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Categoria: polpettoni

Perché la DDR cadde "per la cioccolata e per i jeans" | Revisionismo for dummies

Posted on 2017/10/25 by carmocippinelli
Quando con Fabio abbiamo scritto Calcio e Martello, in uno dei nostri scambi (poi tramutato in un Discorso da Bar) c siamo ritrovati sulla stessa posizione, come spesso accade, riguardo la DDR e l’URSS. O meglio, su come la propaganda occidentale abbia mitizzato nel ridicolo la caduta dei due paesi socialisti. Se si andassero a riprendere i giornali (anti-comunisti e non, progressisti o democristiani) dei paesi del Patto Atlantico, la DDR era considerata un irremovibile moloch che aveva una mancanza strategica e evidente nella sua economia: la cioccolata (!). 
A questa retorica, ovviamente, seguitano anche le posizioni di accademici che tengono corsi (magari di Storia contemporanea o Geografia) nelle varie università italiane i quali, con evidente nonchalance affermano tutt’ora che l’URSS era «evidentemente in crisi negli ultimi anni della sua vita: pensate che nei negozi alimentari mancava il salame, mi ricordo si facevano lunghe file nei pochi ‘alimentari’ disponibili per comprare il salame, in quei pochi esercizi commerciali che ancora ce l’avevano».
Evidentemente (sono sarcastico, eh) dei beni di prima necessità, insomma. 
La cioccolata, il salame e magari un paio di jeans all’americana, o all’occidentale come si diceva nei paesi socialisti. 
Come se, davvero, dei paesi cadono per la cioccolata e il salame, un paio di jeans, e non a causa delle ingerenze esterne (si vedano i fiumi di dollari dati all’Ungheria negli corso degli che deprimevano e alteravano l’economia socialista – un po’ come quello che sta succedendo col ‘dolarparallelo’ in Venezuela), il revisionismo, la guerra economica etc etc. 
Per alcuni contano, purtroppo, salame e cioccolata e vengono presi in considerazione come dei dati storici quasi incontrovertibili in un dialogo con un interlocutore B, ad esempio. 
Un po’ come quella puntata di Futurama in cui c’è Fry che vuole andare sulla luna (dato che la Planet Express aveva una consegna da ultimare proprio sul pianeta) perché da piccolo aveva mitizzato l’arrivo dell’uomo su di essa. Arriva lì, e, deciso ad intraprendere il percorso guidato alla scoperta della colonizzazione lunare, si rende conto che la guida turistica si basa su fatti storicamente errati fatti passare per reali (leggasi: revisionismo for dummies): dai crateri lunari spuntano una sorta di eschimesi (!) che canticchiano Peschiamo dall’igloo, balene o su per giù non c’è neanche una sogliola e i pinguini fan cucù. 
Lela, la mutante/umana che accompagna Fry, canticchia l’assurda canzone e ammonisce l’umano degli anni ’90 che dice come non sia andata così la Storia. Tutti non la pensano come lui, evidentemente. 
Il fat(t)o però vuole che in questi giorni mi trovi all’archivio del Manifesto per il lavoro di ricerca in vista della tesi di magistrale. Apro un falcone che contiene i giornali del 1995. Mi capita l’occhio su questo trafiletto intitolato «Per trovare lavoro nella ex-Rdt (Repubblica Democratica Tedesca)»
Questo, il testo. 
«Berlino – I risultati di una inchiesta nel Brandeburgo, la più grande delle regioni della ex-Rdt, sul forte aumento di donne che decidono di sterilizzarsi (da 800 nel ’91 a 6.000 nel ’93) indica tra le cause più frequenti i timori legati al posto di lavoro. Fonti ufficiali calcolano che nella ex-Rdt la disoccupazione reale (15% della forza lavoro) e quella camuffata da interventi sociali di sostegno, colpiscano in totale 2,2 milioni di persone. E fra le motivazioni che hanno spinto alla sterilizzazione le quasi 300 donne interpellate nell’ambito della ricerca, il timore di perdere o di non riuscire a trovare un posto di lavoro a causa di gravidanze ha sempre “giocato un ruolo” precisa la ricerca. “Nessuna di loro, però, ha detto di essere stata spinta a farlo da datori di lavoro”».
Ecco. La RDT sarà anche caduta per la cioccolata o per un paio di jeans, ma almeno non ci si sterilizzava per paura d’essere licenziate. Ma tant’è.
Posted in Blog, DDR, polpettoni, rdt

