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Categoria: destra

Europee, cambiano le regole: partiti nel caos

Posted on 2024/04/02 by carmocippinelli

Foto di Christian Lue su Unsplash

Nasce la lista centrista “Stati Uniti d’Europa” ma si rischia già lo strappo con Volt e una parte di +Europa. Disputa sul simbolo tra la lista “Pace terra dignità” (lista Santoro) e i Verdi/Grüne del SudTirolo.

Mancano poco più di tre mesi alle elezioni europee: si terranno l’8 e il 9 giugno [2024] contemporaneamente in tutti i paesi dell’Unione. In Italia il Governo Meloni ha appena cambiato le regole per la presentazione delle liste: le organizzazioni politiche si stanno adeguando alla normativa, non sensa difficoltà.

Cambiano le regole ma in cosa consistono le modifiche?
Il Governo ha modificato la normativa che regola la partecipazione elettorale dei partiti e delle liste attraverso la conversione in legge del decreto 7/2024. Il Governo era partito in gennaio con la volontà di proporre alle Camere un testo già blindato nei fatti, a cui poi si sono aggiunti degli emendamenti in Aula. Tra le varie modifiche ce ne sono due tra le più rilevanti tra cui: la questione della raccolta firme per la presentazione di una lista e il voto – in via sperimentale – ai fuori sede. Riguardo la questione firme, in questo caso attorno all’esenzione della raccolta, potrà avvenire solo per la lista o il partito «che che abbia ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo – ed in una delle circoscrizioni italiane». Alle scorse europee [2019], mancando la specificazione delle circoscrizioni italiane, riuscirono a presentarsi senza raccogliere le firme anche le liste del Partito Pirata, della lista “La sinistra” (Rifondazione-SinistraEuropea e Sinistra Italiana) e del Popolo della famiglia di Massimo Adinolfi.

Proprio Rifondazione, sebbene fondatrice del Partito della Sinistra Europea, quest’ultimo rappresentato a Bruxelles/Strasburgo, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica riguardo, sostengono dal Prc, la palese incostituzionalità del decreto convertito in legge.

Sul voto ai fuori sede la normativa ora stabilisce che gli studenti fuori sede possono votare «nel luogo di domicilio, con esclusivo riferimento alle elezioni europee del 2024» ma è valida solo per «gli elettori che sono temporaneamente domiciliati» da «almeno tre mesi in un comune italiano situato in una regione diversa da quella di residenza». L’aporia della norma sta nel fatto che si voterà sia per il rinnovo del Parlamento europeo, sia per il rinnovo dei consigli in alcune regioni.
Dunque il fuori sede dovrà comunque recarsi là dov’è residente per poter votare anche alle regionali.

E i partiti? L’incontro-scontro al centro
Ventiquattro ore prima delle festività pasquali, è giunto in porto il progetto della lista denominata Stati Uniti d’Europa (SuE). L’area centrista liberal-democratica e radicale ha trovato un accordo attorno al nome della lista, nonché attorno ai maggiori sostenitori e rappresentanti di SuE cioè +Europa (dunque Radicali italiani e Italia in Comune), Italia Viva di Matteo Renzi, Libdem di Andrea Marcucci e il Psi di Enzo Maraio (che non è il nPsi, pur avendo oltre al garofano il medesimo font in comune).
Non ci sarebbero ancora le ufficialità di Volt (il partito politico paneuropeo) e della Nuova Dc siciliana ma il simbolo che è circolato nei giorni di Pasqua vede anche “la pulce” della prima organizzazione citata, che scioglierà la riserva solo il 6 aprile.

L’accordo, quindi, c’è. Cioè: ci sarebbe, pur nell’alveo di una «lista di scopo». Come da migliore tradizione radicale. Ci sarebbe, dicevamo. Il condizionale è d’obbligo e nonostante Emma Bonino in un suo articolo pubblicato su «La Stampa» del 15 dicembre [2023] avesse lanciato – calcisticamente parlando – la palla in tribuna per poter dare il via al percorso di costituzione del progetto, la lista soffrirebbe già di dissidi interni.
Si potrebbe ridurre il tutto ad un equivoco di fondo: +Europa, sebbene abbia trainato la creazione della lista, non è un partito unitario quanto più una sorta di coordinamento liberal-democratico di varie componenti, tra cui quella capitanata da Benedetto della Vedova, quella di Radicali italiani e quella afferente ad Italia in Comune. Federico Pizzarotti fa parte di quest’ultima: da presidente di +Europa ha affidato a X (ex Twitter) la polemica interna, prima riguardo la candidatura di «Marco Zambuto (genero di Totò Cuffaro)» ma anche attorno al simbolo che «non era mai stato condiviso in nessun organo: io non lo avevo mai visto». Chissà che il vento di Calenda, unico escluso dal mal assortito rassemblement centrista, non riesca a soffiare dalle parti di Federico Pizzarotti e spaccare il “fronte” appena nato.

