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Categoria: polpettoni

Classe digerente [o “fegati dirigenti”]

Posted on 2023/04/28 by carmocippinelli

In un’appassionata discussione, quanto pigramente sopportata dalla maggioranza dei presenti, relativa alla somma di fondi che andrebbero elargiti tramite l’approvazione di progetti e voci di spesa in ambito dell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), a un certo punto prende la parola un collega. 

Uno di quelli giusti, uno di quelli che ai lavoratori ci tiene “nonostante il sindacato”, confederale ça va sans dire. Uno di quelli ‘militanti’ che distribuisce la stampa della propria organizzazione con pedissequa abnegazione e ossequioso rispetto di strutture gerarchicamente settarie ma all’apparenza perfettamente ben oliate nell’organizzazione.

Prende il microfono. Ringrazia i presenti per il dibattito, come ad attribuirsi capacità di sintesi a seguito delle sue parole e in forza di esse.
Dice che di quanto detto fino ad ora, riguardo cifre e voci di spesa, non ci ha capito nulla ma che sa benissimo una cosa: “la tecnologia si domina”. L’uomo è in grado di farlo, manifestando una invidiabile fiducia più che positivista.
Dice che gli studenti che forma la scuola secondaria di secondo grado sono “forza lavoro” e che fuori dalle mura scolastiche “andranno comunque a lavorare e faranno arricchire altri” ma che “è un’altra storia e si aprirebbe un capitolo troppo lungo”.
Dice anche che, in fondo, tutta questa verve passatista non la capisce: “non amo molto Pasolini e quello che diceva sul passato era sbagliato”. Non bisogna rimpiangere per epoche che ci si è lasciati alle spalle da almeno un quindicennio o più; peggio ancora se il passatismo è rivolto ad epoche non conosciute, rimpiangendone esoticamente (o letterariamente) i fasti o quel-che-fu. 

Insomma: i ragazzi forza lavoro. Alla malora chi pensa che l’istruzione serva davvero a qualcosa, che possa essere e rappresentare un percorso di crescita per migliaia di ragazzi, di sviluppo della consapevolezza di sé, dello spirito critico e – scusate se è poco – per imparare quel che precedentemente non era conosciuto. 

E menomale che è uno di quelli che si dichiara pervicacemente marxista e che, nella sua organizzazione gerarchica, ne rappresenta anche un dirigente di primo piano.

Classe digerente, più che dirigente.

Poveri noi.
(E poveri figli).

L’immagine a corredo dell’articolo rappresenta l’Hotel Uzbekistan di Tashkent.

Posted in edizionilc, filosofia, periferia, pnrr, polpettoni, Roma, storiaTagged edizionilc, filosofia, periferia, pnrr, polpettoni, Roma, storia2 Comments

Liceo del Made in Italy, un progetto nato per il compiacimento di un capitalismo agonizzante

Posted on 2023/04/18 by carmocippinelli
Che le parole di Giorgia Meloni sul liceo Made in Italy siano state una boutade lo hanno pensato in tanti. Che, però, ci fosse un disegno di legge delega depositato al Senato della Repubblica il 25 gennaio di quest’anno in pochi lo sapevano (qui il testo completo). Il documento è stato presentato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo: 

«L’obiettivo – ha spiegato Bucalo all’ANSA il 3 aprile subito dopo la dichiarazione di Meloni al Vinitaly – è creare figure specialistiche che permettano di avere un patrimonio culturale sia in campo giuridico che tecnico per avere professionisti altamente specializzati. Quello attuale è un mercato sempre più in evoluzione, risentiamo dell’agguerrita concorrenza della Cina e dobbiamo salvaguardare le piccole imprese e tutelare i prodotti del Made in Italy».

Una caratterizzazione linguistica inglese che va a compiacere la percezione che ha dell’Italia un capitalismo agonizzante ma a cui il governo tiene tantissimo. Alla faccia della cultura e della tradizione. 

«Abbiamo percorsi di studio molto lunghi e il mondo del lavoro richiede invece una formazione che si adatti velocemente ai cambiamenti che richiede il mercato» ha proseguito Carmela Bucalo nell’intervista rilasciata all’agenzia ANSA. 

L’ottica “mercatista” in cui si muoverebbe l’esecutivo per creare questo nuovo indirizzo di studi fornisce,  qualora ce ne fosse ancora il bisogno, l’immagine chiara dell’indirizzo del capitalismo nazionale riguardo la scuola e l’istruzione: formare giovani non si traduce nell’abituarli ad un lavoro di crescita e di critica, di approfondimento e di formazione del senso critico bensì progettare “unità di produzione” da poter impiegare nel mondo del lavoro (mercato, pardon) nel più breve tempo possibile. 
La scuola diventerebbe, così, una sorta di “grande parcheggio in attesa del diploma” che sarà poi il vettore per poter accedere ad un mercato del lavoro in cui è sempre più ossessivamente (e spesso strumentalmente) richiesta professionalità e competenza certificata (da enti privati e che costano un sacco di soldi).
Se non la si ha, può andar bene la condizione semi-schiavile dei lavoratori agricoli o della ristorazione. A proposito di made in Italy. Reiterando, o giocando a farlo, il ritornello per cui una scuola ad indirizzo tecnico porti in dote più sbocchi lavorativi agli studenti di un liceo classico. Inutile, peraltro, l’indirizzo umanistico, per costoro. “Storia, filosofia, latino e greco: jamais!”.

Una sorta di bicefalismo, quello riservato al Made in Italy che farebbe bene solo a chi può trarre profitto di manodopera a basso costo e non certo a studentesse e studenti che si approcciano ad un percorso di studi in età adolescenziale. 
Nel testo si parla di incremento dello studio della geografia (dopo che i governi di centrodestra – col placet del centrosinistra – abbiano prodotto quel mostro a tre teste di Geostoria), di implementazione del Pcto (dopo i casi di morti nel percorso di alternanza scuola-lavoro e dopo le denunce di sfruttamento per lavori con turni senza stipendio nella settimana di Asl).
E poi, il mio preferito, il riferimento al “colmare il vuoto che c’era nell’offerta scolastica italiana”. 
La fragolina di bosco sulla torta mimosa colma di menzogne. 

Per chi ha stomaco forte, di seguito si inseriscono stralci dal Ddl sul progetto del “liceo del made in Italy”, ricordando che il testo completo è alla terza riga del post:

 
Occorre puntare su studi quali la storia dell’arte, base della coscienza del nostro passato artistico,
puntando con sguardo critico alla geografia, in particolare economica della nostra Italia, per la
cognizione dei comparti produttivi e per le zone di provenienza.
La carenza strutturale di competitività e i cambiamenti radicali nelle attività politiche ed economiche
globali, dovuti al fatto che le Nazioni emergenti stanno offrendo importanti opportunità di sviluppo e,
in alcuni casi, performance al di fuori del normale, hanno sollevato una significativa preoccupazione
circa la capacità dell’economia italiana di mantenere e conquistare un posizionamento significativo nello scenario globale del terzo millennio. Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
 
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro 
nello scenario globale del terzo millennio.

[…]

Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro. […]
Posted in agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuolaTagged agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuola

Ingloriose parabole: ‘il Riformista’ cede la direzione a Matteo Renzi (che non è neanche giornalista)

Posted on 2023/04/05 by carmocippinelli
Nella giornata del 5 aprile [2023] è stato annunciato il passaggio di consegne riguardo la direzione del quotidiano ‘il Riformista’. 
Il direttore Piero Sansonetti cede il passo (e il posto) a Matteo Renzi, senatore della Repubblica del gruppo Azione-ItaliaViva-RenewEurope, segretario di Italia Viva, conferenziere, già segretario del partito democratico. Direttore sebbene non sia giornalista, requisito fondamentale per essere a capo di una testata, logicamente e normativamente parlando. Rispondendo alle domande della conferenza stampa (in particolare a quella postagli da Daniela Preziosi del ‘Domani’), Renzi ha precisato [1] come non abbia firmato alcun contratto. Il passaggio sembra essere dovuto in quanto Sansonetti sarà alla guida de ‘l’Unità’, acquisita dal medesimo gruppo editoriale che cura la pubblicazione del ‘Riformista’ (Romeo Edizioni) e di prossima pubblicazione. 
Ma andiamo con ordine.

Ottobre 2002. Il governo Berlusconi II è in carica da poco più di un anno e vi rimarrà fino al 2005, quando – rassegnate le dimissioni a causa della sconfitta alle regionali cui seguirono gli “addii” di Alleanza nazionale, Udc e Nuovo Psi – l’ex Cavaliere del lavoro riceverà l’incarico dal Presidente della Repubblica per la formazione del Berlusconi III.

Al Governo c’è Gianfranco Fini in qualità di vice di Berlusconi; ci sono Umberto Bossi e Roberto Calderoli come ministri alle “Riforme istituzionali e alla devoluzione” (quando la Lega era ancora nord); all’istruzione c’è la Moratti, al lavoro Roberto Maroni e alle Politiche agricole e forestali c’è un rampante Gianni Alemanno.
Rifondazione comunista conta 11 deputati e 4 senatori, i Comunisti italiani (Pdci) ne contano 10 a Palazzo Chigi e 2 a Palazzo Madama; la Federazione dei Verdi 8 e 10 [2]. Si parlava di primarie del centrosinistra tra Democratici di Sinistra, Democrazia è Libertà (meglio noto come “La margherita”) e altri soggetti dell’area.

