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Categoria: lindro

Sa terra sarda a su populu sardu

Posted on 2014/09/19 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it

Sassari – Durante la nostra permanenza nell’Isola, nei pochi giorni che precedevano la manifestazione del 13 settembre scorso contro i poligoni militari in Sardegna, siamo stati ospiti di Cristiano, un professore di storia e filosofia che abita poco fuori Sassari, in una striscia di campagna che divide idealmente il capoluogo di Provincia con il Comune di Sennori.
Il giorno prima della ‘manifestada natzionale’ di Capo Frasca, Cristiano ci aveva portato alla presentazione del libro ‘Cella n.21‘ di Bainzu Piliu presso l’aula magna dell’Università di Sassari. Incuriositi, ovviamente, ci siamo andati di buon grado.
Il dibattito che s’era acceso non era di livello basso ed era estremamente interessante stare a sentire quello che dicevano i convenuti riguardo Bainzu, anche dopo ch’egli aveva preso la parola.
Non conoscevamo nulla di Piliu, se non qualcosa legato al carcere che aveva dovuto subire assieme ad un personaggio che, ora, è a dir poco folkloristico: Doddore Meloni.
Bainzu, dunque, ha partecipato alla manifestazione a Capo Frasca e, non casualmente, era sul nostro stesso pullman che da Sassari scendeva giù fino alla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi del comune di Arbus.
Questa che segue, dunque, è la conversazione, con Bainzu Piliu sulla via del ritorno dopo la ‘manifestada natzionale contra a s’ocupatzione militare’.
In passato hai fondato il Fruntene pro s’indhipendhentzia de sa Sardinya uscendo dal Psd’Az. Per la prima volta, da un po’ di tempo questa parte, il movimento indipendentista sardo, pur nelle sue frammentazioni e nel suo particolarismo, è riuscito ad imporre un tema collettivamente all’interno del quadro politico dell’Isola. È riuscito, quindi, ad imporlo e a portarlo fino alla fine decretando una sua consistenza fattiva: coloro i quali dicono che esso sia minoritario, ha sonoramente impattato contro i 12mila partecipanti alla manifestazione di Capo Frasca. Che idea ti sei fatto dopo anni che non partecipavi?
E’ positivo, è una cosa buona. È un passo ulteriore verso la presa di coscienza del popolo sardo. È un passo in avanti.
Volendo si può andare oltre, dunque..
No, non ‘si può’: si deve andare oltre.
Ed è possibile già da oggi ‘andare oltre’?
Il processo, per come la vedo io, è in atto da molto tempo. La gente, come puoi essere tu, come possono essere gli osservatori, vedono soltanto i gradini raggiunti ma non il percorso intermedio. Esso non lo possono vedere perché la sensibilizzazione avviene in modo tale che non tutto può essere percepito. Quindi voi vedete il risultato è un certo momento storico e, magari, fra dieci anni, fra un mese, potreste avere la sorpresa di vedere qualcosa che oggi non riuscite a prevedere. Non lo sa dire con precisione nessuno, in questo momento. Ma queste sono le sorprese che fa la storia.
Dopo tanti anni torni ad una manifestazione, precisamente ad una contro i poligoni militari, in che stato di salute sono i movimenti indipendentisti della Sardegna?
Mi sembra che si stia irrobustendo. Non è certo in buona salute, ma sta migliorando.
Cambiando un attimo argomento, durante la presentazione del tuo libro ‘Cella n.21’ nell’aula magna dell’Università di Sassari hai detto una cosa precisa riguardo la non violenza…
Io ieri ho ripetuto quello che avevo detto al Presidente della Corte durante il processo di primo grado. Al Presidente della Corte ho detto: “sono una persona pacifica ma se qualcuno mi dà lo schiaffo lo restituisco, se qualcuno mi spara, sparo”. Io  ho detto queste parole.
Anche a questo proposito sei stato di una chiarezza estrema e hai detto in tre parole quello che, magari in altri contesti, si sarebbe detto con ampie perifrasi…
Questo nasce dalla mia personalità, dalla mia autoeducazione. Quando è possibile a me piace parlare chiaro e non sempre è possibile farlo perché bisogna riflettere sugli effetti che hanno le parole. Non tutti sono pronti a recepire certe parole certi concetti, per cui bisogna fare attenzione. Però, in quel caso lì, ho sempre voluto che risultasse chiaro che io sono una persona pacifica ma non sono una persona disposta a porgere l’altra guancia, mai. Questo doveva risultare chiaro, nonostante io sia perfettamente consapevole della mia debolezza: io non ho uomini, non ho soldi. Nulla. Soltanto me stesso. Siccome mi voglio rispettare, il fatto di reagire agli attacchi – nei limiti del possibile – è un modo per rispettarmi. Così come credo di non risultare in vendita, allo stesso modo.  
Sia oggi sia ieri (13 e 12 settembre nda) hai detto “inizieranno a blandirvi e comprarvi”, quando il movimento indipendentista sardo sarà talmente influente da non poter più essere ignorato dall’Italia. A quel punto, però, hai aggiunto, “lì comincerà il nostro compito”, giusto?
Il compito nostro, per la verità, inizia già prima che ci blandiscano. Dopo non sappiamo cosa succede, perché prima che si arrivi a tagli le forze politiche italiane faranno il possibile per snervare il movimento. Faranno il possibile per criminalizzarlo, per intimidirlo. Faranno di tutto affinché un processo come questo abbia un blocco. Le cose ancora più serie avverranno quando si dovessero accorgere che una parte robusta del movimento non si piega e non riusciranno a piegarla. Allora, la faccenda diventerà molto più difficile. Questo perché è chiaro che, come in tutto il mondo, non c’è omogeneità e non ci sarà mai, all’interno del movimento: ci sarà una parte più combattiva, una parte più intelligente, politicamente parlando, ci saranno delle differenziazioni. Lo Stato italiano è molto più potente di quello che siamo noi. Esso ha a disposizione uomini intelligenti, mezzi finanziari, mezzi tecnici, ha tanti mezzi che noi non abbiamo. Che cosa può influire su questo discorso? Possono influire delle difficoltà interne allo Stato, che mettano in difficoltà i Governi nella loro azione nei nostri confronti. Possono influire situazioni di politica internazionale, può farlo l’animus pugnandi dei sardi, tanti elementi che non sono valutabili oggi. Oggi noi vediamo, malamente, quello che avviene in superficie ma noi non sappiamo cosa c’è oltre di essa, forse qualcuno di noi, che ha fatto dei sondaggi più approfonditi, o ha un acume maggiore, avrà visto qualcosa ma la maggior parte non ha visto nulla, ha visto qualche cosetta di quello che appare dai giornali, qualche manifestazione. Lo stesso appare anche per i servizi segreti italiani, che stanno cercando di capire: è il loro compito, come è quello nostro di non farglielo capire.
Durante la presentazione del tuo libro, nel corso di un intervento, ho sentito che chi aveva preso la parola si stava scusando con te per dei fatti accaduti molti anni fa e citava un episodio nel quale, in particolar modo, parlando in sardo, dicevi come la lingua italiana poteva essere insegnata – al massimo – come prima lingua straniera. La questione del bilinguismo è minoritaria all’interno del movimento indipendentista o, secondo te, in che modo può essere rilanciata?
L’obiettivo finale sarebbe che il sardo – per il momento usiamo il termine generico – diventi la lingua ufficiale dello Stato sardo e che la lingua italiana sia una lingua ‘a lato’del Sardo per un periodo di tempo congruo. Anche perché non si può eliminare completamente una lingua: innanzitutto, i sardi non avrebbero nessun interesse a perdere l’italiano. Qualsiasi lingua straniera, o non straniera, tu conosca, è una ricchezza. Non solo: è anche un’arma. Se io non conoscessi sufficientemente la lingua italiana avrei maggiore difficoltà a difendermi e ad attaccare, io voglio usare la lingua italiana come strumento d’attacco e di difesa. Quindi, non ho interesse a perderla. Io, però, con i miei genitori non ho mai parlato italiano: ho parlato sempre in sardo. Le vicende storiche, per molte ragioni, stanno facendo perdere d’importanza la ‘limba sarda’ che è differenziata in vari dialetti. Ma nella Grecia antica non esisteva un solo greco: esistevano varie parlate greche e non mi turba il fatto che ci siano queste differenze, troveremo il modo, la soluzione. La cosa importante non è trovare una lingua unificata ma è che i sardi si convincano che devono essere orgogliosi di essere Sardi, di quello che hanno. Poi, ci metteremo d’accordo sulle pratiche da fare per quanto riguarda la lingua, intanto usiamola. Per iscritto e oralmente: in fondo, sono cose nostre..
Il libro l’ho comprato solo ieri nel corso della presentazione all’Aula magna dell’Università di Sassari (12 settembre nda), per cui ho ancora una visione molto parziale del tuo scritto…
Guarda, per alcune parti è impossibile avere una visione completa: ci sono alcune sezioni in cui non ci si può non capire nulla se non si entra nello spirito con il quale ho scritto il libro. Infatti, è successo questo ad un tuo collega al quale ho rifiutato l’intervista: a seguito di uno scambio di e-mail, dopo il quale avevo inteso che non aveva capito niente. E non era in grado di capire nulla..
Perché?
Perché lui partiva con alcune idee preconcette e cercava di orientare l’intervista secondo il suo punto di vista ma non aveva neanche l’umiltà di leggere con attenzione quello che avevo scritto. Non aveva quest’umiltà e quindi era superficiale: questo libro non è stato scritto per gente superficiale ma pesando le parole, usano determinati vocaboli e secondo me ci vuole gente attenta, altrimenti non si capisce.

Nell’appendice fotografico del libro viene raffigurato un episodio interessante, curioso quantomeno, che descrivi anche nelle prime pagine di ‘Cella n.21’. Ti avranno già chiesto in moltissimi di raccontarlo, sto parlando di quando hai incontrato il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in costume sardo.

Dunque, io ero Sindaco di Bulzi e, come tutti i indaci della provincia, sono stato invitato dal presidente della Repubblica. La procedura era questa: quando i sindaci, messi tutti uno dopo l’altro in fila, arrivavano davanti al Presidente, il Cerimoniere diceva, poniamo un caso: “le presento il sindaco di Buddusò”, rapida stretta di mano e via. Non sopportavo, veramente, questa cosa. Io ero andato vestito col costume di Bulzi e con, attaccata sopra, la tessera del Fronte per l’indipendenza.
Siccome avevo visto come andavano le cose con gli altri, avevo precedentemente preparato una lettera da consegnare a Pertini. Quando siamo stati di fronte l’ho guardato negli occhi  e gli ho detto, giacché sono di animo socialista, ma pur sempre sardista: «Compagno Presidente, La saluto sì come sindaco ma anche come segretario del Fronte per l’indipendenza della Sardegna. Ho preparato questa lettera per Lei, la legga con attenzione prima che sia troppo tardi». Mi guardava battendo le palpebre come se si chiedesse, “chi è costui?”. Aveva, alla sua sinistra, il Capo dei Corazzieri e alla sua destra un ministro che l’anno successivo sarebbe diventato il Ministro dell’interno, Oscar Luigi Scalfaro, mi pare, se ben ricordo. Pertini, che a me faceva soltanto l’impressione di un pover’uomo, un anziano, vecchio da trattare con ogni riguardo e rispetto proprio per la sua età, mi disse: «Sì, sì, la leggerò con attenzione» e diede la lettera al capo dei corazzieri. Subito dopo scesi a Piazza Italia e un giornalista mi chiese: «Cosa ne pensa del Presidente Pertini?», «E’ una bravissima persona – gli avevo risposto – ma io non dimentico mai che è un Capo di uno Stato straniero e nemico». Lui ha continuato a stare a Sassari quel giorno e il giorno successivo e io, assieme agli altri del Fis (Fronte per l’Indipendenza della Sardegna), abbiamo continuato a manifestare contro di lui. Quando è andato ad inaugurare il monumento ai caduti della Brigata Sassari c’erano due lunghissime file di giovani Carabinieri che dovevano fare da scorta. Io ed altri avevamo affisso uno striscione grande con scritto “a fora s’Italia”.  Lo striscione è stato, dunque, sequestrato dai vigili urbani e dato in consegna ad un Corazziere. Siamo andati dal corazziere e l’abbiamo accusato di appropriazione indebita, quindi lui, impressionato, ci ha restituito lo striscione che nel frattempo avevamo affisso nuovamente. Nel contempo io arringavo carabinieri e gli dicevo in sardo: “Avete visto cosa ha fatto l’Italia? Voi eravate tutti disoccupati nel vostro paese, l’Italia vi ha fatto tutti carabinieri! Siete contenti?”. E mentre dicevo queste parole davo loro il volantino del Fis. In quel momento arrivava il presidente Pertini, che io non avevo visto, e anche il procuratore generale della Repubblica che non voleva assolutamente guardarmi mentre io distribuivo volantini. Allora, tiratone fuori uno dalle mani, gli ho detto: «Legga, dott. Villasanta, che non fa male neppure a lei». Il giorno dopo ho scritto sul giornale che, per cortesia, il Presidente Pertini non tornasse più in Sardegna a inaugurare monumenti agli àscari Sardi perché noi pretendevamo di essere rispettati da vivi e non da morti e che, inoltre, anche gli àscari libici, eritrei, avevano combattuto per l’Italia dopo che la ‘civilissima Italia’ aveva decimato le loro popolazioni. Ho continuato a manifestare contro di lui nei giorni a seguire e sei mesi dopo mi hanno offerto una suite in carcere a Buoncammino.
Una ‘suite’ a Buoncammino?!?
(sorride nda) Sì, sì, una suite!
Mi viene in mente una cosa, riallacciandomi ai Carabinieri… Passeggiando per Sassari, chiacchierando del più e del meno con Cristiano, mi ha corretto mentre citavo in italiano una canzone di Piero Marras ‘Si deus cheret’ dal momento che ‘si Deus cheret e sos carabinieri lu permittini’ andava tradotto con ‘se Dio vuole e la giustizia lo permette’. Perché la giustizia e i carabinieri sono termini che si equivalgono?
E’ così. Il proverbio deriva dal fatto che la repressione inizialmente è passata attraverso i carabinieri, più che dalla polizia e dei militari. I Savoia hanno avuto la Sardegna nel 1720 ma i sardi non li hanno mai sopportati. Anzi, non ci si sopportava a vicenda  e c’erano seri e validi motivi per cui noi non sopportassimo i Savoia. Poi sono venuti i carabinieri e siccome essi possedevano una stazione in ogni paesino, praticamente, ecco perché la giustizia identificava con i carabinieri. In molti posti non c’era altro che carabinieri, come forze dell’ordine. La polizia è arrivata dopo.
Dopo la ‘suite’ a Buoncammino, l’uscita e tutte le vicende che si sono susseguite, hai scritto un libro quasi trent’anni dopo. Come mai quest’attesa?
Per questo motivo: io non ero aduso a scrivere, ero professore di chimica e non sono un letterato. Ero abituato ad altre cose e mi sembrava che scrivere fosse quasi una perdita di tempo. Poi, però, con gli anni ho lentamente maturato questa decisione assoluta: sapevo che avrei scritto prima o poi ma stavo rimandando… Scrivere è faticoso: se si vuole curare lo stile si devono scegliere le parole, le frasi, si deve riflettere. E poi, in uno scritto come questo, si deve riflettere: che impatto avrà sui servizi segreti? Che impatto avrà sul pubblico sardo e quale potrebbe avere su quello italiano? C’era da studiarci sopra e io non mi sentivo pronto per fare questo, ma ad un certo punto mi sono reso conto che dovevo farlo per forza. Non potevo più fuggire, dovevo farlo. Mi volevo dotare di uno strumento di lavoro, di un’arma, per essere più espliciti. Volevo dotarmi di un’arma difficile da neutralizzare e che mi desse un tipo di potere che in questo momento storico non è facilmente sindacabile: nella situazione geopolitica in cui si trova, lo Stato italiano non può fare molto per neutralizzare quello che scrivo.
Anche perché, banalmente, ‘è scritto’..
Non solo, non è facile ‘sequestrare’ palesemente il libro; non è facile farmi passare per terrorista solo perché  scrivo un libro nel quale scrivo che sono contro la violenza. Come posso io essere considerato un terrorista, un violento, se dico esplicitamente di essere contro la violenza? Io, poi, sono solo: quali sono le mie truppe? Non ne ho, non le cerco. Allora, nella situazione in cui si trova lo Stato italiano oggi, non è facile prendere delle misure esplicite contro di me, potrebbe farlo in maniera furbesca o in altri modi, però è rischioso… Ecco perché non ho nessunissima intenzione, come ho già detto, di essere violento, ciononostante voglio vincere: questo deve risultare chiaro. Nel senso che voglio collaborare per fare in modo da creare le premesse affinché il popolo sardo possa vincere. Non io personalmente, io non conto nulla: sono l’organizzazione politica di me stesso. Nessuno, però, è così stupido da credere che io sia così stupido o così innocuo, quindi i servizi cercheranno di capire com’è fatto il mio cervello.
Prima hai accennato all’impatto che questo libro potrebbe avere sul pubblico italiano, quale potrebbe essere, dunque?Il pubblico italiano potrebbe, non oggi, convincersi che non è così corretto il comportamento del proprio Governo nei confronti della Sardegna: non credo che gli italiani siano pronti a questi discorsi. E questo perché potrebbero anche chiedersi: ‘che bisogno c’è di fare in Italia le basi militari quando è così comodo farle in Sardegna? Perché inquinare l’Italia quando possiamo inquinare la Sardegna? Siamo mica scemi! Finché sopportano i Sardi, sopportino, potremmo decidere di dargli qualche contentino, possiamo dire che sono valorosi combattenti e dar loro qualche spicciolo di contributi, di risarcimenti; possiamo fare molti sorrisi e dire che anche loro sono italiani. Quei cretini, intanto, si bevono tutto..’. Ma questo vale oggi, non sappiamo cosa succederà domani. Tu mi potrai chiedere, cosa potrà succedere domani visto che siete pochi, deboli e avete paura di esporvi?
‘Pocos, locos y male unidos’, come avrebbe detto Carlo V a proposito dei Sardi…
Attenzione, però: gli italiani erano molti e disuniti. Noi saremmo anche pochi e disuniti, ma gli italiani erano molti e disuniti: nel 1815 in Italia c’erano nove Stati diversi e indipendenti, spesso in guerra tra loro, quindi non ho capito perché il ‘pocos, locos y male unidos’ è sempre valso per i Sardi e non per gli italiani. Anche adesso, che c’è uno Stato unitario, gli italiani non sono uniti. Perché tutta questa storia per i Sardi, dunque? Che poi, Carlo V non ha mai detto quella frase riguardo i sardi ma l’ha detta ai notabili che non erano Sardi di origine, bensì catalani! E questo anche perché, in quel periodo, i Sardi non contavano nulla, non c’era bisogno di dir loro qualcosa contro. Quella frase era riferita ai notabili dal momento che erano sempre in lotta fra loro e, all’arrivo di Carlo V, hanno provato a prenderlo come arbitro.
Tant’è che Mariano IV d’Arborea, padre di Eleonora d’Arborea, al momento della ‘reconquista’ dell’Isola non conquistò Alghero perché pare che non vi fossero Sardi…
No, in realtà non è per questo: semplicemente, non ci è riuscito. Ci sarebbe voluto andare e gli erano rimaste solo due piazze: Alghero e Cagliari ma purtroppo è morto prima a causa della peste. Proprio mentre stava capitolando Cagliari. La popolazione catalana è scomparsa da Alghero, poi, già dal 1500: coloro che sono venuti dopo quella data sono Sardi che hanno adottato il catalano per snobismo, perché lo straniero potente viene sempre preso a modello. Anche gli italiani che sono deboli, prendono a prestito dal modello anglosassone, alcune parole della lingua inglese: invece di dire fine settimana si dice weekend, la tendenza si dice trend, e via cantando. Gli italiani si sentono inferiori ai popoli di lingua inglese, ogni tanto fanno la sparata che loro sono i più intelligenti del mondo, con maggior senso artistico, insomma, il sale del mondo. Ma dentro di loro capiscono che sono deboli, su questo non ho dubbi.
Toglimi una curiosità, però: da cosa deriva il tuo nome Bainzu?
Usando Bainzu come nome, col mio cognome Piliu, niente avrebbe richiamato l’Italia: né il nome, né il cognome avrebbero fatto pensare all’Italia. Mi spiego meglio: i miei antenati paterni si chiamavano tutti Bainzu. Mia madre, credendo di nobilitare la famiglia, all’anagrafe fece mettere Gavino al posto di Bainzu, come voleva fare mio padre. Questo perché sembrava più nobile e più qualificante socialmente. Quando iniziai a fare attività politica, dopo un po’ di tempo, decisi di adottare la versione sarda in modo tale che, appunto, né nome né cognome potessero richiamare direttamente l’Italia. Anche perché in Italia uno che si chiama ‘Bainzu Piliu’ non si sa da dove possa venire: si potrebbe confondere anche per romeno!
Ma che relazione ha Bainzu con Gavino?
Dunque la cosa, per quel che ne so io, è nata così: in epoca imperiale romana c’erano delle truppe romane a Porto Torres.
Uno di questo soldati romani  si convertì al cristianesimo ma fu processato e condannato a morte, insieme ad altre due persone: egli si chiamava Gabinius che significava ‘abitante della città di Gabii’, antica città del Lazio (ora quasi inglobata dai territori dei municipi del quadrante sud est di Roma nda). I Sardi da questo Gabinius trassero alcuni nomi: Gabinu, Gavinu, Bainzu, Binciu, Bignu, almeno 5 e non uguali. Il nome Gavino non è un nome italiano: è un nome sardo italianizzato che tornava utile per assimilare il popolo sardo, d’altra parte anche i cognomi sono stati distorti per farli diventare italiani. Quindi, a parte che Bainzu mi piaceva di più perché mi richiamava alle mie origini, lo trovavo politicamente utile e i giornalisti utilizzavano sempre Bainzu: non mi giravo neanche quando mi chiamavano Gavino! Ecco com’è la questione del Bainzu. E dà un fastidio tremendo agli italiani: le volte che sono andato in Italia e mi sono presentato come Bainzu Piliu storcevano la bocca. Non ci tenevo minimamente, e non ci tengo tutt’ora, a sembrare italiano, nemmeno per sogno! Non sono italiano, non mi seno onorato di essere chiamato tale: non vi disprezzo ma non vi ammiro particolarmente. Siete tra le tante popolazioni del mondo: ci siete anche voi. Se siete intelligenti vi ammiro, se avete delle qualità artistiche la stessa cosa, ma non siete il mio modello: intelligenti come voi ce ne sono una miriade quanto, anzi, più di voi. Basta che si prendano i popoli orientali, che li avete presi a pesci in faccia per secoli, vi stanno dimostrando che hanno un’intelligenza che è sicuramente almeno come quella italiana. Se non superiore. Non siamo mai stati italiani, nemmeno in epoca romana: siamo stati una provincia di Roma, non eravamo ‘italici’. Per molto tempo si è cercato di far intendere ai Sardi che dovevano sentirsi onorati di essere considerati italiani e molti hanno abboccato. Come una specie di insulto che c’era in alcune parti dell’Isola  che diceva: «Italianu siese», come dire «Che tu sia italiano!». Giacché ho assorbito e digerito queste cose, a me non mi incantano: io voglio una cosa sola, cioè, che i Sardi diventino padroni del loro territorio, che mantengano buoni rapporti con l’Italia.
Dopo, però (l’indipendenza nda). Non prima.
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Capo Frasca, la nuova Pratobello

