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Categoria: Blog

Ripetere l’ovvio, soprattutto dopo il 25 settembre, è un atto rivoluzionario

Posted on 2022/09/26 by carmocippinelli
In Italia il Presidente del consiglio dei ministri non è eletto direttamente dagli elettori: non si tratta di un’elezione diretta, dunque, ma “indiretta” in quanto i rappresentanti eletti e designati come ministri si riuniscono ed eleggono il o la presidente. 
Tuttavia la becera e ignorante stampa lo chiama “premier” già da un decennio, assimilando due figure completamente diverse. Così facendo, nell’immaginario collettivo c’è gente che pensa come già oggi Giorgia Meloni possa andare da Mattarella forte del suo mandato elettorale e  chiederà l’incarico di formare il Governo. Non è così. (*)
Tempo fa la stessa cosa accadde a Luigi di Maio, precisamente alla scorsa tornata elettorale: in un post sul “Blog delle stelle”, intitolato “La volontà popolare sopra ogni cosa” (Kant, ora pro nobis), sosteneva:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14% Tajani Premier, il 4% Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinché venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano».

Ora, in tempi di crisi e di informazione drogata, è bene riprendere ogni concetto e ripeterlo fino allo sfinimento: il “Premier”, in Italia, non esiste. I Governi, tecnicamente, non sono votati da nessuno, come al contrario ha affermato Di Maio quando era sulla cresta dell’onda e ora si ritrova impantanato in percentuali risibili grazie al suo opportunismo trasformistico, secondo solo al De Pretis che fu; così come affermato dalla Meloni a più riprese nel corso di enne campagne elettorali; così come affermato da Salvini e via dicendo.
Nella Costituzione italiana il termine premier non sta scritto da nessuna parte, né tantomeno è mai stato normato che il candidato del primo partito debba obbligatoriamente essere designato dal Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier): Craxi è stato per anni Presidente del Consiglio con il Partito socialista italiano ben lontano dal 15%.
Dunque, non sarà Meloni ad essere la  prossima, nonché prima donna, Presidente del consiglio dei ministri? Forse sì, ma potrebbe anche non esserlo e non sarebbe scandaloso né eversivo, come si dirà tra neanche 48 ore. Però possiamo già “giocare” con dei nomi e considerare che, forse, ci potrà essere una donna Presidente ma potrebbe essere l’uscente Presidente del Senato (Alberti Casellati) o, al contrario, il vice presidente del Parlamento Europeo (Tajani): figure rassicuranti per l’apparato, da pochi scossoni per “i mercati”. Figure da “pilota automatico”. 
Qualcuno urlerà al golpe, si chiamerà l’impeachment (come se servisse a qualcosa nell’ordinamento politico istituzionale italiano) e via dicendo. Ma, ancora una volta, si farà l’interesse del capitalismo europeo, di cui pure la Meloni e Fratelli d’Italia ne sono i migliori agenti assicuratori. 
(*) A tal proposito, vale la pena ricordare quel collega giornalista (di quando speravo di poter ancora fare quel mestiere) che in redazione se ne uscì dicendo: «Premier è molto più funzionale come nome, Presidente del consiglio dei ministri ha troppi caratteri e mi costringerebbe a modificare la lunghezza dell’articolo».
Un manuale di edonismo applicato e di ignoranza militante.
Ora è impiegato in un grande giornale nazionale. C’est la vie. 
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Berlino, l’Union abbatte l’ultimo muro

Posted on 2022/09/24 by carmocippinelli

Ieri C’eravamo tanto armati è finito sulla pagina culturale del quotidiano Avvenire, grazie ad un bell’articolo di Antonio Giuliano dedicato all’Union Berlin. Qui di seguito è riportato l’articolo in versione completa, disponibile anche sul sito del quotidiano.

Per la prima volta in testa al massimo campionato tedesco c’è la squadra che al tempo della Ddr sfidava il regime: perdenti e vessati ma sempre fieri

C’è una squadra sola al comando in Bundesliga e non è il Bayern Monaco. In un campionato in cui i bavaresi hanno messo in bacheca gli ultimi dieci titoli e vincono ininterrottamente dal 2012 è già una grande novità. Ma non è tutto, perché in vetta alla Serie A tedesca c’è per la prima volta una squadra entrata nella Storia con la “s” maiuscola pur non avendo mai vinto nulla se non una Coppa di Germania nel 1968. Parliamo dell’Union Berlino, il club che nei duri anni della Repubblica democratica tedesca (Ddr) osò manifestare apertamente il dissenso contro la Stasi, la polizia segreta del regime comunista. La storia dei biancorossi di Berlino Est affonda le radici nel 1906, anno di fondazione del Fussballclub Olympia 06 Oberschönweide (dalle divise bianco-blu). 
Ma l’epopea comincia all’indomani della Seconda guerra mondiale quando la capitale tedesca venne divisa in due dal Muro e anche il club subì una scissione importante. Gran parte della rosa fuggì nella parte Ovest, per dar vita all’Union 06 Berlin, il resto rimase nel sodalizio che dopo varie denominazioni nel 1966 assumerà il nome attuale. Sono gli anni da incubo della Ddr, quelli in cui la propaganda del regime si serviva anche dello sport. Vincere a ogni costo e con qualsiasi mezzo per dimostrare la superiorità del modello socialista spingerà la Germania Est al doping di Stato scoperchiato solo alla fine della Guerra Fredda. Laboratori segreti e tante vite distrutte fruttarono più di 500 medaglie olimpiche con atletica leggera e nuoto tra le discipline più “pompate”. 
Il calcio non fu immune e non poteva essere altrimenti. 
Arbitraggi pilotati, spie e giocatori ricattati facevano parte di quel sistema asfissiante descritto mirabilmente nel film del 2006 Le vite degli altri. Uno scenario surreale che riemerge con molti particolari anche nel recente C’eravamo tanto a(r)mati. Storie di calcio della Germania Est (Rogas, pagine 134, euro 12,70) di Fabio Belli e Marco Piccinelli, già autori per la stessa casa editrice dell’evocativo Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista. Le sorti dell’Union si intrecciano con la spietata repressione del dissenso dal momento che la Stasi aveva deciso che a Berlino Est non ci potesse essere altra squadra all’infuori della Dinamo. 
Era questo il club prescelto da Erich Mielke, il direttore dell’apparato che controllava in maniera capillare la vita di tutti i cittadini. La Dinamo Berlino vinse dieci titoli di fila in Oberliga (la lega calcistica della Ddr) dal 1979 al 1988: la Stasi si incaricava di indirizzare gli arbitraggi, intimidire gli avversari e accaparrarsi i migliori talenti invitandoli “caldamente” a vestire la casacca bordeaux della Dinamo. Pur subendo torti e ingiustizie l’Union continuò a resistere, diventando la squadra della dissidenza. Lo stadio si trasformò in una zona franca per sfogare la propria ribellione al regime. 
La pagina di «Avvenire»
di ieri 23/09/2022

Dagli spalti piovevano cori espliciti: «Preferisco essere un perdente, che un maiale della Stasi!» o «Il Muro deve andarsene». 

