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Categoria: depositobagagli

Mozambico, la situazione dopo i cicloni Kenneth e Idai – Rinnovabili.it

Posted on 2019/05/08 by carmocippinelli
Nei primissimi giorni del mese di maggio, il Mozambico è stato interessato da fenomeni metereologici piuttosto consistenti: stiamo parlando dei cicloni Kenneth e Idai, una combinazione micidiale che ha portato vittime, distruzione e inondazioni. Le zone più colpite sono quelle della città di Beira e la provincia di Cabo Delgado, a nord del Paese e, stando ai numeri di Medici senza frontiere, gli sfollati sono ad oggi oltre 72.790. E il ‘post disastro’ non è certo più facile. All’inizio di maggio le autorità sanitarie hanno registrato lo scoppio di un’epidemia di colera: il governo ha avviato rapidamente una campagna di vaccini nella zona di Cabo Delgado e la situazione pare sia sotto controllo. Per fare il punto sulla situazione abbiamo contattato Andrea Atzori, di Cuamm-Medici con l’Africa: «Si sono verificati degli episodi di colera, sia a Beira che a Cabo Delgado: la risposta mozambicana è stata abbastanza efficiente e c’è stato un discreto controllo del tutto. Nelle zone alluvionate, in parte, l’acqua si sta ritirando e stiamo riprendendo con alcuni servizi e la zona che richiede maggiore intervento è quella di Cabo Delgado».

O Instituto Nacional de Meteorologia informou que os estado do tempo poderá melhorar a partir do final do dia de hoje. Contudo, apela-se a manutenção das populações afetados nos centros de acomodação ou outras zonas consideradas seguras.#CicloneKenneth #Moçambique pic.twitter.com/NwfF1Bmce3

— Voz de Moçambique (@vozdemocambique) 29 aprile 2019

La situazione appare ancora molto complicata anche alla luce delle previsioni fornite dall’Instituto Nacional de Meteorologia del Paese il quale ha previsto piogge ingenti per tutta la settimana nella zona di Cabo Delgado. «Il vero danno – ha proseguito Atzori – è che una buona parte della popolazione viveva di agricoltura di sussistenza: non aveva beni, averi o risparmi e il ciclone è andato a distruggere le uniche due certezze di questi nuclei familiari, ovvero campi ed abitazioni. Probabilmente avremo una parte della popolazione che dovrà essere assistita almeno per 6-12 mesi: avendo perso l’unico sostentamento è richiesta un’assistenza immediata e diretta». Nei giorni a ridosso dell’emergenza, Andrea Atzori ha spiegato che Cuamm-Medici con l’Africa ha agito in modo tempestivo su due emergenze contigue nelle località prima citate: «Avevamo già personale e progetti avviati in loco dunque siamo intervenuti con azioni riguardanti l’approvvigionamento per persone che erano rimaste senza casa, rintracciamento di persone disperse e ricongiungimento familiare e una fornitura di servizi sanitari d’emergenza immediati. 
Una volta analizzati i danni alle strutture sanitarie della città, abbiamo riavviato i servizi di base e, oltre a questo, creare attività di outreach dei sistemi sanitari nei confronti delle comunità colpite le quali, in parte, erano ancora nelle loro aree, in parte sono state alloggiate in campi [provvisori] organizzati dalla protezione civile mozambicana. Per mettere in atto questa strategia abbiamo diviso il nostro intervento in due filoni: il primo riguardante i servizi sanitari nei centri, di concerto con le autorità mozambicane, il secondo concernente la formazione e l’invio di circa 300 attivisti nelle località colpite che sarebbero andati famiglia per famiglia, tenda per tenda per capire quali fossero le esigenze sanitarie specifiche di ognuno, fornire loro cibo e il kit per l’acqua pulita». 
In Mozambico, fino a qualche anno fa, operava anche la Caritas Italiana con progetti nelle carceri, a sostegno di comunità periferiche della città con lavori di istruzione e sostegno scolastico, nell’assistenza – con l’aiuto delle suore scalabriniane – dei rifugiati provenienti da Sudafrica e eSwatini. Un sostegno che fosse a lungo termine e che gettasse le basi per la formazione di operatori locali che fossero in grado di continuare coi percorsi avviati. Abbiamo chiesto ad Oliviero Bettinelli, responsabile dell’Area Pace e Mondialità della Caritas di Roma, il suo parere riguardo la situazione attuale «Come Caritas – ha affermato Bettinelli – facciamo parte di una “rete” che comprende tutte le Caritas nazionali che, durante le grandi emergenze, si coordinano con Caritas Internationalis e intervengono. Nell’intervenire abbiamo un primo step che è quello di un monitoraggio di situazioni di emergenza, tenendo conto del fatto che di qualsiasi emergenza si tratti, il primo aiuto immediato lo si ha dai locali stessi. Nel mentre che dall’Italia ci organizziamo e arriviamo in loco, trascorrono quei giorni che sono fondamentali per salvare vite umane». Anche secondo Oliviero Bettinelli, il rischio di colera c’è ed è consistente: «il rischio è effettivo, stando ai dati su cui ci basiamo: la maggior parte delle persone sono decedute per esondazione dei fiumi, non tanto a causa del ciclone o del vento: è un problema reale che nasce dove la fragilità strutturale di alcuni territori rendono sempre più possibili queste conseguenze, a latere di un’esondazione». Per Bettinelli, tuttavia, il problema del territorio mozambicano, presenta una serie di problematiche non indifferenti anche legati «alla fauna locale»: «i coccodrilli, ad esempio, hanno creato una serie di questioni non trascurabili». Ma oltre al problema della fauna ce n’è uno più amministrativo: «C’è anche una problematicità legata alla mancata registrazione – e controllo – degli archivi delle nascite e di chi risiede nelle aree rurali: di fatto, un numero preciso di morti le autorità mozambicane non ce lo avranno con estrema certezza» Il fattore più negativo, secondo Oliviero Bettinelli, sta nel fatto che il progetto, una volta avviato e formato il personale locale, fatica a continuare il suo percorso una volta lasciato il paese: «Questo, purtroppo lo abbiamo toccato con mano in molte situazioni e anche in Mozambico, in cui operavamo dal 1999, è stato così». «Certo è – ha concluso Bettinelli – che bisogna aiutare ascoltando i bisogni delle comunità locali: se si arriva dall’Italia, o comunque dal ‘nord del mondo’ con l’intento di dire “costruiamo case, portiamo trattori” e altri beni materiali che in seguito le comunità non sanno gestire, né ricostruire, né far funzionare una volta che il progetto finisce, significa rimanere dentro una logica tutta occidentale del concetto di aiuto. Un supporto che è limitato a quello che io ritengo sia un aiuto: ecco perché non bisognerebbe avere prospettive di breve termine ma sempre di lunga durata».

Articolo pubblicato su Rinnovabili.it il 7 maggio 2019 http://www.rinnovabili.it/ambiente/mozambico-cicloni-kenneth-idai/
Posted in cambiamenti climatici, caritas, ciclone, cuamm, depositobagagli, idai, Kenneth, medici con l'africa, Mozambico, polpettoni, rinnovabili.itTagged cambiamenti climatici, caritas, ciclone, cuamm, depositobagagli, idai, Kenneth, medici con l’africa, Mozambico, polpettoni, rinnovabili.it

Cesare Battisti, il formidabile 'casus belli'

Posted on 2019/01/20 by carmocippinelli
Fonte foto: ©Il fatto quotidiano
L’Italia si è svegliata tra il torpore postideologico e le storture dell’ingranaggio democratico liberale, costretto da costruzioni sovranazionali che ne limitano l’azione e l’efficacia, trovandosi stritolata fra pulsioni fasciste e discriminatorie nei confronti dell’altro quale che sia. L’episodio che ha scatenato il punto più alto di tutto questo è senza dubbio la cattura di Cesare Battisti, latitante da più di un trentennio tra la Francia e il Brasile. La narrazione che si è prodotta attorno al personaggio nel corso degli anni è stata volta alla costruzione (e costrizione) mediatica di un capro espiatorio per additare una certa parte politica alla copertura nei confronti dell’appartenente ai Proletari armati per il comunismo (Pac). Copertura che, nella maggior parte dei casi, non c’è stata o è stata interpretata forzosamente da coloro i quali hanno voluto mostrare ai più che la questione fosse come essi andavano esprimendo. Cesare Battisti non è altro che un terrorista di secondo, se non terz’ordine, rispetto al clima politico degli anni ’70 e nell’ambito dello stragismo, come ha ricordato Massimo Bordin sulla sua rubrica quotidiana Bordin line (del 15/01/2019) attraverso il giornale, tutt’altro che socialista o comunista ‘Il foglio’. Così come, per ulteriori approfondimenti sulla questione, è bene rimandare all’articolo scritto qualche tempo fa (ma utilissimo per quest’occasione) da Wu Ming 1. I Proletari armati per il comunismo, gruppo di cui faceva parte Cesare Battisti, a sostegno di quanto già espresso, nonostante misero a segno un pugno di omicidi, fu un gruppo terroristico che nel giro di due anni nacque e si sciolse, così come tanti all’epoca di cui stiamo parlando. Periodo storico con cui l’Italia ancora non ha fatto i conti fino in fondo lasciando svariate questioni aperte e aprendo le braccia al più bieco revisionismo, come già successo per svariati episodi della nostra storia più recente.
Casus belli
Cesare Battisti e la spettacolarizzazione del suo rapimento – che ricorda quella messa in atto all’epoca dell’arresto di Enzo Tortora, telefonare Bonafede – rappresenta la punta dell’iceberg della volontà di destrutturare quel poco che rimane di gruppi organizzati o autonomi che fanno riferimento alle idee di solidarietà e di internazionalismo. In altre parole al marxismo, al socialismo e al comunismo, nonché al pacifismo. Prendere il casus belli Battisti è una mossa più che intelligente: la scaltrezza del potere si mostra con tutta se stessa andando a recuperare uno tra i più contestati personaggi di quegli anni, unendolo al mutamento di governo in Brasile a seguito del golpe-Temer che ha ‘deposto’ Dilma, democraticamente eletta, e carcerato Lula, sulla cui veridicità delle prove messe in atto dall’accusa si discute tutt’ora in Brasile. Italia e Brasile non sono mai stati così vicini, non tanto per la prossimità ideologico-politica dei due Governi, quanto per la demonizzazione totale, a 360°, della controparte. In Italia il gioco è più complicato: Salvini deve fare riferimento alla ‘sinistra’ che, purtroppo per lui (ma anche per noi), non ha niente a che vedere con il PT brasiliano e la socialdemocrazia, men che meno con il socialismo o il comunismo. Il meccanismo riesce ugualmente: Matteo Salvini ha più volte dichiarato che ostentare i simboli della Russia sovietica perché antistorici, o aberrazioni simili, arrivando – qualche anno fa, quando la Lega si chiamava ancora Nord – a «schifare il crocifisso con la falce e martello donato da Evo Morales a Papa Francesco». A questo, si aggiunga il disprezzo di entrambi (Bolsonaro e Salvini) nei confronti dei comunisti: il Ministro dell’Interno, dopo la stretta di mano con il figlio di Torreggiani (ovviamente in diretta tv sul Tg2 di prima serata, successivamente pubblicato su Facebook dal capitano) ha dichiarato come si sia fatta «giustizia con la g maiuscola» ricordando con disprezzo quegli «pseudo intellettuali e politici italiani in difesa di quello che è un volgare assassino comunista». L’espressione usata verrà ripetuta dal Ministro per una serie infinita di volte fino a perforare il cranio degli uditori e la retina dei suoi (e)lettori fin quando essi non avranno, davvero, gli occhi di bragia non appena vedranno una falce e martello da qualche parte.

