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Categoria: depositobagagli

Il flusso del movimento che non contemplava la sconfitta

Posted on 2013/04/27 by carmocippinelli

Articolo apparso su ilmanifesto del 27 aprile 2013

«SETTESETTE. UNA RIVOLUZIONE. LA VITA» DI PINO TRIPODI
C’è chi, come chi scrive, non ha vissuto i tempi dell’Italia in rivolta, c’è chi non era proprio nato durante le manifestazioni studentesche e operaie. Di quel periodo, di quegli anni chiamati frettolosamente anni di piombo ha letto la storia scritta da chi ha vinto. Chi invece nel movimento ci stava, leggeva Spinoza, voleva vivere e parlava di emancipazione e di autodeterminazione. Ancora adesso continua a farlo Chi non ha visto quel momento storico dell’Italia non può tuttavia capire appieno cosa Pino Tripodi va scrivendo nel suo Settesette. Una rivoluzione. La vita (Le Milieu, pp. 181, euro 13,90). Può tuttavia tentare di capire che cosa è successo e come si è arrivati fino ad oggi.
Gli uomini che hanno vissuto per «x» tempo in una data situazione, in un dato contesto e in un certo modo non possono cambiare in un batter d’occhio sé stessi: gli uomini che hanno manifestato, che hanno assaporato il sapore dolce del potere di cambiare le cose e che poi hanno sentito sfuggirselo fra le mani non sono più tornati sui loro passi. C’è chi dice che il ’68, col senno di poi e qualche anno sulle spalle, è stato un movimento fallimentare, che ha distrutto la sinistra e il movimento: lo dicono adesso. Allora chi faceva parte del movimento credeva che stava cambiando, in meglio, il mondo. 
Prima di questo fosco presente va ricordato che dopo il Sessantotto c’è stato il Settantasette e tutto quello che era stato tolto, «in pugno riprende», come cantava Paolo Pietrangeli; chi ha vissuto i movimenti e le lotte non può mai emanciparsi da esse o staccarvisi completamente. È impossibile. Il perché lo spiega questo libro di Pino Tripodi, quando si interroga sulla diffusione della lotta armata: «Molti compagni che sono passati alla lotta armata non credo l’abbiano fatto perché accettavano le bestialità progettuali delle Br o di Prima Linea. Più concretamente l’hanno fatto perché non accettavano l’idea che il movimento potesse essere sconfitto. La lotta armata protraeva la vita del movimento. Ne annullava la morte». 
Non ci si poteva staccare del movimento, la morte di esso non era concepibile né concepita e allora ecco spiegato il perché molti militanti di allora scelsero la lotta armata. Una spiegazione «esistenziale» prima che politica che si snoda tra frasi secche, aspre, dure e senza i fronzoli della punteggiatura. Ci sono solo i punti che separano frasi brevissime e magari interi dialoghi senza sapere chi sta parlando ma non ha importanza dal momento che questo o quell’individuo, qualora avessero avuto un nome all’interno del volume, non avrebbero fatto la differenza al lettore.
Settesette sembra, infatti, un campo minato perché è composto con le voci, le storie di chi non si è rassegnato alla morte del movimento. Sia chiaro, l’autore conosce bene le altre interpretazioni, spiegazioni della sconfitta e dei motivi che portarono molti militanti di allora a scegliere la lotta armata. Tuttavia, sceglie di privilegiare questa spiegazione, perché la prospettiva della sconfitta non veniva concepita. Chi è stato sconfitto continua a non accetta quella debacle . «Non chiedetemi se sono un romanzo. Non chiedetemi se sono un saggio. Se è letteratura. Se è filosofia. Se è politica. Se è poesia. Se è storia. Se è solo chiacchiera. Non chiedetemi. Non spiegate. Chiedetevi. Vi prego. Senza Spiegare». 
La forza di questo volume sta dunque nella sua inclassificabilità. La sua forza sta nel parlare di Spinoza, della volontà dell’uomo di concedere l’emancipazione alla propria compagna, Una concessione di libertà rifiutata dalle pratiche femministe e che mise giustamente all’angolo la paternalistica concessione della libertà dei maschi del movimento. La vita di coppia fu semplicemente terremotata dalle donne che affermavano la loro autodeterminazione. Ecco che senza virgole, duepunti, punti interrogativi ed esclamativi, frasi composte da più di due verbi, l’autore sbroglia la matassa chiamata Settesette , che a piè di pagina non riporta il numero delle pagine in cifre ma quello in numeri. Coloro che hanno vissuto i l movimento si ricordano quell’epoca esattamente così: erano considerati «strani» ma in fondo loro si sentivano dalla parte della ragione. Il mondo era dalla parte del torto e loro stavano là per cambiarlo. Il fatto era riuscirci. Quantomeno, provarci.
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"Italicum, una legge da pazzi". Intervista a Massimo Bordin

