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Categoria: metro c

Come realizzare correttamente l’impasto per il cambio fra Metro C e Metro A a San Giovanni

Posted on 2018/12/19 by carmocippinelli
fonte foto: fanpage

Preparazione
Difficoltà: media 
Costi: molto bassi 
Tempo: vario 
Dosi per: ennemila persone 
Ingredienti
Albumi (di circa 3 uova medie) a temperatura ambiente 100 g 
Zucchero a velo 220 g 
Succo di limone q.b. 
Antisocialità q.b. 
“Cazzo te guardi” e “Mortacci tua” a volontà per decorazione
Procedimento  
Per preparare delle ottime meringhe bisogna partire dalle uova. 
foto 1
Separare i tuorli dagli albumi, come primo passo (foto 1): i tuorli non occorrono per questa ricetta ma si possono sempre usare per una frittata in attesa della coincidenza della Metro C al ritorno dalla giornata di lavoro qualora si perda il treno in partenza: il successivo può arrivare anche dopo 20 minuti. 
Se non stessi scrivendo io ma una foodblogger di Giallozafferano, trovereste scritto che, «a seguito della separazione dei tuorli dagli albumi, potremmo mettere da parte il rosso dell’uovo per la preparazione di una gustosa crema pasticciera». Non datele retta. 
Bisogna poi azionare le fruste e montare gli albumi versando man mano piccole quantità di zucchero fino ad arrivare a versarne tutto il contenuto (foto 2). 
foto 2
Questo procedimento si chiama “montatura a neve” e deve essere realizzato a regola d’arte. 
Per verificare che sia stato realizzato un ottimo lavoro si può procedere notando una consistenza spumosa e un colore bianco acceso, come quello di un manto nevoso parzialmente ghiacciato. Potreste anche capovolgere l’insalatiera (preferibilmente realizzata in componente metallico) in cui state lavorando e procedendo alla realizzazione del composto per le meringhe: qualora rimanga fermo, saldo, immobile e non si capovolga a terra, il composto è realizzato a regola d’arte.
Ecco dunque spiegato in poche righe e semplici passi come avviene il cambio metro fra la Linea C e la Linea A a San Giovanni durante le ore di punta. 
Se, infatti, il composto di passeggeri al capolinea rimane immobile sulla banchina in attesa di salire in superficie, per poi ficcarsi a spinta nel primo treno disponibile della A, procedendo allo stesso modo per la realizzazione del composto delle meringhe, il procedimento è andato a buon fine. 
Una volta sfornato il composto, ovvero usciti dal treno della Linea C, decorare con “Cazzo te guardi” e “Mortacci tua” a volontà.
A presto con nuovissime e freschissime ricette dal vostro Benedetta Parodi.
Posted in disagio, meringhe, metro a, metro c, Roma, san giovanniTagged disagio, meringhe, metro a, metro c, Roma, san giovanni

Il socialismo tra la metro C e i benzinai di Torre Spaccata

Posted on 2018/11/07 by carmocippinelli

Mercoledì 31 ottobre. Vado a fare rifornimento di benzina alla stazione della Q8 costruita di recente su Via di Torre Spaccata, di fronte un concessionario. C’è fila alle pompe: mi metto diligentemente dietro ad una Twingo nera il cui proprietario indugia forse un po’ troppo nelle operazioni di rimessa a posto della pompa e chiusura del piccolo sportello a lato della macchina.
Il tizio finisce il rifornimento e io metto in moto per andare più avanti e iniziare a mia volta la stessa procedura; nel momento in cui procedo lentamente cercando di allineare lo sportelletto della mia macchina il più possibile con la pompa verde della benzina, mi si avvicina un benzinaio, facendo cenno con la mano di avanzare ancora.
«Cos’è quella striscia che hai sul vetro?», mi dice il benzinaio con evidente accento dell’est indicando la macchina. Stanco della giornata di lavoro, mi avvicino al vetro dell’auto e noto la striscia, di cui quasi mi stavo dimenticando: dietro allo specchietto retrovisore ho appoggiato e legato una Striscia di San Giorgio, di quelle che vengono distribuite in Russia (prima in Urss) durante la parata del Giorno della Vittoria (Parad Pobedy).
In uno stentatissimo russo, comincio a dirgli
«Eh! Den Pobedy (giorno della vittoria)!»
«Da! Parad Pobedy!»
«Ya ne govoryu po-russki, znayu citiri slova (Sì, ma io non parlo russo: so dire solo 4 parole!)», gli dico io un po’ imbarazzato. Lui, però, non si scompone e in italo/russo mi dice: «Ma io da! Ma io sì: ho fatto dodici anni di esercito in Russia. Ho partecipato anche a parate, ecco perché ti ho chiesto della striscia: non mi sembrava possibile che uno a Torre Spaccata avesse il nastro della parata della vittoria».
«Da dove vieni?», gli chiedo interessatissimo, «Da Chisinau, la capitale della Moldova. Ti ho puntato da lontano, da quando stavi in fila dietro la macchina nera: avevo visto il nastro e ho detto ma ho visto bene o male? e invece avevo visto bene».
Era felicissimo, ma nel mentre si era formata una lunga coda alle pompe di benzina: lo saluto senza neanche presentarmi e senza chiedere il suo nome.
Qualche tempo fa (il 7 marzo 2017), invece, avevo incontrato Valentino, un suo connazionale, sulla metro C. Anche lui moldavo, anche lui ricordava con orgoglio i giorni in cui apparteneva al Komsomol, la giovanile comunista.