La questione vera: mettere al bando il socialismo, il comunismo, l’internazionalismo
Il 31 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione nazista della Polonia, ad attacco pianificato e con Adolf Hitler che aveva già firmato l’ordine di invasione, si verificò l’episodio che passerà alla storia come Incidente di Gleiwitz (oggi la cittadina si chiama Gliwice). L’accaduto fu un finto attacco messo in piedi dai nazisti al fine di costruire (letteralmente) un pretesto per giustificare l’attacco alla Polonia: a Gleiwitz, al confine con la Polonia, sono di stanza dodici uomini agli ordini dei servizi segreti tedeschi. Prendono gli ordini, dunque, direttamente da Heydrich, capo dei servizi, «poi giustiziato quattro anni più tardi dai partigiani cecoslovacchi a Praga» come ha ricordato Alessandro Barbero. Il commando possiede divise e documenti polacchi, pronti ad entrare in azione in qualsiasi momento arrivino gli ordini, cito nuovamente Alessandro Barbero nel corso della sua lectio al festival di Sarzana del 2014: «la mattina del 31 agosto Heydrich fa arrivare la parola d’ordine al commando ‘la nonna è morta’. Il commando entra in azione e attacca la stazione radio di Gleiwitz, spara e si impadronisce della radio da cui viene trasmesso un comunicato farneticante in polacco e se ne vanno lasciando un morto in divisa polacca». L’attacco polacco c’è stato, i nazisti sono stati aggrediti: l’invasione della Polonia, iniziata il 1 settembre, è più che giustificata e legittimata, c’è necessità di difendersi.
Così come tutte le questioni, nel corso della Storia, hanno bisogno di un pretesto per legittimare la propria azione, anche la vicenda di Cesare Battisti trasmette qualcosa, per coloro i quali hanno occhi e orecchie per andare oltre le righe della propaganda massmediatica salvinista, a cui la grande stampa presta il fianco facendogli da eco. Iniziare a limitare l’agibilità politica di chi fa riferimento a quanto sopra espresso (socialismo, comunismo, internazionalismo) non fa certo parte del famigerato Contratto di governo, tuttavia si presta bene a quello che sarà la narrazione salvinista post elezioni europee in cui (a meno di stravolgimenti) non ci saranno liste con falce e martello, la sinistra non eleggerà alcun deputato a Strasburgo e la Lega otterrà la maggioranza relativa di coloro che intenderanno recarsi alle urne, riproponendo lo scenario del 2014 in cui il Pd gridò entusiasticamente per un effimero 40% che fece girare la testa all’allora Primo Ministro Matteo Renzi. Tornando a noi, è giusto, nell’ottica leghista, iniziare una narrazione/propaganda che è stata abbracciata da svariati paesi dell’est europa (Ucraina e Polonia fra tutti), andando di pari passo con la rimozione dei segni più visibili (statue e monumenti in generale) dell’epoca sovietica.
Non da ultimo, l’uso politico e social della spettacolarizzazione della cattura del personaggio: si può rivivere passo dopo passo, la giornata del 14 gennaio, dal profilo Facebook del Ministro Bonafede. Un pasto stucchevole per chiunque a cui gli italiani sembrano essersi così tanto assuefatti da non percepire la gravità delle immagini girate e pubblicate con estrema disinvoltura o, per dirla con le parole dell’Unione delle camere penali: «Quanto accaduto ieri [14/1/2019] in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana». Questa che sta attraversando l’Italia, dunque, è solo la prima fase di un nuovo, lungo e tortuoso cammino in cui si lavorerà per far sì che i contorni dei crimini del passato (Stazione di Bologna in primis) verranno sempre di più letti attraverso lenti dalla gradazione sbagliata e fatte indossare a un popolo sempre più miope a cui manca capacità di discernimento, educazione, adeguata scolarizzazione e memoria storica.

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Roma è una città diseguale: «bisogna cambiare il modello di sviluppo»

Posted on 2019/01/17 by carmocippinelli
articolo apparso il 15 gennaio 2019 su Pressenza.
Roma è una città in cui regna la disuguaglianza. Da questa frase, forse inconsciamente ovvia, che tuttavia in tempi di crisi politico-culturale sembra rivoluzionaria, nasce il progetto #MappaRoma. Uno strumento per la politica e per analizzare l’attuale, evitando che si cada nei luoghi comuni e nell’immaginario di una città che non esiste più. Di questo e dell’ultima mappa pubblicata ne abbiamo parlato con Salvatore Monni, coordinatore del progetto e docente di Economia dello sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”.

L’idea di mappare Roma e le sue disuguaglianze è decisamente ardita, da dove parte il progetto #MappaRoma e perché?
«Il progetto è nato nel 2016, l’anno delle elezioni comunali. Io e gli altri due ideatori del progetto  [Keti Lelo e Federico Tomassi] partimmo da un dato: tutti coloro che parlavano di Roma nell’ambito delle elezioni lo facevano riferendosi ad una città che non esiste più o solamente immaginata. Un conto è parlare di una città che non esiste più in un ambito ristretto o familiare, diventa un problema se ne parla in quei termini chi si candida a governare la città. #MappaRoma nasce dall’esigenza di tirar fuori dai cassetti molto del lavoro fatto, immaginandolo come strumento da fornire a tutto il quadro politico romano prima della competizione elettorale e al ‘grande pubblico’».

Dunque uno strumento per chi aspira a governare ma anche per chi lo sta già facendo, corretto?
«Per far conoscere Roma e le sue complessità. L’aspetto che nelle mappe è emerso con forza è la dicotomia fra centro e periferia, specie extra-anulare, ma in realtà Roma ha tanti centri e tante periferie in ogni zona della città».

Nell’ultima mappa pubblicata, la #25, si analizza inclusione sociale, dispersione e abbandono scolastico, disoccupazione: la situazione appare piuttosto drammatica per il quadrante est prima menzionato e per il quadrante nord-est.
«C’è anche un’altra idea, però, oltre a quelle citate. Il benessere di una metropoli non è data dalla sua ricchezza e dal reddito. Quando leggiamo racconti e narrazioni [politiche] di una città, ci si basa sull’aumento del Pil e sul commercio. Questi fattori, pur importanti, non inquadrano la (molto più complessa) realtà. La crescita è cosa molto diversa dallo sviluppo: è fattore importante ma strumento e non obiettivo di quest’ultimo».

Cosa si deve fare per comprendere le disuguaglianze della città?
«Nella mappa #25 abbiamo provato ad analizzarlo: monitorare i dati sulla scolarizzazione, vedere il numero di NEET [i giovani né occupati né inseriti in un percorso di formazione] ci dà un quadro dell’esclusione sociale. Non una semplice espressione: significa ‘non essere parte attiva della società’. Il reddito di cittadinanza di cui si sta discutendo in questi giorni, ad esempio, implica un’idea ben precisa sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della società. Ritenere che il problema di una persona disoccupata sia esclusivamente il reddito è molto riduttivo: il problema è la non-occupazione stessa. L’individuo si realizza attraverso di essa e diventa parte della società dando un proprio contributo». 

Quanto pesa il progressivo scollamento della politica negli ultimi 30 anni dalle periferie extra-anulari?
«Prima di questo vorrei ribadire un punto: il problema principale della città non è il decoro ma è la disuguaglianza tra individui. La nostra attenzione su questo aspetto nasce da questa considerazione: Roma è una città profondamente ineguale. E lo è, per rispondere alla domanda, perché il modello di sviluppo che l’ha caratterizzata dagli anni ’90 in poi è tale da aver creato questo». 

Per rendere una città meno diseguale cosa si fa?
«Cambiare il modello di sviluppo. È un problema che hanno anche altre città, europee ed extra europee, di cui si parla poco. In un lavoro a cui abbiamo partecipato, figlio di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, abbiamo notato che le conseguenze dell’adozione del modello basato su conoscenza e innovazione rappresenti una divaricazione profonda delle opportunità tra gli individui che vivano all’interno della città».

Cioè?
«Cioè vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dell’adozione di quel modello, così da limitarne gli effetti negativi. Faccio un esempio provocatorio: l’Auditorium è il rappresentante massimo di quel modello di sviluppo che ha caratterizzato la città dagli anni ’90 in poi. Quel luogo aumenta il benessere di chi ha gli strumenti per capire che lo arricchisce. Tuttavia ad una larga parte della città (che non possiede gli stessi strumenti e che è anche piuttosto distante geograficamente) non ha fornito nulla in più. Nonostante sia positivo che quel luogo esista e che svolga un ruolo importante, esso ha creato disuguaglianze. Non sto dicendo di essere contrario alla sua costruzione ma credo che si debbano fare anche altre cose nelle periferie delle città per far aumentare quel benessere a chi non riesce ad usufruire dell’Auditorium. Il “rinascimento della città” declamato da Walter Veltroni ha riguardato solo una parte di essa: un’altra si è sentita esclusa e il suo orientamento politico/elettorale ne ha risentito nel corso degli anni».   