Posted on 2013/03/04 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Controlacrisi
I quotidiani della giornata di oggi hanno avuto molti interventi circa la discussione sulla legge elettorale italicum, frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi. Michele Ainis, docente presso l’Università di Roma Tre, ha aperto così il suo editoriale per il ‘Corriere della Serra’: «Nel 1978 la legge Basaglia ha chiuso i manicomi. Riapriteli di corsa: c’è un matto pericoloso da internare. È il legislatore schizofrenico, l’essere che comprende in sé il non essere, la volontà che vuole disvuole. In passato ne avevamo avuto già il sospetto, dinanzi a certe leggi strampalate, a certe norme subnormali». Parallelamente su ‘Il Foglio’ nel suo quotidiano trafiletto, Massimo Bordin, giornalista di Radio Radicale, apriva così la sua rubrica: «Il problema della nuova legge elettorale sembra non sia più il suo funzionamento ma la rapidità della sua approvazione. Dobbiamo dotarcene subito e se non ci si riesce si va subito a votare, senza la nuova legge, non perché sia già deciso che si deve votare ma perché la nuova legge è così importante che va fatta prima possibile. Se ci si riflette a mente fredda sembra una cosa da pazzi. Ma c’è di peggio. Il sistema che abbiamo impedisce di scegliere i candidati agli elettori. E’ ritenuto, non a torto, intollerabile. Dunque la nuova legge sanerà questo grave vizio? No, perché le liste saranno bloccate, ma più corte» Di legge elettorale, dunque, di italicum e di premi di maggioranza, ne parliamo proprio con l’autore del trafiletto sopracitato: Massimo Bordin, giornalista – già direttore -, di Radio Radicale.
Sul trafiletto ‘Bordin Line’ che hai su ‘Il Foglio’ hai scritto, in sostanza, che il problema della legge elettorale non è più in merito al suo funzionamento ma circa la rapidità attraverso la quale essa stessa verrà approvata. Giacché ‘Bordin Line’ contiene poche battute potresti spiegare, in maniera più esauriente, cosa intendevi dire?
Io cercavo di dire semplicemente questo, e cioè che la prima aporìa, diciamo così, è la seguente: noi abbiamo preso atto del fatto che questa legge elettorale attuale, quella che il cosiddetto porcellum – peraltro dichiarato già incostituzionale – non è uno strumento adeguato per andare a votare. Di conseguenza siamo in una situazione per la quale non sappiamo bene con quale legge elettorale dobbiamo andare a votare, dal momento che ne abbiamo una ricavata ‘a ritaglio’ sulla sentenza della Corte Costituzionale. Questa è la situazione attuale, cioè: la legge che c’era, che faceva schifo a tutti, non c’è più perché una sentenza della Corte Costituzionale afferma come, in alcune parti, quella legge non è Costituzionale. Quindi, se adesso dovessimo andare a votare, voteremmo con una cosa che non si sa bene quale sia. Perché è qualcosa di ritagliato sulla sentenza della Corte. Allora Wdobbiamo fare assolutamente la nuova legge elettorale” , e questo porta a dire che “la faremo entro un mese” anzi addirittura, mi pare, che oggi si sia detto si sarebbe realizzata entro la fine della settimana. Quindi siamo decisamente a posto! Se, malauguratamente, Renzi non dovesse riuscirci, il governo va minoranza su una questione non propriamente marginale; quindi si crea un clima da elezioni anticipate e, quindi, per fare in fretta una legge elettorale, che ci serve assolutamente, noi andiamo a votare senza la legge elettorale che ci serviva tanto. Ti pare normale?
