento enorme rispetto a quello che ho dovuto togliere e che mi sembrava importante rispetto al [prodotto finale] montato. Alessandro Fo, che si imbucò [ride] letteralmente alla prima proiezione del film riservata alla troupe, dopo i titoli di coda mi fermò e mi disse che avevo realizzato una cosa straordinaria e mi riempì di elogi. Io mi aspettavo che, al contrario, mi prendesse da parte per darmi del mascalzone e farabutto!».

Quindi critica positiva nonostante la sua contrarietà?

«Esattamente! Il Manifesto fece un articolo a sei colonne con il seguente titolo: “Contro The Passion, De Reditu: un apologo pagano”, scritto, se non ricordo male, da Silvestri. Il ritaglio di quel giornale, insieme a molto altro, l’ho donato al Museo del Cinema di Torino, quindi ora non ce l’ho, ma spero sia facilmente reperibile in rete. Il tema era importante, per la verità, e la pubblicazione del film ha spiazzato un po’ tutti. Al contrario, io ero quasi furibondo dopo la pubblicazione del film. Pensavo ricorrentemente che una cosa a cui tenevo moltissimo fosse il film, che “alla fine dei giochi”, mi era venuto peggio. Pensavo perfino che la gente se ne potesse andare via a proiezione in corso!»

Quanto costò, infine, il film?

«Ottocento mila euro e le riprese durarono sette settimane. In una cosa sono stato feroce: la barca del film non è stata mossa da motori o nient’altro di meccanico. La barca ha funzionato coi suoi tempi.»

Quindi, nonostante le sue infelicità, il film venne accolto bene.

«Anche altri colleghi registi mi chiesero quello che mi hai chiesto, ovvero, come mi fosse venuto in mente di realizzare questo film. Mi ero appassionato all’aspetto romantico dell’avventura verso l’ignoto che un solo uomo vuole fare, nel tentativo di [recuperare] una situazione irrecuperabile. E ne è venuto fuori un prodotto che, in un modo o nell’altro, ha i suoi devoti. Non dobbiamo, però, vedere Rutilio come un anti-cristiano, piuttosto come un filosofo che reagiva a tutto quello che stava succedendo a lui».

Una reazione rispetto all’attualità che lo circondava, dunque?

«Necessaria, aggiungerei. Anche perché i cristiani di allora ritenevano imminente la fine del Mondo. Potevano dire, in sostanza, tutto quel che volevano, convincendo la gente del fatto che la fine sarebbe stata imminente e che presso di loro avrebbero trovato la salvezza».

A proposito di accoliti del film, in rete si possono trovare diversi articoli e post di blog di cinefili che plaudono alla sua opera. C’è un aneddoto, anche recente, che vuole ricordare a riguardo?

«Un aneddoto che ricordo con piacere, a tal proposito, è questo: nel 2010 ero a Trieste, al Festival del cinema latinoamericano: portavo un documentario La balena di Rossellini9. Finisce la proiezione del film e mi si avvicina una signora, chiedendomi se avessi realizzato anche il De Reditu: «Mi deve fare un favore» – mi disse – «c’è mio marito, uno storico, che passa ogni sera a recuperare i pezzi del suo film trovati su Internet, tra YouTube e altre piattaforme: non ci dorme la notte, gli faccia avere un dvd». Forse, allora, De Reditu qualcosa ha messo in moto nella comunità di appassionati, di storici e non. Ne ho avuto la riprova a seguito della proiezione che c’è stata alla Casa del Cinema quattro anni fa: la domanda che più mi è stata posta era come mi fosse venuto in mente di farlo, questo benedetto film».

È proprio questo, in fondo, che muove curiosità e interesse nei confronti del De Reditu: il film ha una sua platea di aficionados, facilmente rintracciabile tramite una ricerca in Internet attraverso un qualsiasi motore di ricerca. Proprio Bondì, a seguito di questo interesse10, ha concesso che il film venisse caricato integralmente su YouTube11.

1 Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Torino, Einaudi, 1992.