In conclusione cosa si potrebbe fare?
«Nel medio periodo probabilmente il problema è in parte risolvibile con la fornitura gratuita di servizi ora non accessibili, con “investimenti sociali” per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione e l’occupazione, mediante progetti mirati e specifici da attuare – collaborando con l’associazionismo locale – nei quartieri che maggiormente subiscono il disagio. Nel lungo periodo invece difficilmente è possibile ottenere dei risultati senza un drastico cambiamento dei rapporti tra le classi nel processo produttivo, senza – insomma – cambiare quella che Marx definiva la “struttura” del processo storico».
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India: milioni di donne in piazza contro il conservatorismo religioso

Posted on 2019/01/03 by carmocippinelli
Articolo scritto per Pressenza il 3/1/2019
Milioni di donne si sono unite, mano nella mano, lungo tutta la costa dello stato indiano del Kerala: è successo il 1 gennaio 2019. Un cordone lunghissimo che la stampa ha chiamato “women’s wall” ha percorso 620 chilometri di costa indiana del Kerala, così riporta il quotidiano ‘Times of India’: «[…] milioni di donne indiane si sono unite mano nella mano lungo i 620 km di lunghezza della costa del Kerala: dalla punta settentrionale all’estremità meridionale per formare un “women’s wall” [muro di donne] contro i conservatori religiosi che si sono opposti alla [storica] sentenza della Corte Suprema che ha permesso l’ingresso di donne con le mestruazioni nel tempio di Sabarimala».  
L’antefatto 
Una storica ‘prima volta’: Bindu Ammini (42 anni) e Kanaka Durga (44 anni) hanno varcato la soglia di uno dei più sacri templi indù, il Sabarimala Temple. Sono state le prime a compiere lo storico passo dopo che a «settembre la Corte Suprema aveva cancellato il divieto di ingresso alle donne “in età mestruale”, tra i 10 e i 50 anni, perché considerate impure».

Quando Ammini e Durga sono uscite dal tempio, i custodi hanno compiuto i riti di “purificazione” per “decontaminare” l’area: nella società indiana, infatti, patriarcale, classista e conservatrice, le donne, giacché hanno le mestruazioni, sono considerate ancora “impure”. Tuttavia la protesta è montata in tutta la regione: il governo del Kerala, retto dal Partito comunista (marxista) dell’india (Pci(m)), ha sostenuto il diritto alla libertà religiosa delle donne: «Abbiamo dato ordine permanente alla polizia di fornire tutta la protezione possibile a qualsiasi donna che voglia entrare nel tempio», ha affermato il governatore Pinarayi Vijayan. 
Il Pci(m), contestando apertamente la decisione dei custodi e del Governo centrale di Modi per essersi schierato dalla parte dei “purificatori” in nome della tradizione, ha chiamato alla mobilitazione spiegando le ragioni dell’insensatezza del gesto dei custodi. 
A seguito della mobilitazione, Pinarayi Vijayan ha chiesto la destituzione dei custodi del tempio che hanno offeso e calpestato la dignità delle donne e «stralciato il verdetto della Corte Suprema».
The decision of the tantri to shut the Sabarimala temple for purification after two women entered the shrine is a violation of the Supreme Court verdict. A contempt of court action should be taken against him.

— KodiyeriBalakrishnan (@b_kodiyeri) January 2, 2019

La protesta nonviolenta 
La catena umana è stata promossa dal Pci(m) e sostenuta da 176 organizzazioni di cui ancora non si sconosce  il numero effettivo, anche se gli organizzatori hanno parlato di più di 5 milioni di presenze. Nonostante la stampa non sia benevola nei confronti delle sinistre e dei comunisti, il quotidiano ‘Times of India’, a seguito dell’imponente mobilitazione, ha riportato: «i numeri delle donne scese in piazza su impulso del governo e del Partito comunista (marxista), rappresentano la consapevolezza diffusa delle donne e la forza dell’aspirazione all’uguaglianza di genere, in Kerala e in India». Grande soddisfazione è stata espressa dai vertici regionali e nazionali del Pci(m): «L’ufficio politico rivolge un caloroso saluto e le sue congratulazioni alle donne del Kerala e a tutte le 176 organizzazioni sociali e di massa per lo storico “women’s wall” il 1 gennaio. La partecipazione di oltre 55 lakh [circa 5 milioni e mezzo] di donne, partecipazione interclassista di caste/comunità diverse e di tutti i ceti sociali, ha dato un forte messaggio di unità per sostenere i valori della rinascita del Kerala, per i diritti delle donne e la riforma sociale. In un momento in cui le forze di destra guidate dal RSS e dal governo Modi cercano di imporre ideologie retrograde in tutto il paese, questo muro delle donneha un significato più ampio e incoraggerà una più diffusa resistenza».

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Bangladesh: proteste a seguito dell’uccisione di Shahjahan Bachchu

Posted on 2018/06/19 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Pressenza


L’11 giugno 2018 è stato ucciso Shahjahan Bachchu nel villaggio di Kakaldi, nei pressi di Dacca, capitale del Bangladesh. Promotore del secolarismo, era scrittore, attivista e dirigente del Partito Comunista bengalese ed editore progressista: era a capo della casa editrice Bishakha Prokashoni. Non è la prima volta che in Bangladesh si uccidono editori, scrittori o letterati, come ha riportato ‘India Today’: «Non si tratta del primo episodio di attacchi e uccisioni di blogger, scrittori o editori del Bangladesh. Circa tre anni fa un altro editore, Faisal Arefin Dipon, proprietario di Jagjit Prakashan, fu assassinato. Il 31 ottobre 2015, Dipon è stato ucciso nel suo ufficio al Super Market di Shahbagh Aziz, dopo aver pubblicato il libro del blogger Abhijit Roy. Abhijeet, poi, è stato ucciso in un attentato terroristico nel febbraio dello stesso anno. Dopo Avijit, i blogger Niladri Niloy, Ananta Bijay Das e l’attivista digitale Wasikur Babu sono stati oggetto di atti di pirateria da parte di terroristi».

Il Partito Comunista, a seguito dell’uccisione di un suo esponente di primo piano, è sceso in piazza denunciando il «terrorismo di Stato», così come dichiarato nel corso della manifestazione dal Segretario Generale Shah Alam: «Così l’illegalità ha portato il paese alla disperazione: il Governo, anziché reprimere i terroristi, li alimenta: questo è terrorismo di Stato. L’uccisione di Shahjahan Bachchu ha messo in luce l’estremo deterioramento della situazione dell’ordine pubblico nel paese. Contro il terrorismo e la reazione, l’antiterrorismo creerà un forte movimento contro l’inazione del Governo».
Cordoglio e invito a far piena luce sull’accaduto è arrivato anche dal mondo istituzionale: la Direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay nei giorni scorsi [15/06/2018 ndr] ha diramato una nota di condanna dell’assassinio dell’editore di libri e riviste Shahjahan Bachchu: «Condanno l’uccisione di Shahjahan Bachchu: l’assassinio di persone che stimolano un dibattito creativo è una perdita per la società nel suo insieme e chiedo alle autorità di non risparmiare sforzi per processare i responsabili di questo crimine»
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Il Partito Repubblicano Italiano dopo il suo quarantasettesimo congresso

Posted on 2015/03/11 by carmocippinelli
Originariamente questo post venne pubblicato su Sinistraineuropa.it, ma ora il link di reindirizzamento non funziona più. Lo ripubblico ora [20/09/2022], andando ad ampliare la sezione del “Deposito bagagli”.
Nella versione originale c’erano foto di quell’assemblea e un crogiolo di ipertestuali di cui ora ne funzionano solamente due, ma tant’è. 
L’otto marzo si è chiuso il Quarantasettesimo congresso nazionale del Partito Repubblicano Italiano.
Il Pri, quel partito con quel simbolo mai mutato e mai cambiato nel corso del tempo, così come la falce e martello per i comunisti.
I Repubblicani hanno attraversato lunghi periodi e fasi non molto serene della politica italiana e il congresso dell’edera, quarantasettesimo, ha visto un partito non in buona salute, per la verità: la prima diaspora repubblicana, dopotutto, s’è consumata anni fa quando, dopo l’esperienza elettorale del ‘Patto-Segni’, l’area di Gawronski e Verdini avrebbe approdato a Forza Italia, la componente della ‘sinistra’ del partito avrebbe fondato ‘Sinistra Repubblicana’ e – successivamente – entrata nei Ds, Maccanico avrebbe fatto nascere l’Unione democratica ed Enzo Bianco (attuale sindaco di Catania) ‘i Democratici’.
La seconda diaspora, in ogni caso, si verificherà anni dopo quando il Pri si alleerà con la coalizione di centrodestra, dopo un’intera legislatura nel centrosinistra: in quell’occasione si sarebbe verificata la nascita del Movimento Repubblicani Europei, postosi in alleanza col centrosinistra, ma rientrando nel partito nel corso del 46° congresso (nel 2011, dopo due tornate elettorali in alleanza con Ulivo prima e Pd poi).

Assise congressuale in cui lo stesso Nucara, segretario del Partito, ebbe a dire che «con l’unificazione tra Pri e Movimento repubblicani europei riprendiamo un cammino comune».

Verrebbe quasi da dire, tuttavia, che la storia dei repubblicani si perde ‘nella notte dei tempi’ della politica del Paese: le vicende dell’edera si intrecciano con quella delle brigate Giustizia e Libertà, quindi del Partito D’Azione, della cultura liberal-socialista che l’Italia – in buona sostanza – non ha mai visto realmente.

