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Categoria: Blog

“Queo esssisssiano”

Posted on 2023/07/27 by carmocippinelli

Altavilla Vicentina (precisamente Tavernelle). Esterno giorno.

Entro in un’edicola e mi fissano tutti: dall’edicolante all’anziano che compra “Il giornale di Vicenza” è tutto un muovere i muscoli del collo in direzione di questo tizio stranissimo che entra con lo zaino in spalla e il sigaro spento tra le labbra.
Arriva il mio turno, chiedo il giornale ma quello che cerco non ce l’hanno. Colpa della distribuzione, dicono.
Poi l’edicolante mi fa: «Ti te somigli proprio a queło esssisssiano, come se ciama…», e un altro dietro che faceva finta di leggere le prime pagine di quotidiani che arrivano – invece – solo ad Altavilla (“Le ali della libertà”, ad esempio): «Patrick Zaki», pronuncia sornione e senza minimamente distogliere lo sguardo dai suoi titoli.
«Ecco!», proferisce in tono di trionfo l’edicolante, tendendo la mano aperta verso di me, come a dire “avevo la risposta sulla punta della lingua”. 

Ostinato, vado anche all’altra edicola alla fine della cittadina alla ricerca del benedetto quotidiano. Pongo la stessa domanda, ricevo la stessa risposta.
«Eh no, xe cołpa dełła distribussione», manco qua c’è.
Rassegnato mi avvio alla macchina ma una voce mi inchioda sull’uscita. Un’anziana loquace signora, in evidente cerca di orecchie che la ascoltino, due quotidiani in mano e Famiglia cristiana sotto al braccio, mi fa: «Ti xe uguałe a mio nipote Fiłippo. Ma più di lui sai a chi somigli?». Avevo già capito dove volesse andare a parare ma, proditoriamente, difendendomi come gli istrici mostrando gli aculei, dunque accentuando ancora di più la calata romana, dico: «E se o sapessi, signò: dica».
Noncurante di aver avuto a che fare con un terrone, riprende i fili del suo pensiero, fissandomi sempre negli occhi: «A queo esssisssiano, come se ciama…»
E l’edicolante: «Xe vero, xe identico a Zaki!!!».
Già me lo vedo, domani, il comune di Altavilla esporre il cartello giallo e nero di Amnesty International:
«GRAZIE ITALIA ABBIAMO RITROVATO PATRICK ZAKI CHIEDEVA UN GIORNALE VAGAMENTE DI SINISTRA AD ALTAVILLA».
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Terre rare, è ‘battaglia legale’ per il giacimento di Kuannersuit (Kvanefjeld)

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

Continua la lotta incessante per la ricerca, dunque l’individuazione e l’estrazione, delle terre rare. Stavolta non accade in America Latina (celebre ormai lo scambio di tweet tra Elon Musk e l’allora presidente boliviano Evo Morales) ma in Groenlandia. La società australiana Energy transitions minerals Ltd (già Greenland minerals limited) vorrebbe procedere per vie legali per il progetto di ricerca di terre rare a Kuannersuit (Kvanefjeld in danese).

In una nota diffusa dall’agenzia Reuters il 20 luglio [2023]: «La società Etm ha dichiarato [giovedì 14 luglio ndt] di aver presentato un’istanza di reclamo presso il tribunale di Copenaghen» affinché si stabilisca riguardo il «diritto legale di poter ottenere una licenza per lo sfruttamento»1 del bacino di Kuannersuit (Kvanefjeld).

Stando al quotidiano groenlandese «Sermitsiaq»: 

«La richiesta di risarcimento presentata dalla Etm al tribunale arbitrale della Danimarca è di 76 miliardi di corone danesi» in conseguenza del rifiuto del governo groenlandese di procedere affermativamente con qualsiasi tipo di attività estrattiva. L’istanza è «lunga più di cinquecento pagine e comprende fino a mille appendici»2.

Nel comunicato stampa prodotto dalla società si legge che il soggetto della controversia sarebbe la società Greenland Minerals controllata al 100% da Etm e sarebbe titolare «di licenza di esplorazione»3, legata all’individuazione di terre rare a Kuannersuit.

Ma andiamo con ordine.

Kuannersuit è il sesto giacimento di uranio al mondo, ma è anche il sito più ricco di terre rare di tutto il globo. Secondo stime effettuate dalla stessa società Etm4 si sostiene che vi si possa trovare «oltre un miliardo di tonnellate di risorse minerarie nell’area»5 in particolare il neodimio, materiale importantissimo perché impiegato nella realizzazione di nuove tecnologie nonché di auto elettriche. Proprio per questo Donald Trump, già Presidente Usa, aveva pubblicamente dichiarato l’interesse all’acquisto dell’intera isola, suscitando indignazione da più parti, non solo in Groenlandia.

