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Categoria: Blog

Liceo del Made in Italy, un progetto nato per il compiacimento di un capitalismo agonizzante

Posted on 2023/04/18 by carmocippinelli
Che le parole di Giorgia Meloni sul liceo Made in Italy siano state una boutade lo hanno pensato in tanti. Che, però, ci fosse un disegno di legge delega depositato al Senato della Repubblica il 25 gennaio di quest’anno in pochi lo sapevano (qui il testo completo). Il documento è stato presentato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo: 

«L’obiettivo – ha spiegato Bucalo all’ANSA il 3 aprile subito dopo la dichiarazione di Meloni al Vinitaly – è creare figure specialistiche che permettano di avere un patrimonio culturale sia in campo giuridico che tecnico per avere professionisti altamente specializzati. Quello attuale è un mercato sempre più in evoluzione, risentiamo dell’agguerrita concorrenza della Cina e dobbiamo salvaguardare le piccole imprese e tutelare i prodotti del Made in Italy».

Una caratterizzazione linguistica inglese che va a compiacere la percezione che ha dell’Italia un capitalismo agonizzante ma a cui il governo tiene tantissimo. Alla faccia della cultura e della tradizione. 

«Abbiamo percorsi di studio molto lunghi e il mondo del lavoro richiede invece una formazione che si adatti velocemente ai cambiamenti che richiede il mercato» ha proseguito Carmela Bucalo nell’intervista rilasciata all’agenzia ANSA. 

L’ottica “mercatista” in cui si muoverebbe l’esecutivo per creare questo nuovo indirizzo di studi fornisce,  qualora ce ne fosse ancora il bisogno, l’immagine chiara dell’indirizzo del capitalismo nazionale riguardo la scuola e l’istruzione: formare giovani non si traduce nell’abituarli ad un lavoro di crescita e di critica, di approfondimento e di formazione del senso critico bensì progettare “unità di produzione” da poter impiegare nel mondo del lavoro (mercato, pardon) nel più breve tempo possibile. 
La scuola diventerebbe, così, una sorta di “grande parcheggio in attesa del diploma” che sarà poi il vettore per poter accedere ad un mercato del lavoro in cui è sempre più ossessivamente (e spesso strumentalmente) richiesta professionalità e competenza certificata (da enti privati e che costano un sacco di soldi).
Se non la si ha, può andar bene la condizione semi-schiavile dei lavoratori agricoli o della ristorazione. A proposito di made in Italy. Reiterando, o giocando a farlo, il ritornello per cui una scuola ad indirizzo tecnico porti in dote più sbocchi lavorativi agli studenti di un liceo classico. Inutile, peraltro, l’indirizzo umanistico, per costoro. “Storia, filosofia, latino e greco: jamais!”.

Una sorta di bicefalismo, quello riservato al Made in Italy che farebbe bene solo a chi può trarre profitto di manodopera a basso costo e non certo a studentesse e studenti che si approcciano ad un percorso di studi in età adolescenziale. 
Nel testo si parla di incremento dello studio della geografia (dopo che i governi di centrodestra – col placet del centrosinistra – abbiano prodotto quel mostro a tre teste di Geostoria), di implementazione del Pcto (dopo i casi di morti nel percorso di alternanza scuola-lavoro e dopo le denunce di sfruttamento per lavori con turni senza stipendio nella settimana di Asl).
E poi, il mio preferito, il riferimento al “colmare il vuoto che c’era nell’offerta scolastica italiana”. 
La fragolina di bosco sulla torta mimosa colma di menzogne. 

Per chi ha stomaco forte, di seguito si inseriscono stralci dal Ddl sul progetto del “liceo del made in Italy”, ricordando che il testo completo è alla terza riga del post:

 
Occorre puntare su studi quali la storia dell’arte, base della coscienza del nostro passato artistico,
puntando con sguardo critico alla geografia, in particolare economica della nostra Italia, per la
cognizione dei comparti produttivi e per le zone di provenienza.
La carenza strutturale di competitività e i cambiamenti radicali nelle attività politiche ed economiche
globali, dovuti al fatto che le Nazioni emergenti stanno offrendo importanti opportunità di sviluppo e,
in alcuni casi, performance al di fuori del normale, hanno sollevato una significativa preoccupazione
circa la capacità dell’economia italiana di mantenere e conquistare un posizionamento significativo nello scenario globale del terzo millennio. Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
 
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro 
nello scenario globale del terzo millennio.

[…]

Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese,
che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di
internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere
una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi
digitali a supporto dell’export in mercati strategici per il Made in Italy.
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in
Italy.
Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una
comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo,
progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze,
abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli
studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro. […]
Posted in agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuolaTagged agraria, Blog/Post semiseri, capitalismo, economia, finanziaria, liberismo, liceo, madeinitaly, marketing, mercatismo, polpettoni, scuola

Ingloriose parabole: ‘il Riformista’ cede la direzione a Matteo Renzi (che non è neanche giornalista)

Posted on 2023/04/05 by carmocippinelli
Nella giornata del 5 aprile [2023] è stato annunciato il passaggio di consegne riguardo la direzione del quotidiano ‘il Riformista’. 
Il direttore Piero Sansonetti cede il passo (e il posto) a Matteo Renzi, senatore della Repubblica del gruppo Azione-ItaliaViva-RenewEurope, segretario di Italia Viva, conferenziere, già segretario del partito democratico. Direttore sebbene non sia giornalista, requisito fondamentale per essere a capo di una testata, logicamente e normativamente parlando. Rispondendo alle domande della conferenza stampa (in particolare a quella postagli da Daniela Preziosi del ‘Domani’), Renzi ha precisato [1] come non abbia firmato alcun contratto. Il passaggio sembra essere dovuto in quanto Sansonetti sarà alla guida de ‘l’Unità’, acquisita dal medesimo gruppo editoriale che cura la pubblicazione del ‘Riformista’ (Romeo Edizioni) e di prossima pubblicazione. 
Ma andiamo con ordine.

Ottobre 2002. Il governo Berlusconi II è in carica da poco più di un anno e vi rimarrà fino al 2005, quando – rassegnate le dimissioni a causa della sconfitta alle regionali cui seguirono gli “addii” di Alleanza nazionale, Udc e Nuovo Psi – l’ex Cavaliere del lavoro riceverà l’incarico dal Presidente della Repubblica per la formazione del Berlusconi III.

Al Governo c’è Gianfranco Fini in qualità di vice di Berlusconi; ci sono Umberto Bossi e Roberto Calderoli come ministri alle “Riforme istituzionali e alla devoluzione” (quando la Lega era ancora nord); all’istruzione c’è la Moratti, al lavoro Roberto Maroni e alle Politiche agricole e forestali c’è un rampante Gianni Alemanno.
Rifondazione comunista conta 11 deputati e 4 senatori, i Comunisti italiani (Pdci) ne contano 10 a Palazzo Chigi e 2 a Palazzo Madama; la Federazione dei Verdi 8 e 10 [2]. Si parlava di primarie del centrosinistra tra Democratici di Sinistra, Democrazia è Libertà (meglio noto come “La margherita”) e altri soggetti dell’area.