Si intreccia, in ogni caso, anche con la storia del Partito Comunista Italiano: Togliatti, ‘il migliore’, lo definì «piccolo partito di massa» e, recentemente, Tommaso Giancarli, in un bel post sul suo blog per il sito di Panorama, lo ricordava sommessamente, con un notevole rimpianto: 

«di fronte all’affermazione ormai definitiva di formazioni di massa quanto a numeri elettorali ma magrissime o evanescenti sul piano della struttura e della reale partecipazione, guardo all’Edera con qualche rimpianto; ma soprattutto credo che fosse sensata quell’ambizione, che, prima di ogni logica di parte, tradiva soprattutto una sconfinata fiducia nell’umanità, tutta, e nella sua capacità di governarsi, acculturarsi, migliorarsi. Tutta roba ottocentesca e un po’ da libro Cuore, forse, ma non è che le iniezioni di cinismo che ci pratichiamo da decenni stiano guarendo le nostre malattie». 

Il post di Giancarli prendeva le mosse dai dati elettorali delle elezioni del 2013, quelli della non-vittoria di Bersani, quelli dell’entrata in Parlamento del Movimento 5 Stelle, quelli della scatola di tonno: il Pri, così come il Partito Liberale Italiano, corre in solitaria e presentando la propria lista in non molte regioni e i dati elettorali non erano proprio esaltanti: il candidato Presidente del Consiglio dei Ministri era il responsabile organizzativo del partito (Franco Torchia) e l’edera raggiungeva seimilanovecento voti scarsi, pari allo 0,02% dei consensi.
Mosso da uno spirito storicista (ancorché vagamente amante delle nicchie) e di estrema curiosità di ascoltare il dibattito del Partito, decido di andare al ‘Church Palace’, luogo in cui si svolgeva il quarantasettesimo congresso del Pri, e, a margine della seconda giornata di lavori, ho potuto intervistare il coordinatore nazionale Saverio Collura, repubblicano di vita e reggino di nascita. 
La sala non faceva presagire grandi folle, né lo stesso Nucara, nel corso della terza giornata dei lavori, aveva pronunciato parole che sarebbero andate a sconfessare il numero di presenti: 

«In effetti siamo molto pochi, ma non è che nel passato i repubblicani fossero tanti: il primo congresso a cui ho partecipato è stato nel ’65, quello che avrebbe eletto segretario Ugo La Malfa.. Beh, forse eravamo la metà di quelli presenti in questa sala, e io non ero nemmeno delegato!»

così come, nella stessa giornata, Giovanni Postorino, delegato e già rappresentante della Federazione Giovanile, si esprimeva così: 

«di folle non ne ho mai viste, eccezion fatta per una Conferenza programmatica prima del congresso di Bari (2001 nda) in cui un ragazzo mi aveva fermato dicendomi “stai entrando in un momento complicato per il partito ché non si sa se supererà l’estate”, ed era maggio». 

Dal «piccolo partito di massa» togliattiano all’adesione all’Alde (Alleanza dei liberal democratici europei): «l’Alde è il normale approdo dell’azione politica del partito, non si dimentichi – mi dice Collura – che Mazzini parlava di Giovine Europa, quindi l’Alde è un passaggio ineludibile giacché in Italia è mancata la cultura europea-riformista e il Pri ne è un’espressione significativa: siamo in linea con il ‘piccolo partito di massa’ di togliattiana memoria».
Quindi la ricostruzione del ‘campo’ lib-dem: «L’Italia ha bisogno come il pane della cultura liberal democratica: la crisi è frutto della bassa politica, noi infatti nel nostro slogan diciamo di voler costruire ‘l’altra politica’ e ‘l’alta politica’; il problema centrale, oggi, è che l’Italia ha bisogno di buona politica, siamo per l’alternativa» giacché «l’elettorato non deve percepirci come ‘il partito benpensante o di élite’ ma come ‘il partito dell’alternativa a questa situazione’, che sia radicale dal momento che vent’anni se li sono divisi dieci tra centrodestra e centrosinistra, è impensabile che siano quelle forze a traghettarci fuori dalla crisi».

La legge elettorale? 
«Un’autoconservazione dei due poli che hanno prodotto la catastrofe del Paese, la riforma del Senato il caravan serraglio della politica italiana», riforme che «devono essere abbattute» perché ne servono ben altre: «riformare la burocrazia, ad esempio, a volte prima di vedere attuata una legge dello Stato passano anni, pensi che c’è una legge del Governo Berlusconi che deve ancora entrare in vigore perché i decreti attuativi e i regolamenti ancora non sono pronti, il 30% dei provvedimenti di Monti idem».
Certo, è pur vero che c’è stato un abuso della decretazione di legge, per usare un eufemismo ma «il problema sono i decreti attuativi e i regolamenti: la legge non è autoapplicativa come avviene in Francia». 
Sulla Grecia, su Tsipras, sul cosiddetto braccio di ferro tra Varoufakis e Troika, invece, Collura non la manda a dire, avendo sostenuto Guy Verhofstadt alle elezioni europee assieme a Scelta Civica e a tutta la galassia lib-dem italiana: «La Grecia ha fatto gli stessi errori che ha commesso l’Italia: la ricchezza prima la si produce e poi la si distribuisce, l’errore di Tsipras è quello di aver pensato che potesse sfuggire, tanto che si è reso conto di dover trattare con l’UE». 
«Tenga presente che del quantitative easing – prosegue Collura – alla Grecia non andrà neanche un euro perché esso è in relazione ad impegni complessivi che ogni Paese deve sottoscrivere: la Grecia, poi, ha avuto una somma notevolissima dalla BCE, in relazione al suo Pil e al suo debito, anche perché tutto il debito del paese ellenico equivale a quanto il nostro Paese deve rimborsare in un anno come debito in scadenza, ma la natura del problema è la stessa: non sono i burocrati di Bruxelles che ce lo impongono ma i mercati!».

«Se noi italiani diciamo che non vogliamo rispettare i parametri di Maastricht nessuno ci fa nulla, ma un minuto dopo succede che l’Italia ogni anno deve rinnovare 200miliardi di euro in scadenza: se il Paese non ce l’ha li chiede in prestito; tenga presente che avendo un bilancio in deficit ogni anno, abbiamo bisogno dei prestiti ma se non siamo credibili sui mercati, nessuno ci dà i soldi per ripianarli e se nessuno ce li dà, non siamo in grado di pagare gli stipendi…E’ un falso problema additare Bruxelles come la sede di tutti i mali, sono i mercati che impongono la situazione», ma non c’è un problema del modello di società che ne è scaturita, Collura sorride e le rughe che gli solcano il volto seguono la forma delle labbra che articola parole: «voi marxisti – sorride nda – dovete cominciare a capire che l’Unione Sovietica è caduta sui problemi delle compatibilità finanziarie». 
Terminata la chiacchierata (più che intervista) con Collura, la cui pronuncia del cognome evoca immediatamente le radici della Calabria greca, torno alla macchina e mi immetto nel Raccordo anulare fino all’uscita di casa.
Mentre percorro i chilometri che mi separano dal ‘Church palace’ a casa, ripenso ad una chiacchierata di un po’ di tempo fa con un vecchio compagno, ad una riunione non molto operativa né tantomeno stimolante dal punto di vista del dibattito: i suoi parenti, mi raccontava, erano divisi tra Pri e Pci «di una cosa, a casa mia, s’era certi: la sezione dei repubblicani e quella dei comunisti erano sempre aperte una a fianco all’altra: edera e falce e martello insieme. I repubblicani non erano marxisti come me e te, come noi, nient’affatto, ma erano di quella cultura liberale, socialista, antifascista che a ‘sto Paese è sempre mancata.. solo che poi, è venuta a mancare anche a loro… Ogni tanto, quando indosso la giacca, mi rimetto all’occhiello l’edera di mio zio, tanto per…».
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Sciopero Cgil 'a babbu mortu', parla Nando Clemenzi, segretario dello Snap (Sindacato Nazionale Autonomo Produzione Tv)

Posted on 2014/12/10 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Controlacrisi

Lo Snap è un sindacato ‘tornato a vivere’ da, relativamente, poco tempo, perché si è sentita l’esigenza della ri-creazione dell’organizzazione sindacale?Il nostro sindacato nasce alla fine del 1995 quando le diverse associazioni professionali presenti nei settori tv delle riprese interne ed esterne , proliferate in quegli anni per sopperire alle carenze del sindacato, si unirono per dar vita ad un nuovo soggetto sindacale denominato appunto SNAP (Sindacato Nazionale Autonomo della Produzione). Già allora il sindacato “ufficiale” era in piena crisi , incapace di rappresentare e difendere gli interessi dei lavoratori ( in quel periodo la stessa Cgil in Rai era commissariata). Oggi la situazione sindacale in Rai si è ulteriormente degradata e come nelle altre aziende la maggior parte delle OO. SS. tradiscono il loro compito storico, la loro vera natura e spesso sono il padrone in seconda. Gli inciuci e le spartizioni di categorie posti e favori sono la loro occupazione principale e hanno perso completamente la fiducia dei lavoratori. Lo SNAP ha fatto parte negli ultimi due anni di una confederazione autonoma che credevamo affine alle nostre idee forza, ma ciò si è rilevato un progetto deludente: ne siamo usciti e da pochi mesi siamo tornati indipendenti in linea con le nostre origini e le nostre radici.

Una delle lotte dello Snap è stata la recente denuncia della messa in onda di Ballarò di un mese fa, in buona sostanza. C’è stata, poi, risposta dal Direttore Generale, come chiedevate?Lo SNAP ha aderito allo sciopero degli Operatori di Ripresa del Centro di Produzione di Roma perché ne condivide pienamente le motivazioni. Abbiamo denunciato la sostituzione dei colleghi in sciopero nella trasmissione “Ballarò” con funzionari del settore e, addirittura, con un dirigente vice direttore di Rai2. Un fatto gravissimo rispetto al quale il Direttore Generale tace e quindi acconsente. In verità anche il comportamento dell’O. S. che ha proclamato lo sciopero ha un comportamento ambiguo tanto che ancora oggi non sappiamo se procederà con l’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori per condotta antisindacale nei confronti dell’azienda.