Come nacque
La notte tra il 22 e il 23 ottobre di quell’anno sarebbe andata in stampa la prima copia del quotidiano ‘Il Riformista’ diretto da Antonio Polito, ora editorialista del ‘Corriere della Sera’.

Il 6 ottobre 2022 ‘la Repubblica’ raccontava di una serata mondana nell’isola di Capri in cui si facevano proselitismi e pubbliche relazioni per il futuro quotidiano:

«Claudio Velardi, consigliere di Massimo D’ Alema quando il presidente dei Ds era premier, caprese d’ adozione, passeggiava ieri mattina tra gli industriali nei giardini del Grande Albergo Quisisana. Mentre tutti indossavano l’ abito grigio, Velardi vestiva «casual», con uno zucchetto azzurro sulla testa. “Sono qui – ha spiegato – per fare un po’ di pubblicità al Riformista”, ovvero il quotidiano (uscirà a fine ottobre, direttore Antonio Polito) voluto da Velardi che ha messo insieme un gruppo di imprenditori finanziatori» [3].

Il quotidiano traeva ispirazione dal ‘Foglio’ diretto da Giuliano Ferrara, per ammissione dei suoi stessi fondatori [4]: l’impostazione culturale era intelligibile già dalla denominazione della pubblicazione, cioè a metà tra un riformismo liberale e un liberalismo in senso stretto. La pubblicazione formalmente era legata al mensile ‘Le ragioni del socialismo’ di Emanuele Macaluso fino al 2006 (ma questo lo vedremo più avanti).

Neanche un mese e ‘il Riformista’ è già in festa: 

«Gran festa, ieri sera, a Palazzo Ferraioli (giusto di fronte Palazzo Chigi) con i proprietari e i redattori del quotidiano ‘il Riformista’, nato appena due mesi fa e diretto da Antonio Polito, che hanno voluto porgere gli auguri di Natale a politici e imprenditori, a personaggi del mondo dell’informazione e dello spettacolo. Le signore in bito lungo e un’orchestrina di strada in frac, mentre Gianfranco Vissani, cuoco preferito dall’ex premier Massimo D’Alema (atteso con ansia), annunciando squisite paste e fagioli, ordinava che fossero affettate mortadelle e porchette. Quando sono arrivati i colleghi del ‘Foglio’, il giornale che ha ispirato la fondazione del ‘Riformista’ [5], abbracci e brindisi»[6].

Tra le firme che popolavano l’iniziale avventura di quel quotidiano, oltre a Stefano Cappellini e Roberto Mania, figurava Lucia Annunziata. Col passare degli anni, vicedirettore fu anche Oscar Giannino e tra gli editorialisti comparirà “un certo” Pierre Moscovici [7].

La prima pagina del
primo numero del quotidiano.
Il link da cui è stata tratta è
di un utente che ha messo in
vendita la copia su eBay.

Giornale di nicchia, fu certamente di parte (come già detto) ma di una parte molto trasversale e difficilmente “incasellabile” nei settori del centrodestra berlusconiano o del centrosinistra ulivista. Pendeva, come il treno Roma-Ancona, una volta da un lato, una volta dall’altro, così tanto che Pasquale Laurito, direttore dell’agenzia ‘Velina rossa’, un giorno di novembre di quello stesso anno se la prese con il direttore Polito per delle accuse che il quotidiano da egli diretto aveva rivolto nei confronti di D’Alema [8] per mancato dialogo con la maggioranza di Governo riguardo la giustizia. «Qualche volta può essere anche antiberlusconiano» [9], scriveva Laurito a mo’ di invito nei confronti della direzione del quotidiano.

Polito rimane in carica fino al 2006, quando Giampaolo Angelucci acquista tutte le quote del fondatore Velardi (51% Velardi e 49% gruppo Tosinvest) rilevandone la proprietà. Poi un avvicendarsi di questioni che portano la testata ad essere diretta da Macaluso e a renderla organica all’associazione sopra citata. Nel 2008 Polito torna a dirigere il quotidiano, ma vi rimane poco in carica, giusto il tempo di coinvolgere Diego Bianchi (Zoro) per una rubrica: “La posta di Zoro”. Allora Bianchi era un blogger e cosmonauta di Youtube (memorabili alcune puntate di “Tolleranza Zoro”):

«Con la posta di Zoro, comincia da oggi [20 giugno 2008] la sua collaborazione con ‘il Riformista’ Diego Bianchi, uno dei più seguiti blogger italiani. Come è finito a scrivere sul ‘Riformista’, lo racconta nel suo primo articolo, oggi in prima pagina. “Una sera mi sono ritrovato in uno studio tv con Polito. Gli ho detto che, secondo me, la gente non capisce cosa significhi la parola ‘riformista’ e che forse anche per questo ‘Il Riformista’ vende poche copie. Dopo la trasmissione mi hanno offerto una rubrica”» [10]. 

È il 2011: il quotidiano vende sempre meno. L’anno successivo interrompe le pubblicazioni.

L’era Sansonetti

«Il presidente della Finanziaria Tosinvest, Giampaolo Angelucci, ha reso noto in un comunicato “l’avvenuta cessione della testata Il Riformista da parte della TMS edizioni S.r.l. (società controllata da Tosinvest). La famiglia Angelucci, nella proprietà della testata dal 2003, augura ai nuovi editori i migliori successi”. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera la testata, ideata nel 2002 da Claudio Velardi e chiusa nel 2012, è stata acquistata dall’imprenditore Alfredo Romeo, a dirigerla andrà Piero Sansonetti, il 20 luglio sarà online e da settembre in edicola» [11].

L’era Sansonetti del quotidiano, che fu diretto da Polito, può (ri)partire. Archiviata la stagione di ‘Liberazione’ (il fu organo di stampa di Rifondazione comunista) e le esperienze di: ‘L’altro’, ‘Gli altri’, ‘il Dubbio’, ‘l’Ora della Calabria’ e ‘Cronache del Garantista’, il nuovo direttore esordisce con una conferenza stampa in cui annuncia la presenza di grandi nomi che lo avrebbero coadiuvato nella vita della testata: Fausto Bertinotti e Roberto Brunetta. Nessuna meraviglia per l’accostamento che un tempo avrebbe potuto essere ossimorico: l’ex segretario di Rifondazione ora è di casa al Meeting di Rimini.

«Il Riformista guarda a un’area di centrosinistra e riformista, appunto, che non vuole essere dominata dalla paura, dall’astio verso gli altri, dalla vergogna della ricchezza» [12], sanciva Sansonetti nel corso della conferenza stampa di presentazione del quotidiano.

Dal ‘Corriere della Sera’ dell’ottobre 2019: 

«Martedì 29 ottobre torna in edicola (e online) il quotidiano il Riformista che negli anni ha fatto parlare di sé sotto le direzioni autorevoli di Antonio Polito, Paolo Franchi, Stefano Cingolani, Stefano Cappellini ed Emanuele Macaluso e che rinasce per iniziativa dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo» [13]. 

Rimane, ad ogni modo, il disegno dell’uomo col cannocchiale nella testata, simbolo del quotidiano.
L’attuale testata del quotidiano

«Indicativa la lista delle firme coinvolte: Tiziana Maiolo, Fabrizio Cicchitto, Stefano Ceccanti, Maria Elena Boschi, Luigi Marattin» [14], condirettrice Deborah Bergamini, parlamentare in quota Forza Italia.

Cose in grande
Un anno dopo il ritorno in edicola del foglio bicolore arancio-nero, viene realizzata un’edizione del lunedì totalmente dedicata all’economia il cui direttore è Renato Brunetta e nella direzione scientifica popolano nomi come Sabino Cassese, Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria e Marco Bentivogli [15].

«Il primo numero avrà 12 pagine e affronterà il tema delle riforme. Di quelle che non vengono fatte e di quelle che vanno fatte. Del prezzo che hanno le mancate riforme. Delle condizioni politiche che servono per realizzarle. Ci saranno articoli di intellettuali, giuristi, politici, economisti di diverse opinioni politiche […] diretto da Renato Brunetta nel primo numero scrive una lettera aperta al premier Giuseppe Conte, al quale offre collaborazione e suggerisce di non “ballare da solo”» [16].

Presentazione del ‘Riformista’ del lunedì dedicato all’economia

Passa solo un mese e Brunetta lascia.

«Quando quattro mesi fa l’editore Romeo, che ringrazio, e i direttori Sansonetti e Bergamini mi hanno chiamato per propormi questa sfida, ho detto subito di sì. Ci abbiamo lavorato tutti insieme e abbiamo messo in piedi un piccolo gioiello. Finora sono usciti quattro numeri, che sono costati tanta fatica, e tanta intelligenza. Ho scoperto, però, che questo tipo di attività, già dal mese di giugno per preparare i numeri zero, ha assorbito tutto il mio tempo disponibile, togliendomene anche all’attività politico-parlamentare. Questo non è giusto. Io ho un impegno con i miei elettori, che devo rappresentare al meglio, con tutte le mie energie, fino alla fine del mandato. Pensavo che le due attività fossero compatibili e complementari, mi sono reso conto che questo non è possibile» [17].

