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Categoria: italia

L’antidoto al razzismo è una corsa verso Lupionòpolis

Posted on 2024/06/16 by carmocippinelli
Foto di Matteo Paganelli su Unsplash

Il disco americano di Peppe Voltarelli, a due anni dalla pubblicazione di Planetario, a dieci da «Lamentarsi come ipotesi» (ultimo disco di inediti), si chiama «La grande corsa verso Lupionòpolis» (Visage, 2023). È americano per un’ovvia ragione: è stato registrato negli Usa e alle canzoni hanno collaborato dei musicisti statunitensi che hanno non di poco impreziosito le canzoni di Voltarelli.  

«Era un desiderio covato per molti anni – ha dichiarato Voltarelli a BlogFoolk Magazine – ho passato dei lunghi periodi a New York City con residenze artistiche in club della città che mi hanno fatto scoprire ed amare la sua congestione urbana il suo linguaggio i suoi abitanti le sue difficoltà».
La complicità artistica con Simone Giuliani e Marc Urselli ha fatto il resto ed è nato «La grande corsa verso Lupionòpolis».
Le atmosfere newyorkesi hanno fatto bene al cuore artistico di Voltarelli e alla sua voglia di tornare a registrare: «[…] poi, il saluto alla signora che stava all’uscita della metro che ogni mattina mi diceva “Come on Pepe, today it’s the day” […] Quando entravo in studio e traducevo dal calabrese in italiano i testi dei pezzi e poi con Simone dall’italiano in inglese, sentivo una grande responsabilità ma sono abituato a giocare in trasferta». 

Un antidoto al razzismo
«La grande corsa verso Lupionòpolis» rappresenta un ritorno a quello che Voltarelli sa fare meglio: raccontare storie di migrazione italiana, cantare la saudade italiana in terra straniera, sognare di essere felici anche nel posto meno ospitale del mondo. Basta saper guardare il mare: «si guardo u mare ‘un signu sulu mai» (Nun signu sulu mai – La grande corsa verso Lupionòpolis). 

Voltarelli riannoda con sapienza e maestria i fili che lo hanno reso ancor più celebre dopo la separazione da quel funambolico esperimento di contaminazione che era Il parto delle nuvole pesanti. Ogni canzone del nuovo disco sembra voler raccontare di quanto sia sofferta e unica l’esperienza di sentirsi italiani in terra straniera per i più disparati motivi.
Un’alterità che Voltarelli ha saputo raccontare con svariate canzoni, facendone la cifra del suo essere, del suo cantare e anche del suo vestire (nel senso letterale del termine).

Sembra che non sia passato un giorno da Onda calabra (pubblicata con Il parto delle nuvole pesanti) la cui visione del video era indispensabile per capire e comprendere a fondo le parole del ritornello («Onda calabra / In doichlanda / Und die kleine / Und die spiele / Und die arbeite») da Sta città. Italiani, calabresi in Germania. 

L’autore si spinge ancor più lontano: ben oltre il Brennero e le Alpi e decide di varcare l’Oceano, un «mare niro funno chi fa paura» (Mareniro). E anche se Mozza può apparire una canzone di poco conto al primo ascolto, al secondo si coglie subito il velo di tristezza, reso meno consistente dalla melodia e dal divertente ritornello: «Nu stamo caminammo ppe ri strade e Montrial / Simo troppo bell e ni volimo semp scialà / Tu dici all’improvviso iamuninn au cinema / Va bono sì ma prima ma prima fammi mangià» e ancora: «Trasimo ntra nu posto piccolino a San Michel / All’intra poca gente e tante foto e l’Italie / C’è pure nu cantante quanto è bravo poverino / Arriva ru mangiare forza sona Peppino […] Si po essere felici pure dintra u Canadà».
Certo, si può essere felici, vanno bene la mozzarella e i panzerotti, ma il cantante è «bravo» e «poverino». 

Il Mino Reitano del XXI secolo è certamente Peppe Voltarelli non solo perché canta d’emigrazione riuscendoci in un modo non banale, ma perché lo fa in totale controtendenza a quello che è il clima presente nel Bel Paese. Le destre al governo cercano di esaltare la cultura italiana (o meglio, una piccolissima parte di essa) per far sì che l’identità nazionale si saldi in contrapposizione con la paura del diverso rappresentato da migranti, dai richiedenti asilo e dagli stranieri in cerca di patria, di cittadinanza. Ma il risultato è solo quello di fornire un’idea di Italia fatta di luoghi comuni, come ha fatto Giorgia Meloni al G7 parlando ed esaltando la cultura enogastronomica italiana in un luogo che non c’è: «un resort di lusso dove non ci sono abitanti ma solo lavoratori». 

Lavoratori, laureati, professionisti che ogni anno lasciano l’Italia per diventare cittadini di altri paesi. Italiani in terra straniera che diventano inglesi, statunitensi e tedeschi. L’emigrazione è cosa seria e gli italiani lo sanno benissimo. E Voltarelli la canta ancor meglio.

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Scuola / স্কুল

Posted on 2023/06/07 by carmocippinelli

S. viene dal Bangladesh. Appena giunta in Italia ha iniziato a frequentare la scuola e, nonostante abbia immediatamente iniziato il corso di lingua, aveva (ed ha) notevoli difficoltà. Ostacolo linguistico che si acuiva terribilmente dato che i suoi compagni e le sue compagne le parlavano con espressioni del tipo: «I did an interrogazione…interroghèscion, no? but male male».
Mi sono ingegnato in tutti i modi possibili con traduzioni dall’italiano all’inglese di Petrarca e Dante, paragoni dei due con Rabindranath Tagore e Shakespeare. Pare abbia apprezzato più i sonetti di Petrarca rispetto a quelli di Dante.
Oggi si avvicina e mi fa: «Possiamo fare una foto insieme, prof? Grazie per avermi fatto sentire a casa» (tutto detto in inglese, ovviamente).