Inizialmente il partito socialdemocratico Siumut, ininterrottamente al governo del paese dal 1979, aveva acconsentito all’interlocuzione con la società nonché a generici progetti di individuazione ed estrazione. Due anni fa, 2021, le elezioni le vince il partito di sinistra radicale e indipendentista Inuit Ataqtigiit (Ia). In Italia Ia viene subito catalogato come “ambientalista”: in realtà Inuit Ataqtigiit (che tradotto significa “Comunità Inuit”) vince grazie ad una piattaforma nettamente di rottura con il precedente esecutivo socialdemocratico. Mute Egede, che ‘allora’ di anni ne aveva trentaquattro, era stato designato come candidato di Ia e durante la campagna elettorale ebbe modo di dichiarare la propria contrarietà – nonché quella del partito – ad ogni progetto di attività estrattiva nel Paese anteponendo la questione perfino all’indipendenza integrale dalla Danimarca. Il regime di autogoverno, per una volta, non venne troppo contestato: prima la salute, si era detto in quella campagna elettorale. Una volta al governo Ia ha chiuso completamente la questione arrivando a promulgare una legge apposita6 contro le attività estrattive. La norma (Act 20) è ora contestata dalla società australiana per cui viene affermata la non scientificità da parte dell’azienda che «dopo quattordici anni di lavoro in collaborazione» viene messa alla porta.

Si legge ancora nell’articolo pubblicato da «Sermitsiaq»: 

«Secondo la società [Etm], il Naalakkersuisut [Governo autonomo] ha confermato per iscritto nell’aprile 2020 che Energy Transition Minerals soddisfaceva i requisiti per ottenere la licenza. In questo caso si fa riferimento al fatto che il Ministero delle risorse minerarie» avesse acconsentito e approvato le relazioni sull’impatto ambientale e sull’uomo. «Tuttavia, questo non equivale all’ottenimento di una licenza», chiosa Lindstrøm nell’articolo, «ma solo a un altro passo nel processo verso [l’elaborazione di una] decisione».

C’è di più: secondo il governo groenlandese, stando alle fonti di «Sermitsiaq», il tribunale arbitrale di Copenaghen presso cui si è rivolta la società Etm non ha la competenza per giudicare il caso.

Duro il commento di Ia:  

«È vero che la collaborazione ha avuto luogo [coi governi passati ndt] e che è stata fornita una base normativa che consentirebbe l’utilizzo dell’uranio in Groenlandia. Ma in nessun momento si può affermare che la società abbia una giustificata aspettativa di ottenere un permesso per lo sfruttamento dell’area», ha dichiarato Naaja Nathanielsen, componente del governo.

NOTE:

1s.n., Australia’s Energy transition files claim for Greenland rare earth project licence, 20 luglio 2023, «Reuters», <https://www.reuters.com/business/energy/australias-energy-transition-files-claim-greenland-rare-earth-project-licence-2023-07-20/>.

2Merete Lindstrøm, Kuannersuit: ETM har opgjort erstatnigskrav til 76 miliarder, 20 luglio 2023, «Siumut.ag», <https://sermitsiaq.ag/kuannersuitetm-opgjort-erstatningskrav-76-milliarder>.

3Qui il testo della dichiarazione [in inglese]: https://wcsecure.weblink.com.au/pdf/ETM/02688604.pdf.

4Questa la stima di minerali che venne realizzata nel 2015 da Etm e rintracciabile sul sito dell’azienda stessa: https://etransmin.com/wp-content/uploads/Mineral-Resource-Table-February-2015-ETM.pdf.

5https://etransmin.com/kvanefjeld-project/.

6Qui il testo della legge [in inglese]: https://govmin.gl/wp-content/uploads/2022/01/Uranlov-ENG.pdf.

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L’altro mondo impossibile – Atlante Editoriale

Posted on 2023/07/21 by carmocippinelli

«Genova ha cambiato molto la mia vita. Stranamente ciò che ha
cambiato la mia vita è la sensazione di essere stata miracolata. Sono
rimasta indenne, mentre attorno a me le persone cadevano e venivano
massacrate di botte
»

racconta Leyla Dakhli, giovane attivista francese di origine tunisina, ad Alexis Mital Toledo e Eric Jozsef, autori del documentario Gêne(s)ration
del 2002, inedito in Italia. Ha lo sguardo spento, Leyla, mentre parla
dei giorni del suo luglio 2001. Guarda fuori dal finestrino di un treno
fermo su un binario, assorta e malinconica.
Il sogno spezzato della giovane Leyla è lo stesso delle trecentomila persone che, dal 14 al 22 luglio 2001, si incontrarono in una Genova militarizzata
rispondendo all’appello del Genoa Social Forum, rete internazionale di
1187 organizzazioni tra attivisti ambientalisti, pacifisti, del mondo
cattolico, delle ONG e dei centri sociali e femministe per discutere di
clima, diritto alla salute, acqua pubblica, pace, ambiente, sviluppo
sostenibile e giustizia, agricoltura e sovranità alimentare, proponendo
soluzioni di segno opposto rispetto alle ricette del Gruppo degli otto
paesi più economicamente avanzati. In opposizione al G8, quindi, che dal
19 al 22 luglio 2001 si riuniva nel Palazzo Ducale di Genova.
Ripercorrere a ventidue anni di distanza gli avvenimenti che si
svolsero in quei giorni non è un semplice esercizio della memoria. È
importante perché ci parla del presente: da una parte, i temi del Genoa
Social Forum sono i temi del nostro presente; dall’altra, i protagonisti
di quelle giornate non sono così distanti da noi. Il governo di allora
infatti, presieduto da Silvio Berlusconi, santificato alla morte
dall’attuale governo, è lo stesso sotto il cui mandato si verificò
quella che Amnesty International definì come