Sinistra: la “lista Santoro” copia i Verdi/Grüne altoatesini?
La lista promossa dal giornalista Michele Santoro, dal professore Raniero La Valle e dall’influencer (ex Fronte della gioventù comunista) Benedetta Sabene, “Pace, terra, dignità”, non dovrà confrontarsi soltanto con la raccolta delle firme, ma anche con la legge. I Verdi del SudTirolo si sono rivolti ad un legale che ha inviato una lettera di diffida a Michele Santoro e a Rifondazione comunista (promotrice della lista), come rivela il docente Gabriele Maestri sul suo blog. Santoro ha, ad ogni modo, ribadito le ragioni della lista affidandosi anch’egli ad un avvocato ed ora è, letteralmente, battaglia sui simboli.

La risacca dei partiti personali
Il dato che emerge fino ad ora è quello dello spazio politico occupato dal “centro” che, a quanto pare, si sta facendo sempre più asfittico. Non più di due lustri fa se la pubblica opinione avesse assistito ad una veemente querelle come quella in essere da mesi (per non dire anni) tra i leader dei vari partiti lib-dem, moderati e radicali ma nell’area politica della sinistra radicale, avrebbe derubricato i dibattiti alla voce “litigiosità” del vocabolario. Proverbiale quella della sinistra, se di mezzo ci sono anche i comunisti o socialisti, poi, non se ne parli neanche. Non prima di aver trattato il tutto con distacco e una punta di disprezzo. Ma ormai l’opinione pubblica è assuefatta ai partiti personali e alle loro dispute, nonché al loro orizzonte elettorale e di brevissimo periodo: la politica, pur lontanissima, è preda di dibattiti su X e a colpi di post. Di sostanza ce n’è poca e c’è da cercarla con la lanterna accesa nel buio.
Come Diogene di Sinope: lui cercava l’uomo, qui cerchiamo la politica.

 

Pubblicato su Atlante Editoriale 

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Un anno di Meloni, la presidente-camaleonte [Atlante Editoriale]

Posted on 2024/01/03 by carmocippinelli

Il 24 novembre si concludeva l’iter del Mes alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. Durante il question time al Senato, va in scena il battibecco tra Matteo Renzi (ex Presidente del consiglio, ex segretario del Partito democratico e ora rappresentante del gruppo Italia viva – il centro) e l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri: «lei racconta se stessa come fosse Cenerentola ma lei non è Cenerentola né la Bella addormentata, né Biancaneve: è la presidente del consiglio e si trova guidare il paese e non sta governando la situazione economica delle famiglie»1.

Ma Giorgia Meloni nei fatti non è niente di tutto questo, è piuttosto un camaleonte.

Il primo a dare questa definizione è stato il sito «politico.eu» nel novembre di quest’anno: «mentre in precedenza [Meloni] chiedeva all’Italia di abbandonare l’euro e prendeva di mira ripetutamente “i burocrati di Bruxelles”, Meloni oggi sembra essere in buoni rapporti con la presidente della commissione europea Ursula Von der Leyen […] e lavora a stretto contatto con lei anche il primo ministro olandese Mark Rutte». Rutte che, assieme a Wilders ora molto più pervicacemente, è stato tra chi diceva «non daremo soldi all’Italia» nel corso della crisi da coronavirus.