Posted in bangladesh, Blog, italia, mondo, periferia, Roma, scuolaTagged bangladesh, Blog, italia, mondo, periferia, Roma, scuola2 Comments

Il controllo sociale ai tempi del virus, nonché del “capitalismo della sorveglianza” *

Posted on 2020/03/14 by carmocippinelli

Il «manifesto» di oggi [14/03/2020] pubblica un articolo siglato da Andrea Capocci (An. Cap.) che racconta di come la Corea del Sud stia agendo per fronteggiare la pandemia Coronavirus: «La Corea del Sud è un paese abbastanza simile al nostro per popolazione e superficie: un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220 mila chilometri quadrati, contro i 301 mila italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46. Come si spiega che lo stesso virus abbia una così diversa letalità in due contesti analoghi?».
I numeri posti al di sopra dell’articolo consegnano al lettore un momento di riflessione riguardo il dilagarsi del contagio nel paese diviso al 53esimo parallelo: «in Corea del Sud ci sono 8.000 casi censiti contro i 15.000 dell’Italia ma i morti qui sono solo 71». 


La connessione tra controllo e Coronavirus 
Il controllo sociale, come riporta il titolo dell’articolo, è stato utilizzato per abbassare i numeri del contagio ed evitare la massiccia propagazione del CoVid-19: «Per capire con quali persone un paziente è entrato in contatto […] sono stati usati i tracciati gps dei telefoni, i dati sull’utilizzo delle carte di credito, le telecamere a circuito chiuso. […] Per ottenere queste informazioni sono state integrate le banche dati della polizia, delle società telefoniche, delle assicurazioni sanitarie, delle autorità finanziarie».
La diffusione del contagio può essere fermata, dunque, qualora si entri nella vita di tutti i giorni della popolazione, in questo caso sudcoreana, che nel corso degli ultimi dieci anni si è largamente dotata di uno smartphone ad uso personale o lavorativo. 
La questione sembra essere ininfluente ai fini del dibattito politico o pubblico, tuttavia, spesso abbiamo avuto modo di ascoltare – da amici, colleghi di lavoro, parenti – frasi simili a questa: “non importa che io venga tracciato, le mie mail spiate o accenda costantemente la posizione e Google mi mandi resoconti della mia “attività”: non ho nulla da nascondere”. 
Sentenza priva di ogni senso, o meglio, con un significato ben preciso: la totale inconsapevolezza dell’“utilizzatore finale” di dispositivi elettronici a cui è obbligatorio associare un account Google, iCloud e, prima che terminasse il supporto sui propri dispositivi, Windows mobile. 
L’Ovra o la Gestapo ne sarebbero stati felicissimi. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Al momento della diffusione del virus Mers-CoV *, a ridosso del 2012, la Corea del Sud ha registrato il maggior numero di casi dopo l’Arabia Saudita: all’epoca il governo fu criticato per aver negato la concessione di informazioni, come ad esempio i luoghi visitati dai pazienti per contenere il contagio del virus.
La legge è stata modificata al fine di autorizzare gli investigatori ad entrare nei dispositivi elettronici della popolazione: nell’articolo del giornalista Capocci del «manifesto» non è stato fatto cenno alle aziende produttrici dei sistemi operativi degli smartphones proprio perché, a causa di un analogo caso di emergenza di coronavirus, il Governo sudcoreano è corso ai ripari modificando la norma.
Nei dispositivi elettronici della popolazione sudcoreana – riporta la BBC – arrivano notifiche come questa: «Un uomo di 43 anni, residente nel distretto di Nowon, è risultato positivo al coronavirus».
«Questi avvisi – scrive Hyung Eun Kim della BBC coreana – appaiono in continuazione sugli smartphones della popolazione indicando dove una persona è stata infetta e quando […] non viene fornito alcun nome o indirizzo ma spesso si riesce a ricollegare conoscenze, luoghi visitati e, dunque, ad identificare le persone: in molti casi si sono ricostruiti adulteri consumati in hotel a ore»**.
Il problema legato alla discrezionalità di queste informazioni è tema di indubbio interesse e alla portata di qualsiasi lettore che sappia andare oltre la stupidità della stantìa frase “non ho niente da nascondere”: il mondo transnazionale legato alla interconnessione di utenze mail e navigatori gps inseriti in dispositivi telefonici, unite da un lato alla pratica sempre più diffusa da dedali di “aziende terze” che si preoccupano di profilare gli utenti e, dall’altra, la crescente attenzione da parte dei governi democratico-liberali, desta più di qualche interrogativo.
È evidente che, nel corso degli anni, l’utilizzo degli smartphones, giustapposto all’affinamento, al perfezionamento degli usi che un utente può farvi, alla sempre più duttile utilità dei sistemi operativi ivi installati, ha assunto un ruolo sempre più predominante nella vita della popolazione.
Il sistema che ne è venuto fuori è quello di una pervasività totale all’interno delle nostre vite: il capitalismo entra, così, a gamba tesa in ogni aspetto della giornata di ogni singolo individuo.
Basta concedere l’accesso della posizione del proprio dispositivo e quello del microfono e il gioco è fatto: la profilazione è totale e ogni nostra azione è monitorata in ogni singolo istante.

