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Categoria: Bolivia

Cosa sta succedendo (e cosa succederà) in Bolivia

Posted on 2024/06/27 by carmocippinelli

«L’unico soggetto che può rovesciare il governo è il popolo: la democrazia boliviana può difenderla solo il popolo boliviano», è stato Luis Arce (presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia) a dirlo, a scandirlo nel microfono e nel megafono che gli veniva posto davanti alle labbra, insieme al suo vice David Choquehuanca, dal balcone del Palazzo del Governo (Palacio Quemado) in Piazza Murillo, nel pieno centro di La Paz.

Sono le 17:30 di mercoledì 26 giugno [2024] e il tentato golpe promosso dall’ormai ex capo delle forze armate boliviane Juan José Zúñiga è durato solo tre ore e parrebbe essere già terminato. Zúñiga è stato destituito e il presidente Arce ha nominato un nuovo comandante dell’esercito (il quale ha provveduto immediatamente a liberare la Piazza e a ritirare le truppe), azzerando anche le cariche dei graduati che hanno prestato il fianco all’operazione.

Attorno alle 14:30, la città di La Paz, la Bolivia intera, ha dovuto fronteggiare una situazione che per la storia del paese non è affatto nuova, ma certamente è stata inaspettata in questa circostanza, nonché per Arce e il suo vice Choquehuanca.
Blindati e componenti dell’esercito hanno bloccato i quattro lati di Piazza Murillo e un automezzo armato di mitragliatrice è riuscito ad arrivare a un passo dalla porta d’entrata di Palacio Quemado: dentro probabilmente, come hanno riferito fonti della stampa locale e dell’America Latina, c’erano i due ex, gli unici arrestati al termine della giornata. Ovvero: Juan José Zúñiga e il vice ammiraglio Juan Arnez Salvador.

Aparece un video del tenso encuentro de Luis Arce con los militares golpistas en el Palacio Quemado, Bolivia. pic.twitter.com/U9kGIW1apg

— Sepa Más (@Sepa_mass) June 27, 2024

Zúñiga, per la verità, non parrebbe aver agito senza sapere quel che stava facendo: nei giorni scorsi antecedenti al tentativo di golpe era stato raggiunto dai microfoni della trasmissione No mentiras e, intervistato dalla popolare giornalista Jimena Antelo, rispondeva così: «Gli altri comandanti non erano come me: io non ho paura. Sono un militare e un militare giura sulla Costituzione per difendere la sua patria e il suo popolo». Secondo l’ex capo dell’esercito, lo Stato non era più in grado di mantenere la legalità attraverso la Costituzione, anche a causa del fatto che si stia tacitamente permettendo che l’ex presidente Evo Morales potesse ancora proporsi per un nuovo mandato alle prossime presidenziali: «Quell’uomo – ha dichiarato l’ex graduato a No mentiras – non può più essere Presidente di questo Paese […]. Legalmente non può farlo. La Costituzione dice che non può essere (Presidente) per più di due mandati ed è già stato rieletto tre, quattro volte. Le Forze Armate hanno la missione di far rispettare la Costituzione Politica dello Stato». Una tensione vibrante che a La Paz e Sucre (le due capitali) si respirava già da giorni, evidentemente.

Mentre il tentativo di golpe era in atto, Zúñiga ha continuato a rilasciare interviste alla stampa, in particolare una dichiarazione, ripresa anche da Correo del Sur farebbe riflettere sul senso dell’operazione e darebbe una chiave di lettura dell’azione: «La prenderemo [la Casa Grande del Pueblo]: ripristineremo la democrazia, libereremo i nostri prigionieri politici».
Così come al termine del tentato golpe, e prima di essere portato via dalla forza pubblica, stando al Correo del Sur, Zúñiga avrebbe affermato che la movimentazione di soldati e mezzi blindati sarebbe stata concordata col presidente Arce al fine di aumentarne la popolarità. Affermazioni di cui risponderà l’ex capo militare all’interrogatorio a cui verrà sottoposto.

Il partito di governo, il Mas (Movimento al socialismo), sembrerebbe essere il grande nemico dell’ex capo dell’esercito Zúñiga, sebbene la sua azione si fosse rivolta verso Evo Morales (ne aveva annunciato l’arresto in diretta tv), l’intenzione si rivolgerebbe effettivamente allo Stato a guida del partito di cui fanno parte anche Arce e Choquehuanca.

«Abbiamo vissuto, quel che si direbbe, “un giorno anomalo”», ha raccontato all’AtlanteDon Riccardo Giavarini, direttore generale della Fundaciòn Munacim Kullakita di El Alto. «Ora si sta vivendo una relativa calma a La Paz: Arce ha pronunciato un discorso volto a rassicurare la popolazione, ha detto che la situazione è rientrata ed è tornata sotto controllo. Certo, di argomenti per contestare il governo ce ne sono, a partire dallagiustizia, se vogliamo fare un solo esempio dato che è uno dei miei campi».
La gente, però, ha risposto: «È scesa in strada sostenendo la democrazia e rigettando il tentato golpe dei militari – ha detto Giavarini – quindi effettivamente la situazione è tornata alla normalità».

Al momento pare di capire che in Bolivia ci sia più una sensazione di stasi, dunque bisognerà capire quale sarà la normalità a cui giungerà il paese.

«No hay plata!»

La situazione in Bolivia non è propriamente rosea. David Choquehuanca, vicepresidente dello stato Plurinazionale, in più di un’occasione nel corso del suo mandato ha ripetuto – pur senza fare nomi esplicitamente – che alcuni esponenti politici avrebbero rifiutato di approvare i crediti di cui vanta lo Stato. Sulle reti sociali dell’America Latina è diventato virale il primo video in cui Choquehuanca, durante un’iniziativa del suo partito, si è lasciato andare ad un commento quasi liberatorio, tanto era il peso specifico di quelle parole: «Stiamo in una situazione difficile: non ci sono soldi! (no hay plata!)». Un’eco di quella stessa espressione pronunciata durante il primo discorso da presidente dell’Argentina di Javier Milei: «No hay plata», scandendo ogni singola parola.

Difficile, ad ogni modo, dare torto a Choquehuanca, al netto dei soldi che devono tornare allo Stato e che non starebbero prendendo la via di Palacio Quemado: 1 boliviano attualmente vale 0,13 centesimi di Euro, viceversa per un Euro ci vogliono 7 bolivianos e 70 centavos. Lo stipendio medio di un meccanico si aggira attorno ai 500 bolivianos, poco più di 60€. Da mesi perdura, poi, una situazione di instabilità legata alle riserve di carburante e l’evento di ieri ha scatenato una ancor maggiore irrazionalità da parte dei consumatori e dei trasportatori, tanto che l’Agenzia nazionale idrocarburi (Anh) ha dovuto emettere un comunicato in cui si invita alla calma e assicura come la «fornitura di combustibili» sia «garantita in tutto il paese». Si può ancora comprare carburante, dice l’autorità, ed è anche garantita la vendita ma le lunghe code di camion al confine con l’Argentina che durano da settimane suggerirebbero l’esatto contrario. Eppure, nonostante la situazione di crisi politica e di difficoltà economica, la Bolivia continua ad essere vista come meta d’emigrazione per persone provenienti da Haiti e dal Venezuela.

 

 
L’eredità di Evo: i «due Mas»

Ma perché Zúñiga ce l’aveva con Morales, al punto di dichiarare di volerlo arrestare, per la faccenda della candidatura alle presidenziali?
Tutto è cominciato più di un anno fa, quando l’ex presidente boliviano Evo Morales ha annunciato di volersi candidare nuovamente alle presidenziali del 2025.
Una data cruciale per la Bolivia: è l’anno in cui si celebra il Bicentenario.
Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è tutt’ora Presidente (la carica giuridicamente più importante) convocandone la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. Il partito si è spaccato ed ora esistono due parti del Mas (una evista e l’altra arcista) che sono letteralmente l’una contro l’altra.
Si aggiunga la questione della cosiddetta auto-proroga dei giudici: il Presidente Arce sostiene la proroga dei giudici di quella che in Italia chiameremmo Corte Costituzionale e che invaliderebbe la candidatura di Morales alle presidenziali. Non essendosi ancora tenuta la votazione popolare che sostituisca i membri decaduti a dicembre 2023, il Governo li ha prorogati de facto.
Evo ha mostrato i muscoli e ha proceduto con i suoi mezzi: blocchi stradali in tutto il paese. Dal 22 gennaio a metà febbraio i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) hanno paralizzato le principali strade e autostrade del paese, in particolare l’arteria Oruro-La Paz, attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno». Ma la faccenda non si è conclusa neanche in quel caso.
Se Morales ha convocato il congresso ad ottobre [2023], riconvocandone poi un secondo nel marzo di quest’anno (chiamato ampliado), Arce ha risposto chiamando l’assemblea congressuale a El Alto nel mese di maggio. Per l’amministrazione e la burocrazia boliviana, però, nessuna delle convocazioni è giuridicamente valida: nessuna delle assemblee è stata riconosciuta come propria del Mas così come nessuna ha avuto il placet per la registrazione del nuovo statuto che entrambe le parti hanno riscritto in separata sede.
Nel corso di questo braccio di ferro politico si è inserita la divisione all’interno di ogni singola organizzazione sindacale, sociale e interculturale che orbita attorno al Mas tanto che il 2 marzo il grande incontro (in aymara: Jach’a Tantachawi) tenutosi a Oruro e promosso dal Conamaq (il consiglio nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo) è terminato a pugni e sediate, con tanto di intervento della forza pubblica. E sì che l’organizzazione doveva scegliere un nuovo rappresentante tra due entrambi del Mas (uno arcista l’altro evista).
I rapporti tra le due ali del Mas sono andati deteriorandosi sempre di più quando ad inizio giugno [2024] il presidente del Senato Andronico (Mas, vicino a Morales), in sostituzione al presidente assente e al vice Choquehuanca in missione all’estero, ha fatto in modo di far approvare la destituzione dei componenti del tribunale che invaliderebbero la candidatura di Evo nel corso di una seduta parlamentare. Le elezioni popolari non sono state, tuttavia, ancora indette e la proroga dei giudici continua ad esserci de facto. L’azione di Andronico non ha fatto altro che inasprire ancora di più le parti in lotta nel Mas e nella società boliviana.

 

 
«Autogolpe!» 
Eppure, dopo tutto quello che è successo, le organizzazioni di Cochabamba vicine alla Seis federaciones e fedeli a Morales, hanno serenamente parlato di autogolpe. L’esecutivo della Seis ha parlato esplicitamente di «pagliacciata». Elena Almendras, dirigente della Federazione delle Comunità Interculturali di Chimoré (Cochabamba), ha dichiarato che il tentativo di golpe è stato uno «spettacolo mediatico preparato mesi fa dal Governo» con l’obiettivo di aumentarne la popolarità.
La stessa Almendras, insieme alle organizzazioni sociali del Tropico, ha aggiunto: «poiché l’“autogolpe” non è andato come previsto, cercheranno di arrestare l’ex presidente Evo Morales».
Ancora una volta le realtà sociali, civili e associative vicine all’ex leader del Mas ingaggiano lo scontro frontale con l’altra fazione del partito, citando anche (e soprattutto, verrebbe da dire) la questione del golpe che sarebbe stato programmato. Tesi confermata anche nel corso della conferenza stampa del dipartimento di La Paz del Mas (evista): «Il Presidente e il suo Vice stanno generando paura nel popolo boliviano. Quello che è accaduto ieri [26 giugno] è stato chiaramente pianificato dalgoverno: un autogolpe».
Non si arriverà all’arresto di Morales, come ha dichiarato Almendras, ma certamente l’eredità di Evo è pesante, tanto quanto quel blindato che è andato a “bussare la porta” di Palacio Quemado. Un peso specifico, quello di Morales, con cui non solo il Mas, ma anche la società boliviana tutta dovrà fare i conti. E se una gran folla di gente è scesa in piazza sostenendo la democrazia e il presidente Arce nel momento di maggior tensione nel pomeriggio di ieri, è altrettanto vero che attorno ad esse si stava iniziando a radunare una piccola (ma rumorosa) folla di evisti in cui veniva scandito: «Esto no fue golpe, esto fue teatro [non è stato un golpe, è stato un teatro]».
La società boliviana si è atomizzata ed è stata polverizzata a tal punto che è impensabile che le due parti in lotta all’interno del Mas possano siglare un accordo di tregua.
Certo è che oggi si è giunti ad un punto da cui difficilmente si riuscirà a tornare indietro serenamente.