Tifare Union significava mettere a repentaglio la propria vita perché come ha spiegato qualche anno fa la rivista berlinese Eulenspiegel: «Non ogni tifoso dell’Union era nemico dello Stato, ma ogni nemico dello Stato era tifoso dell’Union». Condannati a un destino calcistico marginale ma sempre fieri a tal punto da meritarsi il soprannome di Eisernen “gli uomini di ferro”, richiamo anche alle origini popolari della squadra che all’inizio schierava per lo più figli di operai. Dal suo ufficio Mielke monitorava il dissenso che partiva dalla Curva dell’Union e continuava a spianare la strada alla Dinamo.
Nel 1986 un agente della Stasi nei panni di arbitro assegnò quello che passerà tristemente alla storia come “il rigore della vergogna”: il penalty che al 94’ permise alla Dinamo di battere la squadra di casa della Lokomotive Lipsia e strappare l’ennesimo titolo con l’inganno.
I giocatori della Dinamo godevano di un trattamento privilegiato: percepivano uno stipendio cinque volte superiore rispetto alla media di un giocatore tedesco orientale e potevano risiedere in case considerate di lusso. Ma la Stasi non si fidava neppure dei suoi stessi tifosi: lo stadio della Dinamo aveva una capienza limitata e poiché si trovava molto vicino al Muro c’era un presidio fisso di militari a vigilare sulle diserzioni. 
 Nel 1979 la stella Lutz Eigendorf, il “Beckenbauer del-l’Est”, riuscì a scappare a Ovest ma pagò a caro prezzo la sua fuga quattro anni più tardi: perse la vita in un incidente stradale che poi si scoprì indotto dalla Stasi. Alla caduta del Muro cambiò tutto. Ciò che è rimasto immutato è l’attaccamento viscerale dei supporters dell’Union. Un legame letteralmente di “sangue” visto che una volta per salvare la società dal fallimento hanno lanciato l’iniziativa «Blut für Union», “sangue per l’Union”: i tifosi sono andati a versare il sangue a pagamento negli ospedali cittadini, destinando il ricavato alle casse della squadra. Nessuno rimase con le mani in mani nemmeno quando nel 2008 lo storico stadio “An der Alten Försterei” aveva un disperato bisogno di essere ristrutturato e la società non aveva fondi. Molti si tassarono, quelli che invece avevano esperienza nel campo edile si offrirono di lavorare gratis. Accorsero in più di 2 mila e misero insieme 140 mila ore di lavoro decisive per completare l’opera e permettere al club di risparmiare almeno 2 milioni di euro.
Oggi parliamo di uno dei primi stadi europei che è parzialmente di proprietà dei tifosi. 
A riprova dello spirito comunitario che anima l’Union anche l’incredibile iniziativa del 2014 in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile. I tifosi organizzarono la «Wm-Wohnzimmer» (“il salotto dei mondiali”). Chi voleva poteva portarsi un divano da casa e vedersi la partita su un maxischermo insieme con gli altri. Per la finale i divanetti sparsi nel campo di gioco erano più di 800. E momenti di festa si ripetono spesso durante l’anno e a ogni Natale. Sono queste le gioie maggiori di un club che ha vissuto tante retrocessioni potendo vantare solo la Coppa del 1968. Pochi i momenti di gloria: come nel 2000 il miracolo della qualificazione alla Coppa Uefa quando ancora militava in Serie C. Adesso i rivali sono quelli dell’Hertha, la storica squadra di Berlino Ovest. Il derby con la Dinamo della Stasi non c’è più. Ma il passato non si dimentica. E così dopo anni di buio, spie e cimici nascoste persino nei borsoni dei giocatori, si godono un primato tanto bello quanto inatteso alla luce del sole. Ieri fischiavano la Stasi. Oggi senza correre rischi possono continuare a cantare in curva l’insopprimibile bisogno di libertà che il regime voleva estirpare.
Antonio Giuliano (pubblicato da «Avvenire» del 23/09/2022)
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Matteo Renzi, ovvero: la versione più aggressiva del bonapartismo

Posted on 2022/09/12 by carmocippinelli

Tutte le politiche, le scelte messe in atto da Renzi sono  state strutturate dal carattere antioperaio e reazionario delle stesse. Il proponimento è sempre stato il medesimo. Renzi non aveva alcun principio politico, tanto che in un’intervista rilasciata al Foglio, quando si definiva rottamatore del Pd assieme a Civati, si dichiarò «liberista di sinistra», andando così a spaziare dal “mastellismo”, alla socialdemocrazia europea sino a giungere al liberalismo.  Questo almeno rimanendo nell’ambito del formale, in realtà – ovvero nella sostanza delle cose – ha sempre rappresentato il bonapartismo fatto e finito con ben poco rispetto per il dissenso e prono alle politiche di Confindustria.
La politica di Renzi, quando era Presidente del consiglio, ha rappresentato un approdo per quello che non è riuscito a Berlusconi, Bossi e Fini per oltre un decennio, ovvero: la libertà di licenziare da parte dei padroni (questo è, nei fatti, il “Jobs Act”). 

Il renzismo parla(va) “d’innovazione”, di “nuovi tempi” come se Renzi stesso avesse compreso e conoscesse le dinamiche storiche del mondo del lavoro, dello sfruttamento capitalistico ma la verità è esattamente capovolta, Renzi è molto ancorato, più di quanto voglia far apparire, al passato e alle logiche di potere. 