Due anni dopo andrà via anche da Forza Italia dopo esserne stato figura di spicco e dirigente del partito, nonché più volte ministro.

Matteo Renzi direttore (anche se non è giornalista)
Nella giornata del 5 aprile viene ufficializzato il passaggio nella direzione del ‘Riformista’ in una conferenza stampa alla presenza dell’attuale direttore Piero Sansonetti, di quello futuro (nonché senatore della Repubblica e conferenziere in giro per il mondo) Matteo Renzi, dell’editore Alfredo Romeo [18].
Secondo Sansonetti: «Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con ‘L’Unità’ e ‘Il Riformista’. L’idea di Renzi è stata geniale» [19], ha dichiarato nel corso della conferenza stampa tenutasi presso la Sala Stampa Estera.
Chi pensava a un imminente addio alla politica, come aveva affermato Renzi stesso all’indomani dalla sconfitta del referendum quando era Primo Ministro, ha evidentemente frainteso il messaggio.

Mikebongiornianamente Renzi non lascia: raddoppia e assume una carica che, vien da pensare, sarà ritagliata precisamente per lui, non essendo iscritto all’Ordine dei giornalisti ma essendo stato appena designato come tale.

Apprezzamenti giungono anche dal fondatore del “primo” ‘Riformista’ Claudio Velardi:

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!» [20].

Si parlerà di tutto perché sarà un “quotidiano riformista nel vero senso della parola” ma non dei processi del futuro direttore:

«Saremo più moderati, non faremo ‘titoli sobri’ come Sansonetti… L’attenzione che il ‘Riformista’ darà al mio processo, Open, sarà molto scarsa. Non so se saremo all’altezza del ‘Riformista’ di Sansonetti nell’affermazione della cultura garantista».

La parabola del ‘Riformista’ parrebbe rientrare pienamente in una di quelle che si studiavano sui banchi di scuola: discendenti. In questo caso anche piuttosto ingloriose. Così come quella di un quotidiano diretto da un non-direttore. Perfetto per una non-informazione. 

 

Note:

1 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
2 Verdi e Pdci si presentarono nelle liste dell’Ulivo in tutti i collegi del Senato della Repubblica. Alla Camera, invece, il Pdci si sfilò dalla lista comune Verdi e Socialisti democratici italiani “Il Girasole” e corse in alleanza del centrosinistra ma fuori dalla “bicicletta” tra ‘sole-che-ride’ e Sdi.
3 Ottavio Ragione, E Velardi fa pubbliche relazioni, 6 ottobre 2002, «la Repubblica».
4 Macaluso fu poi articolista di spicco del quotidiano diretto da Ferrara.
5 Curiosità: sul sito web, archiviato dal repository “Web archive”, la testata è denominata “Il nuovo Riformista”, sebbene venga citato – ed è stato registrato – con il nome “Il Riformista”.
6 Redazione, Il Riformista in festa, brindisi con i «rivali» del Foglio, 19 dicembre 2002, «Corriere della Sera».
7 Ministro dell’economia e delle finanze in Francia dal 2012 al 2014, responsabile della campagna elettorale di François Hollande (Parti Socialiste). Nel 2014 viene indicato come Commissario europeo per gli affari economici e monetari della Commissione Europea retta da Jean-Claude Juncker.
8 Interessante, a tal proposito, il retroscena di Maria Teresa Meli del 27 aprile 2008. Recita lo strillo in prima pagina: «Walter, il Riformista e le manovre nel Pd»: «Smussare gli angoli, minimizzare, addirittura far finta di niente. Finora di fronte a una critica rivoltagli tra le pareti domestiche del centrosinistra, Walter Veltroni ha sempre seguito questa linea di condotta. Ma ieri sull’Unità ha attaccato il Riformista, quotidiano in odor di dalemismo».
9 Redazione, Velina rossa e il Riformista «duello» su D’Alema, 22 novembre 2002, «Corriere della Sera».
10 Il blog di Zoro diegobianchi.com purtroppo non è più visibile, tuttavia sul repository “Web archive” sono contenuti vari fotogrammi e articoli (tra cui molti della rubrica sul Riformista) da egli scritti.
11 Redazione, Tosinvest cede il Riformista, 9 luglio 2019, «Prima Comunicazione online».
12 Redazione, Torna “Il Riformista”. Lo dirigerà Piero Sansonetti, 5 luglio 2019, «Huffington Post».
13 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
14 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
15 Riccardo Amati, Dal 21 settembre in edicola ogni lunedì Il Riformista Economia, 10settembre 2020, «il Riformista».
16 Redazione, Arriva Il Riformista Economia, da oggi in edicola, 19 settembre 2020, «il Riformista».
17 Renato Brunetta, Perché lascio la direzione del Riformista Economia, 13 ottobre 2020, «il Riformista».
18 «Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista», ha dichiarato Alfredo Romeo nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore Matteo Renzi il 5 aprile 2023.
19 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
20 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

Tutte le foto inserite nello scritto sono di proprietà del sito del quotidiano ‘il Riformista’ e da lì sono state tratte (a cui si viene rimandati se vi si clicca).

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L’articolo sulle fettuccine di Alfredo di Lelio “vola” a New York!

Posted on 2023/03/16 by carmocippinelli

Sembra uno scherzo e invece non lo è. L’articolo che ho pubblicato martedì 1 febbraio sulla storia delle “fettuccine” di Alfredo di Lelio, è stato pubblicato il 15 marzo sul quotidiano bilingue «La voce di New York».
E la cosa bella è che è tutto vero!

L’articolo è disponibile a questo link: https://lavocedinewyork.com/food/2023/03/15/388518/

Per lungo tempo in Italia si è pensato che le “fettuccine Alfredo” fossero italo-americane e nulla avessero a che fare con la genuina cucina italiana essendo frutto di travisamenti. Al piatto negli USA è stata addirittura dedicata una giornata: il 7 febbraio è il “National Fettuccine Alfredo day”.

Non è così: le fettuccine Alfredo erano e sono tipicamente italiane. Anzi, romane: nate dall’intuizione del ristoratore Alfredo Di Lelio nel 1908. Al 104 di Via della Scrofa a Roma, il nostro aveva aperto una piccolissima trattoria. Due ingredienti, doppio burro e parmigiano, e una mantecatura a dovere, le fettuccine divennero il piatto forte del locale. Vuole la storia che Di Lelio le propose per la prima volta alla moglie che soffriva d’inappetenza a seguito della nascita del figlio (Armando, ma per tutti Alfredo II). Ines, la moglie del ristoratore, ne rimase estasiata e suggerì al baffuto marito di inserirle nel menù.

Da quel momento il nome di Alfredo venne associato alle fettuccine, tanto che durante la seconda guerra mondiale persino il quotidiano di Milano («Corriere della Sera») dava conto ai propri lettori della riapertura al pubblico del locale:

«Il re delle fettuccine, Alfredo alla Scrofa, Roma, annunzia alla sua eletta clientela milanese che oggi 5 sett. [1937] riapre il suo ristorante con le sempre maestose fettuccine al doppio burro e i suoi insuperabili filetti di tacchino all’Alfredo».

In ventinove anni, da quel 1908 in cui tutto iniziò, la fama della trattoria al 104 di Via della Scrofa era già andata ben oltre la Capitale, evidentemente. Nello stesso periodo, più precisamente durante l’occupazione nazista d’Italia e della città di Roma, il locale subì una chiusura di tre mesi «per infrazioni annonarie», come riporta il quotidiano fascista «Giornale d’Italia» del 25 marzo 1944:

«È stata disposta la chiusura per mesi tre dei sottonotati esercizi di trattoria, sorpresi a somministrare pietanze prelibate, in contrasto con le vigenti norme di disciplina annonaria. […] Ristorante Alfredo, in Via della Scrofa, gestito da Mozzetti Giuseppe».

Un’altra testimonianza di quel periodo l’ha fornita Filippo Ceccarelli nel 2019 pubblicando sul quotidiano «La Repubblica» uno stralcio del “Ghiottone Errante” di Paolo Monelli (1935):

« “Compare il trattore, baffi e pancetta da domatore, impugnando posate d’oro; e si avvicina al piatto delle fettuccine. La musica tace, dopo un rullìo ammonitore che ha fatto ammutolire anche i clienti in giro. Il trattore sente intorno a sé un’aureola di sguardi. Alza la forchetta e cucchiaio in cielo, come per propiziarselo; poi li tuffa nelle paste, le sommuove con un moto rapido, matematico, il capo inclinato, il respiro trattenuto, il mignolo sospeso. Due camerieri, impalati, assistono sul soglio. Pesa intorno il silenzio. Finché la musica scoppia in allegro brio, il trattore ripartisce le porzioni, poi va a riporre le posate d’oro e scompare”. Riaccese le luci, Alfredo ricompariva tra gli applausi. Gli americani letteralmente impazzivano».

Posate d’oro che, stando a quanto raccontava lo stesso Di Lelio, gli erano state regalate da Douglas Fairbanks e Mary Pickford in quegli anni.