Posted on 2014/09/15 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it
Sant’Antonio di Santadi, Arbus (OR) – «Il tempo delle mediazioni è finito. Se lo Stato italiano avesse voluto mediare lo avrebbe già fatto da tempo e invece, come tutti possono vedere, veniamo bombardati da sessant’anni. Questo modello non è più sostenibile: non lo è mai stato e non lo deve essere più, nonostante – lo ribadiamo – gli interessi della NATO siano fortissimi». «Per queste ragioni non possiamo abbassare la guardia già a partire dal processo di Quirra, l’altra cartina da tornasole degli interessi bellici in Sardegna. Per la pace dei popoli, non solo per il nostro, sappiamo bene che stiamo toccando gli interessi massimi dello Stato».
A parlare era Luigi Piga, portavoce del Fronte indipendentista unidu, una delle tante formazioni indipendentiste che ha organizzato la manifestazione di sabato 13 davanti al poligono militare di Capo Frasca.
La lingua di terra strettissima in cui si trova il poligono in questione è tra lo stagno di Marceddì e una piccolissima frazione del Comune di Arbus: Sant’Antonio di Santadi.
In un pezzo di terreno dell’isola che compie uno strano giro, erano concentrati circa dodicimila sardi per chiedere tre cose, per dirla con le parole di Gianluca Collu, Segretario di Progres: «siamo tutti uniti per dire, una volta per tutte, tre cose molto semplici: dismissione, bonifiche, riconversione. E’ vitale, è necessario dismettere i poligoni militari, non si sta parlando di dismettere semplicemente le basi o cos’altro, si sta parlando di poligoni militari e l’unico modo per iniziare è chiudere immediatamente uno di questi. Bisogna, poi, urgentemente, apportare le dovute bonifiche – a terra e a mare – e, infine, trovare il modo di riconvertire i territori».
Dai manifestanti le voci si levavano alte e tonanti: «A Foras!» e «Indipendentzia!» erano sicuramente quelle che ‘andavano per la maggiore’.
Il tavolo della manifestazione era partito il 2 agosto, come già riportato da questa testata: «A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’».
Ovviamente, il tavolo organizzativo è andato crescendo di giorno in giorno e gli organizzatori, se dal principio erano 5, sono diventati un buon nucleo di organizzazioni politiche e civiche, una commistione e una cooperazione che si è rivelata vincente, visti i numeri della manifestazione.
Dodicimila persone, più di ogni rosea aspettativa ma che – per la verità – era una speranza che ogni rappresentante del tavolo organizzativo covava in sé.
Collu (Progres) a tal proposito, nello spazio del retro della manifestazione, ha dichiarato come: «riguardo la presenza  lo speravamo: ai tavoli organizzativi ho sempre detto che una manifestazione di questo tipo aveva successo se fossero arrivate non 300 ma 3000 persone. Quindi, il nostro messaggio è arrivato: la manifestazione non è per gli indipendentisti, non è fatta dagli indipendentisti, è fatta per tutti i sardi».
Il messaggio è arrivato, ‘l’individuo’-Nazione sta muovendo i primi passi, come ha detto Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione): «questa volta, come è stato per il referendum sul nucleare, sembra che ogni cittadino sardo abbia capito di essere parte indispensabile di un individuo che si chiama Nazione Sarda e abbia capito, inoltre, che quell’individuo possa camminare e pensare autonomamente. Se c’è un piede che non funziona, l’individuo non è completo, ma oggi i Sardi si sono assunti questa responsabilità. Probabilmente hanno pensato ad una responsabilità storica: noi siamo generazione vivente, che responsabilità abbiamo per le generazioni future? Possiamo lasciare un territorio con nanoparticelle in giro, con bombea frammentazione, con territori che potrebbero creare prosperità ma vincolati per scopi che non sono i nostri? Questa è la nostra responsabilità». 
Il dato politicamente rilevante che arriva dalla manifestazione è che le organizzazioni indipendentiste che venivano tacciate di minoritarismo e settarismo, da parte dei quotidiani e di candidati alla presidenza della Regione Sardegna, sono scese in piazza e hanno portato 12mila persone in un territorio anche abbastanza impervio da raggiungere.
Il settarismo di cui venivano tacciate le organizzazioni politiche che non si erano allineate con questa o quella coalizione di ‘maggioranza’, centrodestra o centrosinistra, era ben riassumibile dalle parole di Gavino Sale, Presidente di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, intervistato da questa testata poco prima della tornata elettorale del febbraio.
Sale, ora consigliere regionale di maggioranza, aveva intrapreso la strada dell’alleanza elettorale con il centrosinistra, capitanato da Francesco Pigliaru: «Michela Murgia, secondo Gavino Sale “sa benissimo che non vincerà, perché non ha i numeri: si vince al 40%, non con il 15%, così come gli ultimi sondaggi riportano. A questo punto, stanti questi numeri, il progetto di Michela Murgia è saltato”.
La polemica del cosiddetto ‘voto utile’ aveva sconfinato anche in ambienti indipendentisti: «Murgia a questo punto deve decidere chi deve far vincere. Io so chi vuole far vincere la Murgia: Cappellacci e il suo gruppo editoriale di riferimento. Lei ha rifiutato di vincere fin dal principio chiudendo le porte alle altre organizzazioni politiche indipendentiste».Ma lo stesso Sale ha subito un crollo verticale nei consensi, risultando la penultima lista della coalizione di centrosinistra e raccogliendo un misero 0,83% che sfigurava nettamente di fronte ai successi che il suo partito aveva raggiunto alle precedenti elezioni provinciali.
Durante il mese di agosto la protesta è montata, complici anche due fattori: l’incidente (e il conseguente incendio) avvenuto a Capo Frasca e la notizia confermata e poi ritirata delle esercitazioni della IAF, l’Aeronautica militare israeliana, proprio nel poligono sopracitato. L’organizzazione della manifestazione lanciata dal pugno di organizzazioni politiche e civiche non sembrava dovesse assumere una così imponente proporzione: dal grumo di soggetti iniziali si è arrivati a ricevere adesioni – praticamente – da tutta l’area indipendentista, sardista e sovranista compresa qualche organizzazione politica nazionale.
Ci sono state, poi, manifestazioni di solidarietà anche nel continente e, specialmente, nell’altra Isola: la Sicilia.
A Niscemi, luogo già teatro delle proteste da parte dei coordinamenti NO MUOS, s’era organizzato un sit-in ‘contra a s’occupatzione militare‘ in solidarietà alla manifestazione di Capo Frasca.
Più di cinquanta le organizzazioni che hanno aderito e parteciperanno alla dimostrazione a Capo Frasca per manifestare contro le servitù militari, ovvero «di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato» che occupano migliaia di ettari di terreno: «35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare», come riporta il sito della Regione Sardegna. 
Tra le voci dei manifestanti è tutto un commentare: «E’ una nuova Pratobello» e, forse, il paragone non è campato in aria: il 27 maggio del 1969 sui muri del paese di Orgosolo (in piena Barbagia, in provincia di Nuoro) fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori della zona di Pratobello a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’Esercito Italiano. Il 9 giugno 3.500 cittadini di Orgosolo iniziarono una mobilitazione ferma e decisa che li ha portati,  il 18 dello stesso mese, a riunirsi in piazza Patteri: dall’assemblea scaturì la decisione di attuare una forma di protesta non violenta e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello.
Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’Esercito si ritirò.
Una voce dopo l’altra di rappresentanti di organizzazioni politiche, associative e civiche, scandisce le parole d’ordine della manifestazione dal piccolo palchetto allestito per l’occasione.
La lingua di terra aveva fatto in modo che una parte dei manifestanti stesse a sentire sotto il palco, un’altra parte alle porte del poligono e un’altra ancora stesse sulla collina che dominava la piccola valle dello stagno di Marceddì e di Sant’Antonio di Santadi.
La protesta diventa anche festa quando arrivano i Tumbarinos di Gavoi e iniziano a suonare un ballu tundu davanti ai cancelli del poligono militare.
«Come nel 28 aprile 1794, ballu tundu per irridere l’oppressore piemontese».
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La Sardegna contro le servitù militari

