Skip to content

Camminaredomandando

Para todos la luz. Para todos todo

  • Blog
    • Blog/Post semiseri
  • Polpettoni
  • Borgata Gordiani

Categoria: Bolivia

Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale

Posted on 2023/10/06 by carmocippinelli

La
raffinatezza architettonica non è quel che si direbbe un tratto
distintivo delle città boliviane: le abitazioni sono
spesso
incomplete e la gran parte (se non la totalità) d
ei
palazzi
,
delle
case,

dei
condomini e
degli
isolati sono lasciati a mattoni vivi. Ne deriva un colpo d’occhio
completamente uniforme,
che
ci si trovi nella città di La Paz, El Alto, Viacha e via dicendo.
Poche
tipologie di edifici sfuggono all’uniformità del
la

‘
dittatura
del
foratino’:
ospedali (dunque
ambulatori/centri
di salute, unità di pronto soccorso locale), scuole e palazzi
governativi.

Scuole
e ospedali sono tra gli edifici più curati non solo nelle grandi
città ma soprattutto nelle
piccole
cittadine e nelle lontane
comunità
montane,
anche
tra le
più
distanti dalla capitale: sono gli unici stabili ad essere stati
progettati diversamente dal resto delle urbanizzazioni circostanti,
nonché ad essere stati curati anche nei dettagli. Facezie a cui
spesso il costruttore boliviano non bada.

A
El Alto, nella zona di urbanizzazione chiamata “Villa Adela”,
persistono (o sarebbe meglio utilizzare il termine “resistono”)
due strutture sanitarie statali: il laboratorio di analisi (con anche
un piccolo centro di salute) e il policlinico. Entrambi prendono il
nome dalla zon
a
in cui sono collocati. Villa Adela è quel che si potrebbe definire
“quartiere”, se si dovesse comparare El Alto alle città italiane
od europee, tuttavia il paragone risulterebbe maledettamente forzato,
oltreché improprio. Nella diseguaglianza generale, a metà tra
edifici mezzo costruiti e mezzo abitati, tra strade asfaltate che
cedono immediatamente il passo a vie completamente sterrate, alle
spalle della centrale “Plaza de la Cruz”, sorge un piccolo
“centro di salute” privato chiamato “Jesus obrero” (Gesù
operaio).

[“Feliz
sani
dad”]
Centro di salute e livelli di assistenza
.

La
traduzione dell’espressione castigliana “centro de salud”
letteralmente e teoricamente sarebbe “centro di salute” e vale
tanto per le strutture private quanto per quelle statali.
Stiamo
parlando di
quel
che in Italia potrebbe essere

un centro di prima assistenza
(un
centro ambulatoriale, sia perdonata l’espressione impropria)

per
i

pazienti che vi si recano ma il “Jesus obrero” in particolare
possiede anche piccoli ambulatori interni per il ricovero di un
numero pur limitato di
persone,
un pronto soccorso e un centro di cure palliative.

Cercare
di comprendere una realtà così distante come quella boliviana
impone un distacco piuttosto imponente da parte del lettore riguardo
la situazione della sanità italiana.

La
presidenz
a
di Evo Morales (la prima
nello
specifico
)
ha tentato di portare la sanità boliviana ad un livello che fosse il
più vicino al bisogno della popolazione cittadina, specie in
situazione di rapido ed esteso sviluppo delle realtà urbane attorno
a La Paz.
Ad
esempio
El
Alto ha superato la popolazione della prima capitale boliviana
in
neanche trenta anni di vita

andando oltre il
mezzo
milione

e
provocando conseguentemente un graduale spopolamento di La Paz.

Ma
potenza e atto divergono terribilmente,
tanto
in ambito filosofico quanto legislativo-politico,
e
nonostante lo sforzo governativo negli anni la questione dell’accesso
alle cure rimane una tra le grandi diseguaglianze della Bolivia.

Livelli
di assistenza e di intervento
«Il
sistema della sanità boliviana è articolato su livelli, dunque
esiste un primo, un secondo e un terzo livello»

per quel che riguarda la struttura sanitaria nonché l’intervento
nell’ambito del contesto sociale in cui è inserita. A parlare è
il Dottor Javier Muñoz,
nato
a Bilbao
,
responsabile del centro di cure palliative del centro “Jesus
obrero”, componente della Fundación Adsis e da tredici anni in
missione in Bolivia
1.
Tutto il sistema sanitario boliviano si aggrega attorno all’acronimo
Sus (sanità universale e sicura).

«Il
primo livello

– descrive Muñoz –

è quello che potremmo considerare di base: in questi centri,
solitamente non molto grandi di dimensione, è possibile trovare un
medico pediatra e uno di medicina generale»
,
nonché a personale preposto all’assistenza dei bambini.

Man
mano che si sale nella gradazione dell’intervento sanitario
boliviano si possono trovare: ambulatori specifici d’intervento per
i pazienti, sale d’attesa, piccole sale preposte per i degenti che
necessitano di un’operazione chirurgica non troppo invasiva.
Dopodiché si hanno veri e propri policlinici e cliniche
specializzate, nonché centri
ad
hoc

– come ad esempio
quelli
oncologici – che possono essere considerati di quarto livello. 

«Sembra
tutto molto ordinato e razionale

– dice Muñoz –
ma
in realtà non lo è»

e il medico non sembra dirlo dal suo punto di vista peculiare di
specialista nel centro di cure palliative in un centro di secondo
livello privato (che ormai si autogestisce, che è propaggine della
chiesa cattolica, dipendente solo dalla parrocchia omonima e dalla
Fundaciòn Sembrando
Esperanza
), il punto è che i vari
gradini
della scala

rispondono ad autorità diverse. Un esempio?
«Il
primo e il terzo livello dipendono dal Ministero della salute dello
Stato plurinazionale di Bolivia mentre il secondo dipende
dall’autorità locale
2.
Questo significa

– afferma Muñoz –
che
se al governo c’è un partito politico e al governo locale un
altro, la situazione
che
ne deriva è

decisamente caotica»
.
Rapportare quanto detto alla situazione politica che sta vivendo la
Bolivia, dal
fraude
electoral

in poi, fa ben capire cosa intende il dottor Muñoz per “situazione
di caos”.

Privato,
certo, ma con de
lle
condizioni
:
«Il
centro “Jesus obrero”, così come molte realtà analoghe, fa
parte di una rete chiamata “Rete pubblica di assistenza”:
forniamo assistenza gratuita per quel che riguarda i vaccini contro
il Covid-19, la tubercolosi e quelli relativi all’antirabbica dei
cani
3»,
dichiara Muñoz.

Già,
il Covid-19. Al lettore occidentale torneranno in mente i centri di
vaccinazione, la voce nasale del Primo Ministro Conte che annunciava
la chiusura totale di scuole e attività produttive e l’esecutivo
che lavorava alla luce del sole e non

«col favore delle tenebre»
.
In Bolivia solo dal 1 agosto 2023 le autorità di governo hanno
interrotto l’utilizzo obbligatorio della mascherina decretando la
fine dello stato di emergenza.

«L’intervento
nei confronti della cittadinanza
nella
città di

El Alto, dal punto di vista del centro di cure palliative, è quello
di fornire un accompagnamento dignitoso del passaggio dalla vita alla
morte di malati terminali: moltissimi contraggono il cancro qui»
.
Contrariamente a quanto ipotizzato, forse troppo sbrigativamente da
parte di chi scrive, dopo aver visto l’enorme inquinamento sia
alteño
che
paceño,
la maggiore incidenza di tumori nella popolazione non è all’apparato
respiratorio o cardiaco. Muñoz:
«nella
popolazione femminile riscontriamo un’altissima incidenza di tumori
al collo dell’utero e alla cervice uterina, in quella maschile allo
stomaco e a tutto l’apparato digerente in generale»
.