«la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Una rappresentazione – sia concesso – ironica ma non troppo del clima
che si respirava quei giorni la fornisce il «Corriere della Sera» del
30 giugno 2001. A pagina 6 campeggia il titolo che fa riferimento
all’aspetto della città, tutt’altro che “tirata a lucido”, per cui
Berlusconi, allora Primo Ministro, cercava di suonare la carica sulle
tempistiche dei lavori. Sulla destra un piccolo trafiletto: a Genova è
stata rubata un’ambulanza ed è scattato l’allarme. 

«Ogni mezzo,
soprattutto quelli pubblici, potrebbe essere mimetizzato e usato per
“sfondare” le barriere di sicurezza. […] I residenti dovranno comunicare
se ospitano stranieri e “denunciare” qualsiasi variazione ai dati
forniti durante il censimento».

La tensione era palpabile e anche quel
che parrebbe essere stato un semplice allarme di un tentato furto, aveva
fatto riaccendere la proverbiale miccia attorno alla “città blindata”.
In basso a destra due articoli: 

«La rivoluzione in videogames: si chiama
“Red faction” ed è il primo videogioco dedicato alla lotta di classe.
Sta per arrivare in Italia ed è già diventato un fenomeno di culto nei
centri sociali di mezza Europa […] i contestatori utilizzano “Red
faction” come allenamento»[1].

Taglio basso: 
«I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8»[2].
Il racconto della politica di quei giorni non può che partire dalla
considerazione che Fabrizio Caccia produceva nell’articolo: la Roma
bene, per sua stessa natura decadente nonché filo-progressista più per
volere del luogo comune che in ossequio alla realtà, agli occhi
disincantati e giudicanti dei più, si preparava in massa e in marcia a
prendere parte alle realtà del movimento che dalla Capitale si sarebbe
spostato a Genova il mese successivo.
Pier Ferdinando Casini in quei giorni diceva che «i genovesi devono poter girare liberi nella loro città», l’allora Presidente della Camera dei Deputati faceva riferimento evidentemente alla “città blindata” in vista dei cortei. «Era un po’ sgarrupata [Genova] ma adesso va molto meglio», diceva Berlusconi il 15 luglio, 

«la città arriverà preparata all’appuntamento della prossima settimana, anche se si tratta di un appuntamento difficile»[3].

Il Primo Ministro, nei giorni precedenti ai fatti, girava per la
città e rilasciava dichiarazioni come ormai aveva abituato gli italiani: 

«Le manifestazioni di protesta contro le riunioni del G8 sono
paradossali. Si discuterà proprio dei temi che i contestatori sollevano.
Tra questi la povertà nel mondo, le grandi malattie che si devono
combattere, la necessità di non far morire più la gente di fame e di non
lasciare nessuno nell’analfabetismo. Un altro tema fondamentale sarà
quello dell’ambiente […]
».

Che ventidue anni dopo avremmo ricordato quei giorni durante
una violentissima ondata di caldo causata proprio dal cambiamento
climatico che quel G8 aveva la responsabilità di fermare, Berlusconi non
poteva saperlo.
Di certo, gli unici incontri in cui si affrontò
seriamente il tema del surriscaldamento globale furono quelli del Genoa
Social Forum. I movimenti presenti e repressi con la violenza a Genova
sono cruciali per il presente proprio perché affrontarono per primi
questioni oggi dirimenti, tra tutte quella ambientale e la tutela dei
migranti. I movimenti ambientalisti che caratterizzano il nostro
presente, dal Friday For Future a Last Generation, sono insomma figli di
quel movimento altermondialista di cui faceva parte la generazione di
Leyla, così come le ONG che ogni giorno salvano le vite di migliaia di
migranti che tentano di superare indenni le alte mura e il mare profondo
di un’Europa sempre più chiusa in sé stessa.
Soprannominato erroneamente dai media movimento no-global, il
movimento altermondialista che lottava con lo slogan “un altro mondo è
possibile” e che, come Leyla, lottava per il benessere, il progresso e i
diritti umani di tutti, rappresentava le istanze del popolo di Seattle
.
Sorto nel 1988 a Berlino dove si teneva la conferenza del Fondo
Monetario Internazionale, il movimento si diede poi appuntamento a
Parigi, Madrid, Londra e, appunto, a Seattle, dove il 30 novembre 1999
sfilò la prima grande manifestazione di protesta e si verificarono degli
scontri tra polizia e manifestanti. Come accade anche oggi nella
narrazione mediatica dei gruppi ambientalisti, già allora il racconto
giornalistico si concentrò principalmente sulle azioni di protesta.
A Genova tuttavia il sistema di informazione fallì su tutti i fronti, pubblicando (senza verificarne la veridicità) le informazioni false fornite dai servizi segreti, cui la politica diede credito: si parlò di 

