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Categoria: ilmanifesto

Calcio on the rocks – il manifesto

Posted on 2023/08/04 by carmocippinelli

Si tratta del GM Championship, ovvero del campionato di calcio groenlandese. Dura poco più di un mese, ma le fasi finali durano solo pochi giorni. Si gioca solo in agosto, per ovvi motivi climatici. A differenza degli altri anni avrà luogo la sola competizione maschile. [Articolo pubblicato il 10/08/2023 sul quotidiano «il manifesto»]

Il 19 agosto [2023] è stato fissato l’avvio della stagione ‘23/‘24 della Serie A italiana. Ma c’è un altro campionato che inizia nello stesso mese e termina un pugno di giorni prima. Ci vogliono cinque giorni in tutto perché le fasi finali comincino e finiscano: da oggi al 15 agosto. È il campionato della Groenlandia, il “GM championship 2023”, cioè la stagione calcistica dell’isola più grande e più a nord del mondo. A luglio sono terminate le fasi locali del torneo e, dopo qualche giorno di pausa ad inizio agosto, ha inizio oggi la seconda parte (la fase finale) del torneo: due gironi all’italiana con eliminazione diretta.

Qualche dato

Ad eccezione della consuetudine che prevede sia il campo di Nuuk, cioè della capitale del Paese, nonché le relative squadre della città, ad organizzare la fase finale del campionato, quest’anno la Federazione calcistica della Groenlandia (Kak) ha optato per il campo della città di Qaqortoq, probabilmente per il concomitante anniversario (novantesimo dalla fondazione) della squadra cittadina, il K-1933. Per assistere alle partite non è necessario alcun biglietto e non ci sono né gradinate né tanto meno tribune: ci si siede sopra le rocce antistanti al campo. 
Astrarsi dal calcio milionario e dai 7€ al secondo di Cristiano Ronaldo in Arabia Saudita, è cosa buona e giusta. Quando si parla di calcio in Groenlandia i soldi e i limiti d’età, ad esempio, semplicemente non esistono. Nell’edizione del 2018, in una partita fra le squadre Kugsak-45 di Qasiggiannuit, (insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e Nagdlunguaq-48 di Ilulissat (terza città del Paese e vincitrice della precedente edizione del campionato), si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore di sempre del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera e l’altro una tripletta in una partita che ha avuto ben poco da dire terminando 1-13 per l’N-48. Jonas Hansen aveva all’epoca della partita 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane, ne aveva da poco compiuti 14. Hansen ha sempre e solo giocato per la polisportiva del suo paese e quell’edizione fu anche l’ultima; Thomsen, invece, ha da poco firmato un contratto con la prima squadra del Kolding IF, società di massima serie della Danimarca.
Niente campionato femminile
Una delle sorprese di questa edizione del GM è che non avrà luogo il campionato femminile. La notizia era già stata resa nota agli organi di stampa in pieno luglio. Jakob Geisler, ex allenatore dell’IT-79 femminile di Nuuk, raggiunto telefonicamente ha risposto non nascondendo tristezza e rassegnazione: «non ci sono abbastanza squadre iscritte e, purtroppo, non si terrà il campionato». Ha poi aggiunto che la federazione pare stia spingendo molto di più il movimento calcistico maschile (sia senior che iunior) di quello femminile. Per la verità lo stesso Geisler tre anni fa denunciava come il livello del calcio a 11 femminile si fosse abbassato notevolmente «a causa della mancanza di una vera e propria rappresentativa: una nazionale avrebbe bisogno di fondi necessari per poter raggiungere competizioni e tornei internazionali, ma questo non accade». 
La situazione non è rosea e in poco più di dieci anni è andata visibilmente deteriorandosi. È bene ricordare che nel 2011 la nazionale femminile di calcio della Groenlandia raggiunse la medaglia di bronzo agli Island Games così come due anni dopo ai medesimi giochi svoltisi a Bermuda aveva ottenuto l’argento. 
Le squadre qualificate
Se in un primo momento la stampa locale aveva gioito per l’approdo alle qualificazioni della squadra dell’insediamento di Ittoqqortoormiit (costa orientale del paese, 345 abitanti) il 1 agosto un caustico comunicato della Federazione calcistica groenlandese ha dichiarato come la compagine non avrebbe preso parte al campionato. La squadra (il cui nome è uno scioglilingua: AK Ittoqqortoormiit, nome esteso: Arsaaddardud Klubia Ittoqqortoormiini) nonostante avesse raggiunto per la prima volta la fase finale, sarà sostituita dall’Eqaluk-54 della città di Tasiusaq. L’AK Ittoqqortoormiit, fondata nel 2018, sarebbe stata l’unica squadra della costa est della Groenlandia ad aver passato le fasi locali per quest’edizione del campionato.
Per la verità, lo stesso allenatore dell’AK Ittoqqortoormiit al momento dell’avvenuta qualificazione aveva rilasciato un’intervista alla stampa locale in cui dichiarava che sia lui che la squadra «avrebbero fatto di tutto per cercare di rappresentare la città». Perché “faremo di tutto”? Semplice: per attraversare il paese dalla costa est, la più svantaggiata e la meno occidentalizzata, ci vogliono tempo e soldi. Nella fattispecie: tre aerei di tre aziende diverse, scalo in Islanda e anche un piccolo spostamento in barca per raggiungere il campo di Qaqortoq. Gli atleti della rappresentativa di Ittoqqortoormiit sarebbero giunti al campo in 13 più l’allenatore-giocatore, praticamente contati. Il numero così esiguo di partecipanti non è casuale: non si tratta di giocatori professionisti (nessuno gioca per soldi in Groenlandia), molti sono cacciatori. La stagione della caccia alla renna, per la parte orientale del paese, rappresenta il primo (se non in alcuni casi l’unico) mezzo di sostentamento non solo per nuclei familiari ma per villaggi interi. Per le medesime difficoltà logistiche anche l’UB-83 di Upernavik ha rinunciato alla partecipazione al campionato pur essendosi qualificata. Nonostante la federazione abbia contattato anche altre squadre (Sak di Sisiumut) sarà un’edizione ristretta del campionato con solo sette clubs: il K-1933 della città di Qaqortoq; l’IT-79 della città di Nuuk; il B-67 della città di Nuuk; il Nagtoralik della città di Paamiut; l’N-48 della città di Ilulissat; il G-44 della città di Qeqertarsuaq e infine l’Eaqaluk-54 della città di Tasiusaq.
 