Spesso riteniamo come la connessione dati sia indispensabile per la vita di tutti i giorni, anche per le operazioni più semplici legate a necessità immediate: falso.
Il bisogno indotto da strumenti sempre più pervasivi nella nostra quotidianità ha fatto in modo che si arrivasse a percepire come necessaria l’interrogazione a Google in un qualsiasi aspetto della nostra giornata: che sia l’indicazione stradale o che sia la trasmissione dei dati personali per il contrasto del coronavirus. La risultante è, tuttavia, quello di una massificata profilazione di utenti informatizzati che posseggono uno smartphone e che, in questo specifico caso nordcoreano, hanno contratto il virus.
Si potrebbe certo sostenere che l’azione messa in atto dal governo sudcoreano è senza dubbio efficace: si notificano a tutti i dispositivi connessi ad internet notizie certificate dal Ministero preposto al fine di informare cittadine e cittadini riguardo il contagio di una data persona in una certa zona del paese.
La partita di giro è molto più imponente di quel che si voglia pensare: in cambio del proprio servilismo a sistemi operativi a cui abbiamo concesso l’uso della nostra intimità (voce e iride due aspetti su tutti) e delle nostre azioni quotidiane, possiamo essere informati sulla progressività del contagio del coronavirus, al netto degli “effetti indesiderati”, come quel che è avvenuto il 18 febbraio a seguito di una notifica che riguardava il contagio di una donna di 27 anni.
La donna lavorava allo stabilimento Samsung di Gumi e la notifica «ha riportato che alle 18:30 di sera del 18 febbraio» si sarebbe incontrata con una sua amica che aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji***, il vettore di maggior diffusione del contagio nel Paese: «il sindaco di Gumi ha diffuso il suo nome su Facebook e i residenti della città, in preda al panico, hanno iniziato a commentare sulle reti sociali in preda all’odio e alla psicosi: “dacci l’indirizzo del suo condominio”»****.
È arrivato, dunque, il momento di prendere in considerazione l’atto della disconnessione per avviarne un serio dibattito, da marxisti.

* Middle East Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria del Medio Oriente, detta anche “influenza dei cammelli”, responsabile della sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.
** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.
*** Il vettore di maggior diffusione del contagio
del virus è legato ad una congregazione cristiana che in Sud Corea è
considerata una setta, come ha riportato l’agenzia «Reuters» nei
primi giorni di marzo: «Il governo di Seoul ha aperto un indagine [1
marzo 2020 ndt] sul leader di una setta cristiana (Shincheonji
– Chiesa di Gesù al Tempio del tabernacolo e della testimonianza)
al centro del micidiale scoppio del coronavirus nel Paese» secondo
il governo sudcoreano «la chiesa era responsabile del rifiuto di
cooperare con le autorità al fine di fermare la malattia
»
dal momento che «una grande maggioranza degli oltre 4.000 casi
confermati di coronavirus, il numero più alto dopo la Cina, è stata
collegata alla Shincheonji, setta di cui è capo il fondatore Lee
Man-hee». Secondo il primo cittadino di Seoul Park Won-soon, se Lee
e gli altri leader della chiesa avessero collaborato, si sarebbero
potute mettere in atto efficaci misure preventive per salvare vite
che in seguito sarebbero morte in seguito alla contrazione del virus. 

Shangmi
Cha,
Murder probe sought for South Korea
sect at center of coronavirus outbreak
,
«Reuters», 2 marzo 2020,
<https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-southkorea-murder/murder-probe-sought-for-south-korea-sect-at-center-of-coronavirus-outbreak-idUSKBN20P07Q>.
**** Hyung Eun Kim,
Coronavirus privacy: are South Korea’s alerts too
revealing?
, «Bbc», 5 marzo
2020, <https://www.bbc.com/news/world-asia-51733145>.

* Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6425

Posted in capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, socialTagged capitalismo, cina, controllo, corea del sud, coronavirus, italia, pandemia, politica, polpettoni, social

Corone senza re e senza regina

Posted on 2020/03/12 by carmocippinelli
L’informazione ai tempi del CoVid-19, o più comunemente chiamato Coronavirus, dà anch’essa i segni di uno squilibrio del tutto evidente. Nel gennaio di quest’anno, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai fatti che provenivano dalla Cina, a causa delle notizie riguardanti gli inizi del contagio dovuto dal Corona e anche dalle impressionanti immagini testimonianti la costruzione dell’ospedale di Wuhan, la città-simbolo della nuova pandemia. L’ospedale Leishenshan è stato costruito in 12 giorni, Huoshenshan in 10, tutto per far fronte alla rapidissima diffusione del nuovo CoVid-19: il primo nosocomio citato ha avuto l’immediato compito di fornire 1.600 posti letto supplementari per la città.
La costruzione di queste strutture ospedaliere ha fatto il giro del mondo: la Repubblica popolare cinese ha voluto trasmettere le immagini in ogni angolo della Terra per dimostrare la propria azione nei confronti di tutti gli altri paesi che proprio in quei giorni iniziavano a familiarizzare con quello che, nelle terre ben conosciute da Marco Polo, si è fronteggiato fin da subito.