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Tra Gesù di Nazareth e Karl Marx: la scelta (e la vita) di “Miguel”

Posted on 2024/04/18 by carmocippinelli

Lo scorso anno, prima della partenza per la Bolivia, ci [a Maria e me] è stato regalato un libro [grazie Giusi!] scritto da Luca Bonalumi attorno alle disavventure rivoluzionarie di Antonio Caglioni a Viloco e nel paese che l’ha ospitato per molti decenni. Una volta giunti dall’altra parte del mondo, siamo andati a conoscere Antonio Caglioni e abbiamo trascorso del tempo con lui, pur alloggiando a Cairoma (cittadina vicina a Viloco).

Per chi volesse, questi sono i due link agli articoli scritti a Cairoma su Antonio Caglioni e sul sistema sanitario a 5200 metri d’altitudine: Il sacerdote rivoluzionario alla fine del Mondo e Sanità pubblica e privata in Bolivia. Cercando l’assistenza capillare, trovando disordine generale.

L’introduzione al libro di Bonalumi è firmata da Don Emilio Brozzoni, sacerdote come Antonio Caglioni (a cui è davvero difficile anteporre il don davanti al nome, ma questo – a parere di chi scrive – rientra tra i pregi piuttosto che nell’ambito opposto dei difetti), bergamasco come lui, ma fenomenologicamente agli antipodi.

Don Emilio nell’introduzione racconta di un episodio curioso: una volta ricongiuntosi con Riccardo Giavarini a La Paz (don anche lui ma da soli due anni), decidono di andare a trovare Antonio Caglioni a Viloco. Il viaggio è lungo, le strade non sono agevoli ma finalmente – dopo varie ore di fuoristrada – riescono ad arrivare là, “alla fine del mondo”, a cinquemila metri d’altezza, ai piedi delle montagne popolate dai minatori di stagno in cerca della vena grande.
È il 1990, è notte e – c’è da immaginarselo – c’era una stellata meravigliosamente impressionante, data l’assenza di lampioni e illuminazioni per le vie della cittadina. Don Emilio, che immaginiamo si fosse già abituato alla mancanza d’ossigeno, riesce a prendere sonno e a dormire piuttosto bene, almeno fino a quando viene svegliato di soprassalto.

Di colpo, i tre (Caglioni, Giavarini, Brozzoni) sentono di non essere più soli: Don Emilio si sveglia e pensa ai ladri. Poi si guarda intorno: “ma che si ruberanno mai, qua” (di certo lo avrà pensato in bergamasco).
È un attimo: un uomo armato fino ai denti gli punta un fucile: «Eres Miguel?! [Sei Miguel?]» gli chiede insistentemente.

Non sa di cosa stia parlando e il commando armato si fa insistente: stanno cercando un Miguel, ex prete mezzo italiano, mezzo tedesco, e loro, tutti e tre italiani (due consacrati e un laico), senza documenti, sembravano essere il bersaglio perfetto. Miguel si sarà nascosto da quelle parti, ai piedi delle montagne popolate dai minatori per sfuggire allo Stato.

Però don Emilio non era Miguel e, nel testo d’introduzione al libro di Bonalumi, scrive un aneddoto molto divertente di quella notte in cui, dopo aver conosciuto personalmente Riccardo Giavarini, sono sicuro che si sia verificato esattamente come don Emilio ha raccontato: nel mezzo del trambusto, di uomini armati che fanno irruzione a casa di don Antonio, Riccardo cerca di placare gli animi chiedendo se – in piena notte – prendessero un caffè per poter parlare e chiarirsi.

«[…] Mi fanno alzare dal letto (mani in alto), mettere pantaloni, scarpe e giacca a vento. Bontà loro, niente  manette ai polsi. Mi vogliono immediatamente portare a La Paz. Riccardo intuisce che la situazione è grave e vuole intavolare un minimo di dialogo: “Prendete un caffè o un tè? Siete stanchi e la strada è lunga”»1.

Ma chi era Miguel?

Michael Miguel Nothdurfter era un italiano-sudtirolese di Bolzano che ha avuto una vita piuttosto intensa, una di quelle storie da raccontare, sebbene il tragico epilogo che ha avuto, ovvero ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia boliviana.

Scrive ancora don Emilio nell’introduzione al libro di Bonalumi:

«[…] Alle tre di notte cinque di loro con il mitra circondano la casa di don Antonio e tre in borghese sfondano la porta. Sono i tre che mi ritrovo davanti con le pistole puntate. Finalmente viene a galla il motivo di questo
trambusto. È stato rapito il figlio del padrone della Coca Cola in Bolivia. È ricercato un “terrorista” (così lo definiscono) altoatesino, da ragazzo studente in un seminario di gesuiti, impegnato politicamente con gruppi estremisti… Il filo logico è chiaro. Hanno davanti un italiano, senza passaporto, col breviario, nella casa di padre Antonio2, in una regione fuori dal mondo. È lui. È Miguel. Sentono già profumo di promozione».

Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

A te che leggi: abbi pazienza. Sarà piuttosto lunga.

Il comandante Gonzalo va alla guerra
La vicenda di Nothdurfter viene raccontata dettagliatamente da Paolo Cagnan in un libro pubblicato nel 1997 [Il comandante Gonzalo va alla guerra, erremme, 20.000 lire, 175 pagine] ed è colmo di riferimenti, racconti, testimonianze raccolte in loco, chilometri macinati tra le città boliviane.

«Caro Fratello, il tempo speso con i minatori di Potosì mi ha avvicinato alle persone. Le cose per la Bolivia si stanno mettendo molto male. Il peso è stato svalutato, i salari sono rimasti stagnanti: per le strade è possibile vedere persone che piangono. Sono molto scioccato e solo a vederli anche i miei occhi si appannavano»3.

Nothdurfter giunge in Bolivia il 26 agosto del 1982 dopo aver contattato la Compagnia del Gesù richiedendo di entrare a farne parte. Prima di questa sua decisione c’è stato il diploma di liceo classico e l’aspirazione a diventare prete:

«All’ultimo anno del liceo, in occasione degli esami di maturità, Michael conosce un missionario del seminario teologico di San Giuseppe di Bressanone, e resta così colpito dalla sua figura che decide di seguirne la strada. Quando comunica ai genitori la volontà di farsi prete e diventare missionario, la sorpresa non manca, ma i segni premonitori di una vocazione religiosa erano già stati avvertiti in famiglia»4.

Parte per Londra e segue il primo anno di noviziato al «Mill Hill» per poi approdare a Roosendal, in cui trascorrerà il secondo anno.
Si rende conto di essere in un’isola dorata e quel mondo, l’Occidente, già non gli basta più: vuole stare a contatto con chi ha davvero bisogno del messaggio di Cristo e della sua potenza rivoluzionaria.
Si rende conto di essere fortemente attratto dalla Teologia della Liberazione e dal comunismo: studia gli scritti di Karl Marx, si interessa di quel che accade in America Latina e di quello che i Gesuiti stanno portando avanti nel Continente.
Nel 1982 è a Cochabamba dopo un viaggio di «147 ore fra autobus e treno»5 ma, anche lì, i vestiti sono stretti, metaforicamente parlando:

«La mia opzione politica è un’opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se non una soluzione, per lo meno un compito e una speranza. Per questo motivo non esiste, nel mondo dei lavoratori, un solo gruppo politico che non sia in qualche modo marxista […] il marxismo è la via maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale sistema»6.

Le parole di Michael sono macigni: sta cercando di essere e di porsi come cerniera tra il mondo dell’utopia socialista e quello del cristianesimo agìto, reale, praticato e non clericalizzato in rigide strutture opprimenti.

Seguire l’insegnamento di Cristo significa uscire all’esterno e aprirsi al mondo e non rimanere ancorati alla realtà del noviziato, scrive ancora Michael nell’aprile 1984 da Cochabamba:

«In confronto al “popolo semplice” viviamo in una casa di lusso. […] Con alcuni colleghi abbiamo pensato di modificare l’orario delle lezioni, della preghiera e della celebrazione eucaristica in modo tale da avere la possibilità di fare qualcosa, di parlare con la gente, di condividere i suoi problemi. Questa possibilità ci è stata negata. […] “È come se io non vivessi in Bolivia, ma in un’isola”, pensa uno di loro. Dobbiamo imparare ad amare i poveri. Lo chiamiamo “giocare ad esser poveri”. Al contrario noi non vogliamo giocare, ma vivere a contatto con i poveri in maniera autentica. E questo significa, in maniera molto semplice, condividere la loro vita. […] Se dovessimo arrivare alla conclusione che questa nostra strada nella Compagnia del Gesù non ci può portare laddove noi vorremmo, siamo pronti a cercarla altrove»7

A maggio dello stesso anno scriverà al fratello Othwin di aver abbandonato i Gesuiti.
L’animo di Michael è in continuo fermento e ricerca: si iscrive all’Università Mayor “San Andrés” (Umsa) in cui entra in contatto con i gruppi marxisti (trotskysti, marxisti-leninisti ma anche socialisti e socialdemocratici. La Bolivia è un paese che non trova mai quiete, politicamente e socialmente parlando: sono anni difficili e quel che in Italia abbiamo definito “trasformismo” a fine ‘800, nel paese più povero dell’America Latina rappresenta la normalità.

Scriveva il «Manchester Evening News» nel 1960:

«In Bolivia le rivoluzioni sono quasi [da considerare] uno sport nazionale. Ce ne sono state 179 negli ultimi 130 anni. Una volta è capitato che ci fossero anche tre presidenti in uno stesso giorno»8.

Veduta di La Paz dal mirador Killi Killi

Certo, sono passati ventiquattro anni da quando Nothdurfter è arrivato in Bolivia, ma la situazione non pare essere cambiata più di tanto: sono gli anni post golpe di Garcia Meza (1980-1981) in cui viene creata una nuova parola per indicare quel governo. Narcodictadura.

Tutti i presidenti, non militari, succeduti all’ultimo golpe, sono riconducibili al Movimento nazionalista rivoluzionario e al Movimento della sinistra rivoluzionaria ma è un chiaro esempio di “socialist sounding”: le alleanze, pur di conservare il potere ottenuto dalle elezioni, fanno convergere interessi molteplici. Interessi rappresentati anche dai partiti di ex militari e apertamente anticomunisti-socialisti e dichiaratamente fascisti.

Strana idea della rivoluzione, strana idea di sinistra.