Non solo calcio
Vicende calcistiche a parte, la stampa internazionale è tornata a parlare di Groenlandia a causa della situazione che lega il Paese al bacino di Kuannersuit (in lingua locale, il kalaallisut; Kvanefjeld in danese). La questione è quella dell’individuazione ed estrazione delle terre rare per cui un società australiana, la Energy transitions minerals, il 20 luglio ha presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen affinché – sostiene l’azienda – si dirima la controversia della licenza e dell’assegnazione del bacino di Kuannersuit, sesto giacimento di uranio al mondo, ma anche uno tra i più ricchi di terre rare del Pianeta. La Groenlandia ha iniziato a far gola a molti, specie da quando l’occidente ha iniziato a voltarsi per cercare alternative al petrolio. Celebre l’intenzione di Donald Trump di voler acquistare l’isola. La dichiarazione pubblica suscitò indignazione da più parti. 
Al governo della Groenlandia, però, non c’è più Siumut (partito socialdemocratico), che a suo tempo aveva avviato i colloqui con l’azienda nonché acconsentito a generici progetti di individuazione ed estrazione, ma la sinistra radicale indipendentista. Nel 2021 il dominio di Siumut (ininterrottamente al governo dal 1979) lo ha interrotto il partito Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”). Nessun governo di coalizione con Siumut e, anzi, subito la promulgazione di una legge che vieta ogni attività estrattiva. Mute Edege, primo ministro, durante quella campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Certo è che per comprendere davvero la realtà groenlandese va fatto un proverbiale (e metaforico) “passo indietro”: non solo per comprenderne la politica (la sinistra radicale al governo che fa quel che dice!) ma anche per comprenderne le vicende sportive, dal momento che il campionato non è riconosciuto dalla Fifa.
 
L’articolo è stato pubblicato anche sul sito del quotidiano: https://ilmanifesto.it/il-calcio-on-the-rocks
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«Ballata di un amore italiano» di Daniele Longo. Nostalgia agrodolce di un paese oggi smarrito ma che ha conosciuto tempi migliori

Posted on 2017/10/19 by carmocippinelli
Ho ritrovato, per puro caso, sbirciando tra i backup del computer, il primo articolo che ho scritto per ‘il manifesto’, il 31 dicembre 2011. Un momento prima, in sostanza, che il quotidiano fallisse e rinascesse con la nuova cooperativa ‘il nuovo manifesto’ la cui storia è nota ai più. 


«La Ballata di un amore italiano non nasce libro – spiega l’autore – ma testo teatrale per uno spettacolo che scrissi qualche tempo fa». (Ballata di un amore italiano, Davide Longo, Feltrinelli, pp. 111, euro 12). Longo, infatti, prima di romanziere, nasce come sceneggiatore di teatro e di programmi radiofonici. La sua ballata prende forma durante la frequentazione della scuola di scrittura Holden di Torino. Doveva essere portata in teatro, ma poi è diventata «radiodramma in cinque puntate» con tanto di voce di Natalino Balasso. Ma poi, lavorando e meditando più e più volte sul testo, tagliando e cucendo varie parti, ne è uscito fuori un rommanzo con l’ambizione di essere innovativo, perché alterna prosa e versi.

Un prosimetro? Non proprio. Semmai, un romanzo che vuole intervallare delle parti in prosa a delle parti in rima in cui Renata, protagonista della scena principale delle pagine, parla con se stessa o forse parla anche con qualcuno ma che non sta ad ascoltare. Un dialogo con se stessa, magari una confessione. Tutto si apre con delle prove, il sound check dell’orchestra che accompagnerà Checco, l’altro protagonista, e Renata per tutta la durata delle centosei pagine del libro. Le pagine scorrono in fretta, una dopo l’altra come le canzoni suonate dall’orchestra (a volte denominata con una punta di disprezzo «orchestrina»), brani che riportano i due protagonisti ai tempi lontani della loro gioventù. Passano i secondi, i minuti delle canzoni come i ricordi e allora via con la carrellata di «amarcord» che fa tornare Checco in decappottabile e Renata lasciata sola durante le nozze proprio dal novello sposo. Motivi di lavoro, perdonati, ma riaffiorano tutti, senza alcun rimpianto o nessun tipo di rimorso. C’è solo il ricordo di qualcosa che non c’è più. «Un altro giorno è andato / la sua musica ha finito/ quanto tempo ormai passato, passerà», scriveva il cantautore Francesco Guccini. 
Longo percorre le canzoni di un’Italia che ha conosciuto tempi migliori, come l’amore di Checco e Renata che però a distanza di anni rimane solido perché hanno voglia di riscoprirsi. Lui che litiga con la famiglia di lei, la abbandona durante le nozze, ha ancora qualcosa da dire e, mentre la cantante dell’orchestra si destreggia tra un sol diesis e un la minore, Checco e Renata giocano a chi si ricordava più dettagli del primo giorno in cui si sono incontrati o com’erano vestiti alla festa di chicchessìa e via dicendo. Giocano a fare i ragazzi, forse lo sono ancora sotto la loro età anagrafica che si può solo percepire. Giocano a fare gli innamorati. Il tutto intervallato con momenti di riflessione in versi, momenti in cui l’autore taglia con l’accetta il tempo trascorso, la notte che Renata ha trascorso da sola a Capri perché Checco doveva tornare indietro. Alle canzoni, ai ricordi, al tempo trascorso, ai numerosi alcolici, si aggiunge il ballo, altrimenti che «ballata» sarebbe? 
Ballando tornano indietro nel tempo, si rivedono giovani, attirando gli sguardi degli altri mentre ondeggiano tra una nota e l’altra. Ma a loro non importa.
Posted in ilmanifesto

Nazioni senza Stato: la lezione scozzese

Posted on 2014/08/01 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifestosardo.it il 1 agosto 2014 https://www.manifestosardo.org/nazioni-senza-stato-la-lezione-scozzese/