Deliziosa la testimonianza che Paul Hofmann affida al «New York Times» il 1 novembre 1981, raccontando l’epifania di un suo amico con le “fettuccine Alfredo” in una Roma di metà anni ‘40 e in un’Italia uscita devastata dalla seconda guerra mondiale:

«Ricordo di aver portato un amico britannico da “Alfredo” a metà degli anni ’40, quando a Londra il cibo era ancora scarso e scialbo e tutti in Europa sembravano piuttosto magri. [Egli] Si tuffò con stupore nelle fettuccine e dopo le prime cucchiaiate mi chiese con un’espressione sconcertata: “Senti, vecchio mio, chi ha davvero vinto la guerra?”. 
Le tagliatelle gialle grondanti di burro erano diventate un simbolo invidiato del “miracolo italiano” della rapida ripresa postbellica. Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo».
Negli anni ‘50 il locale di Via della Scrofa viene venduto, nel ‘59 Alfredo I scompare e tutt’ora il ristorante “Il vero Alfredo” si trova nella sede di Piazza Augusto Imperatore, 30. Ma, come ebbe a dire lo stesso Hofmann nell’articolo:

«A complicare la confusione, ci sono almeno altri due Alfredo a Roma. Le buone fettuccine Alfredo, o fettuccine alla romana, che ormai sono più o meno la stessa cosa, si possono mangiare ogni giorno in almeno 50 ristoranti della città».

Tutt’ora, in effetti, esistono due “Alfredo” a Roma: uno al 30 di Piazza Augusto Imperatore e l’altro al 104 di Via della Scrofa. Entrambi, ovviamente, rivendicano la paternità del piatto e le posate dorate: chi per lignaggio e fama, chi per conoscenza culinaria.

 
 
La foto a corredo dell’articolo è tratta dal medesimo link della pubblicazione su ‘La voce di New York’ e raffigura Alfred Hitchcock con Alfredo di Lelio. La foto appartiene all’agenzia Ansa ©.
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Né Schlein, né Meloni: prima di loro Aglietta (Partito radicale), D’Angeli (Sinistra Critica) ma anche Grazia Francescato (Verdi)

Posted on 2023/02/28 by carmocippinelli

Tra la Presidente del Consiglio dei Ministri e la nuova segretaria del Partito democratico c’è un abisso. Anzi, tre. Si chiamano Adelaide Aglietta, Flavia d’Angeli e Grazia Francescato.

« La sua carriera è stata rapidissima. È entrata nel Movimento per la liberazione della donna (Mld), è diventata segretaria regionale del Piemonte e da settembre è la vicesegretaria del partito. Alle elezioni del 20 giugno è stata la prima non eletta dei candidati radicali». 

Non è il 2023 ma è il 1976: un’altra Italia, un altro contesto politico internazionale e, con tutta evidenza, un’altra morale collettiva. 

Il «Corriere della Sera» di quel giorno, venerdì 5 novembre 1976, pone l’articolo (con foto) al centro di pagina 11: «Adelaide Aglietta è la prima donna segretaria di un partito».

L’articolo è stato scritto da Giovanni Russo e si legge ancora: 

«Prima di diventare radicale aveva sempre votato per il Partito socialista italiano (Psi), ma sempre meno convinta. Durante la battaglia per il referendum, si è avvicinata al partito radicale compiendo non solo una scelta politica ma ache una scelta di vita. Dice: “C’è stata così anche una mia crescita personale”». 

La conferenza stampa di presentazione quel giorno avvenne alla presenza di un contestato ma sempre leader del partito Marco Pannella e del vice segretario Gianfranco Spadaccia che Walter Tobagi avrebbe descritto come “il solito” al congresso dell’anno successivo in merito a una vicenda legata al finanziamento pubblico del gruppo parlamentare (ma non del Partito).

Tornando ai nostri giorni: dalla vittoria alle politiche di Meloni, alla scalata di Schlein, i quotidiani si sono sperticati in lodi tanto nei confronti dell’una quanto dell’altra esponente politica: la prima donna Presidente del consiglio dei ministri e leader di un’organizzazione politica e la prima donna segretaria di un partito di sinistra. 

Come detto prima, dunque, vale la pena ricordare che la primissima segretaria di partito si chiamava Adelaide Aglietta: nel 1976 successe a Gianfranco Spadaccia nella direzione del Partito radicale. All’età di 36 anni e con due figli (guai se allora le si fosse dato della “giovane ragazza” come più volte attribuito a Schlein nel corso dei notiziari televisivi e radiofonici) aveva ricevuto l’onore e l’onere di dirigere il Pr di Marco Pannella: «eletta all’unanimità meno un voto», riporta il pomeridiano «Corriere dell’informazione» del 4 novembre di quell’anno.

E ancora: nel 2008 è il momento di Flavia d’Angeli: portavoce di Sinistra Critica, organizzazione della sinistra trotskysta in vita fino al 2013 e tra le più attive della stagione della balcanizzazione della Rifondazione comunista post bertinottiana [1].
I grandi media avevano già preso ad ignorare le posizioni politiche non-mainstream, dunque di Flavia d’Angeli ci sono solamente dei “francobolli” apparsi su quotidiani nazionali, come quello apparso su «Repubblica» all’indomani delle elezioni del 2008 (quelle della “Sinistra Arcobaleno”): 

«Flavia D’ Angeli candidata premier, Franco Turigliatto capolista al Senato in tutte le regioni. Sinistra Critica, il movimento politico trotzkista, ha deciso di indicare una donna per Palazzo Chigi. La D’Angeli ha 34 anni, è laureata in lettere ed è stata impegnata nei movimenti studenteschi e in quelli anti-globalizzazione. Ha ricoperto l’ incarico di coordinatrice dei giovani di Rifondazione comunista a Genova nel 2001 e al Forum sociale di Firenze nel 2002. Dopo l’uscita di Sinistra critica da Rifondazione si è licenziata dal partito e ora è insegnante precaria di materie umanistiche».

Ancora una
C’è spazio per un’altra donna ancora: si tratta di Grazia Francescato. Eletta portavoce della Federazione dei Verdi durante la fase di transizione del partito, diviso tra il cammino in autonomia e il percorso con Sinistra ecologia libertà [un po’ di articoli su quegli anni, dal 2009 al 2011 e sulle conseguenze che ha avuto in quell’area li trovate qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search?q=Sinistra+ecologia+libert%C3%A0].

«Con trecento voti su 507 delegati, Grazia Francescato è stata eletta
nuovo presidente dei Verdi. Prende il posto, dopo un regno durato sette
anni, di Alfonso Pecoraro Scanio che si era dimesso dopo il disastro del
voto di aprile [Sinistra arcobaleno]. La votazione a scrutinio segreto ha chiuso nei fatti un
congresso pieno di tensioni, attese e che doveva regolare conti in
sospeso». 

È quanto raccontava Claudia Fusani su «Repubblica» il 19 luglio 2008, in cui la giornalista (ora al «Riformista») dava conto dei rispettivi congressi del Partito dei comunisti italiani (Pdci) e della formazione ecologista, uscite con le ossa rotte dopo le politiche di quell’anno. 

Curioso il dato che viene citato da Fusani nell’articolo:

«Nella sua mozione raccoglie l’anima più radicale del partito, da Paolo
Cento a Loredana de Petris, da Gianfranco Bettin a Angelo Bonelli
(molto fischiato). Quello di Francescato è un mandato di continuità
con la vecchia presidenza e anche un mandato ponte, fino alle Europee.
Per vedere cosa succede a sinistra dopo le macerie del voto di aprile». 

[1] La conferenza nazionale del 2013 si divise in due documenti contrapposti con pari sostenitori e si decise per lo scioglimento. Ne nacquero due organizzazioni: Solidarietà Internazionalista (gruppo d’Angeli) e Sinistra Anticapitalista (Gruppo Turigliatto), il secondo è tutt’ora attivo e ha fatto campagna elettorale per Unione popolare alle elezioni politiche del 2022.

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I guai della “sinistra liberale” dopo le elezioni regionali – Atlante Editoriale

Posted on 2023/02/16 by carmocippinelli

Più che le percentuali relative a candidati presidente e a liste collegate, sono quelle relative all’astensione – stavolta – a farla da padrone nei commenti e nella settimana politica che ci stiamo lasciando alle spalle. Nel Lazio l’astensione arriva al 37,1% e in Lombardia vola al 41,7%.

Se in altre fasi politiche si sarebbe detto che l’eccessiva proposta politica agli occhi dell’elettore avrebbe indotto il comportamento d’astensione in quanto gli elettori sarebbero stati impossibilitati ad operare una scelta reale, stavolta il discorso è tutt’altro. I due schieramenti di centrodestra e centrosinistra si sono popolati di ben più liste che nelle altre tornate elettorali, mostrandosi volenterosi di assorbire tutto il potenziale dei votanti di ogni singola lista che avrebbe potuto rappresentare un’alterità ai due poli contrapposti. Secondo Livio Gigliuto, vicepresidente dell’Istituto Piepoli, parte del Consorzio Opinio: 

«L’astensione ha varie ragioni: Si è votato da poco, pesa la debolezza dei candidati e c’è pure l’“effetto Sanremo”, perché nell’ultima settimana, quella decisiva per la scelta dell’elettore, si è parlato solo di quello»[1].