È bene portare alla mente quando Renzi, durante il dibattito referendario cui seguì la promessa di abbandono della scena politica in caso di sconfitta (proponimento poi disatteso), diceva pervicacemente: «Con noi c’è una maggioranza silenziosa», un richiamo al potere reazionario e democristiano non a caso. La Riforma Renzi-Boschi, profondamente lesiva per gli spazi democratici, nei fatti era solo la declinazione più becera del progetto bonapartista: quello dell’uomo solo al comando. 

La legge elettorale “Italicum” d’altronde aveva delle preoccupanti similitudini con la legge Acerbo fatta approvare da Mussolini nel 1923. Una legge che elargiva a chi raggiungesse il 25% dei voti validi i due terzi dei seggi alla Camera dei Deputati (il Senato era di nomina regia). 

Con l’aiuto di questa legge, Mussolini prese il controllo della Camera: legge che fece accelerare la formazione dello Stato totalitario.
Ora, alla luce del fatto che le elezioni del 25 settembre 2022 (convocate in neanche due mesi e che vanno a configurarsi all’interno di un quadro del tutto privo di libertà democratica e di partecipazione reale e concreta da parte dei soggetti che vorrebbero concorrere e dare un contributo non già alla Rivoluzione ma allo stato borghese) rappresentano la prima tornata con il numero ridotto di parlamentari a seguito della vittoria referendaria sul “taglio dei costi della politica“, andrebbe ricordato che Renzi sventolò il medesimo scalpo.
Per indorare la pillola circa il referendum da lui proposto e da egli stesso personalizzato a tal punto da vedere in quel momento di consultazione elettorale uno spartiacque della propria vita politica, nei confronti del mondo del lavoro sventolò la riduzione dei costi della politica, a favore di una totale controriforma, come avrebbero fatto in seguito i grillini. In un colpo solo ci sarebbe stata: l’abolizione del Senato e del Cnel, dunque la collettività avrebbe risparmiato gli stipendi dei senatori e altri “annessi e connessi” relativi al Cnel. 

È vero che ci sarebbe stato un risparmio a seguito del taglio di 200 senatori, ma si sarebbe trattato di pochi spiccioli (50 milioni l’anno e non 500 come sbandierato da renziani). Così come è valso per il referendum promosso dal Movimento 5 Stelle qualche anno dopo: se si avesse davvero voluto tagliare “i costi della politica”, si sarebbe dovuto andare a colpire il salario dei parlamentari.
In sintesi: non un taglio del numero ma una sforbiciata ai loro stipendi ed emolumenti: retribuzione massima di 2000 euro per tutti gli eletti  e non ridurre gli spazi democratici di rappresentanza, così come andrà a comporsi il parlamento del 26 settembre 2022. 

Insomma la politica di Renzi era ed è anche la linfa funzionale dell’aggressione sociale ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici, alla dissoluzione progressiva dei loro diritti, delle conquiste e delle rappresentanze a vantaggio dei profitti dei pochi e delle restrizioni UE.
Senza contare il balbettio istituzionale sul DDL Zan che vide Renzi pronto a mediare con la destra (cioè gli amici di Orban) e al dileguarsi al momento del voto: la tipica mossa renziana degli ultimi anni che nasconde la mano che ha lanciato il sasso, proverbialmente parlando. 

Il mondo del lavoro non ha nulla a che fare con questa politica atta a comprimere tutti i suoi interessi economici e sociali.
La strada della sinistra è altra: dobbiamo avere come perno, come rivendicazione centrale, la cancellazione delle leggi antioperaie realizzate in questo trentennio a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola (cosiddetta). Una strada (e una rivendicazione) che ponga come base del conflitto sociale le ragioni di classe del lavoro, contro ogni subordinazione alla borghesia; che rivendichi il diritto alla piena rappresentanza proporzionale di queste ragioni, contro ogni mercimonio alla governabilità del sistema.

È la prospettiva, dei consigli, della democrazia socialista.

Eugenio Gemmo

Marco Piccinelli

Articolo pubblicato sul blog: Trotskysmo – Quarta internazionale: https://www.quartainternazionale.it/2022/09/12/matteo-renzi-ovvero-la-versione-piu-aggressiva-del-bonapartismo/

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Un calcio (popolare) alla FIFA: boicottare i mondiali in Qatar!

Posted on 2022/09/08 by carmocippinelli

 I mondiali di calcio in Qatar sono l’apoteosi di ciò che il calcio non dovrebbe mai essere: un enorme business costruito con il sangue e lo sfruttamento degli ultimi e un palcoscenico di intrattenimento per pochi spettatori milionari.

Nonostante le politiche di facciata promosse dalla FIFA negli ultimi anni per combattere disuguaglianze di genere, lavorative e razzismo negli stadi, la scelta di svolgere i mondiali in Qatar svela il vero volto del calcio business. I diritti umani e civili vengono messi in secondo piano, dando carta bianca ad un paese che:
– ha più volte violato i diritti fondamentali delle persone della comunità LGBTQ+ e dei migranti, tant’è che la stragrande maggioranza tra alberghi e b&b ha dichiarato di non accettare ospiti omosessuali;
– ha escluso le donne dalla quasi totalità degli sport e degli eventi sportivi, osteggiandone o impedendone la partecipazione;
– non ha delineato regolamentazioni per orari di lavoro e salari, soprattutto nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori migranti;
– ha dimostrato di non essere un paese attrezzato per un evento di tale portata, iniziando una massiva ed ecocida costruzione nelle zone desertiche del paese.

Questa gigantesca operazione finanziaria e commerciale ha fatto sì che milioni di lavoratori e lavoratrici provenienti dall’Asia e dall’Africa Centrale siano stati fatti arrivare nel paese (spesso dovendo pagare la propria assunzione) e costretti a sopravvivere in uno stato di schiavitù.
Sfruttamento, temperature ben oltre i 45° e orari superiori alle 12 ore giornaliere sono solo alcune delle cause che hanno portato alla morte di almeno 12 persone a settimana; le stime di Amnesty parlano di 6.500 lavoratori morti dal 2010 ad oggi, ma altri canali descrivono situazioni ancora più macabre, arrivando fino a 15.000 vittime.

