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Categoria: polpettoni

Cesare Battisti, il formidabile 'casus belli'

Posted on 2019/01/20 by carmocippinelli
Fonte foto: ©Il fatto quotidiano
L’Italia si è svegliata tra il torpore postideologico e le storture dell’ingranaggio democratico liberale, costretto da costruzioni sovranazionali che ne limitano l’azione e l’efficacia, trovandosi stritolata fra pulsioni fasciste e discriminatorie nei confronti dell’altro quale che sia. L’episodio che ha scatenato il punto più alto di tutto questo è senza dubbio la cattura di Cesare Battisti, latitante da più di un trentennio tra la Francia e il Brasile. La narrazione che si è prodotta attorno al personaggio nel corso degli anni è stata volta alla costruzione (e costrizione) mediatica di un capro espiatorio per additare una certa parte politica alla copertura nei confronti dell’appartenente ai Proletari armati per il comunismo (Pac). Copertura che, nella maggior parte dei casi, non c’è stata o è stata interpretata forzosamente da coloro i quali hanno voluto mostrare ai più che la questione fosse come essi andavano esprimendo. Cesare Battisti non è altro che un terrorista di secondo, se non terz’ordine, rispetto al clima politico degli anni ’70 e nell’ambito dello stragismo, come ha ricordato Massimo Bordin sulla sua rubrica quotidiana Bordin line (del 15/01/2019) attraverso il giornale, tutt’altro che socialista o comunista ‘Il foglio’. Così come, per ulteriori approfondimenti sulla questione, è bene rimandare all’articolo scritto qualche tempo fa (ma utilissimo per quest’occasione) da Wu Ming 1. I Proletari armati per il comunismo, gruppo di cui faceva parte Cesare Battisti, a sostegno di quanto già espresso, nonostante misero a segno un pugno di omicidi, fu un gruppo terroristico che nel giro di due anni nacque e si sciolse, così come tanti all’epoca di cui stiamo parlando. Periodo storico con cui l’Italia ancora non ha fatto i conti fino in fondo lasciando svariate questioni aperte e aprendo le braccia al più bieco revisionismo, come già successo per svariati episodi della nostra storia più recente.
Casus belli
Cesare Battisti e la spettacolarizzazione del suo rapimento – che ricorda quella messa in atto all’epoca dell’arresto di Enzo Tortora, telefonare Bonafede – rappresenta la punta dell’iceberg della volontà di destrutturare quel poco che rimane di gruppi organizzati o autonomi che fanno riferimento alle idee di solidarietà e di internazionalismo. In altre parole al marxismo, al socialismo e al comunismo, nonché al pacifismo. Prendere il casus belli Battisti è una mossa più che intelligente: la scaltrezza del potere si mostra con tutta se stessa andando a recuperare uno tra i più contestati personaggi di quegli anni, unendolo al mutamento di governo in Brasile a seguito del golpe-Temer che ha ‘deposto’ Dilma, democraticamente eletta, e carcerato Lula, sulla cui veridicità delle prove messe in atto dall’accusa si discute tutt’ora in Brasile. Italia e Brasile non sono mai stati così vicini, non tanto per la prossimità ideologico-politica dei due Governi, quanto per la demonizzazione totale, a 360°, della controparte. In Italia il gioco è più complicato: Salvini deve fare riferimento alla ‘sinistra’ che, purtroppo per lui (ma anche per noi), non ha niente a che vedere con il PT brasiliano e la socialdemocrazia, men che meno con il socialismo o il comunismo. Il meccanismo riesce ugualmente: Matteo Salvini ha più volte dichiarato che ostentare i simboli della Russia sovietica perché antistorici, o aberrazioni simili, arrivando – qualche anno fa, quando la Lega si chiamava ancora Nord – a «schifare il crocifisso con la falce e martello donato da Evo Morales a Papa Francesco». A questo, si aggiunga il disprezzo di entrambi (Bolsonaro e Salvini) nei confronti dei comunisti: il Ministro dell’Interno, dopo la stretta di mano con il figlio di Torreggiani (ovviamente in diretta tv sul Tg2 di prima serata, successivamente pubblicato su Facebook dal capitano) ha dichiarato come si sia fatta «giustizia con la g maiuscola» ricordando con disprezzo quegli «pseudo intellettuali e politici italiani in difesa di quello che è un volgare assassino comunista». L’espressione usata verrà ripetuta dal Ministro per una serie infinita di volte fino a perforare il cranio degli uditori e la retina dei suoi (e)lettori fin quando essi non avranno, davvero, gli occhi di bragia non appena vedranno una falce e martello da qualche parte.

