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Categoria: nazismo

Un pomeriggio con Angelo Nazio, partigiano di Torre Maura, classe 1925

Posted on 2024/07/04 by carmocippinelli

Il 30 novembre [2023] il gruppo culturale Terrazzi Letterari di Torre Maura ha incontrato il partigiano Angelo Nazio. La volontà del gruppo dei terrazzari era quella di incontrare di persona Angelo Nazio e consegnargli, per mano di Pierina Nuvoli, animatrice del collettivo, una medaglia realizzata appositamente per quell’occasione in cui c’era scritto: ad Angelo Nazio – Eroe della Resistenza – Torre Maura. L’incontro è stato un profluvio di ricordi e rievocazioni ma anche una chiacchierata sulla Torre Maura che fu, sulla Guerra di Liberazione dal nazifascismo, sulla dittatura e sulla vita che quotidianamente veniva vissuta all’ombra di un governo autoritario, antidemocratico, repressivo. Fascista.
Angelo Nazio, classe 1925, ha 99 anni e, nonostante l’età, ha parlato e rievocato tutto come se fosse successo un minuto prima del nostro arrivo in casa sua. Ci abbiamo messo un po’ per riannodare i fili di due ore e trentacinque minuti di registrazione del pomeriggio trascorso insieme, ma finalmente abbiamo pubblicato e reso noto a chi vorrà leggere quanto detto quel giorno.

Grazie ad Angelo Nazio.

Parlare, pensare, agire.
«Matteotti è stato ucciso dai suoi compagni», questo ci avevano detto a scuola. Ricordo che rimasi molto basito da questa affermazione. Ma non è che potessimo parlare, anzi…

C’è chi si confidava con amici e poi lo stesso che si era confidato veniva carcerato.
Era il 1942. Orazio Scuderi [confinante con la nostra casa a Via delle Rondini] costruì un recinto per un federale di zona [di Torre Maura]: Merlandi. Scuderi aveva sette figli e io sono andato a scuola con una delle sue figlie, Graziella, poi morta di tubercolosi.
Scuderi ricevette un acconto da Merlandi ma il Federale, anziché pagarlo, nicchiava e rimandava il saldo finale. Una sera, mentre Scuderi usciva dal negozio della Sora Checchina, mia madre la quale aveva una rivendita di vini e oli, si imbatte con Merlandi e gli riferisce che aveva da pagare vari conti che aveva in sospeso (all’epoca c’era il vizio di segnare le cose dai fornai, dai lattai e via dicendo) pregandolo di saldare i conti che avevano in sospeso. Merlandi lo scansa e lo tratta da ubriacone: si alzarono i toni, le parole si fecero grosse e poi tornarono a casa. La mattina dopo successe che due carabinieri si presentarono a casa di Scuderi e lo portarono via a Regina Coeli: s’era fatto sei mesi. L’accusa che gli veniva rivolta era d’aver accusato Benito Mussolini in persona.
Evidentemente non era così.
Capirai era n capoccione, quello. [riferito al Federale – intervento di Marisa Nazio Fabriani, sorella di Angelo Nazio]
Uno dei fratelli di Scuderi era una guardia e raccolsero testimonianze sul fatto, le chiesero anche a mia madre indagando se si fossero alzati i toni a tal punto da parlare male del Re e di Mussolini: mia madre disse di no andando perfino al processo a testimoniare. Ma comunque Orazio Scuderi s’è fatto sei mesi da innocente a Regina Coeli.
Ecco, oggi si può parlare. Allora non si poteva.

