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Categoria: Governo

I nodi da sciogliere tra benzina e Pnrr – Atlante Editoriale

Posted on 2023/01/12 by carmocippinelli

Appare proprio lì, vicino al cursore del mouse tra le inserzioni pubblicitarie più invasive che esistano (di cui sono zeppi i siti web dei quotidiani italiani). Tra un annuncio sulle salvifiche proprietà dello zenzero contro la pellagra o la pertosse e uno riguardante gli acari sui cuscini rigorosamente in caps lock, ri-compare anche quello del 2019 di Giorgia Meloni. Lontanissimi i tempi attuali in cui si cura ogni aspetto della presenza online: il video ritraeva Giorgia Meloni intenta a fermarsi con la macchina per una sosta di rifornimento discutendo delle accise sulla benzina. 

La grande stampa nazionale e le agenzie stanno rilanciando il video da giorni perché il 2023 ha portato in dote una notizia che, in realtà, appare ciclicamente nel panorama politico italiano, economico e giornalistico d’Italia: il caro-benzina.
Solo che, stavolta, c’è di mezzo la Presidente del consiglio dei ministri e la gestione della propaganda prima del giuramento di ottobre 2022: il video è tornato ad essere molto condiviso ed è nuovamente rimbalzato nei social media. 

«È una vergogna che di 50 euro di rifornimento, 35 vadano allo stato», tuonava l’allora candidata di Fratelli d’Italia, per poi scagliarsi contro le accise imposte «da quando è stato inventato il motore a scoppio» che avrebbero influito sul prezzo finale.
Luca Squieri (Forza Italia), intervistato da «Radio Radicale», mette le mani avanti e precisa: «È utile ricordare che la manovra è stata realizzata in un periodo ristretto e due terzi delle risorse sono andate al caro bollette. Nell’ambito degli interventi precedenti c’era anche lo sconto carburante e dispiace vedere come sia venuto meno ma è stato legato alla necessità di far tornare i conti: purtroppo non c’era la copertura rispetto a quello che sarebbe stato il costo». 

Anche perché ad ogni modo il “taglio delle accise”, come giornalisticamente viene annunciato, non era comunque nei programmi del Governo: «Dobbiamo auspicare che le dinamiche economiche del 2023 vadano meglio – e su questo c’è un buon auspicio – in modo tale da poter ripensare il Governo sulla diminuzione delle accise. Desiderio di tutti, ma devono verificarsi le condizioni compatibili. Non si tratterebbe di aumento delle accise ex-novo [il conseguente aumento dei prezzi] ma il venir meno di uno sconto straordinario che era stato introdotto».
Lo ha ribadito anche Giovanbattista Fazzolari a «La Repubblica»: «Non è in discussione la reintroduzione di uno sconto sul carburante» anche perché, sempre secondo il sottosegretario, il prezzo a 2,5€ al litro sarebbe una notizia falsa: «sono un pendolare e la benzina è a 1,8€» [1].
La quotazione per barile di petrolio, ad oggi, è fissata attorno ai 75 dollari statunitensi e si avvicina sempre di più quello che era stato definito «lo spettro dei 105 dollari al barile» diffuso da Goldman Sachs nell’aprile del 2005, anche se il prezzo del carburante alla pompa nel quarto trimestre di quell’anno era di 1.261,92€/l [2]. 

La grande stampa nazionale punta il lettore a far guardare il dito anziché la luna, mirando in basso piuttosto che all’analisi complessiva della questione e magari provando a spostarne il piano delle discussioni e dei dibattiti e, cioè, che il Governo Meloni si conferma in linea con quanto dichiarato (e desiderato) più volte dalla Commissione Europea.
Non stravolgere i mercati e non cedere a provvedimenti che non avrebbero potuto essere sostenuti dalla proverbiale coperta corta della Legge di bilancio. Questa è la linea che segue e che seguirà il Governo. Lo aveva detto anche il Ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ceriani nel mese di dicembre: «Purtroppo abbiamo una finanziaria con pochi spazi di manovra, ma il governo ha l’ambizione di durare cinque anni».