Le enormi baraccopoli che si estendono fuori dai lussuosi centri urbani sono scenari di condizioni di vita miserabili. Si parla di documenti sequestrati per non dare la possibilità di tornare nel proprio paese, caserme di polizia trasformate in prigioni e squadre di carcerieri che esercitano quotidiane azioni di violenza.
Rimane imbarazzante il tacito assenso con cui la FIFA sta ripetutamente appoggiando le infami pratiche attuate nel paese; non ultime, a sostegno di ciò, le dichiarazioni di Infantino: “Quando dai lavoro a qualcuno, anche in condizioni difficili, gli dai dignità e orgoglio”. Sono solo l’ennesima riprova di tale scempio.

Lanciamo questo appello come segnale unitario del panorama del calcio popolare italiano. Convinti che il nostro modello di fare sport sia sempre rivolto alla difesa e alla partecipazione degli ultimi, dei deboli, degli emarginati. Come condizione di esistenza abbiamo quindi la lotta e l’attacco verso modelli di “sport” come quelli attuati in Qatar.

Conoscendo il volto cruento del nemico continueremo a proporre con ancora più convinzione un’alternativa valida di calcio: dai campetti di periferia ai centri sportivi in cui giochiamo, con ultimi ed emarginati come protagonisti in cerca di riscatto.

Rivendichiamo come principio base che il calcio è da sempre un canale di coesione, integrazione, un linguaggio mondiale che non può e non deve staccarsi neanche di un centimetro dagli occhi e dai piedi del popolo, delle persone comuni, della gente.

Il calcio moderno raggiunge quindi il suo attuale apice nei mondiali in Qatar: gioiranno compiaciuti i ricchi proprietari di sponsor, le pay tv e i vertici della FIFA.

Ma noi non staremo a guardare, saremo una spina nel fianco, che da una parte attacca e colpisce, dall’altra pone un’alternativa.

Sempre contro questo dannato calcio moderno: il calcio è del popolo, o non è.

Firme:

Armata Pirata 161 – St.Ambroues (MI)
Athletic Brighèla (BG)
Atletico Brigante (BN)
Atletico San Lorenzo (RM)
Aurora Vanchiglia (TO)
Borgata Gordiani (RM)
Brutium Cosenza (CS)
HSL – Hic Sunt Leones Football Antirazzista (BO)
Ideale Bari Calcio (BA)
La Paz (PR)
La Resistente (GE)
Liberi Nantes (RM)
Lokomotiviadipietreto (PT)
Napoli United (NA)
No League Sportinzona (MI)
One Love FC (SV)
Palermo Calcio Popolare (PA)
Partizan Bonola (MI)
Partizan Scampia (NA)
Polisportiva Antirazzista Assata Shakur (AN)
Polisportiva Sanprecario (PD)
Polisportiva Sans Papier (VI)
Popolare Trebesto (LU)
Quadrato Meticcio (PD)
Quartograd (NA)
Rage Sport (CE)
RFC Lions Caserta (CE)
Rinascita Popolare (PI)
Spartak Apuane (MS)
Spartak Lecce (LE)
Spezia Calcio Popolare (SP)
Stella Rossa 2006 (NA)
Unione Sportiva Stella Rossa (BS)

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A che punto è la notte

Posted on 2022/09/05 by carmocippinelli

Una rassegna stampa, in breve. Ancora? Sì, ancora. La verità è che mi sentivo eccessivamente “orfano” di Massimo Bordin e della sua “Stampa e regime”. Il progetto di “A che punto è la notte” è quello di una trasmissione radiofonica digitale (che oggi fa fico chiamare podcast) in cui si leggono, commentano e analizzano tematiche internazionali, nazionali e locali da un certo punto di vista e con una lettura che contrasta quella dominante tanto nei circuiti televisivi, quanto in quelli radiofonici e relativi alla carta stampata.

Il titolo del podcast riprende quello di un romanzo molto celebre del duo Fruttero-Lucentini, il cui titolo rappresentava a sua volta un riferimento biblico del Profeta Isaia (1), da cui è stata tratta anche la miniserie Rai con Marcello Mastroianni protagonista.

La notte è tanto letterariamente quanto non letterariamente, vettore di mistero, nostalgia, sensualità e fascino. In questo caso, la notte è una metafora di una condizione sociale dell’animo collettivo del paese, di una ricerca continua di stabilità che rappresenta una tensione propria di ognuno di noi.
Una notte, dunque, che è un “topos” letterario e un vettore per comunicare e trasmettere quel che non siamo più in grado (o per cui non abbiamo più voglia) di ascoltare.

Prenderemo in esame e leggeremo insieme giornali della settimana e daremo spazio alle notizie che vengono estromesse dalla grande stampa che parla di “paese reale” senza davvero conoscerlo.
Proveremo a parlare a più voci, dato che ultimamente, sebbene siano in tante a parlare, la parola che viene proferita ha, in tutte loro, la medesima intonazione, lo stesso significato e messaggio finale.

Qui la prima puntata (*):

 

(1) Profezia contro Edom e l’Arabia
(Gr 49:7-22; Ad 1) Gr 49:28-33
11 Oracolo contro Duma.
Mi si grida da Seir:
«Sentinella, a che punto è la notte?
Sentinella, a che punto è la notte?»
12 La sentinella risponde:
«Viene la mattina, e viene anche la notte.
Se volete interrogare, interrogate pure;
tornate un’altra volta».

Passo da cui è tratta anche “Shomèr ma mi-llailah?” di Francesco Guccini

 

(*) Non avrà una vera e propria cadenza di pubblicazione, mi piacerebbe definirlo “saltuario”. Dunque, un “saltuario d’informazione radiofonica”. 