«Fettuccine e polli».
Uno neanche se lo immagina il pericolo che abbiamo corso e le cose che facevamo, col senno di poi. Io e Camillo Del Lungo (classe ‘23, abitava a via degli storni) camminavamo verso Centocelle [1]: eravamo all’altezza di San Felice da Cantalice (che ancora non era stata costruita, se non ricordo male). Il giorno dopo sarebbero scaduti i termini da rispettare per rispondere alla chiamata alle armi. Se non ci si presentava, si diventava renitente alla leva e le pene potevano variare: se ti andava bene, ma è un eufemismo, ti caricavano su un treno per farti andare a lavorare in Germania; se ti andava male ti fucilavano. Chiesi a Camillo: «Tu che farai domani, ti presenterai?», lui mi rispose che si sarebbe presentato. La mattina prestissimo presi il trenino verso Fiuggi [2] e me ne andai. Il trenino, che poi lo conosciamo tutti come Laziali-Grotte Celoni o Laziali-Pantano, ‘na volta arrivava a Fiuggi e faceva delle fermate intermedie, sebbene non a tutte le corse. Me ne volli andare a Capranica Prenestina [3] da mio zio che faceva il procaccia (portava la posta da Palestrina a Capranica) con cui mi sarei dovuto incontrare a Palestrina: persi la coincidenza e me la dovetti fare a piedi. Sono arrivato alla piazza del paese che sembravo un mugnaio, tanto ero impolverato.

Da mangiare, però, non c’era: deperii molto, tanto che mi venne la febbre e tornai a casa a Torre Maura. Vedendomi così, i miei si preoccuparono a tal punto da chiamare il dottore Anagni, che allora esercitava a Torrenova. Lui, laconicamente, disse: «Servono solo fettuccine e polli».

A proposito di Camillo: addirittura, ma ve la riferisco così come m’è arrivata [questa notizia], diventò anche repubblichino prima di passare ad essere dissidente e partigiano. Per un periodo, però, mi distaccai da queste vicende, non perché non mi interessasse, ma perché volevo concludere gli studi e volevo fortemente riuscire a diplomarmi

[Intervento di Pierina Nuvoli] Il padre, Carlo Del Lungo era militare ma, sebbene lo fosse, aveva costruito un rifugio sotterraneo e molti a Torre Maura vissero lì per un periodo.

[Riprende a parlare Angelo Nazio] Ma anche a Capranica Prenestina la situazione fu simile: due militari, ad esempio, furono giustiziati. Guer(r)ino Sbardella fu fucilato a Forte Bravetta, un altro Angelo Martella finì alle Fosse Ardeatine.

Azionista a Centocelle.
Dopo essermi rimesso, iniziai a prendere contatto con il Partito d’Azione nell’ottava zona partigiana. Era una zona piuttosto estesa che andava da Tor Pignattara fino alla Borgata Finocchio, praticamente.
Era il 1943-1944: avevo 18 anni, nonostante avessi comunque già iniziato l’attività a 17 anni. Distribuivo il giornale Giustizia e Libertà, principalmente, così come d’altra stampa, volantini. Era un giornale stupendo: ti apriva gli occhi con quello che veniva riportato. Beninteso: Giustizia e Libertà constava di uno, massimo due fogli, non era come i giornali di oggi. Mi attraevano e mi appassionavano tantissimo gli articoli di Lussu.

Un giorno, però, presero il responsabile del gruppo di Centocelle, lo chiamavamo Primo: eravamo molto preoccupati sul futuro del gruppo, se fosse stato opportuno o meno continuare a riunire il gruppo di azionisti. Spesso si effettuava un lavoro politico senza conoscere gli altri componenti del gruppo: se avessimo fatto una riunione pubblica, per assurdo, in mezzo alla strada, non ci saremmo neanche riconosciuti.
Una decina di giorni dopo, però, Primo, lo videro passeggiare a Piazza dei Mirti. Fummo presi da sgomento: «Ha parlato», pensavamo. La situazione era ancor peggiore di quando l’ebbero arrestato.

La delazione era un’incognita, un imprevisto che coglieva tutti di sorpresa e che spaventava moltissimo. Chi faceva la spia a volte si vendeva per cinquemila lire. Per l’epoca era una somma cospicua, senza dubbio: ma mettevano a repentaglio la vita di tanti per un proprio immediato tornaconto personale.