Trasformismo tanto e tale (il fantasma di Agostino de Pretis volteggia ancora sui Palazzi!) che ha portato la Presidente del Consiglio a dichiarare: «[Von der Leyen] lavora molto e sa ascoltare, non è difficile collaborare con lei. Poi, certo, tenere tutto insieme non deve essere facile. Il governo europeo è una costante mediazione tra le indicazioni dei singoli governi e gli equilibri politici che si impongono al Parlamento europeo».2

Bisogna sempre tener conto di quel che si può e quel che non si può fare, sembra voler dire: il referendum per uscire dall’Europa e tornare a battere moneta non è più tra le possibilità politiche che rientrano nell’ordine della concretezza. «L’Euro ha prodotto un fallimento: non abbiamo adottato la moneta unica ma il marco tedesco. Stiamo tirando la carretta per qualcun altro» e ancora «Uscire [dall’Euro] presenta alcune incognite, restare offre la certezza che andrà sempre peggio»3, era quello che dichiarava nel 2014 Giorgia Meloni a Monica Guerzoni del «Corriere della Sera». Allora il partito puntava all’8% e il Movimento 5 Stelle era ancora a trazione di Beppe Grillo.

In nove anni è cambiato tutto, al di là delle semplici frasi fatte. E, d’altra parte, Fratelli d’Italia non si chiama più “Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale” bensì solo “Fratelli d’Italia”. La fiamma nel simbolo c’è sempre e serve per ricordare a tutti il punto di partenza della storia del partito, pur con tortuosi salti e cambiamenti di posizioni politiche degli ultimi due anni: vale e conta nell’ambito della propaganda elettorale (permanente).

C’è da dire, ad ogni modo, che la natura camaleontica di Meloni non ha per nulla scalfito il consenso in termini elettorali (o di proiezioni e sondaggi): l’opposizione sembra essere bloccata e paralizzata tra lo scontro personale, quello ideale attorno ad una ipotetica narrazione dell’Unione Europea, nonché delle procedure d’Aula.
A proposito dei decreti legge, il dato sembra essere implacabile: in quattro mesi sono stati pubblicati diciotto decreti legge dal governo, ad ottobre erano già quarantotto. L’esecutivo si è sostituito al Parlamento e al dibattito in Aula si è preferito l’approvazione in Consiglio dei ministri. Una divisione di poteri che si è andata a superare nei fatti diventando, piuttosto, una somma di poteri. Chiara Braga (capogruppo Pd alla Camera) aveva affermato in un’intervista a «La Repubblica» come ci fosse
«un’emergenza democrazia». «Il governo ha posto la questione di fiducia su 20 decreti […] La metà delle leggi approvate dal Parlamento sono decreti», si leggeva nell’intervista del 25 ottobre [2023].

Certo è che tra fiducia e decretazioni d’urgenza le ultime otto legislature non hanno brillato per democrazia e dibattito parlamentare: i governi appoggiati dal Partito Democratico hanno anch’essi abusato della decretazione d’urgenza (Prodi, Gentiloni, Letta, Renzi, Draghi), per non parlare del governo Conte nel mezzo della pandemia da coronavirus (i Dpcm enunciati alle 18:00 in diretta tv).
Si tratta del riflesso di governi che avrebbero voluto accentrare su di loro decisioni e responsabilità per lasciare al Parlamento i resti di un dibattito già condizionato. Allo stesso modo il discorso può essere esteso per il malcostume del cosiddetto “decreto milleproroghe” per cui a fine anno si giunge alla confermazione di proroghe attorno ai più disparati campi d’intervento del legislatore, comportamenti normativi, pratiche relative alla burocrazia e amministrazione che da straordinaria diventerà ordinaria nei fatti. È avvenuto anche a fine 2023.

L’interpretazione che da’ Piero Fassino attorno all’accentramento di poteri di Giorgia Meloni (a proposito di rigidità e procedure d’Aula), in un articolo che ha pubblicato su «Huffington Post», non solo non convince ma lascia perplessi sulla strategia – semmai dovesse essere ravvedibile – dell’opposizione:

«È forse per dare forza a una linea di isolamento che la Presidente del Consiglio ha indossato negli ultimi tempi toni particolarmente aggressivi. C’è da chiedersi perché? […] la spiegazione c’è: ed è che l’on. Meloni non si sente “riconosciuta” perché sa che la storia politica da cui proviene – e da cui non ha mai preso le distanze – non appartiene alle radici della Repubblica democratica, né alle radici dell’Unione europea. E anziché fare i conti con questo limite, l’on. Meloni ha imboccato una linea di destabilizzazione. Lo ha fatto proponendo l’elezione diretta del premier [che sia un lapsus, on. Fassino?], ispirata da un rapporto plebiscitario leader-popolo che sovverte l’architettura costituzionale, emargina Parlamento e partiti, esalta la intermediazione sociale».