2 Momigliano, Storia e Storiografia antica, Bologna, Il Mulino, 1985.

3 Non fu sempre Roma la sede imperiale, tuttavia, come un immaginario collettivo ha erroneamente tramandato: Milano e Ravenna furono le città a cui gli imperatori preferirono affidare il titolo di capitale come lo si intende oggi. L’ultima sede imperiale fu appunto Ravenna. Né bisogna trascurare il fenomeno non inconsueto delle usurpazioni, a sua volta responsabile della designazione di una diversa sede imperiale, relativa alla porzione di territorio, su cui l’usurpatore di turno esercitava il proprio dominio.

4 Per una sintesi del vivace dibattito sull’ordine dei tria nomina, cfr. A. Fo, Ritorno a Claudio Rutilio Namaziano, Pisa, 1989, p. 50.

5 «Le belle proprietà di Gallia, di un uomo che ha trovato in Roma il vertice della bellezza della civiltà non sono sfuggite alle devastazioni, sì che ora egli deve ritornarvi. Claudio Rutilio Namaziano è un aristocratico, figlio del funzionario imperiale Lacanio, ha egli pure ricoperto importanti cariche, principale delle quali la prefettura di Roma (nel 413 o nel 414), e abbonda di amicizie e parentele eminenti». Così Fo, ibidem

6 Rutilio Namaziano, Il ritorno, cit. Significativo il passaggio, in cui chiarisce il motivo del viaggio, I, 19-22: At mea dilectis fortuna revellitur oris / indigenamque suum Gallica rura vocant. / Illa quidem longis nimium deformia bellis / sed quam grata minus, tam miseranda magis.

7 C. Bondì– A. Ricci, La storia a misura d’uomo: vita quotidiana nell’Italia antica, Torino, ERI, 1980.

8  Il de reditu è incompiuto: il film di Bondì prova a immaginare un finale, nel quale le guardie imperiali riescono a mettersi sulle tracce di Rutilio, uccidendo un membro dell’equipaggio della barca. «Sembra passato moltissimo, amico, e invece siamo appena a metà del viaggio», così Rutilio nella pellicola si esprime, rivolgendosi a Minervio (Rodolfo Corsato), il quale, sfoderando appena la spada, risponde enigmaticamente: «di questo o di quell’altro?», mentre i cavalli delle guardie imperiali galoppano (non pacificamente) in direzione dei due.

9  Film ideato da Rossellini nel 1971, ambientato in Cile, che non ha mai visto la luce.

10 La decisione di Bondì è in totale controtendenza rispetto a quello di registi, musicisti e artisti in generale: si veda il caso Napster/Metallica, la cui disputa aprì un dibattito feroce tra chi scaricava illegalmente musica e la difesa del diritto d’autore.

11 Qui, il link del film completo: <https://www.youtube.com/watch?v=6esfS4lrz5I>.

Ancora una cosa…

Piccola nota personale, a margine della conversazione. La passione per i versi di Rutilio Namaziano l’ho sempre condivisa (fin da quando si è palesata) con Domenico, compagno di liceo e ora docente a Oxford. Io bocciato in quinta ginnasio, lui vera e propria miniera di sapere già a 16 anni; lui autodidatta ma tecnico (nel senso stretto della parola) a suonare la chitarra, io grattacorde. Eppure, nonostante la distanza, siamo ancora in contatto, ed è davvero una tra le cose più belle che mi ha lasciato il liceo. A lui, però, Rutilio non piaceva affatto: il latino era “barbaro”, rozzo, altroché odi et amo quare id faciam etc etc.
Al momento dell’iscrizione all’Università andò alla Normale di Pisa e all’esame di ammissione, mi raccontò poi, gli chiesero di chi fossero i versi su cui tanto gli ruppi le scatole a 16 anni: non solo glielo ha detto ma gliel’ha pure citati a memoria. Ammesso alla Normale senza riserve, ovviamente. Rutilio ora pro nobis.

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L’alternanza, il PCTO: la scuola che vogliono, i ragazzi che muoiono

Posted on 2022/01/23 by carmocippinelli

Lorenzo Parelli, studente friulano di 18 anni, è morto durante l’ultimo giorno di “alternanza scuola-lavoro” presso l’azienda per cui svolgeva il tirocinio non retribuito ma “formativo”. La vicenda, purtroppo, è nota a tutti: il ragazzo era di Castions di Strada, studente dell’istituto paritario salesiano Bearzi di Udine e svolgeva l’alternanza scuola-lavoro presso un’azienda che produce materiale siderurgico. 22 gennaio 2022, ultimo giorno di alternanza: una trave di diverse tonnellate di acciaio si stacca e uccide sul colpo Lorenzo. 