Lo scontro che si andava prefigurando all’indomani del giuramento del governo Meloni tra Fd’I e Unione Europea è ben lungi dal verificarsi. Mettersi di traverso con la finanza è cosa grossa e Meloni non ha la minima intenzione di infastidire i mercati. Lo sa bene Ursula Von der Leyen che, in visita in Italia nei giorni scorsi, si è complimentata con la Presidente Meloni: «È stato un piacere incontrarla. In visita della prossima riunione del Consiglio abbiamo discusso di come continuare a sostenere l’Ucraina; garantire un’energia sicura e accessibile; aumentare la competitività dell’industria UE; fare progressi sul patto per la migrazione. Abbiamo anche discusso dell’implementazione del Pnrr in Italia».
Già, il Consiglio europeo: la seduta straordinaria è stata fissata per le giornate del 9 e 10 febbraio e sarà dedicata ai temi dell’immigrazione e dell’economia per cui il Governo può tirare un sospiro di sollievo almeno per uno dei due temi che saranno oggetto dell’assemblea.
Entro quella data il Governo Meloni dovrà dimostrare che i capitoli di spesa e gli “obiettivi” del Pnrr: 149 solo per il 2023.
Basta non centrarne uno e salterebbero le «due nuove rate da 19 miliardi ciascuna»[3].
I consigli, le raccomandazioni, dell’Ue nei confronti dell’Italia nel corso di quest’anno saranno cruciali per lo sviluppo e il fluire del governo. Burrascoso o meno si vedrà. 

Note: 

[1] Serenella Mattera, Il governo nell’angolo teme la crisi di consensi. Sulle accise è scontro, 10 gennaio 2023, «La Repubblica». 

[2] Prezzi medi annuali dei carburanti e combustibili – Statistiche energetiche e minerarie – Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (mise.gov.it) 

 [3] Dino Pesole, Pnrr, Mes, competitività: l’intreccio dei dossier, 10 gennaio 2023, «Il sole 24 ore».

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«Il Governo difende gli interessi di una parte. Rdc? Con 3/4€ l’ora non si va da nessuna parte: subito salario minimo» – Atlante Editoriale

Posted on 2022/12/29 by carmocippinelli

L’altra manovra/1: Parla Maria Vittoria Molinari (Asia-Usb)

Siamo agli sgoccioli, dell’anno e della Legge di bilancio. Lo spettro dell’esercizio provvisorio, temuto e agitato da più parti, sembra essere stato allontanato e scacciato dal governo a suon di voti di fiducia e modifiche alla manovra.
La “manovra coraggiosa” è solo un ricordo della prima conferenza stampa: il Governo, d’altra parte, si è sempre sincerato di non causare troppi malumori nei confronti dell’UE e dei settori produttivi (Confindustria).
Per dare una lettura diversa della manovra, abbiamo voluto intervistare Maria Vittoria Molinari dell’Asia-Usb di Tor bella monaca, che nel quartiere di Roma est coordina la sede territoriale di via dell’Archeologia (comprensiva di sportello sindacale e di Caf).

Ad inizio mese USB e i sindacati di base tutti (dal SI Cobas all’USI) sono scesi in piazza per denunciare la Legge di bilancio e il finanziamento all’industria bellica: “Alzate i salari, abbassate le armi”, come mai questo titolo?

La questione centrale rimane il salario: ci si muove all’interno di un meccanismo di produzione e di un sistema economico che continua a fare dell’Italia il paese in cui i salari sono diminuiti. Nonostante di quel che ha scritto l’Istat ultimamente: sono cresciuti rispetto a cosa? A quale situazione di partenza?
Tutte le misure prodotte da parte di ogni governo che si è alternato al potere nel corso di questi ultimi trent’anni hanno attaccato il salario delle lavoratrici e dei lavoratori.

Come giudichi questa manovra?

Rappresenta l’interesse di una parte, cioè: di gruppo sociale che intende rappresentare la Meloni. L’introduzione della flat tax così come attuata, l’attacco al Reddito di cittadinanza, stanno significare solamente una cosa.

Quale?

“Difendiamo una parte della società e tartassiamo l’altra”, così da espandere la platea del cosiddetto “esercito industriale di riserva”.