Nothdurfter guarda, vive tutto questo ed è esterrefatto: il paese langue, la politica sbandiera una rivoluzione che non vuole iniziare (figurarsi se voglia un giorno portarla a compimento!) e i marxisti sono divisi. Bisogna far qualcosa, pensa Michael.

Inizia la sua esperienza con il teatro popolare nelle «borgate proletarie e nelle zone minerarie» mettendo in scena spettacoli che denunciano ingiustizie sociali e lo sfruttamento delle masse. Insieme a quest’attività, si avvicina sempre di più alle idee di Ernesto Che Guevara: c’è bisogno della rivoluzione. Quella vera, però, quella che si fa con le armi.

Nel novembre 1986, in un’altra lettera ad Othwin, dichiarerà la sua intenzione ma in lingua spagnola:

«D’ora in poi ti scriverò sempre in spagnolo, perché non mi va che la mamma legga le mie lettere dirette a voi. Non potrebbe capire le mie attitudini “estremiste”»9.

Non c’è altro tempo da perdere: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi vedono accrescere sempre di più il loro patrimonio, la sinistra è divisa, la politica strizza l’occhio ai grandi capitalisti e affama il popolo.


«[…] La sinistra boliviana sta vivendo una crisi profonda nella quale nessuno si salva. Per questo motivo  bisogna costruire qualcosa di nuovo. […] Non sarà facile. […] Occorreranno molte ore di discussione, ma soprattutto molti giorni di silenziosi sacrifici, e semplice dedizione, molte vite e molti morti, molte lacrime e molto sdegno, innumerevoli momenti di solitudine politica, di dubbi e debolezza ideologica. Io, però, sono deciso – assieme alla mia organizzazione – per dare tutto ciò che posso dare d me stesso, poco a poco, accelerando ogni giorno il ritmo»10.

E ancora, l’anno successivo:

«Mi trovo più o meno d’accordo con quanto sostiene Lenin in Stato e Rivoluzione in relazione alla necessità di farla finita con lo Stato stesso, che implica violenza rivoluzionaria. O con quanto dice il Che: “Non esiste pratica rivoluzionaria senza lotta armata”. Senza dubbio, però, bisogna contestualizzare. Tatticamente la violenza può essere controproducente, ma dal punto di vista strategico rappresenta una necessità imperiosa»11.

Inizia a militare davvero: aderisce prima ad un partito, poi ad un secondo entrambi marxisti, rivoluzionari e nazionalisti ma nessuno di essi ha quel che fa per lui, che ormai è diventato pienamente boliviano e non è più Michael ma Miguel. Abbandona entrambe le organizzazioni e decide di creare un gruppo insieme ad altri fuoriusciti. È la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Il Muro di Berlino sta già scricchiolando e l’Unione Sovietica è a un passo dalla fine, ma questo, Miguel, ancora non lo sa né vedrà la fine dello stato sovietico.

Passano gli anni, cruciali, 1986 e 1987, dopodiché è rivoluzione: il clima politico (o, per meglio dire: il caos politico) presente in Bolivia favorisce l’inclinazione e l’opzione – per citare Nothdurfter – per la lotta armata.

«Considero un compito principale della mia vita contribuire a condurre una vera rivoluzione in Bolivia e in qualunque altro posto mi tocchi vivere»12.

Il 1989 è l’anno del primo “esproprio proletario” con cui Michael Nothdurfter e il suo gruppo di rivoluzionari, che nel frattempo s’è coagulato attorno a lui.

La prima vera operazione (e anche l’ultima) si chiama operazione Bautizo: si dovrà rapire un pezzo grosso del capitalismo boliviano, uno che ha implicazioni anche con l’economia americana. Il nome ricade su Jorge Lonsdale, presidente di Vascal S.A., azienda concessionaria unica per la distribuzione della Coca-Cola (e bevande del gruppo statunitense) in Bolivia. C’è anche il nome, ora, del gruppo: Comision Nestor Paz Zamora (Cnpz).

Il simbolo della Cnpz [Fonte: Wikipedia]

Il nome scelto non è casuale: Jaime Paz Zamora, presidente boliviano appena eletto, è rappresentante del Movimento della sinistra rivoluzionaria ma per mantenere il controllo dello Stato – e traffici a cui s’è accennato sopra – non ha esitato ad allearsi con i fascisti dell’alleanza nazionalista vicini a Banzer Suarez. Scrive Miguel:

«Nestor è il fratello dell’attuale Presidente della repubblica ed è morto durante un’azione di guerriglia a Teoponte. Nestor è l’opposto di Jaime: il primo era un rivoluzionario e cristiano convinto e come tale si è
comportato sino alla morte. Il secondo si è alleato con l’ex dittatore Hugo Banzer»13.

Poi arriva davvero il colpo: il sequestro riesce e dura mesi senza che la famiglia dell’industriale sia realmente interessata a riavere Lonsdale. Attorno al sequestro e al suo epilogo ci sono un mucchio di cose che non quadrano e che sia il libro di Paolo Cagnan sia i due docufilm prodotti espongono come criticità attorno al fatto. Tra i fatti che non tornano14 ci sono: Lonsdale presenta dei fori da arma da fuoco che non quadrano con le dichiarazioni della polizia, Miguel venne accusato subito (anche perché straniero, dunque elemento ancor più perturbatore del “semplice” fatto di essere un rivoluzionario15) di aver ucciso l’industriale ma senza una prova concreta, non ci sarebbe stata trattativa tra polizia e sequestratori e le forze dell’ordine hanno sparato subito anche di fronte a uomini che si stavano arrendendo e poi… il volto di Miguel, sfigurato dai proiettili «al punto da rendere impossibile l’identificazione attraverso i tratti somatici». Le autorità boliviane «hanno voluto impedire il nascere di un nuovo mito guerrigliero».

Per quanto possa essere crudo e atroce, è l’epilogo di chi aveva, senza troppi mezzi, dichiarato guerra, spinto dall’idealismo e dall’ardore romantico e rivoluzionario ad un nemico più grande, meglio organizzato e, sebbene rappresentante una “democrazia dalle ginocchia fragili”, sicuramente più strutturato della Cnpz. Nel documentario di Pichler, uno dei sopravvissuti agli arresti (tutti venticinquenni, cristiani e comunisti), chiamato in causa dal regista, dirà che Miguel era il più idealista e che dava a tutti una grande forza d’animo (sebbene negli ultimi tempi si sentisse molto isolato16) ma era anche molto impreparato.

«Lo eravamo tutti [molto impreparati]: era una cronaca di una morte annunciata».

Eppure Miguel, in una lettera-testamento ai genitori e alla famiglia, racconta il suo percorso, dalla partenza all’epilogo (senza essere troppo esplicito) ma che restituisce un animo in cerca di giustizia, libertà, equità e solidarietà. Di questo, penso, è bene occuparsi nell’analisi della vita di Nothdurfter e di quanto è accaduto nella vicenda del sequestro Lonsdale: andare alla ricerca, insieme a Miguel, di quanto l’occidente fosse malato allora e di quanto non sia cambiato oggi; di quanto il primo mondo sfrutti, di quanto sia impelagato in una riflessione di giustificazione e autoassoluzione senza la minima autocritica. Non assolvere Miguel per la sua guerra, ma stare dalla parte della sua anima e del suo spirito. Lo spirito di un uomo innamorato della vita a tal punto da voler ingaggiare una lotta senza quartiere contro le ingiustizie che rendono il povero ancor più schiacciato da un capitalismo selvaggio e da una borghesia sfrontata e superba. Talmente innamorato della vita da aver deciso che valesse la pena anche perderla, pur di continuare nella sua lotta.

Tra le strade della regione di Araca. Agosto 2023.

Dalla lettera-testamento, scritta nell’agosto 1990 da Miguel ai suoi genitori:

«[…] So bene che nessuna delle persone con cui convivo potrà mai darmi un diploma o un titolo di studio, ma secondo questa logica Gesù sarebbe diventato un fariseo e non sarebbe mai stato crocefisso. Io non sono Cristo, ma non intendo in alcun modo diventare un fariseo, ce ne sono fin troppi. […] Dopo la guerra fredda
arriva la calda “pax capitalista”, la pace che per noi si chiama “guerra di bassa intensità-alta probabilità”, la pace dei ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di meno. Per l’Est e per l’Ovest “libera economia di mercato” e “stato di diritto”; per il Sud, la guerra e lo scambio di merci, soverchiante e iniquo: il neoliberismo.
La principale questione è l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta dicevano chiaro e tondo: socialismo! Il cosiddetto socialismo reale è, però, in crisi profonda e ora troppi gioiscono per la presunta fine del comunismo. In questa logica, però, non dovrebbe più esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione.

La teologia della liberazione, invece, esiste e non ha nulla a che fare con l’Inquisizione. I movimenti di liberazione dell’America Latina hanno così poco a che vedere con Stalin…

So di non essere stato un buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io faccio ciò che devo fare. Non pretendo che mi comprendiate, ma dovete capire che io agisco secondo coscienza, e che auguro solo il meglio a voi e a tutti gli altri. Avrei preferito tacere, ma credo di esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche col rischio di commettere degli errori».

NOTE

1Luca Bonalumi, Il prete che mirava in alto, p.10, 2016, Edizioni Gruppo Aeper, Torre de’ Roveri (BG).

2Nelle medesime pagine don Emilio, a proposito della stretta sorveglianza delle autorità di polizia nei confronti di don Antonio, accenna alle vicende del libro di Bonalumi scrivendo:  «[…] al posto di controllo, i gendarmi notano al volante un certo padre
Antonio, da tempo sotto stretta sorveglianza per le tante vicende raccontate in questo libro; Riccardo, un volontario italiano ben
conosciuto per i numerosi progetti in atto insieme a uno sconosciuto».

3Da una delle lettere scritte da Michael al fratello Othwin contenuta sia nel libro di Cagnan che nel documentario «Der Pfad des Kriegers» di Andreas Pichler, 2008.

4Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.21, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

5Avendo avuto esperienza diretta dei trasporti e delle strade boliviane, quella di Nothdurfter non è stata un’iperbole.

6Lettera al fratello Othwin scritta a Cochabamba e datata 31 dicembre 1982.
Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.28, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

7Ibidem.

8s.n., On the top of the world, 14 ottobre 1960, «Manchester evening news».

9Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.42, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

10Ibidem.

11Ibidem.

12Lettera all’amico Ludwig Thalheimer del 6 aprile 1988, citata nel volume di Cagnan.

13Paolo Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra, p.80, 1997, erremme edizioni, Pomezia (RM).

14Cagnan ne elenca sette.

15Nelle sue ultime lettere si definiva “guerriero”.

16«Sento profondamente il silenzio dentro di me, la solitudine imposta dal mio destino [aveva definitivamente rotto con la sua ormai ex fidanzata], questa congiunzione di fattori e circostanze. Mi sono scappate alcune lacrime ma non mi arrendo al mio dolore. Il guerriero non può evitare la sofferenza ma non si lascia mai sopraffare da essa». 18 agosto 1990.

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Bolivia: lo scontro tra Evo Morales e Luis Arce si fa muscolare

Posted on 2024/03/18 by carmocippinelli


Articolo pubblicato su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/2024/03/bolivia-lo-scontro-tra-evo-morales-e-luis-arce-si-fa-muscolare/

Pugni tra deputati sugli scranni della Camera e sediate in assemblee e convegni, ma anche convocazioni incrociate di congressi del Mas (Movimento al socialismo). In Bolivia è in atto uno scontro muscolare tra l’ex presidente Evo Morales e gli attuali Presidente e vice Luis (Lucho) Arce e David Choquehuanca, tutti e tre facenti parte dello stesso partito. Uno scontro tra leadership che
si è allargato talmente tanto da invadere ogni aspetto della vita
pubblica boliviana. Lourdes Montero, scienziata della politica, in un
articolo per il quotidiano «La Razon», ha definito la crisi d’identità politica interna al Mas come: «un gruppo di girini che spuntano dalla pioggia e rischiano di trasformarsi in rospi in cerca di voti alle prossime elezioni».