Il 12 dicembre si svolgerà il secondo sciopero generale della Cgil, lo Snap aderirà?  Lo sciopero del 12 dicembre in Rai è la complessa risultante di incapacità ,defezioni e confusione dei diversi sindacati. Un pasticcio che resta difficile comprendere anche a chi segue con attenzione le varie dinamiche sindacali. Dopo lo sciopero dell’11 giugno 2014 (contro il prelievo governativo dei 150 milioni di euro, la quotazione in borsa di Rai Way e una sua parziale vendita) molto partecipato anche senza il contributo della Cisl e del sindacato dei giornalisti (Usigrai) anziché continuare la lotta si è perso del tempo prezioso e ci sono state fratture nel fronte sindacale che ha disorientato e demotivato i colleghi. Si è arrivati alla quotazione e vendita parziale di Rai Way con una procedura di raffreddamento ancora aperta da Slc-Cgil Snater e Libersind che ovviamente si è conclusa negativamente. A questo punto era inevitabile la proclamazione di uno sciopero Rai e considerata la probabile scarsa partecipazione dei dipendenti Rai queste sigle sindacali hanno aderito allo sciopero generale proclamato dalla CGIL contro le politiche governative per il 5 dicembre. Successivamente anche la UIL ha deciso di scioperare e si è posticipato la data al 12 dicembre. Formalmente in Rai solo lo Snater ha proclamato lo sciopero generale il 12 dicembre contro la rapina dei 150 milioni di quest’anno degli 85 milioni del prossimo anno e contro la privatizzazione di Rai Way. Come sindacato autonomo abbiamo aderito allo sciopero del sindacato di base del 24 ottobre contro le politiche del governo di centro-sinistra–destra di Renzi. Per quanto riguarda le istanze in Rai restano le diversità di fondo e il mancato coinvolgimento della nostra sigla, quindi ci siamo dissociati da tempo da questa farsa che non porterà nessun risultato degno di nota.

Per quale motivo non aderirete? La politica, o comunque, l’area politica di riferimento, su questo, si spacca: la ‘lista Tsipras’ – L’Altra Europa – scenderà in piazza assieme ai suoi soggetti fondatori/costiuenti (Rifondazione/Sel/movimenti) mentre secondo altre organizzazioni (il Partito Comunista, Usb e il sindacalismo di base diffuso) quello del 12 è ritenuto uno sciopero “a babbu mortu”..Il nostro sindacato non ha ovviamente connotazioni politiche, tuttavia sarebbe un errore non analizzare con attenzione il comportamento dei partiti e il loro schieramento. L’opposizione politica sostanzialmente ricalca il posizionamento sindacale o viceversa e per storia e prassi ci sentiamo in sintonia con chi agisce e si organizza per fronteggiare l’attacco ai diritti , alle condizioni di lavoro e allo stato sociale. Quando tutto ciò è definito non ci arrendiamo e opponiamo la resistenza possibile ma ovviamente preferiremmo di gran lunga giocare un ruolo nella fase pre-decisionale e non in quella consolidata appunto del “babbu mortu”.

Per chiudere, un argomento di cui poco si è parlato sui media tutti, se non con qualche trafiletto sui maggiori quotidiani: Raiway. Cosa comporta, per i lavoratori tutti, il «via libera del cda di viale Mazzini alla vendita di una quota di minoranza»?Il grande limite della vicenda Rai Way è non essere riusciti a “esportare” nel tessuto sociale, all’esterno dell’azienda, la valenza di questa operazione. Del resto la Rai stessa, e con essa i suoi dipendenti, sono visti in maniera poco edificante dai cittadini. Questo luogo comune alimentato da soggetti e fatti vergognosi non fa giustizia di cosa è e di cosa rappresenta davvero la nostra azienda. Già in passato, con la Rai di Zaccaria si tentò di privatizzare Rai Way verso la fine del 2001 (49% alla Crown Castle per un controvalore di oltre 400 milioni di euro), fu il ministro delle Comunicazioni Gasparri che si oppose a questa cessione. Rai Way trasmette e irradia il nostro segnale in maniera capillare in tutto il territorio nazionale quindi è strategica. E’ stata potenziata con il denaro dei contribuenti, è sana e produce utili. Risulta altamente appetibile per gli interessi del comparto delle comunicazioni per gli ovvi sviluppi. L’ingresso del privato è una seria minaccia all’intero gruppo Rai e può avere a breve termine ripercussioni sull’integrità dell’impresa e dei livelli occupazionali. La decisione governativa di metterla sul mercato azionario avallata dal management aziendale è un vero e proprio attentato ad uno dei diritti universali quale è quello all’informazione libera e indipendente. 
La Rai non necessita di queste scelte che la ridimensionano pesantemente ma di una vera riforma che la liberi definitivamente dal giogo della politica e dei faccendieri.

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Sardegna, la mobilitazione continua: mercoledì a Lanusei

Posted on 2014/10/27 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Controlacrisi


L’iniziativa indipendentista non si arresta e, seppure dopo alcune contraddizioni sul dopo Capo Frasca, le date certe sono ormai due: mercoledì 29 ottobre e martedì 13 dicembre. 
La prima riguarda la mobilitazione della rete ‘Pesa Sardigna’ riguardo l’affaire Pisq (Poligono interforze Salto di Quirra) il cui processo si celebrerà il 29 a Lanusei; la seconda data è la seconda manifestazione del post-Capo Frasca, la cosiddetta ‘Cramada’ (chiamata) convocata dagli organizzatori che il 2 agosto avevano indetto l’ormai famosa ‘Manifestada Nazionale contra a s’ocupatzione militare’ e cioè Sardigna Natzione, a Manca pro s’Indipendentzia e i comitati Su Giassu, Su Sentidu e Gettiamo le basi.

La mobilitazione di mercoledì 29 vede coinvolte maggiormente le organizzazioni politiche, all’interno della rete ‘Pesa Sardigna’: il Fronte indipendentista unidu (Fiu), Progres – Progetu Republica e Scida – Giovinus indipendentisas, quest’ultima non facente parte della Rete ma aderisce e partecipa al sit-in organizzato per mercoledì 29 a Lanusei.

Proprio riguardo la lotta contro le basi militari, quest’ultima organizzazione studentesca è stata protagonista di una dimostrazione a Cagliari conclusasi con l’occupazione della facoltà di Lettere dell’Università del capoluogo.

Il corteo degli studenti contro le basi militari, in previsione della mobilitazione davanti al tribunale di Lanusei è stata molto partecipata e si potrebbe ben considerare prodromica del sit-in di mercoledì.

A tal riguardo il Fronte indipendentista unidu, in una nota, ha specificato che: «Non c’è lotta contro l’occupazione militare senza lotta per l’indipendenza. La grande manifestazione di Capo Frasca ha dimostrato il carattere indipendentista della mobilitazione, almeno nella sua direzione. […]. La mobilitazione contro l’occupazione militare deve ovviamente restare aperta a tutte le istanze pacifiste, democratiche e di base anche se non esplicitamente indipendentiste ma è necessario fare chiarezza su un punto fondamentale. Senza una chiara direzione indipendentista non è pensabile ottenere lo smantellamento dell’occupazione militare».

Sulla stessa linea Gianluca Collu, segretario di Progres – Progetu Republica che, raggiunto da Controlacrisi ha dichiarato: «L’udienza di Lanusei è importante perché per la prima volta vengono citati a giudizio degli alti generali delle forze armate italiane per i gravi fatti che sono avvenuti all’interno del poligono del Salto di Quirra (il Pisq). Per noi questa mobilitazione importante perché si sta parlando di poligoni militari e la nostra visione è quella di dismettere completamente tutti i poligoni: bonificare e riconvertire quelle aree interessate. Per cui quella data di mercoledì è importante» ancor più per i tre punti ribaditi in più occasioni da Collu, Piga e Zancudi (Progres e Fiu).

Nella nota del Fronte si legge, ancora, che «abbiamo molto chiaro il fatto che per l’Esercito italiano il poligono di Quirra sia irrinunciabile e che costituisca il vero interesse strategico su cui puntano l’Esercito, le multinazionali delle armi, lo Stato italiano e la stessa giunta Pigliaru. Per questo motivo rilanciamo con forza l’appuntamento, promosso dalla Rete Pesa Sardigna, per il 29 ottobre davanti al tribunale di Lanusei in occasione della prima udienza del processo Quirra».

«Ben venga l’udienza di Lanusei perché avvalora le ragioni di un popolo e di una nazione. Quella sarda, chiaramente», continua il segretario di Progres, Collu che prosegue sulla stessa linea del Fronte riguardo i partiti sovranisti in Regione: «tra i partiti sovranisti e autonomisti buona parte sono in maggioranza in Regione per cui hanno una responsabilità nel governare la Sardegna, per cui ci sono delle prospettive diverse che sono emerse già dalle scorse elezioni sarde».

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Sa terra sarda a su populu sardu