Come nacque
La notte tra il 22 e il 23 ottobre di quell’anno sarebbe andata in stampa la prima copia del quotidiano ‘Il Riformista’ diretto da Antonio Polito, ora editorialista del ‘Corriere della Sera’.

Il 6 ottobre 2022 ‘la Repubblica’ raccontava di una serata mondana nell’isola di Capri in cui si facevano proselitismi e pubbliche relazioni per il futuro quotidiano:

«Claudio Velardi, consigliere di Massimo D’ Alema quando il presidente dei Ds era premier, caprese d’ adozione, passeggiava ieri mattina tra gli industriali nei giardini del Grande Albergo Quisisana. Mentre tutti indossavano l’ abito grigio, Velardi vestiva «casual», con uno zucchetto azzurro sulla testa. “Sono qui – ha spiegato – per fare un po’ di pubblicità al Riformista”, ovvero il quotidiano (uscirà a fine ottobre, direttore Antonio Polito) voluto da Velardi che ha messo insieme un gruppo di imprenditori finanziatori» [3].

Il quotidiano traeva ispirazione dal ‘Foglio’ diretto da Giuliano Ferrara, per ammissione dei suoi stessi fondatori [4]: l’impostazione culturale era intelligibile già dalla denominazione della pubblicazione, cioè a metà tra un riformismo liberale e un liberalismo in senso stretto. La pubblicazione formalmente era legata al mensile ‘Le ragioni del socialismo’ di Emanuele Macaluso fino al 2006 (ma questo lo vedremo più avanti).

Neanche un mese e ‘il Riformista’ è già in festa: 

«Gran festa, ieri sera, a Palazzo Ferraioli (giusto di fronte Palazzo Chigi) con i proprietari e i redattori del quotidiano ‘il Riformista’, nato appena due mesi fa e diretto da Antonio Polito, che hanno voluto porgere gli auguri di Natale a politici e imprenditori, a personaggi del mondo dell’informazione e dello spettacolo. Le signore in bito lungo e un’orchestrina di strada in frac, mentre Gianfranco Vissani, cuoco preferito dall’ex premier Massimo D’Alema (atteso con ansia), annunciando squisite paste e fagioli, ordinava che fossero affettate mortadelle e porchette. Quando sono arrivati i colleghi del ‘Foglio’, il giornale che ha ispirato la fondazione del ‘Riformista’ [5], abbracci e brindisi»[6].

Tra le firme che popolavano l’iniziale avventura di quel quotidiano, oltre a Stefano Cappellini e Roberto Mania, figurava Lucia Annunziata. Col passare degli anni, vicedirettore fu anche Oscar Giannino e tra gli editorialisti comparirà “un certo” Pierre Moscovici [7].

La prima pagina del
primo numero del quotidiano.
Il link da cui è stata tratta è
di un utente che ha messo in
vendita la copia su eBay.

Giornale di nicchia, fu certamente di parte (come già detto) ma di una parte molto trasversale e difficilmente “incasellabile” nei settori del centrodestra berlusconiano o del centrosinistra ulivista. Pendeva, come il treno Roma-Ancona, una volta da un lato, una volta dall’altro, così tanto che Pasquale Laurito, direttore dell’agenzia ‘Velina rossa’, un giorno di novembre di quello stesso anno se la prese con il direttore Polito per delle accuse che il quotidiano da egli diretto aveva rivolto nei confronti di D’Alema [8] per mancato dialogo con la maggioranza di Governo riguardo la giustizia. «Qualche volta può essere anche antiberlusconiano» [9], scriveva Laurito a mo’ di invito nei confronti della direzione del quotidiano.

Polito rimane in carica fino al 2006, quando Giampaolo Angelucci acquista tutte le quote del fondatore Velardi (51% Velardi e 49% gruppo Tosinvest) rilevandone la proprietà. Poi un avvicendarsi di questioni che portano la testata ad essere diretta da Macaluso e a renderla organica all’associazione sopra citata. Nel 2008 Polito torna a dirigere il quotidiano, ma vi rimane poco in carica, giusto il tempo di coinvolgere Diego Bianchi (Zoro) per una rubrica: “La posta di Zoro”. Allora Bianchi era un blogger e cosmonauta di Youtube (memorabili alcune puntate di “Tolleranza Zoro”):

«Con la posta di Zoro, comincia da oggi [20 giugno 2008] la sua collaborazione con ‘il Riformista’ Diego Bianchi, uno dei più seguiti blogger italiani. Come è finito a scrivere sul ‘Riformista’, lo racconta nel suo primo articolo, oggi in prima pagina. “Una sera mi sono ritrovato in uno studio tv con Polito. Gli ho detto che, secondo me, la gente non capisce cosa significhi la parola ‘riformista’ e che forse anche per questo ‘Il Riformista’ vende poche copie. Dopo la trasmissione mi hanno offerto una rubrica”» [10]. 

È il 2011: il quotidiano vende sempre meno. L’anno successivo interrompe le pubblicazioni.

L’era Sansonetti

«Il presidente della Finanziaria Tosinvest, Giampaolo Angelucci, ha reso noto in un comunicato “l’avvenuta cessione della testata Il Riformista da parte della TMS edizioni S.r.l. (società controllata da Tosinvest). La famiglia Angelucci, nella proprietà della testata dal 2003, augura ai nuovi editori i migliori successi”. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera la testata, ideata nel 2002 da Claudio Velardi e chiusa nel 2012, è stata acquistata dall’imprenditore Alfredo Romeo, a dirigerla andrà Piero Sansonetti, il 20 luglio sarà online e da settembre in edicola» [11].

L’era Sansonetti del quotidiano, che fu diretto da Polito, può (ri)partire. Archiviata la stagione di ‘Liberazione’ (il fu organo di stampa di Rifondazione comunista) e le esperienze di: ‘L’altro’, ‘Gli altri’, ‘il Dubbio’, ‘l’Ora della Calabria’ e ‘Cronache del Garantista’, il nuovo direttore esordisce con una conferenza stampa in cui annuncia la presenza di grandi nomi che lo avrebbero coadiuvato nella vita della testata: Fausto Bertinotti e Roberto Brunetta. Nessuna meraviglia per l’accostamento che un tempo avrebbe potuto essere ossimorico: l’ex segretario di Rifondazione ora è di casa al Meeting di Rimini.

«Il Riformista guarda a un’area di centrosinistra e riformista, appunto, che non vuole essere dominata dalla paura, dall’astio verso gli altri, dalla vergogna della ricchezza» [12], sanciva Sansonetti nel corso della conferenza stampa di presentazione del quotidiano.

Dal ‘Corriere della Sera’ dell’ottobre 2019: 

«Martedì 29 ottobre torna in edicola (e online) il quotidiano il Riformista che negli anni ha fatto parlare di sé sotto le direzioni autorevoli di Antonio Polito, Paolo Franchi, Stefano Cingolani, Stefano Cappellini ed Emanuele Macaluso e che rinasce per iniziativa dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo» [13]. 