Cosa sta succedendo?

Ad ottobre dello scorso anno [2023], le tensioni interne al Mas esplodono definitivamente ed escono allo scoperto.
Evo Morales dal 3 ottobre [2023] sta tentando il colpo di mano sul partito di cui è stato fondatore, più volte candidato e di cui ricopre la carica giuridicamente più importante (presidente):
ha convocato la fazione del partito a lui fedele in un congresso-farsa
svoltosi nella cittadina di Lauca Ñ (vicino a Cochabamba) e da lì è
cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. La
motivazione di tale gesto? Semplice: ricevere l’investitura formale per le prossime elezioni presidenziali del 2025. La legge non glielo consentirebbe, ma il partito ha appoggiato la campagna “Evo2025“. O meglio: la parte del Mas a lui vicina. Il Tribunale supremo elettorale, però, ha invalidato l’assise evista ma ha dovuto riconoscere Morales come presidente del partito, in quanto lo statuto non è stato modificato.

Ma c’è anche la questione della cosiddetta autoproroga.

Letteralmente: l’autoproroga dei giudici  di quello che è un organismo a metà tra la nostra Corte Costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura. La giustizia boliviana avrebbe dovuto rinnovarsi nei suoi direttivi al termine dello scorso anno ma da parte del Mas (la parte governativa, quella vicina a Luis Arce) c’è stata la richiesta di proroga del mandato dei giudici che compongono i vari organismi (tra cui il Tribunale supremo elettorale).
Proroga del mandato si traduce in “strada molto più impervia da percorrere per Evo Morales” in vista delle prossime elezioni. A gennaio e febbraio Evo ha scatenato i suoi e sono partiti i blocchi stradali.
Il paese è stato paralizzato per circa un mese dai sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino
di Cochabamba): strade e autostrade risultavano impercorribili tanto
per automobili private quanto per automezzi commerciali. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno».

Il colpo di mano di Evo: dal congresso-farsa all’Ampliado.

Una parte del Mas non ha, ça va sans dire, riconosciuto l’assemblea di Lauca Ñ: è la tendenza arcista,
cioè vicina al Presidente del Paese Luis Arce. La lotta intestina al
Mas non è solo un fattore che andrebbe a determinare poteri interni ed
equilibri del partito ma riflette la spaccatura dell’intero paese. Tanto che il quotidiano boliviano «El Diario», in un articolo redazionale pubblicato il 21 dicembre [2023], ha scritto: «Più della metà della popolazione vede
nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto
più dei movimenti di Santa Cruz e delle opposizioni [centriste] di
Comunidad ciudadana e Creemos [1] […] Secondo lo studio realizzato da
“Diagnosis”, durante quest’anno [2023], l’idea che l’ala evista venisse
considerata dalla popolazione come la principale opposizione ad Arce si è
rafforzata nel corso del tempo, consolidandosi a seguito del congresso
di Lauca Ñ»
.

Prima del colpo di mano di Lauca Ñ, Morales ha pensato bene (settimane prima del congresso-farsa) di accettare la rielezione a presidente della federazione di produttori di coca (i cocaleros), ovvero della Seis federaciones del Tropico de Cochabamba.
Una platea piena di gente con le guance gonfie di foglie di coca da cui,
di tanto in tanto, vengono succhiati i liquidi benefici. Il fortino di
Cochabamba tiene, in sostanza, e Evo è stato confermato in tutte le
realtà di cui era già portavoce. La legittimazione ricevuta dai cocaleros ha aperto la crisi generale.

Il 3 marzo [2024] la frazione
evista del Mas ha convocato un nuovo raduno nazionale per confermare la
Direzione eletta al congresso di Lauca Eñe
e ratificare (ancora una volta) la candidatura di Morales alle presidenziali. In spregio a ogni decisione del Tribunale supremo elettorale e a quanto già accaduto con i sostenitori di Lucho Arce.
Siccome non era possibile convocare un nuovo congresso a distanza
pochissimo tempo, la chiamata avvenuta domenica 3 marzo a Cuatro Cañadas
(dipartimento di Santa Cruz) ha preso il nome di Ampliado. Una sorta di “assemblea allargata” in cui tutti i partecipanti si sono stretti attorno a Morales. Non una voce dissonante: tutti concordi con l’affermazione che “Evo es pueblo” (di una parte, sicuramente) e con la condanna a “Lucho” che “es traidor e golpista”.

L’espulsione di Lucho y David.

L’assemblea a Cuatro Cañadas è terminata con la redazione e pubblicazione di un documento
ufficiale che non dà adito ad interpretazioni in cui è stato stabilito:
la validità del decimo congresso di Lauca Eñe tenuto il 3 e 4 ottobre
[2023]; la candidatura di Evo Morales alle presidenziali del 2025;
l’espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito dal momento che essi
«non rappresentano in nessun modo la filosofia del Mas-Ipsp».

Il tentativo di risposta di Arce.

L’11 marzo [2024] le fazioni del Mas nonché di movimenti, sindacati, organizzazioni sociali e associazioni vicine a Lucho y David (Arce e Choquehuanca), hanno dichiarato che: «il X congresso ufficiale del Mas si terrà dal 3 al 5 maggio [2024] nella città di El Alto».
Di per sé non sarebbe un evento straordinario, ma lo diventa nel momento in cui Morales, da presidente del partito, non ha concesso il placet
per poter far svolgere l’assemblea (pare che la richiesta fosse stata
inoltrata già a gennaio) alla parte amica-nemica. Una parte talmente
ostile che, spesso, gli eventi nazionali di confederazioni e
organizzazioni (che di fatto sono una propaggine del Mas) finiscono a sediate, cazzotti,
come è successo ad inizio mese in occasione del Tantachawi [2]. La
“lotta libera” si è verificata anche alla Camera dei Deputati della
Bolivia, provocando lo sdegno di gran parte della stampa boliviana, così come di tutta l’Americalatina.

Ma Evo potrebbe non riuscire a ricandidarsi.

Come ricordato, il Tribunale supremo elettorale (Tse) ha invalidato l’assemblea congressuale degli evisti ma ha dovuto comunque riconoscere la continuità giuridica del mandato di Morales alla guida del Mas (come s’è detto prima).
Questo complica le cose. I deputati evisti alla Camera rispondono a braccia conserte e deridendo la convocazione arcista che si terrà a El Alto: «Il
congresso non avrà la legalità né il riconoscimento da parte delle
organizzazioni che fanno parte del Mas ma solo dalla “truppa” di Luis
Arce»
, ha tuonato un deputato evista che (tanto per complicare le cose) si chiama Hector Arce.
Il disappunto degli arcistas però cresce: «Abbiamo provato a chiedere la convocazione al Presidente del partito, lo abbiamo supplicato, perfino. Non c’è stato verso», ha dichiarato al quotidiano «Los tiempos» Lucio Quispe, segretario esecutivo della Cstcb, la Confederazione Sindacale dei lavoratori contadini della Bolivia (Confederación sindical de trabajadores campesinos de Bolivia). 
«Non vogliamo perdere lo strumento politico [il Mas-Ipsp] che
ci è costato lotta, sangue e lutti: Morales si sta  comportando in modo
molto capriccioso e la convocazione del Congresso a El Alto è
perfettamente legale»
.
Non si è fatta attendere la contro-risposta: Gerardo Garcia, vicepresidente del Mas-evista ha dichiarato che «l’unica figura che può convocare i congressi del partito è Evo Morales» e che la convocazione di El Alto «està “trucha”». Cioè fasulla.
Wilma Alanoca, consigliera della città di El Alto, ha rincarato la dose: «quello degli arcisti sarà un congresso pieno di amici della burocrazia statale». Città, non c’è quasi bisogno di ribadirlo, governata dal Mas.

«Ci stanno boicottando».

Il Presidente Arce, da parte sua, ha più volte ribadito come gli evisti sono da considerarsi dei boicottatori del Mas e del Paese.
«Ci
sono senatori e deputati che difendono gli interessi del popolo
boliviano e si oppongono ai gruppi di opposizione centristi [Comunidad
ciudadana su tutti] e della parte evista.  Costoro non vogliono che
miglioriamo le condizioni per il popolo: non ci fanno lavorare e ci
boicottano»
, ha tuonato Arce due giorni fa alla cerimonia d’inizio dei lavori per la costruzione di un ospedale pubblico a Santa Cruz.
«Verrà il momento in cui [costoro] verranno a chiedere i voti», ha sentenziato Arce e riferendosi chiaramente ad Evo Morales e ai suoi,
«quando si arriverà a quella fase, saprete distinguere chi ha lavorato e
lavorerà per la Bolivia da chi vi chiede solo il voto e l’appoggio per i
propri candidati»
.

Con tutta evidenza, Morales si sta giocando il tutto per tutto, ed è certamente l’ombra di quel che era al momento della sua prima elezione a Presidente del Paese.

NOTE:
[1] I movimenti d Santa Cruz storicamente sono ostili al governo di La Paz, specie se espressione del Mas.
[2] Si tratta di una confederazione assembleare che rappresenta più di
sedici popolazioni indigene boliviane di lingua aymara e uru che abitano
i dipartimenti di La Paz, Oruro, Potosí, Cochabamba, Chuquisaca e
Tarija.

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Due congressi sono meglio di uno. Continua lo scontro interno al Mas tra Arce e Morales

Posted on 2024/03/17 by carmocippinelli

Foto di Snowscat su Unsplash

«Abbiamo provato a chiedere la convocazione al Presidente del partito, lo abbiamo supplicato, perfino. Non c’è stato verso». A parlare è Lucio Quispe, segretario esecutivo della Cstcb, la Confederazione Sindacale dei lavoratori contadini della Bolivia (Confederación sindical de trabajadores campesinos de Bolivia). Il presidente di cui parla il leader sindacale è Evo Morales e il partito è, chiaramente, il Mas, di cui Quispe è dirigente ma della parte fedele a Luis (Lucho) Arce e a David Choquehuanca, ovvero le due figure più importanti del paese (presidente e vice).
La parte arcista convocherà il decimo congresso mentre a ottobre gli evisti hanno convocato… il decimo congresso!

Cosa sta succedendo?

Ad ottobre dello scorso anno [2023], Evo Morales ha tentato il colpo di mano sul Mas, di cui è stato fondatore, più volte candidato e di cui ora ricopre la carica giuridicamente più importante: ha convocato la parte del partito a lui fedele in un congresso-farsa nel dipartimento di Cochabamba, nella cittadina di Lauca Ñ e da lì è cominciata a venir giù la metaforica e proverbiale slavina. La motivazione di tale gesto? Semplice: ricevere l’investitura per le prossime elezioni presidenziali del 2025.
La legge non glielo consentirebbe, ma il partito ha appoggiato la campagna “Evo2025“.
O meglio: la parte del Mas a lui vicina.
Prima del colpo di mano di Lauca Ñ, Morales ha pensato bene di accettare la rielezione a presidente della federazione di produttori di coca, la Seis federaciones del Tropico de Cochabamba. Forte del supporto ricevuto, Evo ha cominciato la sua battaglia fuori e dentro il Mas, spaccando partito e paese.