Sarà “l’effetto Sanremo” come ha definito Gigliuto al «Corriere della Sera», ma sarà anche (o forse soprattutto?) il fatto che al momento non vengono prese in considerazione dalla stampa “mainstream” e dalla comunicazione politica tout court posizioni che siano radicalmente alternative.

“Tutto okay: è colpa degli altri”

Secondo Arturo Scotto (Mdp-Articolo1), intervistato da «Radio Radicale» bisogna tener conto di almeno tre valutazioni per interpretare la complessità del voto regionale: 

«la prima è quella che riguarda il dato enorme dell’astensione che ci dice come sia presente sia una progressiva “secessione” dei ceti popolari nei confronti della democrazia. Successivamente, il tema che riguarda il centrosinistra è come riprendere il cammino per recuperare i voti perduti. E poi [c’è da dire che] l’astensione cresce perché sei diviso. Terzo punto: chiunque abbia prodotto una frattura (Giuseppe Conte nel Lazio, Moratti-Calenda-Renzi in Lombardia) paga un prezzo: la domanda che viene dal campo largo, che è più largo dell’alleanza, è la richiesta di un’opposizione». 

Traspare, dalle parole di Scotto, quella volontà mai sopita dalle parti del centrosinistra post veltroniano: la contrapposizione all’americana di due poli elettoralmente contrapposti, idealmente non dissimili, moralmente sovrapponibili.
Se la colpa per Carlo Calenda è dell’elettorato che non ha saputo cogliere quel che il binomio “Azione-Italia Viva”:

«Se le elettrici e gli elettori delle Regionali non si sono resi conto, che le persone e le proposte del Terzo Polo sono le migliori, serie e fattibili, la colpa non è nostra», 

per Cacciari la miopia dei gruppi dirigenti del centrosinistra è ai limiti della realtà: 

« […] Va a votare un italiano su tre di quelli che ne hanno diritto. E di fronte a un tale disastro se ne escono fuori dicendo ‘guarda che bravi siamo stati abbiamo preso un voto in più dei 5Stelle’. È da darsi i pizzicotti perché uno non ci crede» [2].

Il cocomero è già guasto

All’interno del centrosinistra le cose non sembrano andare meglio, anzi. La lista denominata “Alleanza Verdi Sinistra” che ha guadagnato un posto in consiglio regionale a Milano e ha costituito i gruppi comuni tra Verdi/EuropaVerde e Sinistra Italiana alle Camere, pare essere stata già messa alla prova non tanto dai risultati quanto dalle frazioni interne.
Il 6 febbraio [2023] i consiglieri di Sinistra civica ecologista in Assemblea Capitolina (Luparelli e Cicculli) hanno dichiarato di proseguire con l’intesa con il gruppo di Europa Verde, annunciando la propria partecipazione a “Verdi e Sinistra”. Stesso nome, in apparenza, stesso carattere ma diverse combinazioni cromatiche: Sinistra Italiana sarebbe stata assente e al suo posto si sarebbe sostituita con Possibile di Civati. “Verdi e Sinistra” nel Lazio ha puntato fortemente sul candidato Claudio Marotta, unico eletto della lista, già esponente del Csoa La Strada e già attivista del movimento per il diritto all’abitare del gruppo “Action”: una candidatura , ad ogni modo, che non ha mai nascosto il legame a doppio filo con il Partito democratico, dato il rapporto personale e lavorativo che Massimiliano Smeriglio e Claudio Marotta hanno intrattenuto positivamente nel corso degli anni. Il gruppo “Verdi e sinistra” dunque dovrà superare lo scoglio dei cinque anni a Via della Pisana, provando a tenere a bada le sirene del Partito democratico.
Due eletti, dunque, ma con liste simili e non uguali: progetti dissimili e finalità sovrapponibili ma che suggeriscono un principio di dibattito tutt’altro che positivo tra Verdi/EuropaVerde e Sinistra Italiana. La lista “Polo progressista”, promossa dalla federazione romana di Sinistra Italiana in alleanza alla candidata del Movimento 5 Stelle Donatella Bianchi, ha riscosso meno dei voti che ci si poteva aspettare, attestandosi a una consigliera eletta (Alessandra Zeppieri) e fermandosi a 18.727 voti. Secondo Nicola Fratoianni: 

«Sarebbe urgente una riflessione e fare chiarezza su che progetto si propone all’Italia. […] Ma noi non abbiamo alcuna intenzione di continuare questo gioco. Faremo una riflessione vera su come rafforzare “Alleanza Verdi e Sinistra” e chiederemo che l’intero campo progressista costruisca un progetto di società da proporre ai cittadini. Della competizione tra i partiti del centro-sinistra – come dimostra il doloroso dato del l’astensionismo – non importa a nessuno se poi non si è in grado di vincere contro la destra». 

L’alleanza Bonelli-Fratoianni non sembra essere messa in discussione ma lo spettro di ‘certi spettri antichi’, cioè che finisca tutto come fu per “Sinistra ecologia libertà”, è dietro l’angolo.

I guai della sinistra liberale

L’altra faccia della medaglia, ma sempre in alleanza al centrosinistra, è la inevitabile crisi della cosiddetta sinistra liberale o “radicale”. La lista comune “+Europa/Radicali italiani/Volt” non arriva neanche a 15.000 voti, mentre alla precedente tornata aveva oltrepassato quota 50.000, forte anche del supporto di Emma Bonino in quella campagna elettorale. La differenziazione di posizioni tra i gruppi della ex galassia radicale, lo scollamento tra il gruppo di Marco Cappato e la definitiva rottura con il Prntt di un lustro fa, non ha giovato al partito liberaldemocratico che si è andato ri-costruendo.
La battuta di arresto dopo il fine settimana elettorale non ha scalfito, tuttavia, le intenzioni del gruppo dirigente di Via Bargoni: 
«[…] Il nostro impegno in questa tornata elettorale non è stato premiato dagli elettori e abbiamo perso le due postazioni in Lazio e Lombardia ricoperte dai nostri consiglieri uscenti Alessandro Capriccioli (Lazio) e Michele Uselli (Lombardia) che, in questi 5 anni nei due Consigli regionali, hanno fatto un ottimo lavoro, spesso misconosciuto. 
Li ringraziamo per l’impegno e la passione che hanno messo in questi anni – realizzando quanto sappiamo, e cioè che anche un solo radicale nelle istituzioni può fare la differenza – e soprattutto per quello che hanno messo in questa campagna elettorale, difficilissima e con un’informazione totalmente appiattita sui facili vincitori. […] Ma non aver raggiunto l’obiettivo di avere degli eletti non ci fa cambiare strada. A differenza di altri, i Radicali fanno e creano politica, sempre, dentro e fuori dal palazzo».
Insomma, tutto scorre. L’importante è saper cogliere i risultati che arrivano. E se non arrivano, basta continuare sulla stessa strada e non deviare di un millimetro la rotta. Senza autocritica.

Note

[1] Renato Benedetto, In cinque mesi spariti 3 milioni di voti. FdI primo quasi ovunque, «Corriere della Sera» mercoledì 15 febbraio 2023.
[2] Umberto de Giovannangeli, “Giusto criticare la guerra, ma se lo faii scattano gli anatemi” , «Il Riformista», 15 febbraio 2023.
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Dare un nome alle cose: “Geostoria” e il faraone Mubarak. [Considerazioni tremendamente inattuali]

Posted on 2022/12/05 by carmocippinelli

Le varie leggi di riforma del sistema scolastico che si sono avvicendate nel corso del trentennio appena trascorso, hanno lasciato (e lasceranno) solchi profondi nella strutturazione dell’insegnamento e della percezione delle materie da studiare nei confronti degli studenti. 

Affermare quel che ho appena scritto, in effetti, rappresenta la più concreta rappresentazione di una frase fatta. 

La geografia inutile
Frase fatta eppure quanto mai vera, mi spiego meglio: la cosiddetta Riforma Gelmini – vale a dire quel complesso di atti e leggi normate e racchiuse nel D.P.R. (89/2010) – ha (tra le altre cose) ridotto il monte ore dell’insegnamento di storia e geografia negli istituti di istruzione superiore (a prescindere dalla differenziazione d’indirizzo o tipologia). 

Nelle intenzioni dell’allora Ministra c’era la volontà di eliminare l’insegnamento di geografia tout court, scriveva Maria Novella de Luca su «Repubblica» il 1 febbraio 2010 [1]:

«Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geo-economia, geo-società, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l’insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell’oblio di poche ore residue».

Non c’era posto per la geografia e la storia come materie a sé stanti nella scuola di Silvio Berlusconi: 

«Tale disciplina [la geografia] appare superflua nel mondo immaginario indicato dalle famose tre “i” del Cavaliere: inglese, internet, impresa». [2] 

Da storia e geografia a geostoria

Per portare un esempio di come la situazione sia cambiata: dall’anno scolastico 2010/2011 le ore di geografia e storia del biennio del Liceo Classico sarebbero passate da 2 per disciplina a 3 della nuova materia che avrebbe inglobato entrambi gli insegnamenti a partire da quel dì (Geostoria). Stessa situazione per quel che riguardava i primi due anni del Liceo Scientifico per cui, prima della Riforma, la situazione ripartiva l’insegnamento di 3 ore di storia e 2 di geografia al primo anno, per passare a 2 e 2 al secondo anno. 