Rimane, ad ogni modo, il disegno dell’uomo col cannocchiale nella testata, simbolo del quotidiano.
L’attuale testata del quotidiano

«Indicativa la lista delle firme coinvolte: Tiziana Maiolo, Fabrizio Cicchitto, Stefano Ceccanti, Maria Elena Boschi, Luigi Marattin» [14], condirettrice Deborah Bergamini, parlamentare in quota Forza Italia.

Cose in grande
Un anno dopo il ritorno in edicola del foglio bicolore arancio-nero, viene realizzata un’edizione del lunedì totalmente dedicata all’economia il cui direttore è Renato Brunetta e nella direzione scientifica popolano nomi come Sabino Cassese, Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria e Marco Bentivogli [15].

«Il primo numero avrà 12 pagine e affronterà il tema delle riforme. Di quelle che non vengono fatte e di quelle che vanno fatte. Del prezzo che hanno le mancate riforme. Delle condizioni politiche che servono per realizzarle. Ci saranno articoli di intellettuali, giuristi, politici, economisti di diverse opinioni politiche […] diretto da Renato Brunetta nel primo numero scrive una lettera aperta al premier Giuseppe Conte, al quale offre collaborazione e suggerisce di non “ballare da solo”» [16].

Presentazione del ‘Riformista’ del lunedì dedicato all’economia

Passa solo un mese e Brunetta lascia.

«Quando quattro mesi fa l’editore Romeo, che ringrazio, e i direttori Sansonetti e Bergamini mi hanno chiamato per propormi questa sfida, ho detto subito di sì. Ci abbiamo lavorato tutti insieme e abbiamo messo in piedi un piccolo gioiello. Finora sono usciti quattro numeri, che sono costati tanta fatica, e tanta intelligenza. Ho scoperto, però, che questo tipo di attività, già dal mese di giugno per preparare i numeri zero, ha assorbito tutto il mio tempo disponibile, togliendomene anche all’attività politico-parlamentare. Questo non è giusto. Io ho un impegno con i miei elettori, che devo rappresentare al meglio, con tutte le mie energie, fino alla fine del mandato. Pensavo che le due attività fossero compatibili e complementari, mi sono reso conto che questo non è possibile» [17].

Due anni dopo andrà via anche da Forza Italia dopo esserne stato figura di spicco e dirigente del partito, nonché più volte ministro.

Matteo Renzi direttore (anche se non è giornalista)
Nella giornata del 5 aprile viene ufficializzato il passaggio nella direzione del ‘Riformista’ in una conferenza stampa alla presenza dell’attuale direttore Piero Sansonetti, di quello futuro (nonché senatore della Repubblica e conferenziere in giro per il mondo) Matteo Renzi, dell’editore Alfredo Romeo [18].
Secondo Sansonetti: «Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con ‘L’Unità’ e ‘Il Riformista’. L’idea di Renzi è stata geniale» [19], ha dichiarato nel corso della conferenza stampa tenutasi presso la Sala Stampa Estera.
Chi pensava a un imminente addio alla politica, come aveva affermato Renzi stesso all’indomani dalla sconfitta del referendum quando era Primo Ministro, ha evidentemente frainteso il messaggio.

Mikebongiornianamente Renzi non lascia: raddoppia e assume una carica che, vien da pensare, sarà ritagliata precisamente per lui, non essendo iscritto all’Ordine dei giornalisti ma essendo stato appena designato come tale.

Apprezzamenti giungono anche dal fondatore del “primo” ‘Riformista’ Claudio Velardi:

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!» [20].

Si parlerà di tutto perché sarà un “quotidiano riformista nel vero senso della parola” ma non dei processi del futuro direttore:

«Saremo più moderati, non faremo ‘titoli sobri’ come Sansonetti… L’attenzione che il ‘Riformista’ darà al mio processo, Open, sarà molto scarsa. Non so se saremo all’altezza del ‘Riformista’ di Sansonetti nell’affermazione della cultura garantista».

La parabola del ‘Riformista’ parrebbe rientrare pienamente in una di quelle che si studiavano sui banchi di scuola: discendenti. In questo caso anche piuttosto ingloriose. Così come quella di un quotidiano diretto da un non-direttore. Perfetto per una non-informazione. 

 

Note:

1 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
2 Verdi e Pdci si presentarono nelle liste dell’Ulivo in tutti i collegi del Senato della Repubblica. Alla Camera, invece, il Pdci si sfilò dalla lista comune Verdi e Socialisti democratici italiani “Il Girasole” e corse in alleanza del centrosinistra ma fuori dalla “bicicletta” tra ‘sole-che-ride’ e Sdi.
3 Ottavio Ragione, E Velardi fa pubbliche relazioni, 6 ottobre 2002, «la Repubblica».
4 Macaluso fu poi articolista di spicco del quotidiano diretto da Ferrara.
5 Curiosità: sul sito web, archiviato dal repository “Web archive”, la testata è denominata “Il nuovo Riformista”, sebbene venga citato – ed è stato registrato – con il nome “Il Riformista”.
6 Redazione, Il Riformista in festa, brindisi con i «rivali» del Foglio, 19 dicembre 2002, «Corriere della Sera».
7 Ministro dell’economia e delle finanze in Francia dal 2012 al 2014, responsabile della campagna elettorale di François Hollande (Parti Socialiste). Nel 2014 viene indicato come Commissario europeo per gli affari economici e monetari della Commissione Europea retta da Jean-Claude Juncker.
8 Interessante, a tal proposito, il retroscena di Maria Teresa Meli del 27 aprile 2008. Recita lo strillo in prima pagina: «Walter, il Riformista e le manovre nel Pd»: «Smussare gli angoli, minimizzare, addirittura far finta di niente. Finora di fronte a una critica rivoltagli tra le pareti domestiche del centrosinistra, Walter Veltroni ha sempre seguito questa linea di condotta. Ma ieri sull’Unità ha attaccato il Riformista, quotidiano in odor di dalemismo».
9 Redazione, Velina rossa e il Riformista «duello» su D’Alema, 22 novembre 2002, «Corriere della Sera».
10 Il blog di Zoro diegobianchi.com purtroppo non è più visibile, tuttavia sul repository “Web archive” sono contenuti vari fotogrammi e articoli (tra cui molti della rubrica sul Riformista) da egli scritti.
11 Redazione, Tosinvest cede il Riformista, 9 luglio 2019, «Prima Comunicazione online».
12 Redazione, Torna “Il Riformista”. Lo dirigerà Piero Sansonetti, 5 luglio 2019, «Huffington Post».
13 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
14 Dino Martirano, Torna in edicola Il Riformista, Bertinotti e Boschi tra le firme, 24 ottobre 2019, «Corriere della Sera».
15 Riccardo Amati, Dal 21 settembre in edicola ogni lunedì Il Riformista Economia, 10settembre 2020, «il Riformista».
16 Redazione, Arriva Il Riformista Economia, da oggi in edicola, 19 settembre 2020, «il Riformista».
17 Renato Brunetta, Perché lascio la direzione del Riformista Economia, 13 ottobre 2020, «il Riformista».
18 «Il Riformista invece tornerà alla sua vocazione originale liberal-democratica, garantista e pluralista», ha dichiarato Alfredo Romeo nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore Matteo Renzi il 5 aprile 2023.
19 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».
20 Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

Tutte le foto inserite nello scritto sono di proprietà del sito del quotidiano ‘il Riformista’ e da lì sono state tratte (a cui si viene rimandati se vi si clicca).