«palloncini
con sangue umano infetto da lanciare sui manifestanti; copertoni di
auto da lanciare infiammati sulle colline di Genova, l’affitto di un
canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale; buste
di plastica con sangue di maiale da lanciare sulle forze dell’ordine per
disorientarle e la predisposizione di due testuggini umane, formate da
ottanta manifestanti ciascuna
». 

Fatti che, ovviamente, non si
verificarono mai. Significativo, quanto amaramente ironico, fu
l’articolo di Norma Rangeri su «il manifesto» del 20 luglio 2001 in cui
la giornalista poneva l’accento sulla natura dei servizi
telegiornalistici: 

«Non è successo ancora nulla (o quasi) ma se la
notizia non c’è si trova. […] si può occupare tempo e denaro (il nostro)
per mostrare [in televisione] i poliziotti che perquisiscono i genovesi
ai valichi della zona-rossa senza trovare nulla. Quel nulla che basta e
avanza per consumare due o tre minuti spiegando che si “perquisisce una
borsa sospetta”. Ora una borsa è una borsa, specialmente se quella
inquadrata è un classico (e anche elegante) cestino di cuoio per
signora. Oppure si può andare dal prete che, di fronte alla telecamera,
non vuole perdere i suoi secondi di celebrità e spara sciocchezze a
salve (“meglio non celebrare matrimoni per evitare assembramenti e
sommosse”). Oppure ci si può collegare con la sala stampa (naturalmente
deserta) per giocare d’anticipo (“presto si riempirà”)»[4].

Pare non essere cambiato nulla, da quel giorno, in quanto alla diffusione di aprioristiche tensioni: 

«Il meccanismo è infernale: la conduttrice in studio riassume i fatti,
passa la parola all’inviato-capo (si riconosce perché si fa riprendere
con le navi alle spalle) che, a sua volta, ripete il riassuntino, poi la
linea va ai cronisti che buttano il microfono sotto il naso di
chiunque, pur di saziare la fame prepotente di sette emittenti nazionali
per un’offerta di una trentina di edizioni di tg al giorno»[5].

I giorni di Genova del 2001 rappresentarono per il movimento
altermondialista un punto di non ritorno. Finì a Genova, il primo
movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, come lo definì
la politologa Susan George, a colpi di pistola e manganello. Con
l’uccisione di Carlo Giuliani, 23 anni, a piazza Alimonda, con le
violenze della polizia, agite indiscriminatamente sui manifestanti, che
portarono al ferimento di circa milleduecento persone. Terminò con le torture della scuola Diaz (93 le persone abusate) e nella caserma di polizia di
Bolzaneto: gli agenti resteranno impuniti, perché in Italia il reato in
questione esiste solo dal 2017 (e che, ora, il governo Meloni vuole abrogare). Solo nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilì i risarcimenti per le vittime e chiarì che alla Diaz le torture ci furono per davvero.
 

Il “giorno dopo”

«Se verranno individuati abusi, violenze ed eccessi, non vi sarà
copertura per chi ha violato la legge. Ma siamo tutti convinti che non
si deve confondere chi ha aggredito e chi è stato aggredito, chi ha
difeso la legge e ha cercato di tutelare l’ordine e chi, invece, contro
quest’ordine si è scagliato
»[6], così disse in Senato il Primo Ministro Silvio Berlusconi, come annotava certosinamente Ida Dominijanni del «manifesto».
Nel ventennale dai fatti di Genova Fabrizio Cicchitto scrisse un
lungo articolo sui responsabili del G8 oltre Berlusconi e Scajola che
venne pubblicato dal «Riformista» (quello di Sansonetti, nda).
Le responsabilità sarebbero state anche di altri e, il già componente
del Copasir e vice capogruppo di Forza Italia alla Camera di quella
Legislatura, additava tutto l’arco parlamentare nell’introduzione dello
scritto: 

«Una catena di errori politici commessi dal governo D’Alema, dal governo Amato, da quello di Berlusconi, dal PDS, da Rifondazione Comunista e da AN, gravissimi errori gestionali e comportamentali da parte dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro e dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Sergio Siracusa,
l’irruzione di un mucchio selvaggio costituito da migliaia di
manifestanti che non erano solo degli angeli, ma fra i quali c’era di
tutto – pacifisti, contestatori razionali, praticanti della guerriglia
urbana, black bloc – ha portato ad un
autentico disastro nel quale ci fu la distruzione sistematica di pezzi
della città, una durissima guerriglia urbana, il massacro da parte delle
forze dell’ordine di dimostranti inermi, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana praticata alla Diaz e a Bolzaneto»[7].
Poco importa se Berlusconi avesse dichiarato all’inizio della
conferenza stampa a seguito dei noti fatti come non ci furono state «falle importanti»
[8]. 