Gli
ambulatori pubblici delle comunità montane
Cairoma,
2.494 anime, poco distante da Viloco,
è un centro abitato situato a poco più di 4600 metri d’altitudine.
Seppur distante svariate ore (sei, tre di autostrada e tre su uno
sterrato con continui strapiombi) di automobile dalla Capitale, è
parte di quello che in Italia tempo fa avremmo chiamato “provincia”
di La Paz, ma la legge locale preferisce il termine “municipio”.
Così, Cairoma fa parte di uno degli 87 municipi del territorio di La
Paz. La regione di Loyaza (di cui è parte anche Cairoma) è montana
e piuttosto estesa (3.360 chilometri quadri): la popolazione locale è
aymara così come lo è la prima lingua, solo in secondo luogo viene
parlato il castigliano; le strade sono tutte sterrate e non sono
agevoli per scambi e spostamenti frequenti da un centro abitato
all’altro.


Si
fa presto a dire “La Paz!”. Chi abita i luoghi di questi
territori ha poche scelte: andare a lavorare in miniera a Viloco,
lavorare i campi oppure andare via e dirigersi verso La Paz. Cairoma,
ai piedi dell’Illimani e della cordigliera, rappresenta una
piccola-grande attrazione per i centri limitrofi di Acha Pampa,
Huerta Grande, Machacamarca, Tucurpaya, Colpani, Torre Pampa, Yunga
Yunga.
Tuttavia in ogni comunità, in ogni centro abitato
piccolo o grande che sia, ci sono tre cose fondamentali per far sì
che la popolazione non scappi troppo in fretta: una “unidad
educativa”, ovvero l’equivalente di un Istituto Comprensivo; un
“centro de salud”, cioè un piccolo ambulatorio che può anche –
ma non sempre – avere piccole stanze per ricoveri; un campo di
calcio che spesso è utilizzato anche da campo di futsal e
pallacanestro, essendo state costruite anche le porte più piccole
con sopra il cesto da basket. Il tutto è decisamente versatile e
adattabile alla circostanza.

Al
“Centro de salud” di Cairoma veniamo accolti dalla directora
Patricia Guarachi Flores
e dall’operatrice
ausiliaria
con più anzianità
di servizio Rosa Patricia Quispe Chambi.

La
direttrice è nata a Cairoma ma la vita l’ha portata a trasferirsi
in un’altra comunità:
«Vengo
da Yunga Yunga4
e risiedo qui al centro per ventidue giorni al mese, con otto giorni
di riposo dal lavoro»
.
Per la verità le due comunità distano solamente cinque chilometri
ma, a causa delle strade, c’è da mettere in conto un viaggio da
compiersi rigorosamente con mezzo privato (macchina) e che può
durare anche un’ora (sola andata).

«In
teoria potremmo tornare a casa dopo le otto ore lavorative ma
praticamente dormiamo tutte e tutti qui», dice Guarachi Flores
«la
famiglia è praticamente abbandonata» dice sconsolata mentre culla
suo figlio in carrozzina. Poi fa spallucce: «asì es el trabajo5»
,
così è il lavoro,

«il salario è solo per le ore lavorate perché il contratto
prevederebbe il ritorno a casa, ma – come detto – la strada è
piuttosto lunga e allora rimaniamo qui. Certo: se ci dovessero essere
emergenze notturne, in quel caso prendiamo di più».

Ad
ogni modo, va considerata molta frammentazione contrattuale del
personale presente nei vari centri, come già accennava Muñoz del
centro “Jesus Obrero”: gli autisti dei mezzi (ambulanze e mezzi
di trasporto per campagne di prevenzione e vaccinali) vengono
contrattualizzati dal governo municipale autonomo locale, il
personale medico è diviso a metà tra chi è nominato
dall’alcaldìa
e da altre istituzioni, allo stesso modo vale per gli infermieri.

Lo stipendio base per un’infermiera si aggira attorno ai 2.800
bolivianos
mensili,
ovvero poco più di 380€. Potrebbe sembrare una buona retribuzione
per gli standard a cui è abituata la Bolivia, ma la direttrice ci
informa che
le
infermiere e gli infermieri non hanno diritto a rimborsi per la
distanza o a sgravi fiscali come accade per il personale medico.
«Medici,
dottori e chirurghi partono da una base di 6.000 bolivianos»
,
poco più di 800€
.

Ambulatori,
interventi, parti in casa
L’organizzazione
del lavoro è piuttosto complessa per delle unità di intervento come
quella in oggetto: all’interno del municipio di La Paz si distingue
la rete di intervento urbano6
e la rete di intervento rurale. Il centro di salute di Cairoma fa
parte della rete rurale di ambulatori e ha:
«quattro
aree territoriali limitrofe d’intervento per emergenze,
vaccinazioni, parti e interventi di primo soccorso. Così come c’è
qui a Cairoma è presente a Viloco»
,
afferma la direttrice.
«Se
c’è un’emergenza, a seconda della vicinanza con il centro più
vicino, interveniamo e forniamo assistenza gratuita a quel paziente,
qualora – ovviamente – sia iscritto al registro pubblico di
cittadinanza»
.
Avere una residenza equivale a poter usufruire alla sanità pubblica.
«Ci
sono persone, però, che non risultano nel registro»

e preferiscono l’assistenza privata, «anche se dobbiamo comunque
fornire un’assistenza minima anche per loro»: le persone che
«
pagano
un’assicurazione sanitaria o che sono iscritte ad una cassa
professionale hanno diritto ad altro tipo di intervento»
.
La realtà di La Paz, in cui è possibile venire curati da una
struttura privata, non è replicabile ai piedi della cordigliera: la
sola struttura che recepisce l’iniziativa privata in ambito
sanitario di tutta la provincia di Loyaza è a Viloco. C’è poi
anche chi non ha un documento:

«i bambini fino a un anno non hanno carta d’identità o non sono
registrati con un certificato di nascita, spesso a causa della
famiglia».

Nascere
a 4500 metri d’altezza

Sebbene
i centri abitati del territorio di Loyaza abbiano numeri piuttosto
contenuti, i bambini rappresentano una fetta molto grande della
popolazione locale.
«Fino
ad oggi, al mese di agosto, ci sono stati nove parti dall’inizio
dell’anno nella cittadina di Cairoma: quattro nel centro di salute
e cinque a domicilio»
,
ha dichiarato la direttrice. All’anno, in media, ci sono venti o
trenta parti l’anno.

L’intervento
sanitario, ad ogni modo, deve tener conto del retroterra culturale
della popolazione aymara: le vaccinazioni non sempre sono accettate
dalle popolazione (specie se si tratta di quelle legate al Covid-19),
i rimedi sono naturali e in generale c’è diffidenza verso
ospedalizzazioni e medicazioni. Se si tratta di parti e di nascite
che coinvolgono ragazze minori o da poco maggiorenni, la questione è
ancora più accentuata.
«Molte
famiglie preferiscono non rivelare che la loro figlia è in stato
interessante: a volte siamo chiamati a intervenire per far partorire
la puerpera che non ha effettuato neanche un controllo preliminare»
.
Lo stigma sociale è piuttosto forte. «Si partorisce in casa in
molti casi» ha dichiarato l’ausiliare infermiera Rosa Patricia
Quispe Chambi:
«non
è un male la nascita in casa, ma a Cairoma non ci sono ostetriche e
personale specializzato. D’altra parte, la donna che rimane incinta
non sempre ha interesse nel seguire un percorso di monitoraggio
della
gravidanza:
il nostro intervento, spesso, è solo nella fase finale della
gravidanza nonché della nascita»
.
«Dobbiamo essere sempre pronte all’emergenza: se dovessero
presentarsi complicazioni, dobbiamo andare in città, a La Paz»
,
dicono sorridenti Flores e Chambi ma la domanda sorge spontanea:
“sono cinque ore di macchina, come riuscite a gestire un’emergenza
con distanze così ampie e una strada così impervia?”.
Sorridono:
«corremos
como locos!»
,
corriamo come pazzi. 