                                 https://twitter.com/XHNews/status/1225786019825405952

Della Repubblica popolare cinese possiamo pensare tutto e il contrario di tutto: si tratta del primo stato comunista al mondo governato da un solo partito (il Partito comunista cinese) che ha mantenuto l’architrave statale socialista-comunista pur aprendosi – di fatto – all’economia di mercato, sviluppandosi anche imperialisticamente (citofonare Africa orientale), nonostante il mantenimento dei piani quinquennali, della produzione statale e soprattutto di massicci investimenti statali in ogni ambito della propria politica.
In nessun momento della vita dello stato cinese degli ultimi trent’anni vi è stato un taglio lineare, progressivo o «ai fini di razionalizzare la spesa» – come piace dire ai media italiani – che abbia colpito la sanità. Nessun taglio e nessun conseguente ripiegamento dello stato in funzione di un’intromissione di privati nell’architrave statale della sanità.
Il fatto politico e sociale è questo, ci piaccia o meno. 
La reazione italiana e dei media di prima serata ha rappresentato la negazione della realtà, come spesso i telegiornali delle venti sono soliti fare. Il Tg1 del 11/03/2020 ne è la riprova, così come l’approfondimento che ne è seguito, denominato Speciale Tg1, a cui ha preso parte il massimo dirigente dell’Istituto Spallanzani e un docente di Psicologia all’Università del Molise.
Parte il servizio di prima serata: la Lombardia è al collasso. La telegiornalista parla del progetto della regione per far sì che l’ex fiera di Milano, a due passi da San Siro, si possa trasformare in un mastodontico reparto di terapia intensiva. Al momento, però, i lavori non sono ancora iniziati.
E allora via al valzer dei potrebbe sorgere qui, a breve nascerà, il Presidente della Regione avrebbe individuato quest’area. Di certo ci sono solo i condizionali, di estremamente sicuro solo un pugno di illazioni. La telegiornalista prosegue: «la Fondazione Fiera vorrà fare come a Wuhan in Cina: costruire tutto in tempi record».
Nonostante in Cina non esista alcuna Fondazione che possa interferire con la sanità statale, nonostante in Italia si stia mettendo in atto proprio il contrario di quanto strutturato nella Repubblica popolare. Nonostante tutto è stato detto. Perché una cosa è certa: di fronte alla completa inanità delle istituzioni pubbliche e avendo provato sulla propria pelle l’autonomia regionale post-titolo V, un esempio e un termine di paragone è necessario. Anche se è ontologicamente agli antipodi. 
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Attendonsi proclami sull'italianità dell'Albania

Posted on 2019/02/12 by carmocippinelli

Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

La prima volta, a seguito della catastrofe della Prima Guerra Mondiale, la Storia si è manifestata in tragedia: in Italia si iniziò a parlare di vittoria mutilata e il sentimento popolare assomigliava a quello presente nei paesi sconfitti, nonostante il bel Paese risultò vincitore. 
I generali posti sotto processo dopo la disfatta di Caporetto, si convinsero del contrario. 
I militari ritennero che la colpa era dei rossi: l’Italia era piena di socialisti e di pacifisti e se il clima era irrespirabile, certamente era colpa loro. Sarebbe stato utile del «bastone», come veniva chiamato allora. Anche Cadorna in una lettera indirizzata all’un tempo rivale Generale austriaco Konrad Krafft von Dellmensingen, all’indomani del delitto Matteotti, come «se allora [1915] ci fosse stato il governo forte di adesso [1925] sarebbe stata un’altra storia». Quella repressione arrivò, insieme con la rivendicazione di Istria e Dalmazia, con tutto quello che comportò.
A distanza di anni, il revisionismo su quella pagina di storia galoppa, così come infoibata, più che la popolazione italiana, è l’oggettività di quella fase.
Ma la tragedia è passata: il sipario è calato sul proscenio e si lascia il posto al secondo atto dell’Opera. O meglio, dell’operetta. La farsa sta nel Presidente del parlamento europeo che grida «Viva Istria e Dalmazia italiane» aprendo uno scontro diplomatico con i paesi balcanici coinvolti e che, a loro volta, rimandano al mittente le assurde rivendicazioni territoriali.
Non solo: rimandano al mittente parlando esplicitamente di revisionismo.
E menomale che a rivendicare Istria e Dalmazia italiane è il Presidente del Parlamento Europeo.
Alla faccia dell’Europa, insomma.
Attendonsi proclami sull’italianità dell’Albania.
V soboto sem govoril o želji po potvarjanju zgodovine v Sloveniji. Enako se dogaja na italijanski strani meje. Žal s strani vidnih politikov, celo EU funkcionarjev. Zgodovinski revizionizem brez primere. Fašizem je bil dejstvo in imel je za cilj uničenje slovenskega naroda.
— Marjan Šarec (@sarecmarjan) 11 febbraio 2019
traduzione del tweet: «Sabato ho parlato della deviazione della storia Slovenia. Lo stesso sta accadendo sul versante italiano del confine. Sfortunatamente, tra i politici presenti, anche funzionari dell’UE.  Revisionismo storico senza precedenti. Il fascismo è stato un fatto [storico] e mirava ala distruzione della nazione slovena». Nel video, la sparata del Presidente del Parlamento Europeo.
Posted in Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, sloveniaTagged Albania, croazia., foibe, italia, polpettoni, slovenia

Cesare Battisti, il formidabile 'casus belli'

