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Categoria: polpettoni

Difendere, conservare, pregare: l’ascesi di Giovanni Lindo Ferretti – Atlante editoriale

Posted on 2022/11/15 by carmocippinelli

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, si intitola “Óra” (Compagnia Editoriale Aliberti, pp.114, 12€). Mai come in questo caso la descrizione che segue il titolo spiega, ancor di più, il senso del piccolo volume in oggetto: difendi, conserva, prega.Senza virgole, senza maiuscole, solo gli spazi a separare il triplice invito che viene fornito al lettore e che l’autore dà a sé stesso prima di tutto.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è: una lettura pesante come un macigno per chi ha conosciuto – e seguito pedissequamente – l’evoluzione del percorso musicale, culturale e politico del cantante dei Cccp, Csi, Pgr; spirituale e autobiografica per chi si accosta solo ora ai suoi scritti. 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi». 

La soggettività, ad ogni modo, percorre le pagine e le considerazioni conseguenti nella lettura del libro: arrivati all’ultima pagina non ci saranno analisi simili tra i lettori di “Óra” ma solo opinioni contrastanti. Molti, tra coloro che hanno seguito i Cccp fin dall’inizio, reputano terrificante (senza mezzi termini) la svolta ultra cattolica e reazionaria di Ferretti. Non c’è motivo di dar loro torto: il frontman dell’unico gruppo italiano realmente punk, svolta dalla critica al capitale (produci, consuma, crepa) ad un triumvirato di sensazioni che niente hanno a che fare con la contestazione.
È mutata la Regola, come per gli ordini ecclesiastici. Similitudine non peregrina. 

«Il pontificato di Benedetto XVI è stato, nella mia vita, un momento di grazia quotidiana. Per una volta, adulto, mi sono sentito in perfetta sintonia. Ogni sua parola, ogni suo gesto, un nutrimento per la mia anima nei miei giorni di uomo. Avrei obbedito ad ogni suo cenno. La sua rinuncia al soglio pontificio è stata un dolore fisico, mi ha annebbiato la mente. Mi ha prostrato. Me ne sono fatto ragione senza comprensione. Una premonizione: l’Europa finisce con il suo ultimo Pontefice. Uno stallo, emerito, sospende il verdetto. Poi? La pena è certa.». 

Ferretti è del tutto un’altra persona: abbandonare ogni aprioristica considerazione sulla sua conversione è ‘cosa buona e giusta’; provare a incasellarlo, od incastrarlo in qualsivoglia costrizione che lui stesso non si sia dato, potrebbe trarci in inganno e far deragliare i binari della nostra analisi o ragionamento.
In sostanza: “[…] e non abbandonarci alla tentazione”. 

Tra le pagine di “Óra” , che scorrono via una dopo l’altra, così come la scrittura di Ferretti, senza troppe punteggiature o maiuscole, si è dentro un flusso di coscienza personale e spirituale: tanto nei suoi altri lavori editoriali, nonché nelle canzoni ( “Orfani e vedove” su tutte), condanna il suo passato in modo irrevocabile, senza appello per quello che ha condotto fino ad un certo momento della sua vita. 
Forse, anche ingiustamente: ogni cosa compiuta dall’essere umano definisce la propria identità e concretezza. Cancellarlo con un tratto di penna, o a suon di pubblicazioni, non sembra il mezzo più adatto.

Sostiene Ferretti che aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan e che ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente: 

«Continua l’altro compito stabilito: l’ascolto di 40 anni di dischi, ho ripreso CO.DEX il disco che marca il confine della mia vita adulta. Registrato a Berlino tra MCMXCIX e MM. Nuovo secolo nuovo millennio nuovo me. C’è stata la Mongolia / meraviglia d’un mondo d’età ruvida acerba. C’è stata la Jugoslavia / la guerra che compare materiale all’orizzonte. È in atto il mio ritorno a casa / la civiltà Città m’allergica.». 

Il libro in sé non fornisce nulla di nuovo nell’elemento d’analisi e di conoscenza della conversione di Ferretti: una pubblicazione impreziosita dalle perle dei racconti personali dell’autore, tuttavia il lettore si trova a ripercorrere anni di vita, di carriera, per mezzo delle preghiere e di momenti salienti della vita del cantante. Un’operazione editoriale, in fondo. 

“Ortoprassi versus ortodossia”
Non risparmiando critiche al clero, a sua detta troppo civilizzato, a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi, Ferretti rivela quel che in realtà poteva essere percepito solo carsicamente. 
Negli anni della gioventù, quando cantava/militava nei Cccp, lo si riteneva il primo alfiere della difesa dell’ortodossia socialista sovietica. O meglio: anche chi si dovesse accostare ora al fenomeno del gruppo punk filosovietico emiliano, avrebbe l’idea di un individuo che, abbandonata l’illusione menzognera della vita occidentale, riesce ad abbracciare l’ideale socialista, inteso come costruzione della propria visione del mondo. Cioè, della propria ideologia. 

Man mano che si procede nel contatto con il nuovo corso del cantante dei Cccp/Csi/Pgr, si ha la sensazione dell’esatto contrario: la burocrazia sovietica e l’apparato erano i fattori che più avevano suscitato il fascino di Ferretti. Non già l’afflato dell’ideale o la sensazione della realtà che l’Urss stesse, in un modo o nell’altro, geopoliticamente interpretando: l’altro mondo possibile, agli occhi di Ferretti, era rappresentato dall’autorità e non dalla costruzione della società socialista. 

Il lettore accórto se ne avvede subito quando l’autore parla di Benedetto XVI, così come pure egli ha fatto in passato più volte: la sensazione è che a Ferretti manchi l’autorità cui soggiacere. 

Dopo avere attraversato varie fasi della propria vita, si è ritrovato nella ciclicità e nella periodicità del rito, con il mondo rurale che aveva abbandonato fin dall’infanzia e dalla pre-adolescenza, tornando ad avvicinarsi a quel vissuto che aveva scansato troppo rapidamente. Sebbene, anche in questo caso, riferimenti cristiani, religiosi e mariani non sono mai mancati nel corso della produzione dei Cccp: il ritornello/litanìa di “Aghia Sophia”, “Madre”, inserita in “Palestina” ne è un chiaro esempio.

«La preghiera apre uno spiraglio che concede al finito di percepire, accedere all’infinito. […] Da che ho ripreso a pregare, non tanto quanto dovrei non meno di quanto riesco – non fatevi illusioni: sono e resto un peccatore, miserevole e anche stupido – mi affido alle preghiere della mia infanzia, pregate da sempre». 

Ferretti è, dunque, spirituale, ma anche «cattolico, reazionario e stronzo», come ebbe a dire in un’intervista del 2013 a margine della presentazione di “Fedele alla linea”, proiettato in anteprima alla Cineteca di Bologna . 

Ferretti anche contestatore, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto.

Pubblicato su Atlante editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/it/letteratura/giovanni-lindo-ferretti-ora/

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La stampa gossippara, la destra che ci sguazza, l’opposizione socia della maggioranza

Posted on 2022/11/10 by carmocippinelli

Due notizie che riguardano il Municipio VI giungono alla luce della stampa nazionale nel giro di pochi giorni: la prima è il rifiuto del presidente Nicola Franco (Fd’I) di applicare la direttiva 1/2022 di Roma Capitale in deroga al decreto Renzi-Lupi, ovvero la norma che prevede «il divieto di residenza, di allacciamento ai pubblici servizi per chiunque occupi illegalmente un immobile e l’impedimento per 5 anni a partecipare alle procedure di assegnazione di alloggi popolari se si tratta di un immobile Erp»; l’altra è che lo stesso presidente pare non abbia conseguito una laurea nonostante egli abbia indicato il titolo come conseguito presso l’università «La Sapienza» di Roma.

La notizia che più è rimbalzata , ça va sans dire, è stata la seconda: quella della laurea.

Fiammeggianti e roboanti le parole dell’opposizione in Municipio, mai come ora così presenti e accaniti.

Per Compagnone (Pd), interpellato da ‘TPI‘ c’è da augurarsi che

«il diretto interessato dia una risposta in fretta. Tutti i candidati presidente hanno depositato il proprio cv e adempiuto agli obblighi previsti dalla legge. Se non si chiarirà la situazione dovremo capire come agire perché il curriculum costituisce, oltre che un atto di trasparenza, anche una forma di orientamento al voto per i cittadini». 