La scuola che vogliono

I sostenitori delle leggi Moratti, Gelmini, Renzi che hanno ucciso la scuola negli ultimi decenni sostengono che in realtà chiamare lo stage di Lorenzo “Alternanza scuola-lavoro” sia profondamente sbagliato perché non si chiama più così e, in effetti, ora è il PCTO: “Progetto per le competenze trasversali e l’orientamento”. Ovvero: cambiare un nome ad un concetto per farlo rimanere uguale al precedente. I governi degli ultimi trent’anni ci hanno abituato anche a questo. E poi, sempre stando ad ascoltare i sostenitori dell’alternanza (e i cui rappresentanti politici coprono tutto l’arco parlamentare) la scuola moderna deve sviluppare modernità, orientamento in uscita, non bisogna conoscere ma imparare a “saper fare” qualcosa e viene a crearsi il mostro a tre teste delle “competenze”.  Perché conoscere qualcosa è un concetto decisamente superato, vecchio, rappresenta un’anticaglia: bisogna dimostrare di saper fare qualcosa. Come se Democrito avesse davvero mostrato a tutti che lui era riuscito a spaccare un atomo con un martello. La scuola moderna deve sviluppare in ognuno la propria individuale imprenditorialità: a che serve conoscere le declinazioni latine quando poi non sai avviare un’azienda?! È utilissimo far nascere una società: è molto formativo sapere come si sfruttano le persone, risparmiare sui materiali, trarre soldi dallo sfruttamento su altri esseri umani, sull’ambiente, sulle cose quali-che-siano. Se il mondo è spietato, allora la scuola deve adeguarsi e mandare i ragazzi a capire quel che sarà della loro vita – oltre i plessi fatiscenti che abitano per cinque anni  – facendogli fare periodi di lavoro non retribuito lontano da scuola che valgono come ore di PCTO in cui viene insegnato loro ad obbedire, in teoria “un mestiere”, a non avere un salario per quel che stanno facendo, a non aver un sindacato, a dire sempre “sì” ad ogni condizione che viene loro proposta dal soggetto erogatore del progetto/stage (altrimenti noto come lavoro gratis). 

Perché no.

Perché gli avvenimenti della nostra storia recente, dopotutto, non li conosciamo affatto oppure vogliamo fare finta che non esistano: ci giudicherebbero spietatamente, altrimenti. Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l’istruzione e l’inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà “dopo” quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all’uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri. Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare “studenti” nel verso senso della parola, senza l’obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l’accesso agli studi ai figli. 

A partire da un certo momento storico, nell’era del post-ideologismo, s’è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all’insegnamento e alla scuola in generale: in fondo il latino non serve: era utile quando a scuola c’erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; il libro di testo allo stesso modo è superato: tanto c’è internet, e via dicendo. S’è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni ’80 e ’90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza (nonché post) a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l’idea che per essere studente non serve studiare (ma infatti!) perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco “l’alternanza”: perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il “dopo”. Altrimenti adesso perdi solo tempo, se poi non sai cosa fare. 

E il mondo è pieno di pescecani e non trovi lavoro. 

E invece finisci che sul lavoro ci muori perché stavi lavorando gratis in un progetto che avrebbe dovuto insegnarti a lavorare, anziché capire com’è che siamo arrivati fin qui, a vivere questi giorni disgraziati. 

E, magari, se arrivi a capire com’è che siamo arrivati fin qui e a studiare come siamo arrivati a questo punto, inizi a ribellarti al concetto di “alternanza” e inizi a schifare chi è che ha ideato un sistema così perverso e maledettamente assurdo. 

E, magari, inizi ad organizzarti per cambiarlo, il mondo. Non sia mai.

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Opportunismo, ovvietà, inconsistenza. Va in scena il film già visto del campo di centro democratico

Posted on 2021/12/02 by carmocippinelli

Il campo politico del centro democratico si vuole riorganizzare a partire dalle periferie. Un leitmotiv che sa di già conosciuto e già ascoltato e che – stavolta – veste i panni delle “Agorà democratiche”.