Posted on 2014/09/09 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/la-sardegna-contro-le-servitu-militari%E2%80%A8/
Il 13 settembre si terrà la manifestazione contro i poligoni militari in Sardegna, o per meglio dire: la ‘manifestada Natzionale contra s’ocupatzione militare’. A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’.
Nella giornata di oggi il quotidiano ‘L’Unione Sarda’ ha distribuito il poster  ‘No Servitù’, volto a coinvolgere i sardi sulla richiesta di ridiscutere la presenza dei militari nell’isola. Iniziativa concomitante con la visita del Governatore Francesco Pigliaru al Poligono di Capo Frasca  e la discussione di questo pomeriggio del Consiglio regionale, in seduta straordinaria, proprio sulle servitù.
La Regione Sardegna, ha spiegato Pigliaru,  chiede una riduzione di almeno settemila ettari delle servitù militari, ad iniziare da Capo Frasca, sui trentamila complessivi, in proporzione al taglio del 21% effettuato dalla Difesa nazionale sul numero degli uomini operativi: portati da 190 mila a 150 mila.
Quello che chiedono i manifestanti, però, è la dismissione totale delle servitù militari e l’avvio di bonifiche dei territori interessati. Non la riduzione.
Nel comunicato del 2 agosto relativo all’appuntamento del 13 si leggeva: «L’occupazione militare della Sardigna rappresenta un sopruso che dura da sessanta anni e che non siamo più disposti a tollerare. La nostra terra è ridotta a un campo di sperimentazione militare in cui diventa lecita qualsiasi soglia di inquinamento e viene testata qualsiasi tecnica di sterminio» e ancora«L’occupazione militare rappresenta la negazione più evidente della nostra sovranità nazionale e impedisce uno sviluppo socio-economico indipendente del nostro popolo, condannando la Sardigna all’infamante ruolo di area di servizio della guerra».
L’obiettivo era, dunque, di organizzare ‘su populu Sardu’ per una dimostrazione contro i poligoni militari che occupano il suolo della Sardegna con tali proposte: «Vogliamo che la Sardigna diventi un’isola di pace e che il suo territorio sia assolutamente indisponibile per le esercitazioni di guerra, di qualunque esercito (compreso quello italiano) e sia interdetto a qualunque attività o presenza connesse con chi usa la guerra per aggredire altri popoli o per crimini contro i civili, colpendo ospedali, scuole, rifugi per sfollati e abitazioni civili. Chiediamo che la Sardigna sia immediatamente e per sempre interdetta all’aviazione militare israeliana. Invitiamo tutto il popolo sardo, le associazioni, i partiti e i comitati ad aderire e partecipare alla manifestazione indetta a Capo Frasca il prossimo 13 di settembre per pretendere a gran voce: blocco immediato di tutte le esercitazioni militari, chiusura di tutte le servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione delle aree interessate».
Cosa c’entra l’aviazione militare israeliana nel poligono sardo di Capo Frasca?  E’ presto detto, come riportava il quotidiano ‘L’Unione Sarda’ il 23 luglio: «le attività sono già pianificate e riportate nel “Programma esercitazioni a fuoco per il secondo semestre 2014” stilato dal ministero della Difesa». Per quanto riguarda il sito di Capo Frasca: «sulla costa occidentale voleranno anche gli aerei dell’Iaf, l‘aeronautica militare israeliana. Ma mentre su Gaza purtroppo fanno sul serio, in Sardegna si addestreranno. E faranno parte dei caccia e velivoli che scaricheranno “artifici”, così li chiamano, da 6 chili a una tonnellata. Voleranno anche Tornado, Amx, Mirage, F16 e altri caccia di varie nazioni alleate dell’Italia. Tutti, assicurano dall’Aeronautica, sganceranno “inerti”, ma saranno continue le esercitazioni con razzi da 2 pollici e i colpi con i “cannoncini di bordo”».
Subito dopo ‘L’Unione Sarda‘ la notizia è stata data anche dal sito web del ‘Fatto quotidiano’ che riporta come: «il “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014” del Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo – Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti), datato 3 marzo 2014» prevedeva che «gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force vengano al poligono di Capo Frasca (Oristano) a sganciare bombe inerti da una tonnellata». Non solo Capo Frasca, però: il quotidiano Sardo ha annotato come anche gli altri poligoni di Quirra, Macomer e Teulada sarebbero stati interessati da imponenti esercitazioni militari.
Durante il mese di agosto la protesta è montata e l’organizzazione della manifestazione lanciata dal pugno di organizzazioni politiche e civiche sopracitate non sembrava dovesse assumere una così imponente proporzione: dal grumo di soggetti iniziali si è arrivati a ricevere adesioni – praticamente – da tutta l’area indipendentista, sardista e sovranista compresa qualche organizzazione politica nazionale (Rifondazione/Comunisti Italiani – presenti nell’Isola sotto la sigla di ‘Sinistra Sarda’ -, Coordinamento dei comitati NO MUOS, Comitato contro la guerra – Milano). Più di cinquanta le organizzazioni che hanno aderito e parteciperanno alla dimostrazione a Capo Frasca per manifestare contro le servitù militari, ovvero «di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato» che occupano migliaia di ettari di terreno: «35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare», come riporta il sito della Regione Sardegna.
Per dare un’idea di quanto siano imponenti tali aree il sito della Regione fornisce mappe (visibili qui) e numeri: «il poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu(nella Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca (costa occidentale) ne occupa oltre 1.400. A questo vanno aggiunte le basi tra le quali spicca il caso di quella degli Stati Uniti di S.Stefano a La Maddalena».
Capo Frasca, dunque, è tornato prepotentemente sulle bocche di tutti coloro che manifesteranno sabato 13, il poligono che vede il collegamento con l’aeroporto militare Nato di Decimomannu, «che  rappresenta la base aerea più attiva in Europa». Tale area possiede «una superficie di 18,16 kmq, di cui 5,72 kmq di demanio e 12,44 kmq di servitù e l’aeroporto viene utilizzato da italiani, tedeschi, inglesi e americani, soprattutto per l’addestramento di piloti di aerei supersonici al tiro nel Poligono di Capo Frasca», come annota la Regione Sardegna.
Proprio il 4 settembre, ad una manciata di giorni dalla ‘manifestada natzionale contra s’ocupatzione militare’, succede il fattaccio: «Capo Frasca esplode», era il titolo dell’aggiornamento più in vista sul sito del quotidiano on line sardiniapost.it.  Il giorno dopo ‘La Nuova Sardegna’ riportava l’accertamento di: «esplosioni all’interno del poligono di Capo Frasca, durante l’incendio provocato ieri dalle esercitazioni militari in corso». Quindi, «stando alla ricostruzione degli uomini del Corpo forestale regionale – intervenuti nel territorio di Arbus (Medio Campidano) per spegnere il rogo che ha distrutto ben 32 ettari di macchia mediterranea, secondo il dato più aggiornato – il fuoco è stato originato dalle scintille provocate dall’impatto sul terreno di un corpo inerte lanciato durante le esercitazioni».
Il video (visibile qui) caricato on line da Mauro Pili (ex Presidente della regione Sardegna ed ora deputato del gruppo misto – fuoriuscito dal Popolo della Libertà, in quota Unidos) mostra una densa colonna di fumo nero proveniente dal sito del poligono militare nonostante siano passate ore dall’esplosione. E se Gianluca Collu (segretario di ProgReS) twittava «#CapoFrasca oggi è stata bombardata. I turisti scappano, il danno economico e ambientale è pesantissimo. #Sardegna» e rispondeva “L’Italia” a chi su twitter gli scriveva “chi ha fatto questo?”, Luigi Piga (portavoce nazionale del Fronte indipendentista unidu),  raggiunto dal quotidiano on line ‘Controlacrisi’, commentava amaramente «è normale che non si sappia nulla riguardo l’esplosione avvenuta a Capo Frasca. Purtroppo è normale: nei giorni scorsi il Ministro della Difesa ha confermato la strategicità dell’isola e, per come la vedo io, è un’intimidazione ai Sardi e alla Sardegna. Sappiamo di essere dalla parte del giusto e continueremo su questa linea: si vuole continuare con le esercitazioni militari? Noi continueremo con la nostra posizione politica e vedremo che posizione prenderà la Regione Sardegna. Ed essa non può essere ambigua come al solito: deve essere chiara». 
Se la situazione era quella dell’insopportabilità nei confronti dei poligoni già prima dell’accaduto, ora la misura è – come si sarebbe potuto facilmente immaginare – più che colma. Prima ‘del fattaccio‘ dei giorni scorsi, i Sardi consideravano le servitù delle vere e proprie occupazioni, il Senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Cotti ci aveva provato a suon di emendamenti: «All’articolo 120 della Costituzione, dopo il primo comma, è inserito il seguente: “L’impiego permanente di parti di territorio nazionale come poligoni militari per esercitazioni a fuoco è consentito previa intesa con la Regione o Provincia autonoma interessata, anche ai fini dell’adozione di adeguate misure compensative di carattere economico e sociale”».
Testo bocciato con 180 voti contrari. Le conseguenze delle servitù sono – nei fatti – sotto gli occhi di tutti: «le ricadute sul territorio comprendono il divieto di esercitare la pesca e la presenza di ordigni inesplosi in mare e in terra». Ed è proprio questo per cui Sardigna Natzione aveva rilanciato la battaglia contro i poligoni già nel giugno.  La questione che si stava proponendo era quella del Lago Omodeo (Oristano) e gli indipendentisti avevano indetto un sit in «nella zona esterna da quella interdetta dall’ordinanza 6/2014 del prefetto di Oristano. L’ordinanza pone la zona del Lago Omodeo disponibile per “poter svolgere le esercitazioni a fuoco per l’addestramento periodico di numerosi reparti delle forze dell’ordine dell’Isola”».
Secondo il segretario nazionale Bustianu Cumpostu la vicenda di quei giorni del Lago Omodeo era sintetizzabile così: «Noi non vogliamo più vedere i nostri territori nelle aule dei tribunali, non vogliamo che il Lago Omodeo sia una servitù che domani costituisca una commissione d’inchiesta: eliminiamo il problema. Il fatto è che la commissione non avrebbe discusso se non ci fosse stato il ‘caso’ della servitù di Quirra». Lo stesso Cumpostu, dopo i fatti accaduti nel poligono di Capo Frasca dei primi di settembre che ha devastato 32 ettari di territorio Sardo, ha commentato come l’incidente dovuto dall’esplosone sia «un’umiliazione» per la Sardegna tutta, intervistato da ‘Controlacrisi’. «A Capo Frasca – commenta il segretario di Sni – è successo un danno perché nessuno si è preoccupato di quel territorio e nessuno ne ha difeso l’uso, come se fosse un qualcosa ‘che vale poco’. Il nostro territorio viene considerato dallo Stato italiano come qualcosa che ‘vale poco’. Che poi, ora, lo Stato è uno Stato-Governo perché tutti si sono identificati con la figura di Matteo Renzi: essi hanno scarsa considerazione del nostro territorio e della nostra popolazione. Può succedere di tutto, quindi. Ecco perché veniamo umiliati».
Secondo iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, partito di cui fa parte il consigliere regionale Gavino Sale, a Capo Frasca non sarebbe successo «nulla di nuovo se non fosse che per l’ennesima volta ci troviamo a commentare un incidente che fortunatamente non ha causato feriti e che, grazie al pronto intervento della Forestale, ha limitato i danni su un territorio ormai maltrattato da decenni. L’incendio divampato a Capo Frasca, definito un piccolo focolaio dal Ministero della Difesa, è stato provocato dal bombardamento di aerei da guerra tedeschi: 25 ettari sono andati distrutti». La stessa organizzazione continua in una nota: «in pratica: sarebbe come se un piromane venisse scoperto mentre sta bruciando 25 ettari. Nel momento in cui arrivano i soccorsi è lui stesso ad impedire l’intervento e invece che essere arrestato in flagranza di reato e condannato a risarcire i danni, viene aperta con lui una trattativa per verificare se è lui il colpevole. In questo caso il piromane è l’aviazione tedesca appoggiata dallo Stato italiano».
La strozzatura è – dunque – evidente: da un lato vi è la protervia dello Stato italiano che, si voglia o meno, sta assestando una serie di fendenti alla Sardegna uno dopo l’altro, dall’altro c’è la reazione di un popolo a cui la sovranità viene sempre più limitata.
La reazione è quella, da parte dei Sardi stessi, di pretendere una maggiore sovranità e indipendenza da parte dello Stato centrale che, come già riportato da questo quotidiano on line, ‘deve dei soldi’ alla Regione Sardegna. Lo ha affermato il docente presso l’Università di Tor Vergata e segretario del Partito dei Sardi Franciscu Sedda: «i sardi pagavano il 100% delle tasse che venivano raccolte dallo Stato che a sua volta doveva renderne l’80% ai sardi e quindi di volta in volta venivano trattenute delle somme indebitamente. E dunque in 20 anni si era creato un credito della Sardegna nei confronti con lo Stato stimabile attorno ai 10 miliardi di euro. Questo ha fatto sì che intanto crollasse il mito della ‘Sardegna mantenuta’ e costantemente in debito nei confronti dello Stato Italiano; in secondo luogo, soprattutto, ha fatto ammettere allo Stato Italiano, sulla spinta di società civile, dell’indipendentismo in particolare e dalla giunta Soru, che era in debito. Tant’è che il primo ministro Enrico Letta, allora sottosegretario all’economia, disse che era vero: “Vi dobbiamo dei soldi”».

L’aver accettato supinamente il patto di stabilità e crescita (o fiscal compact), poi, non ha aiutato il risanamento dell’economia isolana. Né, per la verità, di quella ‘del continente’. La riacquisizione della propria sovranità, dunque, per i Sardi è la prima di tante mosse che dovranno attuare e se qualcheduno ‘del continente’ dovesse venire a manifestare nell’Isola, Cumpostu avverte: «Gli italiani che verranno, difenderanno il territorio Sardo in quanto è presente un sopruso, un’occupazione e un danno al territorio e alla gente.  Poi, come è ovvio, li ospiteremo e li tratteremo con ogni riguardo, ma capiscano essi che qui c’è un popolo che vuole essere sovrano sul proprio territorio così come gli italiani lo sono sul proprio. Questo è il discorso».
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Legge elettorale, parlano 'gli altri'