Tu vivi una realtà lavorativa, nonché di attivismo sindacale, molto peculiare, cioè quella di Tor bella monaca. Dal tuo punto di osservazione (sportello sindacale USB e Caf) ti ritrovi con quanto viene detto in questi anni sul Reddito di cittadinanza e sull’assegno di disoccupazione (Naspi). Combacia con quanto accade nella periferia romana?

Da queste parti, il Reddito di cittadinanza ha permesso alle persone di poter mangiare e non sto scherzando. Il contesto lo conosciamo tutti: il connubio tra disagio sociale e povertà si è acuito sempre di più col passare degli anni e molte persone, attraverso la misura ora contestata del reddito, hanno avuto possibilità di poter acquistare beni di prima necessità.
È vero che noi agiamo in un territorio con tantissimi problemi, anche più grandi di quello legato a reddito; siamo in uno dei municipi più grandi di Roma nonché quello più povero ma c’è anche da dire che molti lavoratori prendevano l’integrazione, insomma: la variabile di problematiche e di casistiche è molto molto più fitta della narrazione imperante che vorrebbe il percettore medio del beneficio “seduto sul divano senza voglia di lavorare”.

Nell’immaginario collettivo, però, si è ormai fatta strada questa tesi.

Dobbiamo destrutturarla completamente. Si sono sentiti numeri e dati completamente senza cognizione di causa, nel corso di questi mesi, volti a creare questo clima e quella specifica narrazione di cui parlavi. S’è sentito di percettori del reddito arrivare a 1.200€ e 1.500€: numeri assurdi!

È irreale arrivare a percepire quelle cifre?

Chi arriva a quella cifra è: una famiglia numerosa (quindi con molti figli e sicuramente piccoli) ma con almeno uno disabile. Altrimenti si prendono 500€ o più, ma sempre parametrato con i componenti del nucleo familiare.
Si danno numeri che non capisco se li danno perché non conoscono la misura di cui parlano, oppure perché stanno creando il clima della guerra fra poveri.

C’è anche l’altro capitolo del governo, ovvero quello legato al lavoro: chi percepisce il reddito – si dice – è meno predisposto a voler lavorare: è così?

Assolutamente no. Mi spiego meglio: al nostro sportello si rivolgono persone che percepiscono il reddito e che desiderano avere un’occupazione. Il punto centrale è che si vuole togliere questo beneficio così da rimpolpare le fila di quell’“esercito industriale di riserva” di cui parlavo prima e sfruttare meglio. In sostanza: per avere più manodopera ben disposta a farsi sfruttare.

Torniamo al tema del salario minimo, in sostanza.

Parte tutto da lì, così come il conflitto tra il capitalismo italiano in alcune fasi della discussione e delle modifiche della Legge di bilancio: il contrasto tra Banca d’Italia e Confindustria nasce proprio da questa tematica. Per l’unione degli industriali il reddito è una misura da contestare perché, altrimenti, gli imprenditori non avrebbero grandi disponibilità di personale che può essere sfruttato a basso costo. Stiamo parlando di salari che, spesso, partono da 3 o 4€ l’ora.
Da anni, prima con la campagna “Schiavi mai!” poi ora con la questione legata al salario, ci battiamo per una giusta paga: il nuovo governo ha suonato il De profundis a questo tema.
Riguardo a tutto ciò va detto che sta affacciandosi anche l’altro tema, quello dell’automazione: ci sono dei settori dell’industria per cui una macchina riesce a sostituire il lavoro di 5 o 10 persone.

Intendi la transizione dall’industria metalmeccanica alla cosiddetta “meccatronica”?
Precisamente. La disoccupazione che verrà generata da questa “svolta” come verrà gestita? Milioni di disoccupati. Come campano? Letteralmente.

Oltre a questo, riguardo la manovra ha altre ombre riguardo i fondi del Pnrr, per cui già settori della società civile si stanno mobilitando (penso alla campagna lanciata dall’associazione Openpolis). Secondo te il “Piano di ripresa e resilienza” rappresenta davvero un fattore positivo?