Il 'Rosatellum'

Posted on 2017/10/22 by carmocippinelli
Qualche settimana fa scrivevo uno di quei miei pipponi su Pressenza. Scrivevo a proposito del cosiddetto Rosatellum, del perché non è una legge democratica e che non garantisce rappresentanza e rappresentatività. Una legge come molte altre negli ultimi decenni: a-democratica.

Mi era venuto in mente di riportare integralmente l’articolo, ma siccome è un po’ lungo e la gente oltre le quattro righe non legge più, mi limito a mettere il link qui sotto.

«Non è antidemocrazia, è solo il Rosatellum, bellezza» – https://www.pressenza.com/it/2017/10/non-anti-democrazia-solo-rosatellum-bellezza/

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«Un buffo del varietà nella parte di un sergente»

Posted on 2017/10/17 by carmocippinelli
Elsa Morante
Ogni tanto, per ridere un po’ della loro imbecillità, vado a spizzàrmi (*) le pagine dei vari gruppetti neofascisti di Roma Est. Uno di questi, di Torre Angela, posta continuamente locandine che in altri tempi sarebbero stati dei manifesti. Una di esse recitava, più o meno: «Lepanto: li abbiamo vinti allora, li vinceremo oggi», alludendo alla Battaglia di Lepanto in cui la cristianità sconfisse il moro. 
Mi è sembrata una locandina talmente ridicola da essere calzante con la descrizione del loro capo, mirabilmente descritto dalla Morante in La storia, volume che sto leggendo adesso in colpevole ritardo. 

«[…] Nell’aula dove essa insegnava, proprio al di sopra della sua cattedra in centro alla parete, stavano appese, vicino al Crocifisso, le fotografie ingrandite e incorniciate del Fondatore dell’Impero e del Re Imperatore. Il primo portava in testa un fez dalla ricca frangia ricadente, con in fronte lo stemma dell’aquila. E sotto un tale copricapo, la sua faccia, in una esibizione perfino ingenua tanto era procace, voleva ricalcare la maschera classica del Condottiero. Ma in realtà, con l’esagerata protrusione del mento, la tensione forzosa delle mandibole, e il meccanismo dilatatorio delle orbite e delle pupille, essa imitava piuttosto un buffo del varietà nella parte di un sergente o un caporale che mette paura alle reclute […]».

(*) spiz-zà-re: v.tr. nell’uso corrente, voce verbale che si usa nell’ambito di un determinato uso dei social network. Tale uso sta ad indicare l’azione dello spiare profili o pagine per i più disparati fini 

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Plaza de Cibeles. Futuro prossimo. *

Posted on 2017/10/05 by carmocippinelli
di Marco Magnante

La piazza si è riempita già dalla sera precedente.