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Il colloquio [iperbole]

Posted on 2023/03/25 by carmocippinelli

[Il post è frutto di fantasia. Non è riferito a nessuno e ad alcuna circostanza in particolare. Si satireggia]

 
Lo sguardo è triste ma solenne insieme, a stento si trattengono le lacrime che – pure – scenderebbero copiose se non ci fosse lo steccato genitore-insegnante a incutere un ‘quid’ di distanza psicologica, sebbene l’età anagrafica giochi tutta a favore della genitrice. 

Sospira, guarda in basso. Poi, afferrando i manici della borsa che ha posto sulle ginocchia, come a farsi forza di dover pronunciare la sentenza più sconveniente (ma anche un po’ mesta) riguardo la figlia, comincia: «Professore…! (qui un altro sospiro con sguardo verso il basso) mia figlia ha così a cuore le sue materie! Fa male a me prima ancora che a lei sapere che non stia andando bene».

Momento di sguardo penetrante che dura un centesimo di secondo, prima di ricominciare: «Torna a casa, mia figlia, e studia. Studia, studia, studia, non fa altro che studiare. Ho dovuto interromperle lo sport, e lei sa bene quanto in quest’età sia vitale coompiere attività fisica». 

Ti lasci andare in una chiusura di palpebre e ad un vocalismo strozzato che tradisce appartenenza territoriale a ridosso del raccordo anulare: «Eeh».

«Ma professore: non ha quasi il tempo per mangiare con noi la sera!», qui le braccia si allargano come a voler ricevere la forza dagli astri.

Il colloquio finisce mentre tu, paterno, rassicuri la genitrice e ti affretti a tornare in classe.
Sali i gradini che ti portano al piano dove, in fondo al corridoio a sinistra (a destra c’è sempre il cesso di gaberiana memoria), ti aspetta la classe.
La figlia, seduta come al pub mentre ordina una chiara media, masticando la gomma come la ragazza di Verdone-Figlio-dell’amore-eterno in “Un sacco bello”, vede entrare il prof e senza neanche provare a dissimulare: «AH PROF MA QUANTE GGIUSSSIFICHE ME SO RIMASSE A LATINO?!».

Don Milani, ora pro nobis

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Vita sospesa tra due russie – [“Padri e figli” di Ivan Turgenev]

Posted on 2023/03/16 by carmocippinelli

Ci sono libri che bisogna leggere in un determinato momento della propria vita. Parlo di quelli che compri all’età sbagliata: ne leggi venti pagine e ti annoiano perché chissà che idea avevi elaborato a riguardo e poi, man mano che ti addentri nella lettura, scopri che dicono tutt’altro rispetto a quanto avevi immaginato. Poi li posi sullo scaffale e chissà perché l’occhio ogni tanto ti ci cade nuovamente. Cominci a leggerlo e subito il tuo cervello si fionda nella Russia zarista di metà ‘800, quella che vorrebbe occidentaleggiare ma che poi non riesce a elaborare un sistema alternativo a quello vigente; nella Russia di campagna, diversissima da quella di città; nei villaggi in cui i rapporti familiari sono impostati ancora “alla vecchia maniera”. In una realtà così diversa eppure così simile a quella attuale in cui qualcosa vorrebbe nascere – ma senza sapere realmente come e quando, avendo solo l’urgenza dalla propria parte – mentre dall’altra l’unica soluzione proposta è lo status quo. Accettato, più o meno passivamente, dalla gran parte della popolazione.
Il libro di Turgenev è un piccolo regalo dell’intelligenza umana. Non è Dostoevskij, non è Gogol’, non è Tolstoj, ma Bazarov e Arkadij sanno intrattenere un dialogo col lettore: ché è pur vero che ‘l’uomo è sempre l’uomo’, in ogni sua epoca e momento storico.

“Padri e figli” di Ivan Turgenev [210 pp.] è uno di quei romanzi che a buona ragione possiamo inserire tra i classici della letteratura russa (e anche europea). Se è vero il detto popolare per cui “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, “Padri e figli” rientra perfettamente in questa categoria. Le ragioni sarebbero molteplici, così come i bandoli della proverbiale matassa da sciogliere sarebbero molti: qui ci limiteremo a citare alcuni spunti che fanno del romanzo di Turgenev una lettura quanto mai attuale.

L’autore nasce e muore nell’‘800: viene al mondo nel 1818 in un piccolo villaggio (Mcensk) nell’oblast di Orel, si trasferirà a Mosca dove vivrà gran parte della sua vita ma morirà sessantacinque anni più tardi lontano dal suo paese, a Bougival (presso Parigi). Basterebbe snocciolare questi pochissimi dati per provare a inquadrare il romanzo più celebre di Ivan Sergeevič Turgenev. L’Europa, l’occidente di quegli anni (e di tutto il secolo) viaggiava su un binario parallelo rispetto a quello della Russia: due percorsi destinati ad incrociarsi solo allo scoppio del primo conflitto mondiale e all’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando tutto l’impianto degli Stati e degli imperi centrali andrà a rotoli.
Quella volta davvero.

Il mondo descritto da Turgenev, però, è ancora un passo indietro rispetto a tutto quello che accadrà. Certo: imperversa il romanticismo, gli slanci ideali di singoli individui esaltati dalla letteratura mitteleuropea; iniziano a venir diffuse e discusse le dottrine filosofiche di Hegel, Schelling, Fichte, Feurebach, Marx; comincia ad essere sussurrata una parola “rivoluzione” prima da poche e poi da molteplici labbra. È il 1848 e il mondo occidentale sembra andare davvero a rotoli per un qualche tempo. Non sarà davvero una rivoluzione quella che investirà gran parte del continente europeo, ma il focolaio della rivolta è stato acceso e basta soffiare con un bel colpo di mantice per fargli riprendere vigore. Rivolta, tra tutti i termini che potrebbero indicare tumulti non sfociati nell’atto rivoluzionario così com’è conosciuto dalle vicende della storia degli uomini, è forse quello più adatto per indicare quel che accade nel ‘48.
La storia di Turgenev è quella della campagna russa e delle città che stanno sorgendo, vogliose e desiderose di modernità occidentale ma ancora profondamente legate a quel che è la cultura zarista e nobiliare.