A tal proposito vale la pena ricordare un dato: tra i gruppi che pagarono maggiormente in termini di vite umane, ci fu il Partito d’Azione, anche in rapporto ai numeri dell’organizzazione. Anche il Partito comunista italiano venne falcidiato, ma soprattutto a Centocelle il Partito d’Azione fu l’organizzazione che venne maggiormente colpita e che pagò il tributo maggiore. E non sto utilizzando il termine vittime per identificare, ad esempio, anche chi venne sbattuto in galera, ma solo considerando i morti.

Non potevamo stare con le mani in mano: io e altri, essendo stati raggiunti dalla voce della probabile delazione, aderimmo ai Gap (Gruppi d’azione patriottica) del Partito comunista italiano, più rigidi nelle regole. Se la memoria non m’inganna: fu il febbraio del 1944. Rimasi con i Gap fino alla Liberazione di Roma.

Ribadisco: col senno di poi uno non si capacita di quel che ha fatto. Il punto è che tante cose, tante azioni le abbiamo fatte – benché pericolosissime – perché ci si sentiva davvero di farle. Nessuno mi ha mai obbligato a farlo, eppure l’ho fatto. Ed è stato possibile perché mio padre ha dato aiuto e supporto alle azioni.

I mitra sotto al letto.
Mio padre rischiò la vita con e come noi e lo ha fatto perché sentiva il peso di vent’anni di dittatura fascista. Quando vennero i tedeschi a casa nostra, quindi durante l’occupazione, lui ebbe davvero un colpo di genio.

Io avevo nascosto dei mitra sotto al materasso: la mia stanza era a piano terra e quando dei soldati tedeschi chiesero (non cortesemente, diciamo, con il piglio nazista delle truppe occupanti) la mia stanza, mio padre subito iniziò a dire che non si poteva perché io stavo studiando alacremente per il diploma e non era proprio il caso. Mi sarei diplomato solo nel 1945. E poi non abbiamo letti disponibili per voi, gli aveva detto mio padre. Loro, ovviamente, cercarono di imporsi verbalmente con le cattive, ma se quelli entravano nella mia stanza e disgraziatamente controllavano sotto al letto, mettevano al muro tutti quanti. Luigi [il fratello] se la sarebbe vista bruttissima: era in fasce ma avrebbero ucciso anche lui.

Alcuni nostri vicini (si chiamavano Luppini) avevano un bel casale, un bell’edificio, che oggi sarebbe la casa rossa a fine di Via delle rondini: i Luppini presero la via del settentrione e andarono via da Torre Maura, ma mio padre aveva un amico (Antonio) il quale aveva le chiavi del loro stabile. Mio padre prese tempo coi tedeschi e si recò dal suo amico, senza stare troppo a spiegare (c’erano pur sempre dei fucili sotto al mio materasso!), chiedendo la chiave dei Luppini. Tornati i tedeschi, ottenute le chiavi da parte di Antonio, l’ufficiale nazista rimase meravigliato, ed era tutto un profluvio di «Ja Ja!»: il posto gli piaceva, sicuramente era più agevole di una sola stanza, la mia, pur al piano terra. Si trattava di uno stabile che aveva cinque-sei stanze ma non c’erano materassi e c’era bisogno di paglia: gliele rimediò mio padre, purché stessero lontani dalla mia stanza-polveriera!

Facevamo sul serio
A Via delle rondini (il mese non lo ricordo) fui avvicinato da un ragazzo più grande di me, di cognome faceva Tafuro, ma non ricordo bene. Allora ero ancora nel Partito d’azione: mi avvicinò e mi disse che voleva prendere parte al Pd’az anche lui. Io trasecolai: chi gli aveva detto che stavo facendo attività clandestina? Il Partito d’azione, almeno per quel che ho vissuto io, non era così rigido come i Gap e, spesso, qualche informazione usciva dalle maglie dell’organizzazione. Gli risposi affermativamente, anche se non conoscevo le sue intenzioni, dandogli appuntamento di lì a due giorni: sarebbero venuti dei compagni da Centocelle a confezionare delle armi nella stalla dove i miei avevano una cavalla. Si presentò puntuale ma, una volta viste le armi, si spaventò a tal punto che scappò via e non lo vidi mai più. Chissà che si era messo in testa, urlò: «Ma siete matti?!».
I giorni successivi eravamo in allerta: se avesse parlato, addio gruppo rivoluzionario. Non parlò mai: si doveva essere spaventato a tal punto da rimanere sempre in silenzio.