A tal proposito c’è da dire questo: qualche tempo fa qui a Tor bella monaca avrebbe dovuto esserci la presentazione del piano per Via dell’Archeologia (130 milioni di euro) [1].
La difficoltà dei comuni, allo stato attuale, non è solo quella di poter mandare avanti la progettazione, ma anche quella di reperire le materie prime per i rincari causati dai fattori che ben si conoscono (guerra, inflazione etc). Come restituiremo questi soldi? Intendiamoci: finalmente intravediamo qualcosa di positivo per l’R5 e per le Torri. Ma il Pnrr è un finanziamento in parte a fondo perduto e per molta parte a debito. C’è chi sta tornando a parlare del Mes: torneremo a indebitarci di nuovo. 
Note:
[1] Roma, con fondi Pnrr interventi a Corviale, Tor Bella Monaca, Tor Vergata e Santa Maria della Pietà – Adnkronos.com

Articolo pubblicato su «Atlante Editoriale»
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Scrivere è lecito, approfondire è diabolico

Posted on 2018/12/21 by carmocippinelli

Un fantasma si aggira per  l’Italia: quello della demonizzazione e criminalizzazione del comunismo. Nonché della sua citazione a sproposito per far passare un messaggio del tutto distorto a chi legge o ascolta.

La Stampa

«[…] A furia di gridare al fascismo abbiamo trascurato quella romantica vena stalinista [del Governo]», 

lo scrive, alla fine del suo articolo, il giornalista Mattia Feltri su ‘La stampa’ di oggi a proposito della legge cosiddetta “Spazzacorrotti” dell’esecutivo. 
A leggere i quotidiani di oggi, o ascoltarli dalla voce radiofonica di un giornalista, ci vuole del fegato e il perché è presto detto: tanto per quel che riguarda il cosiddetto “Dl Spazzacorrotti” quanto per la manovra di bilancio, è tutto un “dàgli all’untore”. Ma l’untore, in questo caso è diverso dal solito: il comunismo. 
L’articolo di Feltri paragona il Dl ad alcune leggi del codice penale sovietico, evocando “Arcipelago Gulag”, citando purghe staliniane e nomi in parallelo alla legge leghista-grillina.
Aleksandr Solzenicyn è un evergreen valido per tutte le stagioni per straparlare di comunismo, Unione Sovietica, Stalin et similia.
Non che le due cose c’entrino molto (il Governo M5S/Lega e l’Urss di Stalin) ma agli occhi e alle orecchie di un popolo che non legge, non studia, non sa ca(r)pire quel che succede attorno ad esso, fa sempre molto effetto citare esempi di altre epoche, anche ravvicinate, che la maggior parte dell’opinione pubblica non coglie neanche più. Nè, tantomeno, possiede gli anticorpi per destrutturare una narrazione sbagliata a causa dello smantellamento del sistema scolastico e universitario, in particolar modo per quel che riguarda gli studi storici e umanistici. Revisionismo strisciante.

Il Giornale

Lamberto Dini, poi, interviene affidando le sue parole in via privata ad Augusto Minzolini, il quale, abbandonando da tempo il nom de plume Yoda, riporta le poche ma significative righe dell’ex Primo Ministro, sul ‘Giornale’:

«La manovra è ridicola. I mercati faranno giustizia. Quando a gennaio non si riusciranno a vendere i 40 miliardi di titoli di Stato necessari per pagare stipendi e pensioni, voglio vedere cosa diranno questi signori. Addirittura hanno messo nel mirino i pensionati: bloccare l’indicizzazione a gente che prende 1.500 euro al mese! Roba da matti! È una tassa. Un esproprio. È una legge di bilancio da rifondazione comunista, da Pci, senza però l’intelligenza dei comunisti».

Tralasciando per un secondo l’esprorio comunista, personalmente mi pare grave la questione delle cifre posta dall’ex Presidente del Consiglio dei Ministri: “i mercati faranno giustizia” e ancora “vendita dei titoli di Stato necessari per pagare stipendi e pensioni”. Tutto è una Spa, persino i pensionati, a loro insaputa, aspettano il gong dell’inizio della seduta a Wall Street per sapere se possono andare all’Ufficio Postale o all’Impese (Inps, nel gergo periferico romano).