Tonante anche il Movimento 5 Stelle: «va fatta chiarezza appurando quale sia la verità».

Un vulnus gravissimo per la democrazia, quello della menzogna sul curriculum depositato come da obblighi di legge su cui ci sarà da interrogarsi sul come agire, capogruppo democratico docet,

Un atto gravissimo su cui c’è da fare immediatamente piena luce!

Il sarcasmo, spero, si sia colto. O, quantomeno, auspicabile.

Il punto centrale è, ancora una volta, la percezione della periferia agli occhi della grande stampa (nonché della stampa stessa), così come pure dei suoi organi politici eletti e che dovrebbero (condizionale d’obbligo) rappresentare il corpo elettorale tutto.
Il fatto che Nicola Franco non abbia una laurea, che abbia millantato di possederla dichiarando il falso, stando a quanto riporta ‘TPI’, è certamente un atto grave. Tuttavia, dalle parti della Rinascita si ritiene infinitamente più grave il fatto che il presidente di un municipio abbia, tramite comunicato diffuso agli organi di stampa, dichiarato pubblicamente di non voler attuare la direttiva 1/2022 di Roma Capitale, in deroga al decreto Renzi-Lupi, sostenendo quanto segue: 

«[…] La direttiva del Sindaco Gualtieri è un vero e proprio inno all’illegalità, perché favorisce l’occupazione illegittima degli alloggi d’edilizia residenziale pubblica. Tutti sanno, ma nessuno dice, che a Roma la criminalità gestisce buona parte della compravendita di appartamenti popolari. Soltanto nel territorio del Municipio VI delle Torri insistono quattordici clan mafiosi, che guardano con molto interesse alla direttiva del Sindaco. […] Non tollero essere spettatore impotente del colpo mortale alla legalità che il Sindaco Gualtieri sta infliggendo senza pietà. Con oggi, la direzione del Municipio VI delle Torri nei confronti del Campidoglio su questa tematica è una sola: ostinata e contraria» e ancora «sto preparando una lettera da inviare al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, e al Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, affinché si pronuncino e blocchino la direttiva del Campidoglio, per salvaguardare la sicurezza e il rispetto della legalità». 

Sembra quasi che si legga tra le righe che: ogni richiesta di residenza dovrà essere vagliata una per una, così come, c’è caso che venga bloccata per motivi politici. E ci immaginiamo quanta ulteriore burocrazia dovrà essere prodotta per poter chiedere la richiesta sopra citata, stante il cortocircuito politico-normativo.

Su questo, ovviamente, le opposizioni non hanno dichiarato nulla perché, c’è poco da dire: gli schieramenti ad oggi presenti nel consiglio municipale, così come in Assemblea Capitolina, sono il frutto di un mesto gioco delle parti per cui, in fondo, c’è accordo su gran parte delle questioni. Lo stesso decreto che è oggetto delle contestazioni di questa fase, porta il nome di due componenti del Governo di allora: Renzi, già segretario del Pd; Lupi, ora “Noi di Centro”, comunque in quota centrodestra. D’altra parte la dirigenza del Pd romano è in perfetta linea con Nicola Franco:

«[…] Oltre all’accordo con la Prefettura, in questi mesi abbiamo creato una task force della polizia locale per intensificare gli accertamenti e gli sgomberi. Inoltre, per proteggere la case vuote dalle nuove occupazioni ci siamo rivolti alla stessa ditta che installa i dispositivi di allarme nelle case dell’Ater», ha dichiarato l’Assessore al patrimonio Tobia Zevi (Pd) al ‘Corriere della Sera’ il 12 agosto [2022].

L’immagine dell’opposizione, in VI Municipio, è sempre di più quella del padrone di casa che sistema i quadri durante un cedimento strutturale delle fondamenta. Ma che si arrabbia e punta il dito nei confronti degli altri quadri che stanno cadendo, mentre in tre provano a raddrizzarne uno che sta venendo giù.
L’immagine della stampa nazionale (digitale o cartacea) è sempre la stessa e mira allo scandalo e al gossip, piuttosto che al cuore delle questioni. L’informazione è roba che non riguarda costoro. Non interessa, neppure a titolati periodici locali, come centinaia di cittadine e cittadini, a seguito di questa polemica politica per cui il Presidente Franco si oppone alla direttiva, si ritroveranno (immaginiamo, senza troppi sforzi) invasi da ancora più burocrazia per  poter giustificare un semplice cambio di residenza.
Alla faccia della semplificazione e della “città europea”, della “città dei 15 minuti”.

Alla faccia di tante cose.
Alla faccia nostra. 

L’articolo è stato pubblicato su ‘La Rinascita delle Torri‘: https://www.larinascitadelletorri.it/2022/11/10/macerie-dellinformazione-informazione-tra-le-macerie/

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Un voto critico a Lula contro Bolsonaro [la posizione dei trotskysti brasiliani – Quartainternazionale.it]

Posted on 2022/10/19 by carmocippinelli

Come si posiziona la sinistra trotskysta del Brasile di fronte al secondo turno che vede Lula contrapposto a Bolsonaro? Traduzione della posizione assunta dalla Corrente socialista dei lavoratori (Cst) – tendenza radicale del Partito socialismo e libertà (Psol), componente della Uit-Qi (Unione internazionale dei lavoratori – Quarta internazionale).


Il primo turno si è concluso con il duo Lula/Alckmin [quest’ultimo candidato alla vicepresidenza e membro del Partito socialista brasiliano ndt] al primo posto con il 48,4% (57 milioni di voti) e con Bolsonaro al secondo posto attestatosi al 43,2% (51 milioni). La pressione al “voto utile” c’è stata e ha concentrato il 91,6% dell’elettorato, sgretolando le opzioni di candidature alternative alla presidenza: Simone Tebet (Movimento democratico brasiliano, 4%), Ciro Gomes (Partito democratico lavorista, 3%) e altri partiti inferiori all’1% (Partito nuovo, Unione, Partito laburista brasiliano e Democrazia cristiana).
In questa polarizzazione, anche le candidature di Unione Popolare, Partito comunista brasiliano e del Polo Socialista Rivoluzionario sono scese sotto l’1%.
Si terrà un secondo turno, dunque: la classe lavoratrice e i settori popolari dovranno riflettere su questa nuova tornata elettorale [di “spareggio” ndt]. 
È necessario sconfiggere il progetto [di] Bolsonaro. L’estrema destra è responsabile di quasi 700.000 morti [a causa della questione legata allo scandalo vaccini che ha coinvolto il presidente uscente Bolsonaro ndt], del taglio degli stipendi, della privatizzazione di Eletrobrás, della riforma delle pensioni, dell’avanzata delle miniere nelle terre indigene, dei tagli ai fondi e dell’aumento dei crimini contro le donne, comunità nere e LGBTQIA+. 
Noi della Corrente socialista dei lavoratori (Cst) saremo tra le fila di coloro che vorranno porre fine a questo progetto genocida.
Non crediamo che l’ampio fronte Lula/Alckmin sia una soluzione per la classe lavoratrice e per i settori popolari, tuttavia in questo secondo turno la Corrente socialista dei lavoratori chiede un voto per Lula al fine di sconfiggere il neofascista Bolsonaro.

Contro Bolsonaro chiediamo il voto critico per la lista di Lula!