Note

1
https://www.fundacionadsis.org/es/quienes-somos

2
Il termine che ha utilizzato Muñoz è stato “alcaldia”.
Letteralmente l’alcalde è una figura a metà tra il sindaco e il
presidente di regione. Esiste anche una “sub alcaldia”: anche in
questo caso, se rapportato all’Italia, potrebbe essere considerato
tra un vicario e un sottoposto dell’alcalde
.

3
Sebbene possa sembrare un tema secondario, in realtà non lo è
affatto. A La Paz e soprattutto a El Alto è facilissimo trovare
gruppi di cani randagi inseguire macchine, moto, terrorizzare ignari
passanti, cercare cibo nei cumuli di immondizia ai lati della
strada, bere acqua dai canali di scolo delle fognature (specialmente
a El Alto). Molti hanno un padrone ma è proprio quest’ultimo a
disinteressarsi dell’animale. Sovente accade che un cane si trovi
nel bel mezzo delle trafficatissime strade della città rischiando
la vita. Non è affatto raro trovare carcasse di cani ai lati delle
autostrade (non illuminate) che portano a Copacabana o a Patacamaya.
Vien da sé che il tema dell’antirabbica non è secondario sia a
La Paz, sia a El Alto.

4
Letteralmente yunga significa
“foresta”. In aymara quando una parola si ripete sta a
significare un rafforzativo o una demarcazione in senso più forte
di quella parola. In questo caso possiamo presupporre che il
riferimento sia al fatto che la foresta sia più fitta del normale.

5
“Così è il lavoro”.

6
In tutto sono quindici reti rurali, Cairoma fa parte della
quattordicesima e comprende le aree di Cairoma, per l’appunto,
Malla, Luribai e Yaco. La rete urbana, d’altra parte, non
comprende altre città al di fuori di El Alto e La Paz.

Posted in Atlanteditoriale, Bolivia, polpettoni, sanità, sanità pubblica, SudAmericaTagged Atlanteditoriale, bolivia, polpettoni, sanità, sanità pubblica, SudAmerica

Fraternità cairomense

Posted on 2023/10/05 by carmocippinelli

Ad agosto, mentre a Roma si boccheggiava per il caldo, in Bolivia faceva un freddo cane. A Cairoma, poco più di duemila anime a ridosso dell’Illimani e a 4.600 metri di altezza circa, ancora di più. Certo è che se il cielo era terso e non c’erano nuvole, il sole bruciava la faccia: allora sì, il caldo si sentiva.
Scoprirsi amici a quell’altitudine, cercare reciprocità per cose quotidiane, stare vicini quando c’era da stare juntos, fa un certo effetto: si è solidali in tutto e anche la convivenza e la condivisione di spazi diventano fattori unificanti e occasione per essere un tutt’uno. Scherzando, con Letizia e Francesca, abbiamo detto che a Cairoma è nata la fraternità composta da tre bergamasche e un romano. 

Specie a partire da questa foto: Maria ha allontanato il braccio per prenderci tutti, ha premuto il pulsante sullo schermo per scattare. Sentivamo di essere troppo distanti, ci siamo rimproverati bonariamente tra tutti: ho allargato le braccia cingendo dalla spalla sinistra di Maria alla destra di Francesca.
La prima foto è da “perfetti sconosciuti”, la seconda da “famiglia felice”.

Viva la famiglia felice di Cairoma!

Posted in Bolivia, cairoma, famigliaTagged bolivia, cairoma, famiglia

Corruzione e sospensioni ai campionati professionistici: la lunga notte del calcio in Bolivia

Posted on 2023/09/23 by carmocippinelli
Nel complesso sportivo “Camoco Chico”, nella zona del Macrodistrito Maximiliano Paredes, le attività legate allo sport di base si susseguono incessanti. Ad ogni ora del giorno è possibile vedere le squadre di calcio femminile che si allenano, i bambini (coi loro cappelli per proteggersi dal sole ustionante che batte a 3600 metri d’altezza) che si dispongono in campo secondo le indicazioni dei loro allenatori, atlete e atleti nelle piste poste al lato della struttura. Capita anche di vedere qualche partita ufficiale del variegato mondo dilettantistico-amatoriale di La Paz: oltre alle attività che in Italia verrebbero considerate “di base” (scuola calcio e campionati conseguenti per adolescenti a diversi livelli di capillarità territoriale) si tengono anche le leghe seniores, ovvero per chi ha compiuto dai 37 anni in su. Insomma: calcisticamente parlando tutto sembra scorrere in quella che è a tutti gli effetti una tranquilla, fresca e assolata giornata di metà settembre.

Il punto è, sempre calcisticamente parlando, che la Bolivia ha evidentemente vissuto tempi migliori per quel che riguarda il mondo del professionismo legato al calcio a 11 maschile. Da metà agosto tutti i campionati professionistici, compresa la Liga (cioè la massima serie) sono stati interrotti: stop totale. Un mese nefasto per il calcio boliviano che già da tempo languiva e non godeva di buona salute a causa di dichiarazioni incrociate tra presidenti ed esponenti di primo piano delle federazioni calcistiche di calciatori e dell’organizzazione generale.

La punta dell’iceberg è stata rivelata il 30 agosto [2023] quando il presidente della Federazione boliviana di calcio, Fernando Costa, ha convocato una conferenza stampa denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa ha denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si nasconderebbe «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano», a proposito della conferenza della Federazione calcistica tenutasi nella città di Santa Cruz. Ma come ogni avvenimento imponente, le cause sono da ricercare prima del fatto accaduto.
Un altro passo indietro è necessario. 

Partite truccate: la piovra e la cupola

Il primo a dichiarare pubblicamente un fatto simile è stato l’ex presidente boliviano Evo Morales Ayma, ora presidente del Palmaflor (modesta squadra di bassa classifica) che rappresenta un mondo piuttosto influente in Bolivia: i cocaleros. A fine 2022 Morales diventa presidente della squadra di Cochabamba e da quel giorno detiene la doppia carica di presidente del sindacato dei cocaleros (cioè i coltivatori di coca) e della squadra di calcio la cui proprietà è riconducibile all’organizzazione di cui sopra. Il 30 agosto Federico Molina su «El Paìs» scriveva: «Morales, per conto del Palmaflor, aveva dichiarato che la sconfitta di Coppa [contro il Blooming] si sarebbe verificata a causa del “gioco al ribasso” di alcuni giocatori» prima del fischio d’inizio. Parrebbe un’accusa di combine. Molina ha ricordato che queste parole sono state pronunciate dall’ex presidente boliviano nell’ambito delle interlocuzioni tra la federazione calcistica boliviana e l’organizzazione sindacale di cui Morales è presidente riguardo la mancata erogazione degli stipendi ai giocatori del Palmaflor. Accusa e fuoco incrociato. Un litigio, quello tra Palmaflor e Blooming, che non ha mai smesso di cessare: nel marzo di quest’anno le due compagini si sono rese protagoniste della prima partita al mondo durata per tre tempi anziché due, con la terna arbitrale che ha concesso 42 minuti e 11 secondi di recupero. «Niente giustifica il recupero così imponente» commentava «Espn», portale digitale sportivo panamense il giorno successivo della partita: il Blooming stava conducendo la gara ma tra VAR, discussioni tra giocatori, sostituzioni che sarebbero durate un tempo molto più lungo del normale, si è arrivati a disputare tre tempi. Tra pozzanghere e pioggia incessante, decisioni dubbie e tensione alle stelle, la terna arbitrale (tutti paceños) è stata successivamente sospesa. Stessa sorte è toccata al personale addetto al Var (della federazione di Cochabamba). A tal proposito, Morales si è sentito in obbligo di rivelare che qualcosa non stava andando per il verso giusto, o che comunque avrebbe dovuto funzionare diversamente. I quotidiani boliviani allora avrebbero parlato di “presunta mafia”, un termine che riesce ad essere universale anche a distanze siderali dall’Italia. Che Morales abbia messo semplicemente le mani avanti? Non ci è dato saperlo. Almeno non ora. Secondo il quotidiano digitale «la Opiniòn»: «A metà agosto, il presidente del Club Palmaflor del Trópico [Morales] ha affermato pubblicamente che “ci sono giocatori che si accordano per truccare le partite”», il riferimento è al confronto di coppa col Blooming. E ancora si legge: «“Ho delle informazioni, purtroppo non tutti i calciatori sono corretti. Ci sono alcuni che negoziano sottobanco”».