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Groenlandia, al via i campionati locali

Posted on 2022/07/10 by carmocippinelli

 La foto a corredo dell’articolo è stata scattata da Bruno Josefsen © e rappresenta Nuuk con alle spalle la montagna più caratteristica della Groenlandia e della sua capitale: Sermitsiaq

Ci siamo, è arrivato il momento dell’anno in cui la nazione più a nord del planisfero scalda i motori per prepararsi a disputare uno dei più brevi campionati del globo. Il più piccolo tuttavia, che in un certo qual modo è anche “breve”, è quello delle Isole Shilly, in cui si fronteggiano solamente due squadre i Woolpack Wanderers ed i Garrison Gunners che si incontrano per ben 17 volte nel corso del “campionato”.
Ma questa è un’altra storia (che potreste leggere cliccando qui, qualora ne abbiate voglia).

A sinistra Jonas Hansen (47 anni), a destra Nemo Thomsen (14) fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union GM 2019 ©

Ma torniamo a noi, torniamo alla Groenlandia e al suo GM Championship, cioè la massima serie calcistica maschile dell’isola più grande del Mondo. Superlativi a parte, il campionato di calcio della Groenlandia dura poco più quindici giorni (se si prendono in considerazione anche le fasi locali).
Stanno per partire i tornei delle municipalità (cioè le fasi locali di cui sopra) così come anche quelle dei campionati giovanili (under 15).

Vecchi e giovani, juniores e seniores
Per comprendere pienamente quel che significa il calcio groenlandese bisogna saper astrarsi dalla quotidianità del calcio milionario, degli stadi vuoti, di pay-tv, dei giocatori considerati vecchi alle soglie dei trent’anni: i limiti di età in Groenlandia, semplicemente, non esistono. Nell’edizione del 2020, in una partita fra K-45 e N-48, si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben poco da dire terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguaq della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.
Jonas Hansen, il più vecchio, ha disputato la partita a 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne aveva da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso paese, dato che Hansen ha sempre giocato per la polisportiva del suo paese (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale. Dunque ecco che si sbriciola, in un certo qual modo, la rigida divisione fra under e seniores sopra accennata.

Partecipazioni e assenze
Un campionato per tutte le età, verrebbe quasi da dire, in cui il vero risultato, per la verità, è quello di scendere in campo. Ovvero: organizzare la squadra e farla partecipare ai tornei locali che determineranno, successivamente, la presenza o meno di questa o quella compagine alle fasi finali da svolgersi a Nuuk.

È bene infatti ricordare come molte delle squadre del paese si trovino a migliaia di chilometri di distanza dalla capitale (Nuuk), luogo in cui si svolgono le fasi finali, cioè il torneo vero e proprio del campionato: non è sempre facile per le società, ad esempio, di Uummannaq o Tasiilaq poter prendere parte alla competizione.

Kommunikatsiya e organizzazione del campionato
Nonostante i ripetuti tentativi di entrare in contatto con la federazione groenlandese di calcio, e sebbene ci sia stato un minimo contatto collaterale con la federazione locale di Nuuk, non sono stato in grado di reperire alcuna informazione a riguardo in lingua inglese.
Il post pubblicato su Facebook dalla federazione groenlandese di calcio che annuncia le squadre partecipanti, nonché le competizioni locali dell’imminente campionato, è tutto in lingua locale (kalaallisut).
Tuttavia, grazie al contatto con il fotografo Bruno Josefsen, la cui foto campeggia come immagine principale dell’articolo, sono riuscito a venire a capo della situazione e a capire come il campionato si terrà «nella trentaduesima settimana dell’anno», cioè dal 9 al 15 agosto.
Al momento hanno annunciato la loro partecipazione le seguenti squadre:

Le squadre sono state elencate specificandone la città di appartenenza e, per quelle che sono riuscito a trovare, ho inserito anche il logo. Rimando, tuttavia, all’imponente e certosino lavoro svolto da Riccardo D’Agnese proprio riguardo loghi e mappatura delle squadre del calcio in Groenlandia.

Nagdlunguak-48 (logo) – Ilulissat
N-71 (logo) – Nuussuaq.
UB-83 (logo)- Upernavik
Eqaluk-56 (logo) – Ikerasak
FC Malamuk (logo) – Uummannaq
I-69 – Ilulissat
G-44 – Qeqertarsuaq
T-41 (logo)- Aasiaat
FC Aqisseq – Kangaatsiaq
SAK  (logo) – Sisimiut
Aqigssiak (logo) – Maniitsoq
GSS (logo) – Nuuk
B-67 (logo precedente e logo aggiornato)- Nuuk
IT-79 (logo) – Nuuk
FC Nuuk – Nuuk
Nagtoralik (logo) – Paamiut
ATA-1960 (logo) – Tasiilaq
K-1933 (logo) – Qaqortoq
Eqaluk-54 (logo) – Tasiusaq

Fasi locali
Nella «ventinovesima settimana dell’anno» (cioè dal 19 al 25 luglio), come recita in kalaallisut il comunicato/post della federazione groenlandese di calcio, si svolgeranno le fasi locali del GM Championship. I clubs dovranno passare per il confronto locale, così suddiviso:

Municipalità di Sermersooq:
Nel territorio più vasto e importante della Groenlandia, quello che cinge da costa a costa l’intero paese ad eccezione della punta meridionale, nonché coacervo di contraddizioni perché comprensivo della capitale occidentalizzata Nuuk così come una delle città più povere (Tasiilaq), le squadre registrate sono le seguenti:

NÛK, GSS, B-67, IT-79, FC Nuuk, Nagtoralik. Le gare dovrebbero iniziare a disputarsi il 19 luglio, tuttavia non è stata fatta menzione alla squadra di Tasiilaq che, pareva di capire dal comunicato, era stata annoverata tra le partecipanti. Così come pure s’è riportato sopra.

Municipalità di Qeqertalik (Qeqertarsuaq)

Nel territorio della Baia di Disko, uno dei più suggestivi del paese, si fronteggeranno: G-44, T-41, FC Aqisseq.

Municipalità di Avannaa (Uummannaq)
Nella zona comunale di Avannaa (o spesso riportato Avannaata) si dovranno sfidare: FC Malamuk, N-71, UB-83, Eqaluk-56, I-69. Al momento la vera sorpresa è la presenza dell’N-71 di Nussuaq. La squadra non risulta abbia mai partecipato a competizioni locali ufficiali, ad eccezione per le amichevoli disputate periodicamente dalle varie squadre. Nussuaq, c’è poi da dire, è un villaggio di neanche 200 abitanti censiti (181, per la precisione, stando ai dati del 2020).