Posted on 2014/02/07 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/legge-elettorale-parlano-gli-altri/
La Corte Costituzionale, otto anni dopo la legge Calderoli 270/2005 – nota ai più come Porcellum, ha dichiarato come incostituzionali alcuni elementi significativi del sistema elettorale proposto dall’onorevole della Lega Nord ed in vigore fino al 2013. All’interno del Parlamento, ormai da mesi, si dibatte animatamente circa il modello di legge elettorale da attuare in sostituzione del Porcellum, o meglio: del proporzionale con sbarramento al 4%. Esattamente, un proporzionale: la Corte Costituzionale, rendendo scevro il Porcellum di elementi come il premio di maggioranza, che scattava anche con un solo voto in più di una lista/coalizione rispetto ad un’altra; delle liste bloccate, quindi la mancanza del voto di preferenza,  ha fatto sì che al corpo elettorale venisse consegnato un sistema proporzionale con sbarramento al 4%. Più o meno come quello in vigore nella cosiddetta Prima Repubblica, in cui non vi erano premi di maggioranza né alleanze.
Le posizioni dei partiti all’interno delle Camere, quindi, sono – più o meno – allineate su posizioni di linea generale comuni: nuova legge elettorale che sia maggioritaria, superamento del bicameralismo perfetto, mentre sulle preferenze è nato qualche attrito tra il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e l’asse Matteo Renzi/Silvio Berlusconi che ha proposto la legge chiamata Italicum. Il testo base di tale legge prevedeva uno sbarramento all’8% per i partiti non coalizzati, al 12% per le coalizioni e al 5% per liste e partiti all’interno di una coalizione mentre il premio di maggioranza sarebbe scattato al 35%. Le modifiche, pochissime per la verità, apportate all’Italicum non sono così sostanziali: il premio di maggioranza scatta alla formazione che raggiungerà il 38% mentre lo sbarramento all’interno della coalizione è sceso dello 0,5%: quindi dal 5% al 4,5%.
Ma se al Parlamento si decidono sbarramenti che, nell’evidenza dei fatti, limitano la rappresentanza democratica e incardinano un sistema elettorale verso il bipartitismo, al di fuori delle Camere il Paese è diverso: a partire dagli appelli dei Costituzionalisti atti a  denunciare le sostanziali mancanze di differenze tra l’Italicum e il Porcellum, ci sono anche le forze politiche a proporre  altri sistemi. Da Rifondazione al MiR, dal Pli ai Comunisti Italiani passando per i Radicali, le proposte sono articolate e molteplici tra loro. L’unica forza politica, invece, tendenzialmente favorevole alla legge Italicum è il MiR (Moderati in Rivoluzione). Il partito, con a capo l’avvocato Giampiero Samorì, si era presentato all’interno della coalizione di centrodestra alle scorse politiche di febbraio, raggiungendo lo 0,24% alla Camera e lo 0,23% al Senato, non riuscendo, quindi, ad entrare nelle istituzioni.
Il giudizio di Samorì, raggiunto da ‘Lindro.it’ rispetto alla legge “è sostanzialmente positivo. Nel senso che di una certa semplificazione c’è bisogno perché siamo nel pieno di una crisi sistemica molto forte, più forte di quello che tutti pensano. Squinzi, il presidente di Confindustria, l’ha lasciato intendere, aldilà delle parole di circostanza del Governo. Una crisi così forte ha bisogno di un momento di semplificazione, altrimenti non è gestibile. Quindi complessivamente il giudizio è buono”. Certo è che “ovviamente, questa legge comporta, diciamo così, un’esigenza di aggregazione”  per cui le organizzazioni politiche “che hanno avuto la capacità di presentare le liste ma non hanno raccolto i suffragi sufficienti, come la nostra, devono fare una scelta di campo per lo schieramento che gli è più confacente. Altrimenti possono fare testimonianza e quindi possono presentarsi in tutti i collegi raccogliendo ciò che possono raccogliere, ma è una testimonianza”.
Per Samorì, comunque, “non tanto per le liste molto piccole come la nostra, ma parlando sempre in generale” c’è un limite nell’Italicum e, cioè, che “non è garantito nemmeno un diritto di tribuna e in una società così articolata, come la nostra, non prevederlo può voler dire creare una eccessiva tensione e divaricazione fra la società civile ed il Parlamento. Mi spiego: nei sistemi politici in cui esistono due forze e sono presenti alte soglie di sbarramento, la società civile stessa, in realtà, è un po’ più coesa e possiede una identità di vedute molto prossima sui grandi temi, con delle variazioni di qualche colore: tra i Repubblicani ed i Democratici in America, ad esempio, c’è la piena condivisione di quello che è il sistema capitalistico e delle regole del sistema. Ci saranno dei meccanismi di elastificazione sulla sanità, sulle imposte, ma i grandi temi sono condivisi e sono comuni. Ci sono delle società, come la nostra, quindi, molto più variegate, dove è difficile che molta gente si riconosca in uno o in un altro dei due partiti che dovranno andare a contendersi il Governo. Facciamo l’ipotesi che ci sia un partito o un movimento che si presenti in coalizione e prenda l’ 11%. Non ritengo giusto che quella forza politica non abbia neanche un parlamentare: non che ne abbia 60, perché potrebbe alterare la maggioranza ma penso che sarebbe stato meglio ridurre il numero dei parlamentari di chi ha la minoranza qualificata, lasciando il premio di maggioranza per chi ha la maggioranza, ed introdurre diritto di tribuna per chi raggiunge determinate soglie. Una lista che raggiunge il 10% se ha tre deputati fornisce pluralità al Parlamento, quello che ha la minoranza qualificata, cioè il 22% ad esempio, se invece di possedere 100 parlamentari ne ottiene 98 non gli cambia nulla; perché c’è comunque chi detiene la maggioranza. Questo, secondo me, è un aspetto che stato un po’ trascurato. Il rischio è che l’opposizione venga fatta fuori dal Parlamento in modo anche scomposto”.
Oltre al diritto di tribuna, un altro limite della legge Renzi/Berlusconi è rappresentato dalle candidature multiple che “servono solo ai capibastone. È la stessa cosa delle preferenze sotto mentite spoglie. Per cui, il capo del partito di turno che ha paura a candidarsi nella sua città perché teme di non essere votato, si presenta in diciotto città così almeno in una viene eletto. E questo è contrario alla logica del sistema”. Il rischio, comunque, è quello di una limitazione della rappresentanza democratica e per il presidente del MiR lo è ma “ci sono dei momenti nella storia del mondo in cui, per riuscire ad uscire da certe fasi molto complesse,  è indispensabile un minimo di strozzatura ai principi classici della democrazia. Le porto un esempio non di attualità: in America c’è una regola non scritta, ma a cui tutti si attengono, per cui i Presidenti della Repubblica non possono candidarsi più di due volte. E’ una consuetudine che è rispettata. In tempo di guerra Franklin Delano Roosvelt ottenne il mandato tre volte. Anche in quel caso si pose il problema se quel fatto non avrebbe potuto aprire la porta a fenomeni di involuzione democratica, ma la situazione molto eccezionale ha fatto sì che tutti i commentatori americani avessero ritenuto che fosse accettabile quel temporaneo sacrificio. Noi abbiamo una situazione abbastanza speculare: siamo in una crisi economica strutturale e allora i processi decisionali, che comportano una democrazia compiuta al 100% del livello, non sempre sono in grado di rispondere a questa situazione. Un minimo di semplificazione, quindi, in questo momento forse è accettabile. È un prezzo accettabile da pagare per arrivare ad avere un Governo che in cinque anni sappia sviluppare un progetto di forti riforme”.
Il MiR, come prima riportato, è una delle poche forze che non propone un sistema elettorale, come potrebbe essere – ad esempio – un proporzionale puro o con sbarramenti, in alternativa all’Italicum. Per Samorì col proporzionale “la governabilità è molto attenuata perché non si riesce a determinare esattamente chi vince e non si può dare il premio di maggioranza a chi magari proporzionalmente ha preso il 23% o il 27%. Perché vuol dire dare in mano il Governo dell’Italia con una percentuale non rilevante del corpo elettorale. Ogni sistema elettorale ha le sue controindicazioni, questo è un dato di fatto”. Comunque sia, dal momento che anche dopo vent’anni di maggioritario non c’è mai stata la cosiddetta “maggioranza certa” giacché si è sempre dovuti ricorrere al premio per la coalizione che otteneva più voti, secondo il presidente del MiR nell’italicum sì, è presente un premio di maggioranza, ma “è previsto anche il doppio turno”. Certo è che “si può discutere poi se al primo turno esso debba scattare al 37%, al 40% o al 45% su questo va fatta una valutazione approfondita. Ma nel secondo turno uno dei due vince”.
Per Cesare Procaccini, segretario del PdCI (Partito dei Comunisti Italiani), invece, l’Italicum fa “impallidire la legge truffa perché è una legge anticostituzionale antidemocratica non solo per gli sbarramenti atti a garantire quasi esclusivamente i due partiti –  Pd e Forza Italia – ma si terrà senza rappresentanza istituzionale un corpo vastissimo di elettori”. “Quindi è una legge, quella che si sta delineando, – continua Procaccini – pericolosa per la partecipazione democratica”. Un altro elemento, però, viene considerato un imbroglio da parte del segretario del PdCI: l’abolizione del Senato, o meglio:  “la finta abolizione del Senato”, perché la “costituzione del Senato delle autonomie peggiorerà la situazione e acuirà il conflitto tra le diverse istituzioni”.
La proposta di Procaccini, in alternativa all’Italicum è una “legge elettorale proporzionale senza sbarramenti: è dimostrato che non solo favorirebbe la partecipazione, ma dal punto di vista della tenuta elettorale è evidente che le maggioranze nate con sistema maggioritario non hanno retto. Perché la maggioranza del Governo Berlusconi, a cui è subentrato Monti, non era mai stata così alta, eppure non ha ottenuto e non ha eseguito nulla! Bisognerebbe andare a realizzare una legge elettorale proporzionale senza sbarramenti o, al massimo, con sbarramenti minimi e accompagnare a questo, allora sì, un superamento del bicameralismo per arrivare ad un sistema monocamerale. Così si ha la massima partecipazione e anche l’efficienza del sistema istituzionale. Da questo punto di vista si darebbe maggiore ruolo alle assemblee elettive e si andrebbe verso quella Repubblica delle autonomie, prevista dalla Costituzione”.
Per quanto riguarda, invece, il Partito della Rifondazione Comunista (Prc) Paolo Ferrero, segretario del partito, ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendo un incontro. Si legge nella missiva: «Intendo farLe notare come questo grave attacco alla democrazia ed alla rappresentanza popolare sia fortemente accentuato dai contenuti del recentissimo ‘patto’ sulla modifica della legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi che – a nostro avviso e, come evidenziato in un recentissimo appello di autorevoli costituzionalisti – ci consegnano una proposta totalmente incompatibile con le indicazioni della Corte Costituzionale, che ha considerato illegittimo un premio di maggioranza “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto”  e che ha contestato il principio della lista bloccata del Ddl Calderoli in quanto produce “un eccessiva divaricazione fra la composizione dell’ organo di rappresentanza politica e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “anche perché – continua la Corte – le liste bloccate minano il principio “del sostegno personale dei cittadini agli eletti e ferisce la logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione” ».
Lo stesso segretario del Prc, raggiunto da ‘Lindro.it’ il 27 gennaio aveva dichiarato come l’italicum fosse una vera e propria«legge di regime, peggio del Porcellum» perché permane il dato del premio di maggioranza, l’idea di come «chi vince piglia tutto». Ferrero, dunque, continuava col dire come fosse «gravissimo che dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, Renzi riproponga una legge che è incostituzionale come quella», dal momento che l’idea di fondo dell’italicum è «di distruzione del pluralismo politico».
Oltre al Prc e al PdCI, un gruppo di Costituzionalisti, tra cui Gaetano Azzariti, Stefano Rodotà, Raniero La Valle, Mauro Barberis e Gianni Ferrara, si sono riuniti attorno ad un appello “ai Parlamentari della Repubblica: “Italicum peggio del Porcellum”. Nell’appello si legge: «La proposta di riforma elettorale depositata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi consiste sostanzialmente, con pochi correttivi, in una riformulazione della vecchia legge elettorale – il cosiddetto “Porcellum” – e presenta perciò vizi analoghi a quelli che di questa hanno motivato la dichiarazione di incostituzionalità ad opera della recente sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014». Per questo «di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti (i firmatari dell’appello) esprimono il loro sconcerto e la loro protesta».
Un altro appello, invece, prende il nome di “In nome del popolo sovrano”: partendo dalla Capitale, esso è riuscito a mettere insieme le federazioni romane del PdCI, del Prc e dei Verdi, insieme alla lista Repubblica Romana, Libera Cittadinanza e i comitati Boicotta il Biscione, Viva la Costituzione fino ad arrivare a Giuristi Democratici. Nell’appello i soggetti aderenti spiegano il loro essere contro la proposta Renzi/Berlusconi «perché vìola le regole fondamentali della democrazia e dello stato di diritto. Perché contraddice lo spirito della Costituzione e l’alta lezione storica dei Padri e delle Madri costituenti. Perché ignora e beffa la sentenza della Consulta e le sue motivazioni .E perché noi crediamo che la crisi profonda di questo Paese – crisi istituzionale, politica, civile, culturale, sociale, economica, occupazionale – debba essere affrontata solo da una rappresentanza forte di un potere costituente democraticamente attribuito dal popolo sovrano».
Tornando alle forze politiche, invece, Stefano de Luca segretario del PLI (Partito Liberale Italiano) afferma di essere “assolutamente a favore del proporzionale, però, come spiego in un articolo che ho scritto, rintracciabile sul sito del partito, ci sono vari tipi e varie formule e per esempio c’è il proporzionale con le preferenze come lo avevamo fino al 1992. Non sono uno che mette al rogo o condanna le preferenze, per intenderci, non c’è dubbio che in alcune aree del paese le preferenze hanno portato qualche fenomeno di corruzione, di scambio. Soprattutto oggigiorno in cui non ci sono più i partiti ma ci sono dei comitati elettorali permanenti: uomini che hanno grandi ambizioni e grandi mezzi per cui possono spendere dei soldi per investire nella buona riuscita del loro obiettivo.
La soluzione a questo, però, è il collegio uninominale”.
Per il segretario liberale l’Italicum prende il peggio del sistema francese, spagnolo ed anglosassone: “Il sistema che è stato inventato dal duo Renzi/Berlusconi è il peggiore che ci si poteva immaginare perché prende, in primis, il peggio del sistema francese per quanto riguarda il doppio turno. E questo perché in Francia il primo turno è riservato ai partiti poi arrivano gli accordi tra le liste e dopo si  passa al secondo turno. Viceversa qui, nell’Italicum, si fa l’accordo al primo turno, i partiti che non hanno raggiunto la soglia hanno regalato agli altri la propria fetta di consenso e vanno a casa mentre per il secondo turno sono vietati gli accordi. E’ stato architettato ad hoc per imporre la dittatura dei partiti più grandi, in mano a personaggi che hanno più forza e potere mediatico. Prende, poi, il peggio del sistema spagnolo: cioè i collegi piccoli che favoriscono i partiti grandi, ovviamente, perché è chiaro che i partiti di più modeste percentuali avrebbero bisogno del proporzionale per potere avere, nel quadro complessivo del Paese, una rappresentanza. In più non ci sono collegi piccoli e uninominali ma piccoli con più candidati imposti. E mi dica lei, che differenza c’è tra Italicum e Porcellum? Nessuna, comunque è un Parlamento di nominati. Si prende, poi, il peggio della tradizione britannica con la differenza che in Inghilterra c’è la tradizione del bipartitismo! Questo sistema è, ripeto, il peggiore che si poteva immaginare”.
A questo De Luca propone una sua soluzione: “Propongo un sistema con collegi piccoli uninominali –  ‘tanti deputati da eleggere tanti collegi’ –  con la possibilità per i partiti che hanno raggiunto l’1% di avere un diritto di tribuna. Un deputato ogni 1% oppure uno ogni frazione: se ho l’1,1% 2 deputati, se ho raggiunto il 2,1%, allora saranno 3 deputati. Anche perché altrimenti il sistema politico non avrà mai osmosi: se tu il parere dei minori non ce l’hai è chiaro che il Parlamento  resterà mummificato! Però, con un corollario molto importante. Il numero dei parlamentari non deve essere per forza fisso. Anziché fare il doppio turno e prendere il 37% dei seggi con lo scatto del premio di maggioranza, io prendo il 37% più il bonus, cioè, poniamo, il 10%. Tutto il resto lo devo dividere tra gli altri. Ma come? Ognuno in proporzione a ciò che ha avuto! Cioè: non è detto che la Camera debba avere 630 deputati, ne potrebbe avere anche 450. In sostanza: se il primo partito prende il 27%, il 28% o il 30% non c’è bisogno del doppio turno dal momento che il primo partito prende un premio di governabilità e gli altri prendono la percentuale che hanno. Questo che cosa eviterebbe? Una cosa semplicissima: il rischio di un doppio turno all’italiana.  Se, per esempio, la coalizione di Berlusconi raggiunge il 36,9% e il PD il 30, siccome gli alleati del primo turno di Forza Italia, se non hanno superato la soglia vanno a casa non impegnandosi nella campagna elettorale, chi ha perso il primo turno vince le elezioni. Può succedere!”.
Infine Marco Cappato, già europarlamentare e consigliere comunale a Milano, di Radicali Italiani propone “la legge elettorale che i Radicali propongono da sempre e che nei sondaggi d’opinione è la più popolare e, cioè, il sistema americano: maggioritario secco ad un turno con collegi uninominali, sistema federalista e presidenzialista. Proprio perché è il sistema elettorale più popolare non è stato nemmeno preso in considerazione come ipotesi di partenza, tantomeno ipotizzato da nessuno, perché è una proposta in grado di togliere potere ai partiti, alle correnti e alle corporazioni per mettere al centro della competizione elettorale i candidati, cioè le persone, con la loro storia e i territori con le loro esigenze. Quindi la logica che unisce Renzi e Berlusconi, ma come loro anche quella di Veltroni e degli altri, è pensare che in Italia il grande problema della democrazia siano i ricatti dei piccoli partiti. In realtà il grande problema, in Italia, sono i ricatti e i furti dei piccoli e dei grandi partiti contro l’interesse generale del paese e degli elettori”.
Ma il bipartitismo, caratteristica peculiare del sistema americano, non è il bipolarismo, afferma Cappato, perché “nel sistema anglosassone, ad esempio, la politica come dovrebbe essere, non è limitata ai soli partiti: ci sono i parlamentari che rappresentano i territori e poi ci sono migliaia di partiti, di formazioni e associazioni. La politica non è ridotta al livello dei partiti, noi come Radicali sappiamo benissimo che nel sistema bipartitista, per dire, non potremmo presentare da soli il nostro candidato, ma sappiamo benissimo anche che questo non sarebbe un problema perché il risultato da ottenere, che è al centro della competizione elettorale, è il candidato e non il partito! Questo è il punto di fondo di ogni legge elettorale”.
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L'Europa al bivio

Posted on 2014/01/08 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/l-europa-al-bivio/
La tornata elettorale europea va ad innestarsi in un quadro politico nazionale di caos magmatico: le larghe intese si sono fatte più strette ma le sue politiche, di fatto, non sono cambiate; i vertici del Pd sono diventati più cool con l’avvento alla segreteria di Matteo Renzi e propongono di cambiare passo a partire dalla legge elettorale (rigorosamente maggioritaria); il Pdl è diventato (o tornato, che dir si voglia in questo caso) Forza Italia con l’esclusione dal Senato di Silvio Berlusconi.
In un apparente clima di attendismo, ogni forza politica presente nel Transatlantico sta muovendo le proprie pedine, ben coperta da uno spesso sipario, per cercare di forzare i tempi ed andare alle elezioni nazionali assieme a quelle europee.
Le elezioni europee, dunque, dovrebbero tenersi nella seconda metà di maggio, quattro anni dopo quelle di metà giugno 2009, le due tornate elettorali, però, non si assomigliano affatto.
Nel 2009 un redivivo Berlusconi dominava nuovamente le scene della politica italiana con il Pdl, il Partito Democratico era in ritirata dopo la recente ferita aperta della sconfitta, la Lega Nord raggiungeva picchi mai raggiunti così come l’Idv di Antonio di Pietro; a destra del Pdl tutto era più o meno narcotizzato dal partito di Berlusconi che prendeva l’arraffabile delle cosiddette liste minori e a sinistra del Pd si era appena consumata l’ennesima scissione dal partito della Rifondazione Comunista: Nichi Vendola, assieme ai Verdi, al Psi e a parti del Pdci, aveva dato vita al cartello elettorale che, di lì a qualche mese, avrebbe dato vita a “sinistra ecologia libertà”.
Non vi era ancora traccia, però, dei tredici mesi di governo tecnico guidato da Mario Monti e le sue misure lacrime e sangue, così come non era ancora presente in maniera così massiccia il Movimento 5 stelle.
Le liste civiche a 5 stelle andavano ancora formandosi e non riscuotevano il successo che ora possiede il movimento che dovrà decidere, quindi, a quale federazione dell’Europarlamento aderire.
Il tema dello scetticismo riguardo l’Ue, comunque, si è fatto largo negli ultimi tempi e proprio nell’anno appena trascorso, diverse formazioni politiche di diversi paesi dell’Ue hanno fatto riferimento ad un possibile referendum sull’Euro e sull’Unione Europea.
Insomma, di fattori diversi ce ne sono e anche molti: dall’euroscettiscismo all’europopulismo, dal nuovo sistema di voto per le europee alle federazioni dei partiti all’interno del parlamento europeo. Per sbrogliare il bandolo della matassa abbiamo contattato il prof. Arduino Paniccia,  docente di Studi Strategici e Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste, autore del volume “Trasformare il Futuro”.
Alle prossime elezioni europee, dunque, si voterà con un sistema diverso da quello del 2009 ma per Paniccia questa che verrà sarà l’ “elezione più importante, dalla prima che si è tenuta, per l’elezione del Parlamento Europeo. E questo sia per il nuovo sistema di voto che  per quanto mi riguarda non è così influente nei suoi aspetti strutturali, sia dal punto di vista politico. Il nuovo sistema di voto tenta di fare due cose: portare il Parlamento più vicino ai cittadini che lo votano e portare il Parlamento più vicino, anzi, strettamente collegato alla Commissione. Tentare di fare quello che già è stato fatto nella storia dei governi nazionali: cioè di portare il Parlamento che esprime, sostanzialmente, il governo. Questo è un tentativo della tecnocrazia europea, della burocrazia europea, di salvare capre e cavoli. Perché salvare capre e cavoli? Perché queste sono le elezioni più determinanti, più pericolose, più sostanziose, della storia dell’Unione europea. Perché queste elezioni potrebbero – anziché raggiungere due obiettivi anzidetti (avvicinamento del Parlamento al popolo europeo  e avvicinamento del Parlamento al Governo Europeo), diventare un referendum contro l’unione germanica europea o unione dei paesi del Nord, chiamiamola così in termini strategici, o potrebbero diventare il luogo dell’astensione. Questo è il duplice aspetto, la duplice analisi: se uno conduce un’analisi sui sistemi e sul voto, allora può fare un’analisi che, secondo me, non serve a moltissimo; mentre invece, l’altro tipo di analisi, detiene, antestante, il vero problema problema politico: Unione Europea “sì” o “no”,  Euro “sì” o “no” oppure disinteresse ed astensione.”
Quindi il tema del referendum sull’Unione Europea è quantomai vivo, anche a causa degli euroscetticismi ed europopulismi – come sono stati caratterizzati dalla stampa in queste settimane – che vanno sempre più espandendo il loro raggio d’azione raggiungendo consensi dove prima c’era un vuoto. A partire dallo germanocentrismodell’UE, il prof. Paniccia cerca di chiarire l’euroscetticismo e il termine europopulismo affermando che “per certi versi sono termini anche contrari” e pesano, elettoralmente parlando, in maniera molto differente dal momento che “l’euroscetticismo, in termini di percentuale, pesa di più. Se noi volessimo condurre un’analisi strategica l’euroscetticismo si andrebbe a collocare attorno al 40%, (considerando i non voti, le schede bianche, la diserzione elettorale eccetera), l’europopulismo, il nazionalpopolarismo si potrebbe collocare attorno al 20%. Ma comunque si sta parlando di medie”, dal momento che un fenomeno può reagire diversamente rispetto all’altro nel contesto di un dato Paese. “Secondo me, brevemente, facendo una media, l’euroscetticismo si prende il 40% dei consensi e i cosiddetti nazionalpopolari il 20%: i primi, comunque, sono numericamente di più ma non vuol dire niente! L’euroscettico è uno che sta nell’ombra, che si nasconde dietro la scheda bianca, dietro l’astensione, oppure dietro il disinteresse, o nello scetticismo da salotto. Un tempo c’erano i radical chic,  adesso c’è l’euroscetticismo: colui che nella riunione importante non ha il coraggio di attaccare l’Europa, di dire che è un fallimento, ma nel salotto vagheggia sulla questione e non dice ciò ritiene opportuno. Lo scettico non è uno che va all’attacco, il suo contrario – quindi – è il  nazionalpopolare che gli si pone brutalmente in antitesi: va in televisione, finisce sui media, afferma che si debbano cacciare gli immigrati. E’ un altro tipo di personaggio, dunque. Quel 20%, dal punto di vista dell’impatto della forza d’urto, vale molto di più di quel 40% dell’euroscetticismo, quindi”.
E anche la stessa strutturazione dei partiti Europei, intesi come federazioni al cui interno vi sono i partiti nazionali, è “vecchio modo di concepire la politica” perché “è funzionale al tentativo che dicevo prima, cioè, di rendere più popolare (non nazionalpopolare) il discorso del distacco fra l’Europa e i popoli”.