Fin dai primi giorni [della presidenza di Bolsonaro ndt] siamo nelle lotte del movimento di massa “Fora Bolsonaro!”, denunciando il suo progetto ultrareazionario nelle strade e in ogni momento elettorale. A partire dalla Cst, cioè la tendenza radicale del Psol, abbiamo costruito il Polo socialista rivoluzionario e siamo stati attivi nella campagna operaia [per le presidenziali] di Vera Lucia [appartenente al Pstu], promuovendo candidati operai e giovani. 
Lo abbiamo fatto perché la conciliazione di classe proposta candidatura Lula/Alckmin non propone di abrogare la riforma delle pensioni o i tetti di spesa o la riforma del lavoro e tutti i profondi attacchi ai poveri e ai lavoratori [perpetrati dal governo Bolsonaro]. 
Le alleanze e la conciliazione di classe sono già state provate al governo e non hanno funzionato. Allo stesso tempo non hanno aiutato a condurre una radicale opposizione in piazza nel movimento “Fora Bolsonaro!”.
Siamo certi che manterranno un governo incapace di confrontarsi con le multinazionali, coi miliardari e gli uomini d’affari che ci sfruttano e ci tolgono i diritti; l’agrobusiness è un nemico dei senza terra e degli indigeni e che blocca i cambiamenti che i lavoratori e i giovani vogliono nelle loro vite.
Constatiamo che l’ampio fronte, discutendo di nuove “riforme amministrative”, voglia smantellare la pubblica amministrazione.
Saremo in piazza, impegnati in ogni luogo di lavoro, studio e casa, a militare contro ogni voto in favore di Bolsonaro per togliere l’estrema destra dal governo. Senza rinunciare alla nostra indipendenza politica, con il nostro profilo, chiamiamo a votare contro Bolsonaro attraverso il voto critico per la lista di Lula in questo secondo turno.

La politica delle alleanze con i padroni ha generato confusione

Il secondo turno, insieme ai risultati del progetto di Bolsonaro in determinati stati, ha lasciato molti lavoratori e giovani con una certa frustrazione.
Sarà necessario valutare i risultati nel loro insieme e definire azioni collettive per riprendere la campagna per sconfiggere Bolsonaro in questo secondo turno.
Bisogna riconoscere che l’ampio fronte di Lula/Alckmin e le direzione del Partito dei lavoratori (Pt), del Partito socialismo e libertà (Psol), di Rete sostenibilità (Rede), del Partito socialista brasiliano (Psb) e del Partito comunista del Brasile (PCdoB) hanno trasformato la possibilità di vincere al primo turno in un obiettivo assoluto e questo ha deluso molti compagni. 

Ma la verità è che Bolsonaro ha perso il primo turno a causa dell’usura del progetto di estrema destra, finendo al secondo posto, a differenza del 2018 quando vinse al primo turno con ampio vantaggio. Il sentimento di frustrazione di cui sopra è stato espresso da più parti all’inizio del lunedì in cui sono iniziati ad arrivare i voti: Bolsonaro ha comunque un buon numero di voti alla Camera e al Senato, così come per le vittorie del Partito Nuovo nello stato di Minas Gerais al primo turno. 
Con tutta evidenza, la nuova tattica di politica di alleanza coi padroni da parte di Lula ha disarmato lavoratori e giovani con la sua campagna “pace e amore” al fine di creare l’illusione che il 2 ottobre fosse il giorno per “essere di nuovo felici”. 
Una nuova espressione di questo malcontento è stato il saluto di Lula che si congratula con “tutti gli eletti, indipendentemente dal partito di appartenenza” (1). 
Non possiamo congratularci con nessun bolsonarista. La conciliazione delle classi genera confusione e disorientamento. 
È un fattore che critichiamo per organizzare al meglio il “girone di ritorno” contro Bolsonaro.

Per questo critichiamo le manifestazioni convocate riguardo lo “straordinario patrimonio dei nostri governi”, rivendicando i governi 2003/2006 che riuniscono persone che sostengono il PT, ma non dialogano con i lavoratori e i giovani che hanno subito gli effetti della crisi del governo Dilma
Coloro che non hanno votato per Lula/Alckmin criticano i governi del PT e del PSDB: questi governi non erano le meraviglie di cui s’è parlato in campagna elettorale
Proprio per questo il cosiddetto “acchiappavoti” preparato dagli artisti [la canzone di appello al voto per Lula è diventata virale sui social brasiliani] ha sbagliato a puntare esclusivamente sull’ottenere il “voto utile” dei candidati del Partito democratico lavorista e del Movimento democratico brasiliano senza preoccuparsi del fatto che si stesse parlando di elettori indifferenti al discorso di questa campagna, il cui obiettivo era esclusivamente democratico o l’esaltazione di governi passati (una linea che Geraldo Alckmin [Psb] ha ribadito al raduno avvenuto sull’Avenida Paulista). 

Sapere questo è importante per evitare di imporre smobilitazioni e accordi al vertice con i partiti più di destra e con i cosiddetti uomini d’affari “democratici”, molti dei quali hanno sostenuto Bolsonaro nel 2018. Esempi di questi uomini d’affari sono: il presidente di Fiesp, Josué Gomes; l’imprenditore Abilio Diniz, di Peninsula; Benjamin Steinbruch, del CSN; Flávio Rocha, di Riachuelo; Henrique Viana, fondatore del sito web Bolsonarista Brasil Paralelo; Michael Klein, di Casas Bahia; Marta Cachola, di BTG Pactual; Luiz Carlos Trabuco Cappi, di Bradesco. 
Non possiamo permettere ai padroni e ai loro rappresentanti di bloccare i nostri programmi in questo secondo turno. Insieme alla lotta contro l’autoritarismo, dobbiamo includere la difesa dei salari, per la difesa della sanità, per la difesa della cassa integrazione contro i miliardari e i banchieri.

Organizzare una “partecipazione” con le parole d’ordine della classe lavoratrice e degli oppressi

Per iniziare la battaglia elettorale del secondo turno dobbiamo conoscere e considerare bene il nemico. Da quanto abbiamo visto nella nostra campagna nelle fabbriche, negli stabilimenti e nelle regioni proletarie, il bolsonarismo ha fatto e sta facendo demagogia con programmi sensibili ai lavoratori: per aumentare i propri voti parlano di “aiuti al Brasile”, di abbassare i prezzi dei carburanti e mentono sul fatto che distribuiranno posti di lavoro e che la corruzione sia finita. 

Cioè a dire: mentre continuano con la loro propaganda ultra-reazionaria contro le agende femministe, nere e LGBTQIA+, parlano – con il loro pregiudizio ultra-reazionario – di questioni assai delicate. Parlando di reddito minimo, inflazione, occupazione e contro la corruzione, riescono a trascinare alcuni settori oltre lo zoccolo duro bolsonarista. 
È essenziale capire che questa questione integra anche il voto (totalmente sbagliato) per Bolsonaro: è importante [capirlo] per combatterli e impedire a più lavoratori e giovani di votare per il bolsonarismo (si pensi a chi ha votato per le organizzazioni di centro o socialdemocratiche al primo turno) e cercando di togliere parte dei loro voti. Con le parole d’ordine della classe lavoratrice e dei settori popolari, volantinando, informando, pubblicizzando sulle reti sociali e facendo agitazione nelle grandi manifestazioni di lavoratori e studentesche, chiamiamo al voto contro Bolsonaro e al voto critico per la lista 13.

Traduzione a cura di Marco Piccinelli e visibile sul sito Quartainternazionale.it

(1) L’alleanza di Lula è piuttosto ampia ed comprende: 

• “Federazione Brasile Speranza” (composta dal Partito dei lavoratori [Pt], dal Partito comunista di Brasile [PcdoB] e dal Partito verde [Pv]) 
• Il Partito socialista brasiliano [Psb] 
• La federazione tra Partito socialismo e libertà [Psol] e Rete sostenibilità [Rede] 
• Il movimento Solidarietà 
• Il movimento Avanti 
• Il movimento Agire 
• Il Partito repubblicano dell’ordine sociale [Pros]

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Supplenze: esistono

Posted on 2022/10/04 by carmocippinelli

Supplenze: esistono. 

Che bello sapere che quando tu hai il posto fisso c’è qualcun altro che ti sostituisce per il periodo in cui tu non puoi recarti a lavoro.
Quando tu hai il posto fisso e hai subito un piccolo intervento, ad esempio, c’è il supplente che, al posto tuo, viene assunto per un periodo di tempo limitato e fa lezione.
E così via: maternità, aspettative e via dicendo. 
Il sistema funziona.

Ci sono tantissimi modi per lavorare e dare il tuo contributo nella scuola.