Posted on 2019/01/20 by carmocippinelli
Fonte foto: ©Il fatto quotidiano
L’Italia si è svegliata tra il torpore postideologico e le storture dell’ingranaggio democratico liberale, costretto da costruzioni sovranazionali che ne limitano l’azione e l’efficacia, trovandosi stritolata fra pulsioni fasciste e discriminatorie nei confronti dell’altro quale che sia. L’episodio che ha scatenato il punto più alto di tutto questo è senza dubbio la cattura di Cesare Battisti, latitante da più di un trentennio tra la Francia e il Brasile. La narrazione che si è prodotta attorno al personaggio nel corso degli anni è stata volta alla costruzione (e costrizione) mediatica di un capro espiatorio per additare una certa parte politica alla copertura nei confronti dell’appartenente ai Proletari armati per il comunismo (Pac). Copertura che, nella maggior parte dei casi, non c’è stata o è stata interpretata forzosamente da coloro i quali hanno voluto mostrare ai più che la questione fosse come essi andavano esprimendo. Cesare Battisti non è altro che un terrorista di secondo, se non terz’ordine, rispetto al clima politico degli anni ’70 e nell’ambito dello stragismo, come ha ricordato Massimo Bordin sulla sua rubrica quotidiana Bordin line (del 15/01/2019) attraverso il giornale, tutt’altro che socialista o comunista ‘Il foglio’. Così come, per ulteriori approfondimenti sulla questione, è bene rimandare all’articolo scritto qualche tempo fa (ma utilissimo per quest’occasione) da Wu Ming 1. I Proletari armati per il comunismo, gruppo di cui faceva parte Cesare Battisti, a sostegno di quanto già espresso, nonostante misero a segno un pugno di omicidi, fu un gruppo terroristico che nel giro di due anni nacque e si sciolse, così come tanti all’epoca di cui stiamo parlando. Periodo storico con cui l’Italia ancora non ha fatto i conti fino in fondo lasciando svariate questioni aperte e aprendo le braccia al più bieco revisionismo, come già successo per svariati episodi della nostra storia più recente.
Casus belli
Cesare Battisti e la spettacolarizzazione del suo rapimento – che ricorda quella messa in atto all’epoca dell’arresto di Enzo Tortora, telefonare Bonafede – rappresenta la punta dell’iceberg della volontà di destrutturare quel poco che rimane di gruppi organizzati o autonomi che fanno riferimento alle idee di solidarietà e di internazionalismo. In altre parole al marxismo, al socialismo e al comunismo, nonché al pacifismo. Prendere il casus belli Battisti è una mossa più che intelligente: la scaltrezza del potere si mostra con tutta se stessa andando a recuperare uno tra i più contestati personaggi di quegli anni, unendolo al mutamento di governo in Brasile a seguito del golpe-Temer che ha ‘deposto’ Dilma, democraticamente eletta, e carcerato Lula, sulla cui veridicità delle prove messe in atto dall’accusa si discute tutt’ora in Brasile. Italia e Brasile non sono mai stati così vicini, non tanto per la prossimità ideologico-politica dei due Governi, quanto per la demonizzazione totale, a 360°, della controparte. In Italia il gioco è più complicato: Salvini deve fare riferimento alla ‘sinistra’ che, purtroppo per lui (ma anche per noi), non ha niente a che vedere con il PT brasiliano e la socialdemocrazia, men che meno con il socialismo o il comunismo. Il meccanismo riesce ugualmente: Matteo Salvini ha più volte dichiarato che ostentare i simboli della Russia sovietica perché antistorici, o aberrazioni simili, arrivando – qualche anno fa, quando la Lega si chiamava ancora Nord – a «schifare il crocifisso con la falce e martello donato da Evo Morales a Papa Francesco». A questo, si aggiunga il disprezzo di entrambi (Bolsonaro e Salvini) nei confronti dei comunisti: il Ministro dell’Interno, dopo la stretta di mano con il figlio di Torreggiani (ovviamente in diretta tv sul Tg2 di prima serata, successivamente pubblicato su Facebook dal capitano) ha dichiarato come si sia fatta «giustizia con la g maiuscola» ricordando con disprezzo quegli «pseudo intellettuali e politici italiani in difesa di quello che è un volgare assassino comunista». L’espressione usata verrà ripetuta dal Ministro per una serie infinita di volte fino a perforare il cranio degli uditori e la retina dei suoi (e)lettori fin quando essi non avranno, davvero, gli occhi di bragia non appena vedranno una falce e martello da qualche parte.