Poi, il proverbiale patatrac.
La Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), proprio nei giorni di massima tensione di fine agosto, ha respinto la dichiarazione in un comunicato ufficiale, ha chiesto a Morales di provare concretamente le affermazioni esternate, si è dissociata dalle parole dell’ex presidente ma ormai si era sul piano inclinato in cui la biglia può solo schizzare verso il basso.
Fernando Costa ha dato l’annuncio della sospensione del campionato: provvedimento sostenuto con 14 voti favorevoli, 1 astenuto e 2 contrari tra i club partecipanti alla massima serie [17]. Tutto annullato: coppa e campionato di clausura. La classifica congela The Strongest prima, Nacional Potosì al secondo posto, Bolivar al terzo e Always Ready di El Alto al quarto.

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo», recita il comunicato di Erwin Romero, presidente della Fabol, «pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate». Possibili, ma ancora non certe. Si attendono, ora, i verdetti della Fifa, interpellata dal presidente Costa, e della Conmebol per sapere se e quando il campionato possa riprendere e in che condizioni.

Riecheggiano i fatti del novembre 2018 nelle parole di Romero. In quella circostanza la federazione chiese aiuto alla Fifa per sanare una situazione emersa direttamente in campo: Pedro Chàvez, calciatore paraguaiano allora in forza al Guabirá, disse ad un rivale come tutti sapessero che le scommesse erano affare del Real Potosì. Le dichiarazioni fecero il giro di tutto il mondo, finirono anche su «El Paìs»: «[i giocatori] Non vengono pagati da quattro o cinque mesi e rischiano la vita nelle riunioni». Chavez ritrattò, il Potosì non ammise nulla e anzi rigettò le accuse.

¡Vergonzoso!

Già Carlo Emilio Gadda nel “Pasticciaccio” descriveva che una catastrofe non è mai «la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare». La verità è che una catastrofe porta con sé «come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». Vien da sé, alla luce di quanto letto, che lo scandalo più imponente dell’ultimo decennio che ha investito il calcio boliviano non poteva arrivare in un momento peggiore: il 14 settembre la verde doveva disputare una partita importantissima valida per le Qualificazioni mondiali allo stadio “Siles” di La Paz contro i campioni del mondo dell’Argentina. La partita finisce 0-3 per l’albiceleste (senza Messi) e nemmeno l’altitudine (lo stadio è a 3.600 metri d’altezza) ha giocato a favore della rappresentativa boliviana. Débâcle su tutta la linea. Durissimo il giornale «El diario» il giorno dopo la pesante sconfitta: «la selezione boliviana è la peggiore delle Qualificazioni sudamericane per il Mondiale del 2026. In due partite un solo gol fatto e ben otto subiti. Gli errori dei giocatori durante la partita sono stati una costante di una squadra disordinata, improduttiva e senza la minima attitudine alla motivazione. A tutto questo si aggiunga il poco criterio dell’allenatore che non ha pianificato correttamente la partita». L’ultima volta che la nazionale della Bolivia ha partecipato ad un torneo internazionale è stato nel 1994, da allora sembra non avere fine la lunga notte che tormenta il calcio boliviano.

Articolo pubblicato su Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/la-lunga-notte-del-calcio-in-bolivia/
Posted in Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, blooming, bolivar, Bolivia, calcio, cocalero, ElAlto, fabol, fbf, fissazioni, futbol, LaPaz, ligaboliviana, morales, palmaflor, polpettoni, potosì, royalpari, strongestTagged Atlanteditoriale, Blog/Post semiseri, blooming, bolivar, bolivia, calcio, cocalero, ElAlto, fabol, fbf, fissazioni, futbol, LaPaz, ligaboliviana, morales, palmaflor, polpettoni, potosì, royalpari, strongest

Destinazione minibus – [cose strane della Bolivia #2]

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Piccolo post senza pretese (e del tutto non esaustivo) sul confuso sistema di  trasporto su gomma pubblico/privato presente a El Alto e a La Paz.

 
Nel mese trascorso in Bolivia ho avuto un passatempo del tutto peculiare, tipicamente nicchista. Mi sono appuntato tutte le marche cinesi di automobili, minibus, van, camion e mezzi di trasporto in generale che ho notato.
 
Se si dovesse leggere l’elenco ne verrebbe fuori un meraviglioso kaleidoscopio di suoni terminanti con la n come nelle peggiori barzellette, crogiolo di luoghi comuni.
Changan, Jin Bei, Keyton, King Long, Yuejin, Foton, Golden Dragon, Haval sono solo alcuni nomi attraverso cui si impernia il sistema di trasporto di El Alto e di La Paz, maggiormente. Che poi i minibus si trovino anche a trecento chilometri di distanza dalla capitale e siano King Long anche lì, sembra un’ovvietà, dunque è bene sorvolare su questo aspetto. Cosa sono i minibus? C’è chi li chiama colectivos, un termine che farebbe comprendere meglio la natura peculiare di questo trasporto che è privato ma pubblico

Trasporto pubblico?
Esiste e costa anche poco. Si tratta di un trasporto su gomma, di linee di autobus come siamo abituati a vederli nelle città in Italia: sono i Pumakatari. Autobus imponenti di colore arancione e chiamati così perché vi hanno raffigurato un puma stilizzato sui fianchi e fanno parte del progetto governativo che prevede il collegamento tra la città e le parti più remote della valle su cui si adagia la capitale boliviana (“La Paz bus”). «”La Paz Bus” è il sistema integrato di trasporto del Comune di La Paz» ha l’obiettivo di: «fornire un trasporto sicuro, affidabile e amichevole a tutta la popolazione della nostra città lungo i nostri percorsi». Il viaggio da La Paz al punto più lontano collegato costa 2 boliviani e
30 centavos, cioè 0,31 centesimi di euro. Non sto neanche a dire che la
flotta dei Pumakatari è totalmente King Long. Se ti abboni, però, i
viaggi costano 80 centavos, cioè 0,11 centesimi di euro. Alla faccia dei
rincari in occidente.
La pubblicità del Pumakatari si premura di sottolineare l’espressione “viaggio amichevole”. Un aggettivo da non sottovalutare. Le tre regole per la guida e la sopravvivenza pedonale in Bolivia – codificate seduta stante replicando quelle che ci hanno detto i nostri primi angeli custodi del nostro viaggio, cioè Sirio e Martina – sono poche e semplici: i semafori sono consigli, non esistono segnali stradali (men che meno strisce pedonali), i minibus fanno quello che vogliono. 

Ma torniamo a noi. I minibus.
In sostanza sono dei van guidati da un autista privato che possono contenere fino a 15 persone. Gli itinerari dei minibus cambiano a seconda della tratta che il chofèr (l’autista) decide di intraprendere quel giorno: cambiano anche nel corso della stessa giornata, pur mantenendo alcuni punti fissi. Un itinerario mobile qual piuma al vento o a seconda della volontà dell’autista, tacitamente e insindacabilmente. Le destinazioni sono indicate con dei cartelli (rigorosamente “amovibili”) affissi sul vetro della vettura: indicano quali punti di interesse saranno toccati. Ma dimenticatevi le fermate: l’importante è che al punto in cui si voglia scendere uno urli una cosa tipo «A la esquina por favor!» (cioè: «all’incrocio, per favore») e l’autista si fermerà. Per la chiamata la cosa è analoga: basta alzare un braccio e il minibus, se ha posto, si fermerà. Il passaggio costa dal boliviano e mezzo ai due boliviani, ovvero da 0,20 centesimi a 0,27 centesimi di euro. Se sei bianco, se sei gringo, tuttavia, capita che la tratta la paghi 2 boliviani anziché 1,50. 