Ci sono le supplenze temporanee per malattia, le cosiddette brevi, per cui ti chiama direttamente la scuola da graduatoria d’istituto. 
Ci sono le supplenze che hanno scadenza più lunga, però anche quelle sono considerate brevi. 
Ci sono le supplenze per cui tu arrivi a scuola e non sai bene quello che devi fare perché neanche la scuola aveva capito che quella cattedra era scoperta: quindi c’è caso che ti convochino pure ma con lo spazio orario della convocazione senza indicazione. Poi quando stai là vedi un po’. Possono essere 18 o 12 ore, tempo pieno o tempo parziale: come la mano di Mario Brega che po’ esse piuma o fer(r)o a seconda  delle circostanze.
Ci sono le supplenze fino ad avente diritto (le cosiddette Fad, perché nella scuola c’è tutta sta cosa che bisogna usare gli acronimi e quindi anche la lingua parlata diventa tutta parte di un grande acrostico tra dsa, bes, pdp, glo, gli, uda etc), cioè quelle per cui tu sei assunto ma non appena arrivano le Gps e viene nominato il supplente fino a fine anno, tu sloggi.
Già, le Gps: esistono pure quelle. Cioè quelle che ti danno la certezza del contratto fino al termine delle lezioni, ovvero fino all’8 giugno. Rarissimi i casi in cui venga stipulato il contratto al 31 agosto. 
Dunque, dicevamo: le Fad.
Le Fad sono quelle per cui vieni convocato da Gi (Graduatorie d’istituto, quelle per cui ti chiama direttamente la scuola, di cui abbiamo parlato sopra) e ci rimani fino a che l’Usr (Ufficio scolastico regionale) non pubblica tramite Atp (Ambito territoriale provincia di Roma Ufficio VI dell’Usr) il bollettino con le nomine. Se c’è l’avente diritto, figura hegeliana, sloggi. 
Però le Fad sono di due tipi: le scuole possono chiamare con la dicitura “Fino al 30/6/22 con clausola Fad” oppure, nella mail di convocazione collettiva, recare semplicemente la dicitura “Fino ad avente diritto”. 
La prima è buona, più o meno, la seconda no. 
Se tu, poniamo il caso, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con clausola Fad fino al 30/6, va bene: il termine è indicato, anche se poi l’Usr, tramite Atp, pubblicherà il bollettino e tu te ne andrai.
Se tu, però, hai una supplenza che termina a metà ottobre e vuoi andare in un’altra scuola per cui risulti convocato con la dicitura “fino ad avente diritto” senza la data non è che puoi lasciarla. Anche perché se non c’è la data di termine la scuola ti deve fare i contratti di settimana in settimana. Cioè: inizi lunedì e finisci venerdì. Sabato e domenica niente stipendio, hai lavorato? No. E allora che vuoi. Si ricomincia lunedì fino a venerdì. 
E comunque non puoi prenderla: stai lì dove stai fino alla fine della tua supplenza e poi ti poni in attesa.
In attesa dell’altro bollettino? 
Sì.
Cioè, no.
L’Atp ha appena pubblicato il bollettino in cui tu non ci sei, scavalcandoti nell’assegnazione delle nomine quindi vai a cercare la proverbiale “Maria per Roma”.
Che poi com’è che vengono assegnati gli incarichi annuali?
C’è questo algoritmo strafico che assegna candidato e scuola che funziona benissimo: se tu quest’estate hai inserito, tra le 150 scuole che dovevi inserire come preferenza, una scuola che nessuno ha posto in elenco, e magari le hai dato pure una posizione primaria nella tua personalissima lista, non importa che tu sia basso nella graduatoria: quella scuola sarà tua, scavalcando ogni altra persona che, magari, ha più punteggio di te. 
Funziona benissimo: sta andando tutto a meraviglia. 
Le cattedre non sono scoperte. 

Il sistema funziona. 
I docenti sono strapagati e vengono pagati tre mesi per non fare niente. 

È che i giovani non hanno voglia di lavorare, ecco qual è il problema. Anche se poi i giovani iniziano ad avere 30, 40, 45 anni. 
Se non vi rimboccate le maniche nessuno ve lo da’ sto posto di lavoro. 
Colpa vostra.
Va tutto bene.

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Óra.

Posted on 2022/09/30 by carmocippinelli

È uscito un nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, è stato dato alle stampe molto recentemente, ancora non giunto in molte librerie. Però alla stazione Termini c’è un po’ tutto. Anzi: senza “un po’”. 

Il viaggio che mi aspetta, che taglia da parte a parte l’Italia, replicando la linea Gustav ma partendo da Roma, ha già “Il maestro e Margherita” a farmi compagnia.

Però trovargli un fratello, Óra, è «cosa buona e giusta». 


Molti reputano terrificante la svolta ultra cattolica e iper reazionaria di Ferretti.

E hanno ragione: lo è.

È terrificante sapere che la critica del “produci consuma crepa” sia diventata, sommando i decenni, “difendi conserva prega”. 


Aliberti, dunque, per la collana “libri della salamandra”, pubblica il nuovo “Óra” di Ferretti.

Pensieri, ricordi, parole e preghiere del Giovanni Lindo Ferretti che fu, era ed è. 

Il libro scorre via interamente nel tempo del viaggio: i treni regionali portano con sé il grande pregio dell’invito alla lettura. 
Un pregio che non sanno di avere, per la verità. 

Ferretti è del tutto un’altra persona, ovviamente: condanna il suo passato in modo irreversibile. 
Così come, dice lui ora, aveva abbracciato il suo tempo con ingenuità ripetendo slogan, ora s’è dato al clericalismo puro e intransigente.

E anche questo lo sappiamo benissimo.
Il libro in sé non è nient’altro che un’operazione editoriale: inutile classificarlo con altre parole.

Ha delle perle perché sono i suoi ricordi che impreziosiscono il vissuto, ma si tratta di un ripercorrere anni di carriera per mezzo delle preghiere, in sostanza. Non risparmiando critiche al clero a sua detta troppo civilizzato a cui manca spiritualismo e, quasi, dottrina nella prassi.

Ortoprassi prima di ortodossia, in fondo lo ha scritto anche l’autore di e in queste pagine.

Personalmente, ho iniziato ad ascoltare i Cccp/Csi/Pgr grazie a Valerio all’età di 14 anni. In questi sedici anni, tanti se vissuti anche se storicamente sono pochi, mi sono fatto l’idea che, in fondo, Ferretti è un concetto che muta e che non sa neanche lui come interpretarlo e interpretarsi, capirsi.

E questo libro non si discosta affatto dall’ondivago: 

«Quando prego poi sto bene, comunque meglio. Se non prego è comunque peggio, ma ve l’ho già detto: sono stupido, debole, non aspettatevi granché ne rimarrete delusi»,
scrive Ferretti alternandosi alle strofe del Te Deum. 

Adesso è così e finirà così: sotto braccio alla Meloni e amico di CL; intransigentemente reazionario e ottusamente bigotto.
Spirituale sì, ma non con quella spiritualità che aveva nei CSI o al concerto di Montesole dei PGR.

Contestatore, anche, ma del sé stesso pubblico che non è caduto nell’oblio come avrebbe voluto. 
E non è finita. 
È tutto quello che io ho e non è ancora

finita

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La fiducia nel sistema

Posted on 2022/09/27 by carmocippinelli

L’articolo è un po’ lungo, ma così m’è venuto e ogni tentativo di snellirlo si riduceva, tutte le volte, allo svilimento di parti del discorso. Che ci crediate o meno, cari quattro lettori, questa è la versione più breve. 

Se vi va, però, qualche minuto perdetecelo. 

Di dibattiti attorno alla legge elettorale, o alle leggi elettorali, il sistema politico istituzionale ne ha attraversati moltissimi: ad ogni legislatura che nasce c’è sempre la questione della legge elettorale da sistemare, o da promulgare ex novo, al fine di cambiare quella vecchia, che evidentemente non va (più) bene, per rendere più governabile il paese.
Le motivazioni possono variare ma, a spanne, gravitano tutte più o meno attorno a quanto scritto sopra. C’è da chiarirsi su una questione, certamente ridondante alla ripetizione, ma che venne  ribadita nel 2014 in un’intervista da Fulco Lanchester, ordinario di Diritto Costituzionale preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma: 

«I sistemi elettorali aiutano la stabilizzazione. Essi non possono, però, produrre stabilizzazioni assolute: chi ci racconta che con un sistema elettorale di un certo tipo si perviene immediatamente alla stabilità, è paragonabile al venditore di lozioni per la crescita dei capelli. E le parla un calvo».