“Oggi i grandi temi dell’Europa non sono quelli individuati sempre nei segmenti di tipo politico, delle vecchie litanie che sentiamo anche in Italia, di cui non ne possiamo più. Quelli nuovi sono temi completamente diversi: sono la spaccatura tra Nord e sud dell’Europa, è il chiedersi che fine farà questa massa di giovani che sta cominciando a rassegnarsi all’Unione Sovietica europea” che per Paniccia rappresenta il processo per cui, “terminata l’industrializzazione, i nostri giovani, non addestrati dall’università, non dalle famiglie, stanno rifluendo in una specie di grillismo del salario minimo garantito, e la sera vanno a bere lo spritz. L’unione sovietica europea, quindi, è il tentativo di dare a 500 milioni di persone, invece che un futuro di competizione, di primi posti, di capacità e di competere, di restare nei grandi continenti, (come la Cina negli Stati Uniti, il subcontinente alla brasiliana) di avere un’Europa che produce delle cose anche interessanti, ma di seconda linea. Ho dei grandi dubbi che si possa rimanere  tra quelli che contano senza che si possa competere duramente”.

Quindi serve una ritrattazione dei trattati europei?
“Ha capito quello che le volevo dire: io sono a favore della revisione totale dei trattati europei. Hanno fallito. Un trattato che ti porta alla debacle è un trattato che ha perso, che non vale niente, come si fa a non ridiscuterli? Solo degli ottusi possono continuare a sostenere i trattati e lo fanno per un motivo ideologico: noi, però, dobbiamo guardare con sospetto tutto quello che è ideologico. Per questo prima l’ho chiamata Unione sovietica europea, e prima Unione Germanica. Perché tradizionalmente sono delle posizioni ideologiche, quelle dei tedeschi, per esempio, che per anni hanno fatto il loro interesse mentre ora sono diventati delle vestali del sacrificio (per gli altri). La posizione pragmatica, di cui si occupa uno che fa strategia (che è all’opposto dell’ideologia), è quella di andare subito alla revisione dei trattati perché quando un trattato viene sottoscritto e poi fallisce è da ritrattare immediatamente. In essi, poi, è riportato più volte, la dicitura della stabilità dei prezzi. Ma l’Europa, un Continente, è un negozio di alimentari? Non scherziamo…”
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I sistemi elettorali in campo – intervista a Fulco Lanchester

Posted on 2014/01/03 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/i-sistemi-elettorali-in-campo/

Nella stagione delle larghe intese, nella stagione del governo letta Alfano, quindi dopo la dipartita di Forza Italia di Berlusconi, il governo sembra non aver ingranato ancora la marcia. Dall’inizio della nascita delle cosiddette larghe intese, diventate un po’ più strette dopo la decadenza di Berlusconi da senatore della Repubblica, la questione è diventata sempre più intricata e complicata col passare dei giorni, delle settimane e dei mesi: chi pensava di tirare in ballo il tema della legge elettorale come passepartout di alternatività della proposta politica è rimasto disilluso dalla mancata risposta in termini di consenso.
Il sempiterno scontro tra centrodestra e centrosinistra, riuniti nella stessa maggioranza di governo come fu per i tredici mesi di presidenza Monti, ora è imbrigliato dalla legge elettorale e dai sistemi escogitati dalle parti in causa per traghettare il governo oltre la legge Calderoli 270/2005, meglio nota come Porcellum. La Corte Costituzionale, però, otto anni dopo la legge elettorale approvata, con tre elezioni di ritardo, definisce le linee e pone dei limiti alla legge elettorale Calderoli eliminandone gli elementi di incostituzionalità di cui era foriera: la legge, restituita al corpo elettorale italiano, è quella di un proporzionale puro con uno sbarramento al 4%. Niente premio di maggioranza, niente liste bloccate. 
Da quel dì, si potrebbe dire, si è scatenata la discussione che vede come principale interlocutore il neo segretario del Pd Matteo Renzi che auspicherebbe un sistema elettorale maggioritario, che sia bipolarista e che restituisca le preferenze al corpo elettorale. In sostanza: un bipolarismo puro, auspicato, dunque, anche dal capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati Renato Brunetta.
Proprio notizia di ieri è l’articolata proposta, contenente tre modelli a cui rifarsi, del segretario Pd in merito alla legge elettorale: modello spagnolo, ritorno alla legge Mattarella, e il famoso sistema del sindaco d’Italia. Per sapere quale di questi tre sistemi sia il più consono al Paese e alla fase che esso sta attraversando, abbiamo interpellato Fulco Lanchester, professore ordinario di Diritto Costituzionale preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma. “La Corte Costituzionale, in dicembre, ha dichiarato incostituzionale la legge 270 del 2005, ovvero il porcellum (dopo otto anni ci si è arrivati!). La legislazione di risulta è quella che lei ha detto, cioè un sistema tendenzialmente basato sulla formula proporzionalistica, con soglie di sbarramento variabili dal 4% all’8% e, anche, con delle riserve per i partiti minori (miglior perdente e via dicendo).  Gli altri tre sistemi che sono stati proposti da Renzi hanno una loro logica, una logica apparentemente  di tipo bipolare  e presuppongono  la riforma del  bicameralismo paritario.  Il sistema spagnolo proposto dal segretario democratico è stato, per la verità, ipotizzato già da precedenti legislature degli anni scorsi, ma appare  differente da quello  iberico e  anche  dalle  precedenti   prospettazioni“.
Sistema spagnolo, per la verità, già ventilato da Luciano Violante tanto che Massimo Bordin, interpellato da ‘L’Indro’ in agosto, aveva affermato: “la proposta di Violante parte da collegi proporzionali molto piccoli che eleggono tre-quattro deputati e , quindi, liste in cui non ci sono preferenze. Liste bloccate ma più piccole. Inoltre, tale proposta prevede anche un doppio turno. Insomma, una cosa abbastanza cervellotica”.
 Quindi Lanchester prosegue: “in realtà bisogna dire che a suo tempo  ci fu  una disputa fra Vassallo e Ceccanti su chi l’avesse proposta prima: è un sistema che   venne   stato definito ispano-tedesco. In realtà, nella versione di Renzi, diviene un sistema con collegi di dimensioni molto piccole (verrebbero a crearsi collegi in cui si assegnerebbero 5-6 seggi) e con  effetti  “brutali”,  capaci  di  favorire(vista la soglia di  esclusione  implicita del  20%  circa)PD,Grillo  e  Forza  Italia. Il   premio  nazionale previsto  per  la maggiore  formazione rischia  di  non superare il  vaglio della Corte  costituzionale”  
“In un sistema liquefatto come il nostro, però, – prosegue Fulco Lanchester  – non è detto che un  simile  funzioni. Anche  la  versione   rinnovata del  mattarellum – con il collegio uninominale per   475 seggi, e   con un premio 97  seggi al  maggior  partito e  la distribuzione   proporzionalistica dei  residui  63) – risulta molto  drastica  ed è affetta dai  problemi relativi alla scomposizione del sistema politico partitico. Infine, c’è l’ultimo modello, quello del sindaco d’Italia, anch’esso molto incisivo, per  cui  al secondo  turno chi  vince   ottiene  il  60%  dei  seggi.
 La realtà dei fatti  è che in questo momento siamo semplicemente alle proposte: Renzi avrà dei problemi all’interno della coalizione di governo delle medie/piccole intese. Alfano e il Nuovocentrodestra un sistema di questo genere non lo possono certo  accettare .Che poi lo facciano questo è un altro tipo di problema. Sicuramente anche Casini sarà contrario, perché accettarne la  logica significherebbe  schierarsi  da una parte o dall’altra”.
E in una situazione di caos magmatico tale, è sempre rischioso prendere le parti di questa o quella organizzazione politica che ha dominato la scena politica.
C’è da dire, comunque, che in realtà Alfano abbia dichiarato di essere  pronto a lavorare sul modello del sindaco d’Italia, anche con Renzi…
“Nel momento in cui ci dicono che vogliono il sindaco d’Italia, in realtà prefigurano un percorso molto lungo: si tratta di un meccanismo che prefigura anche una riforma Costituzionale – non soltanto del bicameralismo, ma dell’intera forma di governo. Quindi è un prendere tempo. Poi si vedrà. Tutti sono terrorizzati, in fondo, ed è questa una delle ragioniper  cui  la   proposta di Renzi può  sembrare  esplosiva, rivelando   l’obbiettivo  di  far saltare la maggioranza di governo per andare alle elezioni.”
Certo è che se si dovesse verificare lo scenario del bipolarismo puro, contestato da molte voci politiche anche all’interno del Transatlantico a più riprese, non potrebbe verificarsi una deriva populistica? “Il problema è valutare anche in una prospettiva storica quello che sta succedendo. Il nostro è un sistema che ha visto il succedersi , tra 1948 e il 1993 fino al 2013,  di tre sistemi elettorali: proporzionale, mattarellum (1993 – 2005), porcellum (2005-2013).
Sia mattarellum che porcellum avevano una logica di tipo bipolare che,  però, non ha avuto  successo   per  la   mancata la riforma costituzionale del bicameralismo. Un sistema elettorale, come il mattarellum o come il porcellum(al di  là dei  vizi di  costituzionalità  di  quest’ultimo) senza la riforma del bicameralismo perfetto, non poteva che fallire. 
In questo momento il vero problema è che non soltanto  non  vi   è stato  il riallineamento  del sistema  partitico, ma che    mancano i partiti: si sono liquefatti..
Si sono liquefatte le principali formazioni presenti  nel  sistema, e lo stesso partito democratico è sotto forti tensioni. Questo evidenzia da un lato l’imballamento del circuito politico parlamentare, con la difficoltà di trovare una soluzione o ad ipotizzare una soluzione. Anche ciò che sta dicendo Renzi, in realtà è un cercare di lanciare una proposta, ma dal punto di vista concreto non vedo che ci sia ancora molto. Dall’altra, poi, ci sono tutti gli organi costituzionali di controllo esterno ed interno (Corte Costituzionale e Capo dello Stato, ad esempio) che impegnati  in una funzione di supplenza, che però li esporrebbe  a forti polemiche. Questo denota che la situazione è molto complessa e molto grave, non c’era bisogno sicuramente di ricordarlo, ma forse non è completamente inutile.”
Quindi è più opportuna, in questo momento storico, una riforma elettorale o una riforma della politica? 
“Una riforma elettorale forte, con la modifica delle regole di selezione sia delle forze politiche, sia del personale politico, è sempre connessa con una crisi di regime. 
La prima crisi di regime a Costituzione repubblicana  vigente   si   è verificata  nel 1993, quella del 2013 pare addirittura la prefigurazione di una crisi di sistema. Quindi è evidente che la legge elettorale e il sistema elettorale, in senso stretto, dovrebbero  certificare questa situazione. Per cui la riforma della politica viene fuori dalla stessa crisi di regime. L’imballamento sta in questo: non è soltanto legge elettorale che non funziona, ma anche   l’apparato istituzionale, perché una cosa tiene l’altra. Per cui c’è grande difficoltà nel trovare una soluzione. Per  ora  siamo ancora al dibattito interno delle e  tra le forze politiche : la soluzione, se si troverà, sarà velocissima”.
Prosegue Lanchester: “Vorrei, comunque, leggere le motivazioni della sentenza  della  Corte Costituzionale perché quello scarno comunicato relativo alla libertà delle assemblee parlamentari di modificare  della legge elettorale, nell’ambito di principi costituzionali, richiede che si  valutino  quali siano  le  indicazioni  della   stessa  in questo senso. La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza. Su questo sono perfettamente d’accordo, l’ho sempre detto e l’ho anche auspicato già da quel 2005.Ma c’è  dell’altro. La Corte costituzionale   ha  deciso   che  la lista bloccata è incostituzionale perché non dà la possibilitàal  singolo  elettore di selezionare il proprio candidato. In  questa prospettiva  il giudice  costituzionale  , potrebbe anche ipotizzare  una serie di principi per la regolazione democratica intrapartitica, ovvero per l’individuazione dei candidati .Questo  permetterebbe  di  prevedere   la possibilità di mantenere  sia  il collegio uninominale, ma  anche la lista bloccata  “corta” a livello interpartitico. Per questo, bisognerà attendere  le  motivazioni   che    saranno  depositate   nella  seconda decade di gennaio,”.
Certo è che di modelli elettorali ce ne sono centinaia, ma “ gli  effetti  di questi sistemi è molto correlata con la situazione delle società civili e politiche.In  sostanza i sistemi elettorali aiutano la stabilizzazione. Essi non possono ,però,produrre stabilizzazioni assolute: chi ci racconta che con un sistema elettorale di un certo tipo si   perviene immediatamente alla stabilità, è paragonabile al venditore di lozioni per la crescita dei capelli. E le parla un calvo”.
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2013, politicamente sorprendente

Posted on 2013/12/31 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/2013-politicamente-sorprendente/

Il 2013 non è stato un anno facile, eufemisticamente parlando, per la politica e per le istituzioni italiane, ma per molti versi per nulla scontato, e perfino sorprendente.
A partire dalla campagna elettorale che ha consegnato la non vittoria delle tre coalizioni che avevano preso più voti delle altre: tutti avevano vinto e, infatti, non aveva vinto, praticamente, nessuno.
Il sistema elettorale allora vigente era il cosiddetto ‘porcellum’, nomignolo mellifluo affibbiato dai cronisti per attenuare quello dato dal suo stesso creatore: ‘porcata’.
Tre coalizioni, dunque, di composizione più o meno  variegata, si contendevano la vittoria: da una parte la coalizione Italia Bene Comune (Pd, Sel, Psi, Cd), da un’altra quella che ruotava attorno al Pdl e a Silvio Berlusconi (Pdl, Fdi, La Destra, MiR, Ln, Grande Sud/Mpa, Pensionati, Ip, LpIe), la terza  -invece- monopartitica, quella del Movimento 5 Stelle.
I numeri parlavano della coalizione di centrosinistra che si attestava al 29,55%, quella di centrodestra al 29,18% e quella monopartitica formata dal solo M5s che si piazzava al 25,56%: l’instabilità era consegnata.
La soluzione, dopo il mandato esplorativo concesso a Pier Luigi Bersani fallito miseramente, non si era riuscita a trovare: la situazione era ancora ingarbugliata, le questioni  -da qualunque parte le si volessero guardare- rimanevano tante ed insolute.
Quindi si arriva alla scorciatoia: larghe intese.
Pd e Pdl si mettono insieme “per il bene del Paese”, e provano a tirare fuori l’Italia dal pantano istituzionale, economico e politico: Enrico Letta ne è il Primo Ministro.


Giorgio Napolitano
Enrico Letta, dunque, sarebbe diventato il Primo Ministro di un Governo che si andava incagliando già prima del suo incarico affidatogli con l’elezione del Presidente della Repubblica.
Dapprima le titubanze delle forze politiche tutte sui nomi da proporre, poi lo spuntare dei vari personaggi, compreso quello di Stefano Rodotà da parte pentastellata che ha scelto di indicarlo  grazie alle quirinarie, le primarie on line del M5S.
Il capogruppo in Senato Vito Crimi, primo della serie dei capigruppo cambiati dal Movimento di Beppe Grillo, alle domande dei cronisti che lo incalzavano sul perché non avesse votato altri nomi, rispondeva «ma perché non Rodotà? Ha qualcosa che non va?».
Le lunghe giornate d’attesa per l’elezione del Capo dello Stato, però, sembravano non dovessero mai finire,  ci sono volute ben sei votazioni per eleggerlo e, alla fine, nuovamente Giorgio Napolitano.
Re Giorgio, come lo chiamava Marco Pannella da mesi prima della sua riconferma e come ora lo chiama la stampa, dal momento che nessun Presidente della Repubblica è mai stato riconfermato per un raddoppio del settennato.
Quindi l’elezione e i suoi momenti, le discussioni e gli scrutini, i 101 franchi tiratori e la rassegnazione di Romano Prodi: c’era, quindi, chi diceva che l’Italia fosse pronta per una Presidente della Repubblica.
Tra queste voci c’era Chiara Saraceno che ha affermato a ‘L’Indro’  “Sarebbe arrivata l’ora da un pezzo, purtroppo, però, le donne sono considerate ancora come una categoria generica, un genere piuttosto che individui capaci in grado di farsi largo nella società e nella politica. Poche sono quelle ‘visibili’, anche dal punto di vista professionale”.E anche se, comunque, la Saraceno contestava il modo in cui veniva proposto il nome di una donna: “Trovo comunque insopportabile il modo in cui se ne discute. Si fa un elenco di possibili ‘papabili’, con nomi, cognomi e ‘qualifiche’ e poi si dice ‘oppure una donna’, come se non esistesse una pluralità di donne, ciascuna con il proprio profilo, posizione, storia pregressa, nome e cognome. È ancora un modo di considerare le donne una categoria generica”.
Nonostante tutto, comunque, il nuovo nome che ha messo d’accordo tutti è stato proprio Giorgio Napolitano che ha accettato il gravoso compito, come dal Presidente spesso ricordato, non senza riserve.
Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: Napolitano bis.
Un bis, come dichiarato dallo storico e politologo Gian Enrico Rusconi,  che ha affermato «La tendenza ad un presidenzialismo informale» ma che «di fatto, era già implicita nella deriva indicata e sostenuta in modo retorico dal berlusconismo che confusamente -confondendo ‘premierato’ con ‘presidenzialismo’-  ha reso popolare l’idea della necessità di una guida decisa -come a suo tempo tentò Craxi».