Per nulla…
Ecco, questo era quello che volevo scrivere nel trafiletto su ‘Il Foglio’ nel limite dei caratteri consentiti. Se poi proprio vogliamo dirla tutta, anche l’italicum che il Presidente del Consiglio Renzi vuole far passare, dopo aver stretto l’accordo con Berlusconi, a ben vedere è una legge da pazzi!
Senza ombra di dubbio pone degli sbarramenti per le forze politiche limitando, di fatto, la libertà democratica…
Ma no, guarda, non ne faccio un problema di libertà democratiche, o di rappresentanza, dico una cosa, però: la semplificazione del sistema politico si può fare in tanti modi. A mio avviso, il modo più semplice dal punto di vista elettorale è il sistema uninominale. Collegi piccoli, candidati che devono avere la residenza del collegio in cui sono candidati, l’elettore li conosce e li può votare, altrimenti non li vota. C’è un rapporto elettore/eletto che è il fattore più importante. Però questo non lo si vuole fare, vabbè.. Ci sono altri sistemi, ognuno adotta il suo, perché poi se si parte da un sistema proporzionale – perché di questo poi si tratta – si deve poter mettere degli altri strumenti che ti consentano comunque la semplificazione, non il marasma di coalizioni troppo grandi o delimitazioni per i piccoli partiti etc. C’è chi mette il premio di maggioranza ma, praticamente, non ce l’ha nessuno perlomeno in Europa. Nei paesi fondatori dell’Europa non ci sono sistemi elettorali con premi di maggioranza, c’è chi usa la soglia di sbarramento ed è il caso della Germania…
Anche se, per le elezioni europee, la Corte Federale Tedesca ha dichiarato incostituzionale quello sbarramento…
Ah sì certo, in quel caso hanno ragione! Tra l’altro non ci si rende conto di un’altra cosa e cioè che per l’Europa noi votiamo un Parlamento che non ha potere legislativo. È un Parlamento con poteri limitati e in questi casi, in genere, il sistema che si usa il proporzionale puro, per dare il massimo della rappresentanza. Ma, comunque, lasciamo perdere il problema del Parlamento Europeo, ritorniamo ai parlamenti nazionali. Francia ed Inghilterra possiedono l’uninominale, i paesi che hanno un sistema proporzionale adottano altri sistemi per avere, comunque, un sistema politico semplificato. In Germania hanno la soglia dello sbarramento al 5%, in Spagna possiedono i collegi piccoli in cui non c’è soglia di sbarramento ma se il collegio è piccolo bisogna che un partito ottenga una percentuale molto alta per avere un eletto. In parole povere, col collegio piccolo, senza – almeno – il 15% non si prende un seggio. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo realizzato un sistema che ha i collegi piccoli, la soglia di sbarramento, il premio di maggioranza. Un delirio! Un delirio assoluto!