Pubblichiamo
l’intervento inviatoci da Marco Piccinelli studente romano di lettere
di tor vergata e collaboratore di controlacrisi.org, Marco osserva la
politica sarda con gli occhi del continentale e quella nazionale con
occhio critico (Red)

Coloro i quali ritengono che la
questione politica indipendentista delle nazioni senza Stato sia
marginale, o comunque chiusa attorno all’agglomerato di popolo che
determinate organizzazioni politiche intendono rappresentare, si
sbagliano di grosso. La questione politica mossa dagli indipendentisti
di tutt’Europa è manifesta e sarà sempre più cruciale a partire dal 18
settembre. Anche dopo quella data, per la verità, quale che sia il
risultato referendario che uscirà dalle urne scozzesi.
A metà del mese che sancisce l’inizio dell’autunno, la popolazione
scozzese andrà a votare su una proposta referendaria, rispondendo ‘sì’ o
‘no’ al quesito «Should Scotland be an independent country?», che suona
un po’ come “Dovrebbe, la Scozia, essere un Paese indipendente?”, con
quello should molto ‘british’ preferito alla domanda proposta dal
Partito Nazionalista Scozzese: «Do you agree that Scotland should be an
independent country?» (Sei d’accordo sul fatto che la Scozia dovrebbe
essere un Paese indipendente?).
Nel dibattito indipendentista delle nazioni senza Stato la questione si
fa materialmente, concretamente politica: mentre prima dell’appuntamento
referendario scozzese il tema era irriso e bollato come ‘folklore’ o
‘retorica’. O comunque, come già prima detto, decisamente marginale. I
casi a cui si può fare riferimento, oltre la Scozia, sono molteplici:
Catalogna, Groenlandia, Isole Faroer. Non tanto per la prima, sulla
quale pende un dibattito serrato tra Rajoy e i catalani, quanto per le
seconde: situazioni risoltesi politicamente, attraverso strumenti
democratici di partecipazione popolare.
E mentre in Spagna si dibatte aspramente sulla legittimità o meno
dell’appuntamento referendario, in Scozia si procede spediti, così come
s’è proceduto anni addietro in Groenlandia e nelle Faroer: lì il
processo di autodeterminazione ha visto più di un passaggio e la
Danimarca ha dovuto recedere su quasi tutto, eccetto la Difesa.
La Groenlandia in particolare, nei piccoli villaggi che popolano le
coste del Paese, possiede funzionari di polizia Danesi. Stessa
situazione nelle Isole Faroer.
Per dirla come la scriverebbe il network millennivm.org: una
«multipolarità che garantisca la libertà dei popoli
all’autodeterminazione storica ed alla libera scelta di un proprio
modello di sviluppo». All’interno di questo dibattito che si fa sempre
più transnazionale non può non rientrarci la questione Palestinese,
forse emblema delle battaglie di un popolo nel suo affermarsi Stato
contro l’oppressione di un altro Stato dominante. Il popolo palestinese
da anni si batte per l’affermazione e la traduzione dell’essere Nazione e
non più ‘colonia’ o ‘striscia’. La compressione delle volontà di un
popolo che vuole farsi Nazione, che lo è de facto ma non de iure può
portare a degenerazioni tali da sfociare in conflitti senza tregua come
quello isreaelo-palestinese che ha assumo caratteri sempre più tetri e
disumani.
All’interno della galassia indipendentista sarda, il dibattito è stato
congelato tra alleanza coi partiti italiani e andare da soli.
Nell’ambito delle Ghjurnate di Corti, in Corsica, Bustianu Cumpostu di
Sardigna Natzione si è permesso di togliersi un sassolino dalla scarpa
affermando, seduto a fianco del neo consigliere regionale in quota iRS
Gavino Sale, come «Noi indipendentisti siamo stati insufficienti
rispetto ad una data situazione. […] I partiti italiani, che hanno una
relazione con gli indipendentisti sardi, da che parte stanno? In Scozia
ci sarà un ‘sì’ o un ‘no’!», come a dire, ‘non ci sono sfumature, o si è
da una parte della barricata o dall’altra’. E mentre da un lato si
frantuma ancora di più la galassia indipendentista con ‘a Manca’ che si
slaccia dal Fiu, Colli si dimette da Segretario dei Psd’az, il 13
settembre si manifesterà a Capo Frasca contro le occupazioni militari.