L’ultimo che sale, chiude la porta (scorrevole). Come la cholita in foto ad inizio del post.
Poi ci sono gli urlatori, quelli che si guadagnano un boliviano a gridare a bordo della strada quando vedono dei minibus fermi al semaforo oppure in attesa che il mezzo si riempia davvero. A volte salgono anche sul mezzo semivuoto e, prima che un flusso più o meno copioso di persone riesca a salire sul pulmino, trascorrono a passo d’uomo alcune centinaia di metri urlando tutte le zone toccate dal van.

Tipico urlatore a bordo di un minibus

Tutti i choferes sono sindacalizzati, chi più chi meno, in un dedalo di organizzazioni, molte più di quelle che possono immaginare le circonvoluzioni cerebrali di uno avvezzo alle divisioni della sinistra comunista italiana. Certo è che quando gli autisti si organizzano per uno sciopero e per un blocco, i collegamenti tra El Alto e La Paz si interrompono completamente. Le divisioni, in questo caso, o contano poco o tantissimo: c’è chi si unisce ai blocchi anche se non è dei sindacati che stanno scioperando, c’è chi viene preso a sassate sul parabrezza (letteralmente) qualora non si unisca alla lotta. I blocchi sono letterali: i minibus si mettono di traverso nelle poche strade che collegano le due città, formano un po’ di barricate rudimentali ulteriori e il gioco è fatto. Non passa nessuno. 
Nella nostra prima settimana, in cui si stava paventando un aumento del pedaggio dell’autostrada che collega La Paz a El Alto da 2 boliviani a 2 e 50 centavos, il blocco ha costituito un problema non indifferente. Certo, c’era il teleferico, ma nessun mezzo su gomma trasportava dal un punto x (capolinea del teleferico) all’altro y. I Pumakatari a El Alto semplicemente non esistono.

E poi ci sono tutti gli altri mezzi di trasporto. Ci sono i taxi (ma quelli sono universali) con l’eccezione del trufi, cioè una sorta di taxi collettivo che trasporta fino a cinque persone. E poi ancora i Micro T: stesso principio dei minibus ma con automezzi degli anni ’50 del Novecento, ancora perfettamente utilizzati. «Quando sono arrivato qui attorno al ’76 – ci dice Riccardo Giavarini – i mezzi di trasporto erano questi… e ci sono ancora!», indicando un tanto datato quanto imponente Micro T (l’ossimoro è tutto voluto) marca Dodge. Scorrono lenti e motoristicamente murmureggianti  nel frenetico, inquinato e caotico traffico paceño e alteño. Si difendono col prezzo: 1 boliviano e 50 centavos per ogni passaggio, nessun aumento, nessun rincaro. Si sta un po’ stretti, ma si arriva a destinazione.

(Le foto, a parte quelle sul Micro T, sono state scattate dall’autorevole componente valserianina della fraternità di Cairoma2023, ovvero Letizia).

La prima di «El Diario» a bordo del Micro T  sulla salita per Munaypata il giorno dopo la pesante sconfitta (0-3) subita dalla Bolivia contro la nazionale Argentina.

Posted in autobus, Blog, Bolivia, ElAlto, JinBei, KingLong, LaPaz, mezzi, MicroT, Minibus, SudAmerica, trasporto, trasportopubblicoTagged autobus, Blog, bolivia, ElAlto, JinBei, KingLong, LaPaz, mezzi, MicroT, Minibus, SudAmerica, trasporto, trasportopubblico

Foto storte dalla Bolivia (quelle dritte le ha scattate Maria)

Posted on 2023/09/22 by carmocippinelli

Che viaggio sarebbe senza la mitica Foto storte Production?

Oh, poi se dovesse andarvi di leggere anche qualcosa, trovate tutto cliccando qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search/label/Bolivia

Posted in americalatina, Bolivia, caglioni, Fotostorte, giavarini, illimani, morales, potosì, SudAmerica, viaggio, vilocoTagged americalatina, bolivia, caglioni, Fotostorte, giavarini, illimani, morales, potosì, SudAmerica, viaggio, viloco

Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo

Posted on 2023/09/12 by carmocippinelli

«Ma fai ancora parte del “Gruppo dei preti del Paradiso” di Bergamo?», la domanda nasce spontanea alla fine di un pranzo in una casa di Cairoma che don Antonio ha costruito per ospitare i volontari impegnati nei progetti del territorio di Araca e che originariamente avrebbe potuto diventare l’abitazione della sua pensione.

«Non lo so», allarga le braccia lui, serafico. Abbozza una risata e poi riprende: «È che tempo fa si sono tenute tutte le assemblee per rinnovare statuti e organi del gruppo ma io non ho mai approvato niente, dunque…»

Don Antonio Caglioni, classe ‘46, bergamasco di Sovere che attorno ai trent’anni, già sacerdote, decide di stabilirsi in Bolivia, nel centro minerario di Viloco, in cui finisce la strada che conduce da La Paz alla cittadina. “Strada”, o meglio: percorso ricavato in mezzo (letteralmente) alle montagne e battuto solo dal più o meno frequente transito di automezzi che da Viloco tornano in città (o si fermano a Patacamaya, a qualche ora di macchina da La Paz). In questo percorso spesso c’è chi finisce giù nel burrone.

Alla domanda che gli viene posta spesso (anche in questa situazione) riguardo il perché stabilirsi proprio a Viloco, don Antonio cerca di glissare, solo dopo qualche istante e qualche sospiro profondo (il cospicuo numero giornaliero di sigarette consumate si fa sentire) risponde: «Sono l’unico che può stare qui», allargando le braccia come a dire “perché devo rispondere a queste domande ovvie?!”.

Prete operaio, si racconta (vox populi, che è sempre vox Dei) che quando era nella bergamasca ed era stato assunto da una azienda che produceva jeans, una domenica avesse invitato anche il padrone della fabbrica (assieme agli operai e alle rispettive famiglie) per una celebrazione eucaristica. I figli dei lavoratori dell’impresa si sono presentati alla cerimonia tutti con dei pantaloni nuovissimi indosso prodotti proprio dai loro genitori. Casualità? In realtà no: don Antonio di tanto in tanto trafugava dei jeans e li dava agli operai affinché potessero portarli ai loro bambini. Tralasciamo, in questa sede, la descrizione dell’espressione del padrone della fabbrica dopo aver notato la cosa.

Il governo rivoluzionario di Viloco

Durante l’ultimo colpo di stato avvenuto in Bolivia, Viloco ha rappresentato un ostacolo non indifferente per i militari golpisti: la collocazione e la difficoltà di arrivare in un punto così distante hanno interpretato un ruolo di primo piano a riguardo. Prima di incontrare don Antonio, era bene documentarsi su di lui anche attraverso il libro scritto nel 2016 da Luca Bonalumi per le edizioni del Gruppo Aeper: «Il prete che puntava in alto».

I minatori, parte attiva della resistenza in quel contesto storico-sociale nonché in quel momento così delicato del paese, erano guidati a Viloco proprio da don Antonio Caglioni. Nel libro di Bonalumi si racconta più di qualche vicenda piuttosto rocambolesca per cui Caglioni avrebbe chiesto la mediazione del vescovo tra le truppe golpiste e i minatori arroccati nella difesa di Viloco. Una volta sceso in macchina a cercare il supporto del prelato, i minatori avrebbero minato la strada per farla esplodere se le cose avessero dovuto prendere una brutta piega nel conflitto coi militari, dunque Caglioni (e il porporato) avrebbe trovato la strada piena di mine e si sarebbe salvato per miracolo.