Uomini, compagni, fratelli

il distintivo del Komsomol
Salgo sul treno in direzione Lodi, procedo verso i vagoni iniziali e mi siedo tra un signore anziano e una signora anch’ella con cuffie ben salde dentro le orecchie. Il signore a fianco a me legge un giornale, uno di quelli che danno sui mezzi di trasporto. La musica mi ovatta e mi esclude tutto il mondo circostante ma quel signore alla mia sinistra vuole parlare con me: vedo che mi rivolge la parola, dunque mi levo prima una e poi l’altra cuffia.
«Posso farle una domanda? Scusi. La disturbo?», dice cortese. L’accento, i denti d’oro tradivano una provenienza est europea, forse ucraino, pensavo inizialmente.
«Certo, mi dica, non mi disturba». Il tizio indica col grosso indice della mano destra il minuscolo distintivo che ho attaccato sullo zaino ormai dal 5º ginnasio: «quel distintivo ce l’avevo anche io tanto tempo fa. È quello del Komsomol, sa cos’è?». 

Mi si illuminano gli occhi: «Certo – rispondo – l’ho messa ormai un po’ di tempo fa.. Ce l’aveva anche lei?»

«Beh sì, tutti facevano parte del Komsomol: l’organizzazione liceale comunista. I più piccoli erano.. Come si dice… Figli di Ottobre “Oktoberskaja”, poi i Pionieri i “Pionerskaja” e poi c’era il Komsomol. Facevamo un sacco di cose e ne apprendevamo altrettante. Era un bel periodo. Ero comunista, tutti lo erano..» e le sue rughe sul volto facevano trasparire un poco di amarezza e di tristezza per “com’erano andate le cose”. Le fermate passano veloci una dopo l’altra, dobbiamo andare entrambi al capolinea, parliamo ora del più e del meno: mi indica il giornale che sta sfogliando polemizzando:
«Sei giornalista? A proposito di giornali: qui questo giornale si fa bello perché dice sono aumentati i controlli sui mezzi pubblici e che ci sono molte più multe per chi non paga, ma come si fa a scrivere così? Io non ho mai visto un controllore e se ci sono, certo, magari qualche multa la faranno anche ma poi vengono pagate? Questi dati mica li scrivono». 
Scendiamo a Lodi, gli tendo la mano per presentarmi: Valentino, lo pronuncia all’italiana.
«È studente?», continuando a darmi del lei. «Sì, studente universitario», faccio io. 
«Auguri, buona fortuna – dice – anch’io ero studente universitario, mi sono laureato e sono diventato preside di un liceo» ma dal 2000 è qui in Italia e ha fatto i più disparati mestieri, muratore in primis, come tanti dell’est Europa prima e dopo di lui. 
Mi chiede di cosa mi occupassi, gli rispondo che mi occupavo anche di sport e che recentemente ho scritto un libro con un collega che parlava di Yashin e del calcio nel comunismo. 
«Yashin…», gli occhi si illuminano. «Quello era calcio.. ma quello di adesso ti sembra calcio? A me sembra uno schifo..».
Gli indico dove si prende il 51, autobus che devo prendere anch’io per andare alla conferenza dove sono stato incaricato d’andare. Ci mettiamo a parlare di Chechov, Dostoevskij, Gogol’ e dopo un momento di silenzio, mi fa: «Sai cos’è che rendeva saldo, stabile, vivo, il comunismo? Non come qui, questa società… come si chiama.. capitalismo!», dice dopo un secondo di incertezza.
«La convinzione che rendeva saldo il sistema, che era realtà, era che l’uomo, nei confronti di un altro uomo, era compagno, amico e fratello. Quando c’era il comunismo da me, in Moldavia, ci dicevano che nel capitalismo l’uomo era lupo per un altro uomo (homo homini lupus) e, davvero, non riuscivo a comprendere questa frase. Ora è dal 2000 che sono qui e ho capito perfettamente». 
«Certo – ormai è un fiume in piena – dopo la caduta del comunismo la gente si diceva che era felice ma chi lo era? Era felice era solo quella che prima aveva soldi e doveva – per forza di cose – mettere al servizio del paese quello che aveva. Io ero molto triste, sinceramente. Guadagnavo poco, quando lavoravo, però prendevo dei soldi. Avevo anche borsa di studio e casa, da studente. Tutto. I giovani qui non hanno nulla». 
Scende dal 51 e lo saluto rammaricandomi un poco: «Do svidanija, tovarich», scandisce scendendo lo scalino, «spero di rivederti presto! Auguri per tutto». 
E se ne va. 
Il socialismo era davvero come l’universo: in espansione.

Posted in metro c, moldavia, polpettoni, Rivoluzione d'Ottobre, socialismo, torre sppaccataTagged metro c, moldavia, polpettoni, Rivoluzione d’Ottobre, socialismo, torre sppaccata

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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