Nessuno vuole perdersi lo spettacolo.
È una giornata d’inverno, ma anche il sole vuole partecipare e scalda la folla con la luce del mattino.
Arriva la carretta.
Un brusio che diventa boato.
Si è lui, è proprio lui. Il cittadino Filippo, quello conosciuto come Filippo VI tiranno di Spagna, prima che il popolo liberasse la Zarzuela.
Trema Filippo, dentro la sua camicia bianca aperta fino al petto.
Trema nel vedere i sei scalini che portano alla ghigliottina.
Ma trema soprattutto nel vedere lui.
«Ma io ti conosco!»
Gli occhi del boia si riempiono d’orgoglio.
«Sei Sanson. Ma come è possibile? Hai tagliato la testa al re Luigi, non dovresti essere qui, non dovresti essere vivo.»
«Ma il mio lavoro non è finito, cittadino Filippo. Finche ci sarà un re, ci sarà bisogno di me» è la risposta colma di ardore di Sanson.
La piazza ammutolisce, Filippo anche. Si sente solo il rumore degli scarponi del boia.
Fra poco non solo non sarà più Re ma sarà solo un ricordo.
Viene strattonato e la sua testa è infilata li dove deve stare.
La vecchia ghigliottina è arrugginita ma fa ancora il suo lavoro.
E’ un attimo.
La testa rotola.
La piazza urla di gioia in un tripudio di bandiere catalane, basche, galiziane e di di tricolori repubblicani rosso-giallo-viola.
Sanson se ne va, non è il suo momento di gloria.

Con un ghigno felice torna a casa aspettando di essere chiamato per un altro lavoro.
Qui ha finito.



La Spagna è libera.
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Catalogna

Posted on 2017/10/02 by carmocippinelli
La questione catalana ci ha dimostrato che la democrazia è “sana”, “nobile”, “positiva” solamente quando si contrappongono i due o tre (come nel caso italiano) tronconi della politica istituzionale i quali rappresentano le stesse facce di un’identica medaglia.
La questione catalana ci ha insegnato come il popolo della Catalunya non voleva altro che esercitare un proprio diritto democratico, proprio delle democrazie liberali, ma il cui tentativo è stato fermato tanto con metodi istituzionali, tanto con metodi repressivi. In barba alle varie “Carte di Helsinki” e affini, firmate dai paesi europei.
La questione catalana ci ha poi mostrato (ma in primis a me personalmente) che se si interpreta la faccenda con corposi documenti affermando che la classe operaia non è alla testa del movimento e, dunque, che la rivendicazione indipendentista rappresentrebbe solo ed esclusivamente gli interessi contrapposti di due borghesie (come ha sostenuto ad esempio il PCPE), significa non capire un fico secco di come l’indipendenza abbia rappresentato, e rappresenti tutt’ora, un movimento di massa. Negarlo significa voler continuare ad avere un seguito esiguo e un miserrimo riscontro elettorale.
Oggi in Catalogna, domani in Sardegna, Sicilia, Corsica, Kurdistan etc etc (la lista è lunga).
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Quella volta in cui la Groenlandia femminile di calcio arrivò terza agli Islands Games

Posted on 2017/09/27 by carmocippinelli
«La Groenlandia sta ‘in alto a sinistra’ sulla cartina del Mondo», prendendo in prestito l’espressione di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif).
Bando alle ciance: sì, in Groenlandia si gioca a calcio e, anzi, il movimento calcistico (femminile e maschile) è decisamente in espansione, come il Socialismo nelle canzoni degli OfflagaDiscoPax. Si parla, ovviamente, di calcio a 11 e di una particolare declinazione dei mondiali di calcio: gli Islands Games.
Per approfondire sul calcio groenlandese, rimando a questo link  di un articolo che ho scritto due anni fa per il blog di Fabio Belli (Storie Fuorigioco) in cui troverete tutto quello che vi potrà interessare. Sempre, e solo, se siete nicchisti come il sottoscritto o inattuali come Carlo Martinelli (giornalista dell’Adige).

Che cosa sono gli Islands games

I ‘Giochi delle Isole’ (conosciuti anche come NatWest Island Games per motivi di sponsorizzazione) sono un evento internazionale raggruppante più discipline sportive organizzato dall’International Island Games Association. Si tengono ogni due anni e l’edizione del 2017 s’è svolta a Gotland, un’isola “svedese” in mezzo al Mar Baltico fra il paese scandinavo prima citato e la Lettonia. L’edizione appena trascorsa ha visto circa 3000 concorrenti, provenienti da più di 20 isole del mondo, confrontatisi in 14 discipline sportive diverse.