«In realtà se ne raccontano tante su di me», dice serafico don Antonio mentre si accende un mezzo toscano, «in quell’occasione in realtà io ero a Viloco, da questa parte della valle, mentre cercavo di sparare ai militari insieme ai minatori ma è stata piuttosto la fantasia dell’autore a mettere per iscritto quelle cose lì», ride don Antonio mentre si riaccende il toscano, unica deroga alle sue sigarette L&M.

Però è vero che i minatori – ma non in quell’occasione – avevano minato la strada ed erano pronti a farla saltare: «dicono che la miccia si era bagnata e non esplose un bel niente. E menomale…».

«Quindi non è vero che sei passato sulla strada minata senza saperlo e che eri stato – obtorto collo – tagliato fuori dalla comunità?»

«Ma no… se ne raccontano tante. Ad esempio: quando sono arrivati i militari fin quassù, noi ce ne siamo tornati su ad un paesino sopra Viloco: Tiendapata, luogo dove stavo costruendo una chiesa per far sì che si potesse nascondere una radio trasmittente al di sotto dell’altare. In quella fase arrivò un elicottero a Tiendapata per caricare: il sottotenente, che avevano ucciso quelli di Caracoles; padre Sergio Gualberti; un sacerdote spagnolo che poi diventerà Vescovo di Coro Coro nonché Cardinale, tutti da traslare al quartier generale che aveva sede a Viacha. È lì che qualcuno ha detto che in quella circostanza avessero caricato anche me sull’elicottero e che mi avessero buttato fuori dall’apparecchio ma che ora sia qui, miracolosamente, a raccontare questa storia. Il padre Sergio l’avevano fatto sedere sul sottotenente morto e si era rivolto al vescovo spagnolo dicendo “se c’era qui il Caglioni quest’elicottero andava in Perù!”». Come a voler sottintendere una miglior sorte.

Poi c’è stata di mezzo la prigione, l’espulsione dal paese e un rientro in Italia che avrebbe dovuto essere forzato ma che poi si è tradotto in un transito per la Spagna, per il Perù e poi di nuovo nella sua Bolivia.

«La mattina che sono andato a comunicare al Vescovo la mia intenzione di voler tornare in Bolivia, ho incontrato don Berto Nicoli[1]», è stato lui, secondo don Antonio, a convincere il porporato a rimandarlo lì: «avrei dovuto andare in Spagna a incontrare i rifugiati e gli esiliati che il governo boliviano aveva estradato». Insomma, Nicoli aveva convinto il Vescovo ma nei fatti don Antonio aveva già in tasca un biglietto per la Bolivia. «Lì don Sergio Gualberti, allora parroco dalle parti di Munaypata (a La Paz), mi aveva riferito che la situazione si era tranquillizzata: ho aspettato metà dicembre, precisamente il 17 cioè la ricorrenza della morte di Simon Bolivar, ho approfittato della festa nazionale così da passare inosservato e poter rientrare».

Prete operaio ma anche rivoluzionario

In casa di don Antonio campeggia una foto in cui è ritratto assieme ai minatori di Viloco. Ai piedi dello scatto è infilato un telegramma nella cornice e recita più o meno che si era costituito il governo democratico rivoluzionario della comunità, in risposta ai fascisti e ai golpisti, il 24 luglio (giorno in cui ricorre la nascita di Simon Bolivar) del 1980. Don Antonio il fucile l’ha imbracciato, lo ha detto e lo ha specificato più volte. Racconta, in uno dei viaggi in macchina nel territorio di Araca, che una volta avrebbe perfino sparato ad un suo compagno d’armi perché non stava rispondendo alla parola d’ordine del posto di guardia di cui era toccata, quella volta, a lui la difesa e la sorveglianza. Il condizionale passato è d’obbligo: il fucile aveva la sicura e lui miope, di notte, non s’era accorto di averla inserita. Ma come si concilia l’essere sacerdote con l’utilizzo delle armi? Prima di rispondere ci pensa un giorno, poi dice di netto: «Ai minatori stavano sparando addosso, i golpisti stavano agendo spregiudicatamente: c’era da imbracciare un fucile per difendere chi non poteva farlo. È un diritto della Chiesa. Cosa avresti fatto al mio posto, ad esempio, in quel posto di guardia in cui c’era da sparare?».

In una circostanza ordinaria, cioè il far riaffiorare alla mente fatti di vita vissuta da parte di Antonio Caglioni, riemerge in nuce il dibattito tra violenza e nonviolenza, ovvero, riguardo il concetto sotteso ad entrambe le parole nella quotidianità e nella spietatezza della realtà.

La nonviolenza sarebbe la soppressione di una società basata sulla violenza, dunque la soppressione di una società basata su sfruttamento ed oppressione tra esseri umani, cioè violenta per definizione. La nonviolenza potrebbe definirsi come uno stato di assenza di violenza, o meglio come liberazione dalla violenza di una società costruita in modo tale da proporre uno schema (quasi immutabile) di collisione fra classi sociali, così come nel rapporto tra potenze geopolitiche. Assenza di violenza, anche attraverso una necessaria prospettiva di resistenza alla violenza: è la Storia che suggerisce che per arrivarci, spesso, si verifica il passaggio della lotta fra classi sociali in cui una soverchia l’altra. Il ruolo dei subalterni sarebbe quello di non farsi sopraffare da chi utilizza violenza contro di loro, parafrasando le parole di Caglioni.

La giornata pian piano volge al termine e anche le sigarette di Don Antonio: senza carburante il colloquio finisce in fretta. Rientra nella sua casa di Viloco non prima di aver detto che sì, tornerà in Italia a breve. Tornerà a stare a Sovere – «il mio paese!» – anche perché: «è un po’ inutile un sacerdote senza persone che vengano in Chiesa o a Messa». A noi che lo abbiamo respirato per pochi giorni suona come una scusa placebo. Qui la popolazione locale è aymara e i sacerdoti devono conciliare il culto cristiano con quello della pachamama e i relativi rituali, ma non per tutti risulta semplice questa mediazione. Da tempo, poi, stanno facendo breccia anche gli evangelici, che in America Latina spesso vanno a braccetto con operazioni politiche di estrema destra e filo statunitensi. Lui, intanto, resiste nel fortino viloqueno prima di tornare definitivamente nella bergamasca.

[1] Uno dei due sacerdoti bergamaschi che ha avviato la missione nel paese sudamericano sessantun anni fa.

Posted in Atlanteditoriale, Blog, BoliviaTagged achapampa, altiplano, Atlanteditoriale, bergamo, Blog, bolivia, cairoma, centromissionariobergamo, lombardia, missione, montagna, polpettoni, sacani, sacerdozio, sovere, tucurpaya, viloco

Cose strane della Bolivia #1

Posted on 2023/08/31 by carmocippinelli

Tipica doccia boliviana

Primo elenco di “cose strane”, che ho visto in Bolivia. 

La doccia con la resistenza elettrica
In Bolivia pare le case non siano dotate di scaldabagno o di altri apparecchi per riscaldare l’acqua a fini di abluzioni igieniche. I soffioni delle docce dunque hanno collegati dei fili scoperti collegati ad essi (mi perdoneranno gli elettricisti per la spiegazione ma sono un umile umanista che non capisce nulla delle leggi di Ohm e affini). Il trucco per non perdere la vita è lavarsi ponendo il corpo al di sotto di un’immaginaria Linea Gotica tra il getto d’acqua e la tua testa. 