La questione vera: mettere al bando il socialismo, il comunismo, l’internazionalismo
Il 31 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione nazista della Polonia, ad attacco pianificato e con Adolf Hitler che aveva già firmato l’ordine di invasione, si verificò l’episodio che passerà alla storia come Incidente di Gleiwitz (oggi la cittadina si chiama Gliwice). L’accaduto fu un finto attacco messo in piedi dai nazisti al fine di costruire (letteralmente) un pretesto per giustificare l’attacco alla Polonia: a Gleiwitz, al confine con la Polonia, sono di stanza dodici uomini agli ordini dei servizi segreti tedeschi. Prendono gli ordini, dunque, direttamente da Heydrich, capo dei servizi, «poi giustiziato quattro anni più tardi dai partigiani cecoslovacchi a Praga» come ha ricordato Alessandro Barbero. Il commando possiede divise e documenti polacchi, pronti ad entrare in azione in qualsiasi momento arrivino gli ordini, cito nuovamente Alessandro Barbero nel corso della sua lectio al festival di Sarzana del 2014: «la mattina del 31 agosto Heydrich fa arrivare la parola d’ordine al commando ‘la nonna è morta’. Il commando entra in azione e attacca la stazione radio di Gleiwitz, spara e si impadronisce della radio da cui viene trasmesso un comunicato farneticante in polacco e se ne vanno lasciando un morto in divisa polacca». L’attacco polacco c’è stato, i nazisti sono stati aggrediti: l’invasione della Polonia, iniziata il 1 settembre, è più che giustificata e legittimata, c’è necessità di difendersi.
Così come tutte le questioni, nel corso della Storia, hanno bisogno di un pretesto per legittimare la propria azione, anche la vicenda di Cesare Battisti trasmette qualcosa, per coloro i quali hanno occhi e orecchie per andare oltre le righe della propaganda massmediatica salvinista, a cui la grande stampa presta il fianco facendogli da eco. Iniziare a limitare l’agibilità politica di chi fa riferimento a quanto sopra espresso (socialismo, comunismo, internazionalismo) non fa certo parte del famigerato Contratto di governo, tuttavia si presta bene a quello che sarà la narrazione salvinista post elezioni europee in cui (a meno di stravolgimenti) non ci saranno liste con falce e martello, la sinistra non eleggerà alcun deputato a Strasburgo e la Lega otterrà la maggioranza relativa di coloro che intenderanno recarsi alle urne, riproponendo lo scenario del 2014 in cui il Pd gridò entusiasticamente per un effimero 40% che fece girare la testa all’allora Primo Ministro Matteo Renzi. Tornando a noi, è giusto, nell’ottica leghista, iniziare una narrazione/propaganda che è stata abbracciata da svariati paesi dell’est europa (Ucraina e Polonia fra tutti), andando di pari passo con la rimozione dei segni più visibili (statue e monumenti in generale) dell’epoca sovietica.
Non da ultimo, l’uso politico e social della spettacolarizzazione della cattura del personaggio: si può rivivere passo dopo passo, la giornata del 14 gennaio, dal profilo Facebook del Ministro Bonafede. Un pasto stucchevole per chiunque a cui gli italiani sembrano essersi così tanto assuefatti da non percepire la gravità delle immagini girate e pubblicate con estrema disinvoltura o, per dirla con le parole dell’Unione delle camere penali: «Quanto accaduto ieri [14/1/2019] in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana». Questa che sta attraversando l’Italia, dunque, è solo la prima fase di un nuovo, lungo e tortuoso cammino in cui si lavorerà per far sì che i contorni dei crimini del passato (Stazione di Bologna in primis) verranno sempre di più letti attraverso lenti dalla gradazione sbagliata e fatte indossare a un popolo sempre più miope a cui manca capacità di discernimento, educazione, adeguata scolarizzazione e memoria storica.

Posted in Brasile, cesare battisti, comunismo, depositobagagli, di maio, giustizia, italia, polpettoni, Pressenza, salvini, socialismoTagged Brasile, cesare battisti, comunismo, depositobagagli, di maio, giustizia, italia, polpettoni, Pressenza, salvini, socialismo1 Comment

L'esodo dal Venezuela e l'esodo dall'Italia: il secondo è decisamente maggiore

Posted on 2018/09/05 by carmocippinelli

È ricominciato il cortocircuito mediatico sul Venezuela, certamente più silenzioso di mesi e anni fa in cui si mostravano foto false, si millantavano scontri pacifici e si attribuivano morti a una sola parte politica vittimizzata rispetto a quella statale. Più silenzioso ma non meno grave. In questi giorni si parla moltissimo di esodo dal Paese: le fonti giornalistiche indicano a 870mila il numero di residenti venezuelani in Colombia (circa tremila al giorno), numero buttato un po’ a caso dato che non si spiega in quanto tempo siano migrati questi nuovi residenti, ma certamente ne si conosce la provenienza, come ha spiegato il Vescovo della diocesi di Trujillo, dallo stato del Tàchira, confinante con la Bolivia. (In ogni caso, la Mision Verdad smonta pezzo per pezzo i numeri della crisi venezuelana: qui: http://misionverdad.com/la-guerra-en-venezuela/cifras-de-acnur-y-la-oim-desmontan-la-crisis-de-refugiados-venezolanos.)

L’altissima emigrazione: Italia batte Venezuela
C’è un Paese che produce più emigrati del Venezuela, contando determinati fattori e parametri di pensatori e giornalisti  legati all’economia di mercato: l’Italia.
«Nel 2016 – scriveva Balduzzi su Linkiesta riportando i dati dell’Istat – sono stati 114.512 gli italiani che si sono trasferiti all’estero. Erano 84.560 nel 2015, 73.415 nel 2014, e solo 37.129 nel 2009. Una crescita di 3 volte, dunque, accelerata nell’ultimo anno. Attenzione, si tratta qui solo degli italiani nati in Italia, non sono inclusi gli stranieri». Una crescita che sta aumentando a dismisura se si calcola il 2017: oltre 250.000.

Un paese in salute, verrebbe da ironizzare, ma certamente i luminari dell’economia di mercato sentenzieranno che un conto sono le emigrazioni dei giovani che si spostano in cerca di opportunità e un altro conto sono quei giovani che lasciano il proprio Paese per mancanza di lavoro, mancanza di generi alimentari e compagnia cantante. Non si negano degli errori al socialismo del XXI secolo, tuttavia i numeri parlano molto chiaro: l’Italia, certamente, non sta meglio di paesi considerati “arretrati” non più di 3 decenni fa. Tutt’altro.
Quando si citano i dati sul Venezuela si omettono, completamente, i dati dell’emigrazione italiana (soprattutto giovanile): alla pubblicistica del Bel Paese piace molto fare paragoni e analisi spicciole (leggi: superficiali) di quel che accade nel mondo per raffrontarlo con quanto accade in Patria. Ma in questo caso meglio non dire nulla. Anche perché se i numeri riferiti all’Italia servono a qualcosa, evidentemente c’è qualcosa che non va tanto nell’economia, quanto nello Stato, e lo stato di salute della democrazia italiana ne è la prova.