La questione vera: mettere al bando il socialismo, il comunismo, l’internazionalismo
Il 31 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione nazista della Polonia, ad attacco pianificato e con Adolf Hitler che aveva già firmato l’ordine di invasione, si verificò l’episodio che passerà alla storia come Incidente di Gleiwitz (oggi la cittadina si chiama Gliwice). L’accaduto fu un finto attacco messo in piedi dai nazisti al fine di costruire (letteralmente) un pretesto per giustificare l’attacco alla Polonia: a Gleiwitz, al confine con la Polonia, sono di stanza dodici uomini agli ordini dei servizi segreti tedeschi. Prendono gli ordini, dunque, direttamente da Heydrich, capo dei servizi, «poi giustiziato quattro anni più tardi dai partigiani cecoslovacchi a Praga» come ha ricordato Alessandro Barbero. Il commando possiede divise e documenti polacchi, pronti ad entrare in azione in qualsiasi momento arrivino gli ordini, cito nuovamente Alessandro Barbero nel corso della sua lectio al festival di Sarzana del 2014: «la mattina del 31 agosto Heydrich fa arrivare la parola d’ordine al commando ‘la nonna è morta’. Il commando entra in azione e attacca la stazione radio di Gleiwitz, spara e si impadronisce della radio da cui viene trasmesso un comunicato farneticante in polacco e se ne vanno lasciando un morto in divisa polacca». L’attacco polacco c’è stato, i nazisti sono stati aggrediti: l’invasione della Polonia, iniziata il 1 settembre, è più che giustificata e legittimata, c’è necessità di difendersi.
Così come tutte le questioni, nel corso della Storia, hanno bisogno di un pretesto per legittimare la propria azione, anche la vicenda di Cesare Battisti trasmette qualcosa, per coloro i quali hanno occhi e orecchie per andare oltre le righe della propaganda massmediatica salvinista, a cui la grande stampa presta il fianco facendogli da eco. Iniziare a limitare l’agibilità politica di chi fa riferimento a quanto sopra espresso (socialismo, comunismo, internazionalismo) non fa certo parte del famigerato Contratto di governo, tuttavia si presta bene a quello che sarà la narrazione salvinista post elezioni europee in cui (a meno di stravolgimenti) non ci saranno liste con falce e martello, la sinistra non eleggerà alcun deputato a Strasburgo e la Lega otterrà la maggioranza relativa di coloro che intenderanno recarsi alle urne, riproponendo lo scenario del 2014 in cui il Pd gridò entusiasticamente per un effimero 40% che fece girare la testa all’allora Primo Ministro Matteo Renzi. Tornando a noi, è giusto, nell’ottica leghista, iniziare una narrazione/propaganda che è stata abbracciata da svariati paesi dell’est europa (Ucraina e Polonia fra tutti), andando di pari passo con la rimozione dei segni più visibili (statue e monumenti in generale) dell’epoca sovietica.
Non da ultimo, l’uso politico e social della spettacolarizzazione della cattura del personaggio: si può rivivere passo dopo passo, la giornata del 14 gennaio, dal profilo Facebook del Ministro Bonafede. Un pasto stucchevole per chiunque a cui gli italiani sembrano essersi così tanto assuefatti da non percepire la gravità delle immagini girate e pubblicate con estrema disinvoltura o, per dirla con le parole dell’Unione delle camere penali: «Quanto accaduto ieri [14/1/2019] in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana». Questa che sta attraversando l’Italia, dunque, è solo la prima fase di un nuovo, lungo e tortuoso cammino in cui si lavorerà per far sì che i contorni dei crimini del passato (Stazione di Bologna in primis) verranno sempre di più letti attraverso lenti dalla gradazione sbagliata e fatte indossare a un popolo sempre più miope a cui manca capacità di discernimento, educazione, adeguata scolarizzazione e memoria storica.

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Roma è una città diseguale: «bisogna cambiare il modello di sviluppo»

Posted on 2019/01/17 by carmocippinelli
articolo apparso il 15 gennaio 2019 su Pressenza.
Roma è una città in cui regna la disuguaglianza. Da questa frase, forse inconsciamente ovvia, che tuttavia in tempi di crisi politico-culturale sembra rivoluzionaria, nasce il progetto #MappaRoma. Uno strumento per la politica e per analizzare l’attuale, evitando che si cada nei luoghi comuni e nell’immaginario di una città che non esiste più. Di questo e dell’ultima mappa pubblicata ne abbiamo parlato con Salvatore Monni, coordinatore del progetto e docente di Economia dello sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”.

L’idea di mappare Roma e le sue disuguaglianze è decisamente ardita, da dove parte il progetto #MappaRoma e perché?
«Il progetto è nato nel 2016, l’anno delle elezioni comunali. Io e gli altri due ideatori del progetto  [Keti Lelo e Federico Tomassi] partimmo da un dato: tutti coloro che parlavano di Roma nell’ambito delle elezioni lo facevano riferendosi ad una città che non esiste più o solamente immaginata. Un conto è parlare di una città che non esiste più in un ambito ristretto o familiare, diventa un problema se ne parla in quei termini chi si candida a governare la città. #MappaRoma nasce dall’esigenza di tirar fuori dai cassetti molto del lavoro fatto, immaginandolo come strumento da fornire a tutto il quadro politico romano prima della competizione elettorale e al ‘grande pubblico’».

Dunque uno strumento per chi aspira a governare ma anche per chi lo sta già facendo, corretto?
«Per far conoscere Roma e le sue complessità. L’aspetto che nelle mappe è emerso con forza è la dicotomia fra centro e periferia, specie extra-anulare, ma in realtà Roma ha tanti centri e tante periferie in ogni zona della città».

Nell’ultima mappa pubblicata, la #25, si analizza inclusione sociale, dispersione e abbandono scolastico, disoccupazione: la situazione appare piuttosto drammatica per il quadrante est prima menzionato e per il quadrante nord-est.
«C’è anche un’altra idea, però, oltre a quelle citate. Il benessere di una metropoli non è data dalla sua ricchezza e dal reddito. Quando leggiamo racconti e narrazioni [politiche] di una città, ci si basa sull’aumento del Pil e sul commercio. Questi fattori, pur importanti, non inquadrano la (molto più complessa) realtà. La crescita è cosa molto diversa dallo sviluppo: è fattore importante ma strumento e non obiettivo di quest’ultimo».

Cosa si deve fare per comprendere le disuguaglianze della città?
«Nella mappa #25 abbiamo provato ad analizzarlo: monitorare i dati sulla scolarizzazione, vedere il numero di NEET [i giovani né occupati né inseriti in un percorso di formazione] ci dà un quadro dell’esclusione sociale. Non una semplice espressione: significa ‘non essere parte attiva della società’. Il reddito di cittadinanza di cui si sta discutendo in questi giorni, ad esempio, implica un’idea ben precisa sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della società. Ritenere che il problema di una persona disoccupata sia esclusivamente il reddito è molto riduttivo: il problema è la non-occupazione stessa. L’individuo si realizza attraverso di essa e diventa parte della società dando un proprio contributo». 

Quanto pesa il progressivo scollamento della politica negli ultimi 30 anni dalle periferie extra-anulari?
«Prima di questo vorrei ribadire un punto: il problema principale della città non è il decoro ma è la disuguaglianza tra individui. La nostra attenzione su questo aspetto nasce da questa considerazione: Roma è una città profondamente ineguale. E lo è, per rispondere alla domanda, perché il modello di sviluppo che l’ha caratterizzata dagli anni ’90 in poi è tale da aver creato questo». 

Per rendere una città meno diseguale cosa si fa?
«Cambiare il modello di sviluppo. È un problema che hanno anche altre città, europee ed extra europee, di cui si parla poco. In un lavoro a cui abbiamo partecipato, figlio di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, abbiamo notato che le conseguenze dell’adozione del modello basato su conoscenza e innovazione rappresenti una divaricazione profonda delle opportunità tra gli individui che vivano all’interno della città».