Posted in ilmanifesto, ilmanifestosardo, sardegna, scozia

Il flusso del movimento che non contemplava la sconfitta

Posted on 2013/04/27 by carmocippinelli

Articolo apparso su ilmanifesto del 27 aprile 2013

«SETTESETTE. UNA RIVOLUZIONE. LA VITA» DI PINO TRIPODI
C’è chi, come chi scrive, non ha vissuto i tempi dell’Italia in rivolta, c’è chi non era proprio nato durante le manifestazioni studentesche e operaie. Di quel periodo, di quegli anni chiamati frettolosamente anni di piombo ha letto la storia scritta da chi ha vinto. Chi invece nel movimento ci stava, leggeva Spinoza, voleva vivere e parlava di emancipazione e di autodeterminazione. Ancora adesso continua a farlo Chi non ha visto quel momento storico dell’Italia non può tuttavia capire appieno cosa Pino Tripodi va scrivendo nel suo Settesette. Una rivoluzione. La vita (Le Milieu, pp. 181, euro 13,90). Può tuttavia tentare di capire che cosa è successo e come si è arrivati fino ad oggi.
Gli uomini che hanno vissuto per «x» tempo in una data situazione, in un dato contesto e in un certo modo non possono cambiare in un batter d’occhio sé stessi: gli uomini che hanno manifestato, che hanno assaporato il sapore dolce del potere di cambiare le cose e che poi hanno sentito sfuggirselo fra le mani non sono più tornati sui loro passi. C’è chi dice che il ’68, col senno di poi e qualche anno sulle spalle, è stato un movimento fallimentare, che ha distrutto la sinistra e il movimento: lo dicono adesso. Allora chi faceva parte del movimento credeva che stava cambiando, in meglio, il mondo. 
Prima di questo fosco presente va ricordato che dopo il Sessantotto c’è stato il Settantasette e tutto quello che era stato tolto, «in pugno riprende», come cantava Paolo Pietrangeli; chi ha vissuto i movimenti e le lotte non può mai emanciparsi da esse o staccarvisi completamente. È impossibile. Il perché lo spiega questo libro di Pino Tripodi, quando si interroga sulla diffusione della lotta armata: «Molti compagni che sono passati alla lotta armata non credo l’abbiano fatto perché accettavano le bestialità progettuali delle Br o di Prima Linea. Più concretamente l’hanno fatto perché non accettavano l’idea che il movimento potesse essere sconfitto. La lotta armata protraeva la vita del movimento. Ne annullava la morte». 
Non ci si poteva staccare del movimento, la morte di esso non era concepibile né concepita e allora ecco spiegato il perché molti militanti di allora scelsero la lotta armata. Una spiegazione «esistenziale» prima che politica che si snoda tra frasi secche, aspre, dure e senza i fronzoli della punteggiatura. Ci sono solo i punti che separano frasi brevissime e magari interi dialoghi senza sapere chi sta parlando ma non ha importanza dal momento che questo o quell’individuo, qualora avessero avuto un nome all’interno del volume, non avrebbero fatto la differenza al lettore.
Settesette sembra, infatti, un campo minato perché è composto con le voci, le storie di chi non si è rassegnato alla morte del movimento. Sia chiaro, l’autore conosce bene le altre interpretazioni, spiegazioni della sconfitta e dei motivi che portarono molti militanti di allora a scegliere la lotta armata. Tuttavia, sceglie di privilegiare questa spiegazione, perché la prospettiva della sconfitta non veniva concepita. Chi è stato sconfitto continua a non accetta quella debacle . «Non chiedetemi se sono un romanzo. Non chiedetemi se sono un saggio. Se è letteratura. Se è filosofia. Se è politica. Se è poesia. Se è storia. Se è solo chiacchiera. Non chiedetemi. Non spiegate. Chiedetevi. Vi prego. Senza Spiegare». 
La forza di questo volume sta dunque nella sua inclassificabilità. La sua forza sta nel parlare di Spinoza, della volontà dell’uomo di concedere l’emancipazione alla propria compagna, Una concessione di libertà rifiutata dalle pratiche femministe e che mise giustamente all’angolo la paternalistica concessione della libertà dei maschi del movimento. La vita di coppia fu semplicemente terremotata dalle donne che affermavano la loro autodeterminazione. Ecco che senza virgole, duepunti, punti interrogativi ed esclamativi, frasi composte da più di due verbi, l’autore sbroglia la matassa chiamata Settesette , che a piè di pagina non riporta il numero delle pagine in cifre ma quello in numeri. Coloro che hanno vissuto i l movimento si ricordano quell’epoca esattamente così: erano considerati «strani» ma in fondo loro si sentivano dalla parte della ragione. Il mondo era dalla parte del torto e loro stavano là per cambiarlo. Il fatto era riuscirci. Quantomeno, provarci.
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L'ultima chiamata alle urne prima del default

Posted on 2012/12/28 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 27 dicembre 2012
La lunga intervista a Massimo Bordignon col nome di Europa la casa comune in fiamme (il Mulino pp. 122, euro 10) comincia con l’analizzare la crisi che sta subendo il «sistema Europa» e i paesi che lo compongono. 
Termini e espressioni come spread, bund, agenzia di rating sono entrati prepotentemente nel lessico delle discussioni comuni grazie/a causa dell’ampia diffusione che i media hanno dato a questi termini, legandoli sempre più al processo di «unificazione politica» del vecchio continente. Andare a ritroso di tale processo è uno dei compiti di questo libro, anche se l’autore sottolinea spesso che occorre indagare il ridisegno della geografia politica dell’Europa causato dalla crisi economica. Alla domanda riguardante gli effetti della crisi finanziaria degli Stati Uniti, della «crisi di fiducia» che sta attraversando l’Europa mettendo in discussione la moneta unica, Bordignon risponde infatti che: «La crisi europea degli ultimi anni è una crisi di natura istituzionale, più che economica. È dovuta a mutamenti che rendono la tradizionale struttura della sovranità  non più in grado di adeguarsi ai ritmi e alle turbolenze della finanza globale. Il problema è che ancora non è emerso un nuovo equilibrio». Significativo è anche il fatto il primo capitolo di questo piccolo volume azzurro si chiami appunto «Alla ricerca di un nuovo equilibrio».
«Abbiamo bisogno di strutture sovranazionali legittimate, in grado di far fronte a una situazione economica che sta cambiando rapidamente e che produce conflitti», afferma Bordignon, che non crede alla «tecnocrazia» coem sostituitivo della politica, poiché bisogna «tornare a fare politica e ad affrontare il problema della legittimità  politica delle istituzioni europee». Nonostante tutto è lo stesso docente che indica in Mario Monti ha le caratteristiche del politico italiano del «futuro», anche se riconosce che non è stato legittimato da elezioni in quanto imposto dal Presidente della Repubblica.
La difficoltà , comunque, nella ricerca del «nuovo equilibrio», sta anche nel fatto che i paesi che compongono l’Unione Europea non hanno voluto cedere «quote di sovranità » alla stessa Unione. Proprio per questo, secondo il docente di Scienza delle Finanze all’Università  Cattolica di Milano, gli strumenti di governance messi in campo affannosamente negli ultimi due anni soffrono di un pesante deficit democratico: manca una struttura sovrastatale pienamente legittimata. Tale mancanza porta le popolazioni dei paesi del sud dell’Europa, non solo quelle della Grecia, a rifiutare i diktat di altri stati o imposti dalla cosiddetta troika (Fmi, Bce, Commissione europea) giacché non legittimati.
Il primo atto da compiere, per avviare l’Europa sul cammino dell’unione politica, è l’elezione diretta del presidente della Commissione Europea che si trascini una «campagna elettorale pan-europea con candidati che si confrontano su piattaforme elettorali diverse» ma che «farebbe moltissimo per migliorare la percezione di legittimità  democratica dell’Unione da parte dei cittadini europei». Altro passo importante del volume è quello riguardante il fiscal compact, tema che ha infiammato, e sta continuando a farlo, il dibattito politico nazionale.
Per Bordignon il fiscal compact non rappresenta la «soluzione dei problemi europei», ma «per noi è praticamente imposto dalle circostanze: non potremmo fare diversamente neanche se lo volessimo». 
Bordignon affronta in concreto la questione dell’«equilibrio di bilancio», solo dopo un lungo discorso in cui afferma: «Insomma, il problema del fiscal compact non è che l’abbiamo adottato noi ma che l’ha adottato anche la Germania», poiché il suo effetto negativo «è quello di non costringerci a politiche recessive ma spinge altri paesi in migliori condizioni ad adottare le stesse politiche rendendo la nostra situazione più difficile».
Scrivere intorno alla crisi istituzionale ed economica che sta attraversando l’Europa e analizzarne le cause significa, per dirla con le parole dell’autore, che il sistema-europa deve «fare passi molto rapidi e molto chiari in direzione di una forte integrazione politica, oppure l’Unione monetaria è destinata a rompersi».