La convocazione degli arcistas
L’11 marzo le fazioni del Mas nonché di movimenti, sindacati, organizzazioni sociali e associazioni vicine a Lucho y David (Arce e Choquehuanca), hanno convocato «il X congresso ufficiale del Mas che si terrà dal 3 al 5 maggio nella città di El Alto».
Di per sé non sarebbe un evento straordinario, ma lo diventa nel momento in cui Morales, da presidente del partito, non ha concesso il placet per poter far svolgere l’assemblea alla parte amica-nemica, dello stesso partito ma ostile. Pare che la richiesta fosse stata inoltrata già a gennaio. Una parte talmente ostile che, spesso, gli eventi nazionali di confederazioni e organizzazioni (che di fatto sono una propaggine del Mas) finiscono a sediate, cazzotti e con interventi della forza pubblica per sedare le due parti in lotta (fisica). La “lotta libera” si è verificata anche alla Camera dei Deputati della Bolivia, provocando lo sdegno di gran parte della stampa boliviana, così come di tutta l’Americalatina.

Ma Evo non potrebbe candidarsi
C’è da dire che Tribunale supremo elettorale ha invalidato l’assemblea congressuale degli evisti a Lauca Ñ (ottobre 2023) ma ha dovuto comunque riconoscere la continuità giuridica del mandato di Morales alla guida del Mas: non essendo stato cambiato lo statuto, l’ex presidente è ancora rappresentante del partito.

Questo complica le cose. I deputati evisti alla Camera rispondono a braccia conserte e deridendo la convocazione arcista che si terrà a El Alto: «Il congresso non avrà la legalità né il riconoscimento da parte delle organizzazioni che fanno parte del Mas ma solo dalla “truppa” di Luis Arce», ha tuonato un deputato evista che (tanto per complicare le cose) si chiama Hector Arce. 
«Non vogliamo perdere lo strumento politico» – ha dichiarato Lucio Quispe  a «Los Tiempos» – «strumento che ci è costato lotta, sangue e lutti: Morales si sta  comportando in modo molto capriccioso e la convocazione del Congresso a El Alto è perfettamente legale».

Cosa dice la legge?
La normativa boliviana stabilisce che le organizzazioni politiche debbano rinnovare le loro cariche direttive entro il 7 maggio. Se dei cambiamenti dovessero intercorrere successivamente, il Tse potrebbe non ammettere quella forza politica alle elezioni. 

«Ci stanno boicottando»
Il Presidente Arce, da parte sua, ha più volte ribadito come gli evisti sono da considerarsi dei boicottatori. Per tutta risposta Morales ha convocato nuovamente i suoi a Cuatro Cañadas e ha espulso, con un documento ufficiale, Lucho y David.
«Ci sono senatori e deputati che difendono gli interessi del popolo boliviano e si oppongono ai gruppi di opposizione centristi [Comunidad ciudadana su tutti] e della parte evista.  Costoro non vogliono che miglioriamo le condizioni per il popolo: non ci fanno lavorare e ci boicottano», ha tuonato Arce alla cerimonia d’inizio dei lavori per la costruzione di un ospedale pubblico a Santa Cruz.
«Verrà il momento in cui verranno a chiedere i voti», ha sentenziato Arce e riferendosi chiaramente ad Evo Morales e ai suoi, «quando si arriverà a quella fase, saprete distinguere chi ha lavorato e lavorerà per la Bolivia con chi vi chiede solo il voto e l’appoggio per i propri candidati».

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Sedie, cazzotti e congressi farsa. Evo Morales si gioca il tutto per tutto.

Posted on 2024/03/07 by carmocippinelli

Volano cazzotti e sedie. Il raduno annuale del Conamaq (il consiglio
nazionale delle popolazioni indigene del Qullasuyo)1,
ovvero il Jach’a Tantachawi (letteralmente grande incontro), che si è tenuto il 2 marzo [2024] nella città di Oruro è finito in
mega rissa con lanci di sedie e violenza generalizzata tra i
presenti.
Un clima tutt’altro che cordiale, sebbene fosse
stato auspicato all’inizio della manifestazione dal vice presidente
boliviano David Choquehuanca. Luis Arce, il presidente, si trovava
fuori dalla Bolivia per incontri internazionali e quel che poi è
diventato un compito piuttosto gravoso è toccato al suo vice, nonché
compagno di partito. Nel discorso di apertura, Choquehuanca ha fatto riferimento alla preziosità dello stato plurinazionale, rappresentato dalle sedici popolazioni presenti al Tantachawi: «un valore inestimabile», diceva asupicandosi concordia di svolgimento dell’incontro che avrebbe dovuto rinnovare gli organismi direttivi.

Alla fine dell’assemblea, però, succede il fattaccio: il convegno doveva scegliere tra due candidati (Lucio Quispe e Ponciano Santos) entrambi rappresentanti del Mas-Ipsp (il partito di Arce, Morales e Choquehuanca). Quispe risulterà essere il più votato ma Santos si prenderà il merito dell’elezione del primo. Non ci sarebbe niente di strano se non che il primo (Quispe) è arcista, il secondo è evista. L’incontro finisce a sediate: (il video è tratto dal quotidiano boliviano «La Razon»):

Il confronto tra Luis Arce e Evo Morales si fa ancora più “muscolare”. Dal congresso di ottobre tenuto a Lauca Eñe le cose sono andate sempre peggiorando: le accuse di tradimento nei confronti di Arce e la dichiarazione di espulsione formale (sebbene entrambi siano parte del Mas-Ipsp) stanno portando la Bolivia al caos. 

Dalla “autoproroga” alla candidatura.
Già, ma come è iniziato tutto?
Tra la fine del 2023 e i primi giorni del 2024 in Bolivia si sono succedute proteste vibranti condotte dalla corrente evista del Mas per la questione dell’autoproroga dei giudici. A seguito del congresso-farsa di Lauca Eñe, in cui  Evo Morales è stato riconfermato presidente del partito (ma a cui era presente solo la parte a lui fedele) e da cui ha preso il via la campagna per la sua ricandidatura alle elezioni presidenziali del 2025, la burocrazia boliviana ha iniziato a muoversi in antitesi all’assemblea. La giustizia avrebbe dovuto rinnovarsi nei suoi direttivi al termine dello scorso anno ma da parte del Mas (la parte governativa, quella vicina a Luis Arce) c’è stata la richiesta di proroga del mandato dei giudici che compongono i vari organismi (tra cui il Tribunale supremo elettorale). Proroga del mandato si traduce in “strada molto più impervia da percorrere per Evo Morales” in vista delle prossime elezioni.
Il fortino di Cochabamba 3 è ben saldo e Evo è stato rieletto in tutte le realtà di cui era portavoce, come la federazione dei coltivatori di coca. Una platea piena di gente con le guance gonfie di foglie di coca da cui, di tanto in tanto, vengono succhiati i liquidi benefici.
La legittimazione ricevuta dai cocaleros ha aperto la crisi generale.

Bloqueo!
Dal 22 gennaio a metà febbraio i sostenitori di Morales (che guida la sua corrente dal fortino di Cochabamba) avevano paralizzato le principali strade e autostrade del paese attuando blocchi stradali, interrompendo commerci, trasporti pubblici e privati. Secondo Gary Rodriguez, portavoce dell’Ibce (l’Istituto boliviano per il commercio estero), in quei giorni «l’economia boliviana ha perso circa 75 milioni di dollari al giorno».

Un blocco stradale a Cochabamba | Fonte foto © La Opinion Bolivia

La situazione dei blocchi stradali è rientrata attorno al 20 di febbraio, sebbene in qualche remota località cochabambina c’è ancora chi resiste. La questione non era più la “autoproroga” dei giudici (Morales è stato riconosciuto dalla giustizia come presidente ufficiale del Mas ma non candidato) quanto, piuttosto, il partito (il Mas) e la campagna pre le presidenziali “Evo2025”.

La battaglia dei congressi (farsa)
Evo Morales sa bene che riprendere in mano il partito dopo i fatti del 2019 non è facile.
La strategia di lavorare ai fianchi del Mas pare stia funzionando, almeno per ora: le organizzazioni sindacali, contadine, operaie ma anche le associazioni culturali, nonché quelle elettive che rappresentano le varie etnie boliviane, si sono tutte spaccate sullo scontro Morales-Arce. Tutte le organizzazioni sociali e sindacali vicine, o dirette da dirigenti del Mas, sono divise letteralmente a metà tra i due ex Presidente e Ministro dell’economia: le frange eviste convocano congressi per controllare ed egemonizzare federazioni e associazioni. D’altra parte la fazione arcista, che fino ad ora è stata più o meno silente, sta iniziando a giocare al medesimo gioco di Evo, chiamando a radunarsi, attorno al Presidente, l’altra metà di sindacati e organizzazioni. 

Per comprendere meglio quello che si sta dicendo, è utile riprendere un sondaggio pubblicato il 21 dicembre [2023] dal quotidiano boliviano «El Diario» (vicino al governo): i risultati dell’indagine mostravano come le persone stessero percependo che l’opposizione al governo di Arce non stava giungendo dalle organizzazioni centriste o di destra ma dallo stesso Mas 2.
Luis Arce, soprannominato Lucho da quando era il braccio destro di Evo, ormai è chiamato traditore dagli evisti e ne è stata chiesta l’espulsione a più riprese. La trasmissione Evo es Pueblo su Radio Kawsachun Coca ha lanciato gli hashtag “#Luchotraidor e “Leali sempre, traditori mai” (#lealessiempretraidoresnunca): ogni giorno dai microfoni della sua radio, Morales dà dei colpevoli dell’attuale situazione a “Lucho y David”.

Il nuovo congresso
Quattro giorni fa la frazione evista del Mas ha convocato un nuovo raduno nazionale per confermare la Direzione eletta al congresso di Lauca Eñe e ratificare la candidatura di Morales alle presidenziali. Siccome non era possibile convocare un nuovo congresso a distanza di un mese, la convocazione avvenuta domenica 3 marzo [2024] a Cuatro Cañadas (dipartimento di Santa Cruz) ha preso il nome di Ampliado. Una sorta di “assemblea allargata” in cui tutti i partecipanti si sono stretti attorno a Morales. Non una voce dissonante: tutti concordi con l’affermazione che “Evo es pueblo” (di una parte, sicuramente) e con la condanna a “Lucho” che “es traidor e golpista”.

 
 
Tra i due sembra non valere il detto che recita: “il gioco è bello quando dura poco”. La convocazione incrociata di congressi è appena cominciata. La fazione vicina al presidente ha chiamato i suoi per un congresso del partito a El Alto ma, immediatamente, è arrivata la risposta degli evisti: Gerardo Garcia, vicepresidente del Mas-evista 4 ha dichiarato che «l’unica figura che può convocare i congressi del partito è Evo Morales» e che la convocazione di El Alto «està “trucha”». Cioè fasulla. Wilma Alanoca, consigliera della città di El Alto, ha rincarato la dose: «quello degli arcisti sarà un congresso pieno di amici della burocrazia statale». Città governata dal Mas, non c’è neanche bisogno di dirlo.
Lucho Arce non sembra avere tutti i mezzi a disposizione per fronteggiare la situazione di impasse,
dal momento che il Tribunale supremo elettorale, pur invalidando il
congresso di ottobre degli evisti, ha dovuto prendere atto della
riconferna di Morales a presidente del partito, nonché della formazione
della nuova direzione eletta a Lauca Eñe.
Anche perché Morales era presidente del partito anche prima di tutto il caos che è scoppiato a fine 2023. Una leggerezza che Arce sta pagando a caro prezzo.