Cioè?
«Cioè vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dell’adozione di quel modello, così da limitarne gli effetti negativi. Faccio un esempio provocatorio: l’Auditorium è il rappresentante massimo di quel modello di sviluppo che ha caratterizzato la città dagli anni ’90 in poi. Quel luogo aumenta il benessere di chi ha gli strumenti per capire che lo arricchisce. Tuttavia ad una larga parte della città (che non possiede gli stessi strumenti e che è anche piuttosto distante geograficamente) non ha fornito nulla in più. Nonostante sia positivo che quel luogo esista e che svolga un ruolo importante, esso ha creato disuguaglianze. Non sto dicendo di essere contrario alla sua costruzione ma credo che si debbano fare anche altre cose nelle periferie delle città per far aumentare quel benessere a chi non riesce ad usufruire dell’Auditorium. Il “rinascimento della città” declamato da Walter Veltroni ha riguardato solo una parte di essa: un’altra si è sentita esclusa e il suo orientamento politico/elettorale ne ha risentito nel corso degli anni».   

In conclusione cosa si potrebbe fare?
«Nel medio periodo probabilmente il problema è in parte risolvibile con la fornitura gratuita di servizi ora non accessibili, con “investimenti sociali” per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione e l’occupazione, mediante progetti mirati e specifici da attuare – collaborando con l’associazionismo locale – nei quartieri che maggiormente subiscono il disagio. Nel lungo periodo invece difficilmente è possibile ottenere dei risultati senza un drastico cambiamento dei rapporti tra le classi nel processo produttivo, senza – insomma – cambiare quella che Marx definiva la “struttura” del processo storico».
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Corto circuito Battisti – la mappa

Posted on 2019/01/14 by carmocippinelli
Come al solito internet aumenta in modo ultra esponenziale le proprie considerazioni del subconscio e quelle indotte da altri personaggi, più o meno popolari che influenzano il pensiero altrui. Le prime un tempo erano circoscritte nell’ambito familiare, e là restavano, ora sono diffuse via social. Allora capita che per l’arresto di Battisti si sia dato il via alla fiera delle stronzate (sì, delle stronzate) sparate da chiunque, senza distinzione alcuna. Ministro dell’Interno in primis, elettori leghisti e pentastellati in secundis. Volevo scrivere un pippone enorme dei miei, di quelli che non avrebbe letto anima viva: mi sono preventivamente fermato e per una volta il mio malessere e il disagio nel vedere così tanti idioti, lo irrido.
«Ciao belli, un bacione» (Cit.), vado a prendermi il Maalox. E a voi, un bel po’ di Xanax. E siccome ho già detto parolacce come un bambino indisciplinato che dice “culo” per la prima volta, non ve dico manco i morti, ma li polpacci vostra, questo sì.
Clicca sull’immagine per ingrandire
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Se ci si abitua alle divise la situazione è (molto) grave

Posted on 2019/01/08 by carmocippinelli
fonte: Usb vigili del fuoco
Al di là del fatto che il Ministro dell’Interno sia un personaggio oggettivamente discutibile, il tema sollevato solamente (encefalogramma piatto dalla sinistra e dai comunisti, di ogni organizzazione politica) dal sindacato dei Vigili del fuoco dell’Unione sindacale di base, è significativo nella lettura dei fatti che ci circondano ogni giorno, siano essi politici che civici. 
Si tralasci, poi, per un momento il giusto richiamo dell’Usb all’articolo 498 del codice penale e si rifletta sulla manifestazione esteriore dell’indossare questa o quella divisa da parte del Ministro dell’Interno.
Piccola considerazione a monte 
La fase politica e culturale che stiamo attraversando è totalmente mediatica, ne è intrisa come un panno zuppo d’acqua che non si vuole strizzare o torcere. Non conta tanto il contenuto prodotto da un utente ma il suo effetto, sia esso positivo o negativo nei confronti – si badi bene – dei fruitori di quel contenuto. Non si sta parlando della totalità popolo di una nazione o del corpo elettorale nella sua interezza, ma soltanto di coloro i quali hanno accesso, tramite social network, a quei contenuti prodotti dall’utente in questione.
Torniamo alle divise
Al di là dell’aspetto simil-buongiornissimokaffèèéèé di un uomo di mezz’età che per creare uno stato permanente di agitazione inizia le dirette su Facebook con la divisa di qualsiasi corpo d’arma (tranne la Finanza, chissà perché!) ma esordendo con un patetico «buongiorno amiche e amici» per farsi vedere vicino al popolo, la questione inizia ad essere preoccupante. O almeno lo è per me.
La Storia insegna, tuttavia non ha scolari, diceva un tal Antonio Gramsci e in effetti si sta producendo questo fenomeno: indossare una divisa fa mediaticamente effetto, ma personalmente la vedo più negativa della cosa così come si manifesta.
I dittatori nazi-fascisti del secolo appena trascorso hanno iniziato così, mostrandosi al popolo “col pugno duro” rappresentato dalla divisa indossata, facendogliela in seguito digerire perché s’era creato il clima adatto per una guerra prima interna e poi esterna. Il nazista Hermann Göring insegna: il popolo non vuole mai la guerra, tranne nel momento in cui gli si fa credere che esiste un nemico interno:

«Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino pezzente dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero. Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, che in una dittatura fascista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque paese».

Se la gente (nel senso più ampio del termine e non circoscritto agli elettori della Lega) si abitua così repentinamente alle divise indossate dal Ministro dell’Interno che si fa un selfie bevendo caffè o mangiando sfogliatelle per dei beceri mi piace, la situazione è davvero grave anche e soprattutto perché la cosiddetta deriva autoritaria o autocratica è psicologicamente alle porte. 
Primo passo per un’accettazione politica del tutto.
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Perenne campagna elettorale e personalismo di pochi: i danni sono per tutti

Posted on 2019/01/07 by carmocippinelli
Fonte foto: Il Fatto Quotidiano
Succedono cose davvero curiose a coloro i quali intendono accaparrarsi, hic et nunc/qui e subito, consenso da spendere subito sul mercato delle elezioni. In periferia viene molto bene a causa di problemi conosciuti da tutti e che rendono quelle zone, per l’appunto, periferiche. 
C’è chi direbbe che basti semplicemente raccontare quanto (pochino, a dire la verità) ci sia di positivo e di bello – pur stanti così le cose – per far sì che la situazione appaia del tutto mutata agli occhi esterni e di chi vive quella quotidianità. Ovviamente questo non basta, ma tant’è. 

Succedono cose curiose, dicevo. 