L’acqua che però «es Coca Cola, senor»
A La Paz l’acqua del rubinetto è meglio non berla. Le due marche più famose sono la Villa Santa (azienda boliviana) e Vital, questa è prodotta della Coca Cola. Quando vai a comprarla in una qualche “tienda”, il venditore tiene a specificare che quella che costa un boliviano di più è migliore perché «es Coca Cola senor». Come a dire: te sto a vende la Coca Cola, eh, mica robetta. E tu stai lì come Max Collini quando nota la marca “Danone” dietro i wafer Tatranky. 

«No es carne, es pollo»
La Bolivia non è famosa per il cibo. Ci sarà un motivo per cui la Bolivia non è così famosa per il cibo, o no? In un paio di occasioni ci è stata proposta della carne ma, rifiutandola e preferendo delle verdure (specialmente i primi giorni), ci è stato risposto più volte così: «Ma no, non è carne: è pollo!». Avremo poi scoperto col passare dei giorni che il consumo di pollo, specialmente tra gli strati più popolari della popolazione, è decisamente massivo e che se stai male con lo stomaco non è che ti mangi il riso bianco come in Italia ma il brodo di pollo.

Posted in Blog/Post semiseri, Bolivia, carne, cocacola, cosestrane, SudAmericaTagged Blog/Post semiseri, bolivia, carne, cocacola, cosestrane, SudAmerica

Dodici anni di “Qalauma” in un paese ancora in difficoltà con l’amministrazione della giustizia

Posted on 2023/08/28 by carmocippinelli

La sede di “Qalauma” è nella città di Viacha. O meglio: nella comunità “Surusaya Suripanta”, facente parte del comune di Viacha. Una sorta di frazione nel bel mezzo dell’altipiano a oltre 4.000 metri d’altezza. Per arrivarci ci si può affidare al minibus (un trasporto privato che funge da servizio pubblico del dipartimento di La Paz trasportando le persone in van da 8-10 posti) o al trasporto privato. Tertium non datur. Una volta abbandonata El Alto, c’è una sola strada che funge da collegamento con Viacha: quella che è chiamata “autostrada” in realtà è poco più che un rettilineo perpetuo asfaltato – più simile alle strade statali italiane che ad una autostrada vera e propria – che taglia metaforicamente l’altipiano e porta a Viacha, la città dei mattoni. L’unica fonte economica e di sostegno di Viacha è quella che viene dalla costruzione, produzione e distribuzione di materiale edile che serve a sé e all’immenso sviluppo disorganizzato di El Alto. 


Vivere a quattromila metri

Secondo l’Istituto nazionale di statistica della Bolivia, la città di El Alto conterebbe «approssimativamente» 1.089.100 abitanti. Almeno stando i numeri del 2021, sebbene non siano del tutto sicuri neanche da fonti governative. Facile immaginare quanto ci sia di “sommerso” che non emerga dai numeri, tra irregolari e migranti provenienti primariamente dal Venezuela e diretti verso il Cile. El Alto è una città il cui sviluppo si misura con l’unità di misura del disordine e attraverso l’approssimazione di chi sta costruendo condomini, case e nuovi agglomerati urbani (letteralmente “zone di urbanizzazione”) che, pian piano, si sono estesi a tal punto fino a farle raggiungere due livelli significativi: diventare la città più popolosa di La Paz (il cui numero di abitanti è sceso sotto al milione) e abbracciare completamente anche l’aeroporto internazionale con costruzioni di ogni tipo. Case non finite ai piani superiori ma abitate a piano terra, tetti di lamiera, cancelli e portoni rimediati da altre costruzioni, strade sterrate che si alternano a quelle asfaltate, servizi di base non garantiti per tutti rappresentano la quotidianità piena di diseguaglianze di El Alto. Una quotidianità alteña fatta di informalità economica, di ambulanti che contano sulla giornata, su pochi negozi che vanno oltre il settore alimentare e quello delle riparazioni delle automobili e naturalmente di estrema disuguaglianza. Una quotidianità fatta anche di giustizia sommaria. Capita spessissimo di leggere scritte a vernice – abbastanza minacciose per chi non è del posto – sui muri di mattoni che cingono le varie proprietà delle case poste nelle vie interne di El Alto, ad esempio: “auto sospetta sarà bruciata e proprietario linciato”, con tanto di disegno di una auto ribaltata e con fiamme che si levano dalla parte inferiore. Altre scritte poco invitanti sono quelle dedicate a chi ruba: “ladro colto in flagrante, sarà bruciato“. Come si fa a capire che un’auto sia sospetta o meno? Ci si affida al fiuto. Così come pure capita di imbattersi in manichini vestiti di tutto punto ma impiccati ad un palo della luce: un avvertimento per chi ruba. L’amministrazione della giustizia, con tutta evidenza, non è il punto forte di La Paz o di El Alto: la vendetta personale, la giustizia sommaria parrebbero vigere incontrovertibilmente. 
Roccia e acqua: ma non lo si chiami “carcere”
In questo contesto non troppo facile, nasce nel 2011 il primo centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti di tutto il paese: “Qalauma”, una parola aymara che significa “roccia” (qala) e “acqua” (uma). Il significato del nome si perde nei meandri della cultura locale e può essere spiegato a lettori occidentali come una lettura positiva del detto latino “gutta cavat lapidem” (una goccia [d’acqua] scava una roccia) per cui l’acqua riesce a dar forma anche alla roccia.
Guai a chiamarlo carcere: centro di riabilitazione e reinserimento sociale per adolescenti (in realtà all’interno ci sono ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 28 anni) significa abbattere alla radice (o almeno tentare) ogni sentimento di recidiva una volta fuori dal centro. Prima di “Qalauma” in Bolivia non esisteva uno spazio dedicato a minori che avessero violato la legge: la persona che più si è attivata per questo progetto di giustizia riparativa è un italiano: Riccardo Giavarini. Nato a Telgate (Bg) sessantotto anni fa, da quarantasette vive in America Latina, in Bolivia (con una parentesi peruviana) e poi nuovamente a La Paz. Da pochi mesi è stato ordinato sacerdote e ha partecipato anche lui – ricevendo anche un riconoscimento per il lavoro svolto – alla ricorrenza dei dodici anni di “Qalauma” a cui erano presenti tutte le autorità della politica di La Paz e della polizia boliviana. 

«Ci sono stati vari finanziatori per la realizzazione di “Qalauma”», ha spiegato don Riccardo ad Atlante, «dalla Unione Europea alla Conferenza episcopale italiana. La Cei ha supportato la realizzazione del centro approvando consequenzialmente tre progetti a cui poi sono seguiti gli appoggi importantissimi dei governi italiano, tedesco, svizzero e spagnolo». E poi, ovviamente, la Diocesi di Bergamo, la Ong veronese Progetto Mondo MLAL e tutta una serie di altri gruppi di sostegno del mondo cattolico e del volontariato laico.
Il punto centrale di “Qalauma” non è quello di rappresentare un istituto di pena ma un vettore di reinserimento sociale: la giustizia riparativa don Riccardo ce l’ha a cuore, prima ancora che fosse ordinato sacerdote e viveva in Bolivia analizzando le contraddizioni della giustizia (e della società) boliviana. Prima di “Qalauma” i ragazzi adolescenti che avevano violato la legge e dovevano scontare una pena erano detenuti nel medesimo spazio di reclusione degli adulti e questo – ha spiegato Giavarini – rappresentava un problema: abusi e violenze erano molto frequenti. 
«Anche il governo boliviano ci ha sostenuto», ci tiene a precisare don Riccardo e lo ha fatto anche durante la Celebrazione Eucaristica di giovedì 24 agosto ricordando la prima “Defensora del pueblo” Ana Maria Romero de Campero a cui è intitolato il centro di reinserimento sociale di Viacha: «è stato grazie a lei che ho potuto cominciare a muovermi: a fare progetti, a studiare che tipo di impostazione dare al centro».
Tre anni dopo l’inaugurazione, nel 2014, anche l’allora ministra della Giustizia, Sandra Gutiérrez, espresse il proprio sostegno nei confronti del «progetto pilota di “Qalauma”» esprimendo il desiderio di implementazione del centro. 
Il carcere autogestito, l’ultimo passo dell’idea
“Qalauma”, nella concreta utopia di Giavarini, avrebbe dovuto seguire un modello brasiliano che prevedeva la totale autogestione dei minori coadiuvati da personale educante scolastico e legato ai servizi sociali. È il metodo Apac, protezione e assisenza ai condannati: autonomia, autodisciplina e responsabilità. Lo sforzo iniziale di don Riccardo Giavarini tendeva espressamente al modello brasiliano: «prima di proporlo alle autorità boliviane sono andato in visita in Brasile, in un istituto penitenziario minorile senza polizia, per vedere come fosse la situazione e rimasi stupito di quanto positivo fosse quello schema di organizzazione». Le autorità boliviane tuttavia non ritennero valida l’impostazione senza l’elemento della sorveglianza della polizia e “Qalauma” può essere considerato un laboratorio “a metà”. In attesa del compimento dell’idea iniziale a cui Giavarini continua a tendere. Nel mentre, però, l’ex missionario laico bergamasco non si annoia affatto dal momento che è direttore generale della “Fundacion Munasin Kullakita” (anche qui: una parola aymara che significa “amati, sorella”) un progetto che gestisce una casa a El Alto per ragazze minori vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.
Posted in Blog, Bolivia, carcere, carcere minorile, giustizia, giustizia riparativa, polpettoni, QalaumaTagged Blog, bolivia, carcere, carcere minorile, giustizia, giustizia riparativa, polpettoni, Qalauma