Arce e Choquehuanca sono stati espulsi
C’è, poi, da riportare che al congresso di Cuatro Cañadas, gli evisti hanno ratificato un documento che non dà adito ad interpretazioni in cui è stato stabilità: la validità del decimo congresso di Lauca  Eñe tenuto il 3 e 4 ottobre [2023]; la candidatura di Evo Morales alle presidenziali del 2025; l’espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito dal momento che essi «non rappresentano in nessun modo la filosofia del Mas-Ipsp».

Parlamento boliviano: notte fonda.
Non è solo uno scontro personale tra due ex-amici, non è solo un partito paralizzato tra individualismi, non è neanche la questione dei blocchi stradali e dei congressi incrociati. La questione in ballo è altra, lo ha affermato anche la giornalista e scienziata della politica Lourdes Montero, in un articolo pubblicato da «La Razon». «Le scene imbarazzanti viste alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi [3 marzo] mettono in luce un Parlamento che, più che uno spazio per dibattere, si è trasformato in un ring di wrestling». Montero si riferisce a quanto successo in Parlamento nei primi giorni del mese in cui i banchi del governo sono stati occupati dalla frangia evista del Mas: si è arrivati alle mani e alle parole grosse tra arcisti ed evisti che si accusavano reciprocamente di essere traditori della patria e golpisti. Tutto si è risolto con l’intervento del personale d’aula (ma anche di unità della forza pubblica) ma lo spettacolo è stato indecoroso. Secondo Montero è la Bolivia a perdere, non il Mas, né Evo, né Arce. Il paese è di fronte ad una lotta individuale, interna ad un partito, che farebbe perdere tutti, anche chi non è del Mas. La posta in gioco è altissima: «c’è un intero esercito di leadership piatte e poco brillanti [nella politica boliviana]: un gruppo di girini che spuntano dalla pioggia e rischiano di trasformarsi in rospi in cerca di voti alle prossime elezioni».

Rospo o meno, Morales si sta giocando il tutto per tutto, ed è certamente l’ombra di quel che era al momento della sua prima elezione a Presidente del Paese.

Al
termine del congresso a Cuatro Cañadas cominciano i balli. Si
festeggia. Com’è usanza, si posano petali di fiori sulla testa di
Morales e dei dirigenti del Mas. Comincia la festa: voci gridano “li
abbiamo espulsi!”, “sono traditori”. Morales i
gnora volutamente – o sembra dimenticarsene a fini personali e politici della fase in atto – le condizioni degli strati popolari boliviani (specie nelle città), costretti a lavorare alla giornata o ad accettare salari sempre più bassi a fronte di un aumento di ore della giornata lavorativa. Per non parlare dei minatori: lasciati all’individualismo e al cercare lo stagno in solitaria, contando solo su loro stessi, senza una società statale che li tuteli nel cuore delle montagne. Aspettando, cercando e pregando di trovare la vena grande che sistemi tutto, anche se lo stagno è scambiato, ormai, per pochi dollari.
Ma per non sentire la fatica, la fame e la stanchezza si può continuare a masticare coca fino a dimenticarsi di dormire. Fino a morire. 

1Si
tratta di una confederazione assembleare che rappresenta più di
sedici popolazioni indigene boliviane di lingua aym
ara e uru che
abitano i dipartimenti di La Paz, Oruro, Potosí, Cochabamba,
Chuquisaca e Tarija.

2 «Il partito di governo è anche principale strumento dell’opposizione. La frangia evista è considerata dalla popolazione presa in esame dallo studio come elemento d’opposizione al governo, prima ancora delle altre organizzazioni politiche centriste, di destra e anti-Mas: «Più della metà della popolazionevede nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto più dei movimenti di Santa Cruz e delle opposizioni Comunidad ciudadana e Creemos».Santa Cruz è considerata, storicamente, la città capofila dell’opposizione a Evo Morales sin dalla sua prima presidenza.

3 Cochabamba è la città (nonché “capoluogo di regione”) in cui Morales si sente più al sicuro, essendo presidente della Seis federaciones del Tropico de Cochabamba: l’organizzazione che racchiude produttori e coltivatori di coca.

4 Vicepresidente de iure ma anche de facto, data la decisione del tribunale.

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Bolivia: Morales si ricandida alla presidenza e spacca il Mas mentre “retrocede in Serie B” (o forse no)

Posted on 2024/01/03 by carmocippinelli
Evo Morales si ricandiderà per le elezioni presidenziali in Bolivia: sarà la quinta campagna elettorale che affronterà a quattro anni dalle accuse di brogli (2019) che hanno causato (e continuano a provocare) divisioni profondissime tanto nell’opinione pubblica quanto nel paese a tutti i livelli.


«Evo2025»: il Mas si sdoppia e diventa maggioranza e opposizione
Il 3 ottobre [2023] il Mas-Ipsp1, partito politico al governo in Bolivia e di cui Morales è presidente, si è riunito per il decimo congresso nella cittadina di Lauca Eñe, nel dipartimento di Cochabamba, là dove l’ex presidente dello Stato Plurinazionale si sente più al sicuro e dove la sua influenza è maggiore. Tutto sembra essere cambiato da quando la nona assemblea congressuale, convocata nel marzo di quest’anno, aveva visto anche la partecipazione di Luis Arce (vice di Morales e ad oggi Presidente boliviano) e di David Choquehuanca (vicepresidente). Al congresso di Lauca Eñe, però, non c’è stata traccia delle due figure più importanti dello Stato nonché membri del partito.
L’assise congressuale ha ratificato nuovamente la leadership di Morales e ne ha proposto la ricandidatura alle presidenziali del 2025: sebbene a seguito di un teatrale tentativo di riluttanza, l’ex presidente ha subito accettato la proposta, formalizzando immantinente lo slogan «Evo2025». Una parte del Mas non ha riconosciuto l’assemblea di Lauca Eñe: è la tendenza arcista, cioè vicina al Presidente del Paese Luis Arce. La lotta intestina al Mas non è solo un fattore che andrebbe a determinare poteri interni ed equilibri del partito ma riflette la spaccatura dell’intero paese. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano boliviano «El Diario» il 21 dicembre [2023] ratifica la situazione di gran caos interna (ed esterna) al Mas: il partito di governo è anche principale strumento dell’opposizione. La frangia evista (vicina a Morales) è considerata dalla popolazione presa in esame dallo studio come elemento d’opposizione al governo, prima ancora delle altre organizzazioni politiche centriste, di destra e anti-Mas.

«Più della metà della popolazione – scrive «El Diario» – vede nell’ala evista l’opposizione principale alla presidenza di Arce, molto più dei movimenti di Santa Cruz2 e delle opposizioni Comunidad ciudadana e Creemos»3. Secondo lo studio «realizzato da Diagnosis, durante quest’anno [2023], l’idea che l’ala evista venisse considerata dalla popolazione come la principale opposizione ad Arce si è rafforzata nel corso del tempo consolidandosi a seguito del congresso di Lauca Eñe».

Un partito che è maggioranza e opposizione all’interno e fuori di sé. Ma la burocrazia boliviana non la pensa come l’ala evista: il 22 novembre il Tribunale supremo per gli affari elettorali (Tse) ha invalidato la procedura che ha portato la rielezione di Morales al congresso di Lauca Eñe. L’ex presidente ha risposto presentando ricorso, vincendolo. Il Tribunale ha incassato il colpo: pur invalidando formalmente la procedura d’elezione del congresso, in punta di diritto, non ha potuto non riconoscere Morales come leader e presidente del Mas. La partita con la giustizia è terminata uno a uno ma Evo non è stato scalfito e, anzi, ha utilizzato a suo favore l’episodio per la campagna elettorale.

«Una campagna sporca»
«Se il tribunale si è messo il cappio da solo non può essere un nostro problema – era stata la risposta alla decisione del Tse giunta dal Pacto de unidad4 – con chi si allea con la destra e con chi sta tradendo il Paese, non ci sarà nessun dialogo».
Non c’è né rimedio né soluzione a breve termine: il Mas è diviso e Morales sta interpretando il suo ruolo in opposizione a quello della presidenza Arce-Choquehuanca: «Mi hanno convinto a candidarmi», ha dichiarato l’ex presidente nel corso della sua rubrica alla radio del Tropico «Kawsachun Coca»5. «Mi hanno “costretto” perché la gente lo vuole ma anche perché la destra e il governo sono contro di me: sarà una dura battaglia per la democrazia e non ci fermeremo ora».


Anche i cocaleros stanno con Morales ma…
«L’assemblea ha ratificato l’appoggio alla candidatura presidenziale dell’unico candidato del Mas: Evo Morales», a parlare è Julio Salazar ai microfoni di «Red Uno»6, al termine della sedicesima assemblea della confederazione dei produttori di foglie di coca, la “Seis federaciones del Tropico de Cochabamba”.
Salazar, che nel corso del congresso dei cocaleros era presidente dei lavori dell’assemblea, mentre rilascia queste dichiarazioni ha dietro di sé un delegato: entrambi hanno le guance gonfie di foglie di coca e ne succhiano i liquidi di tanto in tanto. I cocaleros non riconosceranno più il governo di Luis Arce e del vicepresidente Choquehuanca. Secondo Salazar non c’è altro candidato alle elezioni del 2025 se non Evo Morales: chi non sosterrà la sua candidatura «si pone al di fuori del Mas». Il sostegno della “Seis federaciones” a Evo è totale tanto che il nuovo leader dell’organizzazione è proprio l’ex presidente, riconfermato nel ruolo di rappresentante politico al termine dell’assemblea. C’è chi parla di “tradimento nei confronti del progetto politico del Mas-Ipsp”, chi di “necessità di espulsione di Arce e Choquehuanca dal partito”, c’è chi sostiene che Presidente e Vice presidente si stiano alleando con la destra.

Il punto è che Morales potrebbe non essere candidabile. L’articolo 168 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia parla della durata quinquennale del mandato presidenziale e vicepresidenziale aggiungendo che entrambi «possono essere rieletti una sola volta su base continuativa»7. La formulazione della norma, sibillina quanto basta, può essere interpretata in maniera duplice: la tendenza evista sostiene che il loro candidato può essere serenamente rieletto, dal momento che si parla di «base continuativa»; gli arcistas sostengono che la candidatura di Evo sarà una forzatura alla Costituzione; le destre e i partiti centristi gridano già al golpe.

Morales “retrocede” (calcisticamente parlando)
Se Evo sta ora tentando di tornare nell’agone politico boliviano da protagonista, fino a settembre la sua ambizione era tutta calcistica.

Nella serie A boliviana milita il Palmaflor, club di cui Morales è presidente dal 2022. L’Atletico Palmaflor del Tropico (questo il nome esteso) è espressione diretta della “Seis federaciones” e Evo aveva colto la proverbiale palla al balzo per poter arrivare a contare nelle stanze della lega calcio. In agosto scoppia uno dei più estesi e capillari casi di calcio scommesse e corruzione sportiva legati alla massima serie boliviana e Morales ha iniziato ad accusare i suoi giocatori asserendo che ci fossero «alcuni che “giocano al ribasso”: ho delle informazioni e non tutti sono corretti»8, moralmente parlando. Le dichiarazioni giunsero a margine di una partita di Coppa persa, l’ennesima da parte del Palmaflor, contro il Blooming. A parte le “antiche” ruggini tra le squadre in questione, che hanno disputato una gara di calcio di tre tempi per la prima volta nella storia con 42 minuti e 11 secondi di recupero, Morales aveva – di fatto – scoperchiato il mitologico “Vaso di Pandora”.