Recentemente a Torre Angela, imponente quartiere periferico sulla Casilina extra-Gra, cuscinetto fra Tor Bella Monaca e Giardinetti, un gruppo di residenti coadiuvato da esponenti politici locali (i quali prima di essere tali sono ovviamente abitanti del luogo) si è mosso per dar vita ad un comitato di quartiere. Niente di nuovo, se non che questo Cdq, sostanzialmente, ha condotto una battaglia senza quartiere per il ripristino dei cassonetti su strada e la cessazione della raccolta rifiuti porta a porta. Iniziano le polemiche tra le varie zone di Torre Angela e altri comitati, come il Cdq Arcacci. 
A tal proposito mi sembra molto interessante il commento della principale voce del Cdq Arcacci, Luigi Casella il quale ha affidato a Facebook un piccolo/lungo scritto. Qui sotto è riportato nella sua interezza data la stima (umana, politica ed intellettuale) che ho per lui, evitando di fare gli orrendi taglia e cuci che non avrebbero fatto capire un cappero di quello che dice: 

«Qualcosa sui rifiuti a Torre Angela. Come previsto, il ritorno dei cassonetti stradali, richiesto con una raccolta firme, molto parziale e sostenuto dai comitati di quartiere, tranne quello di Arcacci, non ha migliorato, anzi, il problema raccolta rifiuti. Prima, metà quartiere era servito malissimo e l’atra metà in modo buono. Da via Calimera a via dei coribanti, il porta a porta funzionava, dalla parrocchia a via casilina uno schifo immondo! Ora, da via Calimera a via Squinzano, funziona in modo molto buono, differenziato, tranne i disagi dovuti alle festività. Tutta la restante parte del quartiere uno schifo tremendo e tutto indifferenziato.
 Tanto che anche i sostenitori del ritorno dei cassonetti stradali cominciamo a pensare ad una manifestazione di protesta, era ora.
Risultato: prima il 45/50% del quartiere, aveva una raccolta differenziata, oggi, il 70/ 75% ha una raccolta indifferenziata e peggiore di prima. 
Altro che chiusura di Rocca Cencia, uno stimolo per chi vuole solo ed unicamente incenerire.
 Ama non funziona, questo lo sapevamo e per questo già da 7/8 mesi chiedevamo una manifestazione pubblica, forte, di tutto il quartiere, insieme al municipio, per sollecitare un vigoroso intervento, verso le istituzioni competenti.
 Qualcuno, ha bocciato questa possibilià, ritenendola, in assemblea pubblica, pericolosa.
 Ora tornano sui loro passi, vogliono organizzare una manifestazione!!!
 Bene così!
 Un consiglio, non fatevi strumentalizzare da nessuna, dico nessuna forza partitica, non è buono!!!».

Potrei stare a parlare della situazione di Ama e della questione municipalizzate, quello che penso si trova qui, anche si tratta di un’altra azienda, il ragionamento è lo stesso. 
La situazione, dunque, era critica prima ed è critica adesso. 
Una somma zeri riguardo cui qualche abitante ha iniziato a far notare ai rappresentanti del Cdq in via informale o, come spesso negativamente accade, via social network (negativamente, a parere di chi scrive, ça va sans dire). 
I rappresentanti politici eletti in municipio, che fanno anche parte del Cdq, in questo specifico caso, sono appartenenti alla destra e al partito dei Fratelli: durante la pausa natalizia spunta la foto bomber degli eletti di quest’organizzazione di fronte ai cumuli d’immondizia: «la situazione è insostenibile: assessore e presidente del municipio diano spiegazioni o scendiamo in piazza», tuonavano alla stampa.

Sommessamente, sempre per vie informali, abitanti e non facevano notare come alcuni di quegli eletti erano parte attiva di quel Cdq che si era alacremente battuto per il ritorno ai cassonetti in astio alla porta a porta che non funzionava minimamente in quella porzione, pur grande, del quartiere. 
La vicenda mi ha ricordato tantissimo di quando, anni fa, Marco Scipioni consule, il Partito democratico avallò la chiusura della Roma-Giardinetti all’indomani dell’apertura della Linea C salvo poi iniziare una battaglia politica chiedendo la reintroduzione sia del cosiddetto trenino che del 105. 
Il risultato è stato quello di aver lasciato interi quartieri scoperti (da Centocelle a Giardinetti), gli abitanti dei quali ora hanno un’unica alternativa per arrivare nelle zone centrali: la stessa Metro C. Peccato che la frequenza della metro in questione sia da treno regionale: 1 ogni 12 minuti, tralasciando imprevisti che, a Roma, non sono tali ma potenziali avvenimenti quotidiani in cui il disagio regna sovrano. 
La storia racconta/O muthos deloi che quando la politica incrocia la strada della campagna elettorale permanente, dunque con il personalismo di pochi, il risultato non può che essere negativo per tutti.


Con buona pace di chi storcerà la bocca leggendo queste righe.
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India: milioni di donne in piazza contro il conservatorismo religioso

Posted on 2019/01/03 by carmocippinelli
Articolo scritto per Pressenza il 3/1/2019
Milioni di donne si sono unite, mano nella mano, lungo tutta la costa dello stato indiano del Kerala: è successo il 1 gennaio 2019. Un cordone lunghissimo che la stampa ha chiamato “women’s wall” ha percorso 620 chilometri di costa indiana del Kerala, così riporta il quotidiano ‘Times of India’: «[…] milioni di donne indiane si sono unite mano nella mano lungo i 620 km di lunghezza della costa del Kerala: dalla punta settentrionale all’estremità meridionale per formare un “women’s wall” [muro di donne] contro i conservatori religiosi che si sono opposti alla [storica] sentenza della Corte Suprema che ha permesso l’ingresso di donne con le mestruazioni nel tempio di Sabarimala».  
L’antefatto 
Una storica ‘prima volta’: Bindu Ammini (42 anni) e Kanaka Durga (44 anni) hanno varcato la soglia di uno dei più sacri templi indù, il Sabarimala Temple. Sono state le prime a compiere lo storico passo dopo che a «settembre la Corte Suprema aveva cancellato il divieto di ingresso alle donne “in età mestruale”, tra i 10 e i 50 anni, perché considerate impure».