Il campo largo vuole essere un contenitore piuttosto ampio che va dal Partito Democratico a Possibile, passando per Sinistra italiana, Radicali Italiani, l’ANPI e la CGIL. 

Non solo esponenti locali, ovviamente, parteciperanno alla kermesse del centro democratico romano e laziale, il 4 dicembre a Via Cigola ci saranno anche personalità già candidate al consiglio comunale di Roma alle scorse elezioni come Giovanni Caudo; dirigenti radicali e consiglieri regionali, così come esponenti locali del PD (Compagnone, il vicesegretario Bellino, nonché gli eletti Battistoni e Gasparutto). 

Il titolo dell’iniziativa è roboante: “Periferie: partecipazione e democrazia contro le diseguaglianze”. 
Vale giusto la pena ricordare che l’80% dei relatori che interverranno nel corso dell’iniziativa che si terrà a Tor Bella Monaca ha avuto esperienze decennali di governo municipale, capitolino, regionale e nulla ha fatto per poter far sì che vi potesse essere un’inversione di tendenza rispetto a quanto la periferia ha vissuto negli ultimi (almeno) tre lustri. 

Andrà in scena il film già visto della rinnovata volontà di partecipazione, della presa di coscienza istantanea da parte di una generazione di dirigenti politici e sindacali che non hanno mosso un dito, o proferito parola, nei confronti di politiche sbagliate attuate da giunte di centrodestra e centrosinistra.
Andrà in scena l’opera teatrale di una parte politica sconfitta (proprio a partire dal quadrante est) che vorrà ritrovarsi a parole e nei fatti vota con le destre le linee programmatiche del Municipio VI, a rimarcare il fatto che sono soci, sempre di più, quando si tratta di amministrare la cosa pubblica, senza andare a toccare realmente gli interessi o di andare a sanare le ferite incancrenite di una città morente.
Si esprimeranno concetti stupendi riguardo la solidarietà, si denuncerà lo stato di afflizione in cui versa la periferia e i due versanti del VI Municipio, si parlerà ma non si troverà soluzione alcuna. 

Perché, in fondo, la vere questioni che generano questa disuguaglianza non verranno né affrontate, né criticate, né problematizzate, così come non vi sarà autocritica da alcuna parte politica, poiché solo in esse c’è la prospettiva corretta dell’analisi. 
D’altronde le stesse forze che sabato si ritroveranno attorno ad un tavolo, sono le stesse che hanno dato vita e supporto al neo sindaco Roberto Gualtieri durante la campagna elettorale.

Sindaco che, a proposito di giunte e gestioni amministrative, ha mantenuto nove deleghe tra cui la più importante è quella relativa alla gestione dei soldi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) su cui è bene non nutrire illusioni possibiliste, come invece si ascolterà il 4 dicembre. L’operazione relativa al PNRR vede una colossale immissione di denaro a debito: prendere in prestito, cioè, dei soldi dal capitale finanziario per ridarglieli, successivamente, con gli interessi, tagliando là dove i comuni sanno dove reperire i fondi: trasporti, scuola, sanità, in un periodo di emergenza sanitaria e crisi conseguente. Politiche che si reiterano da circa un trentennio. Viene quasi da dire: “il protocollo è chiaro”. 


Una Capitale che sarà vòlta ancora di più al mercato, come già il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato ha previsto: i comuni dovranno spiegare con relazioni periodiche la motivazione per cui non affidare a terzi i servizi pubblici. 
Si parlerà, infine, della necessaria discontinuità da creare e che la giunta Gualtieri dovrà essere in grado di creare. 
Ma quel che aspetta la città di Roma, a seguito della campagna elettorale tra “meno peggio” e “peggio” (leggi: Gualtieri e Michetti), sarà una fase di regressione ulteriore degli spazi di democrazia, tagli ai servizi essenziali (fatti passare come “razionalizzazioni” o “ottimizzazioni” di servizi), peggioramento delle condizioni dei quartieri periferici e via dicendo.

Si dirà: “Come fai a dire così? Sei una Cassandra, lasciamoli lavorare, siamo qui a dirglielo appositamente”.
Forse sì, ma c’è da dire che Cassandra, col senno di poi, aveva ragione. 