Già che mi sono inoltrato in articoli d’archivio, è più che mai opportuno recuperarne uno di Ilvio Diamanti, sempre pubblicato da «Repubblica», che si scagliava contro l’utilizzo del Gps, assurto a Demiurgo della conoscenza del territorio, in sostituzione del sapere geografico collettivo [3]:

«Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento. “Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri”. Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: “Andare dritto!!”. E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: “Ora fare inversione a U”. Anche se hai imboccato una strada a senso unico».

In questo caso il senso unico di marcia era rappresentato dalle tre “i” sopra citate che hanno stravolto il sistema scolastico e hanno dato come risultato quello dell’inserimento dell‘educazione all’imprenditorialità nelle volontà ministeriali.
Non a caso si promuovono le competenze e non le conoscenze.
Non a caso l’Alternanza-Scuola-Lavoro viene chiamata Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento. 
Ma questa è un altro capitolo della nostra storia. 
Geografia sì, ma umana
L’insegnamento che è andato modificandosi nel corso del tempo e dei provvedimenti del legislatore prima della pubblicazione della Riforma ha, infine, corretto il tiro: non eliminazione della geografia ma sì all’inserimento nei curricula scolastici nella sua declinazione di geografia umana. Cioè la disciplina che, sebbene affondi le radici nella narrazione e nella trattatistica del greco Erodoto, ha subìto vari mutamenti nel corso dei secoli e dei millenni fino ad assumere una rilevanza nell’ambito accademico, dato che l’ambito di studio non rappresenta solo l’uomo sulla Terra e il suo spazio d’azione. Non si limita solo ad indagare: «la distribuzione degli uomini sulla Terra e la maniera in cui vivono» ma anche «l’azione umana modificante le piramidi ecologiche in cui» l’uomo si inserisce; dunque energie rinnovabili, consumo di suolo, sviluppo industriale, PIL. Ma anche, vien da sé per quanto scritto precedentemente, lo spazio economico e sociale: 

«il funzionamento delle società e sul modo in cui le distanze e la lontananza ne influenzano variamente le attività. Il corpo sociale somiglia a una macchina: perché funzioni bene, le sue parti devono articolarsi tra loro in modo efficiente» [4]. 

Libri di con-testi
Il manuale di Geostoria diventa, alla luce di quanto riportato, un corpus che al suo interno contiene sia la Storia in senso stretto (es. Giulio Cesare, impero romano, etc etc) che pagine – componenti intere unità a sé stanti – di geografia umana, economia, sviluppo umano, sviluppo industriale e via dicendo. A voler rispettare le indicazioni del Ministero, il programma dovrebbe procedere a balzi, portando la spiegazione ad un incedere frettoloso tra analessi e prolessi storico-geografiche che, quasi sempre, non sono in minima correlazione tra di loro.
Per fare un esempio: ci si potrebbe ritrovare a parlare di Giulio Cesare e del suo aver oltrepassato il Rubicone ma, contestualmente, a dover trattare del dissesto idrogeologico del centro Italia. 
Non si sta affermando che non sia importante parlarne: va fatto. In altre discipline, rimodulando [in effetti: si aprirebbe un capitolo molto lungo] le indicazioni nazionali.
Non già, quindi, saper collocare territori e nazioni sulla mappa, oppure conoscere l’orografia di un territorio dato su di una cartina muta come esercizio alla conoscenza e di applicazione su uno strumento scientifico: il mutamento rappresenta lo studio di come l’uomo abbia stravolto il paesaggio per evitare che esso cambi ancora aspetto per azione umana. O, se si preferisce, per capire come si può ancora sfruttare. 
Tra i vari temi di geografia umana, nei manuali di Geostoria del biennio, è facile imbattersi in argomenti come: l’appalto esterno e la globalizzazione; lo sfruttamento del territorio attraverso le energie rinnovabili et similia, tutto in dosi omeopatiche senza realmente mostrare la realtà in cui il presente viene vissuto e percepito. 
L’outsourcing è presentato come dato di fatto e non come realtà violenta di appalto esternalizzato per cui c’è disoccupazione e miseria da un lato, sfruttamento e paghe basse per il guadagno di uno (o pochi), dall’altra. 

Se si presentasse l’appalto, la delocalizzazione (o per continuare con un termine anglosassone outsourcing) con esempi concreti che facciano percepire la realtà della situazione (come va di moda ora nell’impostazione educativa dei ministri che si sono avvicendati a Viale Trastevere) bisognerebbe far capire che il capo acquistato l’altro ieri dalle grandi catene della moda, presenti in ogni centro commerciale, si sono macchiate di omicidio in più d’un’occasione. [5]

Proprio grazie a quella tendenza di modificazione del tessuto economico e geografico (umano!) che viene presentata come migliorativa di una situazione pre-esistente.

Eppure…
La Storia è una di quelle materie per cui ci vuole una capacità d’astrazione elevata, da esercitare nel corso degli anni scolastici: un esercizio costante per cui alla fine del percorso della scuola dell’obbligo lo studente dovrebbe acquisire gli elementi di critica storica necessari per comprendere il presente e problematizzare il passato. 
Niente di tutto questo avviene nell’ambito dell’insegnamento di Geostoria prima e Storia dopo. 
O, se dovesse accadere, solo in minima parte e per determinate fasi storiche, rendendo vana la missione educativa della crescita personale e dell’elaborazione critica riguardo le epoche vissute dall’essere umano.
Azzerare la critica e la problematizzazione, così come lo studio analitico della Storia, rappresenta la volontà non tanto di “non voler far conoscere il passato” ma di presentarlo come se si stesse studiando una declinazione latina: come un «termine fisso d’eterno consiglio» (stavolta in senso letterale), per parafrasare Dante Alighieri. 

“L’ultimo faraone”

Lo spunto di questa riflessione piuttosto banale riguardo l’insegnamento di Geostoria, è scaturito da un fatto accaduto nel corso di questo anno scolastico (2022/2023). Dopo aver riconsegnato la verifica sugli egizi, fatta svolgere in una prima classe di un liceo scientifico della periferia romana, una ragazza (di origine bengalese) ha scritto: “l’ultimo faraone egiziano è Hosni Mubarak”. L’equivoco di comprensione nasce dal mancato inserimento delle “virgolette”, o di una specificazione così come di una perifrasi, da parte degli autori del manuale: in mancanza di una precisazione, la studentessa ha equivocato la porzione di storia dedicata al Nuovo Regno egizio. Non solo: ha sovrapposto l’insegnamento della storia dal punto di vista diacronico, così come presentato in classe, con l’unità di geografia umana legata agli sviluppi politici della Stato egiziano contemporaneo. 

A seguito della mia correzione, lo smarrimento è stato cospicuo. La studentessa era disorientata e ha provato ad argomentare come si fa di solito: «Prof, c’era scritto sul libro». Mai come in questo caso il manuale, concepito per uno scopo e per una direzione univoca del sapere (peraltro trasmettendola piuttosto male dal punto di vista del lessico e della punteggiatura), ha dimostrato la sua vulnerabilità nell’applicazione del dettato ministeriale del piede in due scarpe: cioè la geostoria. 
[1] https://www.repubblica.it/scuola/2010/02/01/news/geografia-2149029/?ref=search 
[2] Una scuola senza geografia – la Repubblica.it
[3] Se dalla scuola (per legge) scompare la geografia – la Repubblica
[4] Definizione di Geografia umana – “Enciclopedia delle scienze sociali” (treccani.it)
[5] 21 workers die in fire at H&M factory [Bangladesh] – Business & Human Rights Resource Centre (business-humanrights.org) e anche The Rana Plaza Collapse: What Happened & What it Means for Fashion (growensemble.com)
La foto in evidenza posta ad inizio dell’articolo rappresenta il santino/volantino ideato dal movimento degli studenti dell’Onda e che distribuivamo nei cortei e nei momenti di assemblee pubbliche.
Mi è sembrato di sostanziale attualità.
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Uno spettro si aggira per Montecitorio: lo spettro dell’esercizio provvisorio – Atlante Editoriale

Posted on 2022/11/24 by carmocippinelli

«Il Governo ha giurato giurato il 28 ottobre, oggi è 22 novembre: neanche un mese e c’è la legge di bilancio sul tavolo», la Presidente Giorgia Meloni inizia così la conferenza stampa di stamattina [22/11/2022]. L’approccio del governo non è «solo ragionieristico», ha dichiarato Meloni, ma è piuttosto quello del «bilancio familiare».
Bilancio che, in questo caso riferito allo Stato, prevede una legge da 35 miliardi di euro: «quando ci si occupa del bilancio della famiglia e le risorse mancano non si pensa al consenso ma quel che è giusto fare al fine di farla crescere nel maggiore dei modi: si fanno delle scelte e ci si assume la responsabilità di esse».

La Presidente del Consiglio dei Ministri vuole scacciare le ombre che sembrano addensarsi sul governo a neanche un mese dal giuramento: se per Nicola Pini di ‘Avvenire’ il testo varato in tarda notte dal Governo sia il più “ritardatario”, per ciò che concerne la trasmissione della legge di bilancio nella storia della Repubblica, per Meloni non si poteva fare prima di così. 