Il carico da 11 alle parole di Dini, sempre scorrendo l’articolo uscito oggi a firma di Minzolini, lo mette Primo di Nicola, giornalista e senatore grillino:

«Abbiamo fatto quello che il Pci e Rifondazione comunista non hanno mai avuto il coraggio di fare, redistribuendo ricchezza».

Il Principe De Curtis, al secolo Totò, avrebbe commentato con un caustico alla faccia del bicarbonato di sodio.

A tutto questo si pone anche un problema di modus operandi professionale: si citano (a sproposito, ma vabbè) Rifondazione comunista e il Pci e, dunque il giornalista moderno, che crede nell’Europa, nell’abbattimento delle frontiere, nella generazione Erasmus e simili, non interpella un esponente del Prc o del defunto Pci. Al contrario, Yoda (pardon, Minzolini) riporta le parole «dei discedenti di Rifondazione Comunista», ovvero, una senatrice di Liberi e Uguali: Loredana de Petris.

Si provi ad immaginare il contrario, cioè che si fosse proceduto affibbiando negativamente la paternità della legge di bilancio al Partito Democratico. Il giornalista moderno, post-ideologico e con simpatie lib-dem, andrebbe a intervistare un ex Pd?  Si immagini se fosse davvero accaduto questo: cioè che in un articolo sulla manovra si interpellava, non bonariamente, il Pd e che il giornalista in questione intervistasse – che so – Nico Stumpo, ora in Leu (che, tra parentesi, neanche esiste più, ma questa è un’altra storia).
Il post indignato di Renzi, indignato perché non l’avevano preso in considerazione e perché la stampa aveva preferito un ex-dem, sarebbe stato quotato all’1.5: vittoria certa per qualsiasi scommettitore.
Così come il tweet di Maurizio Martina. Muzio Scevola avrebbe ancora due mani.

“Se solo si potesse…”
Che la classe dirigente italiana stesse mostrando da tempo il suo vero volto, è fuor d’ogni dubbio; che la classe politica menta sapendo di farlo di fronte all’assetto sovranazionale dell’Ue e delle politiche comunitarie è altrettanto vero: lo stiamo vivendo sulla nostra pelle, non c’è giorno che trascorra senza una (u-n-a) dichiarazione tremebonda e incendiaria contro l’Ue da parte di Lega e M5S, salvo poi trattare su qualsiasi cosa come un Gentiloni o un Renzi qualsiasi e prendere per il naso sui decimali un elettorato che, al contrario, crede che sia una roba rivoluzionaria rientrare nei trattati europei. Anche se, a sto punto, bastava il Pd.
Che i giornalisti, infine, stiano dando il peggio di sé da un trentennio a questa parte, anche questo, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Tutte e tre le categorie stanno ancora al grado ‘zero’ dell’analisi, del dibattito e dell’approfondimento, questioni necessarie a tutte e tre le figure in questione per il proprio lavoro. Tuttavia, dopo aver ascoltato dalla voce di Massimo Bordin i giornali di oggi, c’è da dire che da quelle tre figure sopramenzionate non si cava davvero un ragno da un buco.
Secondo costoro i totalitarismi pari sono: nazista, fascista, comunista. E d’altra parte poco importa che quest’ultimo ha distrutto il nazifascismo in Europa.
Se potessero, scriverebbero che, in fondo, Hitler e Stalin sarebbero stati amicissimi, d’altra parte c’è il famigerato patto Molotov-Ribbentropp che riprova l’amicizia dei due regimi.
Peccato che quel patto poco c’entra con l’alleanza “per spartirsi la Polonia” tra Germania e Russia Sovietica: è uno dei più grandi falsi dell’era post-ideologica, del revisionismo e dello smantellamento dell’insegnamento della storia in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado. A riguardo – per coloro che vorranno – si potrà ascoltare dalla viva voce di Alessandro Barbero (video in basso dal minuto 46:10), le motivazioni di quel patto e del perché è un falso considerarlo così com’è stato fatto in Italia (in particolar modo) tanto dalla comunità scientifica quanto dall’informazione (fossi in voi il video me lo vedrei tutto):

E siccome, spesso e volentieri, tra elettori di sinistra, compagni variamente collocati, si tende a dire “ma forse ce la meritiamo questa situazione”, pensando ai loro trascorsi, alla loro età e all’inanità delle organizzazioni che hanno preceduto la situazione attuale, per una volta vorrei dire l’esatto contrario: parlate per voi. 