Costituzione
Se la riconferma di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica rappresenta un unicum costituzionale, secondo Domenico Moro, anche l’affidamento del Governo a Mario Monti rappresentava un’eccezione: “Si pensi alla sempre maggiore prevalenza dell’Esecutivo sul Legislativo e all’aumento dei Decreti Legge da parte del Governo, cioè con l’aumento dell’attività legislativa di marca Governativa rispetto a quella di marca Parlamentare, che è una tendenza in atto da 20 anni almeno. E questo avviene a dispetto della Costituzione. Così come bisogna tenere conto del fatto che, nonostante la Costituzione, il Presidente della Repubblica Napolitano si è permesso di mettere a capo del Governo Mario Monti, che non era stato eletto da nessuno e, successivamente, di determinare il governo Letta-Alfano. Di fatto, noi siamo già in una sorta di semi-presidenzialismo, nonostante-la-Costituzione”.Il 2013, infatti, dovrà essere ricordato anche per il dibattito attorno alla Carta Costituzionale: dalle assemblee dei coordinamenti ai cortei, dalle mobilitazioni dell’Anpi alle ipotesi di strutturazione del sistema-Stato  dell’Italia.
Il dibattito circa le ipotesi di sistema che l’Italia dovrebbe adottare è ancora vivo e strettamente connesso con le modifiche costituzionali.
Esattamente come era avvenuto in ottobre, quando per un ‘colpo d’azzardo’, come  affermato da Nichi Vendola in quei giorni, si stava mettendo mano all’articolo 138 della Costituzione, che sancisce la partecipazione referendaria circa le modifiche alla Carta.
A tal proposito Gaetano Azzariti, costituzionalista, aveva concordato con la definizione di colpo d’azzardo di Vendola, dicendo “La votazione dell’altro ieri (23 ottobre, nda), in qualche modo, dà conferma che i nostri Parlamentari giochino un poco d’azzardo: sono bastati quattro voti per superare il quorum che impedisce la richiesta referendaria e, in qualche modo, salvaguardare il processo di riforma. Ma, se si considerano i fatti, questo azzardo diventa ancora più accentuato: le motivazioni che hanno indotto una parte degli esponenti delle larghe intese a non votare il Ddl costituzionale, sono ragioni strettamente legate alle competizioni interne ai partiti politici stessi”.La paura che il popolo si potesse esprimere, e avrebbe potuto bocciare, le riforme costituzionali che il Parlamento avrebbe voluto attuare, aveva fatto scendere in piazza l’Anpi nel corso della votazione di fine ottobre circa l’articolo 138.
Tuttavia, il sistema-Stato da adottare parte dall’assunto che il numero dei parlamentari debbano essere ridotti, sicché si possa  arrivare ad un sistema che sia più snello per evitare che le Camere ‘facciano le stesse cose’.
I sistemi che si erano e sono profilati sono diversi, ma tra i più discussi, nel bene e nel male delle loro peculiarità, ci sono il presidenzialismo, il semipresidenzialismo e  il premierato forte; con questi, dunque, ha conseguenza la discussione circa il superamento del bicameralismo perfetto.
Il rettore dell’Università della Val d’Aosta Fabrizio Cassella, che ha preso parte al convegno italo-francese ‘Dalle riforme, la rinascita‘ in ottobre, si era trovato sulle posizioni di un superamento del bicameralismo, così come concepito finora: «Un superamento del bicameralismo perfetto, sì: indubbiamente due Camere così ricche, in termini di quantità, di numeri, di parlamentari, per di più con due ruoli sostanzialmente identici, trovo sia opportuno di modificarne qualcosa».
Lo stesso Azzariti, dopotutto, si era espresso a favore di un superamento del bicameralismo perfetto, dal momento che “il bicameralismo che noi abbiamo potrebbe essere certamente semplificato… “  ma in astratto il costituzionalista dell’ Università La Sapienza di Roma, sarebbe più incline al monocameralismo “in astratto sarei favorevole al monocameralismo. Però non vorrei risolverla solo con una battuta: ‘modifiche costituzionali’ significa mettere mano a delicatissimi equilibri. Neppure il monocameralismo in sé, quindi, è una soluzione idonea», anche perché «un’opzione monocamerale è molto più radicale e profonda dell’elaborazione di differenziazione, un po’ pasticciata, del bicameralismo su cui si stanno confrontando i saggi”. Come si era espresso, poi, lo stesso Senatore e Segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini: “pensiamo ad un sistema che non si fondi sul bicameralismo perfetto, che veda decrescere il numero dei parlamentari, che veda tagliati e riorganizzati enti di mezzo (come per esempio le province) e che preveda la presenza in parlamento di rappresentanze di regioni e autonomie locali. Detto questo, non escludiamo un sistema semi presidenziale”.
Le uniche, ad essere scontente, dunque, erano le migliaia di persone che hanno sfilato il 12 ottobre per le vie di Roma, coadiuvate dal coordinamento “Costituzione via Maestra” e da personalità come Maurizio Landini (Fiom) e Stefano Rodotà: «Questa non è una zattera per naufraghi, né un onorato rifugio di reduci di battaglie perdute, ma l’avvio di un nuovo percorso per ripartire dalla Costituzione», così aveva esordito lo stesso Rodotà dal palco di Piazza del Popolo.
Ma se da una parte il Psi, favorevole al superamento del bicameralismo perfetto e con apertura di dialogo ad una revisione della forma-Stato perfino in senso semipresidenzialista, dall’altra Fabio Nobile (Pdci), in vista della manifestazione della ‘via maestra’, aveva detto: “Io posso difendere la Costituzione (quella nata dalla Resistenza, non quella nata dal pareggio di bilancio) se dico che sono contro il fiscal compact e l’Europa della BCE, non posso dire che la velocità con cui si vuole modificare l’articolo 138 non è un fatto semplicemente nazionale, perché lì c’è tutto: è il primo punto per mettere in discussione gli altri elementi della Costituzione, per modificarli più velocemente e renderli più  compatibili con gli interessi del capitale”.Le ipotesi e le discussioni restano aperte, così come quelle all’interno dei partiti che compongono la maggioranza di Governo: le organizzazioni politiche, sono state stravolte dallo tsunami-Grillo, e il Pd è l’emblema del frastornamento politico-partitico italiano.
La crepa, se non definitiva quantomeno più ampia delle altre all’interno dei democratici, si era aperta sui nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica: la crisi nel partito di cui Bersani era ancora (anche se per poco) il Segretario, era ormai uscita allo scoperto.
Le trappole tese dai 101 franchi tiratori che, nel segreto dell’urna, avevano violato le disposizioni del partito era una notizia talmente sulla bocca di tutti che non c’era quotidiano che non ne parlasse.
Da una parte i partiti, dall’altra le persone: il divario non poteva che aumentare.

Autorganizzazione all’esterno
Se da una parte le organizzazioni politiche si auto-creano fratture insanabili nel segreto dell’urna, all’esterno dei palazzi del potere il popolo si organizza.

Così com’è successo per i No Tav, così è avvenuto per i No Muos e i No Grandi Navi, tanto che ad un certo momento si è pensato ad un coordinamento nazionale che unisse i movimenti del ‘No‘ sopracitati.
Essi, da qualsiasi punto di vista si guardino, hanno unito lo Stivale nelle lotte dal basso: da Niscemi a Venezia, fino alla Val Susa.
Così come, seppur per una lotta che ha avuto riverbero più localistico ed estremamente più vertenziale, hanno fatto i movimenti di lotta per la casa: Roma è stata invasa dall’assedio, come chiamato dai manifestanti, subito dopo le due grandi mobilitazioni di ottobre (12 e 18 ottobre – Costituzione e mobilitazione dei sindacati di base).
Per giorni, dopo il 19 ottobre, i manifestanti si sono intendati a Porta Pia, in attesa di un positivo riscontro con le Isitituzioni che, alla fine di tutto, non c’è stato. O meglio: l’interlocuzione è avvenuta, ma non positiva secondo gli intendati.Quindi le proteste che sono proseguite sono state a carattere sempre più o meno localista e più o meno vertenziale, eccezion fatta per quelle dei cosiddetti forconi che, partiti dalle proteste degli autotrasportatori, hanno inglobato, nella soggettività delle dimostrazioni, centinaia di realtà diverse.
Quelle dei forconi, dunque, come ha spiegato Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari, “Quello che sta accadendo adesso è che tutta una serie di persone, di categorie professionali, di movimenti, di protesta che prima erano abbastanza sparpagliati – potremmo usare questo termine – si sono uniti in funzione di una protesta che, però, non si capisce nemmeno bene a che cosa voglia tendere. Probabilmente per il fatto che ci sono diverse componenti, all’interno di questo movimento, e probabilmente anche per il fatto che manca una regia, o meglio, manca una regia chiara”.Anche perché “I movimenti stessi fanno, però, un pò fatica a evidenziare, ed imporre, quelle che sono le loro ragioni”, per cui la situazione, secondo Pala era da considerarsi “ancora molto fumosa e abbastanza precaria, da questo punto di vista: cioè, la gente non ha ancora capito bene che cosa sta accadendo, a parte i blocchi nelle strade eccetera, dove naturalmente verranno consegnati dei volantini alla gente di passaggio, effettivamente non si è ancora ben capito cosa stia accadendo. Questo movimento non ha ancora, ma non ha detto che non ce l’abbia di qui a brevissimo, una forma definita”.
Questo, dunque, va ad avvalorare l’ormai dato di fatto di come lo scollamento tra politica e popolo si sia ormai compiuto: le primarie, siano esse on line o ai gazebo, non attraggono un gran numero di persone tali che possano essere competizioni interne da ricordare e mettere negli Annales.
La questione evidente è l’incapacità di rigenerazione, da parte di una classe poltiica e dirigente, che forse cerca escamotages, comunque palliativi, nel cambaimento dell’assetto Statale e delle riforme della Costituzione.
Da qui, dunque, potrebbe nascere, ed acuirsi, lo scontento popolare nei confronti della politica: non sono bastati i V-Day di Grillo (che hanno addirittura cambiato la simbologia mimica gestuale delle persone: l’indice e il medio, con le altre dita strette in pugno, non stanno più ad indicare il simbolo pacifista più comune del globo ma il  VaffaDay grillista!) a ‘mandarli a casa’ perché «Avendo visto che il movimento cinque stelle non è stato propriamente all’altezza di questa mansione, la società, o parte della società, ha provato ad organizzarsi al di fuori. Per cui non è immutato,  secondo me, lo spirito anti-casta, antisistema, antipolitico e chi più ne ha più ne metta, semplicemente si è spostato l’asse di evidenziazione. Da un momento in cui è sembrato che potesse essere agitato all’interno delle istituzioni proprio attraverso il Movimento Cinque Stelle, ora invece si è capito che bisogna riagìrlo, riattivarlo e cavalcarlo -per così dire – al di fuori».All’esterno, dunque, si organizzano persone -come l’imprenditore Antonio Bertolotto-, collettivi, coordinamenti e movimenti: in mancanza di una soggettività politica forte, una parte della società e del tessuto sociale si chiude in lotte sempre più vertenziali e localiste che non hanno alcuno sbocco nazionale.
Il rischio è, dunque, quello profilato da Luciano Canfora in una lettera al quotidiano ‘L’Unità’: una «democrazia oligarchica».
Manifestamente collegiale, internamente privatistica.
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Tra larghe intese e proteste – intervista a Domenico Moro

Posted on 2013/12/31 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/tra-larghe-intese-e-proteste/

Le elezioni del febbraio hanno portato con sé una ventata di instabilità: vuoi per la legge elettorale ‘porcata’, vuoi per l’incapacità di tutte le forze politiche nel fissare i paletti per una campagna elettorale più o meno seria, senza boutades berlusconiane o riferimenti ad ipotetici smacchiamenti bersaniani rivelatisi clamorosissimi boomerang.
Alla fine, la tempesta raccolta dalla politica che ha seminato vento per anni, è stato un altro Governo di larghe intese -dopo i 13 mesi di Governo tecnico-, slabbratura nel tessuto sociale del Paese, distanza abissale tra palazzi del potere e cittadinanza, autorganizzazione esterna dei movimenti che non si riconoscono nell’agire delle organizzazioni politiche, accomunandole sempre di più con generico ‘loro’.
Nell’anno appena trascorso le proteste contro le politiche attuate dalle larghe intese sono state molte: dall’Alcoa agli studenti, fino ad arrivare alle proteste dei movimenti di lotta per la casa a Roma. Così come, d’altra parte, si è fatta sentire la destra radicale e neofascista: recente è la condanna a Simone Di Stefano, vicepresidente di Casa Pound ed ex candidato Sindaco di Roma, che si era arrampicato per togliere la bandiera europea dalla sede italiana dell’Europarlamento.
Le proteste antisistemiche e antieuropee si fanno sempre più pressanti e le condizioni politiche all’interno delle due Camere non fanno in modo che si arrivi alla percezione un po’ più affievolita delle politiche europee: esse, d’altra parte, non possono che generare scontento generale e insoddisfazione.
Di larghe intese e di anno appena trascorso, di politiche europee e europeismo, di scenari politici passati e futuri, di Berlusconi e Renzi, di Grillo e dei forconi, di proporzionale e di maggioritario ne abbiamo parlato con l’economista e giornalista Domenico Moro.