Quando Ammini e Durga sono uscite dal tempio, i custodi hanno compiuto i riti di “purificazione” per “decontaminare” l’area: nella società indiana, infatti, patriarcale, classista e conservatrice, le donne, giacché hanno le mestruazioni, sono considerate ancora “impure”. Tuttavia la protesta è montata in tutta la regione: il governo del Kerala, retto dal Partito comunista (marxista) dell’india (Pci(m)), ha sostenuto il diritto alla libertà religiosa delle donne: «Abbiamo dato ordine permanente alla polizia di fornire tutta la protezione possibile a qualsiasi donna che voglia entrare nel tempio», ha affermato il governatore Pinarayi Vijayan. 
Il Pci(m), contestando apertamente la decisione dei custodi e del Governo centrale di Modi per essersi schierato dalla parte dei “purificatori” in nome della tradizione, ha chiamato alla mobilitazione spiegando le ragioni dell’insensatezza del gesto dei custodi. 
A seguito della mobilitazione, Pinarayi Vijayan ha chiesto la destituzione dei custodi del tempio che hanno offeso e calpestato la dignità delle donne e «stralciato il verdetto della Corte Suprema».
The decision of the tantri to shut the Sabarimala temple for purification after two women entered the shrine is a violation of the Supreme Court verdict. A contempt of court action should be taken against him.

— KodiyeriBalakrishnan (@b_kodiyeri) January 2, 2019

La protesta nonviolenta 
La catena umana è stata promossa dal Pci(m) e sostenuta da 176 organizzazioni di cui ancora non si sconosce  il numero effettivo, anche se gli organizzatori hanno parlato di più di 5 milioni di presenze. Nonostante la stampa non sia benevola nei confronti delle sinistre e dei comunisti, il quotidiano ‘Times of India’, a seguito dell’imponente mobilitazione, ha riportato: «i numeri delle donne scese in piazza su impulso del governo e del Partito comunista (marxista), rappresentano la consapevolezza diffusa delle donne e la forza dell’aspirazione all’uguaglianza di genere, in Kerala e in India». Grande soddisfazione è stata espressa dai vertici regionali e nazionali del Pci(m): «L’ufficio politico rivolge un caloroso saluto e le sue congratulazioni alle donne del Kerala e a tutte le 176 organizzazioni sociali e di massa per lo storico “women’s wall” il 1 gennaio. La partecipazione di oltre 55 lakh [circa 5 milioni e mezzo] di donne, partecipazione interclassista di caste/comunità diverse e di tutti i ceti sociali, ha dato un forte messaggio di unità per sostenere i valori della rinascita del Kerala, per i diritti delle donne e la riforma sociale. In un momento in cui le forze di destra guidate dal RSS e dal governo Modi cercano di imporre ideologie retrograde in tutto il paese, questo muro delle donneha un significato più ampio e incoraggerà una più diffusa resistenza».

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Scrivere è lecito, approfondire è diabolico

Posted on 2018/12/21 by carmocippinelli

Un fantasma si aggira per  l’Italia: quello della demonizzazione e criminalizzazione del comunismo. Nonché della sua citazione a sproposito per far passare un messaggio del tutto distorto a chi legge o ascolta.

La Stampa

«[…] A furia di gridare al fascismo abbiamo trascurato quella romantica vena stalinista [del Governo]», 

lo scrive, alla fine del suo articolo, il giornalista Mattia Feltri su ‘La stampa’ di oggi a proposito della legge cosiddetta “Spazzacorrotti” dell’esecutivo. 
A leggere i quotidiani di oggi, o ascoltarli dalla voce radiofonica di un giornalista, ci vuole del fegato e il perché è presto detto: tanto per quel che riguarda il cosiddetto “Dl Spazzacorrotti” quanto per la manovra di bilancio, è tutto un “dàgli all’untore”. Ma l’untore, in questo caso è diverso dal solito: il comunismo. 
L’articolo di Feltri paragona il Dl ad alcune leggi del codice penale sovietico, evocando “Arcipelago Gulag”, citando purghe staliniane e nomi in parallelo alla legge leghista-grillina.
Aleksandr Solzenicyn è un evergreen valido per tutte le stagioni per straparlare di comunismo, Unione Sovietica, Stalin et similia.
Non che le due cose c’entrino molto (il Governo M5S/Lega e l’Urss di Stalin) ma agli occhi e alle orecchie di un popolo che non legge, non studia, non sa ca(r)pire quel che succede attorno ad esso, fa sempre molto effetto citare esempi di altre epoche, anche ravvicinate, che la maggior parte dell’opinione pubblica non coglie neanche più. Nè, tantomeno, possiede gli anticorpi per destrutturare una narrazione sbagliata a causa dello smantellamento del sistema scolastico e universitario, in particolar modo per quel che riguarda gli studi storici e umanistici. Revisionismo strisciante.

Il Giornale

Lamberto Dini, poi, interviene affidando le sue parole in via privata ad Augusto Minzolini, il quale, abbandonando da tempo il nom de plume Yoda, riporta le poche ma significative righe dell’ex Primo Ministro, sul ‘Giornale’:

«La manovra è ridicola. I mercati faranno giustizia. Quando a gennaio non si riusciranno a vendere i 40 miliardi di titoli di Stato necessari per pagare stipendi e pensioni, voglio vedere cosa diranno questi signori. Addirittura hanno messo nel mirino i pensionati: bloccare l’indicizzazione a gente che prende 1.500 euro al mese! Roba da matti! È una tassa. Un esproprio. È una legge di bilancio da rifondazione comunista, da Pci, senza però l’intelligenza dei comunisti».

Tralasciando per un secondo l’esprorio comunista, personalmente mi pare grave la questione delle cifre posta dall’ex Presidente del Consiglio dei Ministri: “i mercati faranno giustizia” e ancora “vendita dei titoli di Stato necessari per pagare stipendi e pensioni”. Tutto è una Spa, persino i pensionati, a loro insaputa, aspettano il gong dell’inizio della seduta a Wall Street per sapere se possono andare all’Ufficio Postale o all’Impese (Inps, nel gergo periferico romano).


Il carico da 11 alle parole di Dini, sempre scorrendo l’articolo uscito oggi a firma di Minzolini, lo mette Primo di Nicola, giornalista e senatore grillino:

«Abbiamo fatto quello che il Pci e Rifondazione comunista non hanno mai avuto il coraggio di fare, redistribuendo ricchezza».

Il Principe De Curtis, al secolo Totò, avrebbe commentato con un caustico alla faccia del bicarbonato di sodio.