Da qualche tempo il partito democratico sta seguendo il consiglio di Dario Franceschini, secondo cui, proprio riguardo «la madre di tutte le riforme che si possono fare in Italia», non c’è necessità di esprimere sempre la propria contrarietà quanto, piuttosto, proporre un’alternativa entrando nel dibattito egemonizzato dalla Presidente del Consiglio. È così che si va strutturando la contro-proposta del Pd al premierato: il cancellierato à la tedesca. Impercettibili sfumature di una tonalità di colore piuttosto uniforme e sovrapponibile a quella dei fratelli d’Italia. Il premierato lo vorrebbero tutti anche e soprattutto per quel premio di maggioranza che andrebbe delineandosi ma nessuno – dalle parti opposte dell’emiciclo – ha  il coraggio di ammetterlo.

E, infine ma tornando al principio, bisogna iniziare a registrare anche la mutata predisposizione nei confronti di una parte del centro: c’è da considerare, insomma, anche la liason a distanza con Italia viva, che tanto ha fatto tremare i vertici di Forza Italia. La prima organizzazione ospitata ad Atreju, la seconda invitata solo per tramite di Antonio Tajani (ma più in virtù della carica che ricopre nel Governo). Le baruffe per qualche editoriale di Matteo Renzi sul «Riformista» assomigliano più all’atteggiamento di chi si sta cercando sottobanco senza ammetterlo, così come anche la battuta in Aula sugli aiuti che potrebbero giungere dall’Arabia Saudita per conto dell’ex sindaco di Firenze.

Il fine di Meloni è «un sano bipolarismo» – magari a trazione Fdi – così da egemonizzare una parte del centro e far sì che l’ex compagine moderata, ex berlusconiana, orfana di quel che fu l’Udc venga attratta naturalmente per istinto darwiniano di sopravvivenza.

Le posizioni politiche cambiano ma Meloni non ha intenzione di mostrarsi per quello che compie davvero agli elettori: mantenere il velo di Maya è l’imperativo categorico per far sì che il consenso non si sgretoli. Non è così che ha finito per essere irrilevante il campo della sinistra radicale?

1 Monica Guerzoni, Il duello con Renzi in Aula. «Non faccia la Cenerentola». E lei: ci aiuti per la benzina con il suo amico bin Salman, «Corriere della sera», 24 novembre 2023.

2 Alessandro Sallusti, La versione di Giorgia, 2023, Rizzoli.

3 Monica Guerzoni, Meloni punta molto in alto: valiamo l’8 per cento, 20 maggio 2014, «Corriere della Sera».

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/un-anno-di-meloni-la-presidente-camaleonte/

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Natalità con precarietà, il nodo gordiano di Giorgia Meloni – Atlante Editoriale

Posted on 2023/04/15 by carmocippinelli

Primo Def (cioè il Documento di economia e finanza) per il governo guidato da Giorgia Meloni a 173 giorni dal giuramento davanti al Presidente della Repubblica al Quirinale.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il documento e presentatolo durante la conferenza stampa di martedì 11 aprile alla presenza della Primo ministro Giorgia Meloni e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

Cuneo fiscale sì, forse

O meglio, non nel breve termine. Secondo le intenzioni del Governo il famigerato “taglio del cuneo fiscale” (ormai una Fata Morgana che aleggia minacciosa al di sopra di ogni esecutivo da un paio di decenni a questa parte) dovrebbe poter avvenire ma «con un provvedimento di prossima adozione» come pure recita il comunicato pubblicato dal Governo a margine della conferenza stampa. «Nel breve termine, si opererà per sostenere la ripartenza della crescita segnalata dagli ultimi dati, nonché per il contenimento dell’inflazione – si legge nel comunicato –. Il mantenimento dell’obiettivo di deficit esistente (4,5%) permetterà di introdurre, con un provvedimento di prossima adozione, un taglio dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi di oltre 3 miliardi a valere sul periodo maggio-dicembre di quest’anno». Da dove derivano quei soldi? Secondo l’adagio bizantino-economicista, proverrebbero della divaricazione che si aprirebbe tra deficit tendenziale e programmatico. L’interstizio, cioè, tra il 4,25% e il 4,5% del Pil.