Posted in depositobagagli, ilmanifesto, polpettoni

La lunga parabola di una festa di popolo

Posted on 2012/09/20 by carmocippinelli
Foto di Luca Billi su Allonsanfàn https://www.allonsanfan.it/2021/06/24/bologna-festa-dellunita-parte-seconda/

Pubblicato su «il manifesto» del 20/09/2012. Link all’articolo ora visibile sull’archivio pubblico digitale del quotidiano https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003202682

MEMORIA- «Falce e tortello» di Anna Tonelli per Laterza

L’inizio della fine del secondo conflitto mondiale segna il riaffacciarsi dei comunisti sulla scena politica italiana. Escono dalla clandestinità, non hanno paura e così nel ’45 decidono di fare una scampagnata a Mariano Comense. Così, per «distendere un po’ i nervi»: ballare, cantare, esprimere la loro forza, la loro gioia per la ritrovata libertà di azione politica, felici anche per la fine delle ostilità belliche.
Anna Tonelli, autrice di Falce e Tortello. Storia politica e sociale delle feste dell’Unità (Laterza, pp.219, euro 15) prende le mosse dalla scampagnata fatta da militanti e dirigenti in quel di Mariano Comense definita così da un militante classe ’24: «Non immaginavamo certo che quella festa, organizzata così all’improvviso, sarebbe durata 50 anni».
L’umiltà, la passione, la voglia di fare e di rimettersi prepotentemente in gioco dei militanti di quello che è stato il più grande partito comunista d’Europa hanno avuto la meglio ed ecco che la festa del Pci diventa la festa del proprio organo di stampa (L’Unità), così che si sarebbe potuta fare veramente «controinformazione».
Il Partito Comunista Italiano trova terreno fertile tra i ceti popolari dell’Italia dilaniata dal secondo conflitto mondiale, trova ostilità negli apparati ecclesiastici, trova «realtà umana», come la definisce Paolo Spriano ovvero dove «si coniuga formazione politico-ideologica e socializzazione», chiosa l’autrice del volume.
In poche parole le feste de L’Unità hanno racchiuso, durante il primo periodo di vita post-clandestinità del Pci, quella voglia di libertà che durante il nazi-fascismo si pagava con la vita, con la lotta e con la morte.
A breve si inserirà il “momento politico” all’interno delle feste.
Svago, sì, ma anche dibattito; balli, divertimenti, ma anche comizio di uno dei segretari più rappresentativi del primo periodo del Pci: Palmiro Togliatti che, scampato dall’attentato del 14 Luglio, torna a parlare in pubblico alla festa di Roma, al Foro Italico.
Le sue parole, trascritte fedelmente dall’autrice, sembrano riecheggiare dalle pagine dattiloscritte: «La scure è posta alle radici dell’albero e ogni albero che non fa buon frutto deve essere gettato nel fuoco. La scure è posta ormai alle radici di questo albero e questo albero deve cadere e cadrà».
Italo Calvino scriverà poi come «quest’uomo, così schivo di tutte quelle esteriorità che son sempre sembrate indispensabili per fare breccia nell’animo degli italiani, e senz’ombra di fanatismo e adulazione superstiziosa amato dal suo popolo d’un affetto struggente, riconosciuto per scienza libera e ragionata come loro capo, il nome di Togliatti, il saluto a lui d’ogni parte d’Italia, la gioia per la sua guarigione si levano da migliaia e migliaia di scritte». Mai un attentato ad un capo di partito aveva fatto incrociare le braccia agli operai delle fabbriche.
L’autrice, ricordando quel comizio, annota che Cesare Bermani scrisse addirittura una canzone, «L’attentato a Togliatti» – poi ripresa ne «il fischio del vapore” dal duo Marini-De Gregori – come omaggio al segretario a cui aveva augurato di tornare «ben presto al suo posto/a difendere al paese nostro/l’interesse di noi lavorator».
All’indomani dell’avvento della stagione dei movimenti studenteschi e sociali, che porteranno alla nascita dei partiti della nuova sinistra, Lotta continua, il Pdup e Democrazia Proletaria, fortemente polemici verso il Pci, c’era anche il movimento delle donne. Il femminismo non è però rimasto circoscritto nell’ultra sinistra e irrompe nelle feste dell’Unità in cui si comincia a parlare di liberazione delle donne, di maschilismo, dopo anni in cui le stelline dell’unità erano una presenza costante all’interno dei momenti ricreativi del partito.
Le kermesse sulle stelline è stata sospesa e qualificata come un’iniziativa ostile all’emancipazione delle donne e retaggio di un maschilismo che non ha mai abbandonato il PCI: «Mentre “Noi Donne” lancia il modello della donna impegnata, proprio a partire dall’essere stata prima partigiana e poi cittadina votante, le feste dell’Unità continuano a offrire l’immagine di donna da copertina».
Certo c’è da dire che, come si poteva leggere dalle colonne dell’Unità di quei tempi: «alle elezioni dell’Unità la stellina si veste (vincendo una macchina da cucire). Alle altre elezioni la miss….si sveste».
Arriva poi il «gigantismo» nelle feste sempre più imponenti e di lunghezza maggiore, arriva l’era dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, arriva con prepotenza la parola «governo» che si immette nei discorsi dei militanti e che il regista Nanni Moretti descriverà poi nel suo «La cosa».
Il passaggio dalla falce e martello – che campeggiavano fieri in ogni festa – alla più innocente quercia, che possedeva come appendice in calce alle sue radici il vecchio simbolo, ha fatto sì che «La cosa» non diventasse solo il titolo di un film-documentario ma anche una riapertura in presa diretta del dibattito che era presente nelle sezioni di tutt’Italia. Come testimonia proprio quel documentario, dalla rossa Emilia fino alla Campania si discuteva di «governo», di governabilità, perché «è là che dobbiamo arrivare», come recita un energico signore di una sezione campana quando interrompe un microfonato compagno per ribadire con veemenza che i comunisti sono un’altra cosa.
Ecco, forse questa è la vera differenza che poi ha spinto il cambio di denominazione da festa dell’Unità a Festa Democratica: i comunisti sono e saranno sempre un’altra cosa.