«Tasse piatte», caro bollette, addio ai bonus
Per evitare qualsiasi tipo di anglismo, la presidente Meloni denomina i provvedimenti di flat tax con l’italianissimo nome di tasse piatte e ce ne sono ben tre. La prima: «applichiamo una tassa del 15% sui redditi incrementali, cioè alle partite iva sul maggiore utile conseguito nel triennio precedente» ma con una soglia massima di 40mila euro. La seconda prevede l’incremento della tassa al 15% per gli autonomi e i dipendenti. Infine, per i lavoratori dipendenti la tassa piatta è fissata al 5% per i premi di produttività fino a 3mila euro».
La voce maggiore è, ad ogni modo, il caro bollette: «ci sono 21 miliardi di euro dedicati» per cui si è proceduto su un doppio binario: «confermata l’eliminazione degli oneri impropri delle bollette, rifinanziato fino al 30 marzo 2023 il credito d’imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas naturale che per bar, ristoranti ed esercizi commerciali salirà dal 30% al 35% mentre per le imprese energivore e gasivore dal 40% al 45%». 
Il Dio minore di comuni e sanità
Sanità ed enti locali, compreso il trasporto pubblico locale, avranno solo 3.1 miliardi da spartirsi.
Meloni sostiene come questa sia una manovra che favorisca il ceto medio, rivolgendosi in particolare a coloro i quali in questo periodo abbiano «dimostrato di valere e si siano rimboccati le maniche», tuttavia il Dio della sanità e della gestione dei comuni è sempre quello minore. Si taglia dove si può: trasporto pubblico locale, sanità. Possibilmente esternalizzando servizi: la storia sembra ripetersi.
Se questo sembra essere il sentiero tracciato dal nuovo governo, viene da pensare che prossimamente (ma è una previsione) toccherà anche alla scuola e alla riforma del reclutamento dei docenti.
 «Manutenzione straordinaria»
 Secondo il Ministro del Tesoro Giorgetti il reddito di cittadinanza si avvierà verso la «manutenzione straordinaria» e successivamente si incardinerà quel provvedimento verso l’«abolizione». Scompare, per il momento, il taglio all’assegno di disoccupazione (NaSPI) che stava facendo serpeggiare preoccupazione in diversi settori occupazionali, tra cui quello della scuola (tanto per gli ATA quanto per i docenti).
A quanto stabilito dal Governo: «Dal 1 gennaio 2023 alle persone tra 18 e 59 anni (abili al lavoro ma che non abbiano nel nucleo disabili, minori o persone a carico con almeno 60 anni d’età) è riconosciuto il reddito nel limite massimo di 7/8 mensilità invece delle attuali 18 rinnovabili». Previsto, poi, un periodo di «almeno sei mesi di partecipazione a un corso di formazione o riqualificazione professionale». Se non vi si prende parte, il reddito non viene più erogato, così come se si dovesse riufiutare la «prima offerta congrua» di lavoro.
Bonus una tantum, reddito di cittadinanza e “Quota100” devono, in un certo qual modo, rientrare nel bilancio dello Stato: non più al passivo ma all’attivo. 
Lo spettro dell’esercizio provvisorio
Il punto centrale, al netto di quel che stabilisce la manovra, è rappresentato dalle scadenze e da quel che viene chiamato, traslando il linguaggio imprenditoriale nella vita quotidiana, crono-programma.
La legge di bilancio deve essere discussa e approvata da entrambe le Camere per poi, entro il 30 novembre, essere inviata a Bruxelles affinché la Commissione europea possa esprimere il proprio parere.
Incassato il “nullaosta” da parte dell’UE, si tornerà in Italia e vi sarà un’ulteriore scadenza: il 31 dicembre. Entro quella data va approvato il testo, già visionato e approvato da Bruxelles. Se non si rispettano questi termini si andrebbe in esercizio provvisorio, ovvero la modalità di spesa pubblica che fa riferimento al dato storico dei precedenti esercizi finanziari.
A tal proposito venivano espresse le dichiarazioni attribuite alla Presidente Meloni sul ‘Corriere della sera’ di ieri [21/11/2022] nel retroscena di Monica Guerzoni: «La nostra priorità è affrontare l’emergenza e dare all’Europa e ai mercati un senso di grande serietà e responsabilità» e ancora «niente azioni spericolate».
Detto fatto: il comunicato del Governo a margine del Consiglio dei Ministri non da’ spazio a letture altre: «La manovra si basa su un approccio prudente e realista che tiene conto della situazione economica, anche in relazione allo scenario internazionale, e allo stesso tempo sostenibile per la finanza pubblica, concentrando gran parte delle risorse disponibili sugli interventi a sostegno di famiglie e imprese per contrastare il caro energia e l’aumento dell’inflazione. 
Letta evoca la piazza, i sindacati di base lo hanno già fatto
Il Partito democratico ha annunciato che scenderà in piazza sabato 17 contro una «manovra improvvisata e iniqua». Il segretario dimissionario democratico si presenterà come difensore del Reddito di cittadinanza sebbene, come ha ricordato Meloni «il Pd votò contro e si oppose al beneficio».
Giuseppe Conte convoca la piazza a sua volta: parla di provvedimento disumano, per quel che riguarda l’iter di abolizione del reddito di cittadinanza e dichiara: «Questo Governo ha voluto mostrare i muscoli solo contro una fascia ristretta di popolazione: spaccia vigliaccheria per coraggio, confonde la prudenza con l’ignavia.
Vuole togliere al Paese l’unico sostegno che non ha mandato per strada milioni di persone in estrema difficoltà e lavoratori che pagano lo scotto di stipendi da fame che non consentono nemmeno di fare la spesa.
Se vogliono mandare fuori strada gli ultimi, troveranno un muro. Non possiamo permettere un massacro sociale».
Fuori dal Palazzo la piazza, però, ribolle davvero e la convocano i sindacati di base: dall’USB al S.I. Cobas, stavolta riuniti nella stessa rivendicazione, per denunciare il «governo nemico dei lavoratori». L’inflazione «svuota i carrelli della spesa e affama milioni di famiglie operaie, si prepara una nuova ondata di regalíe di stato per i padroni attraverso la flat tax e l’innalzamento del tetto al contante, vero e proprio incentivo all’evasione. Intanto, centinaia di fabbriche e di aziende chiudono o delocalizzano, generando migliaia di nuovi disoccupati; le scuole e le infrastrutture cadono a pezzi; la sanità e il trasporto pubblico sono al collasso e la mattanza dei morti sul lavoro continua senza sosta».
L’autunno è appena cominciato.
Articolo visibile su ‘Atlante editoriale’: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-uno-spettro-si-aggira-per-montecitorio-lo-spettro-dellesercizio-provvisorio/
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Fuorigioco batte individualismo 2 a 1

Posted on 2022/11/22 by carmocippinelli

Mi ero ripromesso di non guardare nemmeno un minuto di partite del Mondiale che si sta svolgendo in Qatar in questi giorni: fattori di principio me lo imponevano (lo fanno tutt’ora), così come lo avrei fatto in ossequio alla campagna di boicottaggio internazionale, a cui la Borgata Gordiani (e altre realtà di calcio popolare in Italia) ha aderito e ne è promotrice.
Stamattina, tuttavia, nel lavoro mattutino del giorno di riposo infrasettimanale (per chi, come me, ha lezione il sabato), sono stato colpito dalla quantità di meme, sfottò, prese in giro nei confronti dell’Albiceleste comparse a dozzine sulle reti sociali. Aveva appena pareggiato l’Arabia Saudita.

Al 48′, neanche una manciata di minuti dal fischio della ripresa, l’Arabia Saudita trova il gol con Saleh Al-Sheihri, ventinovenne in forza all’Al-Hilal.
Decido di collegarmi per vedere il resto del gioco: l’assurdità del parziale lo impone (così come assurdi i tredici [!!!] minuti di recupero concessi)
Passano cinque minuti e l’Arabia Saudita raddoppia con un gran tiro di Salem Al-Dossari.
Caporetto totale per l’Argentina: pressing costante e venti minuti di trinceramento saudita nella propria trequarti di campo. L’assedio dell’Argentina, in realtà, non porta a nulla se non ad un tentato pareggio sventato dall’intervento provvidenziale di Al-Sharani sulla linea di porta al 91′.
Subito dopo aver sbrigato il lavoro arretrato, ho avuto modo di recuperare la visione del primo tempo: l’Arabia Saudita ha ingabbiato l’Argentina semplicemente col fuorigioco. La squadra di Scaloni ci è caduta almeno quattro volte nel corso del solo primo tempo, fase del gioco in cui i suoi undici stavano pure conducendo per 1 a 0 grazie al rigore trasformato da Messi. 
Non sto dicendo che l’Arabia Saudita abbia giocato un bel calcio, sebbene sia del tutto soggettivo giudicare il gioco di una squadra, tantopiù se è una rappresentativa nazionale; sebbene, poi, i due gol segnati siano stati davvero molto belli da vedere.
La questione che balza agli occhi con tutta evidenza è la seguente: il calcio individualistico occidentale basato sull’uno, sul guizzo di Messi, sullo scavetto di Martinez e sulle preziosissime individualità, vale poco se di fronte ha una compagine organizzata. Può essere anche la Marosticense o l’Atletico Gallo Colbordolo.
I giocatori sauditi portano con sé nomi sconosciuti al pubblico occidentale ma ben noti nelle competizioni asiatiche e nei paesi limitrofi. Noti o meno, sono riusciti ad ingabbiare Messi e i suoi, portando a casa tre punti pesantissimi. Il merito è, senza dubbio, dell’allenatore Renard: nella sua carriera ha allenato più rappresentative nazionali africane che clubs, ha avuto modo di portare al trionfo la Costa d’Avorio e l’Angola. Uno che il calcio africano lo conosce, così come quello asiatico, avendo allenato nella massima serie del Vietnam. 