L’edizione del 2011

È bene non perdersi troppo in chiacchiere ed arrivare subito al sodo: l’edizione del 2011 dei NatWest Islands Games è stata particolarmente interessante dal punto di vista della composizione del podio: 1° Åland, 2° Isola di Man, 3° Groenlandia.  
Il terzo posto se lo aggiudicò la selezione femminile groenlandese di calcio, nello stupore (positivo) generale e nel puro sostegno di tutti gli spettatori che erano andati a godersi lo spettacolo della nazionale groenlandese giocare su un campo da calcio in erba. Le temperature rigide proprie della Groenlandia fanno sì che i campi siano praticamente solo di terra. Bagnata, asciutta, secca, terra-che-diventa-fango, ma comunque sempre terra; in alcuni casi anche neve (!) ma avviene raramente: si gioca all’aperto per soli tre mesi l’anno. Ultimamente, però, la federazione groenlandese di calcio si sta attrezzando per ammodernare i propri campi installandovi l’erba sintetica, uno di questi si trova nella capitale Nuuk (o Gothåb in danese).
L’unico gol groenlandese della semifinale con le Åland | © WightEye

La Groenlandia femminile, dunque, quell’anno riesce ad approdare alle fasi finali dell’edizione a seguito di una brillante prestazione nella fase a gironi, e anche aiutate da un pizzico di fortuna nell’accoppiamento con le altre nazionali: il mini-campionato in cui era inserita la selezione biancorossa era composto da Isola di Man e Gibilterra (non propriamente un’isola, ma vabbè).
La prima partita è un disastro e le ladies of Manx rifilano 3 gol alle inuit, tuttavia le donne groenlandesi non si perdono d’animo e insaccano per 9 volte contro un’attonita Gibilterra il giorno successivo.

Una fase di gioco di Åland – Groenlandia | © WightEye
Le nostre approdano alla semifinale contro la più forte compagine delle isole Åland; il risultato è decisamente negativo: 6-1 e Groenlandia abbattuta.
Karoline Malakiassen, l’autrice del gol
in una foto dello scorso anno con la maglia
del suo club l’A.T.A. della città di Tasiilaq.

Sconfitta ma non vinta. Un blogger locale, che in quei giorni, seguiva la kermesse sportiva, ha scritto come le groenlandesi, nel match perso contro le Åland (dalle parti di East Cowes Vics) non avessero «mai perso la testa, nonostante il risultato negativo di tutto il secondo tempo: hanno continuato a giocare fino all’ultimo secondo».
La finale per il terzo posto, però regala grandi soddisfazioni alle eschimesi: il gol della vittoria arriva al 75′, firmato da Karoline Malakiassen, contro le Westerns Isles (Scozia), a causa di un portiere non propriamente nel ruolo.

La festa delle Groenlandesi è un tripudio di inadeguatezza ed estrema felicità (ben controllata) nel ricevere una medaglia da parte degli organizzatori della manifestazione, con i pochi – ma significativi – presenti che urlavano: «We love you Greenland, we do: oh, Greenland we love you», in piena tradizione british, anzi, wightish.

Posted in Blog, calcio, calcio femminile, fissazioni, groenlandia, nicchismo, polpettoni

Biji Kurdistan!

Posted on 2017/09/25 by carmocippinelli
[View the story “Biji Kurdistan” on Storify]
Posted in Blog, polpettoni