Allo stesso modo anche quando si insediò il Governo Renzi nel 2013 la situazione venne descritta magistralmente da Massimo Bordin:

«Ad oggi [marzo 2013] questa è la situazione attuale: la legge che c’era, che faceva schifo a tutti, non c’è più perché una sentenza della Corte Costituzionale afferma come, in alcune parti, quella legge non è Costituzionale. Quindi, se adesso dovessimo andare a votare, voteremmo con una cosa che non si sa bene quale sia, perché è un qualcosa di ritagliato sulla sentenza della Corte. Allora “dobbiamo fare assolutamente la nuova legge elettorale” , e questo porta a dire che “la faremo entro un mese” anzi addirittura, mi pare, che oggi si sia detto si sarebbe realizzata entro la fine della settimana. Quindi siamo decisamente a posto! Se, malauguratamente, Renzi non dovesse riuscirci, il governo va minoranza su una questione non propriamente marginale; quindi si crea un clima da elezioni anticipate e, quindi, per fare in fretta una legge elettorale, che ci serve assolutamente, noi andiamo a votare senza la legge elettorale che ci serviva tanto».

Ciclicamente, il dibattito politico istituzionale ruota attorno a plurimi interessi di natura personale e/o partitica al fine di una ripetizione ab aeterno dello status quo, pur annunciando di voler cambiare ogni virgola, al netto delle intromissioni della Corte Costituzionale in questo o quel caso.

Uninominale, la battaglia del mondo liberale-radical

Una delle più longeve rivendicazioni dell’area che comprende le organizzazioni liberali e radicali, nonché della destra più conservatrice, è proprio quella dell’attuazione di una legge elettorale pienamente maggioritaria e con collegi uninominali (piccoli o grandi che siano).
Stiamo parlando di organizzazioni che compongono, ad oggi, la totalità del Parlamento italiano, nonché un buon 70% delle formazioni politiche che partecipano regolarmente alle elezioni di ogni ordine e grado.

Marco Cappato, esponente radicale e promotore della lista “Referendum è democrazia” (poi esclusa dalla corsa elettorale appena terminata), ha sempre sostenuto il modello elettorale seguente:

«[…]che nei sondaggi d’opinione è il più popolare [2014] e che i Radicali propongono da sempre: maggioritario secco ad un turno con collegi uninominali, sistema federalista e presidenzialista».

Non stupisce che il blocco liberal-radicale, variamente collocato (lista Cappato, +Europa, Radicali italiani, PR[NTT], iscritti individuali o doppie tessere), sia in linea con quanto espresso più volte da uno o più soggetti politici che compongono la coalizione di centrodestra: vale giusto la pena ricordare come il referendum sulla giustizia venne presentato dalla Lega e dal PR[NTT] e che, ad oggi, la sostenitrice più accanita del presidenzialismo è la neoeletta deputata Giorgia Meloni. 
Ma procediamo con ordine. 

‘First past the post’ 

Al momento della discussione in Parlamento e della successiva strutturazione della legge Rosato (detta  Rosatellum) tutt’ora in vigore, si invocava a gran voce il modello anglosassone per l’elezione di Camera e Senato. Il sistema anglosassone, denominato first past the post, rappresenta un sistema uninominale maggioritario secco, nonché una evidente strozzatura della rappresentanza, almeno a parere di chi scrive.


Breve excursus anglosassone

Il Regno Unito possiede un parlamento bicamerale (Camera dei Lord e Camera dei Comuni) e la ‘posta in palio’ è rappresentata dai 650 seggi nella Camera dei Comuni: dal momento che vige un sistema elettorale uninominale, ogni circoscrizione, delle 650 in oggetto, è diviso in collegi e ognuno elegge il proprio deputato (uno) da mandare alla Camera dei Comuni.

Tale meccanismo impone che il partito vincente debba ottenere 326 seggi per raggiungere la maggioranza in Parlamento e le circoscrizioni elettorali sono così divise: 523 in Inghilterra, 59 in Scozia, 40 in Galles, 18 in Irlanda del Nord; non esistono soglie di sbarramento, in ogni collegio i partiti presentano un solo candidato e viene eletto solo colui/colei che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti.

Già a partire dalle elezioni 2015 la ricercatrice Catlin Milazzo evidenziò le crepe e le aporìe del sistema elettorale britannico riguardo i seggi conquistati da UKIP (United Kingdom indipendent, il partito di Nigel Farage). Imperfezioni, c’è da dire, presenti a partire dalle elezioni del 2010 se poste in confronto con quelle del 2015 in cui il partito Conservatore di David Cameron, nonostante guadagnasse poco più dello 0,8%, si vide aumentare i seggi da 307 a 331 mentre i laburisti, sebbene avessero incrementato la propria percentuale di uno 0,4%, si videro diminuire le unità di rappresentanti da 258 a 232.

Uninominale all’italiana

Non entrerò nello specifico del sistema elettorale Rosatellum ma sarà sufficiente dire che si tratta  di un sistema elettorale misto che è maggioritario (con collegi uninominali) e proporzionale (con collegi plurinominali molto piccoli ma bloccati): qui ulteriori delucidazioni (l’articolo è del quotidiano «Il Riformista»).
I sostenitori della legge maggioritaria e del sistema uninominale utilizzano tale argomentazione a sostegno della propria tesi: il rapporto elettore-rappresentante tende ad assottigliarsi. Ovverosia: il Parlamentare eletto sarà espressione di quella territorialità perché appartenente proprio a quella circoscrizione in cui fa attività politica, ci è nato, svolge (o ha svolto) la sua attività professionale o altri fattori. 

Tutto dovrebbe andar come da manuale, o no? Proprio no. 

Tutti candidati 

L’attuale legge elettorale non prevede l’impossibilità di raddoppiare le candidature nei collegi plurinominali. Dunque, ad esempio (*) alla Camera dei Deputati, si sono create situazioni da leggi elettorali già viste (Calderoli – Porcellum) e giudicate antidemocratiche proprio da chi ha proposto l’attuale sistema, per cui, ad esempio: 
  1. Giorgia Meloni risulta eletta in cinque collegi diversi (Sicilia 1, Sicilia 2, Lombardia 1, Puglia e Lazio 1);
  2. Giuseppe Conte in Lombardia 1 in entrambi i plurinominali P01 e P02, Sicilia 1, Puglia, Campania 1; 
  3. Enrico Letta in Lombardia 1 e Veneto 2; 
  4. Antonio Tajani in Campania 1 in entrambi i plurinominali e in Campania 2.

Al Senato della Repubblica la questione non cambia: 

  1. Silvio Berlusconi è eletto nel plurinominale di Campania (P01), del Lazio (P02), del Piemonte (P02), della Lombardia (P02); 
  2. Carlo Calenda in Veneto (P02), Sicilia (P01), Lazio (P01); 
  3. Matteo Renzi in Lombardia (P02), Campania (P01), Toscana (P01).

Tutto questo da’ vita a circostanze piuttosto rocambolesche, per utilizzare un termine relativo alla cronaca calcistica, per cui anche ai collegi uninominali si preferisce puntare sul cosiddetto “candidato forte”, magari in un collegio in cui storicamente il partito x è andato sempre bene: Pier Ferdinando Casini eletto per la seconda volta a Bologna con il Partito Democratico ne è un chiarissimo esempio.

Andando, tecnicamente, a destrutturare la tesi più forte del divario meno imponente tra rappresentante ed elettore. 