La gente se ne va? È colpa della mancanza del libero mercato
Venezuela, come si distrugge un paese, questo il titolo della [fantamirabolante] intervista di Panorama a Ricardo Hausmann, venezuelano di nascita, statunitense d’adozione, «che dal 2005 dirige il Centro per lo Sviluppo Internazionale dell’Università di Harvard». Il già ministro per la Pianificazione (1992), ha dichiarato, rispondendo ad una questione posta dal giornalista di Panorama: «Entrambi i modelli economici, quello di Chávez prima, e dal 2013 quello di Maduro, sono antitetici al mercato dunque…», risposta di Hausmann: «L’economia di mercato è per definizione quella in cui si possono esercitare attività commerciali e industriali private senza dovere dipendere esclusivamente dal potere del governo-Stato e dove, soprattutto, il diritto di proprietà è tutelato. In Venezuela, invece, oggi l’unico in grado di esercitare il diritto di proprietà sembra essere il governo che a poco a poco si è impossessato di ogni aspetto della vita economica, diventando proprietario di tutto».
Il problema è sempre quello: l’economia di mercato. Il capitale non ammette nulla che sia al di fuori del capitalismo stesso e se qualcosa dovesse andare storto (leggi: il socialismo del XXI secolo in un paese ricco di risorse naturali) e certamente colpa del qualcosa-andato-storto.

La colpa è dei «due dittatori comunisti»
Opposizione in esilio, carcerata, estromessa dalla vita politica venezuelana: questo tipo di accuse arrivano dall’Italia, nientepopodimenoche dall’area liberal cattolica, liberal radicale (di nuovo? sì, di nuovo) e della cosiddetta sinistra italiana (eh già!), nelle persone di PierFerdinando Casini, Maurizio Lupi, Maurizio Turco e di svariati dirigenti della cosiddetta sinistra italiana.
Prima ancora di citare una trasmissione a tema di Radio Radicale, però, è bene che si ascoltino le parole di Eliana Loza Schiano, giornalista dell’opposizione la quale, lo scorso anno, durante gli scontri più duri, ebbe il coraggio di dire ai microfoni di radioRaiTre: «[…] Non si può parlare di guerra civile: guerra è quando si contrappongono due eserciti, qui ci sono tre reparti di polizia, i gruppi paramilitari clandestini e dall’altra delle pietre e qualche moltov».
Alla faccia delle molotov:

@GNB_Lara seguiremos trabajando y luchando en contra de quienes quieran perturbar la Paz de nuestro Estado @GNBoficial @S_RiveroM pic.twitter.com/x3fUk0RiN4

— GNBlara (@GNB_Lara) 25 luglio 2017

Sui gruppi militari clandestini la Schiano non ha fornito informazioni, tuttavia sarebbe stato molto interessante ascoltare le sue considerazioni a riguardo, soprattutto per conoscere su quali fonti si basava per la propria analisi.

Tornando all’attualità, nel corso di “Spazio transnazionale”, rubrica di Francesco de Leo per Radio Radicale, in cui oltre al coordinatore della presidenza del Prntt Maurizio Turco era presente anche la giornalista anticomunista Marynellis Tremamunno, spesso tornava il mantra dei due dittatori: Chavez e Maduro. [Ometto, in questa sede, di citare il vergognoso “servizio” delle Iene riguardo il Venezuela].

L’europarlamentare Javier Couso rispose molto fermamente a queste accuse e, tanto vale, riportare le sue parole: «Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si può entrare ed uscire liberamente dal Paese per criticare il Governo. Mi ricordo del franchismo, sono nato ai tempi della dittatura fascista spagnola e gli oppositori quando uscivano dal Paese venivano carcerati, fucilati e torturati. A migliaia. Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui si sono tenute 20 elezioni nel corso di 18 anni (2 perse dal Governo). Curiosa dittatura, quella del Venezuela, in cui ci sono partiti legali». Il discorso di Couso continua, si può vedere cliccando qui: https://www.youtube.com/watch?v=FH16XAKRBzo.

Noiosa conclusione

Quando si parla di socialismo, inevitabilmente, si fa riferimento ad un sistema economico, sociale e politico completamente diverso da quello in cui viviamo ora, tuttavia lo si fa con una buona dose di pregiudizi e luoghi comuni. Soprattutto in questo caso: il Venezuela, tecnicamente, non è retto da economia pianificata, anzi, si tratta di uno Stato che ha introdotto elementi di socialismo all’interno di uno stato liberale non toccandone “l’architrave”, fino al luglio scorso. Un socialismo diverso da quello sovietico, certamente, di matrice “umanista”, come si è definito da più parti: in un’espressione, il “Socialismo del XXI secolo”.
Generalmente, comunque, quando si parla di socialismo lo si fa (spesso senza alcun fondamento) di violenze, di nefandezze e di un sistema imperfetto per natura che non avrebbe potuto essere altrimenti, come se per un qualche assurdo motivo il socialismo dovesse essere il paradiso in terra contrapposto all’inferno del capitalismo. O, per essere più chiari, che il socialismo debba esserlo (o debba esserlo stato) a prescindere, data la pervicacia dei suoi sostenitori. Ma (come direbbe mia madre) «l’uomo è sempre l’uomo», dunque il sistema politico può aver avuto delle storture, anche giganti, ma ciò non toglie che il socialismo ha rappresentato, realmente, un’alternativa tangibile al capitalismo e ai suoi sfaceli in nome del mercato e del profitto, dello sfruttamento dell’uomo nei confronti di un altro uomo.
Il socialismo bolivariano, il chavismo, prende le mosse da  questo: creare un’alternativa tangibile a quella che era  la realtà del capitalismo e dello sfruttamento delle aziende del liberismo transnazionale nel Paese.
Ciò non toglie, come ho scritto già precedentemente per quel che riguardava le connessioni fra i liberali/radicali italiani e Victor Orban, che la destrutturazione liberale e capitalista spesso si serve di meccanismi -come abbiamo visto a più riprese- non sempre ortodossi e neanche troppo “visibili”. Le guerre economico/finanziarie ne sono un esempio, il mancato approvvigionamento del Venezuela anche, dato che la filiera della distribuzione alimentare è in mano private. Potrei continuare (date le dichiarazioni di Hausmann) ma credo sia meglio finire qui e tacere.
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Bullo a chi?