Il mondo borghese emergente si scontra con i ceti sociali che hanno vissuto ascesa e modificazioni (nonché mortificazioni) del potere zarista: le famiglie, nonché i personaggi secondari presi in esame, ne sono chiaramente un esempio. I due protagonisti, Bazarov e Arkadij sono due giovani diversissimi: il primo viene descritto come il rappresentante della nuova cultura emergente, intriso di materialismo e di positivismo, si definisce “nichilista”, ed è la prima volta che questo termine viene utilizzato nella storia della letteratura; il secondo è il neolaureato figlio della famiglia Kirsanov, nucleo sistematosi nel villaggio di Mar’no nell’Oblast di Volgoda. Turgenev smania dal chiarire subito chi e cosa sia un nichilista: neanche una manciata di capitoli, poche decine di pagine ed ecco che l’autore mette subito in luce quell’insieme di inclinazioni e sentimenti racchiusi tutti nel riottoso (definirlo proto-rivoluzionario forse non sarebbe neanche troppo corretto), materialista, positivista, laico, anticlericale e libertario Evgenij Bazarov:

«Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». La famiglia di Arkadij inorridisce, specie lo zio Pavel:

«Prima c’erano gli hegeliani, ora ci sono i nichilisti. Vedremo come farete ad esistere nel vuoto, nello spazio senz’aria»,

ma anche la critica spietata arriva non prima d’aver invitato il fratello (padre di Arkasa, diminutivo di Arkadij) a chiamare la domestica col campanello perché «è tempo ch’io beva il mio cacao».

Turgenev farà dire ancor di più a Bazarov:

«Agiamo [i nichilisti] in forza di ciò che riconosciamo utile. Nell’epoca attuale la cosa più utile è la negazione: e noi neghiamo».

Se il lettore di questa recensione sentirà riecheggiare i versi di Montale di “Non chiederci la parola”, non sta andando troppo lontano.

«Prima toccava ai giovani di studiare; non volevano passare da ignoranti e così faticavano, controvoglia. Mentre ora basta che dicano: “tutto al mondo è una sciocchezza!” e sono a posto. I giovani si sono rallegrati. E realmente, prima erano semplicemente cretini, ora sono diventati a un tratto nichilisti».

Lo scontro tra il borghese che vuole a tutti i costi mostrarsi occidentalista, parlando francese (spesso non propriamente corretto), che paga contadini e lavoranti rivendicando la sua azione come la più democratica che possa esistere al mondo, è quel che ora chiaramente, ora carsicamente, emerge in “Padri e figli”. Una Russia che vuole scrollarsi di dosso l’anticaglia di tutto quel che era il protocollo nobiliare, il riconoscimento del titolo ma al contempo consapevole che al di fuori dello Zar non ci sia molto altro se non il caos e la sconsideratezza.

I princìpi della Russia zarista, ad ogni modo, vengono distrutti tutti da Bazarov che, vuoi o non vuoi, frequenta la vicina città insieme ad Arkadij (celata per tutto il romanzo) e insieme entrano a contatto con la loro classe d’origine, sebbene tra la nobiltà della ‘Russia profonda’ e l’alta borghesia/nobiltà cittadina vi sia un abisso. E i protagonisti non tardano ad accorgersene: una classe filo occidentale ma ossequiosa del modo di vivere alla maniera dei padri. Il tratto tanto duro quanto ambiguo Turgenev lo affiderà nella descrizione della genitrice di Bazarov:

«Arina Vlas’evna era un’autentica piccola nobile russa del buon tempo antico […] molto religiosa e sensibile, credeva in ogni sorta d’indizi, profezie, stregonerie, sogni […]; credeva che il diavolo amasse stare dove c’è l’acqua e che ogni giudeo avesse sul petto una massa sanguigna […] non mangiava le angurie perché un cocomero sgozzato ricorda la testa di San Giovanni Battista […] Sapeva che al mondo ci sono i signori, i quali devono comandare, e il semplice popolo, il quale deve servire, e perciò non sdegnava la servilità, né i profondi inchini; ma coi propri dipendenti aveva un contegno affabile e mite, non lasciava passar via nessun mendico senza elemosina e non condannava mai nessuno, anche se talvolta pettegolava […] Simili donne vanno ormai scomparendo.
Dio sa, se sia da rallegrarsene!».

La primavera dei giovani di quell’epoca è in scontro totale con l’autunno del villaggio di Mar’no, in cui il campanile rappresenta ancora la scansione naturale delle giornate di chi abita in quell’agglomerato di case: la nobiltà contadina, quella da cui provengono entrambi i ragazzi, è condannata dalla storia ma Turgenev non sembra salvare neanche la nascente nuova coscienza.

A metà tra quel che avrebbe potuto essere e quello che non sarebbe stato mai, si colloca il pensiero dell’autore: vicino ad istanze rinnovatrici ma non ben definite e non troppo delineate da poter essere immaginate.

Recensione pubblicata sulla rivista della ‘Cub Rail’ nel numero di marzo 2023. L’immagine rappresenta il dipinto “Neve” di Mikhail Germashev (1897).

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L’articolo sulle fettuccine di Alfredo di Lelio “vola” a New York!

Posted on 2023/03/16 by carmocippinelli

Sembra uno scherzo e invece non lo è. L’articolo che ho pubblicato martedì 1 febbraio sulla storia delle “fettuccine” di Alfredo di Lelio, è stato pubblicato il 15 marzo sul quotidiano bilingue «La voce di New York».
E la cosa bella è che è tutto vero!

L’articolo è disponibile a questo link: https://lavocedinewyork.com/food/2023/03/15/388518/

Per lungo tempo in Italia si è pensato che le “fettuccine Alfredo” fossero italo-americane e nulla avessero a che fare con la genuina cucina italiana essendo frutto di travisamenti. Al piatto negli USA è stata addirittura dedicata una giornata: il 7 febbraio è il “National Fettuccine Alfredo day”.

Non è così: le fettuccine Alfredo erano e sono tipicamente italiane. Anzi, romane: nate dall’intuizione del ristoratore Alfredo Di Lelio nel 1908. Al 104 di Via della Scrofa a Roma, il nostro aveva aperto una piccolissima trattoria. Due ingredienti, doppio burro e parmigiano, e una mantecatura a dovere, le fettuccine divennero il piatto forte del locale. Vuole la storia che Di Lelio le propose per la prima volta alla moglie che soffriva d’inappetenza a seguito della nascita del figlio (Armando, ma per tutti Alfredo II). Ines, la moglie del ristoratore, ne rimase estasiata e suggerì al baffuto marito di inserirle nel menù.

Da quel momento il nome di Alfredo venne associato alle fettuccine, tanto che durante la seconda guerra mondiale persino il quotidiano di Milano («Corriere della Sera») dava conto ai propri lettori della riapertura al pubblico del locale:

«Il re delle fettuccine, Alfredo alla Scrofa, Roma, annunzia alla sua eletta clientela milanese che oggi 5 sett. [1937] riapre il suo ristorante con le sempre maestose fettuccine al doppio burro e i suoi insuperabili filetti di tacchino all’Alfredo».