Le elezioni politiche del 2013  non hanno dato l’esito di una maggioranza definita, quindi il Presidente Napolitano è ricorso alle larghe intese. Tutto ciò comporta degli squilibri all’interno delle due Camere. Del resto l’equilibrio si era già andato a rompere col Governo Monti. Che cosa possono cambiare, le larghe intese, nella politica italiana?Le larghe intese sono la riproposizione del Governo ‘tecnico’ di Monti in forma indebolita. Il Governo Monti doveva  semplicemente applicare le politiche europee di austerity che non erano state implementate da Silvio Berlusconi in un modo che i centri di potere europei reputavano sufficiente, e in gran parte c’è riuscito. Adesso Enrico Letta sta proseguendo sulla stessa linea di austerity e dovrebbe proseguire con le controriforme auspicate da Bruxelles e dalla Bce, ma a questo proposito sta incontrando delle difficoltà. È sempre la questione dell’Europa, o meglio la questione dell’Euro, a tenere banco: la preoccupazione principale di Letta è quella  di mantenere la fedeltà ai dettati europei e soprattutto il rispetto del Fiscal compact. Ciò significa rispettare il limite del 3% di deficit sul Pil e portare avanti la riduzione del debito pubblico di più di 50 miliardi all’anno. Tutto questo provoca, da una parte, un aumento delle tasse, che però si scarica essenzialmente sui lavoratori dipendenti, sui lavoratori autonomi e sui settori di piccolo e piccolissimo capitale e imprenditoria, che già sono stati tartassati dalla crisi. Dall’altra parte, implica un taglio molto forte del welfare state, in particolare nella sanità, nell’istruzione, nella previdenza. Quindi, diciamo che le politiche di Letta rimangono dello stesso tenore di quelle di Monti. Quanto l’austerity sia devastante per l’economia italiana, lo vediamo anche dal fatto che nelle ultime settimane si sono levati contro le politiche di austerity, in modo più o meno chiaro, due settori conservatori della società italiana: la grande impresa, rappresentata da Confindustria, e i settori legati alla piccola/piccolissima impresa, e al piccolo/piccolissimo commercio, che sono stati in qualche modo rappresentati dalla cosiddetta rivolta dei forconi, che però è un fenomeno molto più complesso e, probabilmente, anche di minore entità rispetto a quello che i mezzi di comunicazione avevano cercato di rappresentare. Per quanto riguarda la Confindustria, è abbastanza significativo che sia il suo Presidente, Giorgio Squinzi, che il direttore de ‘Il Sole 24 Ore‘ (il quotidiano di Confindustria), Roberto Napoletano, abbiano attaccato con grande forza, quasi con aggressività, Letta, lamentando il fatto che non siano state messe in campo politiche di sviluppo e di rilancio dell’occupazione. Sia Squinzi che Napoletano individuano nel taglio del costo del lavoro la leva principale con cui rilanciare l’economia italiana. Sostanzialmente si tratta dell’abbattimento del salario differito e del salario indiretto, perché, come sappiamo, il costo del lavoro non è altro che quella parte del salario che va a pagare la previdenza sociale, le pensioni, il welfare state e così via. Ad ogni modo, è significativo che anche la grande industria si stia muovendo contemporaneamente, da una parte, per l’applicazione integrale delle controriforme del mercato del lavoro prospettate dall’Europa, e, dall’altra parte, contro una adesione, diciamo così, troppo meccanica e troppo zelante al dettato europeo.
Giacché prima ha nominato sia le politiche di austerità, e quello che il Governo Berlusconi non è riuscito a portare avanti, poi ha compiuto Monti, passiamo a dare uno sguardo alle due Camere: Silvio Berlusconi, nel frattempo è di nuovo disceso in campo, ha rimesso in piedi Forza Italia – pur essendo decaduto Senatore- e, in un impeto retrò, in cui si ritira fuori la fiamma AN, ritorna Forza Italia etc etc, arriva da destra, dal partito di Berlusconi, l’opposizione ad un governo di larghe intese. Da un certo punto di vista è cambiata la politica all’interno delle Camere: com’è possibile che Berlusconi mesi fa riusciva ad affermare come le larghe intese fossero l’unico Governo possibile per l’Italia ed ora siano il male assoluto?Evidentemente Berlusconi pensava che, aderendo alle larghe intese, sarebbe stato in qualche modo difeso da Napolitano che magari avrebbe impedito la sua decadenza da Senatore. Una volta che questo non è accaduto, ha pensato bene di ritirare il suo appoggio alle larghe intese. Diciamo che la spaccatura tra il Nuovo centrodestra di Alfano e Forza Italia risponde ad un paio di esigenze. Una, sicuramente, è quella di Berlusconi di rimarcare la sua, chiamiamola così, contrarietà rispetto alla decadenza da Senatore e al fatto che sul piano giudiziario è stato messo all’angolo; dall’altra parte è un po’ la conseguenza del fatto che anche all’interno di Pdl si erano verificate delle spaccature tra personalità politiche, diciamo così, più critiche nei confronti dell’Europa e personalità più intenzionate a perseguire le politiche europee. Possiamo dire che le politiche europee, l’Euro, in qualche modo hanno prodotto spaccature all’interno del Popolo delle libertà. Quindi, si tratta di spaccature dovute non solo agli interessi personali di Berlusconi, e non solo all’interesse di Alfano di rendersi autonomo, di cercare una propria visibilità, un proprio percorso che lo emancipi dalla tutela del padre-padrone del suo ex partito, ma anche a fattori di classe e sociali e alla posizione  che si assume rispetto alla situazione economico-politica generale. Forza Italia prima e il Pdl dopo sono sempre stati partiti che si basavano sul potere economico e mediatico e sulla forte personalità di Berlusconi. Però, sono anche partiti che si basano su circoli di potere territoriali, sul notabilato locale. C’è sempre stata una dialettica tra Berlusconi e questi potentati che, ad un certo punto, almeno per quanto riguarda alcuni, si sono emancipati. C’è anche il fatto che questa spaccatura risponde anche ad un’esigenza tattica: cioè all’esigenza di rimarcare la distinzione con la sinistra in vista delle elezioni europee, in modo da presentarsi alle elezioni come una forza politica diversa, come una forza politica non corresponsabile delle antipopolari politiche europee, continuando però nello stesso tempo ad avere un piede nel Governo. Quindi, potremmo anche vederla come una manovra da parte del centrodestra per mantenere i piedi in due staffe: da una parte nella staffa della contestazione antieuropea; dall’altra parte, nella staffa del rispetto del fiscal compact, nella serietà, nell’affidabilità nei confronti degli altri governi europei e soprattutto della Germania. Dunque, si tratta anche di un gioco delle parti.  Riassumendo: in parte è il riflesso di una contraddizione reale, sia all’interno del Pdl, sia rispetto all’Europa; dall’altra parte, però, rappresenta anche un artifizio tattico impiegato da due soggetti politici (Berlusconi e Alfano), che alla fine si riuniranno in alleanza, come hanno preannunciato, alle prossime elezioni europee.
In questo momento, però, ci sono state delle proteste, all’interno del tessuto sociale, in tutto l’arco dell’anno: dall’Alcoa agli studenti, dalle manifestazioni in difesa della Costituzione in poi, fino ad ora. Fino al 12 ottobre, però, tralasciando per un attimo ciò che è venuto dopo, le proteste erano volte al far rispettare le leggi vigenti che il Parlamento si era dato. E’ possibile, dunque, che le proteste che ci sono state siano ‘pars costruens’,  e non come si vogliono dipingere, cioè come ‘pars destruens’?Il problema è che l’Italia sta attraversando la crisi economica più grave dalla sua unificazione: c’è un calo del salario reale molto forte e un aumento della povertà anch’esso significativo, che rappresenta il peggioramento più grave degli ultimi 60/70 anni. Diciamo che tutte le proteste che ci sono state, almeno dal punto di vista dei lavoratori salariati e degli studenti, incontrano un limite: quello di essere proteste frammentate, isolate, non ricondotte ad unità dal punto di vista organizzativo e politico-programmatico. Ci sono state molte mobilitazioni di tipo diverso, in difesa del diritto allo studio, in difesa del diritto del lavoro, in difesa della Costituzione. È mancato, però, un momento di unificazione e di ricompattamento tra le piazze. Questo per due ragioni essenzialmente: la prima è il ruolo dei Sindacati, sostanzialmente passivo o addirittura subalterno nei confronti dei Governi delle larghe intese e precedentemente nei confronti del Governo Monti. Da parte dei Sindacati, compresa la Cgil, non c’è stata una mobilitazione forte e probabilmente è mancata anche la volontà politica di opporsi al Governo. Questo ha fatto sì che la mobilitazione del lavoro salariato sia stata in realtà più debole di quella che poteva essere: più sfilacciata e più frammentata. Per cui, aldilà di alcune singole realtà, come l’Alcoa, non c’è stato un ricollegamento né una azione complessiva. In aggiunta, è mancato il ruolo di un partito o di più partiti di sinistra vera, che riuscissero ad essere un elemento di coagulo e di sintesi politica delle varie lotte. Per cui ci siamo trovati in una situazione in cui la lotta per la difesa della Costituzione è risultata abbastanza slegata dalla lotta per la difesa del lavoro, per la difesa del welfare state e, in sostanza, da una lotta contro l’austerity, contro questo tipo di Europa. Secondo me, il principale elemento di debolezza della capacità popolare di risposta alla crisi sta nel fatto che non si sia individuata la ragione dell’aggravamento della crisi nell’Europa e nell’Euro. Cioè nel modo in cui viene costruita l’Europa e nel modo in cui è stata definita l’architettura della valuta unica europea. Soltanto mettendo al centro del dibattito politico l’Europa e l’Euro, si può riuscire ad elaborare una linea più unitaria, più complessiva in risposta all’austerità e agli attacchi che vengono condotti contro il lavoro salariato, contro il lavoro autonomo e anche contro i settori di piccola e piccolissima impresa.
Visto che prima stavamo parlando delle politiche europee, ci sono state non poche manifestazioni anti europee in Italia: anche quelle dei forconi sono diventate proteste antieuropee, con l’intromissione di Casa Pound e la recente condanna di Simone Di Stefano che ha tolto la bandiera blu-stellata dalla sede italiana del Parlamento Europeo Questo sentimento antieuropeista  si sta creando solo a destra o anche a sinistra nella politica italiana?Il sentimento antieuropeista si è diffuso in maniera trasversale e sta crescendo anche fra alcuni settori della sinistra, ma quello diffuso a sinistra non lo definirei tanto un sentimento antieuropeista, perché l’europeismo fa parte della patrimonio culturale della sinistra. Quello che sta crescendo è un sentimento, o meglio, una valutazione negativa contro questa Europa: quella del capitale finanziario e della grande industria, quella del capitale transnazionale. Cioè ci si sta rendendo conto sempre di più che l’Europa che si è costruita negli ultimi dieci/vent’anni non è un’Europa solidale, non è un’Europa che porta benessere. Essa, al contrario, serve al grande capitale per bypassare i parlamenti nazionali ed imporre quelle politiche di privatizzazione e contro il salario e il welfare state, che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare.
Dopo le elezioni europee, all’Italia spetterà il turno di presidenza del Consiglio Europeo (noto come semestre di presidenza europeo), la maggior parte dei cronisti e commentatori  sta definendo le linee per cui si potrebbe andare alle urne prima dell’evento sopracitato. Cosa comporterebbero le urne per le elezioni politiche prima del turno di presidenza, magari accorpandole con le Europee?Letta, in questo momento, almeno per quanto riguarda l’opinione del Presidente della Repubblica Napolitano, è l’uomo politico che  meglio può portare avanti le politiche europeiste, cioè quelle politiche fondate sul rispetto dell’austerity e dei dettati del Fiscal compact. Se dovesse rimanere Letta, quindi, ci potrebbe essere una prosecuzione di queste politiche che però, in realtà, risultano essere applicate solo fino a un certo punto.
Mi spiego: è vero che Letta è espressione di questo tipo di linea di tendenza, ma è anche vero che è un Governo abbastanza debole. Le larghe intese, almeno queste larghe intese, non hanno la forza per portare avanti le controriforme che gran parte del capitale si aspetta. Diciamo che ci sono, all’interno dell’establishment, varie posizioni: una tra queste è quella di continuare con Letta, pensando che egli possa contribuire ad una stabilità che altri non possono garantire; dall’altra parte, però, ci sono settori che stanno puntando in modo molto forte su Renzi per la sua capacità di riuscire a costituire un partito conservatore di massa. Consideriamo, al proposito, che in Italia c’è sempre stata una notevole difficoltà a costruire un vero partito, chiamiamolo così, conservatore, o, comunque, borghese, di massa. Un partito, dunque, che riuscisse a rappresentare gli interessi della borghesia e che avesse nello sesto tempo un base di massa, un seguito di massa. La DC, in realtà, era un partito molto interclassista, Forza Italia ed il Pdl avevano caratteristiche socialmente ibride, ed è mancato un partito liberale o liberaldemocratico di massa.
Ora, l’operazione che probabilmente si sta cercando di fare attraverso questa figura mediaticamente forte, quale è Renzi, è di costruire un partito liberale o liberaldemocratico di massa che riesca a portare avanti gli interessi del capitale finanziario grazie ad un seguito popolare consistente. Quindi è probabile che, grazie al fatto che Renzi, Berlusconi e Grillo vogliono arrivare alla legge elettorale in tempi rapidi e quindi alle elezioni entro l’ultima settimana di maggio, si riesca effettivamente a mettere insieme le due tornate elettorali, quella europea e quella per il rinnovo del parlamento.  Una ipotesi che, del resto, avevo già ventilato qualche mese fa, quando mi dichiaravo scettico riguardo al crollo immediato del Governo Letta a seguito della espulsione di Berlusconi dal Senato. Infatti, come avevo immaginato, il Governo Letta non è caduto, però è probabile che su una distanza più lunga, di fronte alla necessità di perseguire obiettivi più strategici e di fondo si decida che il Governo Letta non vada da nessuna parte e si provi con un’altra carta: Renzi. Ovviamente tutto questo dipende anche dagli equilibri interni ai gruppi di potere più forti che contano in Italia: la Confindustria, i grandi istituti bancari, la Chiesa, il capitale finanziario europeo e statunitense. L’equilibrio fra tutti questi gruppi va ad influenzare una scelta piuttosto che l’altra. Secondo me, sintetizzando, ci sono due opzioni: una è quella che rimanga Letta, il quale però non ha la forza per portare avanti in modo conseguente determinate controriforme, e l’altra opzione, quella di puntare sul cavallo Renzi. Il Sindaco di Firenze è, ormai da diversi anni, oggetto di una costruzione mediatica che l’ha portato a diventare leader del partito democratico su posizioni di destra economica e politica molto evidenti. Quindi, ritornando alla domanda che facevi prima relativamente al nuovo protagonismo dei movimenti di estrema destra in Italia, io non credo che oggi siamo davanti ad un pericolo fascista, almeno non così come questo si è definito storicamente. Ovviamente dobbiamo sempre esercitare la massima vigilanza nei confronti dei gruppi fascisti, ai quali non bisogna lasciare il minimo spazio, ma ritengo che oggi il vero pericolo consista nel completamento  di quella che chiamerei, secondo le parole di Luciano Canfora, ‘democrazia oligarchica‘. Cioè di una forma di Governo che esteriormente è democratica ma che nella sostanza è oligarchica. Il fascismo non rappresenta, in questa fase storica, un’opzione valida per il capitale finanziario e transnazionale, bensì è proprio la forma di democrazia oligarchica sul modello anglosassone a rappresentarne gli interessi in modo più efficace ed efficiente. È infatti verso una democrazia oligarchica che vanno le varie proposte di  controriforme della Costituzionale, della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.
Ha citato Canfora, quindi mi rifaccio quello che ha scritto nei giorni scorsi a ‘L’Unità’ circa la stabilità del Governo.
La stabilità la dà anche la legge elettorale e in queste settimane si sta avviando il dibattito circa la modifica dell’attuale legge scorporata delle incostituzionalità del porcellum, e le proposte arrivano da destra a sinistra, Canfora detto il suo: proporzionale puro. In Italia si è fatto così dal 1948 al 1992 e non si è mai incappati in situazioni di instabilità come questa. Quindi, cosa significa, che la stabilità la può dare una legge elettorale in sé come un proporzionale, oppure che le contro riforme  – che lei ha accennato – sono volte anche ad una delegittimazione in senso stretto di questo Parlamento per crearne uno diverso, ovvero l’affermazione del monocameralismo e di tutto ciò che esso comporta?
Innanzitutto bisogna vedere cosa intendiamo per stabilità. Se per stabilità intendiamo la governabilità, così come la intendevano Gianni Agnelli e la Trilaterale negli anni ‘70, oppure se intendiamo una situazione in cui la società progredisce in modo egualitario e senza squilibri, senza sperequazioni sociali e territoriali. Oggi, quello che si sta cercando di realizzare, così come lo si sta cercando di fare da trent’anni a questa parte, è il primo tipo di stabilità: cioè la stabilità fondata sulla governabilità che vede la prevalenza dell’Esecutivo, dei Governi sui Parlamenti. È un tipo di governabilità che favorisce ed è funzionale agli interessi del grande capitale. Noi,  invece, dobbiamo puntare ad un altro tipo di stabilità: ovvero una stabilità che nasce dalla redistribuzione della ricchezza in forme egualitarie, e che combatta qualsiasi deriva autoritaria e qualsiasi prospettiva oligarchica o fascista. Per fare questo noi dobbiamo tornare a leggi elettorali democratiche, quale sicuramente è il proporzionale. Ma ciò non basta, dobbiamo puntare anche ad un rilancio dell’intervento statale nell’economia: la stabilità vera e buona si realizza ponendo un freno all’anarchia del mercato capitalistico e alle sue crisi, e rilanciando l’economia in modo da produrre posti di lavoro e difendere il welfare state.

Bisogna chiarire, dunque, che il rilancio dell’economia italiana non può partire dalla riduzione del costo del lavoro. Le imprese private non investono non perché il costo del lavoro è troppo alto, ma perché non ritengono che il loro investimento sia sufficientemente profittevole. Dunque,  l’unico soggetto che può investire è lo Stato. Accanto alla difesa della Costituzione e al rilancio di una legge elettorale proporzionale, dobbiamo intraprendere una lotta per il rilancio dell’intervento pubblico nell’economia: un intervento che non deve consistere nella socializzazione delle perdite delle banche e del grande capitale, ma che si sostanzi in investimenti in attività produttive di alto livello, nell’alta tecnologia, in modo da permettere di creare nuovi posti di lavoro ‘buoni’.  Che siano sufficientemente pagati e che riescano ad essere continuativi, proprio perché si inseriscono in settori di mercato che hanno spazio a livello mondiale. Tutte le politiche di privatizzazione devono essere ribaltate. Anziché privatizzare (come sta accadendo oggi in questi ultimi giorni con Fincantieri) dobbiamo ripubblicizzare. Le recenti vicende delle grandi aziende pubbliche a suo tempo privatizzate dimostrano quanto le privatizzazioni siano state deleterie. I privati, nel caso di Alitalia, sono riusciti a fare peggio del pubblico e, nel caso di  Telecom, hanno trasformato una azienda che era protagonista nell’innovazione e un fiore all’occhiello dell’industria italiana in un comprimario, in difficoltà e pieno di debiti, del mercato delle telecomunicazioni mondiali. 
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Svincolarsi dalla Ue è possibile – intervista a Vladimiro Giacché

Posted on 2013/12/27 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it https://www.lindro.it/svincolarsi-dalleuropa-e-possibile/

Ci si può svincolare dai trattati europei e dalla troika? A quanto pare sì, e la notizia arriva dall’Irlanda: la piccola isola si svincola da Fmi, Bce e Ue per riacquisire sovranità di bilancio e prevedere una significativa crescita del Pil. Un cambio di passo non da poco in una nazione che, comunque sia, detiene qualche agevolazione fiscale, come spiega Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche. Ma per l’economista, autore del volume ‘Anschluss – L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa’, c’è dell’altro: non è vero che non si può disobbedire ai trattati europei, si può e come.

Partiamo con la notizia dell’Irlanda: l’Irlanda è uscita dalla troika svincolandosi dal fiscal compact e riacquistando sovranità di bilancio. Quindi non è come si dice nei salotti televisivi, disobbedire ai trattati si può fare?
Diciamo anche che, se solo si volesse, i trattati si potrebbero cambiare. Soprattutto perché i problemi riguardano molti paesi e sarebbe concretamente possibile, se si volesse, creare una maggioranza all’interno del Consiglio Europeo alternativa a quella, imperniata sulla Germania, che ha guidato sin qui le danze. Chi parla di trattati immodificabili dice una grossa sciocchezza. Per quanto riguarda l’Irlanda, la questione è un po’ più complicata:  l’Irlanda è uscita da una sorveglianza molto stretta, che ha riguardato alcuni dei Paesi europei sinora, connessa al piano di salvataggio che è stato effettuato a suo tempo da Bce, FMI e Unione Europea. È una vicenda interessante per diversi motivi. Il primo dei quali è che si tratta di un salvataggio derivante esclusivamente dal fatto che lo Stato irlandese si era indebitato per salvare le grandi banche.  La crisi irlandese nasce come una crisi bancaria, non del debito sovrano.  Solo dopo è diventata una crisi del debito sovrano, perché ovviamente quando devi spendere decine di miliardi di euro  per salvare dalla bancarotta due grandi banche, chiaramente il tuo debito pubblico aumenta. Secondo motivo di interesse: la cura è stata una severissima politica di austerità: tagli alla spesa pubblica e ai servizi sociali per 15 miliardi di euro,  25 mila impiegati pubblici mandati a casa, neo assunti con uno stipendio del 10% inferiore e cose di questo genere. Direi che l’Irlanda è uno dei casi più emblematici di questa crisi perché è un caso classico in cui a salvare le banche sono stati il contribuente, dipendenti pubblici, lavoratori dipendenti in generale: sono stati loro a pagare il conto. Tutto questo, in realtà, è avvenuto in concomitanza con gli aiuti –  che lei ricordava prima –  che sono arrivati con il coordinamento della troika (Fmi, Ue, Bce).  Anche a questo riguardo la vicenda è stata abbastanza interessante, perché, l’Irlanda ancora nel marzo 2010 era considerata un paese modello da  Jean – Claude Trichet, che la portava a modello addirittura per la Grecia, dopodiché dal novembre 2010 ha dovuto sottoporsi ad un piano di salvataggio con prestiti intorno agli 85 miliardi di euro che sono serviti a salvare le banche.
E qui c’è un’altra cosa interessante: nel caso dell’Irlanda, nonostante la richiesta di quel paese, l’Unione Europea si rifiutò di far pagare almeno una parte del conto agli obbligazionisti delle banche coinvolte. Per un motivo molto semplice: questi obbligazionisti erano in gran parte imprese finanziarie, o anche singoli investitori, di due paesi europei che si chiamano Gran Bretagna e Germania. Per cui, in quel caso, si è dovuto accollare tutto il peso al contribuente e anche al lavoratore irlandese, anche violando tutta la retorica corrente sul valore del mercato e sulle sue regole: stando alla logica del mercato,  una banca che sta fallendo la si dovrebbe lasciar fallire; e  comunque, se la devo salvare, dovrei salvarla in primo luogo a spese di chi le ha prestato dei soldi, evidentemente sbagliando il suo investimento.
Ma veniamo a quello che è successo nelle ultime settimane: a metà dicembre l’Irlanda ha chiesto di uscire da questo piano e, quindi, adesso avrà dei vincoli inferiori a quelli che aveva prima: il piano di salvataggio, questo vale per l’Irlanda ma vale anche per gli altri Paesi che ne hanno usufruito sinora a partire dalla Grecia, comporta una serie di vincoli. I vincoli, questo va precisato, sono maggiori di quelli che abbiamo subito noi finora, perché sono connessi al piano di salvataggio, precisamente per questo motivo l’Italia ad un certo momento, a metà dell’estate del 2012, non ha voluto far ricorso a un piano di salvataggio. Poi l’annuncio da parte della Bce di un piano di riacquisto di titoli di Stato a breve termine dei paesi in difficoltà (soltanto l’annuncio: nessun riacquisto è avvenuto) ha contribuito ad alleggerire le tensioni sui mercati. Al riguardo vale la pena di notare che ancora recentemente Jens Weidmann (presidente della Bundesbank), l’unico che votò contro la decisione della Bce, ha rivendicato il suo voto contrario, in un’intervista al ‘Sole 24 Ore’, con la curiosa motivazione che se la pressione dei mercati non fosse stata alleggerita dalla Bce i governi sarebbero stati costretti a fare più rapidamente le riforme..C’è l’idea, quindi, che i paesi debbano soffrire, dopodiché succederà qualcosa di positivo. Questa è un’idea economicamente insensata, ma io direi anche filosoficamente insensata: noi non possiamo pensare che la sofferenza, che significa milioni di disoccupati e cose di questo genere,  sia una cura che si possa somministrare a cuor leggero. Anche perché sinora le cure non hanno prodotto gli effetti sperati: hanno ridotto la domanda interna e fatto chiudere un mucchio di imprese, altro che rilancio della competitività.  Il mondo metafisico in cui vive chi propone queste ricette è davvero molto lontano dalla vita reale di tutti noi.
Verrebbe da dire, con una battuta: sadomasochismo…