A tutto questo si pone anche un problema di modus operandi professionale: si citano (a sproposito, ma vabbè) Rifondazione comunista e il Pci e, dunque il giornalista moderno, che crede nell’Europa, nell’abbattimento delle frontiere, nella generazione Erasmus e simili, non interpella un esponente del Prc o del defunto Pci. Al contrario, Yoda (pardon, Minzolini) riporta le parole «dei discedenti di Rifondazione Comunista», ovvero, una senatrice di Liberi e Uguali: Loredana de Petris.

Si provi ad immaginare il contrario, cioè che si fosse proceduto affibbiando negativamente la paternità della legge di bilancio al Partito Democratico. Il giornalista moderno, post-ideologico e con simpatie lib-dem, andrebbe a intervistare un ex Pd?  Si immagini se fosse davvero accaduto questo: cioè che in un articolo sulla manovra si interpellava, non bonariamente, il Pd e che il giornalista in questione intervistasse – che so – Nico Stumpo, ora in Leu (che, tra parentesi, neanche esiste più, ma questa è un’altra storia).
Il post indignato di Renzi, indignato perché non l’avevano preso in considerazione e perché la stampa aveva preferito un ex-dem, sarebbe stato quotato all’1.5: vittoria certa per qualsiasi scommettitore.
Così come il tweet di Maurizio Martina. Muzio Scevola avrebbe ancora due mani.

“Se solo si potesse…”
Che la classe dirigente italiana stesse mostrando da tempo il suo vero volto, è fuor d’ogni dubbio; che la classe politica menta sapendo di farlo di fronte all’assetto sovranazionale dell’Ue e delle politiche comunitarie è altrettanto vero: lo stiamo vivendo sulla nostra pelle, non c’è giorno che trascorra senza una (u-n-a) dichiarazione tremebonda e incendiaria contro l’Ue da parte di Lega e M5S, salvo poi trattare su qualsiasi cosa come un Gentiloni o un Renzi qualsiasi e prendere per il naso sui decimali un elettorato che, al contrario, crede che sia una roba rivoluzionaria rientrare nei trattati europei. Anche se, a sto punto, bastava il Pd.
Che i giornalisti, infine, stiano dando il peggio di sé da un trentennio a questa parte, anche questo, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Tutte e tre le categorie stanno ancora al grado ‘zero’ dell’analisi, del dibattito e dell’approfondimento, questioni necessarie a tutte e tre le figure in questione per il proprio lavoro. Tuttavia, dopo aver ascoltato dalla voce di Massimo Bordin i giornali di oggi, c’è da dire che da quelle tre figure sopramenzionate non si cava davvero un ragno da un buco.
Secondo costoro i totalitarismi pari sono: nazista, fascista, comunista. E d’altra parte poco importa che quest’ultimo ha distrutto il nazifascismo in Europa.
Se potessero, scriverebbero che, in fondo, Hitler e Stalin sarebbero stati amicissimi, d’altra parte c’è il famigerato patto Molotov-Ribbentropp che riprova l’amicizia dei due regimi.
Peccato che quel patto poco c’entra con l’alleanza “per spartirsi la Polonia” tra Germania e Russia Sovietica: è uno dei più grandi falsi dell’era post-ideologica, del revisionismo e dello smantellamento dell’insegnamento della storia in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado. A riguardo – per coloro che vorranno – si potrà ascoltare dalla viva voce di Alessandro Barbero (video in basso dal minuto 46:10), le motivazioni di quel patto e del perché è un falso considerarlo così com’è stato fatto in Italia (in particolar modo) tanto dalla comunità scientifica quanto dall’informazione (fossi in voi il video me lo vedrei tutto):

E siccome, spesso e volentieri, tra elettori di sinistra, compagni variamente collocati, si tende a dire “ma forse ce la meritiamo questa situazione”, pensando ai loro trascorsi, alla loro età e all’inanità delle organizzazioni che hanno preceduto la situazione attuale, per una volta vorrei dire l’esatto contrario: parlate per voi. 

Anzi, aggiungerei, poveri noi.
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A qualcuno piace tecnico

Posted on 2018/12/08 by carmocippinelli

Ultimamente in ambito lavorativo si sta sempre più tendendo a cercare risorse e personale ultra specializzato già formatosi autonomamente, ad esempio già competente in più linguaggi di programmazione o già avente un bagaglio di esperienza consistente.
La tecnicizzazione e l’iperspecializzazione richiesta in ambito lavorativo è a monte, quindi, di richieste stesse di risorse e personale biologicamente giovane rispetto ai desiderata aziendali. La cosiddetta “formazione in azienda” non esiste più da molto tempo e questa tendenza sta tracimando in altri settori, serpeggiando già da tempo in ambiti pubblici.
Quello politico, un esempio su tutti, in cui la credenza di ritenere un tecnico migliore di un politico qualsiasi è ormai vox populi. 

La figura del “tecnico” aleggia da molto sulla politica italiana e la sua prima applicazione fu il governo Dini (a cavallo fra il 1995 e il 1996) fino ad arrivare al più recente Governo Monti.
Il tecnico è preferito aprioristicamente perché si presuppone abbia più conoscenze di un normale elettore o di un tizio qualunque che si candida. Preferito anche dalla classe politica, anzi, soprattutto da essa, cosicché i demeriti dell’applicazione di misure impopolari non ricadono sul proprio bacino elettorale e non inficiano la rielezione di una generazione tra la più misera (culturalmente in primo luogo) di rappresentanti istituzionali.
Vale la pena ricordare in questa sede la festa per la “liberazione da Berlusconi” organizzata dal Partito Democratico, con un Bersani festante mentre stappa una bottiglia di spumante.