E di avere ragione dopo, chi batte queste righe, s’è abbastanza stancato e vorrebbe dimostrarlo prima che i fatti accadano.
Così come accadrà il 4 dicembre, portando in scena il film già visto dell’ovvietà, dell’opportunismo e dell’inconsistenza politica. 

Articolo pubblicato su «La Rinascita delle torri»: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/12/02/opportunismo-ovvieta-inconsistenza-va-in-scena-il-film-gia-visto-del-campo-di-centro-democratico/
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Mastodonticamente kitsch

Posted on 2021/11/28 by carmocippinelli

Qualche giorno fa ricorrevano i 30 anni dalla morte di Freddy Mercury. Lo stesso anno e lo stesso giorno (24 novembre 1991) spirava, in un letto di una clinica di New York, dall’altra parte dell’Oceano, un altro personaggio musicale di quegli anni ma molto meno in vista del “frontman” dei Queen. 

Si faceva chiamare Eric Carr ed è stato il batterista dei Kiss nel momento di prima crisi e successiva trasformazione del gruppo-azienda statunitense. 

Alla fine degli anni ’70 il quartetto mascherato era abbagliato dalle luci del successo e i loro brani stavano via via assumendo una vena pop sempre più marcata: lo spettro della canzone “usa-e-getta” era ormai ben presente in tutti i loro dischi. Quel periodo venne rappresentato magistralmente da “I was made for lovin’ you”: canzone tutt’ora molto famosa che non rappresentava niente dello spirito di “Hotter than hell”, tanto per citare uno de dischi più rappresentativi della prima fase del “bacio”. 

Gli anni ’80 premevano, i Kiss erano in difficoltà, droga e alcool iniziano ad essere sempre più presenti nella vita del quartetto: Ace Frehley è costantemente ubriaco prima di ogni concerto e in svariate occasioni ufficiali; Peter Criss viene sostituito da un altro batterista (Anton Fig) per la registrazione di Dynasty (1979) a causa del suo continuo abuso di droghe.

La salvezza del gruppo americano verrà da lontano: si chiama Paul Charles Caravello, figlio di italiani emigrati negli USA. Assumerà il nome di Eric Carr per suonare coi Kiss e andrà a sostituire il batterista, e co-fondatore della band, Peter Criss.

I Kiss sono ancora truccati e lui non ha deciso quale animale o personaggio fantastico interpretare. Ci pensa su qualche tempo: sceglie quello della volpe, anche se lo terrà pochissimo in volto. Nel giro di due anni il gruppo decide di fare a meno del cerone e di rivelarsi al pubblico con le proprie facce optando per la moda del momento, inseguendo le sonorità glam. 

Prima di farlo, Carr ha tempo di registrare due album col trucco da volpe: “Music from: The elder” e “Creatures of the night”. Dopo sarà la volta del disco dal sobrio (gulp!) nome “Lick it up!”. 

Né “The elder”, né “Creatures of the night” riescono però a risollevare i Kiss e a tirarli fuori dal baratro in cui s’erano cacciati: la fama, l’abuso di droghe e alcool li aveva resi porosi al successo istantaneo. “Le insegne luminose / attirano gli allocchi”, avrebbe cantato in Italia qualche anno più tardi l’attuale eremita di Cerreto Alpi. E sì che “The elder”, se ascoltato decontestualizzato dalla storia del gruppo, rappresenta tutt’ora una piccola gemma: un gruppo che sta ritrovando l’identità perduta e si inventa una colonna sonora di un film che manco esiste. Roba da visionari. 

Il glam impazza, l’hair metal anche, così come il thrash. Il pubblico dei Kiss diminuisce sempre di più. Tiene una grande, ma non vasta, schiera di fedelissimi che continuerà a seguirli in ogni occasione. 

I tempi di “Alive” sono lontanissimi. 

Eric Carr, però, è deciso a dimostrare quel che vale e ce la metta tutta. Durante i concerti la sua presenza è sempre più predominante nonostante sia minuto dietro ad un “drumkit” immenso: doppia cassa (a volte tripla!), dagli 8 ai 12 tom, set di piatti che sovrasta la montagna di tamburi e, al di sopra di tutto questo, delle placche simil-batteria elettrica che fungevano da riproduzione di suoni tipo synth. 

Mastodonticamente kitsch.