Il 30 agosto il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa riunisce una conferenza stampa a Santa Cruz denunciando – ma senza fare nomi – una ramificazione piuttosto articolata di corruttela alla base del calcio boliviano. Stando al quotidiano del vicino Perù «La Repùblica» il presidente Costa avrebbe denunciato «tangenti e partite truccate» dietro cui si sarebbe nascosta «una rete di corruzione composta da dirigenti, ex dirigenti, calciatori e arbitri». In Europa «El Paìs» ha parlato apertamente di «terremoto nel calcio boliviano»9. Il giorno successivo Erwin Romero, presidente della Federazione sindacale dei calciatori professionisti boliviani (Fabol), si è lasciato andare in una dichiarazione che ha fatto molto discutere: «Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo: pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate»10. Possibili, ma ancora non certe.

Il campionato s’è interrotto – de iure e de facto – a metà agosto e solo l’intervento della Conmebol lo ha fatto ripartire ad inizio ottobre dando la possibilità di terminare il girone di clausura. Morales, indicando l’armadio degli scheletri ma senza fare nomi, sperava di riuscire a ottenere una posizione di riguardo nella querelle che si era avviata per il rinnovamento della federcalcio boliviana. Ne è uscito a mani vuote, anzi: uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto e Costa ha aggiunto – al termine del campionato – che sarà convocato un congresso straordinario della federazione per «varare un piano di ristrutturazione del calcio boliviano». Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura del professionismo: il Palmaflor, ad esempio, è retrocesso ma la Bolivia è l’unico paese latinoamericano a non prevedere una Serie B.
Chissà che Evo non presenti ricorso anche per continuare a rimanere in Serie A. 

NOTE:

1L’acronimo sta per: «Movimento per il socialismo – Strumento politico per la sovranità dei popoli» (Movimiento al socialismo – Instrumento politico por la soberania de los pueblos).

2Santa Cruz è considerata, storicamente, la città capofila dell’opposizione a Evo Morales sin dalla sua prima presidenza.

3Redacción, Ala “evista” es vista como principal opositora, por encima de cívicos cruceños, 21 dicembre 2023, «El Diario», <https://www.eldiario.net/portal/2023/12/21/ala-evista-es-vista-como-principal-opositora-por-encima-de-civicos-crucenos/>.

4Organizzazione confederata di realtà sindacali e sociali del Paese vicine al Mas e, in modo specifico, a Evo Morales.

5Redacción, Evo Morales confirma a su candidatura, 24 settembre 2023, «Rtve.es», <https://www.rtve.es/noticias/20230924/evo-morales-confirma-su-candidatura-a-elecciones-2025-bolivia-han-obligado/2456710.shtml>.

6Milen Graciela Saavedra Rodriguez, Seis Federaciones del Trópico ratifican a Evo como su presidente, 28 novembre 2023, «Red Uno», <https://www.reduno.com.bo/noticias/seis-federaciones-del-tropico-ratifican-a-evo-como-su-presidente-20231128173459>.

7Articolo 166 della Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia: <http://www.planificacion.gob.bo/uploads/marco-legal/nueva_constitucion_politica_del_estado.pdf>.

8https://www.lostiempos.com/deportes/futbol/20230815/evo-crisis-palmaflor-no-todos-futbolistas-son-buenos-algunos-negocian-abajo ma anche https://www.opinion.com.bo/articulo/deportes/palmaflor-evo-admite-fallas-dice-que-ano-era-aprender-proximo-van-ver-nuestro-club/20230815141030917346.html

9Ferdinando Molina, Terremoto en el futbol boliviano, 9 settembre 2023, «El Pais», <https://elpais.com/america/2023-09-09/terremoto-en-el-futbol-boliviano-por-denuncias-de-corrupcion.html>.

10Redaccion, Fabol habla de narcotrafico en nuestro futbol, <https://www.eldiario.net/portal/2023/09/15/fabol-habla-de-narcotrafico-en-nuestro-futbol/>.

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Dalla yunga a La Paz: lo Sporting Coroico sarà in Copa Bolivar il prossimo anno

Posted on 2023/12/15 by carmocippinelli

Coroico, comunità della yunga della municipalità di La Paz (ma in realtà sufficientemente distante per gli standard occidentali da non poter essere considerata troppo “limitrofa” al territorio paceño), disputerà le fasi preliminari della coppa nazionale Simon Bolivar a partire dalla prossima stagione calcistica: è la prima volta assoluta per una squadra della yunga.

Coroico de las yungas è salito agli onori delle cronache boliviane dopo aver disputato la finale della coppa dell’associazione calcistica locale di La Paz (letteralmente Torneo interprovinciale della Federcalcio di La Paz) vincendo per 4 a 3 contro la squadra di Pucaranni allo stadio «Hernando Siles».

Casa Willjtata a Quilo Quilo,
comunità agricola di Coroico
© Letizia Panseri

Più di tremila persone si sono date appuntamento il 18 novembre a Miraflores per seguire lo scontro finale tra Coroico e Pucarani che, stando a quanto riportato da «Urgente», periodico boliviano digitale, è stata «una final de infarto»: la squadra di Pucarani ha siglato il pareggio nei minuti fiinali della gara e solo durante il recupero i biancoverdi della yunga hanno avuto la meglio. 
 
Wilson Zabala, storico difensore della compagine yungueña a margine della vittoria ha rilasciato la seguente dichiarazione a «La Razòn»: «È stata una finale complicata: non bisogna mai sottovalutare i rivali. È stata dura ma ce l’abbiamo fatta!».
Lo Sporting Coroico, il cui presidente è Adrian Justino, giocatore della Strongest, avrà la  possibilità di disputare «la Copa Simon Bolivar, raggiungendo l’élite del calcio boliviano». La scommessa è quella di superare le fasi preliminari per giocarsi la permanenza nella coppa nazionale professionistica passo dopo passo.
«Questa squadra – ha spiegato Justino – è composta totalmente da giocatori della yunga: la stragrande maggioranza è di Coroico e abbiamo dimostrato che il potenziale c’è».
«Ci adopereremo per organizzare una squadra che riesca a competere nella Simon Bolivar», ha dichiarato Justino a «La Razon».

Una veduta della yunga di Quilo Quilo, territorio di Coroico
© Letizia Panseri
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Bolivia: allerta arancione per la febbre gialla a nord di La Paz

Posted on 2023/12/14 by carmocippinelli

Il Servizio sanitario dipartimentale (Sedes) di La Paz ha deciso l’attivazione dell’allerta arancione dopo aver registrato un aumento considerevole dei casi dovuti da febbre gialla (dengue). In Bolivia l’emergenza sanitaria da Covid-19 è terminata solo alla fine di luglio 2023 e l’attenzione delle autorità mediche sta tornando a farsi presente a causa della febbre gialla. 

Il comunicato del Sedes riporta come sia confermato un sostanziale aumento dei casi rispetto allo scorso anno: 1.511 confermati di cui 396 sono stati attenzionati dalle autorità come “allarmanti”. Al momento della diffusione del comunicato stampa (14 dicembre 2023) si registrano 5 persone morte.

Le zone più colpite sono quelle a nord della città: «l’allerta arancione – ha dichiarato Gabriela Mamani, responsabile del Sedes di La Paz – è stato attivato in modo che la situazione possa essere monitorata capillarmente, intensificando la sorveglianza della curva epidemiologica».

Caranavi, Tipuani e Palos Blancos sono le municipalità che hanno registrato più casi. C’è da dire che l’allarme non tocca la città in sé: spesso le zone rurali distantissime dalla capitale, che siano in piena yunga o nei villaggi a 5.200 metri di altitudine, rientrano nella sfera di amministrazione e giurisdizione pacena, come per Viloco e Cairoma. 

Le autorità sanitarie tengono a specificare che l’allerta non è frutto di allarmismo: «i dati che arrivano da Caranavi [e dalle zone citate] sono insoliti non tanto per l’aumento dei contagi nelle ultime settimane, ma perché la malattia è stata riscontrata in luoghi dove prima non si manifestava».

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Bolivia: il titolo va alla Strongest tra interruzioni, accuse e polemiche. Retrocede il Palmaflor di Evo Morales (ma la “Serie B” non esiste)

Posted on 2023/12/03 by carmocippinelli

Continuano le polemiche attorno al sistema di corruzione e combine nel calcio boliviano. 

 
La squadra paceña The Strongest conquista il sedicesimo titolo della sua storia con una settimana di anticipo. Los tigres possono fregiarsi di un’ulteriore vittoria – al momento matematica – mentre volge al termine una delle edizioni più controverse e difficili della Primera Division boliviana costellata da interruzioni di campionato, accuse di partite truccate, corruzione e – addirittura – collusione col mondo del narcotraffico [1]. Chi è costretto ad abbandonare la massima serie boliviana, invece, è il Palmaflor, dell’ex Presidente Evo Morales, nonché rappresentante il sindacato dei cocaleros. L’abbandona ma senza andare in seconda divisione perché, semplicemente, non esiste: la Bolivia è l’unico paese affiliato alla Conmebol a non prevedere una Serie B.
 
Il Presidente della Federcalcio boliviana Fernando Costa, fin dall’emersione del caso, ha costantemente rilasciato dichiarazioni alla stampa senza fare nomi ma parlando di una rete di corruzione piuttosto estesa. Costa – come recita il quotidiano boliviano «El Diario» – ha «smesso di fare speculazioni». Nella conferenza stampa, tenutasi a Cochabamba il 30 novembre, il presidente della Fbf ha dichiarato la Strongest: «campioni giusti e meritevoli» e anche: «non so perché siano stati messi in discussione: i risultati sono chiari a tutti e, dati i punti ottenuti, la Strongest è matematicamente irraggiungibile».
 
Niente più speculazioni: la Strongest è stata la più forte del campionato, letteralmente parlando.
Tuttavia, specie in queste situazioni, il ma c’è sempre. «Nelle ultime ore – ha proseguito Costa – le reti sociali, e non, si sono riempite di messaggi e di commenti, nonché d’ipotesi, secondo cui, a causa dell’inchiesta relativa alle partite truccate, alcuni club avrebbero perso punti guadagnati nelle partite contro il Vaca Diez». 
 
Ancora una volta Costa non fa nomi ma riporta i commenti che sono giunti al suo apparato uditivo riguardo le gare disputate contro il Vaca Diez, al momento uno dei club più a rischio. In settembre «Marca» diffuse gli argomenti di alcune intercettazioni telefoniche e tra i nomi più invischiati parrebbe esserci stato proprio il presidente del Vaca Diez in cui, stando al quotidiano ispanofono: «in una conversazione telefonica, presumibilmente il presidente Marco Rodriguez, parla con un arbitro per fissare il numero di gol da segnare in una partita». 
 
Uno dei più grandi scandali calcistici dell’ultimo ventennio è ancora ben lontano dall’essere risolto, anzi: Costa ha confermato che il 5 dicembre si riuniranno a Santa Cruz gli organismi della giustizia sportiva al fine di valutare ufficialmente i tornei del 2023 (campionato e coppa). Non solo: Costa ha aggiunto che sarà convocato a breve un congresso straordinario della federazione. 
«Nei prossimi giorni – ha concluso – presenteremo un piano di ristrutturazione del calcio boliviano». 
 