La Paz (prima parte)

Posted on 2023/08/22 by carmocippinelli

21 Agosto, ore 10:00. Ora locale, ovviamente. Sei ore in meno rispetto all’Italia. A La Paz, ma come in tutto il Sud America, è inverno. Siamo partiti da Roma con 30 gradi e siamo arrivati a El Alto, all’aeroporto internazionale di La Paz, con la metà dei gradi. L’aereo della compagnia di Stato “Boliviana de aviaciòn” (Boa) era un incrocio tra un EasyJet e un Ryanair di una decina di anni fa, probabilmente ne avrà avuti una ventina ma ci ha portati sani e salvi da Santa Cruz a La Paz. Arrivare in Bolivia non è semplicissimo: da Roma bisogna fare tappa a Madrid, da Madrid prendere un volo per Santa Cruz per arrivare a El Alto. 

Volo cancellato
Una volta approdati a Madrid ci arriva una bella (si fa per dire) mail in cui ci viene annunciata la cancellazione del volo della compagnia Amaszonas che ci avrebbe portato da Santa Cruz a La Paz. Andiamo a chiedere aiuto al personale di terra di Air Europa e ci dicono che sicuramente una volta arrivati lì ci avrebbero fornito una soluzione: “Avreste anche diritto ad un rimborso del biglietto, bueno, certamente con le leggi europee, con quelle di lì….”. A questo punto la dipendente di AirEuropa muove le sopracciglia, come un arciere tende l’arco, alza le spalle. Molto poco incoraggiante ma c’era da affidarsi, in poche parole. La soluzione è arrivata con la Boliviana de Aviacion nonostante nel volo da Madrid a Santa Cruz abbiamo incontrato un signore spagnolo-boliviano che ci ha “tranquillizzato” moltissimo: “No, Boa es peòr, mucho peòr de Amaszonas”. La mia paura dell’aereo, carsica durante il volo, è diventata di proporzioni oceaniche – letteralmente – dopo aver sentito le rassicurazioni di Javier. 

Falta de oxigeno
Cioè “mancanza di ossigeno”. Slacci la cintura, ti incammini verso la porta d’uscita e ti senti molto pesante. Mettere un piede davanti all’altro, proverbialmente parlando, non è facile e bisogna darsi tempo, come in questi primi giorni: uscire per fare il giro di qualche quadras (isolati) è già tanto, fare le scale di buon passo implica una ricerca costante di ossigeno una volta terminate. Il mal di testa è stato costante i primi due giorni e il secondo ancor più intenso del precedente: gli occhi uscivano fuori dalle orbite e le tempie pulsavano come se avessi assistito ad un ipotetico concerto di 72 ore dei Sepultura. 

El Alto
Tecnicamente, la città di El Alto rappresenta una realtà a sé, autonoma rispetto a La Paz. Nata come agglomerato spontaneo di case, spesso non troppo ben costruite, è diventata una città enorme con tutti i problemi che questo sviluppo spontaneo ha rappresentato nel corso degli anni. Una città di un milione e più di abitanti nata come le borgate romane extra Raccordo Anulare: una borgata Finocchio enorme che si estende così grandemente da non riuscire a vederne la fine. Se La Paz è la ciudad del cielo perché è situata a 3.500 metri, El Alto (4.100 metri) guarda (sovrastandola) tutta la valle su cui sono distesi i quartieri della capitale politica boliviana. Lo sviluppo totalmente diseguale di El Alto ha fatto sì che la città abbia più centri e più periferie al contempo: Avenida Boliva, per fare un esempio, è una delle vie principali di El Alto ma tuttavia non è la unica avenida principale. Le case sono cresciute e crescono, tutt’ora, caoticamente, in modo disordinato e senza una reale pianificazione: tutto è lasciato ad una iniziativa privata totalmente arbitraria e soggettiva. Costruzioni mezzo terminate sono abitate ai piani bassi mentre operai zelanti – in spregio dell’altura, ma questa è un’osservazione tutta occidentale – costruiscono gli altri piani, tetti di lamiera temporanei diventano “a tempo indeterminato” e i servizi di base non sempre sono assicurati. L’industria più fiorente – si fa per dire – è quella dei mattoni (la mente corre subito a Calzinazz di “Amarcord” e alla sua poesia in cui tutta la discendenza patrilineare “fava i matoni”) anche se non c’è una vera e propria economia della città: “è tutto legato all’imminenza” ci dice Riccardo Giavarini (da poco padrecito, cioè sacerdote) ma anche un po’ all’improvvisazione e all’approssimazione: banchetti per strada molto raffazzonati, mercati composti da una fila di baracche riempiono i lati delle strade asfaltate (non troppo bene) della città. 

Mi teleférico
Su internet si trova di tutto – scritto da chiunque – riguardo il peculiare trasporto pubblico di La Paz/El Alto, dunque non scriverò cose già dette meglio e più esaustivamente da altri, mi limito solo a dire che el teleférico è una idea geniale ma al contempo – per me che non apprezzo così tanto “il volo in sé” – abbastanza pauroso. Mi spiego: El Alto, e già il nome lo enuncia, un luogo più elevato di La Paz: la linea morada che collega le due città compie una specie di salto nel vuoto di parecchie centinaia di metri. Le foto parleranno da sé, anche se scattate con uno smartphone impugnato da un soggetto estremamente pauroso del volo e dell’altitudine:

Il fatto che abbia scattato la foto ben lontano dal costone – e non a ridosso di esso – fa facilmente presupporre al lettore la sensazione del tutto rilassata con cui abbia affrontato la discesa.

La discesa verso La Paz

La discesa verso La Paz (2)

Uno dei tanti canchitas (che però è femminile) de futbol di El Alto

El Alto e le montagne innevate sullo sfondo

La valle in cui è stata costruita La Paz. 

La prossima volta porterò la macchina fotografica e tenterò di scattarne delle altre. Sperando che riesca a scattarne di dritte.

Posted in Blog, Bolivia, ElAlto, La Paz, MunasimKullakita, SudAmericaTagged Blog, bolivia, ElAlto, La Paz, MunasimKullakita, SudAmerica4 Comments

Navigazione articoli

Articoli seguenti

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

Proudly powered by WordPress | Theme: micro, developed by DevriX.