Posted on 2014/09/19 by carmocippinelli

Articolo pubblicato su Lindro.it

Sassari – Durante la nostra permanenza nell’Isola, nei pochi giorni che precedevano la manifestazione del 13 settembre scorso contro i poligoni militari in Sardegna, siamo stati ospiti di Cristiano, un professore di storia e filosofia che abita poco fuori Sassari, in una striscia di campagna che divide idealmente il capoluogo di Provincia con il Comune di Sennori.
Il giorno prima della ‘manifestada natzionale’ di Capo Frasca, Cristiano ci aveva portato alla presentazione del libro ‘Cella n.21‘ di Bainzu Piliu presso l’aula magna dell’Università di Sassari. Incuriositi, ovviamente, ci siamo andati di buon grado.
Il dibattito che s’era acceso non era di livello basso ed era estremamente interessante stare a sentire quello che dicevano i convenuti riguardo Bainzu, anche dopo ch’egli aveva preso la parola.
Non conoscevamo nulla di Piliu, se non qualcosa legato al carcere che aveva dovuto subire assieme ad un personaggio che, ora, è a dir poco folkloristico: Doddore Meloni.
Bainzu, dunque, ha partecipato alla manifestazione a Capo Frasca e, non casualmente, era sul nostro stesso pullman che da Sassari scendeva giù fino alla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi del comune di Arbus.
Questa che segue, dunque, è la conversazione, con Bainzu Piliu sulla via del ritorno dopo la ‘manifestada natzionale contra a s’ocupatzione militare’.
In passato hai fondato il Fruntene pro s’indhipendhentzia de sa Sardinya uscendo dal Psd’Az. Per la prima volta, da un po’ di tempo questa parte, il movimento indipendentista sardo, pur nelle sue frammentazioni e nel suo particolarismo, è riuscito ad imporre un tema collettivamente all’interno del quadro politico dell’Isola. È riuscito, quindi, ad imporlo e a portarlo fino alla fine decretando una sua consistenza fattiva: coloro i quali dicono che esso sia minoritario, ha sonoramente impattato contro i 12mila partecipanti alla manifestazione di Capo Frasca. Che idea ti sei fatto dopo anni che non partecipavi?
E’ positivo, è una cosa buona. È un passo ulteriore verso la presa di coscienza del popolo sardo. È un passo in avanti.
Volendo si può andare oltre, dunque..
No, non ‘si può’: si deve andare oltre.
Ed è possibile già da oggi ‘andare oltre’?
Il processo, per come la vedo io, è in atto da molto tempo. La gente, come puoi essere tu, come possono essere gli osservatori, vedono soltanto i gradini raggiunti ma non il percorso intermedio. Esso non lo possono vedere perché la sensibilizzazione avviene in modo tale che non tutto può essere percepito. Quindi voi vedete il risultato è un certo momento storico e, magari, fra dieci anni, fra un mese, potreste avere la sorpresa di vedere qualcosa che oggi non riuscite a prevedere. Non lo sa dire con precisione nessuno, in questo momento. Ma queste sono le sorprese che fa la storia.
Dopo tanti anni torni ad una manifestazione, precisamente ad una contro i poligoni militari, in che stato di salute sono i movimenti indipendentisti della Sardegna?
Mi sembra che si stia irrobustendo. Non è certo in buona salute, ma sta migliorando.
Cambiando un attimo argomento, durante la presentazione del tuo libro ‘Cella n.21’ nell’aula magna dell’Università di Sassari hai detto una cosa precisa riguardo la non violenza…
Io ieri ho ripetuto quello che avevo detto al Presidente della Corte durante il processo di primo grado. Al Presidente della Corte ho detto: “sono una persona pacifica ma se qualcuno mi dà lo schiaffo lo restituisco, se qualcuno mi spara, sparo”. Io  ho detto queste parole.
Anche a questo proposito sei stato di una chiarezza estrema e hai detto in tre parole quello che, magari in altri contesti, si sarebbe detto con ampie perifrasi…
Questo nasce dalla mia personalità, dalla mia autoeducazione. Quando è possibile a me piace parlare chiaro e non sempre è possibile farlo perché bisogna riflettere sugli effetti che hanno le parole. Non tutti sono pronti a recepire certe parole certi concetti, per cui bisogna fare attenzione. Però, in quel caso lì, ho sempre voluto che risultasse chiaro che io sono una persona pacifica ma non sono una persona disposta a porgere l’altra guancia, mai. Questo doveva risultare chiaro, nonostante io sia perfettamente consapevole della mia debolezza: io non ho uomini, non ho soldi. Nulla. Soltanto me stesso. Siccome mi voglio rispettare, il fatto di reagire agli attacchi – nei limiti del possibile – è un modo per rispettarmi. Così come credo di non risultare in vendita, allo stesso modo.  
Sia oggi sia ieri (13 e 12 settembre nda) hai detto “inizieranno a blandirvi e comprarvi”, quando il movimento indipendentista sardo sarà talmente influente da non poter più essere ignorato dall’Italia. A quel punto, però, hai aggiunto, “lì comincerà il nostro compito”, giusto?
Il compito nostro, per la verità, inizia già prima che ci blandiscano. Dopo non sappiamo cosa succede, perché prima che si arrivi a tagli le forze politiche italiane faranno il possibile per snervare il movimento. Faranno il possibile per criminalizzarlo, per intimidirlo. Faranno di tutto affinché un processo come questo abbia un blocco. Le cose ancora più serie avverranno quando si dovessero accorgere che una parte robusta del movimento non si piega e non riusciranno a piegarla. Allora, la faccenda diventerà molto più difficile. Questo perché è chiaro che, come in tutto il mondo, non c’è omogeneità e non ci sarà mai, all’interno del movimento: ci sarà una parte più combattiva, una parte più intelligente, politicamente parlando, ci saranno delle differenziazioni. Lo Stato italiano è molto più potente di quello che siamo noi. Esso ha a disposizione uomini intelligenti, mezzi finanziari, mezzi tecnici, ha tanti mezzi che noi non abbiamo. Che cosa può influire su questo discorso? Possono influire delle difficoltà interne allo Stato, che mettano in difficoltà i Governi nella loro azione nei nostri confronti. Possono influire situazioni di politica internazionale, può farlo l’animus pugnandi dei sardi, tanti elementi che non sono valutabili oggi. Oggi noi vediamo, malamente, quello che avviene in superficie ma noi non sappiamo cosa c’è oltre di essa, forse qualcuno di noi, che ha fatto dei sondaggi più approfonditi, o ha un acume maggiore, avrà visto qualcosa ma la maggior parte non ha visto nulla, ha visto qualche cosetta di quello che appare dai giornali, qualche manifestazione. Lo stesso appare anche per i servizi segreti italiani, che stanno cercando di capire: è il loro compito, come è quello nostro di non farglielo capire.
Durante la presentazione del tuo libro, nel corso di un intervento, ho sentito che chi aveva preso la parola si stava scusando con te per dei fatti accaduti molti anni fa e citava un episodio nel quale, in particolar modo, parlando in sardo, dicevi come la lingua italiana poteva essere insegnata – al massimo – come prima lingua straniera. La questione del bilinguismo è minoritaria all’interno del movimento indipendentista o, secondo te, in che modo può essere rilanciata?
L’obiettivo finale sarebbe che il sardo – per il momento usiamo il termine generico – diventi la lingua ufficiale dello Stato sardo e che la lingua italiana sia una lingua ‘a lato’del Sardo per un periodo di tempo congruo. Anche perché non si può eliminare completamente una lingua: innanzitutto, i sardi non avrebbero nessun interesse a perdere l’italiano. Qualsiasi lingua straniera, o non straniera, tu conosca, è una ricchezza. Non solo: è anche un’arma. Se io non conoscessi sufficientemente la lingua italiana avrei maggiore difficoltà a difendermi e ad attaccare, io voglio usare la lingua italiana come strumento d’attacco e di difesa. Quindi, non ho interesse a perderla. Io, però, con i miei genitori non ho mai parlato italiano: ho parlato sempre in sardo. Le vicende storiche, per molte ragioni, stanno facendo perdere d’importanza la ‘limba sarda’ che è differenziata in vari dialetti. Ma nella Grecia antica non esisteva un solo greco: esistevano varie parlate greche e non mi turba il fatto che ci siano queste differenze, troveremo il modo, la soluzione. La cosa importante non è trovare una lingua unificata ma è che i sardi si convincano che devono essere orgogliosi di essere Sardi, di quello che hanno. Poi, ci metteremo d’accordo sulle pratiche da fare per quanto riguarda la lingua, intanto usiamola. Per iscritto e oralmente: in fondo, sono cose nostre..
Il libro l’ho comprato solo ieri nel corso della presentazione all’Aula magna dell’Università di Sassari (12 settembre nda), per cui ho ancora una visione molto parziale del tuo scritto…
Guarda, per alcune parti è impossibile avere una visione completa: ci sono alcune sezioni in cui non ci si può non capire nulla se non si entra nello spirito con il quale ho scritto il libro. Infatti, è successo questo ad un tuo collega al quale ho rifiutato l’intervista: a seguito di uno scambio di e-mail, dopo il quale avevo inteso che non aveva capito niente. E non era in grado di capire nulla..
Perché?
Perché lui partiva con alcune idee preconcette e cercava di orientare l’intervista secondo il suo punto di vista ma non aveva neanche l’umiltà di leggere con attenzione quello che avevo scritto. Non aveva quest’umiltà e quindi era superficiale: questo libro non è stato scritto per gente superficiale ma pesando le parole, usano determinati vocaboli e secondo me ci vuole gente attenta, altrimenti non si capisce.

Nell’appendice fotografico del libro viene raffigurato un episodio interessante, curioso quantomeno, che descrivi anche nelle prime pagine di ‘Cella n.21’. Ti avranno già chiesto in moltissimi di raccontarlo, sto parlando di quando hai incontrato il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in costume sardo.