Attualmente, c’è un parlamentare, tra l’altro ex radicale, che ha combattuto in solitaria mettendosi in sciopero della fame contro il porcellum. Il problema è che Roberto Giachetti si è pronunciato a favore dell’italicum che, però, non sembra così diversa dal porcellum, anzi… Sembra quasi peggiore…
Giachetti ha condotto una battaglia sacrosanta che, poverino, ha condotto da solo. Il problema dell’italicum è che, di fatto, è un sistema proporzionale, non voglio dire antidemocratico, ma certo non valorizza il rapporto elettore/eletto e strozza inutilmente la rappresentanza con una serie di meccanismi di semplificazione mettendoli tutti insieme. Diventa una cosa pazzesca! Debbo dire che anche i parlamentari cinque stelle non hanno tutti i torti nel bollare l’italicum come un sistema elettorale che va anche contro di loro. In fondo è vero: se lamentano il fatto che il sistema elettorale è stato creato ad hoc contro di loro è vero, hanno ragione. La cosa che a me fa rabbia è che si aveva davanti una strada maestra. Si voleva abolire il Senato facendone una Camera delle Regioni? Ci sarebbe da discutere in merito ma, insomma, mettiamo che si riesca ad abolire il Senato oppure si metta in piedi un Bundesrat ‘da operetta’ e resta in piedi solo la Camera, il sistema elettorale era già realizzato, si era anche ridotto il numero dei deputati. Bastava prendere il mattarellum, tagliare del tutto quel 25% di proporzionale; i collegi erano già fatti, prendevano solo i collegi uninominali ed era fatta: sistema uninominale ad un turno con la riduzione del 25% dei deputati, di un quarto dei deputati. Per di più i collegi, grosso modo, erano di 100.000 persone l’uno, – dai 95.000 ai 110.000, non di più -, quindi c’era anche un buon rapporto fra il numero di elettori ed eletto. Una cosa ragionevolissima: c’era una riduzione dei parlamentari del 25% e una situazione che ti dava una governabilità, perché a quel punto, con l’uninominale, non si possono fare coalizioni od altro. Si deve semplificare per forza di cose. 
Il distacco, comunque, tra le forze extraparlamentari, associazioni, comitati e i partiti all’interno del Parlamento è evidente: da una parte si propone un proporzionale puro, dall’altra si sta tentando di imporre un maggioritario molto simile al porcellum…
Attenzione, però, questo che si sta imponendo non è un maggioritario a doppio turno. È una cosa un po’ strana: il sistema di partenza è un proporzionale…. 
…Che però prevede un premio di maggioranza
Certo, c’è un premio di maggioranza, ma che viene calcolato su base nazionale.
Il punto, infatti, era cercare di capire cosa si stesse discutente alle Camere quando da un lato si propone una cosa e da un lato tutt’altro. Anche perché, dagli extraparlamentari, la critica maggiore nei confronti dell’italicum è rivolta agli sbarramenti.
Ma, sai, gli sbarramenti altri anche lì bisogna vedere. Io, ripeto, non esiste un sistema elettorale al mondo che preveda contemporaneamente una soglia di sbarramento per la posizione dei seggi e nel contempo il premio di maggioranza. Sono due alterazioni della logica aritmetica, mettiamola così. Ce ne può stare uno, ma tutt’e due no! Questo il punto chiave.
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L'ultima chiamata alle urne prima del default