Posted in Blog, ilmanifestoTagged falce, falce e tortello, festa unità, ilmanifesto, l’Unità, laterza, martello, saggi, unità

Vie di fuga per i rifugiati ecologici

Posted on 2012/06/23 by carmocippinelli

«Fare pace con la terra è un imperativo per la sopravvivenza e la
libertà». Vandana Shiva inizia così il suo percorso di oltre duecento
pagine in difesa dell’ecosistema, evitando il più possibile ogni
tentazione retorica per dare forza alla sua critica verso un modello di
sviluppo che mette a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana
(Fare pace con la terra, Feltrinelli, pp. 288, euro 18). Nelle prime
pagine si può infatti leggere: «Il petrolio è diventato metafora e
termine di paragone per tutte le risorse nel mondo della globalizzazione
delle multinazionali, mentre le guerre e la militarizzazione sono lo
strumento essenziale per il monopolio delle risorse vitali. (…) Tutte
le risorse naturali essenziali del pianeta, che sostengono la delicata
trama della vita, sono in via di privatizzazione e di
commercializzazione ad opera delle corporations».
L’autrice usa
parole dure contro i responsabili della guerra mossa alla Madre Terra,
ma invita anche a trovare le forme per uscire dal dominante regime di
«eco-apartheid» che tiene in scacco l’intero pianeta. Tutto questo fa
scaturire una riflessione riguardo il collocamento e il ruolo
dell’ambientalismo in Italia: alcuni partiti possono anche dichiararsi
apertamente ambientalisti, possono scrivere la parola «ecologia» sul
simbolo rotondo che verrà segnato dalla matita elettorale ma «il verde,
che dovrebbe essere il colore della vita e della biosfera, è sempre più
spesso sinonimo di mercato e denaro. L’economia verde potrebbe diventare
la forma suprema di mercificazione del pianeta». Le sue parole
diventano «stilettate» se si guarda criticamente al comportamento dei
«grunen» tedeschi, sostenitori di un governo che solo con molta fantasia
e immaginazione può essere definito «amico della terra», nonostante i
passi in avanti della Germania riguardo le energie rinnovabili. Vandana
Shiva non fa tuttavia riferimento a questo o a quel partito. Esplicita è
invece la sua polemica verso la «green economy», cioè quell’insieme di
proposte che persegue la mercificazione della vita sociale mascherandola
con la retorica dello sviluppo sostenibile. Da qui l’invito alla
riappropriazione della terra, piantando quei semi che le multinazionali
hanno già brevettato, privatizzandoli. «La più grande sfida che dobbiamo
fronteggiare oggi – scrive la teorica ambientalista – è quello che ho
chiamato la rapina dei nostri beni comuni da parte delle
multinazionali». Come a dire che il sistema capitalista uccide due
volte: riduce a mero numero la persona umana e a «quantità» l’ambiente
che circonda i «numeri».
Sradicare dunque l’attuale sistema economico
in favore di uno più solidale nei confronti della terra, dell’uomo e
del suo lavoro.
Temi già ampiamente affrontati da Vandana Shiva in
altri saggi e scritti. Quello che colpisce è proprio l’uso quasi
ossessivo del concetto di «bene comune», da sempre usato da minoranze
intellettuali e divenuto invece parola d’ordine di vasti movimenti
sociali, compresi quelli italiani dopo l’esperienza referendaria contro
la privatizzazione dell’acqua e il nucleare e stella polare dei
promotori del «Soggetto Politico Nuovo» di Alba.
Non è solo
l’ambiente e la «rivoluzione ecologista» il filo rosso in questo volume.
L’attivista indiana affronta infatti anche la crisi economica, facendo
riferimento alla migrazione di popoli in altri continenti e paesi
portando l’esempio del Nafta (accordo nordamericano per il libero
scambio) che ha quasi distrutto l’agricoltura messicana.
Vandana
Shiva, parla diffusamente dei contadini messicani per introdurre la
violenta esperienza di miliardi di uomini ridotti a «rifugiati
ecologici». Dopo l’espropriazione dei loro diritti civili e politici,
sono stati espropriati del loro bene primario: la terra.
Ecco quindi
che l’ambientalismo, l’ecologia si collegano alle migrazioni dei popoli
su cui «le forze razziste e fasciste sono pronte a lucrare, spingendo i
cittadini a credere che i migranti siano la causa della loro
disoccupazione e dell’insicurezza economica, distogliendo l’attenzione
dalle strutture economiche che favoriscono le multinazionali a danno
delle popolazioni e del pianeta».
Entrando nel vivo dei comportamenti
che l’uomo deve tenere con la Madre Terra, snocciolando numeri,
rapporti internazionali, biodiversità e sdoganando decaloghi per fare in
modo che si possa fare «pace»con la Terra, Vandana Shiva spiega infine
la sua idea di «verde»: un modo di vita solidale e conviviale che fugge
le sirene del consumismo. Una proposta sideralmente lontana da quanto
sostengono molti partiti che si definiscono «verdi».