Interviene @ivanscalfarotto: “il governo #monti sta restituendo agli italiani all’estero l’orgoglio per il nostro Paese” #assembleapd

— Partito Democratico (@pdnetwork) 21 gennaio 2012

O le dichiarazioni di Fassina, tanto per dirne uno cui la sua supposta redenzione è stata accolta a gran voce a sinistra, riguardo cui ci sarebbe da ragionare. Non sui temi, ma sulla persona:

necessario ricostruire un patto tra la politica, imprese e lavoro. Per questo sosteniamo il governo #monti. @stefanofassina a #granditalia

— Partito Democratico (@pdnetwork) 26 novembre 2011

Formazione (?)
Nel corso della prima repubblica, cosiddetta, però, la classe dirigente si è formata proprio perché una che non era appartenente a dirigenze o apparati burocratici (o in una parte non totalizzante rispetto agli eletti) ha avuto modo di accedere a possibilità sconfinate rispetto al suo status di partenza, o determinato da “ fattori esogeni” come l’entrata in guerra e la conseguente Guerra di Liberazione. Ultimamente la “vox populi” si sostanzia tutta in un piccolo mantra riassumibile nel periodo: “Se non sa nulla di economia, evita di fare il Ministro tanto dell’economia, quanto di altri dicasteri”. Formare classe dirigente, però, non presuppone (almeno a parere di chi scrive) un elitarismo classista conseguente a questo ragionamento: chi ha avuto possibilità economiche per conseguire costosissimi master o corsi di laurea alla Bocconi o alla Luiss non è automaticamente più titolato di un altro o un’altra che ha conosciuto la realtà accademica statale di Pisa, Bologna o Roma. 
Gli strumenti 
Durante una trasmissione radiofonica di Radio Radicale (qui la reazione del lettore al mio perpetuo citare Radio Radicale) dedicata all’appena trascorso referendum radicale su Atac, ho avuto modo di udice un ascoltatore che affermava: «Noi popolo non abbiamo strumenti per decidere se privato è meglio per il trasporto pubblico, non capisco perché venga posta già solo la domanda nell’ambito del referendum». Stesso intervento, ma con altri toni e in altro contesto, l’ho ascoltato su Radio Tre nel medesimo ambito: un dibattito fra posizioni per il sì e per il no con possibilità di intervenire telefonicamente. 
In un primo momento ho lasciato cadere la questione posta nell’intervento telefonico dall’ascoltatore di Radio Radicale ma ho avuto modo di ragionandoci qualche tempo dopo. 
Certamente la mancanza di coscienza, personale e civica anzitutto, è tra le principali motivazioni della considerazione dell’ascoltatore. Non avere strumenti porta con sé molti aspetti politici e politologici: la mancanza di ideologie e di punti di riferimento da parte della politica disorienta il corpo elettorale quale che sia, tanto liberale quanto socialista, si sarebbe detto un tempo. 
Venendo a mancare le categorie politiche ed ideologiche, l’elettore disorientato non trovando risposte in quello che potrebbe essere un problema tutto politico, presta l’orecchio ora qui ora lì, profetizzando la fine dei poli, la cessazione del rapporto di forza fra capitale e lavoro, la delegittimazione della classe politica tout court e auspicandosi una palingenesi [che tuttavia non può che essere disastrosa, sic stantibus rebus, ma questo lo penso io, non costoro]. 
La questione che poneva l’ascoltatore cela, in nuce e implicitamente, quella tendenza tecnicista, elitarista e classista che vorrebbe si delegasse ogni aspetto della vita pubblica, rinunciando volontariamente ad essa perché non si saprebbe bene cosa farne, affidando, di conseguenza, il tutto a figure ipotetiche une e trine: “rappresentanti-politici-tecnici”. La tendenza è preoccupante, specie perché genera un continuo perpetuarsi di mancanza di discernimento culturale e, solo in seconda battuta, politico e sociale. Ritenere una figura terza aprioristicamente valida nello svolgimento di un compito dirigenziale precedentemente [ancorché vagamente] svolto da “personale politico/burocratico” pone più di qualche inquietudine in chi scrive.
Dietro a tutto questo si nasconde neanche troppo velatamente il desiderio della delega “in bianco” della propria volontà politico-elettorale e della propria libertà, in barba ai principi dello stato liberale e della democrazia che libererebbe dal peso del ragionamento e del pensiero sulla cosa pubblica (e non).
L’uomo solo al comando è sempre più realtà nella coscienza popolare italiana.
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Il socialismo tra la metro C e i benzinai di Torre Spaccata

Posted on 2018/11/07 by carmocippinelli

Mercoledì 31 ottobre. Vado a fare rifornimento di benzina alla stazione della Q8 costruita di recente su Via di Torre Spaccata, di fronte un concessionario. C’è fila alle pompe: mi metto diligentemente dietro ad una Twingo nera il cui proprietario indugia forse un po’ troppo nelle operazioni di rimessa a posto della pompa e chiusura del piccolo sportello a lato della macchina.
Il tizio finisce il rifornimento e io metto in moto per andare più avanti e iniziare a mia volta la stessa procedura; nel momento in cui procedo lentamente cercando di allineare lo sportelletto della mia macchina il più possibile con la pompa verde della benzina, mi si avvicina un benzinaio, facendo cenno con la mano di avanzare ancora.
«Cos’è quella striscia che hai sul vetro?», mi dice il benzinaio con evidente accento dell’est indicando la macchina. Stanco della giornata di lavoro, mi avvicino al vetro dell’auto e noto la striscia, di cui quasi mi stavo dimenticando: dietro allo specchietto retrovisore ho appoggiato e legato una Striscia di San Giorgio, di quelle che vengono distribuite in Russia (prima in Urss) durante la parata del Giorno della Vittoria (Parad Pobedy).
In uno stentatissimo russo, comincio a dirgli
«Eh! Den Pobedy (giorno della vittoria)!»
«Da! Parad Pobedy!»
«Ya ne govoryu po-russki, znayu citiri slova (Sì, ma io non parlo russo: so dire solo 4 parole!)», gli dico io un po’ imbarazzato. Lui, però, non si scompone e in italo/russo mi dice: «Ma io da! Ma io sì: ho fatto dodici anni di esercito in Russia. Ho partecipato anche a parate, ecco perché ti ho chiesto della striscia: non mi sembrava possibile che uno a Torre Spaccata avesse il nastro della parata della vittoria».
«Da dove vieni?», gli chiedo interessatissimo, «Da Chisinau, la capitale della Moldova. Ti ho puntato da lontano, da quando stavi in fila dietro la macchina nera: avevo visto il nastro e ho detto ma ho visto bene o male? e invece avevo visto bene».
Era felicissimo, ma nel mentre si era formata una lunga coda alle pompe di benzina: lo saluto senza neanche presentarmi e senza chiedere il suo nome.
Qualche tempo fa (il 7 marzo 2017), invece, avevo incontrato Valentino, un suo connazionale, sulla metro C. Anche lui moldavo, anche lui ricordava con orgoglio i giorni in cui apparteneva al Komsomol, la giovanile comunista.