La replica della stampa, in particolare di «Repubblica» di mercoledì 12 aprile, è netta:

«Provvedimenti gravosi e per adesso senza copertura, a meno che Meloni non scelga di aprire un clamoroso fronte con l’Europa sul deficit, sforando la soglia del 3,7% proprio nell’anno in cui entra in vigore il nuovo patto di stabilità. Improbabile, rischiosissimo. L’alternativa è trovare all’interno del bilancio le risorse per coprire le promesse elettorali. Tradotto: risparmi di spesa e, quindi, tagli» [1].

Poca scelta, sembrerebbe, a leggere Tommaso Ciriaco e Valentina Conte.

Ripasso: cosa significa “cuneo fiscale”?
L’espressione sta ad indicare – in estrema sintesi – la differenza tra stipendio lordo e netto percepito dal lavoratore. Cioè la somma di imposte che gravano sul costo del lavoro sia da parte del datore di lavoro (azienda privata o stato), sia rispetto ai lavoratori autonomi o liberi professionisti, nonché sui lavoratori dipendenti. È uno degli argomenti su cui le maggioranze si sgretolano e diventano fluide [2], su cui si cerca il consenso e che viene proferito dalle labbra dei capi di governo a mo’ di cinghia di trasmissione con l’elettorato. Almeno, da quando s’è iniziato a chiamarlo così.

Pil e coperta corta
I lettori di «Atlante» avranno letto l’attenzione che il nostro giornale ha riservato alla Legge di bilancio di fine 2022. Nel corso di quei mesi convulsi, in cui si sospettava lo spettro dell’esercizio provvisorio, il governo rilasciava dichiarazioni alla stampa asserendo l’improbabilità di poter (o dover) turbare mercati e istituzioni europee. L’importante era rassicurare, anche perché la coperta era proverbialmente corta, come ebbe a dire – ripreso dai giornali più venduti nel Paese in quel periodo – il ministro per i rapporti col Parlamento Luca Ceriani: 

«Purtroppo abbiamo una finanziaria con pochi spazi di manovra, ma il governo ha l’ambizione di durare cinque anni».

I margini sono stretti ma i dati e le previsioni sul Pil sembrano rassicurare Meloni, governo e maggioranza, sebbene venga dato «in frenata» [3]: 

«Se infatti il Pil di quest’anno viene rivisto in leggera crescita, all’1% come obiettivo programmatico rispetto allo 0,6% fissato lo scorso novembre e allo 0,9% tendenziale, per il 2024 la correzione è invece al ribasso: l’obiettivo di crescita è posto infatti all’1,5% contro il precedente 1,9%» [4].

Pareri positivi giungono dal Presidente dell’Accademia dei Lincei Alberto Quadrio Curzio, intervistato da Claudio Landi di «Radio Radicale», per cui le percentuali del prodotto interno lordo configurano tre dati molto importanti. Il Presidente ha affermato:

«Il primo fattore [è quello legato alla] manifattura: va bene e continua ad esportare […]; secondo: i servizi e il settore del turismo stanno andando benissimo, recuperando e superando i dati del 2019; terzo: la carenza di manodopera è evidente e la quantità di posti da occupare, soprattutto nel settore dei servizi, è impressionante» [5]. Sarebbe da indagarsi sul “come”, ma questa è un’altra storia. Per Quadrio Curzio, ad ogni modo, c’è anche un altro fattore riguardo il rapporto deficit/Pil per cui se dovesse venir prefigurato attorno al 4,3%, sebbene «sia presto per dirlo», bisognerà vedere cosa accadrà dopo.

E il “dopo” si chiama: rinnovo del patto di stabilità con l’Ue e Pnrr, per cui (a proposito del piano di ripresa e resilienza) il presidente dell’Accademia dei Lincei non va oltre la definizione di «grosso problema per il governo» [6].

Natalità
«Dalla prossima legge di bilancio bisogna porsi con concretezza il problema del calo demografico e delle nuove nascite, con misure adeguate», ha detto la Presidente Meloni in conferenza stampa, sebbene di questo tema non vi sia traccia nel comunicato ufficiale diramato dagli uffici di Palazzo Chigi [7]. Dunque il tema è rimandato alla prossima legge di bilancio: fine 2023. Nessuna traccia, si diceva, ma il tema viene ripreso dai quotidiani e dalle agenzie che si involano in titoli ed articoli a riguardo, a cui sono seguite le reazioni della politica plaudente.