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Uno sterminio assolto da cronaca familiare

Posted on 2012/06/05 by carmocippinelli

«Il torto del soldato è la sconfitta. La vittoria gli giustifica tutto.
Gli Alleati hanno commesso contro la Germania crimini di guerra assolti
dal trionfo». Se vinco io i miei crimini sono giustificati dall’aver
vinto, se perdo mi si ritorce contro ogni cosa. Così dice il padre della
ragazza, voce narrante della seconda parte del romanzo di Erri de Luca
Il torto del soldato (Feltrinelli, pp. 96, euro 11). Un piccolo, grande
romanzo che ruota attorno a un rapporto di affetto filiale scosso però
dalla Storia che irrompe nella vita apparentemente normale di un anziano
uomo e della sua figlia, che decide di prendersi cura di lui, non
volendo però conoscere il passato nazista del padre. Per lei, infatti,
la gravità dei crimini commessi dal genitore non mette in ombra
l’affetto e l’amore che sente per lui.
La ragazza vuole solo scrivere
una storia personale, che nel suo svolgersi qualche volta si
interrompe: digressioni, riflessioni intime che si chiudono con un
«chiedo scusa della digressione» molto poco formale. Come scrive nelle
prime righe che introducono la seconda parte del volume, reale inizio
della vicenda, sono in realtà una tenerissima confessione: «Scrivere per
me è calzare scarpe con i tacchi a spillo. Vado piano, ondeggio e mi
stanco presto. So che m’interromperò spesso».
Nel libro si parla di
come è stata soffocata la rivolta nel ghetto di Varsavia e di come i
nazisti chiamassero «puro» ogni pezzo di territorio dopo aver cacciato,
ucciso, sterminato gli abitanti ebrei. Ma brani interi sono dedicati
alle pratiche correnti, ordinarie dell’oppressione nazista. In questo
romanzo, tuttavia, Erri De Luca ha voluto porre sotto la lente di
ingrandimento l’ossessione per la sconfitta del criminale di guerra
sfuggito alla cattura e divenuto un postino che, nel suo ultimo giorno
di lavoro, riceve in regalo il libro della kabbalà ebraica. Quella sarà
la sua ossessione: cercare attraverso quel volume le ragioni della
sconfitta tedesca. Possiede occhi solo per la kabbalà e testa solo per
poter affermare che il suo torto è stato di essere sconfitto,
concludendo sempre i suoi ragionamenti con un «è la pura verità» che
lascia poco spazio a obiezioni.
Nel ripercorre il suo rapporto col
padre, la ragazza fa appello alla memoria e evoca molti episodi della
sua infanzia, tra cui una vacanza ad Ischia, dove ha incontrato un
ragazzo sordo-muto molto più grande di lei che però le ha insegnato a
nuotare. Era tenero, quel ragazzo, possedeva una dolcezza rara per la
quale si distingueva da ogni altro essere umano. Proprio quel ragazzo
che le sfiorava la pancia per farla mantenere a galla ad Ischia, aveva
ritrovato, o meglio, crede di averlo ritrovato in Trentino, dove era
andata per un’altra normalissima vacanza. Non sapeva che
quell’appuntamento con il giovane era stato prescritto al padre dalla
kabbalà.
Ha ritrovato il viso, il sorriso e i gesti di quel ragazzo
in un signore molto più grande di lei. Aveva notato che possedeva dei
fogli scritti in yiddish; anche il padre ci aveva fatto caso e si era
irrigidito. «Non mi prenderanno vivo. Ne hanno catturati mille di noi,
ma non farò la fine di una foglia d’autunno che si arrende», pensa tra
sé e sé il padre, che crede di essere stato scoperto da quell’uomo
quando aveva pronunciato la èmet, «uno di loro».
Usciti di fretta,
padre e figlia se ne vanno in macchina. Ma il vecchio nazista continua a
ripetere di non volere essere catturato; lei invece vuole ancora vivere
e così si butta dal finestrino della macchina mentre l’anziano padre
plana con la sua macchina sui verdi campi del Trentino come fosse un
aeroplano. Da quel momento in poi, la storia è riavvolta come un nastro.
Il filo conduttore saranno quei fogli scritti in yiddish, che
scandiscono una quotidianità sul filo della memoria. E del dolore.

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Una lenta morte per gli invisibili dei nostri giorni