Eric Carr è organico in tutti i dischi del gruppo fino al 1991 quando viene a mancare a causa di un brutto male. L’ultima canzone che suonerà coi Kiss sarà “God gave rock’n roll to you II” (sul cui testo è meglio sorvolare) e l’ultimo tour che intraprenderà sarà quello terminato nel 1990 a seguito della pubblicazione di “Hot in the shade” noto al grande pubblico più per la copertina che per le canzoni in esso contenute: la Sfinge con gli occhiali da sole. Anche in questo caso, per me è impossibile trattenermi, da bravo nicchista: “Hot in the shade” contiene alcune tra le canzoni più belle della storia del gruppo “Hide your heart” e “Forever”. Certo, arrivano gli anni ’90 e i Kiss iniziano ad abbandonare le zeppe e il trucco da donna, si vestono con le magliettine giro-ombelico dell’Everlast e con le sneakers; i giubottini di piume (ora cari ai Måneskin) vengono sostituiti da quelli di pelle; la matita sotto agli occhi è un ricordo lontano, così come lo smalto nero sulle unghie; le Gibson rimangono ma sono molto più sobrie rispetto alle Washburn anni ’80 piene di brillantini e glitter dei vari concerti di promozione di “Animalize”. 

Ma Eric Carr batteva tutti anche in quest’ambito e ha sempre suonato, fino all’ultima esibizione, con gli occhiali da sole tondi. Sobrietà al potere. 

«Non ho nient’altro da dire su questa faccenda».

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Sgarbi in VI Municipio?

Posted on 2021/10/28 by carmocippinelli

La notizia di Vittorio Sgarbi che approderebbe al VI Municipio come potenziale assessore alla cultura ha fatto il giro delle agenzie stampa e dei quotidiani online. Primo a dare la notizia è stato «Il Messaggero», riprendendo il video-boutade del solito sindaco di Sutri e Deputato; già primo cittadino di Salemi, Assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, Sottosegretario di Stato al Ministero dei beni e delle attività culturali, Sindaco di San Severino Marche ed Europarlamentare. 

L’eterno ex Vittorio Sgarbi nel suo video (che non pubblicheremo in questa sede ma facilmente reperibile presso la sua pagina Facebook), oltre alla volontà di rendere «gaia» la «bella monaca» e «angelica» la torre che dà il nome al quartiere, altrimenti nota per fatti poco edificanti, afferma quanto segue: «Non c’è niente di più fertile della povertà: un ricco può perdere tutto, un povero non può perdere niente. Quindi la cosa che può toccare un povero è di trovare qualcosa in più di quel che ha, il ricco ha sempre qualcosa di meno».

L’elemosina che il ricco Sgarbi fa alla povera periferia, di cui essa dovrebbe anche ringraziare il Solenne Sindaco di Sutri, rappresenta la solita solfa della più schifosa destra reazionaria di cui Egli ne è rappresentante e primo agente. 

Ancora una volta l’atteggiamento nei confronti della periferia, proposto e perpetuato tanto dalle giunte di centrodestra quanto quelle di centrosinistra, rappresenta la visione zoologica del povero che va aiutato, dell’abitante di periferia che, in via d’estinzione, aspetta il ricco Mecenate per essere salvato e per far sì che lui, ricco capitolino, gli spieghi come vivere. Perché evidentemente fino ad ora lo zotico periferico non ci è riuscito.

Strano a dirsi come spesso le questioni siano davvero unilaterali: in questo davvero non esiste confine tra Michetti, Gualtieri, Raggi, Franco, Sgarbi. Tutti concepiscono la periferia come spazio da BioParco: “i periferici da cortile”. 

Nella fase storica in cui, più di ogni altro momento, i ricchi (per continuare ad utilizzare la terminologia di Sgarbi) hanno visto aumentare ancora di più i loro profitti, è giusto che rendano più sopportabile la vita dei poveri perché loro, in fondo, non hanno niente da perdere. Il ricco sì, lui solamente, si mettere in gioco e rischia addirittura di perdere tutto il suo prestigio, il suo onore (costellato di debiti). Questa narrazione è figlia anche di pratiche egoiche e circostanziali condotte da associazioni e comitati di zona che non ritengono doveroso un impegno generale ma si limitano a far funzionare l’ordinario meno-peggio-di-come-va-di-solito. In altre parole: di rivendicazioni associazionistiche locali che postulano la pratica politica dando assegni in bianco a partiti trasformatisi negli anni in comitati elettorali permanenti del candidato (più o meno) forte di zona.