E di esempi, in questa legislatura con il numero dimezzato di rappresentanti a seguito del referendum promosso dal Movimento 5 Stelle, ce ne sono moltissimi, basta citarne solo un pugno: 

  1. il presidente della Lazio Lotito è stato eletto in Molise, sebbene egli sia laziale non solo di fede calcistica ma di appartenenza territoriale;
  2. Cesa, segretario dell’UDC anch’egli eletto alla Camera nel collegio uninominale del Molise, sebbene sia nato ad Arcinazzo Romano;
  3. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi-Sinistra), nato a Roma vissuto tra Ostia e Casal Bernocchi (prima del recentissimo matrimonio che lo ha visto trasferirsi in Trentino), è stato eletto a Imola;
  4. Marta Fascina, la compagna (o non-sposa a seguito del non-matrimonio) di Berlusconi, eletta in Sicilia e nel 2018 in Campania, sebbene sia nata a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria);
  5. Riccardo Magi, Radicali italiani/+Europa, romano di nascita e in cui ha svolto la maggior parte della sua attività politica, è stato eletto a Torino;
  6. Sumahoro (Alleanza Verdi-Sinistra) è stato nel plurinominale della Lombardia a seguito dello scatto del seggio, sebbene fosse stato candidato all’uninominale di Modena, quando la sua attività sindacale è da sempre rivolta al bracciantato del Mezzogiorno d’Italia, con particolare riguardo alla campagna pugliese. 
O muthos deloi oti
È evidente che partiti e movimenti, tutti, hanno ben in mente la sola questione del proporre e imporre leggi che poi, evidentemente, non vengono rispettate. O meglio, si fa come al solito: si aggira, pur mantenendo una dignitosissima forma. Sempre più maldestra ad ogni elezione, per la verità. 
La storia (o muthos) racconta poi che chi ci rimette è lo stato della democrazia liberale italiana, sempre più martoriata data la convocazione delle elezioni in poco più di un mese dalla caduta del Governo Draghi; lo stesso governo capitanato dall’ex presidente della BCE; il governo Monti; il doppio settennato di Napolitano.
Che l’unico interesse della borghesia italiana è la sua palingenesi, costi quel che costi, ma senza catarsi quanto, piuttosto, con evidente manifestazione della propria protervia.
Che ora non vanno neanche più di moda le lamentazioni sull’astensione, dal momento che una maggiore astensione alle urne permette percentuali maggiori agli occhi della classe dirigente, così da esporre lo scalpo della cifra enorme raggiunta in questa o quella circostanza avversa. 
Che il potere non si ferma mai e ogni volta aumenta l’asticella del proprio agire collettivo: non è stata l’ultima chiamata al voto del meno peggio, a cui abbiamo pietosamente assistito da parte dei settori del partito democratico, ma solo l’ultima così per come la conosciamo e l’abbiamo conosciuta.
Che alla prossima tornata elettorale ci sarà un meno-peggio nella lotta per l’elezione diretta del Presidente del consiglio dei ministri.
Che bisogna abbandonare ogni illusione e iniziare ad agire, studiare, partecipare in un solo senso possibile: quello del rovesciamento dell’attuale sistema. (Ma questo continueremo a farlo in pochi e verremo continuamente tacciati di essere poveri illusi dalla maggioranza).
(*) Tutti i dati sono presi dal sito istituzionale Eligendo.
L’articolo è stato pubblicato anche su Atlante, leggermente modificato: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/legge-elettorale-rappresentanza-collo-stretto-della-bottiglia/ 

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Ripetere l’ovvio, soprattutto dopo il 25 settembre, è un atto rivoluzionario

Posted on 2022/09/26 by carmocippinelli
In Italia il Presidente del consiglio dei ministri non è eletto direttamente dagli elettori: non si tratta di un’elezione diretta, dunque, ma “indiretta” in quanto i rappresentanti eletti e designati come ministri si riuniscono ed eleggono il o la presidente. 
Tuttavia la becera e ignorante stampa lo chiama “premier” già da un decennio, assimilando due figure completamente diverse. Così facendo, nell’immaginario collettivo c’è gente che pensa come già oggi Giorgia Meloni possa andare da Mattarella forte del suo mandato elettorale e  chiederà l’incarico di formare il Governo. Non è così. (*)
Tempo fa la stessa cosa accadde a Luigi di Maio, precisamente alla scorsa tornata elettorale: in un post sul “Blog delle stelle”, intitolato “La volontà popolare sopra ogni cosa” (Kant, ora pro nobis), sosteneva:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14% Tajani Premier, il 4% Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».

Ora, in tempi di crisi e di informazione drogata, è bene riprendere ogni concetto e ripeterlo fino allo sfinimento: il “Premier”, in Italia, non esiste. I Governi, tecnicamente, non sono votati da nessuno, come al contrario ha affermato Di Maio quando era sulla cresta dell’onda e ora si ritrova impantanato in percentuali risibili grazie al suo opportunismo trasformistico, secondo solo al De Pretis che fu; così come affermato dalla Meloni a più riprese nel corso di enne campagne elettorali; così come affermato da Salvini e via dicendo.
Nella Costituzione italiana il termine premier non sta scritto da nessuna parte, né tantomeno è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier): Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con il Partito socialista italiano ben lontano dal 15%.
Dunque, non sarà Meloni ad essere la  prossima, nonché prima donna, Presidente del consiglio dei ministri? Forse sì, ma potrebbe anche non esserlo e non sarebbe scandaloso né eversivo, come si dirà tra neanche 48 ore. Però possiamo già “giocare” con dei nomi e considerare che, forse, ci potrà essere una donna Presidente ma potrebbe essere l’uscente Presidente del Senato (Alberti Casellati) o, al contrario, il vice presidente del Parlamento Europeo (Tajani): figure rassicuranti per l’apparato, da pochi scossoni per “i mercati”. Figure da “pilota automatico”. 
Qualcuno urlerà al golpe, si chiamerà l’impeachment (come se servisse a qualcosa nell’ordinamento politico istituzionale italiano) e via dicendo. Ma, ancora una volta, si farà l’interesse del capitalismo europeo, di cui pure la Meloni e Fratelli d’Italia ne sono i migliori agenti assicuratori. 
(*) A tal proposito, vale la pena ricordare quel collega giornalista (di quando speravo di poter ancora fare quel mestiere) che in redazione se ne uscì dicendo: «Premier è molto più funzionale come nome, Presidente del consiglio dei ministri ha troppi caratteri e mi costringerebbe a modificare la lunghezza dell’articolo».
Un manuale di edonismo applicato e di ignoranza militante.
Ora è impiegato in un grande giornale nazionale. C’est la vie. 
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Berlino, l’Union abbatte l’ultimo muro

Posted on 2022/09/24 by carmocippinelli

Ieri C’eravamo tanto armati è finito sulla pagina culturale del quotidiano Avvenire, grazie ad un bell’articolo di Antonio Giuliano dedicato all’Union Berlin. Qui di seguito è riportato l’articolo in versione completa, disponibile anche sul sito del quotidiano.

Per la prima volta in testa al massimo campionato tedesco c’è la squadra che al tempo della Ddr sfidava il regime: perdenti e vessati ma sempre fieri

C’è una squadra sola al comando in Bundesliga e non è il Bayern Monaco. In un campionato in cui i bavaresi hanno messo in bacheca gli ultimi dieci titoli e vincono ininterrottamente dal 2012 è già una grande novità. Ma non è tutto, perché in vetta alla Serie A tedesca c’è per la prima volta una squadra entrata nella Storia con la “s” maiuscola pur non avendo mai vinto nulla se non una Coppa di Germania nel 1968. Parliamo dell’Union Berlino, il club che nei duri anni della Repubblica democratica tedesca (Ddr) osò manifestare apertamente il dissenso contro la Stasi, la polizia segreta del regime comunista. La storia dei biancorossi di Berlino Est affonda le radici nel 1906, anno di fondazione del Fussballclub Olympia 06 Oberschönweide (dalle divise bianco-blu). 
Ma l’epopea comincia all’indomani della Seconda guerra mondiale quando la capitale tedesca venne divisa in due dal Muro e anche il club subì una scissione importante. Gran parte della rosa fuggì nella parte Ovest, per dar vita all’Union 06 Berlin, il resto rimase nel sodalizio che dopo varie denominazioni nel 1966 assumerà il nome attuale. Sono gli anni da incubo della Ddr, quelli in cui la propaganda del regime si serviva anche dello sport. Vincere a ogni costo e con qualsiasi mezzo per dimostrare la superiorità del modello socialista spingerà la Germania Est al doping di Stato scoperchiato solo alla fine della Guerra Fredda. Laboratori segreti e tante vite distrutte fruttarono più di 500 medaglie olimpiche con atletica leggera e nuoto tra le discipline più “pompate”. 
Il calcio non fu immune e non poteva essere altrimenti. 
Arbitraggi pilotati, spie e giocatori ricattati facevano parte di quel sistema asfissiante descritto mirabilmente nel film del 2006 Le vite degli altri. Uno scenario surreale che riemerge con molti particolari anche nel recente C’eravamo tanto a(r)mati. Storie di calcio della Germania Est (Rogas, pagine 134, euro 12,70) di Fabio Belli e Marco Piccinelli, già autori per la stessa casa editrice dell’evocativo Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista. Le sorti dell’Union si intrecciano con la spietata repressione del dissenso dal momento che la Stasi aveva deciso che a Berlino Est non ci potesse essere altra squadra all’infuori della Dinamo. 
Era questo il club prescelto da Erich Mielke, il direttore dell’apparato che controllava in maniera capillare la vita di tutti i cittadini. La Dinamo Berlino vinse dieci titoli di fila in Oberliga (la lega calcistica della Ddr) dal 1979 al 1988: la Stasi si incaricava di indirizzare gli arbitraggi, intimidire gli avversari e accaparrarsi i migliori talenti invitandoli “caldamente” a vestire la casacca bordeaux della Dinamo. Pur subendo torti e ingiustizie l’Union continuò a resistere, diventando la squadra della dissidenza. Lo stadio si trasformò in una zona franca per sfogare la propria ribellione al regime. 
La pagina di «Avvenire»
di ieri 23/09/2022