In ventinove anni, da quel 1908 in cui tutto iniziò, la fama della trattoria al 104 di Via della Scrofa era già andata ben oltre la Capitale, evidentemente. Nello stesso periodo, più precisamente durante l’occupazione nazista d’Italia e della città di Roma, il locale subì una chiusura di tre mesi «per infrazioni annonarie», come riporta il quotidiano fascista «Giornale d’Italia» del 25 marzo 1944:

«È stata disposta la chiusura per mesi tre dei sottonotati esercizi di trattoria, sorpresi a somministrare pietanze prelibate, in contrasto con le vigenti norme di disciplina annonaria. […] Ristorante Alfredo, in Via della Scrofa, gestito da Mozzetti Giuseppe».

Un’altra testimonianza di quel periodo l’ha fornita Filippo Ceccarelli nel 2019 pubblicando sul quotidiano «La Repubblica» uno stralcio del “Ghiottone Errante” di Paolo Monelli (1935):

« “Compare il trattore, baffi e pancetta da domatore, impugnando posate d’oro; e si avvicina al piatto delle fettuccine. La musica tace, dopo un rullìo ammonitore che ha fatto ammutolire anche i clienti in giro. Il trattore sente intorno a sé un’aureola di sguardi. Alza la forchetta e cucchiaio in cielo, come per propiziarselo; poi li tuffa nelle paste, le sommuove con un moto rapido, matematico, il capo inclinato, il respiro trattenuto, il mignolo sospeso. Due camerieri, impalati, assistono sul soglio. Pesa intorno il silenzio. Finché la musica scoppia in allegro brio, il trattore ripartisce le porzioni, poi va a riporre le posate d’oro e scompare”. Riaccese le luci, Alfredo ricompariva tra gli applausi. Gli americani letteralmente impazzivano».

Posate d’oro che, stando a quanto raccontava lo stesso Di Lelio, gli erano state regalate da Douglas Fairbanks e Mary Pickford in quegli anni.

Deliziosa la testimonianza che Paul Hofmann affida al «New York Times» il 1 novembre 1981, raccontando l’epifania di un suo amico con le “fettuccine Alfredo” in una Roma di metà anni ‘40 e in un’Italia uscita devastata dalla seconda guerra mondiale:

«Ricordo di aver portato un amico britannico da “Alfredo” a metà degli anni ’40, quando a Londra il cibo era ancora scarso e scialbo e tutti in Europa sembravano piuttosto magri. [Egli] Si tuffò con stupore nelle fettuccine e dopo le prime cucchiaiate mi chiese con un’espressione sconcertata: “Senti, vecchio mio, chi ha davvero vinto la guerra?”. 
Le tagliatelle gialle grondanti di burro erano diventate un simbolo invidiato del “miracolo italiano” della rapida ripresa postbellica. Allora non eravamo a conoscenza del colesterolo».
Negli anni ‘50 il locale di Via della Scrofa viene venduto, nel ‘59 Alfredo I scompare e tutt’ora il ristorante “Il vero Alfredo” si trova nella sede di Piazza Augusto Imperatore, 30. Ma, come ebbe a dire lo stesso Hofmann nell’articolo:

«A complicare la confusione, ci sono almeno altri due Alfredo a Roma. Le buone fettuccine Alfredo, o fettuccine alla romana, che ormai sono più o meno la stessa cosa, si possono mangiare ogni giorno in almeno 50 ristoranti della città».

Tutt’ora, in effetti, esistono due “Alfredo” a Roma: uno al 30 di Piazza Augusto Imperatore e l’altro al 104 di Via della Scrofa. Entrambi, ovviamente, rivendicano la paternità del piatto e le posate dorate: chi per lignaggio e fama, chi per conoscenza culinaria.

 
 
La foto a corredo dell’articolo è tratta dal medesimo link della pubblicazione su ‘La voce di New York’ e raffigura Alfred Hitchcock con Alfredo di Lelio. La foto appartiene all’agenzia Ansa ©.
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Roma ne porta ancora i segni: sui muri di Via Rasella – [“Morte a Roma” – Robert Katz]

Posted on 2023/03/15 by carmocippinelli

Spesso e volentieri per raccontare un fatto accaduto nella storia bisogna partire dalla fine. Fare un passo indietro rispetto a quel che si sa spesso aiuta a far chiarezza: “guardare da lontano per veder vicino” è un motto caro agli storici dell’arte. O, almeno, così pare. E in tal caso, si sa: vox populi è anche vox Dei. 
Robert Katz scrive “Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine” nel 1967 in prima edizione per la non più esistente casa editrice “Editori riuniti” e c’è subito da chiarire un fatto: l’autore è statunitense.
Vien da sé: con l’Italia, con l’occupazione nazista di Roma, con l’armistizio e quant’altro, Katz c’entra pochissimo. Forse nulla. È per questo che inizia a scrivere e ad indagare su quanto accaduto all’indomani dell’attacco di Via Rasella. 

L’introduzione all’edizione del 1996 scritta dall’autore stesso parte da uno spunto che avremmo potuto tralasciare ma che risulta essere estremamente interessante per la sua particolarità:

«Quasi contemporaneamente all’uscita di quell’edizione [la ristampa e l’aggiornamento del 1994] la televisione americana mise in onda un clamoroso servizio giornalistico girato in Argentina che di fatto riaprì il caso [le Ardeatine] con tutte le sue vecchie ferite».

Nell’introduzione all’edizione del 1994 Katz scriveva che si era conclusa «una delle principali controversie della storia della guerra mondiale in Italia».
Eppure il caso, la sorte o il destino interpretano un ruolo di primo piano nella storia degli uomini. Ancora dall’introduzione di Katz:

«Sul piccolo schermo vediamo un telecronista, con il microfono teso, avvicinare un anziano signore: “Señor Priebke?” gli chiese. “Sono Sam Donaldson della televisione americana. Posso parlare con lei un momento?”. E quel ‘señor’, buon cittadino di San Carlos de Bariloche […] al sicuro da ogni rischio che aveva vissuto sotto il nome di Erico Priebke, non esitò a soddisfare le richieste del telecronista».

Tutto si sarebbe rimesso in movimento nella testa dell’autore: c’era ancora qualche tassello da ricostruire. Ma questa è un’altra storia.
Nel volume, Katz non indaga né studia quello che successe dopo, quanto piuttosto quello che accadde durante le ore che anticiparono l’attacco di Via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca. Va tenuto conto gli abitanti della Capitale, mai nella loro storia hanno subito una repressione così efferata come quella accaduta a seguito dell’attacco del Gap (Gruppo d’azione patriottica) che aveva pianificato l’azione. 

La scrittura di Katz è un abile riassunto tra l’intervista, il racconto, la testimonianza, l’articolo di approfondimento e la divulgazione dei fatti accaduti: ha avuto la fortuna di incontrare i superstiti dell’attacco e di intervistarli, di leggere le testimonianze processuali dei nazisti delle SS Polizeiregiment “Bozen” che furono attaccati dai componenti del partito comunista che era posto – come tutti i partiti antifascisti – in stato di clandestinità e costretto all’azione nell’illegalità.
Ne viene fuori un racconto vivido di quelli che furono i giorni di una Roma scomparsa in cui l’unico mezzo pubblico che funzionava (male) era il tram, in cui vigeva il coprifuoco, in cui Centocelle (oggi periferia in piena gentrificazione) era oggetto di azioni ‘alle porte della città’, in cui mancava immondizia per poter celare la bomba che Bentivegna trasportava con la bicicletta fingendosi netturbino, in cui il Vaticano ha avuto un ruolo (e quale!) nell’ambito dell’occupazione.
Una città diversa eppure tanto simile a quella dei giorni nostri. 