«La Russa? Un criminale».
Come si fa a definire una banda musicale l’SS Polizeiregiment Bozen? Come si fa ad avere questo coraggio nel dire una cosa simile di un reggimento che sfilava armato per le vie di Roma? Il riferimento è, ovviamente, all’attacco partigiano dei Gap a Via Rasella. È pure, però, stupido chi ce crede a quello che ha detto.

Odio la guerra.
Molti pensavano – e pensano tutt’ora – che uno ha intrapreso la scelta della Resistenza (dunque della lotta armata di Liberazione) perché gli piaceva fare la guerra, perché gli piacevano le armi.
Io la guerra la odio. Non ho mai amato le armi e ho educato i miei figli a una cultura antimilitarista tanto che sono stati obiettori di coscienza al momento della leva obbligatorio. Il più piccolo, Massimiliano, che è sacerdote e missionario, ha svolto il suo periodo di obiezione di coscienza con l’esperienza creata da Don Luigi di Liegro.

Loro hanno succhiato il latte della famiglia: a casa non sono mai entrate armi. Pino, che ora è giornalista anche con la Rai, quando andò in Siberia mi riportò un coltello di pregevole fattura. Era davvero un bell’oggetto. Lo vidi una volta sola: mia moglie Rosy (Rosina) e Pino lo fecero sparire perché a casa non dovevano esserci armi.

Aneddoto familiare a parte, io davvero non avevo simpatia per le armi e per la guerra. L’ho fatto perché sentivo di doverlo fare, perché sentivo che non c’era alternativa, perché chi paga sono sempre i popoli: prima eravamo noi, ora sono quello palestinese e quello israeliano, quello ucraino e quello russo.

«Li abbiamo lasciati andare»
La mattina della Liberazione di Roma (era prestissimo) io e altri tre percorrevamo a piedi la Via Casilina: all’incrocio tra Via di Torre Spaccata e Via di Tor Tre Teste abbiamo notato i primi carri armati e blindati degli Alleati. Un graduato tedesco, visti i mezzi nemici, rimase intrappolato: voleva, probabilmente, andare a raggiungere una consolare che non fosse la Casilina (magari la Tiburtina) per cercare di scappare. Partirono dei colpi dalla torretta dei blindati americani per cercare di colpirlo. Noi quattro, vedendo il fatto, abbiamo visto l’ufficiale tedesco che cercava di scappare: l’abbiamo rincorso e consegnato agli Alleati.
Dovevamo raggiungere il comando a Via delle robinie ma non volevamo percorrere la Casilina, preferendo tagliare per Tor Tre Teste. Notammo quattro soldati tedeschi, appiedati, che stavano in ritirata. Eravamo pari di numero ma loro stavano battendo in ritirata: potevamo consegnare anche loro ma non l’abbiamo fatto. Tutti noi eravamo d’accordo su un fatto: non erano loro i responsabili, non la truppa (sebbene quella nazista realizzò delle nefandezze con una tale cattiveria e irrispettosità che tutti conosciamo). Li abbiamo salvati, anche se loro non l’avrebbero mai fatto. Anni dopo raccontai l’episodio a mio figlio: sussultò in un moto di riprovazione.

Grazie ad Angelo Nazio.
Grazie ai ‘ribelli’ di allora.

NOTE:

[1] Il libro Torre Maura di Laura Dondolini e Pierina Nuvoli riporta la medesima testimonianza in cui Angelo Nazio riferisce di essersi lasciato con Camillo a Torre Maura e non a Centocelle. La sostanza del discorso, al di là dell’ubicazione geografica nella periferia romana, rimane immutata.