Municipalità di Qeqqa (Maniitsoq)
Nella zona comunale di Maniitsoq si registra la presenza di sole due squadre: Aqigssiak e SAK di Sisimiut.
 
Municipalità di Kujaataa
Nella punta meridionale e più a sud del paese, si scontreranno K-1933 e Eqaluk-54.
 
Trasmissione televisiva delle fasi nazionali
La KNR, cioè la tv pubblica della Groenlandia, ha già assicurato che coprirà l’evento delle fasi finali del campionato. Nuuk, così come altre realtà groenlandesi, ha prodotto uno sforzo considerevole nel corso degli anni al fine di adeguare i propri campi di gioco agli standard occidentali. Nella capitale, così come anche a Tasiilaq, il football pitch in erba sintetica ha soppiantato quello di terra (per chi volesse qui una testimonianza video della semifinale del 2015 disputata nel campo di Nuuk ora in syntex).
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Ci riprovo.

Posted on 2022/07/06 by carmocippinelli

iPhone 3gs, il mio primo smartphone. Acquistato usato ricondizionato da  un tizio che me lo aveva venduto al centro commerciale di porta di Roma. Lo pagai 250€ quando già era in voga il 4. Praticamente un salasso: avevo appena terminato il terzo liceo classico (ovvero il quinto superiore). Poi, un turbinìo di nomi e codici, sistemi operativi che non ci sono più (Windows Phone), altri iPhone, altri Android, tentativi di modding andati abbastanza male. Inutile stare qui a commentare come questi strumenti ci abbiano completamente distorto la percezione del reale e stravolto l’esistenza, tanto in senso coercitivo-costrittivo quanto in quello della “comodità”.

Tuttavia è proprio da questi fattori che questo post trae la sua ragion d’essere, così come il secondo tentativo.
Per cercare di dare lo scacco matto all’assuefazione e vivere un po’ scomodi, scardinando il canone sopra accennato di comodità.

Primo tentativo

Due anni fa ho tentato l’esperimento di eliminare l’account Whatsapp e la connessione h24 tout-court. Tagliare il filo di netto e con necessario distacco. La conseguenza è stata la disconnessione, spesso, anche di alcune relazioni personali i cui contatti si sono allentati o, in alcuni sporadici casi, completamente azzerate. La motivazione dell’annullamento di alcuni rapporti è stata attribuita alla mia assenza sulla popolare applicazione di messaggistica istantanea e, di conseguenza il non poter essere contattabile immediatamente per qualsiasi genere di iniziativa o assemblea o evento in generale.

Non essere “online” significa(va) venire esclusi aprioristicamente.
Come a dire: sei tu che ti sei escluso, non è che posso perdere tempo a chiamarti. Non andrò a toccare la questione riguardo il contesto lavorativo perché, com’è successo, dichiarare la propria disconnessione ha fatto sì che venissi subissato da critiche, reprimende (non richieste) e rimbrotti morali spesso fuori luogo. Baldanzosi docenti di scienze motorie che ti invitano a “essere meno radicale” perché «è inutile ed è un danno arrecato al consiglio di classe non avere Whatsapp».
Ma questa è un’altra storia.
Messo da parte un po’ di tardivo risentimento arriviamo al punto della questione.

Secondo tentativo

Ci riprovo. O meglio, stante la situazione per cui, a causa (letteralmente) di vari motivi mi sono trovato costretto ad avere nuovamente Whatsapp nel corso di questi due anni,  ho deciso di riorganizzare l’iniziativa personale: non ne cancellerò l’account e lo manterrò connesso alla sola versione web che, ora, è possibile utilizzare anche a smartphone spento o non connesso direttamente a internet.
Con me porterò lui.
Quindi, ecco, ad essere reperibile lo sarò senza dubbio, ma su Whatsapp lo sarò un po’ meno.
Lo controllerò, interagirò e risponderò ma in dosi omeopatiche. Mitridatizzandomi il giusto, se possibile.

La disconnessione è un tema che mi seduce, se è lecito utilizzare questo termine, data l’evidente impossibilità di rimanere lucidi, distaccati, raziocinanti e sempre-connessi.
Riprovarci in modalità meno netta in termini di distacco con la connessione, seppur formalmente, è più che doveroso.

Ovviamente il blog continuerà, più di prima, ad essere vettore di post, polpettoni, articoli e via dicendo.
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Malagrotta burns

Posted on 2022/06/20 by carmocippinelli

 Roma brucia, o meglio: brucia l’immondizia della Capitale producendo una coltre di fumo altissima per cui il Sindaco Roberto Gualtieri ha imposto un’ordinanza restrittiva emergenziale. Da ieri [17 giugno 2022] sono state imposte altre 48 ore di emergenza, prorogando le altrettante già emesse a ridosso dell’incendio: sospensione delle attività didattiche, educative, sportive, così come delle scuole dell’infanzia e dei centri estivi; divieto di pascolo e di consumazione di alimenti nell’area interessata (per un raggio di 6km dal luogo).

Il fatto
La cronaca risulta essere impietosa, le agenzie stampa monitorano la questione incessantemente, tuttavia di fronte a quel che viene riportato non c’è molta positività da trarre: «da tre a sei mesi per accertare le cause dell’incendio, tempi che la Procura di Roma ha stabilito nella maxiconsulenza affidata ai carabinieri del Noe per accertare le cause dell’incendio avvenuto» nella discarica di Malagrotta, impianto già sottoposto in stato di amministrazione giudiziaria. A riportarlo è l’agenzia Ansa, e ancora: «dopo mercoledì [15 giugno 2022 n.d.r.] i valori delle diossine sono molto alti ma nei limiti indicati dall’Oms pur evidenziando la presenza di una ‘fonte di emissione’».

5mila tonnellate di ‘monnezza’ al giorno
Il Tmb (Trattamento meccanico biologico) di Malagrotta raccoglie circa 5.000 tonnellate di rifiuti a settimana, al momento immediatamente antecedente l’incendio lavorava circa 900 tonnellate al giorno, per cui Gualtieri ha chiesto il supporto della società Rida Ambiente di Aprilia: l’accordo si è assestato sulla ricezione di 750 tonnellate di rifiuti al giorno. Stando alle parole di Gualtieri, intervistato da «Repubblica», per Roma si prospetta il seguente scenario: «Dobbiamo realizzare gli impianti di cui si ha bisogno tra cui due biodigestori anaerobici, un termovalorizzatore e tutti gli altri impianti necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti all’insegna della sostenibilità, della legalità, della trasparenza».