Rimane l’incognita del “come” – e lo si vorrebbe fare proprio a partire da questa sede – magari ponendo l’attenzione alle dichiarazioni dei componenti del Governo, in primo luogo parafrasando le parole del Ministro Valditara che dava per scontata la denatalità tendenziale dei prossimi anni. Dunque annunciando meno assunzioni di insegnanti. Che ci siano più linee nel governo e che, come tutti i Salmi che finiscono in “Gloria”, poi spetti a Meloni trarre la sintesi giornalistica, politica e mediatica, parrebbe evidente. Resta difficile conciliare entrambe le posizioni per cui non pare ci sia stato gruppo parlamentare che abbia sollevato l’aporia che prevederebbe l’annunciato (futuro) incentivo alla natalità con il mancato investimento conseguente, o il quadro del lavoro precario permanga immutato. Non un fattore secondario.

Certo è che il dibattito a riguardo è tutto da rimandare al potenziale scontro che prefigurava «Repubblica» di mercoledì e il presidente Quadrio Curzio. Hic Rhodus, hic salta!

Pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-natalita-con-precarieta-il-nodo-gordiano-di-giorgia-meloni/

Note:
[1] E che, ad ogni cambio di governo, ne dà per certa la cesura. Mario Sensini sul «Corriere della Sera» dell’11 gennaio 2020, riportando le parole dell’attuale sindaco di Roma, allora ministro, Roberto Gualtieri, dava per imminente tale taglio.
«Lo ha detto ieri il ministro dell’economia Gualtieri, alla Camera, annunciando, tra l’altro, l’imminente varo del decreto sul taglio del cuneo fiscale (circa 500 euro in più nel 2020 ai dipendenti con redditi fino a 35mila euro lordi)»
Mario Sensini, Gualtieri: entro gennaio decreto sul taglio al cuneo fiscale, 11 gennaio 2020, «Corriere della Sera».
[2] Tommaso Ciriaco; Valentina Conte, Risorse azzerate per pensioni e flat tax. Ora tagli o altri debiti. Europa in allerta, 12 aprile 2023, «la Repubblica».
[3] Enrico Marro, Cuneo fiscale, taglio di 3 miliardi. Meloni: «Misure per la natalità», 12 aprile 2023, «Corriere della Sera».
[4] Enrico Marro, Cuneo fiscale, taglio di 3 miliardi. Meloni: «Misure per la natalità», 12 aprile 2023, «Corriere della Sera».
[5] Claudio Landi, Intervista ad Alberto Quadrio Curzio sul primo Def di Giorgia Meloni, 11 aprile 2023, «Radio Radicale».
[6] Claudio Landi, Intervista ad Alberto Quadrio Curzio sul primo Def di Giorgia Meloni, 11 aprile 2023, «Radio Radicale».

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“Sensazionalismi” o “aprioristiche condanne”, comunque assenza d’informazione – Atlante Editoriale

Posted on 2023/03/14 by carmocippinelli

Dopo i fatti di Cutro, non cessano le morti nel “cimitero mediterraneo”: nella notte tra il 12 e il 13 marzo [2023] un barcone carico di 47 persone si è ribaltato a 100 miglia dalle coste libiche. I fatti e la cronaca dell’accaduto sono spietati: componenti dell’Organizzazione non governativa “Watch the Med – Alarm Phone” segnalano un’imbarcazione a largo delle coste libiche in area Sar (cioè “search and rescue”)[1]. Un primo avvicinamento e conseguente tentativo di soccorso proviene dalla nave “Basilis L” che tuttavia non riesce ad operare pienamente. L’aiuto sfuma. Nel frattempo le informazioni vengono trasmesse anche ad Italia e Malta dato che, a quanto è stato riportato sia dalle agenzie stampa, sia dai quotidiani nazionali, la Libia non avrebbe avuto mezzi da impiegare nel salvataggio. 