L'astensionismo colpisce anche (e soprattutto) il Movimento 5 Stelle

Posted on 2017/09/24 by carmocippinelli
foto tratta da formiche.net

Di Maio è ufficialmente il candidato premier (*) del Movimento 5 Stelle, scelto a seguito di una votazione in cui hanno potuto votare gli iscritti certificati alla piattaforma Rousseau.
I candidati erano Luigi di Maio e altri 7 figuranti (Domenico Ispirato, Andrea Davide Frallicciardi, Elena Fattori, Marco Zordan, Gianmarco Novi, Vincenzo Cicchetti, Nadia Pisceddu), un po’ come accaduto spesso e volentieri per le primarie del Partito Democratico (quelle di Roma, in più d’un’occasione, hanno mostrato scenari analoghi, ma nobilitati dalla grande stampa per ragioni tutte politiche). Il vincitore è stato, ovviamente, il Vice Presidente della Camera dei Deputati. Ma va?!
I risultati delle votazioni li fornisce Grillo stesso dal palco di Rimini, dalla festa del Movimento 5 Stelle: i votanti sono stati 37.442, e il vincitore ne ha ottenuti 30.936. Gli altri: Ispirato  102 voti, Frallicciardi 168, Cicchetti 274, Zordan 373, Novi 543, 1.410 la Piseddu e 3.596 Elena Fattori.

Gli aventi diritto al voto, ad ogni modo, erano circa 140.000. Una situazione che fotografa un astensionismo che colpisce primariamente il sistema interno al Movimento 5 Stelle, che ha fatto dell’orizzontalità e dell’ognunovaleuno, la proria filosofia.

L’astensione che colpì il Movimento per scegliere il gruppo al Consiglio Europeo

Tre anni fa, nel corso delle votazioni online quando la piattaforma Rousseau non era ancora attiva, gli iscritti certificati del blog avrebbero dovuto votare tramite il blog di Beppe Grillo la collocazione europea per cui l’organizzazione avrebbe dovuto optare. Le ipotesi messe in campo dal gestore del portale erano tre: EFD, ECR e gruppo misto, cioè quello dei non iscritti a nessuna componente politica. L’ECR era (ed è) il gruppo dei Conservatori e Riformisti, quello a cui fa riferimento il Conservative Party (i ‘Tories’) di David Cameron e quello di appartenenza al primo partito di Polonia Prawo i Sprawiedliwość (Legge e Giustizia). L’EFD, invece, Europa per la Libertà e la Democrazia, è il gruppo di riferimento del tanto discusso e più volte rimpallato di prima pagina in prima pagina sulle testate nazionali UKIP (United Kingdom Independence Party) il cui segretario era Nigel Farage nonché della nostra Giorgi(on)a Meloni nazionale e del suo partito Fratelli d’Italia.
Il 12 giugno 2014, in sostanza, su 87.656 aventi diritto, votarono solo in 29.584. Il risultato ha consegnato la vittoria dell’affiliazione all’EFD: 23.121 voti, pari al 78,1% dei votanti, lasciando al palo l’ECR (i conservatori-riformisti), superato di poco dalla preferenza espressa per la collocazione nella componente dei non iscritti, con 2.930 voti pari al 10% di chi ha partecipato alla votazione on line.

Non un fenomeno isolato

Dunque, ricapitolando.  Sui 140.000 votanti presi in esame per la votazione che ha incoronato Di Maio leader, hanno votato solo in 37.442; per quella riguardante la collocazione nel Parlamento Europea gli aventi diritto erano 87.656 ma gli effettivi furono 29.584. Ma c’è dell’altro.
Nel gennaio del 2014 i votanti che «hanno espresso il parere vincolante sul voto che il Gruppo Parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”» sono stati 24.932.
Si badi, però, che alla votazione sul reato di clandestinità, che esprimeva parere vincolante per il gruppo parlamentare (non propriamente una bazzecola) aveva diritto di voto solo chi era un iscritto certificato al blog entro il 30 giugno 2013.
Per la cronaca, comunque, 15.839 avevano votato per l’abrogazione del reato di clandestinità.
Se si continua a cercare nelle votazioni sul Blog di Beppe Grillo (prima dell’entrata in vigore di Rousseau) si nota che, ad esempio, per l’espulsione dei senatori Orellana e Campanella, gli aventi diritto erano 43.368 e i votanti a favore e contro la cacciata sono stati 29.883 e 13.489.