[2] «Torre Maura era raggiungibile, oltre che con il carretto o a piedi, percorrendo la Via Casilina, anche con il Tram. La linea ferroviaria Roma-Alatri-Fiuggi-Frosinone, il cui progetto fu presentato nel 1907 dall’ingegner Antonio Clementi, che operava per conto di una società belga presente in Italia, prevedeva una linea a scartamento ridotto. La concessione venne data alla Società per le ferrovie vicinali (SFV) […] Il 28 aprile 1927 venne inaugurata la diramazione urbana Centocelle-Piazza dei Mirti». Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.34, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

[3] La famiglia di Nazio era originaria di Capranica Prenestina, come hanno scritto Laura Dondolini e Pierina Nuvoli nel loro prezioso volume Torre Maura, riportando le interviste svolte sul campo frutto di anni di ricerca. Marisa Nazio Fabriani «La mia famiglia è originaria di Capranica Prenestina. Abitavamo a Centocelle, dove mio padre lavorava in una grande fattoria di proprietà di Falchetti. Aveva gli orti e seminava tanto grano. Un anno ne ha dato ‘all’ammasso’ ben 60 quintali. […] Avevamo 25 vacche ma a Torre Maura ne abbiamo portate solo 4 o 5».
Dondolini Laura; Nuvoli Pierina; Torre Maura, p.42, CivilMente edizioni, 2015, Roma.

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Alfredo di Lelio: Roma, le fettuccine, l’occupazione nazifascista, gli Usa

Posted on 2023/02/01 by carmocippinelli

Lo spunto da cui sono partito per la scrittura di questo articolo è stata la diffusione dell’ormai tradizionale festa annuale al ristorante “Il vero Alfredo” di Piazza Augusto Imperatore. Il 7 febbraio negli Usa è il “National Fettuccine Alfredo day“, cercare per credere, e i discendenti di Alfredo di Lelio celebrano ogni anno la fama internazionale delle ormai celeberrime fettuccine. Abbiamo toccato il 114° anniversario.

Alzi la mano chi non ne ha mai sentito parlare. Per un motivo o per un altro, ma praticamente grazie al vettore internet che lo ha reso noto al mondo, buona parte degli abitanti dello Stivale è venuta a conoscenza  che negli Stati uniti d’America uno dei piatti maggiormente considerati italiani sono le “fettuccine Alfredo”. Panna, formaggio, burro: stop. Questi gli ingredienti. Gli Usa, da parte loro, hanno condito – metaforicamente e non – il piatto con verdure e carni d’ogni tipo ma comunque considerando sempre che l’origine del piatto fosse tipicamente italiana. 

Una vulgata diffusa grazie alla rete ha fatto sì che venisse dichiarato quel piatto del tutto americano, completamente statunitense, frutto di travisamenti della cucina italiana. 

Non è così. La realtà è stata presto ristabilita e articoli, post, pubblicazioni d’ogni genere hanno riportato la bollicina della livella “in paro”. Squilibri evitati: le fettuccine Alfredo erano e sono tipicamente italiane. Anzi, romane: nate dall’intuizione del ristoratore Alfredo di Lelio nel 1908. Al 104 Via della scrofa il nostro aveva aperto una piccolissima trattoria. Mantecate a dovere, le fettuccine divennero il piatto forte del locale. Prima di essere servite, così vuole la – ormai – leggenda, di Lelio le propose (non prima di rivolgere una preghiera a Sant’Anna, protettrice delle partorienti) alla moglie che soffriva d’inappetenza a seguito della nascita del figlio (Armando, ma per tutti Alfredo II). Ines, moglie del ristoratore, ne rimase estasiata e suggerì al baffuto marito di inserirle nel menù.

Nel 1937 anche il quotidiano di Milano per eccellenza, il «Corriere della sera» [1], dava conto ai suoi lettori della riapertura al pubblico del locale:

«Il re delle fettuccine, Alfredo alla Scrofa, Roma, annunzia alla sua eletta clientela milanese che oggi 5 sett. [1937] riapre il suo ristorante con le sempre maestose fettuccine al doppio burro e i suoi insuperabili filetti di tacchino all’Alfredo».