Termovalorizzatori e propaganda
Al di là della sloganistica verbale prodotta anche – e soprattutto – a seguito di un evento catastrofico, la considerazione su cui si deve porre l’accento è completamente opposta. Perlomeno ad avviso di chi scrive.
Ama, la municipalizzata che gestisce il ciclo dei rifiuti (e non solo) a Roma, è una società per azioni (da cui dipendono un dedalo di società) che detiene anche il 51% di Roma Multiservizi spa. Una struttura, quella relativa ad Ama, che fa in modo di mantenere la forma del controllo totale (100%) della quotazione pubblica da parte di Roma Capitale ma le cui mansioni sono strutturate e divise tra società in liquidazione, private o a partecipazione pubblico-privata. In altre parole: un ginepraio di competenze che genera incompetenze, disservizi e problematiche enormi per la città e chi la abita.

Ama è già privata
A livello di impianti, Ama gestisce il 20% dei rifiuti di Roma: il ritiro degli ingombranti su richiesta, alcuni settori della differenziata, così come gli stessi impianti, sono appaltati a società che lavorano per conto della municipalizzata. Nei fatti, Ama è privata.
Questa situazione, però, vede dissolversi volontariamente nelle considerazioni prodotte dalla politica romana e nazionale. Ecco tornare sulla cresta dell’onda le dichiarazioni riguardanti le necessità di un termovalorizzatore, tanto da parte di Gualtieri, quanto da parte delle altre forze politiche liberal-democratiche come Azione/Calenda (già candidato sindaco, già Ministro) che torna a battere sul termovalorizzatore. La situazione fotografa, boutades a parte dell’attuale amministrazione e di chi voleva prenderne il posto di Primo Cittadino, una impietosa parcellizzazione di competenze: quasi l’80% della gestione dei rifiuti di Roma è in mano ai privati e se l’amministrazione lascia un vuoto tale, il privato lo “riempie” con estrema facilità, avvalendosi pure del supporto del pubblico, cui non par vero di dare in appalto “questioni spinose” che potrebbero incidere sulla tenuta politica e sulle elezioni future.

Nihil novi sub sole
Verrebbe quasi da dire che ‘siamo alle solite’: l’Ama deve concludere il ciclo dei rifiuti non appaltando, o cedendo a soggetti privati, parti della gestione (specie quella terminale) che può far arrivare dei soldi nelle casse pubbliche. Privatizzazione è in totale assonanza con: disservizi, precarietà, licenziamenti, così come la parcellizzazione dei rami d’azienda significa confusione di competenze, impossibilità di fornire un servizio univoco e responsabile.
Più che ai termovalorizzatori a cui tende la quasi totalità della politica nazional-capitolina, servirebbe un controllo meticoloso del ciclo dei rifiuti affidandolo ad una società realmente pubblica posta sotto il controllo dell’amministrazione sotto il controllo dei lavoratori; assumere personale per avere un’irrorazione del servizio più capillare opponendosi alla logica dei tagli per cui si affidano le mansioni “razionalizzate” ad altri lavoratori pagati meno, appartenenti a società terze e così via.
Ma sappiamo già che quanto scritto verrà ignorato e aprioristicamente considerato come anacronistico.

Pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7253

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L’Uefa dice “no” al confronto tra Groenlandia, Gibilterra e San Marino

Posted on 2022/06/20 by carmocippinelli

La nazionale maschile di calcio della Groenlandia torna a far parlare di sé e del confronto che, ormai da più di un decennio, intrattiene con le organizzazioni internazionali del calcio professionistico. L’Uefa, stando all’articolo pubblicato su «Sermitsiaq.ag» a firma di Nukappiaaluk Hansen, avrebbe rifiutato due confronti pubblici tra le nazionali di Gibilterra e San Marino contro la Groenlandia. Stando all’articolo, l’Uefa avrebbe rifiutato perché la richiesta groenlandese sarebbe andata a sovrapporsi «ai periodi dell’anno in cui le nazionali europee possono radunarsi». La rappresentativa isolana, tuttavia, non si è persa d’animo e l’allenatore Morten Rutkjær ha dichiarato a «Sermitsiaq.ag» che la squadra: «parteciperà ad un torneo di allenamento in Turchia» facendo partecipare alla trasferta amichevole anche «tre giocatori danesi che hanno tutti e tre genitori groenlandesi», dunque, par di capire che possano essere facilmente naturalizzati.

A quanto pare tanto il commissario tecnico, quanto il portale d’informazione bilingue, non ha voluto diffondere i nomi e neanche si sono azzardate ipotesi. Tutto fa pensare, ad ogni modo, ad una nuova strategia di strutturazione dell’undici groenlandese per cui si cercheranno giocatori con discendenza diretta isolana da poter inserire nella lista dei convocabili.

Non c’è da meravigliarsi, ad ogni modo. Lo stratagemma che verrà messo in atto dalla nazionale non è un espediente furbesco per poter annoverare nuovi nomi e far fuori i calciatori nativi groenlandesi militanti nelle squadre dell’unica serie isolana, quanto piuttosto un meccanismo ben noto nell’ambito del calcio danese. Jesper Grønkjær, infatti, pur essendo nato a Nuuk, ha sempre vestito la maglia della nazionale di calcio danese, nonostante l’autogoverno dell’Isola a partire dal 1979.
Autogoverno, tuttavia, non fa rima con indipendenza e le autorità calcistiche danesi hanno fatto di tutto pur di mantenere Grønkjær all’interno dell’undici biancorosso.

(la foto in evidenza a corredo dell’articolo è di © Bruno Josefsen)

Per chi fosse interessato, due anni fa ho intervistato Jakob Geisler, allenatore di una squadra femminile di Nuuk la IT-79: basta cliccare qui.