Cicchitto, ex post, rincara la dose: 

«Due conclusioni. Anche
per una questione di intelligenza politica e di credibilità
internazionale, la linea del governo Berlusconi era per la mediazione e
per il dialogo, certamente non per la repressione e per la macelleria
messicana. Al netto, però, di tutte le successive vicende giudiziarie,
ma per una valutazione politica di merito su quello che era accaduto,
subito dopo il G8 Berlusconi avrebbe dovuto sollevare dai loro incarichi
il capo della Polizia De Gennaro e il comandante dell’Arma dei
Carabinieri Siracusa: avrebbe dovuto farlo anche se essi, specie il
primo, erano protetti da forze importanti e molto potenti della
sinistra. Questa ricostruzione riguarda solo lo svolgimento dei fatti,
in altra occasione faremo una riflessione sui massimi sistemi»
[9]. 

Condire con sapiente uso del condizionale e riflessione ex post quanto
basta, o q.b. per gli appassionati di blogging culinario.

Da quella fase il mondo della narrazione contraria, o se vogliamo
della “contro-narrazione” prodotta dai governi e dal (neo)liberismo,
venne semplicemente soffocato. Il punto è dolente e tocca ancora oggi i
destini e le sorti di un’alterità politica: orecchie e cuori non sono
più in grado di prestare ascolto a quella che è una proposta alternativa
all’uniformità del liberalismo politico dell’ultimo quindicennio. 
Le strade si sono divise per la manifestazione del pensiero
contrario: il dopo Genova ha portato la risacca nei cuori delle
generazioni successive. 
Arrendevolezza in potenza, anche contro il
proprio istinto.  
Il mondo è cambiato quel giorno perché chi ha avuto il
coraggio di parlare ed è sceso in piazza, ha smesso di farlo dopo
quanto accaduto. La costruzione dell’alterità sociale e politica è stata
messa sotto scacco ancor prima che essa potesse tradursi in azione
sebbene la questione ambientale sia tutt’ora uno dei temi che più
vengono trattati tanto dai movimenti quanto dalla stampa, pure
mainstream. 
 
Ma il bivio è stato segnato: chi contesta è anche tollerato
(non sempre, s’intende) purché rimanga nell’alveo del dialogo
istituzionale e porti la sua contestazione ad un tavolo di confronto
sanciti da strette di mano e fotografie di rito. Purché non si tracci
un’altra strada ideologica: anticapitalismo non può essere collegato ad
ambientalismo così come a nessun altro grande tema settoriale di cui, di
tanto in tanto, l’informazione sembra volersi occupare per dovere
d’impaginazione. 
Gli slogan mutano e non si immagina neanche più un altro mondo
possibile: improbabile anche sognarlo, teorizzarlo men che meno.
L’ultima generazione suona la carica attuando, spesso, proteste che
indignano l’opinione pubblica, la grande stampa e la politica ma il muro
mediatico sembra essere insormontabile.
 
Articolo pubblicato su Atlante Editoriale: https://www.atlanteditoriale.com/laltro-mondo-impossibile-22-anni-dal-g8-di-genova/
 
NOTE
[1]     s.n. La rivoluzione in videogames, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001. 
[2]     Fabrizio Caccia, I figli della borghesia romana si preparano: maturità, poi tutti al G8, «Corriere della Sera», 30 giugno 2001
[3]     Augusto Boschi, “Per me Genova è okay”, «il manifesto», 15 luglio 2001.
 
[4]     Norma Rangeri, Ansie da audience ai tg del G8, «il manifesto», 20 luglio 2001. 
[5]     Ibidem. 
[6]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[7]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola, «Il Riformista», 22 luglio 2021.
 
[8]     Ida Dominijanni, Parola di Berlusconi, «il manifesto», 28 luglio 2001.
 
[9]     Fabrizio Cicchitto, Cos’è successo al G8 di Genova del 2001 e chi sono i responsabili oltre Berluscooni e Scajola
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Nemo Thomsen approda nella serie A della Danimarca!

Posted on 2023/06/28 by carmocippinelli

Nella sezione “Fissazioni” di questo blog c’è una categoria ben evidente: il calcio in Groenlandia.

Tra le varie ragioni di questa fissazione specifica ve ne sono due più di ogni altre che interpretano un ruolo di primo piano sul proscenio di quest’interesse “esotico”: la prima è senza dubbio afferente al nicchismo militante che pur contraddistingue chi regolarmente aggiorna questo spazio; il secondo è diretta conseguenza del primo: come si può stare lontani da un campionato che dura neanche un mese in tutto, in cui gli spettatori assistono seduti sulla roccia e ad ogni gol si fa festa strombazzando con clacson delle (poche) automobili parcheggiate a bordo campo?