Posted on 2012/12/28 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 27 dicembre 2012
La lunga intervista a Massimo Bordignon col nome di Europa la casa comune in fiamme (il Mulino pp. 122, euro 10) comincia con l’analizzare la crisi che sta subendo il «sistema Europa» e i paesi che lo compongono. 
Termini e espressioni come spread, bund, agenzia di rating sono entrati prepotentemente nel lessico delle discussioni comuni grazie/a causa dell’ampia diffusione che i media hanno dato a questi termini, legandoli sempre più al processo di «unificazione politica» del vecchio continente. Andare a ritroso di tale processo è uno dei compiti di questo libro, anche se l’autore sottolinea spesso che occorre indagare il ridisegno della geografia politica dell’Europa causato dalla crisi economica. Alla domanda riguardante gli effetti della crisi finanziaria degli Stati Uniti, della «crisi di fiducia» che sta attraversando l’Europa mettendo in discussione la moneta unica, Bordignon risponde infatti che: «La crisi europea degli ultimi anni è una crisi di natura istituzionale, più che economica. È dovuta a mutamenti che rendono la tradizionale struttura della sovranità  non più in grado di adeguarsi ai ritmi e alle turbolenze della finanza globale. Il problema è che ancora non è emerso un nuovo equilibrio». Significativo è anche il fatto il primo capitolo di questo piccolo volume azzurro si chiami appunto «Alla ricerca di un nuovo equilibrio».
«Abbiamo bisogno di strutture sovranazionali legittimate, in grado di far fronte a una situazione economica che sta cambiando rapidamente e che produce conflitti», afferma Bordignon, che non crede alla «tecnocrazia» coem sostituitivo della politica, poiché bisogna «tornare a fare politica e ad affrontare il problema della legittimità  politica delle istituzioni europee». Nonostante tutto è lo stesso docente che indica in Mario Monti ha le caratteristiche del politico italiano del «futuro», anche se riconosce che non è stato legittimato da elezioni in quanto imposto dal Presidente della Repubblica.
La difficoltà , comunque, nella ricerca del «nuovo equilibrio», sta anche nel fatto che i paesi che compongono l’Unione Europea non hanno voluto cedere «quote di sovranità » alla stessa Unione. Proprio per questo, secondo il docente di Scienza delle Finanze all’Università  Cattolica di Milano, gli strumenti di governance messi in campo affannosamente negli ultimi due anni soffrono di un pesante deficit democratico: manca una struttura sovrastatale pienamente legittimata. Tale mancanza porta le popolazioni dei paesi del sud dell’Europa, non solo quelle della Grecia, a rifiutare i diktat di altri stati o imposti dalla cosiddetta troika (Fmi, Bce, Commissione europea) giacché non legittimati.
Il primo atto da compiere, per avviare l’Europa sul cammino dell’unione politica, è l’elezione diretta del presidente della Commissione Europea che si trascini una «campagna elettorale pan-europea con candidati che si confrontano su piattaforme elettorali diverse» ma che «farebbe moltissimo per migliorare la percezione di legittimità  democratica dell’Unione da parte dei cittadini europei». Altro passo importante del volume è quello riguardante il fiscal compact, tema che ha infiammato, e sta continuando a farlo, il dibattito politico nazionale.
Per Bordignon il fiscal compact non rappresenta la «soluzione dei problemi europei», ma «per noi è praticamente imposto dalle circostanze: non potremmo fare diversamente neanche se lo volessimo». 
Bordignon affronta in concreto la questione dell’«equilibrio di bilancio», solo dopo un lungo discorso in cui afferma: «Insomma, il problema del fiscal compact non è che l’abbiamo adottato noi ma che l’ha adottato anche la Germania», poiché il suo effetto negativo «è quello di non costringerci a politiche recessive ma spinge altri paesi in migliori condizioni ad adottare le stesse politiche rendendo la nostra situazione più difficile».
Scrivere intorno alla crisi istituzionale ed economica che sta attraversando l’Europa e analizzarne le cause significa, per dirla con le parole dell’autore, che il sistema-europa deve «fare passi molto rapidi e molto chiari in direzione di una forte integrazione politica, oppure l’Unione monetaria è destinata a rompersi».