Nel settantanovesimo anno dall’attacco, dunque dall’eccidio delle Ardeatine, rileggere “Morte a Roma” è un esercizio che serve non solo per riportare alla memoria quanto accaduto ma per provare a immaginare quello che Alessandro Portelli, storico che ha scritto uno dei più importanti volumi sulla vicenda [“L’ordine è già stato eseguito”, Donzelli editore], ha definito come la zona impervia che si situa a metà tra il pianerottolo e il genocidio. Di come, cioè, la vita di uomini e donne in quei giorni di occupazione nazifascista si collocava nella sottilissima intercapedine tra il nascondersi e il venire uccisi. 

Che è poi quello che accadrà stando al comunicato battuto dall’agenzia Stefani e apparso sui quotidiani romani di allora («Il Messaggero» su tutti) che segnò completamente la questione (e che Portelli riporterà nel suo volume proprio nella prima pagina). Quel comunicato diceva così: 

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per Via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita [notare il modo e tempo verbale] da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

E così fu. E così Roma riporta i segni di quei giorni, ancora oggi, a Via Rasella.

Recensione pubblicata sulla rivista ‘Pagine marxiste‘. L’immagine è la medesima posta in foto all’edizione di “L’ordine è già stato eseguito” pubblicata dalla Universale economica Feltrinelli, appartenente al Bundesarkiv. “Italien, Rom Noch Attentat in via Rasella auf eine SudTiroler Polizei”.

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“Donna cristiana: alza la testa!”. “Revuelta de mujeres en la Iglesia” convoca manifestazioni in tutto lo Stato spagnolo in vista dell’8 marzo

Posted on 2023/03/06 by carmocippinelli

Le cristiane cattoliche sono in agitazione in tutto lo Stato spagnolo. Nella giornata di ieri il movimento “Revuelta de mujeres en la Iglesia”
ha tenuto manifestazioni e presidi di fronte a luoghi di culto in
diverse città dello Stato, così come nelle regioni autonome (Paesi
Baschi e Catalogna su tutti) portando lo slogan: “Camminiamo insieme per l’uguaglianza e la dignità nella Chiesa“.

Secondo il quotidiano spagnolo «La Vanguardia» le donne scese in piazza intendono: «far sentire la propria voce [uno degli slogan era “alza tu voz”] e rivendicare il fatto che nella Chiesa delle origini il movimento di Gesù fosse egualitario» anche perché: «Gesù trasgrediva le regole e le norme di una società profondamente patriarcale».

Il movimento “Revuelta de mujeres“, dunque, sarà presente allo sciopero nonché alla manifestazione internazionale dell’8 marzo
e, per prepararsi a tale evento, è sceso in piazza congiuntamente nelle
città di Almería, Barcellona, Bilbao, Burgos, Ciutadella, Córdoba,
Granada, Huelva, Las Palmas, Logroño, Madrid, Oviedo, Salamanca,
Santander, Santiago de Compostela, Siviglia, Valencia e Vigo.

Cosa chiede il movimento?
Rispetto, diritti, dignità. Una Chiesa: «da
costruire e da immaginare» basata «sull’uguaglianza e sul rispetto
delle donne nei confronti degli uomini, in cui le donne siano
riconosciute come componenti attivi e in cui la responsabilità e i
“leader” non siano solo uomini; che rispetti l’identità e la diversità
sessuale»
. Così come viene rivendicata la volontà di costruire: «un’immagine di Dio che non sia solo esclusivamente maschile» e ancora viene rivendicato il diritto al sacerdozio «negato a causa del nostro corpo, sempre frutto di ‘sospetto’» e si chiede di smetterla con la visione «negativa della sessualità che crea sofferenza».

In esclusiva per «La Rinascita delle Torri» uno scatto del presidio svoltosi a Bilbao in cui è ben visibile lo striscione in euzkera e in castigliano: “Emakumeon matxinada elizan” cioè la traslitterazione del nome del movimento in lingua locale.

 
 

Pubblicato su “La Rinascita delle Torri”

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Chëllonghë

Posted on 2023/03/05 by carmocippinelli

 

Rara foto di Maurizio Vandelli a Collelongo

Qui stavamo rievocando di quella volta in cui lo sbarco dei rispettivi reggimenti di garibaldini è transitato proprio nel medesmo loco in cui si possono osservare Villavallelonga, Trasacco e Balzorano

Il giacimento salino della mia fronte era appena in formazione

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Né Schlein, né Meloni: prima di loro Aglietta (Partito radicale), D’Angeli (Sinistra Critica) ma anche Grazia Francescato (Verdi)

Posted on 2023/02/28 by carmocippinelli

Tra la Presidente del Consiglio dei Ministri e la nuova segretaria del Partito democratico c’è un abisso. Anzi, tre. Si chiamano Adelaide Aglietta, Flavia d’Angeli e Grazia Francescato.

« La sua carriera è stata rapidissima. È entrata nel Movimento per la liberazione della donna (Mld), è diventata segretaria regionale del Piemonte e da settembre è la vicesegretaria del partito. Alle elezioni del 20 giugno è stata la prima non eletta dei candidati radicali». 

Non è il 2023 ma è il 1976: un’altra Italia, un altro contesto politico internazionale e, con tutta evidenza, un’altra morale collettiva. 

Il «Corriere della Sera» di quel giorno, venerdì 5 novembre 1976, pone l’articolo (con foto) al centro di pagina 11: «Adelaide Aglietta è la prima donna segretaria di un partito».

L’articolo è stato scritto da Giovanni Russo e si legge ancora: 

«Prima di diventare radicale aveva sempre votato per il Partito socialista italiano (Psi), ma sempre meno convinta. Durante la battaglia per il referendum, si è avvicinata al partito radicale compiendo non solo una scelta politica ma ache una scelta di vita. Dice: “C’è stata così anche una mia crescita personale”». 

La conferenza stampa di presentazione quel giorno avvenne alla presenza di un contestato ma sempre leader del partito Marco Pannella e del vice segretario Gianfranco Spadaccia che Walter Tobagi avrebbe descritto come “il solito” al congresso dell’anno successivo in merito a una vicenda legata al finanziamento pubblico del gruppo parlamentare (ma non del Partito).

Tornando ai nostri giorni: dalla vittoria alle politiche di Meloni, alla scalata di Schlein, i quotidiani si sono sperticati in lodi tanto nei confronti dell’una quanto dell’altra esponente politica: la prima donna Presidente del consiglio dei ministri e leader di un’organizzazione politica e la prima donna segretaria di un partito di sinistra. 