A proposito di informazione e di povertà. 

I detentori dell’informazione che conta, quella dei numeri grossi, della carta stampata e non, spalmano addosso alla periferia da anni anatemi e sentenze: non menzionano i dati delle richieste accolte per aiuto e sostegno a chi perdeva in lavoro in questo periodo di emergenza sanitaria. Nel nostro territorio su 80mila persone in età lavorativa, 30mila hanno visto accolte domande di aiuto, di cui 10mila domande approvate per la cassa integrazione, 7mila per il reddito di cittadinanza, 6mila per reddito di emergenza e 9mila domande di aiuto per l’affitto. Su questo dramma sociale la stampa è silente e muta. Su Sgarbi la canizza è servita. Il crollo di lavoro e reddito ha avuto eco nei mass media? No. 

E, anzi, rincariamo la dose, questa non è povertà: è miseria.

La miseria di chi da anni subisce vessazioni da parte dei ricchi che tagliano presidi ospedalieri e alle linee autobus; regalano pezzi interi di agro romano ai loro amici (altri ricchi) palazzinari per edificare case in cui i poveri pagheranno (se va loro molto bene) 40 anni di mutuo in un’abitazione ubicata a 30 chilometri dalla città e senza un servizio pubblico nei dintorni.
La condizione è miserevole proprio perché i ricchi hanno vessato e umiliato una parte di città facendola vivere senza dignità. 

Ci mancava solo la protervia spocchiosa del ricco Sgarbi…

Pubblicato su La Rinascita delle Torri

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Gioia è rivoluzione

Posted on 2021/09/06 by carmocippinelli

È così, ma stavolta non al “mio” municipio, il VI. “Solo” al comune di Roma. Dunque verosimilmente tutta la città potrà votare questo tipo che vedete qui in basso. 

Non sto dicendo che tutta la città lo farà, anzi: siamo ben lontani dai grandi nomi che ascoltiamo quotidianamente: Gualtieri, Michetti, Calenda, Raggi, tutti candidati presentati con una chance da potersi giocare per tornare ad amministrare la cosa pubblica. Tornare a farlo, perché di questo si tratta. Centrodestra, centrosinistra, cinquestelle, si sono spartiti il potere condividendo l’idea stessa delle politiche che attuavano: tagli e privatizzazioni, non un soldo per le cose che contano davvero.
Siamo piccoli, certamente, siamo inadeguati alla fase storica e politica che stiamo vivendo, ma non per questo è vero quel che dicono i nostri detrattori: che siamo inutili, che facciamo “perdere voti” alla coalizione di Gualtieri o che disperdiamo i voti degli elettori nel vuoto pneumatico spinto. In realtà, anche chi dice queste cose sa benissimo che non è vero e che proprio tutta la proposta della coalizione capitanata dal PD fa acqua da tutte le parti, per non dire altro. 

In realtà continuare a votare sempre le stesse persone perché si ripone in loro una speranza quasi messianica che le cose cambino da sole, è ancor peggio che non andare a votare.
Non è vero che non parliamo più di cose che interessano alla maggioranza: è vero che una classe dirigente, anche esponenti appartenenti ad altre organizzazioni con questo stesso simbolo, ha barattato la propria ideologia e la propria visione del mondo per un posto in Senato o alla Camera. E da allora tutto è caduto a picco.
Ma, allora, tutto è perduto? Lasciamo stare ogni cosa e chiudiamo gli occhi di fronte alle contraddizioni che vediamo e viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle? Certamente no.