Il Movimento 5 Stelle, dunque, cova al proprio interno una crescente ‘astensione’ interna che aumenta man mano che le votazioni vengono convocate dal Blog. Il fatto che una zona grigia non segua il movimento nelle decisioni assunte via internet, in cui l’utente può votare questo o quel provvedimento o l’uno o l’altro candidato Presidente, è da prendere in seria considerazione.
La retorica del gli scontenti della politica votano Grillo, non regge più e a votarlo, come l’Istituto Piepoli ha spesso mostrato nelle pubblicazioni sui flussi elettorali, è sempre di più l’elettorato già politicizzato. Quello che, comunque, si sarebbe recato alle urne, indipendentemente dalla presenza dei 5 stelle sulla scheda elettorale.
E il dato, a mio parere, è decisamente interessante.

(*) Premier è un termine decisamente improprio in una Democrazia Parlamentare come quella italiana giacché non esiste. Il termine, infatti, che si usa – infelicemente – in ambito giornalistico e non, sta ad indicare il Presidente del Consiglio dei Ministri. Le due funzioni, però, Premier e Presidente del Consiglio dei Ministri sono ruoli decisamente non sovrapponibili. I due, infatti, svolgono incarichi decisamente diversi. 

Posted in 5stelle, astensionismo, Blog, dimaio, grillo, polpettoni, presidente del consiglio dei ministri

Il diritto all'autodeterminazione dei popoli, gli stati liberali, l'URSS

Posted on 2017/09/22 by carmocippinelli
Due anni fa, anche se sembra passato decisamente più tempo, scrivevo un articolo per Sinistraineuropa.it, sito che assieme ad un gruppo di compagni ho contribuito a fondare a ridosso delle elezioni europee del 2014. La questione dell’autodeterminazione dei popoli è sempre stata una mia fissa, così come quella catalana. Questione che, stanti gli ultimi fatti di cronaca, sta esplodendo, letteralmente e neanche troppo metaforicamente. Ripropongo, interamente, dunque, l’articolo che scrissi tempo fa, ancora attuale mai come oggi. 
Il 30 novembre scorso (2015) il quotidiano spagnolo ‘El Pais’ ha tenuto un dibattito tra i candidati alla Presidenza del Governo spagnolo, presenti, nell’estratto presente qui sotto, il candidato del PP, di Podemos e del Psoe. Nella clip sottostante, dunque, è presente un estratto molto breve in cui il candidato Pedro Sanchez (Psoe) attacca Pablo Iglesias (Podemos) riguardo il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, non inserito in nessuna Costituzione liberale post-bellica ma solo in quella dell’Unione Sovietica. «Il tuo modello», ha affermato Sanchez nel dibattito, volendo chiaramente sminuire ed irridere quella che fu la realtà europea (e mondiale) che riconobbe il libero diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che andavano a comporre l’Unione (delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) tacciando di comunismo il leader di Podemos, come se fosse una colpa grave tale da macchiare indelebilmente il candidato presidente o una malattia venerea. «Sai in che Paese era previsto il diritto all’autodeterminazione? L’Unione Sovietica!», dice quasi sconcertato il socialista Sanchez, a cui gli risponde un ironico Iglesias «Uuuuh que miedo!», che paura!
Le questioni che emergono dal video possono essere molteplici ma quella che salta subito agli occhi è la demonizzazione dello Stato che ha composto quello che nel novecento era chiamato il campo socialista, contrapponendolo all’occidente capitalista. Le forze politiche moderate, che hanno attraversato il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, negli ultimi venticinque anni, hanno potuto accentuare il loro carattere fortemente a favore dell’economia di mercato facendosi beffe di qualsiasi sistema alternativo che, per la verità, nel Mondo non ha mai cessato di essere presente (si pensi a Cuba, al percorso bolivariano dell’America Latina) stringendo il cappio attorno a qualsiasi dibattito riguardo il superamento del capitalismo.
Si soprassiede, in quest’occasione, riguardo le ambiguità di Podemos sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, dal momento che la forza politica capitanata da Pablo Iglesias non ha sempre visto di buon occhio quelle manifestazioni popolari che portavano con sé istanze di separazione dallo Stato Spagnolo.
Basti ricordare, a tal proposito, che nelle ultime elezioni per la Generalitat de Catalunya (il Parlamento Catalano) la coalizione chiamata Catalunya sì que es pot (che riuniva due formazioni di sinistra, i Verdi e Podemos) non ha sortito gli effetti sperati e si è attestata attorno al’8,5% dei voti, pur superando il Partito Popolare e pur restando – tuttavia – delle forti resistenze all’autodeterminazione in genere all’interno di Podemos.
È utile menzionare, a tal proposito, che l’unica organizzazione spagnola che pone la questione dell’autodeterminazione come una tra le principali e caratterizzanti l’attività del partito, è il PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna). Il PCPE, infatti, riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli e si struttura tramite l’affiliazione ai partiti comunisti “etnoregionalisti” delle Nazioni-senza-Stato della Spagna; fanno parte del PCPE, dunque: il Partido Comunista del Pueblo Canario, il Partit Comunista del Poble de Catalunya, il PCPE La Rioja, l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi) e così in Andalusia e in Galizia.