Chissà che non si metta finalmente mano alla struttura professionistica e alla questione legata alla seconda serie. Il Palmaflor, come prima accennato, abbandonerà la Primera Division ma in Bolivia non esiste una serie B: la massima serie (che per ragioni di sponsorizzazione da un decennio è la Liga Tigo) non prevede la retrocessione [2] e il solo gradino “inferiore” è la coppa Simon Bolivar, organizzata dalla Anf (Asociación Nacional de Fútbol) e articolata in sette gironi da tre squadre ciascuno comprendenti società semiprofessionistiche e di base.
 
Ma ancora una volta, in pieno stile Costa, non è stato né annunciato nulla, né lasciata trapelare alcuna informazione. 
 
NOTE

[1] Le accuse giunsero dal presidente della Fabol (associazione dei calciatori) Erwin Romero: 

«Un paio di anni fa pensavamo di aver toccato il fondo […] pensavamo di non poter andare peggio e invece nulla è impossibile e ora siamo molto peggio di prima. È di dominio pubblico che il narcotraffico ha trafitto il nostro calcio e la stessa federazione ha denunciato l’esistenza di possibili reti di scommesse illegali e partite truccate».

[2] Esiste la “discesa diretta” e “indiretta” per cui vengono sommati i punti totali realizzati nel girone di apertura e clausura 

 
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I bergamaschi in Bolivia. Una chiesa con il popolo [«L’Eco di Bergamo» del 31/10/23]

Posted on 2023/10/31 by carmocippinelli

La seguente intervista è stata pubblicata sull’edizione cartacea de «L’Eco di Bergamo» del 31/10/2023. Felice e onorato di essere stato inserito nella pagina prima del Concilio, ho realizzato quest’intervista a Riccardo (pardon, Don Riccardo) quando io e Maria eravamo da lui in Bolivia.

Da Telgate a La Paz. Un viaggio, quello di Riccardo Giavarini (da poco don), che dura da 47 anni: «Sono qui da così tanto tempo che ormai mi sono innervato nella cultura di qui: non riuscirei a pensare di tornare in Italia”. Questo è quello che si sente di dire quando qualcuno gli chiede se si senta ancora un missionario (nel senso stretto del termine).

Eppure il legame che c’è tra Bergamo (e la sua provincia), La Paz, El Alto e altre località boliviane (Cochabamba, Santa Cruz e via dicendo) è più che evidente: basta andare alla parrocchia di Munaypata. Lì si viene accolti da un altro sacerdote bergamasco (Don Giovanni) e gli occhi occidentali arrivati in terra sudamericana non possono fare a meno di notare il grande murale che campeggia all’ingresso dell’edificio: “60 anni. Chiesa di Bergamo – Iglesia de Munaypata”. Un legame talmente solido che nel 2022 ha compiuto, per l’appunto, il ragguardevole traguardo di sei decenni di cooperazione e collaborazione.

 

«Prima di essere sacerdote sono stato quaranta anni insieme a mia moglie, Berta, morta di Covid due anni e mezzo fa» – ha raccontato Giavarini – «mi sento molto accompagnato da lei, anzi, non posso fare, organizzare e pensare progetti senza pensarla: sento forte la sua presenza e la relazione strettissima con lei». 

La vita di Don Riccardo, basti notare il predicato anteposto, è cambiata dal giorno in cui ha deciso di riprendere in mano la vecchia idea del sacerdozio: «Ora ho una parrocchia alla periferia di El Alto, mi sto integrando al clero locale e nel frattempo mantengo gli impegni che già prima caratterizzavano l’agire quotidiano: il carcere minorile “Qalauma”, dunque il tema della giustizia riparativa (insieme all’impegno analogo di Mario Mazzoleni a Santa Cruz); gli impegni legati alla Fundacion “Munacim Kullakita” [di cui ricopre la carica di direttore generale]; l’azione riguardante l’immigrazione di transito in Bolivia (di chi viene dal Venezuela, dalla Colombia, da Haiti per poter raggiungere il Cile o l’Argentina). Così come l’Italia.»

 

L’unione che c’è tra Bergamo e La Paz è piuttosto sui generis e ha inizio nel 1962. Tu che ci vivi da quarantasette anni, potresti spiegarci com’è avvenuto questo sodalizio?

«Succede che durante i lavori del Concilio Vaticano II dei vescovi boliviani si sono recati da Papa Giovanni XXIII e gli hanno rivolto una richiesta esplicita di aiuto a causa dello scarso numero di preti presenti nel paese. Il Papa accoglie questa istanza e coinvolge immediatamente il vescovo di Bergamo, gli gira la richiesta dei vescovi boliviani e da lì è cominciato tutto. Tra i due pionieri bergamaschi c’era Don Berto Nicoli e da allora sono giunti qui più di trecento persone dalla bergamasca tra preti, suore e laici». 

Quali sono stati gli interventi maggiori nella società boliviana in questi decenni?


«Si sono costruiti ospedali, scuole, parrocchie, centri d’accoglienza e centri per l’infanzia per bambini orfani con problemi familiari. Quest’ultima realtà, la “Ciudad del nino” prima era attiva a La Paz e ora s’è spostata nel sud-est del paese, a Cochabamba».

Spesso le missioni – o i progetti conseguenti – vanno sfaldandosi se non c’è ricambio generazionale, in questo caso l’intervento bergamasco è andato sviluppandosi sempre più, come in un costante crescendo, o sbaglio?


«È proprio così: c’è stata fin da subito una sorta di alleanza tra Bergamo e il clero di qui. Le città coinvolte non sono state solamente El Alto e La Paz ma anche Cochabamba e Santa Cruz. Molti preti si sono recati anche in zone rurali e montane fronteggiando molteplici difficoltà ma, da bravi bergamaschi, hanno affrontato le asperità con coraggio e cuore».



Un sodalizio così forte che ha fatto nascere il ‘Gruppo Bergamo’ fin dai primi giorni di presenza nella capitale boliviana, quest’anno sono “sessantuno candeline”.


«Ogni anno, a Pasqua e dopo il 2 novembre, ci incontriamo per un momento di ritiro, di studio della realtà nazionale e non solo. Stiamo parlando di un gruppo di residenti in Bolivia (attualmente circa 40) la cui porzione più folta tempo addietro era quella dei sacerdoti, ora la percentuale di laici è maggiore. Alcuni preti del gruppo sono stati anche eletti vescovi: Angelo Gelmi, Eugenio Scarpellini, Sergio Gualberti (arcivescovo di Santa Cruz), Eugenio Coter e sicuramente ne dimentico molti altri, ma il punto è che queste figure che ho citato hanno contribuito enormemente al rafforzamento dei rapporti tra la diocesi di Bergamo e la chiesa locale. L’altr’anno in occasione dei sessanta anni della presenza bergamasca a La Paz è venuto anche il vescovo Beschi proprio per celebrare questo anniversario».

E tu come ci sei finito qui?


«Sono arrivato qui da laico in alternativa al servizio militare ma comunque legato al “Gruppo Bergamo”, che già esisteva da qualche anno: era il 1976».



Come si è svolta la tua attività in quest’altra parte di mondo?


«Dapprima sono stato a La Paz, poi a Cochabamba, sempre con l’idea di continuare gli studi di teologia, dato che in Italia avevo conseguito la maturità classica in seminario. Dopodiché nella pastorale giovanile ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie: Berta. Da quel momento è cambiato l’orientamento vocazionale».

Certo è che negli anni ’70 e ’80 in Bolivia la situazione socio-politica non era molto stabile…

«Era il periodo delle dittature. C’era molta instabilità sociale, politica ed economica e durante l’ultimo colpo di stato sono riuscito a fuggire alla vigilia del golpe e non sono più potuto rientrare in Bolivia – insieme ad altri – per un periodo di tempo: ero schedato ed eravamo minacciati. Facevamo resistenza al regime dei militari: accoglievamo dirigenti dissidenti e li nascondevamo; facevamo formazione politica ai ragazzi; resistevamo partecipando anche ai movimenti sociali. Personalmente ho anche partecipato a uno sciopero della fame condotto dalle dirigenti minatrici che protestavano contro il generale Banzer Suarez (il cui golpe fu nel 1971) e in poco tempo questo movimento si è esteso in tutto il Paese».


Tu dove ti trovavi in quel periodo?


«Ero a Cochabamba ma subito mi sono attivato per prendere parte a questo movimento sociale molto vasto e diffuso in tutto il paese. E con lo sciopero della fame chiedevamo elezioni libere, il rientro di minatori esiliati, lo ‘stop’ alla repressione per i movimenti sociali, la libertà di associazione e via dicendo».

Il “Gruppo Bergamo” ha preso parte alla vita sociale e politica boliviana a tutti i livelli, non solamente nell’ambito religioso, dunque?


«Assolutamente. C’erano anche preti piuttosto impegnati politicamente in quanto formavano quadri dirigenti dell’Ipsp (‘Instrumento politico por la soberania de los pueblos’) cioè il movimento che ha dato vita al Mas (‘Movimiento al socialismo’), attuale partito di governo. Si impegnavano a proteggere le persone più esposte come alcuni dirigenti sindacali e li nascondevano nelle parrocchie o li facevano scappare in Perù. In quel periodo, poi, andavamo nelle carceri di massima sicurezza a incontrare e parlare con i prigionieri politici e le loro famiglie. Avevamo sviluppato un vero e proprio movimento di resistenza: il Monsignor Manrique (allora arcivescovo di La Paz) si era posto addirittura davanti ai carri armati dei militari per frenare con il suo corpo la violenza e la prepotenza dei militari».

Una chiesa che prende parte, una chiesa totalmente differente dal ruolo che spesso ha interpretato in America Latina nei confronti delle dittature cilene, ad esempio.


«Era una chiesa molto più coraggiosa, oserei dire. Una chiesa che ha pagato di persona, basti ricordare il martirio di Luiz Espinal, così come Alfonso Romero in altri contesti. Ma Espinal, gesuita e giornalista, aveva fondato un giornale che si chiamava ‘Aquì’ in cui denunciava forme di violenza, torture, casi di desaparecidos, chiusura dei mezzi di comunicazione e via dicendo. Durante l’ultimo colpo di stato, ad opera di Garcia Mesa, è stato torturato e brutalmente ucciso. Come lui, altre figure sono state capitali nella resistenza ai militari: i minatori, ad esempio, sono stati la colonna portante delle proteste e hanno rappresentato la punta più avanzata della coscienza civile e di classe sociale contro i vari golpe. Molti sono stati cacciati dalla Bolivia e non hanno più potuto far ritorno nel proprio paese. C’è poi da considerare che l’ex presidente Evo Morales si è formato anche grazie ad occasioni e momenti di formazione promossi dalla chiesa cattolica. Allo stesso modo molti dirigenti del Mas erano catechisti: alcuni hanno fatto bene, altri non troppo, ma “l’uomo è sempre l’uomo”».

Cos’ha lasciato (e cosa sta continuando a costruire) la presenza bergamasca in Bolivia?

«Penso che abbiamo lasciato (e continuiamo a farlo) un’impronta molto importante qui non tanto per le costruzioni o gli edifici eretti, quanto piuttosto riguardo la qualità dell’intervento effettuato. La gente di Bergamo è riuscita ad “inculturarsi” molto nella realtà locale: le parrocchie che venivano gestite da preti bergamaschi non erano solo luoghi di culto in cui si diceva messa e si professava una fede chiusa: erano luoghi aperti. Siamo intervenuti – e interveniamo – nell’ambito sanitario, scolastico e penitenziario, così come la formazione politica delle persone e riguardo l’emancipazione femminile».

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