Non ho mezzi per poter organizzare appuntamenti elettorali con ospiti blasonati o cose simili, ma idealmente vorrei che camminassimo insieme controvento [ogni riferimento alla canzone del Muro del Canto è voluto] in questa campagna elettorale in cui tutti la sparano più grossa e davvero nessuno vuole vincere le elezioni. Se non c’è nessuno che lo fa, noi proviamo ad esserci e a chiamare, chiedere, il sostegno di tutti. Ostinati e inevitabili. Camminando insieme, perché ingenuamente siamo convinti che per affermare una posizione alternativa non serve semplicemente enunciarla, per poi candidarsi con le liste collegate al centrosinistra, così da avere più possibilità di successo ed entrare in consiglio municipale o in Assemblea capitolina per poi non produrre un atto (che sia uno) di rottura o che produca un reale risultato.
Serve dare forza a chi ha bisogno di ossigeno, non a chi l’aria la disperde portandola a chi ne ha in abbondanza. Ecco perché il 3 e il 4 ottobre la cosa più rivoluzionaria che potete fare è andare a votare per il Pcl (Partito comunista dei lavoratori), barrare il simbolo e scrivere pure “Piccinelli” come preferenza.

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Qualcosa di buono

Posted on 2021/05/11 by carmocippinelli

È un 11 maggio un po’ strano, per varie ragioni che non sto qui ad elencare. È una data che è entrata nella mia vita e nella mia quotidianità a partire dall’anno scorso e per cui sento la necessità di inserirla all’interno del personalissimo e intimissimo Pantheon delle date da ricordare. L’11 maggio abbiamo dato vita – insieme ad altri compagni di lotta, di strada e di vita  – a La Rinascita delle Torri.
Un giornale digitale, un periodico saltuario, uno spazio aperto di discussione e di interlocuzione, un luogo virtuale per parlare di svariati temi locali e globali, cittadini e nazionali, creato nell’epoca della grande distanza che abbiamo sperimentato (e che non ci stiamo lasciando alle spalle indenni).
Certo, si dirà, è un giornale digitale come gli altri, non aggiunge né toglie niente.
Eppure significa molto anzitutto per chi scrive, per evidenti fattori sentimentali, ma in prima battuta per una comunità locale che è andata smarrendosi dopo decenni di errori, inganni e falsità da parte della cosiddetta “sinistra” (quella del non solo – ma anche) che ha utilizzato il VI Municipio come vettore per un mantenimento dello status quo. Non solo personalismi senza precedenti, proprio esercizio sistematico di mantenimento dell’immutato, aggrottando le sopracciglia o facendo spallucce riguardo gli innumerevoli disagi che uno dei municipi più grandi della Capitale presenta. 

Il VI – al secolo ottava circoscrizione – vanta risultati sempre più da capogiro per la propria negatività. Siamo tornati, in buona sostanza, ai livelli del dopoguerra in termini di esclusione sociale, disagio psichico, dipendenze, dispersione scolastica. 

Fare spallucce o dire, come si è detto per anni da ambo le parti, beninteso, “non è di mia competenza”, non rappresenta un gran servigio a chi abita questa fetta di Roma che arriva a toccare Gallicano nel Lazio e Tivoli, per citare solo due tra le distanze più siderali che sono in essere. 

Illustrazione di Rachele Lo Piano © nonché copertina di “Diego e i diritti dei lavoratori”, Sinnos editrice.

Nell’editoriale di presentazione della Rinascita, l’11 maggio 2020, scrivevamo così:

«Di fronte allo strascico individualista del mors tua vita mea
prodotto dal Coronavirus, e che va a destrutturare la retorica
dell’”andrà tutto bene”, «La Rinascita delle Torri» vuole aprire e
aprirsi uno spazio di informazione reale e non propagandistica, di
dibattito e non di retorica, di giustizia sociale e non di
individualismo, di analisi e non di “like”. E lo farà proprio a partire
dal municipio delle torri, il VI di Roma, quello che conta livelli di disagio, disoccupazione, dispersione scolastica tra i più alti di Roma.

In poche parole, vuole far capire che solo attraverso una nostra rinascita personale,
di ognuno di noi, è possibile superare la montagna che abbiamo di
fronte: il tempo della storia fugge e noi, anziché agire in prima
persona, ci lasciamo trasportare dalle onde del risentimento spicciolo e
dalla retorica propagandistica. O, peggio ancora, rimaniamo immobili.
Di fronte a tutto questo, ci sembra opportuno ribadire che è giusto tornare ad essere comunità contro la barbarie selvaggia del tutti contro tutti.»

Senza andare troppo oltre, perché altrimenti questo post si trasformerebbe in uno dei miei polpettoni illeggibili: buon compleanno Rinascita! 

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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