Dunque, io ero Sindaco di Bulzi e, come tutti i indaci della provincia, sono stato invitato dal presidente della Repubblica. La procedura era questa: quando i sindaci, messi tutti uno dopo l’altro in fila, arrivavano davanti al Presidente, il Cerimoniere diceva, poniamo un caso: “le presento il sindaco di Buddusò”, rapida stretta di mano e via. Non sopportavo, veramente, questa cosa. Io ero andato vestito col costume di Bulzi e con, attaccata sopra, la tessera del Fronte per l’indipendenza.
Siccome avevo visto come andavano le cose con gli altri, avevo precedentemente preparato una lettera da consegnare a Pertini. Quando siamo stati di fronte l’ho guardato negli occhi  e gli ho detto, giacché sono di animo socialista, ma pur sempre sardista: «Compagno Presidente, La saluto sì come sindaco ma anche come segretario del Fronte per l’indipendenza della Sardegna. Ho preparato questa lettera per Lei, la legga con attenzione prima che sia troppo tardi». Mi guardava battendo le palpebre come se si chiedesse, “chi è costui?”. Aveva, alla sua sinistra, il Capo dei Corazzieri e alla sua destra un ministro che l’anno successivo sarebbe diventato il Ministro dell’interno, Oscar Luigi Scalfaro, mi pare, se ben ricordo. Pertini, che a me faceva soltanto l’impressione di un pover’uomo, un anziano, vecchio da trattare con ogni riguardo e rispetto proprio per la sua età, mi disse: «Sì, sì, la leggerò con attenzione» e diede la lettera al capo dei corazzieri. Subito dopo scesi a Piazza Italia e un giornalista mi chiese: «Cosa ne pensa del Presidente Pertini?», «E’ una bravissima persona – gli avevo risposto – ma io non dimentico mai che è un Capo di uno Stato straniero e nemico». Lui ha continuato a stare a Sassari quel giorno e il giorno successivo e io, assieme agli altri del Fis (Fronte per l’Indipendenza della Sardegna), abbiamo continuato a manifestare contro di lui. Quando è andato ad inaugurare il monumento ai caduti della Brigata Sassari c’erano due lunghissime file di giovani Carabinieri che dovevano fare da scorta. Io ed altri avevamo affisso uno striscione grande con scritto “a fora s’Italia”.  Lo striscione è stato, dunque, sequestrato dai vigili urbani e dato in consegna ad un Corazziere. Siamo andati dal corazziere e l’abbiamo accusato di appropriazione indebita, quindi lui, impressionato, ci ha restituito lo striscione che nel frattempo avevamo affisso nuovamente. Nel contempo io arringavo carabinieri e gli dicevo in sardo: “Avete visto cosa ha fatto l’Italia? Voi eravate tutti disoccupati nel vostro paese, l’Italia vi ha fatto tutti carabinieri! Siete contenti?”. E mentre dicevo queste parole davo loro il volantino del Fis. In quel momento arrivava il presidente Pertini, che io non avevo visto, e anche il procuratore generale della Repubblica che non voleva assolutamente guardarmi mentre io distribuivo volantini. Allora, tiratone fuori uno dalle mani, gli ho detto: «Legga, dott. Villasanta, che non fa male neppure a lei». Il giorno dopo ho scritto sul giornale che, per cortesia, il Presidente Pertini non tornasse più in Sardegna a inaugurare monumenti agli àscari Sardi perché noi pretendevamo di essere rispettati da vivi e non da morti e che, inoltre, anche gli àscari libici, eritrei, avevano combattuto per l’Italia dopo che la ‘civilissima Italia’ aveva decimato le loro popolazioni. Ho continuato a manifestare contro di lui nei giorni a seguire e sei mesi dopo mi hanno offerto una suite in carcere a Buoncammino.
Una ‘suite’ a Buoncammino?!?
(sorride nda) Sì, sì, una suite!
Mi viene in mente una cosa, riallacciandomi ai Carabinieri… Passeggiando per Sassari, chiacchierando del più e del meno con Cristiano, mi ha corretto mentre citavo in italiano una canzone di Piero Marras ‘Si deus cheret’ dal momento che ‘si Deus cheret e sos carabinieri lu permittini’ andava tradotto con ‘se Dio vuole e la giustizia lo permette’. Perché la giustizia e i carabinieri sono termini che si equivalgono?
E’ così. Il proverbio deriva dal fatto che la repressione inizialmente è passata attraverso i carabinieri, più che dalla polizia e dei militari. I Savoia hanno avuto la Sardegna nel 1720 ma i sardi non li hanno mai sopportati. Anzi, non ci si sopportava a vicenda  e c’erano seri e validi motivi per cui noi non sopportassimo i Savoia. Poi sono venuti i carabinieri e siccome essi possedevano una stazione in ogni paesino, praticamente, ecco perché la giustizia identificava con i carabinieri. In molti posti non c’era altro che carabinieri, come forze dell’ordine. La polizia è arrivata dopo.
Dopo la ‘suite’ a Buoncammino, l’uscita e tutte le vicende che si sono susseguite, hai scritto un libro quasi trent’anni dopo. Come mai quest’attesa?
Per questo motivo: io non ero aduso a scrivere, ero professore di chimica e non sono un letterato. Ero abituato ad altre cose e mi sembrava che scrivere fosse quasi una perdita di tempo. Poi, però, con gli anni ho lentamente maturato questa decisione assoluta: sapevo che avrei scritto prima o poi ma stavo rimandando… Scrivere è faticoso: se si vuole curare lo stile si devono scegliere le parole, le frasi, si deve riflettere. E poi, in uno scritto come questo, si deve riflettere: che impatto avrà sui servizi segreti? Che impatto avrà sul pubblico sardo e quale potrebbe avere su quello italiano? C’era da studiarci sopra e io non mi sentivo pronto per fare questo, ma ad un certo punto mi sono reso conto che dovevo farlo per forza. Non potevo più fuggire, dovevo farlo. Mi volevo dotare di uno strumento di lavoro, di un’arma, per essere più espliciti. Volevo dotarmi di un’arma difficile da neutralizzare e che mi desse un tipo di potere che in questo momento storico non è facilmente sindacabile: nella situazione geopolitica in cui si trova, lo Stato italiano non può fare molto per neutralizzare quello che scrivo.
Anche perché, banalmente, ‘è scritto’..
Non solo, non è facile ‘sequestrare’ palesemente il libro; non è facile farmi passare per terrorista solo perché  scrivo un libro nel quale scrivo che sono contro la violenza. Come posso io essere considerato un terrorista, un violento, se dico esplicitamente di essere contro la violenza? Io, poi, sono solo: quali sono le mie truppe? Non ne ho, non le cerco. Allora, nella situazione in cui si trova lo Stato italiano oggi, non è facile prendere delle misure esplicite contro di me, potrebbe farlo in maniera furbesca o in altri modi, però è rischioso… Ecco perché non ho nessunissima intenzione, come ho già detto, di essere violento, ciononostante voglio vincere: questo deve risultare chiaro. Nel senso che voglio collaborare per fare in modo da creare le premesse affinché il popolo sardo possa vincere. Non io personalmente, io non conto nulla: sono l’organizzazione politica di me stesso. Nessuno, però, è così stupido da credere che io sia così stupido o così innocuo, quindi i servizi cercheranno di capire com’è fatto il mio cervello.
Prima hai accennato all’impatto che questo libro potrebbe avere sul pubblico italiano, quale potrebbe essere, dunque?Il pubblico italiano potrebbe, non oggi, convincersi che non è così corretto il comportamento del proprio Governo nei confronti della Sardegna: non credo che gli italiani siano pronti a questi discorsi. E questo perché potrebbero anche chiedersi: ‘che bisogno c’è di fare in Italia le basi militari quando è così comodo farle in Sardegna? Perché inquinare l’Italia quando possiamo inquinare la Sardegna? Siamo mica scemi! Finché sopportano i Sardi, sopportino, potremmo decidere di dargli qualche contentino, possiamo dire che sono valorosi combattenti e dar loro qualche spicciolo di contributi, di risarcimenti; possiamo fare molti sorrisi e dire che anche loro sono italiani. Quei cretini, intanto, si bevono tutto..’. Ma questo vale oggi, non sappiamo cosa succederà domani. Tu mi potrai chiedere, cosa potrà succedere domani visto che siete pochi, deboli e avete paura di esporvi?
‘Pocos, locos y male unidos’, come avrebbe detto Carlo V a proposito dei Sardi…
Attenzione, però: gli italiani erano molti e disuniti. Noi saremmo anche pochi e disuniti, ma gli italiani erano molti e disuniti: nel 1815 in Italia c’erano nove Stati diversi e indipendenti, spesso in guerra tra loro, quindi non ho capito perché il ‘pocos, locos y male unidos’ è sempre valso per i Sardi e non per gli italiani. Anche adesso, che c’è uno Stato unitario, gli italiani non sono uniti. Perché tutta questa storia per i Sardi, dunque? Che poi, Carlo V non ha mai detto quella frase riguardo i sardi ma l’ha detta ai notabili che non erano Sardi di origine, bensì catalani! E questo anche perché, in quel periodo, i Sardi non contavano nulla, non c’era bisogno di dir loro qualcosa contro. Quella frase era riferita ai notabili dal momento che erano sempre in lotta fra loro e, all’arrivo di Carlo V, hanno provato a prenderlo come arbitro.
Tant’è che Mariano IV d’Arborea, padre di Eleonora d’Arborea, al momento della ‘reconquista’ dell’Isola non conquistò Alghero perché pare che non vi fossero Sardi…
No, in realtà non è per questo: semplicemente, non ci è riuscito. Ci sarebbe voluto andare e gli erano rimaste solo due piazze: Alghero e Cagliari ma purtroppo è morto prima a causa della peste. Proprio mentre stava capitolando Cagliari. La popolazione catalana è scomparsa da Alghero, poi, già dal 1500: coloro che sono venuti dopo quella data sono Sardi che hanno adottato il catalano per snobismo, perché lo straniero potente viene sempre preso a modello. Anche gli italiani che sono deboli, prendono a prestito dal modello anglosassone, alcune parole della lingua inglese: invece di dire fine settimana si dice weekend, la tendenza si dice trend, e via cantando. Gli italiani si sentono inferiori ai popoli di lingua inglese, ogni tanto fanno la sparata che loro sono i più intelligenti del mondo, con maggior senso artistico, insomma, il sale del mondo. Ma dentro di loro capiscono che sono deboli, su questo non ho dubbi.
Toglimi una curiosità, però: da cosa deriva il tuo nome Bainzu?
Usando Bainzu come nome, col mio cognome Piliu, niente avrebbe richiamato l’Italia: né il nome, né il cognome avrebbero fatto pensare all’Italia. Mi spiego meglio: i miei antenati paterni si chiamavano tutti Bainzu. Mia madre, credendo di nobilitare la famiglia, all’anagrafe fece mettere Gavino al posto di Bainzu, come voleva fare mio padre. Questo perché sembrava più nobile e più qualificante socialmente. Quando iniziai a fare attività politica, dopo un po’ di tempo, decisi di adottare la versione sarda in modo tale che, appunto, né nome né cognome potessero richiamare direttamente l’Italia. Anche perché in Italia uno che si chiama ‘Bainzu Piliu’ non si sa da dove possa venire: si potrebbe confondere anche per romeno!
Ma che relazione ha Bainzu con Gavino?
Dunque la cosa, per quel che ne so io, è nata così: in epoca imperiale romana c’erano delle truppe romane a Porto Torres.
Uno di questo soldati romani  si convertì al cristianesimo ma fu processato e condannato a morte, insieme ad altre due persone: egli si chiamava Gabinius che significava ‘abitante della città di Gabii’, antica città del Lazio (ora quasi inglobata dai territori dei municipi del quadrante sud est di Roma nda). I Sardi da questo Gabinius trassero alcuni nomi: Gabinu, Gavinu, Bainzu, Binciu, Bignu, almeno 5 e non uguali. Il nome Gavino non è un nome italiano: è un nome sardo italianizzato che tornava utile per assimilare il popolo sardo, d’altra parte anche i cognomi sono stati distorti per farli diventare italiani. Quindi, a parte che Bainzu mi piaceva di più perché mi richiamava alle mie origini, lo trovavo politicamente utile e i giornalisti utilizzavano sempre Bainzu: non mi giravo neanche quando mi chiamavano Gavino! Ecco com’è la questione del Bainzu. E dà un fastidio tremendo agli italiani: le volte che sono andato in Italia e mi sono presentato come Bainzu Piliu storcevano la bocca. Non ci tenevo minimamente, e non ci tengo tutt’ora, a sembrare italiano, nemmeno per sogno! Non sono italiano, non mi seno onorato di essere chiamato tale: non vi disprezzo ma non vi ammiro particolarmente. Siete tra le tante popolazioni del mondo: ci siete anche voi. Se siete intelligenti vi ammiro, se avete delle qualità artistiche la stessa cosa, ma non siete il mio modello: intelligenti come voi ce ne sono una miriade quanto, anzi, più di voi. Basta che si prendano i popoli orientali, che li avete presi a pesci in faccia per secoli, vi stanno dimostrando che hanno un’intelligenza che è sicuramente almeno come quella italiana. Se non superiore. Non siamo mai stati italiani, nemmeno in epoca romana: siamo stati una provincia di Roma, non eravamo ‘italici’. Per molto tempo si è cercato di far intendere ai Sardi che dovevano sentirsi onorati di essere considerati italiani e molti hanno abboccato. Come una specie di insulto che c’era in alcune parti dell’Isola  che diceva: «Italianu siese», come dire «Che tu sia italiano!». Giacché ho assorbito e digerito queste cose, a me non mi incantano: io voglio una cosa sola, cioè, che i Sardi diventino padroni del loro territorio, che mantengano buoni rapporti con l’Italia.
Dopo, però (l’indipendenza nda). Non prima.
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Capo Frasca, la nuova Pratobello