Come detto prima, dunque, vale la pena ricordare che la primissima segretaria di partito si chiamava Adelaide Aglietta: nel 1976 successe a Gianfranco Spadaccia nella direzione del Partito radicale. All’età di 36 anni e con due figli (guai se allora le si fosse dato della “giovane ragazza” come più volte attribuito a Schlein nel corso dei notiziari televisivi e radiofonici) aveva ricevuto l’onore e l’onere di dirigere il Pr di Marco Pannella: «eletta all’unanimità meno un voto», riporta il pomeridiano «Corriere dell’informazione» del 4 novembre di quell’anno.

E ancora: nel 2008 è il momento di Flavia d’Angeli: portavoce di Sinistra Critica, organizzazione della sinistra trotskysta in vita fino al 2013 e tra le più attive della stagione della balcanizzazione della Rifondazione comunista post bertinottiana [1].
I grandi media avevano già preso ad ignorare le posizioni politiche non-mainstream, dunque di Flavia d’Angeli ci sono solamente dei “francobolli” apparsi su quotidiani nazionali, come quello apparso su «Repubblica» all’indomani delle elezioni del 2008 (quelle della “Sinistra Arcobaleno”): 

«Flavia D’ Angeli candidata premier, Franco Turigliatto capolista al Senato in tutte le regioni. Sinistra Critica, il movimento politico trotzkista, ha deciso di indicare una donna per Palazzo Chigi. La D’Angeli ha 34 anni, è laureata in lettere ed è stata impegnata nei movimenti studenteschi e in quelli anti-globalizzazione. Ha ricoperto l’ incarico di coordinatrice dei giovani di Rifondazione comunista a Genova nel 2001 e al Forum sociale di Firenze nel 2002. Dopo l’uscita di Sinistra critica da Rifondazione si è licenziata dal partito e ora è insegnante precaria di materie umanistiche».

Ancora una
C’è spazio per un’altra donna ancora: si tratta di Grazia Francescato. Eletta portavoce della Federazione dei Verdi durante la fase di transizione del partito, diviso tra il cammino in autonomia e il percorso con Sinistra ecologia libertà [un po’ di articoli su quegli anni, dal 2009 al 2011 e sulle conseguenze che ha avuto in quell’area li trovate qui: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/search?q=Sinistra+ecologia+libert%C3%A0].

«Con trecento voti su 507 delegati, Grazia Francescato è stata eletta
nuovo presidente dei Verdi. Prende il posto, dopo un regno durato sette
anni, di Alfonso Pecoraro Scanio che si era dimesso dopo il disastro del
voto di aprile [Sinistra arcobaleno]. La votazione a scrutinio segreto ha chiuso nei fatti un
congresso pieno di tensioni, attese e che doveva regolare conti in
sospeso». 

È quanto raccontava Claudia Fusani su «Repubblica» il 19 luglio 2008, in cui la giornalista (ora al «Riformista») dava conto dei rispettivi congressi del Partito dei comunisti italiani (Pdci) e della formazione ecologista, uscite con le ossa rotte dopo le politiche di quell’anno. 

Curioso il dato che viene citato da Fusani nell’articolo:

«Nella sua mozione raccoglie l’anima più radicale del partito, da Paolo
Cento a Loredana de Petris, da Gianfranco Bettin a Angelo Bonelli
(molto fischiato). Quello di Francescato è un mandato di continuità
con la vecchia presidenza e anche un mandato ponte, fino alle Europee.
Per vedere cosa succede a sinistra dopo le macerie del voto di aprile». 

[1] La conferenza nazionale del 2013 si divise in due documenti contrapposti con pari sostenitori e si decise per lo scioglimento. Ne nacquero due organizzazioni: Solidarietà Internazionalista (gruppo d’Angeli) e Sinistra Anticapitalista (Gruppo Turigliatto), il secondo è tutt’ora attivo e ha fatto campagna elettorale per Unione popolare alle elezioni politiche del 2022.

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Un appello dal Liceo D’Assisi in solidarietà con gli studenti di Firenze e con la DS Savino

Posted on 2023/02/25 by carmocippinelli

Quello che segue è un appello che parte dai docenti precari del Liceo ‘Francesco d’Assisi’ di Roma (Centocelle). Nessuno ha mosso un dito, ci siamo mossi noi.  

Per una scuola contro l’indifferenza

L’attacco verbale del Ministro Valditara nei confronti della D.S. Annalisa Savino (Liceo ‘Da Vinci’ di Firenze), la quale ha esposto alla sua comunità i fatti accaduti al Liceo ‘Michelangiolo’, non è passato inosservato: il ministro ha parlato di parole inopportune e di «strumentalizzazione» e anche di evitare che una eccessiva politicizzazione entri nelle scuole.

Noi, però, sappiamo bene che la politicizzazione è molto presente all’interno delle scuole italiane. ‘Noi’ docenti, ‘noi’ personale ATA, ‘noi’ studenti, insomma, la comunità scolastica tutta, è al corrente di quel che significa.

Se dovessimo limitarci alla propaganda ideologica, basterebbe citare la lettera inviata dal Ministro riguardo l’anniversario della caduta del Muro di Berlino in cui vengono pronunciate una serie di ‘ingenuità storiche’ chiamando la comunità scolastica all’unione attorno alla giornata della libertà, parlando di «festa della liberaldemocrazia», sebbene poi venga affermato come sia un sistema «imperfetto e “non privo di contraddizioni».

Quelle stesse contraddizioni che fanno investire migliaia di euro a debito per la digitalizzazione scolastica, in ossequio col Pnrr, senza pre-occuparsi di un reale investimento riguardo le immissioni in ruolo, percorsi certi (e non salti ad ostacoli) per l’abilitazione del personale docente, continuità didattica, ristrutturazione di plessi scolastici che crollano per ‘fatalità’.

Quelle stesse contraddizioni che hanno visto i sindacati confederali presenti nelle scuole non indire nemmeno un minuto di sciopero o, quantomeno, iniziative in solidarietà con quanto accaduto.

Noi docenti dell’L.S.S. ‘Francesco d’Assisi’ di Roma, firmatarie e firmatari di queste righe, vogliamo esprimere piena solidarietà agli studenti aggrediti a Firenze davanti al ‘Liceo classico Michelangiolo’ e alla dirigente Annalisa Savino del ‘Leonardo da Vinci’, attaccata pubblicamente dal Ministro Valditara per aver scritto una lettera aperta in cui, richiamando i principi della nostra Carta costituzionale, ha condannato una violenza di chiaro stampo squadrista.
Invitiamo i colleghi e le colleghe a leggere la lettera della D.S. Annalisa Savino nelle proprie classi durante le lezioni della prossima settimana, a sostenere e promuovere iniziative di solidarietà.

Firme

Docenti
Del Vecchio Giovanni
Massetti Noemi
Piccinelli Marco

Rigamonti Manuela

Pacione Dolores

Chiaraluce Diego

Marsili Manuela

Attili Tiziana
Flamigni Enrico

De Angelis Enrico

Perna Luigi

Lavatore Maria 
Claudi Stefania

A.T.A.
Santoro Fabiana

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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