In ventinove anni la fama della trattoria al 104 di Via della Scrofa era già andata ben oltre la Capitale, pare evidente di capire. 

La chiusura durante l’occupazione nazista
La Prima era stata superata, la Seconda, invece, entra nel vivo del Paese: l’Italia è in guerra da quattro anni e sebbene Roma sia stata dichiarata “città aperta” i nazisti la utilizzano e ne sfruttano le sue consolari come se nessun accordo fosse mai stato siglato. La guerra a Roma era già ben presente e dopo l’8 settembre viene resa più che manifesta: i combattimenti alla Piramide Cestia fanno emergere che si poteva stare dall’una o dall’altra parte. Non esistevano le zone d’ombra o “di mezzo”. Nel ’44, insomma, Roma era una città incandescente: quella che doveva essere la Capitale delle retrovie in cui mandare l’esercito occupante a riposo (i fronti erano quelli di Cassino e Anzio) era costantemente in ebollizione. Roma era la città in cui il 24 marzo del ’44 un pugno di soldati dei Gap attaccheranno il battaglione dell’esercito nazista “Bozen” a Via Rasella, da cui poi scaturirà la rappresaglia dei “10 italiani per un tedesco”, cioè le Fosse Ardeatine.

Sì, okay, ma le fettuccine?
Tra le pagine di “Morte a Roma” di Robert Katz viene riportato che i componenti del Gap, il giorno precedente l’attacco di Via Rasella, erano andati a rifocillarsi alla trattoria Dreher in Piazza Santi Apostoli. C’era il razionamento ma quel giorno [23 febbraio] si era sparsa la voce che sul menù era presente la carne:

«Poteva essere di cavallo o di cane; ma era carne, e nessuno si poneva questo problema. La razione normale era poco più dii un boccone al mese. C’era, però, anche il mercato nero, dove si trovava la carne a mille lire al kg.; prezzo che soltanto i “pariolini” potevano permettersi. I ristoranti […] talvolta violavano le norme del razionamento […] Quando venivano sorpresi andavano incontro a delle sanzioni. Quel giorno la polizia di Caruso [il questore fascista di Roma] aveva chiuso parecchie trattorie per infrazioni al razionamento; fra questi, Alfredo alla Scrofa».

La fonte di Katz è il fascista «Giornale d’Italia»: 

«È stata disposta la chiusura per mesi tre dei sottonotati esercizi di trattoria, sorpresi a somministrare pietanze prelibate, in contrasto con le vigenti norme di disciplina annonaria. Ristorante Alfredo, in Via della Scrofa, gestito da Mozzetti Giuseppe». 

L’articolo è del 25 marzo 1944 e l’elenco prosegue coi nomi dei vari ristoratori sanzionati con la chiusura. Nessuna menzione, ovviamente, sul giornale fascista dell’attacco a Via Rasella. Sarà poi «Il Messaggero» a dare la notizia dell’eccidio conseguente la cui chiusura del comunicato trasmesso è diventata tristemente nota: «L’ordine è già stato eseguito».
Più recentemente
Un articolo di Filippo Ceccarelli, pubblicato il 4 febbraio del 2019 da «Repubblica» rintraccia una citazione del piatto nel “Ghiottone errante” (Paolo Monelli) datato 1935: 

«”Compare il trattore, baffi e pancetta da domatore, impugnando posate d’oro; e si avvicina al piatto delle fettuccine.
La musica tace, dopo un rullio ammonitore che ha fatto ammutolire anche i clienti in giro. Il trattore sente intorno a sé un’aureola di sguardi. Alza la forchetta e cucchiaio in cielo, come per propiziarselo; poi li tuffa nelle paste, le sommuove con un moto rapido, matematico, il capo inclinato, il respiro trattenuto, il mignolo sospeso. Due camerieri, impalati, assistono al soglio. Pesa intorno il silenzio. Finché la musica scoppia in allegro brio, il trattore ripartisce le porzioni, poi va a riporre le posate d’oro e scompare”. Riaccese le luci, Alfredo ricompariva tra gli applausi. Gli americani letteralmente impazzivano».