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Una lenta morte per gli invisibili dei nostri giorni

Posted on 2012/05/19 by carmocippinelli

Articolo apparso su ilmanifesto del 19 maggio 2012

Dieci autori del mondo politico e culturale per raccontare il lavoro al giorno d’oggi, dieci racconti per mostrare cosa vuol dire «lavoro» in Italia e in Europa. Argomento controverso, discusso ma mai compreso pienamente dalla classe politica attuale che ha portato il mondo del lavoro alla situazione di stato comatoso e vegetativo, dal punto di vista politico, in cui versa in questo momento. Imperversa il lavoro nero ed affanna il lavoro regolarmente denunciato, annaspa il lavoro a tempo «indeterminato» ed è sempre più in voga il contratto «a tempo» o addirittura il lavoro senza retribuzione. Leggendo il volume collettivo Lavoro Vivo (Edizioni Alegre, pp. 192, euro 14) colpiscono in particolare i racconti di Carlo Lucarelli, Gianfranco Bettin e Stefano Tassinari, lo scrittore e intellettuale militante morto la scorsa settimana. Tassinari scrive del «ricordo amaro di un’assenza» (il titolo del suo racconto) e dell’attesa di un’espressione che non vorrebbe sentire «non c’è più niente da fare», quasi da film. Un padre che se ne sta seduto a fianco al letto del figlio, pieno di fili, tubi, cavi e mascherine, un padre che ripensa al perchè il figlio si era deciso ad entrare in cantiere: «per seguire quel maledetto esempio» ovvero quello dei suoi genitori che studiavano e si pagavano gli studi. Ci vuole troppo tempo per montare un’impalcatura, bisogna impiegare poco tempo per finire il lavoro e quindi niente casco perchè «non c’è bisogno di protezioni se uno sa fare bene il suo mestiere», come dice l’ingegner Bevazzi, nel racconto di Carlo Lucarelli. Spietato Lucarelli nel raccontare ciò che succede al protagonista, alla moglie e a Domenico, ex-fidanzato della moglie defunto a causa di un incidente sul lavoro. Vengono in mente le parole della canzone «Era bello il mio ragazzo» di Anna Identici, a leggere questi racconti, vengono in mente le situazioni: «Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre/ son capace a lavorare/ non ti devi preoccupare/ Era stanco il mio ragazzo in quel letto di ospedale/ma mi disse: “Non fa niente, solo un piccolo incidente/quando si lavora sodo non c’e’ soldi da buttare/non puoi metter troppa cura per far su l’impalcatura”. /Era bello il mio ragazzo col vestito della festa/ l’ ho sentito tutto mio, mentre gli dicevo addio». «Devo dirti una cosa», questo il titolo del racconto di Lucarelli, è una storia che si dipana pagina dopo pagina, mentre sale l’ansia: un sindacalsita giovanissimo si sta occupando di morti bianche e riprende in mano il caso di Domenico, l’ex-fidanzato della moglie del protagonista. Lo esamina: è un caso strano, sembra quasi che Domenico, o «lo Scirò» come lo chiama il giovane sindacalista dandogli il cognome, sia morto su quella Vespa perchè c’era stato appositamente messo. Era andato a casa del protagonista di cui Lucarelli non fornisce il nome e dalla moglie Maria che al solo sentire il nome «Domenico Scirò» non ha capito niente e quando il marito è poi rientrato a casa gli aveva detto che era passato «un ragazzo del sindacato» che aveva «parlato per mezz’ora ma non ho sentito niente». Maria, sommersa dai ricordi e dalle parole del praticante-sindacalista non riesce ad essere serena. Qui scatta la codardia e la viltà che vuole mettere in luce Lucarelli: l’attuale marito aveva visto la morte di Domenico in cantiere. Bevazzi, il padroncino, lo prende da parte e dice di caricare lo Scirò sulla Vespa. Passa una vita intera davanti gli occhi del marito di Maria in quel momento: «Secondo giorno. Diciannove anni. Perdere il lavoro. È già morto». Accoglie le parole del padrone. Sono passati tanti anni ma quando è troppo e la misura è colma torna a casa tremando, piangendo e, mentre inserisce la chiave nella toppa della porta di casa, pensa a cosa dire e a cosa ha tenuto nascosto per anni, solo per quel sorriso che lo ha fatto e lo sta facendo innamorare a distanza di tempo: «Maria…..Devo dirti una cosa». Tenere in un angolo la verità per proseguire con la vita «normale» certo, è un pensiero nobile, ma non se poi tutto rema contro il proprio intento. Il lavoro dei manovali, degli edili che cadono dalle impalcature perchè «ci vuole troppo tempo per montarle» è simile al lavoro nero dei «bangla» a Marghera descritto da Bettin. Uomini venuti da paesi lontani, che si piantano chiodi nei palmi delle mani o che vengono ritrovati morti dalla Polizia a mare o nei canali di scolo senza identità. È un nuovo esercito marchiato a sangue da una nuova concezione del lavoro, che lo scrittore non ama e che denuncia: il lavoro non è più sinonimo di dignità; puoi perderlo p se accade l’irreparabile, è pur sempre una morte senza identità. La morte di un «x» qualunque.