Uno che sa come, a volte, le cose semplici e il gioco costruito con poche indicazioni, seppur elementari, fa la differenza: come per la trappola del fuorigioco. 
Commentatori e penne illustri del giornalismo sportivo (Nanni Moretti, ora pro nobis) hanno iniziato a scrivere come l’Argentina sia crollata di fronte ad una squadra di sconosciuti con un gioco discutibile e quasi da terza categoria. 

La prima sorpresa dei Mondiali in Qatar è la vittoria dell’Arabia Saudita sull’Argentina. Messi trasforma il rigore del momentaneo vantaggio e scompare dal campo. Gli ruba la scena il numero 10 avversario, lo sconosciuto Al Dawsri, che segna il gol-capolavoro del 2 a 1 finale pic.twitter.com/DYPIeLneFf

— Tg3 (@Tg3web) November 22, 2022

Siamo, però, alle solite: il calcio non è l’individuo all’interno della squadra ma è il collettivo che lo compone; è l’adrenalina del pareggio contro una grande squadra quando sai di essere decisamente più scarso e che ti fa giocare sopra le righe.
È il lancio lungo del portiere, è il palla lunga e pedalare, è il campo di terra battuta e il ripensamento sulle sostituzioni. È la rosa di sconosciuti e la trappola del fuorigioco. È la terza categoria, in sostanza. 
Che torna e riemerge carsicamente ogniqualvolta si verifica un crollo dostoevskiano delle grandi squadre o delle rappresentative nazionali. Perché, davvero, il calcio che piace è tutto finto. 

Per chi volesse rivedere la partita, qui c’è il link della Rai. Però poi basta Mondiali.

https://www.raiplay.it/video/2022/11/Mondiali-di-calcio-Qatar-2022—Argentina-Arabia-Saudita-la-sintesi—22-11-2022-393a355e-fec3-4487-a13c-2d344f56dbc9.html

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Turbolenze in vista tra candidati alle primarie e vecchi-nuovi partiti di (centro)destra – Atlante Editoriale

Posted on 2022/11/19 by carmocippinelli

Se la confusione e l’irrigidimento di posizioni sembrano essere diventate la costante cui la politica europea ci ha abituato in questa circostanza tutt’altro che passeggera di “crisi migratoria”, come viene chiamata dalla stampa, la politica e i partiti non se la passano meglio.
Lo “spirito del congresso” del Partito democratico aleggia come quello della filosofia di Hegel.
Il primo, però, è alimentato da comunicati e da dichiarazioni che non tendono a mostrare un quadro chiaro della situazione, anzi.

Stando alla ricostruzione del “Corriere della Sera”, i candidati al momento più quotati sono: Stefano Bonaccini (presidente della Regione Emilia-Romagna), Paola De Micheli (deputata), Dario Nardella (primo cittadino di Firenze), Matteo Ricci (primo cittadino di Pesaro) ed Elly Schlein (deputata). Ci sarebbero, tuttavia, anche gli esponenti di Articolo1 e Demos che reclamano un posto per la corsa alla contesa che si dovrà tenere nei primi mesi del 2023.

Demos e Articolo1 in corsa


C’è dell’altro, tuttavia: nei mesi scorsi Roberto Speranza, già ministro della sanità e figura di riferimento di Articolo1-Mdp, aveva parlato della necessità di poter partecipare ad una nuova fase di organizzazione del centro-sinistra italiano. Dunque Articolo1 tornerà a far parte non già della coalizione ma proprio del Pd, qualora dovesse superare se stesso. Proprio in area ex-bersaniana, Francesco Miragliuolo (Articolo1) dichiarò una manciata di giorni fa come: «Articolo Uno può rilanciare la collocazione del Pd nell’alveo della socialismo democratico ed europeo».
Anche Demos conferma la volontà di permanere nella medesima collocazione di centro-sinistra e i dem, stando al retroscena di Monica Guerzoni sul “Corsera” [oggi 15/11/2022], sarebbero pronti a cambiare lo statuto pur di poter far partecipare anche le forze citate.
Uno statuto a corrente alternata, pronto ad accogliere Demos e Articolo1 ma che anni fa respingeva i radicali e la candidatura di Marco Pannella a più riprese proprio per evitare modifiche alle regole interne, ma tant’è.

Il caso della Regione Lazio

Saltato l’accordo Pd-5Stelle, data la questione inceneritore e il veto di Giuseppe Conte, i pentastellati potrebbero puntare a nomi che andrebbero a deviare il sentiero entro cui si muove il Partito democratico. Il nome di Massimiliano Smeriglio serpeggia in ambiente grillino e, senza dubbio, un nome simile potrebbe sconvolgere l’assetto quadripolare. Quantomeno nel Lazio, dato che il nome del candidato (ormai dato per certo) è di Alessio D’Amato (assessore alla sanità). Gradito a Calenda/Renzi, ma non troppo ad una parte dell’alleanza.
Lo stesso Angelo Bonelli (Europa Verde-Alleanza Verdi Sinistra) nella mattinata di oggi [15/11/2022] ha dichiarato: «Non è un problema di nome, conosco D’Amato da quando avevamo i calzoni corti e va benissimo. Ma la candidatura doveva essere annunciata tutti insieme, procedere in questo modo è stato un grande errore. Vogliamo capire se la linea programmatica la dà Calenda o il candidato del centrosinistra. Il leader del Terzo Polo non può dire ‘queste sono le linee della Regione e Bonelli e Fratoianni devono accettarle o stanno fuori’», come riporta l’agenzia “9Colonne”.

L’equilibrio di chi non lo ha


Stando al deputato ecologista, è il «Pd a dover cercare un equilibrio» ma, parafrasando il Manzoni, se uno l’equilibrio non ce l’ha non se lo può certo dare.
Proprio per questo il dibattito attorno alla natura del partito di centrosinistra si fonda sulla legittimità e l’esistenza dell’organizzazione stessa. Per Paolo Cacciari il ritorno al dualismo di soggetti alleati, ma formalmente distinti, non sarebbe nefasto: «Tornare a uno schema Margherita-Ds non sarebbe neppure il male peggiore. Almeno si riconoscerebbe onestamente il proprio fallimento e da questa onesta constatazione si potrebbe più seriamente ripartire», ha dichiarato il filosofo ai microfoni di “Italia Oggi”.
Un dualismo che ammetterebbe il fallimento della ‘vocazione maggioritaria’ evocata da Walter Veltroni all’inizio del percorso del Partito democratico, dato che con tutta evidenza: «non può essere la sola Schlein a risolvere le questioni del partito», come ha scritto Mario Giro sull’editoriale apparso sul quotidiano “Domani” di lunedì 13 [novembre 2022].
Certo è che di fronte ad un’organizzazione politica che ha condannato qualsiasi tipo di ideologia socialdemocratica (compresa quella liberal-socialista) per abbracciare il liberalismo più radicale, per cui si fa sempre più fatica a rintracciare un’alternativa nei programmi e nella sostanza dei fatti dal resto delle coalizioni di centrodestra (così come anche con i centristi di Azione/Italia Viva), rimane da chiedersi se ha ancora senso definire il Pd come “soggetto politico alternativo alla destra”. Posto che lo sia mai stato davvero. Le recenti dimostrazioni di apertura, nonché della riabilitazione pubblica di Letizia Moratti, segnano il passo.

Nel frattempo, alla destra-centro…


Rinasce, anche se in realtà non era mai scomparsa, Alternativa popolare, l’organizzazione politica che era sorta dalle ceneri del Nuovo Centrodestra fondato da Angelino Alfano e durato il tempo di una legislatura per poi dissolversi come neve al sole. Alternativa popolare torna a far parlare di sé perché Stefano Bandecchi (presidente della Ternana e dell’Università Niccolò Cusano) è stato nominato coordinatore nazionale del partito dell’ex forzista Paolo Alli e, non solo: annuncia la propria candidatura a sindaco di Terni alle prossime amministrative.
Sarà una candidatura di centro, sebbene Bandecchi non si candidi con il centro, saltato l’accordo con Calenda, dato che il progetto politico di Ap si colloca naturalmente nel Partito popolare europeo, secondo le intenzioni di Bandecchi. Eppure, rivendicando la sua appartenenza e il suo «orgoglio di aver servito lo Stato e la bandiera come militare nella Folgore» respinge le accuse di fascismo, sebbene sia solito indossare magliette (tanto da riprendersi per dirette su Instagram) con il motto del reggimento e slogan ripresi dal neofascismo militante. Bandecchi nega tutto, le immagini e le intenzioni rimangono. Il nuovo, già “avanza”.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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