Ribadito questo, possiamo cominciare. 

Ogni anno mi occupo del campionato groenlandese e l’edizione del 2018 è stata carica di novità: più squadre partecipanti, uno scintillante impianto di Nuuk tirato a lucido per l’evento e via dicendo. In quell’edizione si verificò un confronto tra il più vecchio e il più giovane calciatore, almeno per quel campionato. 

Ve lo ricordate Nemo Thomsen? 

Possibili risposte: 1) «No, non t’accollà»; 2) «Sì perché sono un disadattato nicchista come te che se va a vedé i risultati del campionato yemenita».

Nemo Thomsen è il calciatore che nell’edizione del campionato groenlandese del 2018 ha esordito con la prima squadra del N-48 (Nagdlunguaq-48 della città di Ilulissat) all’età di 14 anni.

Dal personalissimo “archivio piccinelliano attorno al campionato groenlandese”

A sinistra Jonas Hansen (47 anni)
a destra Nemo Thomsen (14)
fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union
«Quest’anno infatti, in una partita fra K-45 e N-48 si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben pco da dire, terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguak della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.

Jonas Hansen, il più vecchio, ha 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne ha da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca per la polisportiva del suo paese da sempre (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale. Il titolo torna al B-67 e l’allenatore vola in Svezia La vittoria finale del campionato è tornata alla squadra biancazzurra di Nuuk, che ha sconfitto il Nagdlunguaq di Ilulissat in finale, relegando al terzo posto l’IT-79, vincitrice lo scorso anno».
Qui l’articolo completo: https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2018/08/in-groenlandia-si-gioca-solo-ferragosto.html.

Oggi Nemo Thomsen ha 19 anni ed è salito nuovamente agli onori delle cronache sportive groenlandesi per essersi fatto notare con la sua nuova squadra in Danimarca. Ha contribuito alla vittoria della compagine under 19 del Kolding IF e ora ha firmato un nuovo contratto con la squadra maggiore, stando a quanto riporta «Sermitsiaq.ag». Ad oggi, peraltro, la squadra maggiore è impegnata nelle fasi finali del campionato per aggiudicarsi il titolo: un compito ancora più stimolante per il “piccolo” Thomsen. 

Sempre dal quotidiano groenlandese apprendiamo che Jonas Kamper, allenatore dell’Under 19 del Kolding, stima enormemente l’attaccante groenlandese: «ha fatto passi da gigante nelle ultime due stagioni e merita di essere premiato con un contratto [nella squddra maggiore]». Non solo: «ha mentalità, è disponibile ad allenarsi e lavora duramente».

Fonte foto © Sermitsiaq.ag

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A Khatmandu, quando ero giù, fra i fori e la stazione c’era via Cavour

Posted on 2023/06/21 by carmocippinelli
Oggi [21 giugno 2023] alle 12:00 si è disputata la prima gara valevole per il SAFF Championship, una competizione riservata alle nazionali del Sud dell’Asia. D’altronde lo dice il nome stesso: South Asian football federation. È organizzata ogni due anni e quest’anno le rappresentative che si sfideranno sono quelle di: India, Maldive, Nepal, Pakistan, India, Bangladesh, Bhutan a cui si sono aggiunte, a partire da questa edizione, le nazionali del Kuwait e del Libano. 

In teoria avrebbero dovuto prendere parte anche Afghanistan e Sri Lanka  ma la squadra persiana ha abbandonato la federazione del Sud Asia per aderire alla “Central Asian football association” (Cafa). E poi lo Sri Lanka è stato anche sospeso ufficialmente, il 23 gennaio 2023, dalla FIFA per sospette ingerenze governative negli organismi calcistici: 

«L’Ufficio di presidenza del Consiglio FIFA ha deciso di sospendere la Federcalcio dello Sri Lanka (FFSL) con effetto immediato a causa dell’interferenza del governo.

L’Ufficio di presidenza ha ritenuto che le circostanze in cui si sono svolte le elezioni per un nuovo Comitato esecutivo della FFSL il 14 gennaio 2023 costituissero un’ingerenza indebita da parte di terzi in conformità con gli Statuti della FIFA».

Gli eventuali e sporadici appassionati della vicenda cliccando qui troveranno anche la circolare recapitata da Zurigo alla federazione cingalese. 

Ma a noi ci interessa il Nepal, almeno per oggi. Dal primo marzo di quest’anno la guida della nazionale è stata affidata all’italiano Vincenzo Alberto Annese. 