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Il sogno svanito di una chiesa solidale

Posted on 2012/03/02 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su ilmanifesto del 2 marzo 2012

L’idea di una chiesa cattolica, di un clero progressista – in tutte le sfaccettature del termine – è un’idea che sembra non aver mai sfiorato gli uomini religiosi. In realtà nel romanzo di Jennifer Haigh I sospiri degli angeli (Marco Tropea, pp. 302, euro 17,50) Artur, chiamato col nomignolo di Art dalla sorella-narratrice, ha un’idea fortemente progressista: avrebbe voluto vedere una chiesa al passo con i tempi, una chiesa che si adattasse e calzasse come un guanto le sue istanze di quattordicenne appena entrato in seminario a Boston. Per un ragazzo non di città ma di una piccola cittadina come Grantham, Boston era quasi un miraggio. Il sogno della grande città però si scontra subito con la dura realtà di una chiesa fortemente gerarchica e conservatrice che del progressismo e della modernità non sapeva proprio cosa farsene. Art o Padre Breen si è sempre sentito come un pesce fuor d’acqua nella città dove ha vissuto. Per fede o per uscire dai confini della piccola città decide di prendere i voti giovanissimo, a quattordici anni. Peregrina di parrocchia in parrocchia, si scontra con le autorità clericali bostoniane, intrattiene rapporti d’amicizia con i vari fedeli e specialmente con la cuoca del Sacro Cuore. Parlano spesso lui e Fran Conlon, gli fa conoscere sua figlia Kath e il suo nipotino Aidan. Egli diventerà, ad un certo punto, la sua unica ragione di vita: se lui è presente, Art è felice; se lo deve andare a prendere a scuola, il «piccolo» parroco di provincia è felice. Via con lo scandalo pedofilia, dunque, fulmine a ciel sereno per Art che viene allontanato dalla parrocchia il giorno prima del Venerdì santo e relegato in una sorta di case popolari per mariti divorziati e magari anche senza lavoro. Sgomento e preoccupazione assalgono Art, assalgono la sorella/narratrice che non poteva minimamente immaginare tutto quello che si imputava al fratello potesse essere reale. Le stesse sensazioni di ansia che non assalgono la famiglia del sacerdote che si chiude in se stessa, diventa introversa nei confronti di tutta Grantham, non avrà più contatti col mondo reale. Tra le pagine pesanti come macigni, per accuse, ansia e poca scorrevolezza, si dipana un mondo che non si potrebbe immaginare, una situazione difficile per la quale si potrebbe essere «coinvolti anche ingiustamente», sembra dire l’autrice. Così, tra Grantham, Boston, tra le periferie delle città che non si sentono metropoli ma ecosistemi a parte, tra il mito dell’Italia, di Roma, del clero Vaticano, si dipana la triste vicenda di Art., partito da una piccola città pensando che la chiesa potesse aiutare a costruire un mondo migliore. E finito a scoprire che quel mondo migliore era solo nella sua testa e non in quella della gerarchia ecclesiastica.

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Ecologisti e civici, ora si parte!

Posted on 2011/10/26 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Terra – quotidiano ecologista il 26 ottobre 2011

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I vandali e la Capitale indifesa

Posted on 2011/09/07 by carmocippinelli

Pubblicato su Terra – quotidiano ecologista del 7 settembre 2011

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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