L’autodeterminazione nell’URSS

Vale la pena ricordare, infatti, che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu l’unico stato che sancì – fin dalla Rivoluzione d’Ottobre – il diritto all’autodeterminazione dei popoli: «Il II Congresso dei Soviet, nell’ottobre di quest’anno, ha confermato questo diritto imprescrittibile dei popoli della Russia, in maniera più risoluta e precisa. Nell’esecuzione della volontà di questi Soviet, il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre a base della propria attività, nella questione delle nazionalità della Russia, i seguenti principi: 1) Uguaglianza e sovranità dei popoli della Russia. 2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente. 3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e nazional-religiose. 4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia. I decreti (dekret) specifici derivanti dal presente Atto saranno elaborati non appena costituita la commissione per le questioni delle nazionalità» (“Dichiarazione dei Popoli della Russia“).

L’elemento centrale dell’autodeterminazione è sancito – e più volte riaffermato – in tutte le modifiche costituzionali dell’Unione Sovietica: nella prima parte della Legge Fondamentale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1924) si legge «La volontà dei popoli delle repubbliche sovietiche, che si sono radunati di recente nei congressi dei loro Soviet, e che hanno unanimemente preso la decisione di formare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, serve come sicura garanzia del fatto che questa Unione è un’unione volontaria di popoli aventi uguali diritti, che ad ogni repubblica è assicurato il diritto di libera secessione dall’Unione, che l’ammissione all’Unione è aperta a tutte le repubbliche sovietiche socialiste, così quelle esistenti come quelle che potranno sorgere in avvenire, che il nuovo Stato federale si mostra degno coronamento di quelle basi di convivenza pacifica e di collaborazione fraterna dei popoli, gettate già nell’ottobre 1917».
Nella costituzione stalinista del 1936, quella additata come foriera di soppressione di libertà e repressione del dissenso dei popoli, si sancisce che «Ogni Repubblica federata ha una propria Costituzione, che tiene conto della peculiarità della repubblica, ed è redatta in piena conformità con la Costituzione dell’URSS» e che «ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS», tralasciando quello che si ratifica riguardo la parità dei cittadini e di genere: «Alla donna sono accordati nell’URSS diritti uguali a quelli dell’uomo in tutti i campi della vita economica, statale, culturale e socio-politica. La possibilità di esercitare questi diritti è assicurata dall’attribuzione alla donna dello stesso diritto dell’uomo al lavoro, alla retribuzione del lavoro, al riposo, all’assicurazione sociale e all’istruzione; dalla tutela, da parte dello Stato, degli interessi della madre e del bambino; dalla concessione di congedi di gravidanza alla donna, con mantenimento del salario, e da un’ampia rete di case di maternità, di nidi e di giardini d’infanzia».
Deliberazioni che i moderni provvedimenti sul lavoro, ammantati dalla patina della pronuncia anglista, non hanno minimamente preso in considerazione. Tralasciando, però, l’equità sociale nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nel capitolo II della Costituzione del 1936 (Ordinamento Statale) è rintracciabile un elenco di Stati e territori che vanno a comporre l’uno, cioè lo Stato Socialista. 