Posted on 2018/04/13 by carmocippinelli
Si è fatto un gran parlare sui giornali, sulle aperture dei Tg e non solo, dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni della coalizione a tre Berlusconi-Meloni-Salvini. Molto rumore per nulla. La questione diventa interessante dal momento che qualsiasi commentatore, così come la stampa tutta, è caduta nel giochetto del vecchio Silvio.
«Fate i bravi», dice silvione alla stampa,  «sappiate distinguere chi non conosce l’ABC della democrazia» con chi invece la conosce bene, con evidente riferimento ai cinque stelle prima e alla coalizione in cui è inserito anche il nostro, «sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani».
Pare che Di Maio si sia alterato alla battuta di Berlusconi, pare che tutto il mondo abbia rivolto l’animo a quei cinque secondi al termine della conferenza stampa più che a quest’ultima.
È evidente che la stampa italiana, presa da fremiti gossippari, non sia in grado di distinguere l’importanza di una conferenza con un lampo di un attempato signore che, per quanto influente, era in evidente stato di eccitazione da mancata considerazione del suo ruolo da parte di politica e giornalisti. Un po’ come quando i bambini pronunciano «mamma mamma mamma mamma mamma mamma» a ripetizione tirando la vestaglia della genitrice in cerca d’attenzione e, una volta ottenuta la parola, dicono cose a sproposito.  La notizia sarebbe dovuta essere, per l’appunto, l’andarsene di Salvini e Meloni che provano a frapporsi fra silvione e il microfono, data l’evidente smania da decenne che quest’ultimo ha nello scansare i due. 
Gli istinti gossippari, di cui sopra, prevalgono e fa notizia Berlusconi. Perché lui, volpone, sapeva che della conferenza stampa non avrebbe parlato nessuno e di lui ne avrebbero scritto tutte le testate: come a dire: «siete stati anni a dare del bulletto a Renzi ma non avete fatto i conti con me, io sono il più bulletto di tutti»
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Le lacrime di coccodrillo dell'Italia

Posted on 2017/11/14 by carmocippinelli
C’è chi si lamenta, anche molto, per l’uscita dell’Italia dai Mondiali. Dicono che avrebbero meritato, che la nazionale aveva dato tutto in questa partita, che avevano voglia di vincere. 
Una sola cosa è sufficiente a far luce, oggettivamente, su tutte e tre le giuste motivazioni che portano costoro. È vero: l’Italia ha dato tutto, ha giocato da sola nella metà campo svedese. Ma, c’è un ma. 
Il ‘compagno idiota’
Chi non sta più al liceo si ricorderà le interrogazioni di latino e greco. Si ricorderà, sono sicuro, dei compagni costantemente impreparati nel corso dell’anno che tentavano disperatamente di dare il massimo all’ultima interrogazione in pieno giugno: mentre tutti preparavano i gavettoni, c’era lui, il tizio che prendeva sempre 3, che stava sui libri. 

Lui, che aveva fatto i gavettoni tutto l’anno, era costretto ad apprendere l’intero programma in manco 48 ore. Il discorso che faceva, più o meno, era:  «Vabbè, io a chimica faccio schifo, e vabbè me pijo er debito; matematica manco la tocco, e vabbè me pijo er debito; greco e latino insieme non le posso tené sinò me bocciano. A una de ste due devo pijà 6». 

Come se in una stagione di 3, il 6 a fine anno rappresenti il momento del riscatto, la fase finale a cui cui la prof, meravigliata, gli dice: «Bravo, grande, ottimo: pijate sti tre debiti e levate da davanti che non te posso vedè». Salvo poi che quella prof non venga mandata via: quel tizio ce l’avrà almeno per un altro anno (se sta al ginnasio), altrimenti altri due. 
Ovviamente il tizio, nella stragrande maggioranza dei casi, veniva bocciato.
Poteva anche succedere che venisse rimandato a settembre con chimica, matematica e greco ma poi a settembre non aveva scampo.
«O mùthos delòi»
L’Italia, dopo un anno di nulla, cerca di riscattarsi all’ultima partita. Non succede nulla (o meglio, succede tutto!), viene eliminata: piange e si dispera. Lacrime di coccodrillo e niente più. 
Pianti e disperazioni come quel compagno idiota del liceo che per tutto l’anno scolastico ti implorava perché doveva copiare le tue frasi e le tue versioni, dato che la sera prima non aveva fatto nulla. Pianti e disperazioni di uno che vuole riscattarsi e dare il tutto per tutto in una sola giornata, in una sola partita. Ma è evidentemente impossibile che accada.
È impossibile che il compagno di liceo riesca a memorizzare tutto il programma in poco tempo, così come è stato impossibile vincere contro la Svezia basando il proprio gioco con i cross spioventi dalle fasce. Roba che il più basso degli svedesi è alto 170 cm.
«Dai, prof, se me fa passà, non me vede più e nun dice che so na disgrazia, dai».
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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