Da perdere così tanto la testa che ogni 7 febbraio celebrano il “National Fettuccine Alfredo day“, cercare per credere.

A proposito di Stati uniti: «Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo»
Nel 1981 il «New York Times» [4] pubblica un delizioso articolo a riguardo: 

«Gli stranieri che visitano Roma continuano a chiedere le “fettuccine Alfredo” e alcuni ristoranti molto frequentati dai turisti continuano a indicare il piatto in questo modo, ma la gente del posto preferisce chiamarlo con il vecchio nome di “fettuccine alla romana”. È una delle specialità di pasta più allettanti e allo stesso tempo più semplici.

Ciò che Alfredo ha fatto alle tagliatelle all’uovo è stato renderle più ricche, ricoprendole con una salsa a base di panna e burro [5]. Negli anni di magra subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Alfredo era all’apice della sua fama, una tale profusione di calorie sembrava sensazionale, quasi peccaminosa.

Ricordo di aver portato un amico britannico da “Alfredo” a metà degli anni ’40, quando a Londra il cibo era ancora scarso e scialbo e tutti in Europa sembravano piuttosto magri. [Egli] Si tuffò con stupore nelle fettuccine e dopo le prime cucchiaiate mi chiese con un’espressione sconcertata: “Senti, vecchio mio, chi ha davvero vinto la guerra?”. Le tagliatelle gialle grondanti di burro erano diventate un simbolo invidiato del “miracolo italiano” della rapida ripresa postbellica. Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo».

L’articolo prosegue: 

«Le fettuccine cremose ci erano state servite con un tocco di classe da Alfredo di Lelio in persona [6], il geniale proprietario della “Trattoria Alfredo” al 104 di Via della Scrofa, vicino al fiume Tevere. I rigogliosi baffi rossicci di Alfredo erano da tempo un piccolo punto di riferimento romano. Presto sarebbe andato in pensione, ma non per molto. L’Anno Santo del 1950 si avvicinava e il giubileo della Chiesa cattolica romana prometteva di portare nella Città Eterna pellegrini e turisti desiderosi non solo di elevazione spirituale ma anche di cibo, possibilmente fettuccine.

I promotori convinsero il signor Di Lelio a tornare dalla pensione e a contribuire con il suo nome, le sue ricette e la sua presenza ispiratrice a un ristorante. Dopo aver venduto il vecchio locale di Via della Scrofa, con tanto di foto di ospiti famosi appese alle pareti, fu aperto un nuovo “Alfredo” in un edificio moderno e mussoliniano al numero 30 di Piazza Augusto Imperatore, di fronte alle rovine del mausoleo dell’imperatore Augusto.

Il locale divenne subito un successo per l’Anno Santo. Alfredo, ormai settantenne, si comportava da “imperatore delle tagliatelle”, si rivolgeva agli ospiti americani con una delle poche frasi in inglese che conosceva: “verrry good!”. – e riempiva i loro piatti di fettuccine. Usava un cucchiaio e una forchetta placcati d’oro che, a suo dire, gli erano stati regalati da Douglas Fairbanks e Mary Pickford negli anni Trenta. Un cucchiaio e una forchetta d’oro c’erano – e ci sono ancora – anche nel suo vecchio locale in Via della Scrofa. Entrambi i ristoranti rivendicano le posate originali Fairbanks-Pickford.

Alfredo morì nel 1959 e suo figlio, Armando di Lelio, ormai in là con gli anni, è ancora responsabile del ristorante di Piazza Augusto Imperatore come Alfredo II. I suoi ospiti sono prevalentemente stranieri. Anche la trattoria di via della Scrofa è ancora fiorente. A complicare la confusione, ci sono almeno altri due Alfredo a Roma.

Le buone fettuccine Alfredo, o fettuccine alla romana, che ormai sono più o meno la stessa cosa, si possono mangiare ogni giorno in almeno 50 ristoranti della città».