Anzi, aggiungerei, poveri noi.
Posted in comunismo, Governo, M5S, manovra, polpettoni, spazzacorrotti, stampaTagged comunismo, Governo, M5S, manovra, polpettoni, spazzacorrotti, stampa

A qualcuno piace tecnico

Posted on 2018/12/08 by carmocippinelli

Ultimamente in ambito lavorativo si sta sempre più tendendo a cercare risorse e personale ultra specializzato già formatosi autonomamente, ad esempio già competente in più linguaggi di programmazione o già avente un bagaglio di esperienza consistente.
La tecnicizzazione e l’iperspecializzazione richiesta in ambito lavorativo è a monte, quindi, di richieste stesse di risorse e personale biologicamente giovane rispetto ai desiderata aziendali. La cosiddetta “formazione in azienda” non esiste più da molto tempo e questa tendenza sta tracimando in altri settori, serpeggiando già da tempo in ambiti pubblici.
Quello politico, un esempio su tutti, in cui la credenza di ritenere un tecnico migliore di un politico qualsiasi è ormai vox populi. 

La figura del “tecnico” aleggia da molto sulla politica italiana e la sua prima applicazione fu il governo Dini (a cavallo fra il 1995 e il 1996) fino ad arrivare al più recente Governo Monti.
Il tecnico è preferito aprioristicamente perché si presuppone abbia più conoscenze di un normale elettore o di un tizio qualunque che si candida. Preferito anche dalla classe politica, anzi, soprattutto da essa, cosicché i demeriti dell’applicazione di misure impopolari non ricadono sul proprio bacino elettorale e non inficiano la rielezione di una generazione tra la più misera (culturalmente in primo luogo) di rappresentanti istituzionali.
Vale la pena ricordare in questa sede la festa per la “liberazione da Berlusconi” organizzata dal Partito Democratico, con un Bersani festante mentre stappa una bottiglia di spumante.

Interviene @ivanscalfarotto: “il governo #monti sta restituendo agli italiani all’estero l’orgoglio per il nostro Paese” #assembleapd

— Partito Democratico (@pdnetwork) 21 gennaio 2012

O le dichiarazioni di Fassina, tanto per dirne uno cui la sua supposta redenzione è stata accolta a gran voce a sinistra, riguardo cui ci sarebbe da ragionare. Non sui temi, ma sulla persona:

necessario ricostruire un patto tra la politica, imprese e lavoro. Per questo sosteniamo il governo #monti. @stefanofassina a #granditalia