Uomini, compagni, fratelli

il distintivo del Komsomol
Salgo sul treno in direzione Lodi, procedo verso i vagoni iniziali e mi siedo tra un signore anziano e una signora anch’ella con cuffie ben salde dentro le orecchie. Il signore a fianco a me legge un giornale, uno di quelli che danno sui mezzi di trasporto. La musica mi ovatta e mi esclude tutto il mondo circostante ma quel signore alla mia sinistra vuole parlare con me: vedo che mi rivolge la parola, dunque mi levo prima una e poi l’altra cuffia.
«Posso farle una domanda? Scusi. La disturbo?», dice cortese. L’accento, i denti d’oro tradivano una provenienza est europea, forse ucraino, pensavo inizialmente.
«Certo, mi dica, non mi disturba». Il tizio indica col grosso indice della mano destra il minuscolo distintivo che ho attaccato sullo zaino ormai dal 5º ginnasio: «quel distintivo ce l’avevo anche io tanto tempo fa. È quello del Komsomol, sa cos’è?». 

Mi si illuminano gli occhi: «Certo – rispondo – l’ho messa ormai un po’ di tempo fa.. Ce l’aveva anche lei?»

«Beh sì, tutti facevano parte del Komsomol: l’organizzazione liceale comunista. I più piccoli erano.. Come si dice… Figli di Ottobre “Oktoberskaja”, poi i Pionieri i “Pionerskaja” e poi c’era il Komsomol. Facevamo un sacco di cose e ne apprendevamo altrettante. Era un bel periodo. Ero comunista, tutti lo erano..» e le sue rughe sul volto facevano trasparire un poco di amarezza e di tristezza per “com’erano andate le cose”. Le fermate passano veloci una dopo l’altra, dobbiamo andare entrambi al capolinea, parliamo ora del più e del meno: mi indica il giornale che sta sfogliando polemizzando:
«Sei giornalista? A proposito di giornali: qui questo giornale si fa bello perché dice sono aumentati i controlli sui mezzi pubblici e che ci sono molte più multe per chi non paga, ma come si fa a scrivere così? Io non ho mai visto un controllore e se ci sono, certo, magari qualche multa la faranno anche ma poi vengono pagate? Questi dati mica li scrivono». 
Scendiamo a Lodi, gli tendo la mano per presentarmi: Valentino, lo pronuncia all’italiana.
«È studente?», continuando a darmi del lei. «Sì, studente universitario», faccio io. 
«Auguri, buona fortuna – dice – anch’io ero studente universitario, mi sono laureato e sono diventato preside di un liceo» ma dal 2000 è qui in Italia e ha fatto i più disparati mestieri, muratore in primis, come tanti dell’est Europa prima e dopo di lui. 
Mi chiede di cosa mi occupassi, gli rispondo che mi occupavo anche di sport e che recentemente ho scritto un libro con un collega che parlava di Yashin e del calcio nel comunismo. 
«Yashin…», gli occhi si illuminano. «Quello era calcio.. ma quello di adesso ti sembra calcio? A me sembra uno schifo..».
Gli indico dove si prende il 51, autobus che devo prendere anch’io per andare alla conferenza dove sono stato incaricato d’andare. Ci mettiamo a parlare di Chechov, Dostoevskij, Gogol’ e dopo un momento di silenzio, mi fa: «Sai cos’è che rendeva saldo, stabile, vivo, il comunismo? Non come qui, questa società… come si chiama.. capitalismo!», dice dopo un secondo di incertezza.
«La convinzione che rendeva saldo il sistema, che era realtà, era che l’uomo, nei confronti di un altro uomo, era compagno, amico e fratello. Quando c’era il comunismo da me, in Moldavia, ci dicevano che nel capitalismo l’uomo era lupo per un altro uomo (homo homini lupus) e, davvero, non riuscivo a comprendere questa frase. Ora è dal 2000 che sono qui e ho capito perfettamente». 
«Certo – ormai è un fiume in piena – dopo la caduta del comunismo la gente si diceva che era felice ma chi lo era? Era felice era solo quella che prima aveva soldi e doveva – per forza di cose – mettere al servizio del paese quello che aveva. Io ero molto triste, sinceramente. Guadagnavo poco, quando lavoravo, però prendevo dei soldi. Avevo anche borsa di studio e casa, da studente. Tutto. I giovani qui non hanno nulla». 
Scende dal 51 e lo saluto rammaricandomi un poco: «Do svidanija, tovarich», scandisce scendendo lo scalino, «spero di rivederti presto! Auguri per tutto». 
E se ne va. 
Il socialismo era davvero come l’universo: in espansione.

Posted in metro c, moldavia, polpettoni, Rivoluzione d'Ottobre, socialismo, torre sppaccataTagged metro c, moldavia, polpettoni, Rivoluzione d’Ottobre, socialismo, torre sppaccata

Brasile: Paese spaccato dalle presidenziali, la mappa di «Le Monde»

Posted on 2018/10/29 by carmocippinelli

La sua vittoria conferma la svolta a destra in tutto il Sud America: avendo ottenuto il 55,1% dei 104,8 milioni di voti in palio, Jair Bolsonaro è stato eletto Presidente del Brasile domenica 28 ottobre 2018. Il candidato di estrema destra si trova a capo di un Paese profondamente diviso dalla politica, a trent’anni dal ritorno della democrazia.
Tutto il sud e l’ovest del paese, parte del Brasile con un reddito pro capite più elevato e una densità abitativa inferiore, ha votato a favore del candidato di estrema destra [le parti in blu della mappa].
Si noti, a riguardo, il risultato negli Stati occidentali della Rondoina e del Mato Grosso, principali aree di deforestazione del paese. Dato ancora più vero e confermato nel sud-est del Paese, negli stati di Rio de Janeiro, San Paolo, Espirito Santo e Minas Gerais: questi quattro stati producono circa il 60% del PIL del Brasile e sono popolati prevalentemente da bianchi, che rappresentano il 55% della popolazione, stando al censimento dell 2010, poco più della media del 47% del Brasile nel suo complesso.
La parte nord-orientale del paese, l’area con il PIL pro capite più basso e a media densità abitativa, ha votato più ampiamente a favore del candidato del Partito dei lavoratori, Fernando Haddadad [le parti in rosso della mappa]. Questa regione ha anche la particolarità di essere abitata dal più basso numero di discendenti di coloni europei e detiene la più alta percentuale di discendenti di schiavi africani.
Articolo originariamente pubblicato da Le Monde 
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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