Dagli spalti piovevano cori espliciti: «Preferisco essere un perdente, che un maiale della Stasi!» o «Il Muro deve andarsene». 

Tifare Union significava mettere a repentaglio la propria vita perché come ha spiegato qualche anno fa la rivista berlinese Eulenspiegel: «Non ogni tifoso dell’Union era nemico dello Stato, ma ogni nemico dello Stato era tifoso dell’Union». Condannati a un destino calcistico marginale ma sempre fieri a tal punto da meritarsi il soprannome di Eisernen “gli uomini di ferro”, richiamo anche alle origini popolari della squadra che all’inizio schierava per lo più figli di operai. Dal suo ufficio Mielke monitorava il dissenso che partiva dalla Curva dell’Union e continuava a spianare la strada alla Dinamo.
Nel 1986 un agente della Stasi nei panni di arbitro assegnò quello che passerà tristemente alla storia come “il rigore della vergogna”: il penalty che al 94’ permise alla Dinamo di battere la squadra di casa della Lokomotive Lipsia e strappare l’ennesimo titolo con l’inganno.
I giocatori della Dinamo godevano di un trattamento privilegiato: percepivano uno stipendio cinque volte superiore rispetto alla media di un giocatore tedesco orientale e potevano risiedere in case considerate di lusso. Ma la Stasi non si fidava neppure dei suoi stessi tifosi: lo stadio della Dinamo aveva una capienza limitata e poiché si trovava molto vicino al Muro c’era un presidio fisso di militari a vigilare sulle diserzioni. 
 Nel 1979 la stella Lutz Eigendorf, il “Beckenbauer del-l’Est”, riuscì a scappare a Ovest ma pagò a caro prezzo la sua fuga quattro anni più tardi: perse la vita in un incidente stradale che poi si scoprì indotto dalla Stasi. Alla caduta del Muro cambiò tutto. Ciò che è rimasto immutato è l’attaccamento viscerale dei supporters dell’Union. Un legame letteralmente di “sangue” visto che una volta per salvare la società dal fallimento hanno lanciato l’iniziativa «Blut für Union», “sangue per l’Union”: i tifosi sono andati a versare il sangue a pagamento negli ospedali cittadini, destinando il ricavato alle casse della squadra. Nessuno rimase con le mani in mani nemmeno quando nel 2008 lo storico stadio “An der Alten Försterei” aveva un disperato bisogno di essere ristrutturato e la società non aveva fondi. Molti si tassarono, quelli che invece avevano esperienza nel campo edile si offrirono di lavorare gratis. Accorsero in più di 2 mila e misero insieme 140 mila ore di lavoro decisive per completare l’opera e permettere al club di risparmiare almeno 2 milioni di euro.
Oggi parliamo di uno dei primi stadi europei che è parzialmente di proprietà dei tifosi. 
A riprova dello spirito comunitario che anima l’Union anche l’incredibile iniziativa del 2014 in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile. I tifosi organizzarono la «Wm-Wohnzimmer» (“il salotto dei mondiali”). Chi voleva poteva portarsi un divano da casa e vedersi la partita su un maxischermo insieme con gli altri. Per la finale i divanetti sparsi nel campo di gioco erano più di 800. E momenti di festa si ripetono spesso durante l’anno e a ogni Natale. Sono queste le gioie maggiori di un club che ha vissuto tante retrocessioni potendo vantare solo la Coppa del 1968. Pochi i momenti di gloria: come nel 2000 il miracolo della qualificazione alla Coppa Uefa quando ancora militava in Serie C. Adesso i rivali sono quelli dell’Hertha, la storica squadra di Berlino Ovest. Il derby con la Dinamo della Stasi non c’è più. Ma il passato non si dimentica. E così dopo anni di buio, spie e cimici nascoste persino nei borsoni dei giocatori, si godono un primato tanto bello quanto inatteso alla luce del sole. Ieri fischiavano la Stasi. Oggi senza correre rischi possono continuare a cantare in curva l’insopprimibile bisogno di libertà che il regime voleva estirpare.
Antonio Giuliano (pubblicato da «Avvenire» del 23/09/2022)
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Matteo Renzi, ovvero: la versione più aggressiva del bonapartismo

Posted on 2022/09/12 by carmocippinelli

Tutte le politiche, le scelte messe in atto da Renzi sono  state strutturate dal carattere antioperaio e reazionario delle stesse. Il proponimento è sempre stato il medesimo. Renzi non aveva alcun principio politico, tanto che in un’intervista rilasciata al Foglio, quando si definiva rottamatore del Pd assieme a Civati, si dichiarò «liberista di sinistra», andando così a spaziare dal “mastellismo”, alla socialdemocrazia europea sino a giungere al liberalismo.  Questo almeno rimanendo nell’ambito del formale, in realtà – ovvero nella sostanza delle cose – ha sempre rappresentato il bonapartismo fatto e finito con ben poco rispetto per il dissenso e prono alle politiche di Confindustria.
La politica di Renzi, quando era Presidente del consiglio, ha rappresentato un approdo per quello che non è riuscito a Berlusconi, Bossi e Fini per oltre un decennio, ovvero: la libertà di licenziare da parte dei padroni (questo è, nei fatti, il “Jobs Act”). 

Il renzismo parla(va) “d’innovazione”, di “nuovi tempi” come se Renzi stesso avesse compreso e conoscesse le dinamiche storiche del mondo del lavoro, dello sfruttamento capitalistico ma la verità è esattamente capovolta, Renzi è molto ancorato, più di quanto voglia far apparire, al passato e alle logiche di potere. 

È bene portare alla mente quando Renzi, durante il dibattito referendario cui seguì la promessa di abbandono della scena politica in caso di sconfitta (proponimento poi disatteso), diceva pervicacemente: «Con noi c’è una maggioranza silenziosa», un richiamo al potere reazionario e democristiano non a caso. La Riforma Renzi-Boschi, profondamente lesiva per gli spazi democratici, nei fatti era solo la declinazione più becera del progetto bonapartista: quello dell’uomo solo al comando. 

La legge elettorale “Italicum” d’altronde aveva delle preoccupanti similitudini con la legge Acerbo fatta approvare da Mussolini nel 1923. Una legge che elargiva a chi raggiungesse il 25% dei voti validi i due terzi dei seggi alla Camera dei Deputati (il Senato era di nomina regia). 