Lo scritto di Hoffmann prosegue con un riferimento alla tipologia di fettuccine e alla larghezza delle stesse, così come passa in rassegna tutte le avversità che prova(va)no i romani verso la pasta non “fatta in casa”. I tempi cambiano rapidamente. 
Cosa c’entra però la duchessa nel titolo dell’articolo?
La risposta ce la dà Hofmann stesso: 

«Secondo una storia, il piatto fu servito per la prima volta nel palazzo ducale di Ferrara nel 1501 quando Lucrezia Borgia, la bellissima figlia di Papa Alessandro VI, fece il suo ingresso come sposa di Alfonso d’Este. Il colore dorato delle tagliatelle all’uovo voleva essere un omaggio ai suoi capelli biondi.

L’omaggio culinario, tra l’altro, fu di buon auspicio. Dopo gli anni burrascosi trascorsi a Roma e i due precedenti matrimoni, Lucrezia divenne un’apprezzata duchessa di Ferrara, presiedendo una brillante corte rinascimentale con Ludovico Ariosto come laureato poeta. Come l'”Orlando Furioso” di Ariosto, anche le fettuccine conquistarono tutta l’Italia e continuano a essere particolarmente apprezzate a Roma».

E siccome, per parafrasare il giornalista americano, a complicare le cose gli italiani sono bravissimi, a Roma da decenni esistono ben due “Alfredo”: uno al 30 di Augusto Imperatore, l’altro al 104 di Via della Scrofa.
Entrambi, ovviamente, rivendicano la paternità del piatto: chi per lignaggio e fama, chi per conoscenza culinaria. 

La foto a corredo dell’articolo, a grandezza naturale e senza ritagli, è stata condivisa dalla pagina Facebook del Ristorante “Il vero Alfredo”. Alfredo I, qui, con Gina Lollobrigida.

Non è riportata con certezza la data,
tuttavia la scritta in basso a destra riporta: “Alfredo all’Augusto”, dunque sicuramente sarà da intendersi nel primo decennio degli anni ’50 del ‘900.

Note

[1] s.n.; Echi di cronaca, 5 settembre 1937, «Corriere della Sera».
[2] Robert Katz, Morte a Roma, p.52, Editori Riuniti, 1996 [V edizione], Roma.
[3] s.n., Chiusura di trattorie per infrazioni annonarie, 25 marzo 1944, «Giornale d’Italia».
[4]Paul Hofmann, Fettuccine – a dish fit for a duchess, 1 novembre 1981, «New York Times».
[5] L’articolo ci suggerisce come già negli anni ’80 la ricetta possa aver subito mutamenti. Che siano cambiamenti adoperati dallo stesso ristoratore italiano o dagli statunitensi, o da parte della comunità italo-americana, non lo sappiamo.
[6] Alfredo morirà nel 1959. Si segnala il necrologio del «Corriere della Sera»: 

«È morto stamane all’età di 76 anni il “re delle fettuccine” Alfredo di Lelio. Figlio di un trattore trasteverino, aveva aperto nel 1907 quel ristorante in Via della Scrofa che doveva farlo divenire celebre nel periodo tra le due guerre. Espertissimo nel preparare le specialità della cucina romanesca, impose all’attenzione dei più illustri ospiti stranieri le sue fettuccine, preparate con un procedimento personale. Uomini politici, ambasciatori, artisti, attori del teatro e del cinema frequentarono il suo locale. Moltissime celebrità gli lasciarono una fotografia con dedica in segno di simpatia. Furono Mary Pickford e Douglas Fairbanks a donargli nel 1927 quelle posate d’oro con le quali serviva personalmente le fettuccine ai clienti di maggior riguardo. Durante l’ultima guerra, cedette ad altri il suo locale portando con sé solo le posate d’oro, il suo “scettro” come amava chiamarle., ma nel 1947 aprì un nuovo ristorante nei pressi dell’Augusteo».

Redazione, Si è spento a Roma “Alfredo” il “re delle fettuccine”, 31 marzo 1959, «Corriere della Sera».
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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