— Partito Democratico (@pdnetwork) 26 novembre 2011

Formazione (?)
Nel corso della prima repubblica, cosiddetta, però, la classe dirigente si è formata proprio perché una che non era appartenente a dirigenze o apparati burocratici (o in una parte non totalizzante rispetto agli eletti) ha avuto modo di accedere a possibilità sconfinate rispetto al suo status di partenza, o determinato da “ fattori esogeni” come l’entrata in guerra e la conseguente Guerra di Liberazione. Ultimamente la “vox populi” si sostanzia tutta in un piccolo mantra riassumibile nel periodo: “Se non sa nulla di economia, evita di fare il Ministro tanto dell’economia, quanto di altri dicasteri”. Formare classe dirigente, però, non presuppone (almeno a parere di chi scrive) un elitarismo classista conseguente a questo ragionamento: chi ha avuto possibilità economiche per conseguire costosissimi master o corsi di laurea alla Bocconi o alla Luiss non è automaticamente più titolato di un altro o un’altra che ha conosciuto la realtà accademica statale di Pisa, Bologna o Roma. 
Gli strumenti 
Durante una trasmissione radiofonica di Radio Radicale (qui la reazione del lettore al mio perpetuo citare Radio Radicale) dedicata all’appena trascorso referendum radicale su Atac, ho avuto modo di udice un ascoltatore che affermava: «Noi popolo non abbiamo strumenti per decidere se privato è meglio per il trasporto pubblico, non capisco perché venga posta già solo la domanda nell’ambito del referendum». Stesso intervento, ma con altri toni e in altro contesto, l’ho ascoltato su Radio Tre nel medesimo ambito: un dibattito fra posizioni per il sì e per il no con possibilità di intervenire telefonicamente. 
In un primo momento ho lasciato cadere la questione posta nell’intervento telefonico dall’ascoltatore di Radio Radicale ma ho avuto modo di ragionandoci qualche tempo dopo. 
Certamente la mancanza di coscienza, personale e civica anzitutto, è tra le principali motivazioni della considerazione dell’ascoltatore. Non avere strumenti porta con sé molti aspetti politici e politologici: la mancanza di ideologie e di punti di riferimento da parte della politica disorienta il corpo elettorale quale che sia, tanto liberale quanto socialista, si sarebbe detto un tempo. 
Venendo a mancare le categorie politiche ed ideologiche, l’elettore disorientato non trovando risposte in quello che potrebbe essere un problema tutto politico, presta l’orecchio ora qui ora lì, profetizzando la fine dei poli, la cessazione del rapporto di forza fra capitale e lavoro, la delegittimazione della classe politica tout court e auspicandosi una palingenesi [che tuttavia non può che essere disastrosa, sic stantibus rebus, ma questo lo penso io, non costoro]. 
La questione che poneva l’ascoltatore cela, in nuce e implicitamente, quella tendenza tecnicista, elitarista e classista che vorrebbe si delegasse ogni aspetto della vita pubblica, rinunciando volontariamente ad essa perché non si saprebbe bene cosa farne, affidando, di conseguenza, il tutto a figure ipotetiche une e trine: “rappresentanti-politici-tecnici”. La tendenza è preoccupante, specie perché genera un continuo perpetuarsi di mancanza di discernimento culturale e, solo in seconda battuta, politico e sociale. Ritenere una figura terza aprioristicamente valida nello svolgimento di un compito dirigenziale precedentemente [ancorché vagamente] svolto da “personale politico/burocratico” pone più di qualche inquietudine in chi scrive.
Dietro a tutto questo si nasconde neanche troppo velatamente il desiderio della delega “in bianco” della propria volontà politico-elettorale e della propria libertà, in barba ai principi dello stato liberale e della democrazia che libererebbe dal peso del ragionamento e del pensiero sulla cosa pubblica (e non).
L’uomo solo al comando è sempre più realtà nella coscienza popolare italiana.
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Reddito di sudditanza

Posted on 2018/06/08 by carmocippinelli
Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è diventato lo scalpo da agitare dinanzi agli elettori che parrebbero iniziare a storcere la bocca di fronte all’alleanza con Salvini. Neanche troppi per la verità, ma in momenti di magra elettorale meglio tenersi buoni anche le piccole sacche di elettorato. Il grande mantra del pentastellismo militante, tuttavia, incontra ripetutamente ostacoli proprio a causa di quell’alleanza di cui sopra: la trazione leghista del Governo è evidente, altrimenti non si spiegherebbe il ruolo così rilevante in un esecutivo di un partito arrivato, comunque, sotto al 20% a livello nazionale. 
È molto difficile, per chi scrive, comprendere come un governo venga detto “del cambiamento” con ministri berlusconiani e leghisti e dall’altra una forza politica certamente opportunista ma che ha fondato il suo consenso proprio sulla contrapposizione corruzione/legalità, dove il primo termine di paragone è rappresentato in primis dalle forze di centrodestra. Dal PD si affrettano, senza poca fantasia e minima elaborazione (dalle parti del Nazareno non c’è mai stata), a bollare come “marxista” il reddito di cittadinanza. Col marxismo la proposta del cinque stelle c’entra veramente poco. Tuttavia è bene chiamarla per quello che è: reddito di sudditanza. L’obiettivo finale è rappresentato dai consumi, non dal lavoro: il sussidio viene elargito solo per far ripartire i consumi, dunque in un’ottica tutta capitalistica  e consumistica che niente ha a che fare con la (ri)collocazione o l’occupazione nel vero senso della parola. Quello che fa davvero paura al capitale è la piena occupazione, il lavoro e la lotta per il salario minimo a parità di ore lavorate. Il reddito è solo di sudditanza, altro che cittadinanza.
Posted in cambiamento, Governo, lega, movimento 5 stelle, pd, polpettoni, Reddito di cittadinanzaTagged cambiamento, Governo, lega, movimento 5 stelle, pd, polpettoni, Reddito di cittadinanza1 Comment

Bullo a chi?