Con l’aiuto di questa legge, Mussolini prese il controllo della Camera: legge che fece accelerare la formazione dello Stato totalitario.
Ora, alla luce del fatto che le elezioni del 25 settembre 2022 (convocate in neanche due mesi e che vanno a configurarsi all’interno di un quadro del tutto privo di libertà democratica e di partecipazione reale e concreta da parte dei soggetti che vorrebbero concorrere e dare un contributo non già alla Rivoluzione ma allo stato borghese) rappresentano la prima tornata con il numero ridotto di parlamentari a seguito della vittoria referendaria sul “taglio dei costi della politica“, andrebbe ricordato che Renzi sventolò il medesimo scalpo.
Per indorare la pillola circa il referendum da lui proposto e da egli stesso personalizzato a tal punto da vedere in quel momento di consultazione elettorale uno spartiacque della propria vita politica, nei confronti del mondo del lavoro sventolò la riduzione dei costi della politica, a favore di una totale controriforma, come avrebbero fatto in seguito i grillini. In un colpo solo ci sarebbe stata: l’abolizione del Senato e del Cnel, dunque la collettività avrebbe risparmiato gli stipendi dei senatori e altri “annessi e connessi” relativi al Cnel. 

È vero che ci sarebbe stato un risparmio a seguito del taglio di 200 senatori, ma si sarebbe trattato di pochi spiccioli (50 milioni l’anno e non 500 come sbandierato da renziani). Così come è valso per il referendum promosso dal Movimento 5 Stelle qualche anno dopo: se si avesse davvero voluto tagliare “i costi della politica”, si sarebbe dovuto andare a colpire il salario dei parlamentari.
In sintesi: non un taglio del numero ma una sforbiciata ai loro stipendi ed emolumenti: retribuzione massima di 2000 euro per tutti gli eletti  e non ridurre gli spazi democratici di rappresentanza, così come andrà a comporsi il parlamento del 26 settembre 2022. 

Insomma la politica di Renzi era ed è anche la linfa funzionale dell’aggressione sociale ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici, alla dissoluzione progressiva dei loro diritti, delle conquiste e delle rappresentanze a vantaggio dei profitti dei pochi e delle restrizioni UE.
Senza contare il balbettio istituzionale sul DDL Zan che vide Renzi pronto a mediare con la destra (cioè gli amici di Orban) e al dileguarsi al momento del voto: la tipica mossa renziana degli ultimi anni che nasconde la mano che ha lanciato il sasso, proverbialmente parlando. 

Il mondo del lavoro non ha nulla a che fare con questa politica atta a comprimere tutti i suoi interessi economici e sociali.
La strada della sinistra è altra: dobbiamo avere come perno, come rivendicazione centrale, la cancellazione delle leggi antioperaie realizzate in questo trentennio a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola (cosiddetta). Una strada (e una rivendicazione) che ponga come base del conflitto sociale le ragioni di classe del lavoro, contro ogni subordinazione alla borghesia; che rivendichi il diritto alla piena rappresentanza proporzionale di queste ragioni, contro ogni mercimonio alla governabilità del sistema.

È la prospettiva, dei consigli, della democrazia socialista.

Eugenio Gemmo

Marco Piccinelli

Articolo pubblicato sul blog: Trotskysmo – Quarta internazionale: https://www.quartainternazionale.it/2022/09/12/matteo-renzi-ovvero-la-versione-piu-aggressiva-del-bonapartismo/

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Malagrotta burns

Posted on 2022/06/20 by carmocippinelli

 Roma brucia, o meglio: brucia l’immondizia della Capitale producendo una coltre di fumo altissima per cui il Sindaco Roberto Gualtieri ha imposto un’ordinanza restrittiva emergenziale. Da ieri [17 giugno 2022] sono state imposte altre 48 ore di emergenza, prorogando le altrettante già emesse a ridosso dell’incendio: sospensione delle attività didattiche, educative, sportive, così come delle scuole dell’infanzia e dei centri estivi; divieto di pascolo e di consumazione di alimenti nell’area interessata (per un raggio di 6km dal luogo).

Il fatto
La cronaca risulta essere impietosa, le agenzie stampa monitorano la questione incessantemente, tuttavia di fronte a quel che viene riportato non c’è molta positività da trarre: «da tre a sei mesi per accertare le cause dell’incendio, tempi che la Procura di Roma ha stabilito nella maxiconsulenza affidata ai carabinieri del Noe per accertare le cause dell’incendio avvenuto» nella discarica di Malagrotta, impianto già sottoposto in stato di amministrazione giudiziaria. A riportarlo è l’agenzia Ansa, e ancora: «dopo mercoledì [15 giugno 2022 n.d.r.] i valori delle diossine sono molto alti ma nei limiti indicati dall’Oms pur evidenziando la presenza di una ‘fonte di emissione’».

5mila tonnellate di ‘monnezza’ al giorno
Il Tmb (Trattamento meccanico biologico) di Malagrotta raccoglie circa 5.000 tonnellate di rifiuti a settimana, al momento immediatamente antecedente l’incendio lavorava circa 900 tonnellate al giorno, per cui Gualtieri ha chiesto il supporto della società Rida Ambiente di Aprilia: l’accordo si è assestato sulla ricezione di 750 tonnellate di rifiuti al giorno. Stando alle parole di Gualtieri, intervistato da «Repubblica», per Roma si prospetta il seguente scenario: «Dobbiamo realizzare gli impianti di cui si ha bisogno tra cui due biodigestori anaerobici, un termovalorizzatore e tutti gli altri impianti necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti all’insegna della sostenibilità, della legalità, della trasparenza».

Termovalorizzatori e propaganda
Al di là della sloganistica verbale prodotta anche – e soprattutto – a seguito di un evento catastrofico, la considerazione su cui si deve porre l’accento è completamente opposta. Perlomeno ad avviso di chi scrive.
Ama, la municipalizzata che gestisce il ciclo dei rifiuti (e non solo) a Roma, è una società per azioni (da cui dipendono un dedalo di società) che detiene anche il 51% di Roma Multiservizi spa. Una struttura, quella relativa ad Ama, che fa in modo di mantenere la forma del controllo totale (100%) della quotazione pubblica da parte di Roma Capitale ma le cui mansioni sono strutturate e divise tra società in liquidazione, private o a partecipazione pubblico-privata. In altre parole: un ginepraio di competenze che genera incompetenze, disservizi e problematiche enormi per la città e chi la abita.

Ama è già privata
A livello di impianti, Ama gestisce il 20% dei rifiuti di Roma: il ritiro degli ingombranti su richiesta, alcuni settori della differenziata, così come gli stessi impianti, sono appaltati a società che lavorano per conto della municipalizzata. Nei fatti, Ama è privata.
Questa situazione, però, vede dissolversi volontariamente nelle considerazioni prodotte dalla politica romana e nazionale. Ecco tornare sulla cresta dell’onda le dichiarazioni riguardanti le necessità di un termovalorizzatore, tanto da parte di Gualtieri, quanto da parte delle altre forze politiche liberal-democratiche come Azione/Calenda (già candidato sindaco, già Ministro) che torna a battere sul termovalorizzatore. La situazione fotografa, boutades a parte dell’attuale amministrazione e di chi voleva prenderne il posto di Primo Cittadino, una impietosa parcellizzazione di competenze: quasi l’80% della gestione dei rifiuti di Roma è in mano ai privati e se l’amministrazione lascia un vuoto tale, il privato lo “riempie” con estrema facilità, avvalendosi pure del supporto del pubblico, cui non par vero di dare in appalto “questioni spinose” che potrebbero incidere sulla tenuta politica e sulle elezioni future.

Nihil novi sub sole
Verrebbe quasi da dire che ‘siamo alle solite’: l’Ama deve concludere il ciclo dei rifiuti non appaltando, o cedendo a soggetti privati, parti della gestione (specie quella terminale) che può far arrivare dei soldi nelle casse pubbliche. Privatizzazione è in totale assonanza con: disservizi, precarietà, licenziamenti, così come la parcellizzazione dei rami d’azienda significa confusione di competenze, impossibilità di fornire un servizio univoco e responsabile.
Più che ai termovalorizzatori a cui tende la quasi totalità della politica nazional-capitolina, servirebbe un controllo meticoloso del ciclo dei rifiuti affidandolo ad una società realmente pubblica posta sotto il controllo dell’amministrazione sotto il controllo dei lavoratori; assumere personale per avere un’irrorazione del servizio più capillare opponendosi alla logica dei tagli per cui si affidano le mansioni “razionalizzate” ad altri lavoratori pagati meno, appartenenti a società terze e così via.
Ma sappiamo già che quanto scritto verrà ignorato e aprioristicamente considerato come anacronistico.

Pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7253

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