Entra così in gioco anche Roma, come riporta l’agenzia «Ansa»: «La “Basilis L” a causa delle condizioni meteo non è riuscita a soccorrere i migranti. Dal canto loro le autorità libiche, per mancanza di disponibilità di assetti navali, hanno chiesto il supporto del Centro Nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma che ha inviato un messaggio satellitare di emergenza a tutte le navi in transito. Sul posto si sono, quindi, trovati quattro mercantili». 

Il cargo Froland, battente bandiera Antigua e Barbuda, raggiunge l’imbarcazione e inizia le operazioni di salvataggio. Le cose non vanno come devono andare e il mezzo di fortuna si capovolge. Si contano 30 dispersi mentre in 17 si salvano. «Siamo in marzo: è il mare più freddo dell’anno» precisa Giuseppe Scandura nel notiziario mattutino di «Radio Radicale» di lunedì 13 marzo [2023], inviato permanente nelle zone di sbarco da parte della emittente radiofonica. Le sue parole vogliono lasciar intendere la triste conseguenza dell’essere classificato ‘disperso’ in mare nel corso di questo mese.
Il corrispondente ha poi aggiunto: «i migranti si trovano ora su uno dei cargo di Froland che sta navigando in questo momento ad Est di Malta e si sta dirigendo verso Porto Palo e Pozzallo». 

L’imbarcazione è rimasta in avaria «per 30 ore» ha precisato Scandura e la vicenda porta con sé polemiche, dichiarazioni da parte delle forze politiche ma anche (stavolta più delle precedenti) una lettura peculiare da parte della stampa nazionale. 

 

Destabilizatsiya

Secondo Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato della Repubblica, intervistato da Fabio Rubini per «Libero» [2] ci sarebbero evidenti interessi geopolitici alla base degli sbarchi in Italia dato che «in alcune zone del Nord Africa, dove si intrecciano gli interessi di Turchia, Russia, Cina, Iran» al Senatore «pare evidente che, ad esempio, la Russia possa avere l’interesse a destabilizzare quell’area geografica per moltiplicare i flussi migratori e mettere in difficoltà i Paesi europei che si sono schierati contro di lei nella guerra con l’Ucraina». Romeo ha anche aggiunto: «La Russia sta creando una vera e propria “bomba migratoria” per mettere in difficoltà l’Europa. Provate a pensare se a un certo punto dovesse incendiarsi la situazione politica nel Nord Africa. Sarebbe un disastro per l’Europa e soprattutto per l’Italia che è in prima linea nel Mediterraneo».

Il disarcionamento – se così possiamo definirlo – dei poteri del Nord Africa, tuttavia, è in atto non solo dalla ripresa del conflitto russo-ucraino dello scorso anno (in essere dal 2014) ma ben prima di quella data.
Il giorno precedente l’intervista in oggetto, la polemica è stata avviata da Lucio Malan (da questa legislatura in quota Fratelli d’Italia dopo aver abbandonato Forza Italia): l’esponente del partito di Governo affida a Twitter la pubblicazione di una foto in cui viene geolocalizzata la posizione dell’imbarcazione che aveva richiesto soccorso con la seguente descrizione: «Barcone in difficoltà vicino alle coste libiche? Per Alarm Phone la responsabilità è dell’Italia, come fosse tornato l’Impero Romano» [3].

Anche Daniele Capezzone (già deputato della Rosa nel pugno in quota radicale, poi per Forza Italia e ora vicino al Governo), durante la trasmissione “Zona Bianca” (Retr4) di domenica 12 marzo, ha tuonato così: «Stanno uscendo particolari atroci su quella barca [riguardo i fatti di Cutro]: gli scafisti la tenevano insieme con chiodi arrugginiti e graffette. Stando alla relazione dei servizi segreti, pagina 37, che invito a leggere, quanto più ci sono operazioni di soccorso, tanto più gli scafisti risparmiano e mettono dei poveracci su veri e propri gusci di noce […] è una vergogna che questa gente del Partito democratico anziché scagliarsi contro di questi, si scagli contro il Governo».