Nato a Bisceglie il 22 settembre dell’84, è quello che si definirebbe un “globetrotter”: interrotta precocemente la carriera calcistica a causa di numerosi infortuni, si dedica totalmente a quella da allenatore. E, dopo aver iniziato con Fidelis Andria e Foggia, inizia subito a girare il mondo: resta una stagione in Estonia al Paide Linnameeskond per poi passare ad allenare l’under 19 dell’Armenia. Finisce in Lettonia e in Ghana e approda anche in Palestina, sedendosi sulla panchina dell’Ahli Al-Khaleel arrivando secondo alla Coppa di Palestina (’16-’17) e l’anno successivo alla West Bank Super Cup. Ancora un cambio di nazione: finisce al Psis Semarang in Indonesia, poi la rotta punta alla guida della nazionale del Belize fino alla gloria con il Gokulam Kerala nella Serie B indiana (2020-2022): conquista il campionato conquistando la serie di imbattibilità più lunga della storia del calcio indiano, ben 21 partite. Diventa un’istituzione del calcio indiano e dello stato del Kerala: viene insignito del Premio Syed Abdul Rahim come miglior allenatore.

Dopo la nomina a CT del Nepal fa in tempo a vincere anche un piccolo trofeo locale che lo vede primeggiare contro le nazionali del Laos e del Bhutan: il Prime Minister’s Three Nations Cup.

La prima partita della SAFF, disputata oggi per l’appunto, non va benissimo: il Kuwait riesce a sfruttare le ingenuità difensive del Nepal e ne insacca tre (tra cui un rigore). La piccola nazionale si difende ed esprime un gioco largo, votato alle ripartenze fulminee e alla velocità ma la rosa, forse, pecca d’inesperienza e, sebbene sia entrata nella ripresa piena di volontà d’animo riuscendo a recuperare un gol, il risultato finale vede la squadra di Annese sconfitta per 3 a 1.

E chissà che il Nepal di Annese non riesca nell’impresa di passare la prima fase e incontrarsi con la rappresentativa delle Maldive. Sì: anche lì alla guida della nazionale c’è un italiano (ma calcisticamente più famoso): Francesco Moriero.

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Scuola / স্কুল

Posted on 2023/06/07 by carmocippinelli

S. viene dal Bangladesh. Appena giunta in Italia ha iniziato a frequentare la scuola e, nonostante abbia immediatamente iniziato il corso di lingua, aveva (ed ha) notevoli difficoltà. Ostacolo linguistico che si acuiva terribilmente dato che i suoi compagni e le sue compagne le parlavano con espressioni del tipo: «I did an interrogazione…interroghèscion, no? but male male».
Mi sono ingegnato in tutti i modi possibili con traduzioni dall’italiano all’inglese di Petrarca e Dante, paragoni dei due con Rabindranath Tagore e Shakespeare. Pare abbia apprezzato più i sonetti di Petrarca rispetto a quelli di Dante.
Oggi si avvicina e mi fa: «Possiamo fare una foto insieme, prof? Grazie per avermi fatto sentire a casa» (tutto detto in inglese, ovviamente).

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Sono stato centrista prima di te – [Atlante Editoriale]

Posted on 2023/05/25 by carmocippinelli

«Sono iscritto di Italia Viva, sono un dirigente di Italia Viva e sarò iscritto al Terzo Polo quando terminerà il suo processo di costituzione del partito unico, ragionevolmente entro l’anno»1. Era quello che affermava Matteo Renzi il 5 aprile [2023] alle domande poste nel corso della conferenza stampa di passaggio di consegne nella direzione del ‘Riformista’.

Il neo direttore (conferenziere, senatore, già Presidente del consiglio dei ministri, già segretario del Partito Democratico, già sindaco di Firenze) avrebbe aggiunto asserendo che in quel momento non fossero in essere nomi di candidati di Italia Viva ma «solo Calenda». “Cosa ne pensa Calenda del suo approdo al ‘Riformista’?”, interrogavano variamente i giornalisti presenti alla Stampa Estera. Serafico, rispondeva: «Mi è parso entusiasta». Neanche dieci giorni più tardi arriva la rottura e il terzo polo non esiste già più.

Certo è che l’unione tra i due sembrava essere stata frutto più di un atto di opportunismo che altro: Dopo la tornata elettorale capitolina, Calenda tuonava che la politica di Renzi gli faceva orrore e che non avrebbe mai accettato di fare un partito insieme. Lo chiamava pure “quello là”2. Poi la redenzione sulla via della costruzione del Terzo Polo e la successiva rottura.

I gruppi parlamentari si sono divisi, sono iniziate le recriminazioni da entrambe le parti. Azione, in queste settimane, ha iniziato a perdere pezzi: sono comparse lettere aperte sui quotidiani (cartacei e non) di questo o quel gruppo dirigente che avrebbe lasciato per entrare in Italia Viva.