La bandiera dell’Abkhazia
E’ importante sottolineare come alcuni territori fossero riconosciuti come ‘Repubbliche Autonome’ già nel 1936, l’Abcasia, in tal senso, ne è un esempio: autoproclamatasi indipendente nel 1992, quando il conflitto Abcaso-Georgiano imperversava, la Repubblica in questione non è riconosciuta né dall’ONU, né dalla UE, bensì solamente da alcuni paesi ONU (Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Vanuatu e Tuvalu) e da altri extra-ONU (Ossezia del Sud e Transnistria). Per trattare la vicenda dell’Abcasia ci sarebbe bisogno di un capitolo – se non di un saggio – a parte, tuttavia rappresenta la pragmatica tutela delle cosiddette ‘minoranze’ da parte di uno Stato tacciato di repressione delle Nazioni-senza-Stato. L’ultima Costituzione di cui si dotò l’Unione Sovietica fu quella ratificata il 7 ottobre 1977 e firmata da Brezhnev (Presidente del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e da Georgadze (Segretario del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). 
Anche nella costituzione brezhneviana il ‘quid’ dello Stato Socialista era quello di essere: «uno Stato plurinazionale federale unitario, formato sulla base del principio del federalismo socialista, come risultato della libera autodeterminazione delle nazioni dell’unione volontaria, parità di diritti, delle repubbliche socialiste sovietiche. 

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche personifica l’unità statale del popolo sovietico, salda tutte le nazioni e i popoli ai fini della comune edificazione del comunismo. […] Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS». 
Tale principio, in ogni caso, non sarebbe stato affatto sancito nelle costituzioni (europee e non) liberali post-belliche.
Posted in autodeterminazione, Blog, catalogna, indipendenza, podemos, polpettoni, svezia, unione sovietica

Proibizione delle armi nucleari: il trattato è in vigore e gli USA mancano (ovviamente) all'appello

Posted on 2017/09/21 by carmocippinelli

Nella giornata di ieri, al palazzo delle Nazioni Unite di New York, si sono aperte le sottoscrizioni del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come riporta Pressenza (agenzia d’informazione internazionale per la pace e la nonviolenza). 

Le nazioni che lo hanno già firmato sono 50, numero minimo perché entri in vigore, e 3 lo hanno già ratificato (Guyana, Vaticano, Thailandia).
Tra i sottoscrittori, ovviamente, mancano all’appello gli USA ma è presente – esempio a caso – il Venezuela. Il Paese, infatti, è stato accusato delle peggiori nefandezze dagli yankees (e da tutto l’occidente imperialista) negli ultimi vent’anni, come ben sappiamo, per aver proibito ai monopòli capitalistici di speculare sulle vite umane e sull’economia del Paese e per aver avviato il processo bolivariano del Socialismo del XXI secolo.

Un altro passo di civiltà, dunque, è stato fatto dal Venezuela bolivariano.
Con buona pace di chi passa la totalità della propria vita a screditare il processo bolivariano. 

STATO FIRMATO RATIFICATO
Guyana 20/09/17 20/09/17
Santa Sede 20/09/17 20/09/17
Thailand 20/09/17 20/09/17
Algeria 20/09/17
Austria 20/09/17
Bangladesh 20/09/17
Brazil 20/09/17
Cabo Verde 20/09/17
Central African Republic 20/09/17
Chile 20/09/17
Comoros 20/09/17
Congo 20/09/17
Costa Rica 20/09/17
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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