Sì, sì, la parte loro, però, è quella sadica: quella masochistica è la nostra. Ma torniamo all’Irlanda: la situazione è migliorata (anche se ad esempio la disoccupazione è tuttora superiore alla nostra), ma il governo dice che le politiche di austerità continueranno. Sia pure, ovviamente, senza questo vincolo stretto che è stato rappresentato dal controllo da parte della Troika. Questo simbolicamente è molto importante: c’è l’idea che tu ti debba liberare quanto prima possibile da questi vincoli, perché – in realtà – non fanno il tuo bene. Questo è il messaggio che arriva da questa uscita dal programma, che comunque avviene dopo aver adottato molte misure dolorose.
Una misura, però, non è starà adottata, per il semplice motivo che non era stata richiesta:  l’aumento delle tasse alle imprese. È un aumento che, francamente, in Irlanda sarebbe molto utile visto che le tasse in quel paese sono del 12,5%, ma l’Europa non si è sognata di chiederlo. Per un motivo molto semplice: questo è un tassello fondamentale della costruzione europea, che impernia la concorrenza fra i Paesi sostanzialmente su due elementi: la concorrenza al ribasso del costo del lavoro e la concorrenza al ribasso sulla tassazione delle imprese. Ora, è evidente che se nella stessa area monetaria c’è uno Stato che fa pagare 12,5 % di tasse alle imprese, evidentemente  ho qualcuno che sta  facendo un dumping fiscale, sta facendo una concorrenza sleale nei confronti degli altri. È ovvio che questa cosa qui può funzionare soltanto se un gettito così basso è controbilanciato dal fatto che molte imprese si spostano in Irlanda, e questo a sua volta può accadere soltanto perché gli altri Stati non fanno lo stesso. Perché se gli altri facessero lo stesso non ci sarebbe più convenienza per le imprese ad andare in Irlanda, e il risultato che si avrebbe sarebbe una riduzione del gettito generalizzata e una crisi fiscale in tutti i Paesi. Trovo molto significativo che questa distorsione legalizzata della concorrenza in Europa basata sul dumping fiscale non sia stata eliminata neppure in presenza della grave crisi del debito che ha colpito l’Irlanda. 
Nel suo ultimo libro Anschluss. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, come riportato da Alexander Hobel nella sua recensione, scrive che “la cessione della sovranità monetaria ed economica della Repubblica Democratica Tedesca, spianò la strada alla fine della sovranità politica”. Sta avvenendo così anche per i Paesi dell’Europa? Direi di sì,  ma in una misura che chi oggi governa in Germania trova ancora insoddisfacente. Guardi, durante l’ultimo Consiglio Europeo è avvenuta una cosa molto interessante.  La cancelliera tedesca ha cercato di forzare ulteriormente sul controllo dei budget dei vari paesi e sulle cosiddette “riforme strutturali”, e ha trovato un muro. Forse, una delle prime volte che ha trovato resistenze. Tutta la faccenda, quindi, è stata rimandata di un anno. Lei non ha preso bene la cosa. E ha fatto un paragone parecchio inquietante tra la Germania est e il resto dell’Europa. L’ha riportato ‘Le Monde’ (la fonte è probabilmente qualche esponente del governo francese) ed è stato ripreso dalla Tageszeitung. La Merkel ha detto più o meno questo: “guardate, io sono cresciuta in un paese che è stato salvato (le modalità di questo cosiddetto “salvataggio” le ho spiegate nel mio libro) dalla Germania ovest. L’Europa non potrà salvarsi se si continua a procedere in questo modo, come si faceva nel comunismo: non sarà possibile salvare l’Europa e quest’ultima esploderà”, etc etc etc. 
Le cose interessanti da notare sono due: la prima è che per la prima volta non si considera il comunismo come totalitarismo ma quasi come uno stato sociale eccessivo, uno stato sociale che non ci si può permettere, e la cosa è abbastanza singolare; la cosa più interessante, però, è un’altra: gli esponenti del governo tedesco continuano a partire  dall’idea che loro sono i salvatori dell’Europa e che il salvataggio consiste nel fatto di mettere in campo esattamente le politiche che loro hanno realizzato precedentemente. Infatti, il contesto della polemica era che la Germania ,come sta facendo da diversi mesi, ha riproposto alla Francia e ad altri paesi la necessità di fare propria l’Agenda 2010 di Schröder. Il cancelliere che ha preceduto la Merkel ha ridotto servizi sociali e sussidi di disoccupazione, ha creato un mercato parallelo di lavoro precario pagato molto poco e, in questo modo, ha rilanciato la competitività della Germania. Perché la competitività degli ultimi 15 anni della Germania non deriva dall’aumento di produttività, ma dal fatto che questo aumento (esso stesso tutt’altro che spettacolare) non è stato minimamente trasferito ai salari. Il segreto della competitività tedesca consiste in  una politica di dumping sociale. Dire questo può sembrare strano, perché i lavoratori tedeschi sono tradizionalmente ben pagati. Ma le loro condizioni sono peggiorate proprio grazie all’Agenda 2010: in Germania ci sono circa 8 milioni di minijobs pagati 450€al mese. e tutti gli indicatori sociali di povertà in Germania, in questo periodo, sono peggiorati. Secondo il rapporto annuale sulla povertà in Germania, uscito il 19 dicembre, i poveri in Germania sono in media il 15 per cento della popolazione, con un picco di oltre il 25 per cento in Pomerania Occidentale, nell’ex Germania Est “salvata” dalla Germania Ovest secondo la Merkel. Ma anche all’Ovest non si scherza, con il 23 per cento di Brema e una crescita della povertà superiore alla media nella zona della Ruhr. Se nella città di Dortmund i poveri nel 2005 erano pari al 17,4 per cento degli abitanti, ora sono cresciuti al 22,8 per cento.
Insomma: non sembra che le politiche seguite in Germania siano un successo strepitoso neppure da loro. Sono precisamente questi nuovi poveri che hanno pagato il prezzo delle esportazioni tedesche. Ma c’è di più:  anche in questo caso vale il discorso che si faceva prima sull’Irlanda. Anche le politiche di dumping sociale finalizzate a rafforzare le esportazioni  hanno un senso soltanto se non vengono generalizzate:  se vengono generalizzate comportano semplicemente un impoverimento generalizzato molto forte, e una crisi da domanda.
È quello che è già successo nei paesi del sud Europa, a cui queste politiche sono state imposte in una misura che la Merkel ritiene insufficiente ma che io ritengo eccessiva: e infatti uno dei nostri principali motivi di crisi è il calo della domanda interna. Sono soprattutto i produttori che producono soltanto per l’Italia a essere in grave crisi.
Se tutto questo è vero, è abbastanza singolare che si interpreti il ruolo della Germania oggi in Europa non come un partner fra gli altri, ma come uno che deve educare gli altri alla parsimonia, alle riforme strutturali, e che questo Paese chieda continuamente agli altri ulteriori cessioni di sovranità (oggi ad esempio sui bilanci), oltretutto   asimmetriche. Perché quando si parla dell’unione bancaria la Germania, invece, ha frenato: i tedeschi tendono ad andare avanti dove si sentono sicuri (controllo del budget e simili), ma dove si sentono – del tutto a ragione – poco sicuri, come riguardo al settore bancario, hanno imposto all’Europa delle regole che rendono l’unione bancaria estremamente sbilanciata.
Mi spiego: a Bruxelles verranno sorvegliate soltanto 24 banche tedesche, perché tutte le altre, e sono tante, perché il sistema tedesco bancario è poco concentrato, molto meno del nostro, si trovano sotto le soglie che il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha imposto in sede europea. In concreto,  soltanto le banche che hanno più di 30 miliardi di attivi saranno sorvegliate da Bruxelles: per farle un esempio, in Germania ci sono 417 Casse di Risparmio ma una sola sarà sorvegliata da Bruxelles, quella di Amburgo. In altri paesi le banche sorvegliate sono molte di più, in termini di proporzione al Pil, perché i sistemi sono più concentrati.
Questa asimmetria non è una cosa da poco, perché comporta che l’unione bancaria non funzionerà: se io lascio fuori dal controllo di Bruxelles delle banche, che magari in sé sono piccole, ma che possono comportare un rischio sistemico, io non risolto i miei problemi. Questa posizione negoziale tedesca è passata anche se era facilmente contestabile, perché in Europa i rischi sistemici sono venuti spesso dal fallimento proprio di banche relativamente piccole, come la Northern Rock in Gran Bretagna o le Casse di risparmio in Spagna, che hanno innescato….
…un meccanismo a catena…
Certo: non è soltanto LehmanBrothers che ha provocato la crisi. In ogni caso, anche dietro i negoziati sull’unione bancaria, è facile scorgere un atteggiamento che si presenta  come europeista, ma che in realtà è egoismo nazionale neppure troppo mascherato.
Quindi si può dire, magari in maniera non corretta, che coloro che propugnano l’unione bancaria si troveranno senza la sovranità politica?
La cosa che dico è ancora un’altra: quando noi diciamo, e l’ho anche scritto nel mio libro, c’è soltanto l’unione monetaria e non c’è  l’unione politica, interpretando l’unione monetaria come una cosa di poco conto, non vincolante, non abbiamo capito il punto fondamentale: l’unione monetaria è uno dei vincoli più forti che ci siano. Il problema è, come si esce da questa situazione? Qualcuno pensa di uscirne cedendo ulteriore sovranità, sperando che così la situazione migliori. Io credo invece che si debbano  cambiare in maniera radicale le regole del gioco: se non si fa questo ogni ulteriore cessione di sovranità va nella direzione sbagliata, è destinata a peggiorare la situazione anziché migliorarla.
Io non desidero uno Stato europeo se le regole economiche che lo sorreggono sono quelle attuali: non ho proprio nessun motivo di desiderarlo, lo dico molto sinceramente. So che in Italia molti si dicono europeisti. Ma è una definizione mistificatoria in un momento in cui quello che si chiama europeismo, di fatto, è il privilegio degli interessi di un paese, o di un gruppo di paesi, su altri – compreso il nostro.
Questo è il punto, secondo me, fondamentale.
Quindi lei contrappone l’idea di europa dei popoli a quella del “grande capitale”, mi pare di capire..
Più in concreto, io  contrappongo l’idea di un’Europa che promuove il benessere dei propri cittadini ad un’Europa in cui sono stati impegnati qualcosa come 5000 miliardi di euro per salvare le banche. Questi miliardi di euro, poi, sono stati ribaltati e diventati dei sacrifici da imporre ai propri cittadini. In generale è questo meccanismo, per cui si socializzano le perdite e alla fine tutto diventa un carico fiscale da far pagare ai cittadini, alle imprese, a coloro che con questa crisi oggettivamente non c’entrano nulla,  è questo meccanismo che andrebbe assolutamente rovesciato. 
Io non credo che sia, neanche una cosa particolarmente rivoluzionaria, si tratta semplicemente di affermare l’idea che la politica e la politica economica non debbano essere determinate dalle grandi banche e dalle grandi corporations.
In questi anni noi abbiamo vissuto in uno strano mondo magico, mitologico in cui si dicevano certe cose ma se facevano altre: si diceva “bisogna lasciar fare al mercato”. Ma la cosa ha funzionato così: quando le cose andavano bene i profitti erano privati, quando hanno cominciato ad andare male le perdite sono diventate pubbliche. Che è un modo un po’ curioso di interpretare il funzionamento del mercato. Oltretutto, il risultato si è rivelato non solo ingiusto (quello che si è avuto è stato di fatto una redistribuzione dal basso verso l’alto), ma anche fallimentare da un punto di vista economico.
Ci sono dei fatti così evidenti che quasi ci si vergogna a doverli ricordare. Ad esempio il nostro Paese mette in campo, da diversi anni , una politica di austerity che è stata pesante, perché ha comportato un aumento della tassazione significativo e anche dei tagli ai servizi sociali che non sono irrilevanti, come sa chiunque vada a scuola o all’università, o abbia avuto modo di usufruire del servizio sanitario negli ultimi anni. Con un colpo di penna è stata aumentata l’età pensionabile di sei anni per alcune classi di età, e sono state ridotte le prestazioni. In questo momento siamo il paese europeo che ha l’età di pensionamento più elevata in assoluto, più elevata della stessa Germania. Di fronte a tutto questo uno è portato a credere : “il debito sarà diminuito!”. E invece no, il debito è cresciuto di oltre 10 punti percentuali. Anche volendosi tenere prudenti, siamo comunque ben oltre il 130% del Pil.
E questo per due motivi. Da un lato abbiamo dovuto onorare gli impegni europei sul fondo salva stati, di cui non abbiamo usufruito ma al quale abbiamo pagato 50 miliardi di euro (contabilizzati come debito – cosa folle ! –  secondo le regole europee). Oltre a questo, il resto dov’è? Molto semplice: le politiche di austerity hanno provocato una perdita del prodotto interno lordo per cui la proporzione del debito sul Pil è peggiorata. Questa era una cosa prevedibile, largamente prevista, io stesso in un libro che ho pubblicato in prima edizione all’inizio del 2012 l’avevo detto, e purtroppo a ragione. E non sono il solo.  In diversi hanno previsto questa cosa: totalmente inascoltati perché bisognava andare dietro alle sirene dell’austerity come misura salvifica per la nostra economia.
La verità è che non abbiamo salvato un bel niente, che il gettito fiscale è risultato inferiore alle attese nonostante l’aumento delle tasse  –  ovviamente, perché quando c’è la crisi il reddito diminuisce, e con esso le tasse – , e che stiamo peggio di prima. Un minimo di onestà intellettuale dovrebbe indurre a dire che  bisogna non correggere, ma cambiare la rotta, cambiare strada..
Politicamente parlando, i governi che difendono e tutelano queste politiche, si è detto più volte, sono i governi di grande coalizione, ultimo caso quello tedesco. Ma in che modo i governi traballanti come quello letta possono mettere in prati s ricette economiche come quelle europee?
E’ evidente a tutti che siamo in una situazione di incertezza. Con la maggioranza attuale,  anche misure che sembrano facili diventano complicatissime: basti considerare  il balletto sull’Imu etc. E’ evidente che, in effetti, i governi di grande coalizione hanno il pregio  di avere una larghissima maggioranza parlamentare, ma hanno il difetto di essere esposti a ricatti reciproci e ceti incrociati. Il difetto principale però è un altro: il fatto di non esprimere, nel caso italiano, una maggioranza chiara emersa alle elezioni, che sarebbe in grado di dare anche più voce in capitolo in Europa ai nostri rappresentanti. Qui dietro però c’è un altro tema molto più grande, secondo me. Perché lei giustamente diceva che i governi di grande coalizione sono in Germania, sono in Italia, io aggiungo che sono in Grecia. Ma il presupposto reale di queste coalizioni è sempre più spesso il fatto che i  partiti quelli di centrodestrae quelli socialdemocratici in realtà propongono ricette politiche molto simili.
Qui c’è un problema gigantesco che consiste com’è ovvio negli interessi tutelati , ma è anche un problema culturale. Probabilmente la cultura neoliberistica, per usare una definizione generale che forse andrebbe meglio precisata, ha fatto breccia su un numero vasto di forze politiche. E invece è sempre più urgente la necessità di avere Allora, comunemente, il tema è proprio quello di dare rappresentanza anche a posizioni che rifiutano questo genere di approccio. Qualche anno fa andava di moda parlare del pensiero unico, io all’epoca ero un po’ perplesso perché pensavo che fosse  una definizione un po’ semplicistica, . Forse chi parlava di pensiero unico non aveva ragione allora, ma avrebbe ragione adesso. Il dibattito pre-elettorale che c’è stato in Germania, ad esempio, era paradossale: nei confronti televisivi tra la Merkel e Steinbrück – che era lo sfidante della Spd –  c’erano delle sfumature ma più o meno dicevano le stesse cose. E del resto già nella scorsa legislatura  la SPD, per essendo all’opposizione, ha quasi sempre votato col governo.
E non a caso  il referendum interno della Spd ha ora votato a favore delle larghe intese con la Cdu della Merkel.
Esatto. E la SPD che rientra nella coalizione di governo non fa nulla per scalzare dal suo posto uno dei principali responsabili delle politiche che sono state effettuate sinora: il ministro delle finanze Schäuble.  È il posto più importante di tutto il governo! Non ci hanno neanche provato,  perché più o meno la pensano allo stesso modo. Al posto delle grandi coalizioni ci vorrebbero dei grandi pensieri. Quanto meno dei pensieri nuovi e più ambiziosi. Che non si rinchiudano nella difesa di un ordine sociale e istituzionale, come quello europeo attuale, che non funziona.
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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