Posted on 2012/05/19 by carmocippinelli

Articolo apparso su ilmanifesto del 19 maggio 2012

Dieci autori del mondo politico e culturale per raccontare il lavoro al giorno d’oggi, dieci racconti per mostrare cosa vuol dire «lavoro» in Italia e in Europa. Argomento controverso, discusso ma mai compreso pienamente dalla classe politica attuale che ha portato il mondo del lavoro alla situazione di stato comatoso e vegetativo, dal punto di vista politico, in cui versa in questo momento. Imperversa il lavoro nero ed affanna il lavoro regolarmente denunciato, annaspa il lavoro a tempo «indeterminato» ed è sempre più in voga il contratto «a tempo» o addirittura il lavoro senza retribuzione. Leggendo il volume collettivo Lavoro Vivo (Edizioni Alegre, pp. 192, euro 14) colpiscono in particolare i racconti di Carlo Lucarelli, Gianfranco Bettin e Stefano Tassinari, lo scrittore e intellettuale militante morto la scorsa settimana. Tassinari scrive del «ricordo amaro di un’assenza» (il titolo del suo racconto) e dell’attesa di un’espressione che non vorrebbe sentire «non c’è più niente da fare», quasi da film. Un padre che se ne sta seduto a fianco al letto del figlio, pieno di fili, tubi, cavi e mascherine, un padre che ripensa al perchè il figlio si era deciso ad entrare in cantiere: «per seguire quel maledetto esempio» ovvero quello dei suoi genitori che studiavano e si pagavano gli studi. Ci vuole troppo tempo per montare un’impalcatura, bisogna impiegare poco tempo per finire il lavoro e quindi niente casco perchè «non c’è bisogno di protezioni se uno sa fare bene il suo mestiere», come dice l’ingegner Bevazzi, nel racconto di Carlo Lucarelli. Spietato Lucarelli nel raccontare ciò che succede al protagonista, alla moglie e a Domenico, ex-fidanzato della moglie defunto a causa di un incidente sul lavoro. Vengono in mente le parole della canzone «Era bello il mio ragazzo» di Anna Identici, a leggere questi racconti, vengono in mente le situazioni: «Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre/ son capace a lavorare/ non ti devi preoccupare/ Era stanco il mio ragazzo in quel letto di ospedale/ma mi disse: “Non fa niente, solo un piccolo incidente/quando si lavora sodo non c’e’ soldi da buttare/non puoi metter troppa cura per far su l’impalcatura”. /Era bello il mio ragazzo col vestito della festa/ l’ ho sentito tutto mio, mentre gli dicevo addio». «Devo dirti una cosa», questo il titolo del racconto di Lucarelli, è una storia che si dipana pagina dopo pagina, mentre sale l’ansia: un sindacalsita giovanissimo si sta occupando di morti bianche e riprende in mano il caso di Domenico, l’ex-fidanzato della moglie del protagonista. Lo esamina: è un caso strano, sembra quasi che Domenico, o «lo Scirò» come lo chiama il giovane sindacalista dandogli il cognome, sia morto su quella Vespa perchè c’era stato appositamente messo. Era andato a casa del protagonista di cui Lucarelli non fornisce il nome e dalla moglie Maria che al solo sentire il nome «Domenico Scirò» non ha capito niente e quando il marito è poi rientrato a casa gli aveva detto che era passato «un ragazzo del sindacato» che aveva «parlato per mezz’ora ma non ho sentito niente». Maria, sommersa dai ricordi e dalle parole del praticante-sindacalista non riesce ad essere serena. Qui scatta la codardia e la viltà che vuole mettere in luce Lucarelli: l’attuale marito aveva visto la morte di Domenico in cantiere. Bevazzi, il padroncino, lo prende da parte e dice di caricare lo Scirò sulla Vespa. Passa una vita intera davanti gli occhi del marito di Maria in quel momento: «Secondo giorno. Diciannove anni. Perdere il lavoro. È già morto». Accoglie le parole del padrone. Sono passati tanti anni ma quando è troppo e la misura è colma torna a casa tremando, piangendo e, mentre inserisce la chiave nella toppa della porta di casa, pensa a cosa dire e a cosa ha tenuto nascosto per anni, solo per quel sorriso che lo ha fatto e lo sta facendo innamorare a distanza di tempo: «Maria…..Devo dirti una cosa». Tenere in un angolo la verità per proseguire con la vita «normale» certo, è un pensiero nobile, ma non se poi tutto rema contro il proprio intento. Il lavoro dei manovali, degli edili che cadono dalle impalcature perchè «ci vuole troppo tempo per montarle» è simile al lavoro nero dei «bangla» a Marghera descritto da Bettin. Uomini venuti da paesi lontani, che si piantano chiodi nei palmi delle mani o che vengono ritrovati morti dalla Polizia a mare o nei canali di scolo senza identità. È un nuovo esercito marchiato a sangue da una nuova concezione del lavoro, che lo scrittore non ama e che denuncia: il lavoro non è più sinonimo di dignità; puoi perderlo p se accade l’irreparabile, è pur sempre una morte senza identità. La morte di un «x» qualunque.

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Il sogno svanito di una chiesa solidale

Posted on 2012/03/02 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 2 marzo 2012

L’idea di una chiesa cattolica, di un clero progressista – in tutte le sfaccettature del termine – è un’idea che sembra non aver mai sfiorato gli uomini religiosi. In realtà nel romanzo di Jennifer Haigh I sospiri degli angeli (Marco Tropea, pp. 302, euro 17,50) Artur, chiamato col nomignolo di Art dalla sorella-narratrice, ha un’idea fortemente progressista: avrebbe voluto vedere una chiesa al passo con i tempi, una chiesa che si adattasse e calzasse come un guanto le sue istanze di quattordicenne appena entrato in seminario a Boston. Per un ragazzo non di città ma di una piccola cittadina come Grantham, Boston era quasi un miraggio. Il sogno della grande città però si scontra subito con la dura realtà di una chiesa fortemente gerarchica e conservatrice che del progressismo e della modernità non sapeva proprio cosa farsene. Art o Padre Breen si è sempre sentito come un pesce fuor d’acqua nella città dove ha vissuto. Per fede o per uscire dai confini della piccola città decide di prendere i voti giovanissimo, a quattordici anni. Peregrina di parrocchia in parrocchia, si scontra con le autorità clericali bostoniane, intrattiene rapporti d’amicizia con i vari fedeli e specialmente con la cuoca del Sacro Cuore. Parlano spesso lui e Fran Conlon, gli fa conoscere sua figlia Kath e il suo nipotino Aidan. Egli diventerà, ad un certo punto, la sua unica ragione di vita: se lui è presente, Art è felice; se lo deve andare a prendere a scuola, il «piccolo» parroco di provincia è felice. Via con lo scandalo pedofilia, dunque, fulmine a ciel sereno per Art che viene allontanato dalla parrocchia il giorno prima del Venerdì santo e relegato in una sorta di case popolari per mariti divorziati e magari anche senza lavoro. Sgomento e preoccupazione assalgono Art, assalgono la sorella/narratrice che non poteva minimamente immaginare tutto quello che si imputava al fratello potesse essere reale. Le stesse sensazioni di ansia che non assalgono la famiglia del sacerdote che si chiude in se stessa, diventa introversa nei confronti di tutta Grantham, non avrà più contatti col mondo reale. Tra le pagine pesanti come macigni, per accuse, ansia e poca scorrevolezza, si dipana un mondo che non si potrebbe immaginare, una situazione difficile per la quale si potrebbe essere «coinvolti anche ingiustamente», sembra dire l’autrice. Così, tra Grantham, Boston, tra le periferie delle città che non si sentono metropoli ma ecosistemi a parte, tra il mito dell’Italia, di Roma, del clero Vaticano, si dipana la triste vicenda di Art., partito da una piccola città pensando che la chiesa potesse aiutare a costruire un mondo migliore. E finito a scoprire che quel mondo migliore era solo nella sua testa e non in quella della gerarchia ecclesiastica.

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