Posted on 2018/04/13 by carmocippinelli
Si è fatto un gran parlare sui giornali, sulle aperture dei Tg e non solo, dello show di Berlusconi al termine delle consultazioni della coalizione a tre Berlusconi-Meloni-Salvini. Molto rumore per nulla. La questione diventa interessante dal momento che qualsiasi commentatore, così come la stampa tutta, è caduta nel giochetto del vecchio Silvio.
«Fate i bravi», dice silvione alla stampa,  «sappiate distinguere chi non conosce l’ABC della democrazia» con chi invece la conosce bene, con evidente riferimento ai cinque stelle prima e alla coalizione in cui è inserito anche il nostro, «sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani».
Pare che Di Maio si sia alterato alla battuta di Berlusconi, pare che tutto il mondo abbia rivolto l’animo a quei cinque secondi al termine della conferenza stampa più che a quest’ultima.
È evidente che la stampa italiana, presa da fremiti gossippari, non sia in grado di distinguere l’importanza di una conferenza con un lampo di un attempato signore che, per quanto influente, era in evidente stato di eccitazione da mancata considerazione del suo ruolo da parte di politica e giornalisti. Un po’ come quando i bambini pronunciano «mamma mamma mamma mamma mamma mamma» a ripetizione tirando la vestaglia della genitrice in cerca d’attenzione e, una volta ottenuta la parola, dicono cose a sproposito.  La notizia sarebbe dovuta essere, per l’appunto, l’andarsene di Salvini e Meloni che provano a frapporsi fra silvione e il microfono, data l’evidente smania da decenne che quest’ultimo ha nello scansare i due. 
Gli istinti gossippari, di cui sopra, prevalgono e fa notizia Berlusconi. Perché lui, volpone, sapeva che della conferenza stampa non avrebbe parlato nessuno e di lui ne avrebbero scritto tutte le testate: come a dire: «siete stati anni a dare del bulletto a Renzi ma non avete fatto i conti con me, io sono il più bulletto di tutti»
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«Fare il premier», qualsiasi cosa voglia dire

Posted on 2018/03/28 by carmocippinelli

È ricominciata la campagna elettorale. Lo si vede dalle roboanti (vibranti cit. Giorgio Napolitano) dichiarazioni vuote e senza senso provenienti dai cinque stelle, dalla Lega, dal PD e da Berlusconi.

Luigi Di Maio, leader indiscusso, del Movimento 5 Stelle, nella giornata di ieri ha scritto un post sul «Blog delle Stelle» intitolato La volontà popolare sopra ogni cosa che termina così:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14 Tajani Premier, il 4 Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».

Su tutti i giornali, ovviamente, vengono riprese le parole di Di Maio: «sono stato il più votato come premier». Massimo Bordin nel corso della sua quotidiana rassegna stampa ha ironizzato: «Adesso mettiamoci d’accordo per raccordare la presunta volontà popolare di Di Maio con la Costituzione che non parla di elezione diretta del Presidente del Consiglio [cioè il premier ndr]».  Di Maio non è che si impunta a vanvera: i (s)cittadini l’hanno votato come candidato premier, così come gli elettori della Lega hanno votato Salvini Premier etc. Ora, in tempi di crisi e di informazione deviata, è bene riprendere ogni concetto e ripeterlo fino allo sfinimento: il “Premier”, in Italia, non esiste. I Governi, tecnicamente, non sono votati da nessuno, come al contrario afferma Di Maio. Nella Costituzione italiana, tanto per fare un esempio, non sta scritto da nessuna parte il termine premier, né tantomeno è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier).  Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con lo PSI ben lontano dal 15%. 
Non è un problema di nomi ma di poteri: il Presidente non è eletto direttamente. Speriamo che qualcuno lo spieghi a Di Maio. 
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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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