Posted on 2014/09/15 by carmocippinelli
Articolo pubblicato su Lindro.it
Sant’Antonio di Santadi, Arbus (OR) – «Il tempo delle mediazioni è finito. Se lo Stato italiano avesse voluto mediare lo avrebbe già fatto da tempo e invece, come tutti possono vedere, veniamo bombardati da sessant’anni. Questo modello non è più sostenibile: non lo è mai stato e non lo deve essere più, nonostante – lo ribadiamo – gli interessi della NATO siano fortissimi». «Per queste ragioni non possiamo abbassare la guardia già a partire dal processo di Quirra, l’altra cartina da tornasole degli interessi bellici in Sardegna. Per la pace dei popoli, non solo per il nostro, sappiamo bene che stiamo toccando gli interessi massimi dello Stato».
A parlare era Luigi Piga, portavoce del Fronte indipendentista unidu, una delle tante formazioni indipendentiste che ha organizzato la manifestazione di sabato 13 davanti al poligono militare di Capo Frasca.
La lingua di terra strettissima in cui si trova il poligono in questione è tra lo stagno di Marceddì e una piccolissima frazione del Comune di Arbus: Sant’Antonio di Santadi.
In un pezzo di terreno dell’isola che compie uno strano giro, erano concentrati circa dodicimila sardi per chiedere tre cose, per dirla con le parole di Gianluca Collu, Segretario di Progres: «siamo tutti uniti per dire, una volta per tutte, tre cose molto semplici: dismissione, bonifiche, riconversione. E’ vitale, è necessario dismettere i poligoni militari, non si sta parlando di dismettere semplicemente le basi o cos’altro, si sta parlando di poligoni militari e l’unico modo per iniziare è chiudere immediatamente uno di questi. Bisogna, poi, urgentemente, apportare le dovute bonifiche – a terra e a mare – e, infine, trovare il modo di riconvertire i territori».
Dai manifestanti le voci si levavano alte e tonanti: «A Foras!» e «Indipendentzia!» erano sicuramente quelle che ‘andavano per la maggiore’.
Il tavolo della manifestazione era partito il 2 agosto, come già riportato da questa testata: «A lanciare la piattaforma per la manifestazione del 13 erano state cinque organizzazioni, tra formazioni politiche e comitati civici: A Manca pro s’Indipendentzia (aMpI), Sardigna Natzione Indipendentzia (Sni), Comitato Sardo ‘Gettiamo le Basi’, Comitato ‘Su Giassu’, Comitato Civico ‘Su Sentidu’».
Ovviamente, il tavolo organizzativo è andato crescendo di giorno in giorno e gli organizzatori, se dal principio erano 5, sono diventati un buon nucleo di organizzazioni politiche e civiche, una commistione e una cooperazione che si è rivelata vincente, visti i numeri della manifestazione.
Dodicimila persone, più di ogni rosea aspettativa ma che – per la verità – era una speranza che ogni rappresentante del tavolo organizzativo covava in sé.
Collu (Progres) a tal proposito, nello spazio del retro della manifestazione, ha dichiarato come: «riguardo la presenza  lo speravamo: ai tavoli organizzativi ho sempre detto che una manifestazione di questo tipo aveva successo se fossero arrivate non 300 ma 3000 persone. Quindi, il nostro messaggio è arrivato: la manifestazione non è per gli indipendentisti, non è fatta dagli indipendentisti, è fatta per tutti i sardi».
Il messaggio è arrivato, ‘l’individuo’-Nazione sta muovendo i primi passi, come ha detto Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione): «questa volta, come è stato per il referendum sul nucleare, sembra che ogni cittadino sardo abbia capito di essere parte indispensabile di un individuo che si chiama Nazione Sarda e abbia capito, inoltre, che quell’individuo possa camminare e pensare autonomamente. Se c’è un piede che non funziona, l’individuo non è completo, ma oggi i Sardi si sono assunti questa responsabilità. Probabilmente hanno pensato ad una responsabilità storica: noi siamo generazione vivente, che responsabilità abbiamo per le generazioni future? Possiamo lasciare un territorio con nanoparticelle in giro, con bombea frammentazione, con territori che potrebbero creare prosperità ma vincolati per scopi che non sono i nostri? Questa è la nostra responsabilità». 
Il dato politicamente rilevante che arriva dalla manifestazione è che le organizzazioni indipendentiste che venivano tacciate di minoritarismo e settarismo, da parte dei quotidiani e di candidati alla presidenza della Regione Sardegna, sono scese in piazza e hanno portato 12mila persone in un territorio anche abbastanza impervio da raggiungere.
Il settarismo di cui venivano tacciate le organizzazioni politiche che non si erano allineate con questa o quella coalizione di ‘maggioranza’, centrodestra o centrosinistra, era ben riassumibile dalle parole di Gavino Sale, Presidente di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, intervistato da questa testata poco prima della tornata elettorale del febbraio.
Sale, ora consigliere regionale di maggioranza, aveva intrapreso la strada dell’alleanza elettorale con il centrosinistra, capitanato da Francesco Pigliaru: «Michela Murgia, secondo Gavino Sale “sa benissimo che non vincerà, perché non ha i numeri: si vince al 40%, non con il 15%, così come gli ultimi sondaggi riportano. A questo punto, stanti questi numeri, il progetto di Michela Murgia è saltato”.
La polemica del cosiddetto ‘voto utile’ aveva sconfinato anche in ambienti indipendentisti: «Murgia a questo punto deve decidere chi deve far vincere. Io so chi vuole far vincere la Murgia: Cappellacci e il suo gruppo editoriale di riferimento. Lei ha rifiutato di vincere fin dal principio chiudendo le porte alle altre organizzazioni politiche indipendentiste».Ma lo stesso Sale ha subito un crollo verticale nei consensi, risultando la penultima lista della coalizione di centrosinistra e raccogliendo un misero 0,83% che sfigurava nettamente di fronte ai successi che il suo partito aveva raggiunto alle precedenti elezioni provinciali.
Durante il mese di agosto la protesta è montata, complici anche due fattori: l’incidente (e il conseguente incendio) avvenuto a Capo Frasca e la notizia confermata e poi ritirata delle esercitazioni della IAF, l’Aeronautica militare israeliana, proprio nel poligono sopracitato. L’organizzazione della manifestazione lanciata dal pugno di organizzazioni politiche e civiche non sembrava dovesse assumere una così imponente proporzione: dal grumo di soggetti iniziali si è arrivati a ricevere adesioni – praticamente – da tutta l’area indipendentista, sardista e sovranista compresa qualche organizzazione politica nazionale.
Ci sono state, poi, manifestazioni di solidarietà anche nel continente e, specialmente, nell’altra Isola: la Sicilia.
A Niscemi, luogo già teatro delle proteste da parte dei coordinamenti NO MUOS, s’era organizzato un sit-in ‘contra a s’occupatzione militare‘ in solidarietà alla manifestazione di Capo Frasca.
Più di cinquanta le organizzazioni che hanno aderito e parteciperanno alla dimostrazione a Capo Frasca per manifestare contro le servitù militari, ovvero «di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato» che occupano migliaia di ettari di terreno: «35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare», come riporta il sito della Regione Sardegna. 
Tra le voci dei manifestanti è tutto un commentare: «E’ una nuova Pratobello» e, forse, il paragone non è campato in aria: il 27 maggio del 1969 sui muri del paese di Orgosolo (in piena Barbagia, in provincia di Nuoro) fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori della zona di Pratobello a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’Esercito Italiano. Il 9 giugno 3.500 cittadini di Orgosolo iniziarono una mobilitazione ferma e decisa che li ha portati,  il 18 dello stesso mese, a riunirsi in piazza Patteri: dall’assemblea scaturì la decisione di attuare una forma di protesta non violenta e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello.
Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’Esercito si ritirò.
Una voce dopo l’altra di rappresentanti di organizzazioni politiche, associative e civiche, scandisce le parole d’ordine della manifestazione dal piccolo palchetto allestito per l’occasione.
La lingua di terra aveva fatto in modo che una parte dei manifestanti stesse a sentire sotto il palco, un’altra parte alle porte del poligono e un’altra ancora stesse sulla collina che dominava la piccola valle dello stagno di Marceddì e di Sant’Antonio di Santadi.
La protesta diventa anche festa quando arrivano i Tumbarinos di Gavoi e iniziano a suonare un ballu tundu davanti ai cancelli del poligono militare.
«Come nel 28 aprile 1794, ballu tundu per irridere l’oppressore piemontese».
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