“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”

Certo è che se la questione la si mette sul piano dell’emotività non se ne esce più. O, almeno, così è a parere di chi scrive. La pavimentazione della realtà cede di schianto e si può dare il via ad interpretazioni arbitrarie e opinioni più che personali. L’editoriale di Maurizio Belpietro su «La verità» di lunedì 13 marzo [2023] affonda il coltello nel metaforico “burro mediatico” riguardo i festeggiamenti di Casa-Salvini, ponendo il fatto in relazione con gli avvenimenti di cronaca: «Dopo Cutro vietato intonare Battiato?» prendendosela contro gli esponenti del Partito Democratico e di Alleanza Verdi/Sinistra che hanno utilizzato la vicenda leggendo la canzone deandreiana a favore dell’accoglienza. Stando a quel che scrive Belpietro, per l’opposizione ogni riferimento al mare nelle canzoni pop italiane sarebbe da bandire e quindi il Direttore snocciola varie canzoni tra cui Summer on a solitary beach: «Sebbene abbia un titolo inglese, in quella canzone Franco Battiato a un certo punto ripete un ritornello agghiacciante e politicamente scorretto, almeno di questi tempi: “Mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde,
portami lontano sulle onde”. Se così fosse, le nuove regole imposte da Elly Schlein e compagni ci costringerebbero persino a vietare Il pescatore, che pur essendo stata scritta da Pierangelo Bertoli e cantata da un’eroina rosso fuoco come Fiorella Mannoia parla di un’onda che ti solleva forte e ti spazza via come foglia al vento, per chiedersi poi se la morte sia così cattiva». Sembrerebbe evidente il tentativo strumentale di ambo le parti. Eppure non è il solo. Augusto Minzolini, nell’editoriale per «Il Giornale» di lunedì si pone sulla stessa scia condannando gli approcci emotivi alla vicenda che coinvolge le migrazioni di esseri umani: «Anche perché è fatale che il prossimo fatto di cronaca truculento che abbia come protagonista qualche immigrato clandestino susciti nella nostra opinione pubblica una reazione emotiva, uguale e contraria, a quella giustamente provocata dalla disgrazia di Cutro. Le emozioni, si sa, non si governano Ecco perché c’è un bisogno profondo di senso dell’equilibrio nell’accostarsi ad un problema che non ha soluzione. Da parte di tutti. È necessario assicurare il soccorso in mare a chi si affida a questi viaggi del dolore. Non potrebbe essere altrimenti: solo qualche scemo del villaggio può pensare che il nostro governo non abbia salvato scientemente i naufraghi di Cutro. È anche necessario, però, trovare nel contempo strumenti che scoraggino l’immigrazione, che spieghino a questa umanità disperata che non basta arrivare in Italia per restarci» e l’ex direttore del Tg1 chiude con una stilettata a Shlein e a Salvini: «Con la speculazione politica su questi temi, non si va da nessuna parte. Anzi, può rivelarsi un boomerang, perché le ondate emotive sono cangevoli. Lo ha sperimentato Matteo Salvini e lo scoprirà anche Elly Schlein». 

Eppure i sensazionalismi sono comparsi proprio su quella parte di stampa che vorrebbe un approccio più lucido e razionale sulle questioni legate ai cosiddetti “flussi migratori”.
Basta sfogliare le prime pagine del «Giornale», «Libero», «Verità» ad ogni sbarco: lunedì 13 la prima del giornale diretto da Sallusti recita: «Altra strage in mare, altre bugie a sinistra». Per «Libero» c’è un «Assalto all’Italia» (scritto in rosso) e poi «Allarme: non si fermano più».
L’unica cosa certa, in tutta questa vicenda, è che davvero per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
E allora ci sentiamo assolti. Pur essendo dannatamente coinvolti. 

Note:

[1] “Siamo scioccati. Secondo diverse fonti, decine di persone di questa barca sono annegate. Dalle ore 2.28, dell’11 marzo, le autorità erano informate dell’urgenza e della situazione di pericolo. Le autorità italiane hanno ritardato deliberatamente i soccorsi, lasciandoli morire”. Questo il tweet pubblicato dall’account di Alarm phone nella notte di sabato 11 marzo [2023]. https://twitter.com/alarm_phone/status/1634920639676190722?cxt=HHwWhMDUvZvqs7AtAAAA 

[2] Fabio Rubini, «I barconi ce li manda la Russia», lunedì 13 marzo 2023, «Libero Quotidiano».

[3] https://twitter.com/LucioMalan/status/1634979739650895873

 

Articolo pubblicato su “Atlante Editoriale”.

La foto è tratta dalla testata «Il Dubbio».

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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