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Sempre avanti

Posted on 2022/05/30 by carmocippinelli

Cara Borgata,

Se dovessimo raccontare una storia, questa è una di quelle che finisce bene, di quelle che racconti a tua nipote mentre ti chiede: “Zio, cosa c’è scritto sulla tua sacca?”. La prima “vera” stagione in Seconda Categoria della Borgata Gordiani, nonostante le positività, gli stop momentanei del campionato, il virus che ha continuato imperterrito, è andata e la si è lasciata alle spalle con l’ultima vittoria per 2-0 contro il Santa Lucia.
Lo so: c’è sempre, in fondo, chi dirà “Cosa vuoi raccontare? Avete finito il campionato all’ottavo posto: nessuna promozione, metà classifica, di cosa vuoi gioire?”.
È vero, o meglio, quello lì è il commento razionale che non fa in tempo a venir pensato e ragionato che già viene proferito. Atto e potenza insieme, o qualcosa di simile. Tuttavia quando urliamo che avremmo cantato oltre il 90esimo, che un gol a favore o uno contro non cambia l’amore che abbiamo per la Borgata, è proprio così. Nel senso letterale del concetto espresso: sempre avanti.

Ma non facciamo le pulci al campionato: questo piccolo scritto voleva essere uno slancio emotivo e pieno d’amore nei confronti della Borgata. E tale rimarrà.

Partiamo dalla fine. Domenica 29 non sono potuto andare al “Vittiglio” per l’ultima di campionato: dalle foto di Elisa a fine partita noto che Poma ha la maglietta del Clapton FC, una squadra inglese con lo spirito affine a quello granata. Gli mando un messaggio e mi rallegro della sua maglietta indossata in occasione dell’ultima giornata, la sua risposta mi lascia (positivamente) di sasso: “Ci sei mancato”.

Lo stargate mentale comincia a farsi largo tra le circonvoluzioni cerebrali: penso allo scambio avuto giorni prima in sede con Karim e capitan-Zannini: “Non sembra, ma il tempo è passato”. Contano gli anni, tutti, così come le dita appoggiate sul mento stanno a indicare gli infortuni del numero 6. Gli anni passano, uno non se ne accorge: un attimo fa eri al «Corriere Laziale» a pregare che potessi andare a seguire l’Ardita o l’Atletico San Lorenzo, un attimo dopo il giornale chiude e tu inizi a insegnare. Un battito di ciglia e, in occasione di un’altra stagione che parte, ti senti con Emiliano che ti dice: “Noi stiamo qua, perché non passi una volta? Facciamo la Seconda quest’anno!”. Per un motivo o per un altro non lo hai mai fatto ma hai bisogno di votarti di nuovo a quel calcio che ti fa sentire vivo e presente, del freddo sui gradoni, delle birre condivise, dell'”a prescindere” come necessità, condividendo le medesime felicità e angosce allo stesso modo; cercando gli occhi di chi sta dentro il rettangolo verde e provare a carpirne le sensazioni. Hai bisogno di cercare una causa che non avevi più trovato, uno spirito che non avevi più rintracciato, nonostante ti fossi posto in sua ricerca come un moderno-periferico-calcistico Diogene che “cercava l’uomo”.

Sporting Aniente  – Borgata Gordiani: partita e inaugurazione della sede. Anno Domini 2021. Quellla giusta. Cassatella insacca agli sgoccioli e fa conquistare tre  punti preziosissimi ai granata. Sui gradoni del campo di Via degli alberini incontri nuovamente un po’ persone con cui hai condiviso un percorso – breve o lungo che sia  – che temevi di perdere.
Abbracci e baci, birre (manco a  dirlo), foto storte, cori e tamburi.

Arrivi a fine partita che vorresti condividere tutta la tua felicità con una persona a caso. Va bene chiunque, l’importante è che ascolti il tuo spirito e le tue parole: “Mi ero dimenticato cosa significasse tutto questo: grazie!”.
Gli metteresti le mani sulle spalle, gliele stringeresti a fine discorso come si fa con chi conosci bene prima del congedo: lui ti ascolterebbe pure ma, incredulo e anche un po’ scosso, ti risponderebbe dicendoti che: “Oh, bello tutto eh, daje Borgata e tutto il resto: ma non è che ce stai a provà? Perché, guarda, la ragazza mia sta là , eh” e te l’avrebbe pure indicata.
Per fortuna non è successo ma è tutto frutto del personalissimo stargate di cui sopra. A parte qualche assenza nelle partite del girone di andata, quello di ritorno te lo fai tutto e impari a conoscere i nomi dei giocatori: ti diverti a fare quello che facevi per il «Corriere», provi a replicarlo prendendo appunti e scrivendo tabellini sempre molto poco accurati a causa dell’evidente impossibilità di mantenere la razionalità e la lucidità durante le partite.
Provi a cogliere dei segnali e gioisci per ciò che vedi: la determinatezza (e la sfiducia) negli occhi di Zannini dopo una partita persa all’ultimo; la foga di Mascioli dopo le punizioni (“Picci, accenni er telefono che mo Moreno segna”, ti dice Emiliano più di una volta); la contrarietà di Brigazzi se l’uomo scappa e i contrasti non vanno a buon fine come vorrebbe; i voli di Poma e il suo meraviglioso fomento (sì, fomento, altra parola adatta non esiste) dopo un rigore parato; il rispetto di altri giocatori che vengono ad applaudire il “muro granata” a fine partita; il mister che – alla giornata di ritorno contro il Vesta – si porta fin sotto alla modesta recinzione e indica, serissimo, Nicchio in piedi sui gradoni. Che vogliano stare a significare forse gratitudine per il lavoro svolto in allenamento, “semplice” amicizia o qualcosa che prelude al passaggio di consegne? Forse c’è un po’ di tutto questo, in realtà chi scrive non lo sa. Cerca di dare un senso a quel che vede, ebbro della Borgata e della realtà che ha saputo costruire  in questi anni.

Una stagione è andata, la prossima sarà ancora della Borgata, a prescindere dalla categoria, sempre saldi su poche e indefettibili certezze, cioè essere una squadra che rappresenta un quartiere, con uno stemma sulla maglia. Senza alcun padrone.

Avanti Borgata.

Tuo,
fin quando vorrai.

m

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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