A metà mese in Emilia e nel Lazio si verificano gli smottamenti più significativi. Il 16 maggio la deputata Naike Gruppioni è in conferenza stampa con il Presidente di Italia Viva: «Volevo ringraziare Iv per l’accoglienza calorosa che mi è stata riservata. Sono contenta di essere a casa, perché io a casa sono rimasta. Io, da imprenditrice, ho deciso di sposare il progetto del Terzo polo, quando ad agosto Matteo e Carlo hanno siglato l’alleanza. Ora dicono che mi abbiano scippata, in realtà non mi sono mai mossa. Per costruire un progetto riformista mi devo sentire a casa»3. La polemica di Calenda non è tardata ad arrivare: «Mi permetto solo di notare che, per rispetto alla comunità che l’ha eletta sei mesi fa quasi senza conoscerla, una comunicazione preventiva sarebbe stata più elegante. Ma immagino che l’uscita a sorpresa fosse parte dell’accordo di ingaggio».

Tre giorni dopo la segreteria di Roma lascia il partito: viene diffuso un comunicato stampa che fa il giro della rete: «Abbiamo deciso di lasciare Azione per aderire al progetto di costruzione del Terzo Polo con Italia Viva […] Non si tratta di ‘scippo’ ma della richiesta volontaria di adesione a un partito», così come la pronta e secca smentita di Azione: «Il comunicato è una falsità. I firmatari non sono membri di alcun organo direttivo […] Tra le ragioni, oltre a quelle politiche, proprio la creazione di una “segreteria” che non era né prevista né consentita dalle regole. Insomma non sono dirigenti. Erano membri di una segreteria posticcia e sono stati sfiduciati»4.

Forse era vero quello che affermava Marco Pannella all’epoca della galassia radicale, quando ancora Radicali Italiani e Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito non erano organizzazioni ‘l’una contro l’altra armate’, che i fatti interni ai partiti debbano essere resi pubblici. O, per parafrasare il proverbio: “i litigi si affrontano pubblicamente”.

La situazione è effettivamente grottesca poiché le circostanze pre-elettorali in vista delle europee hanno fatto sì che i fossati diventassero viottoli acciottolati e le strade impervie di montagna agili sentieri battuti. I gruppi alla Camera e al Senato di Azione e Italia Viva si sono riuniti nei giorni scorsi approvando un documento all’unanimità ribadendo l’esigenza di una lista unica alla prossima tornata elettorale. Tanto più, vien da pensare, che il riferimento europeo è comune: Renew Europe.
A tal proposito, proprio Stéphane Séjourné, presidente dell’organizzazione del centro liberale e liberista a Bruxelles, ieri era presente all’assemblea al Teatro Eliseo di Roma. Anche i due rispettivi volti noti di Azione e Italia Viva erano presenti ma il teatro è finzione e dunque s’è tenuto un po’ di giuoco delle parti da entrambi. Qualche mugugno, saluti a mezza bocca («La Repubblica» per la verità dice «nemmeno si sono salutati»5).

Sarà forse il nome “terzo polo” ad essere portatore sano di discussioni, litigi e contrapposizioni personali? Con le iniziali minuscole o tutto in minuscolo o quale che sia la resa grafica, pare sia il nome il fattore che non ha mai portato buona fortuna ai proponenti. Senza andare troppo in là con gli anni, l’ultimo tentativo fu quello di Francesco Rutelli, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini: “Nuovo polo per l’Italia”, altrimenti detto Terzo Polo, a cui poi aderirono anche il Partito Liberale italiano (guidato allora da Stefano de Luca), Verso Nord (allora guidato dall’ex sindaco di Venezia Cacciari), il Movimento per le Autonomie e il Movimento associativo degli italiani all’estero. I gruppi parlamentari si costituirono durante il Berlusconi quater e subito votarono unitariamente la sfiducia all’allora sottosegretario alla giustizia (che per pura assonanza beffarda a questi tempi, sebbene difettivo di una importantissima vocale) era Giacomo Caliendo. Il 15 dicembre 2010 si tenne il primo tavolo dei possibili costituenti del terzo polo: al grande tavolo rettangolare erano seduti Italo Bocchino e Gianfranco Fini (Fli), Linda Lanzillotta e Francesco Rutelli (Api); Pier Ferdinando Casini, Ferdinando Adornato e Lorenzo Cesa (Udc); Giusseppe Reina (Mpa); Daniela Melchiorre (Libdem6) e i due Repubblicani per l’Europa fuoriusciti dal Pri (Giorgio La Malfa e Luciana Sbarbati). Convegni, assemblee, congressi, impegni in prima persona di personaggi illustri dell’imprenditoria nazionale e della politica cittadina si rimboccarono le maniche: «A parlare di Terzo polo arriva anche Luca Cordero di Montezemolo. Accanto a lui […] Gabriele Albertini»7.

Arrivano le amministrative e gli scricchiolii diventano voragini: prima abbandonano Lanzillotta e Vernetti (Api) e si iscrivono al gruppo misto. Poi il caso che vede coinvolti Luigi Lusi e Francesco Rutelli, dunque La Margherita, Api nonché il Partito Democratico. La profondità si trasforma in vento di scirocco che assale: all’indomani delle elezioni del 2013, dopo il governo tecnico di Mario Monti, il Terzo Polo già non esisteva più. «Una stagione chiusa», titolava l’intervista post voto a Pier Ferdinando Casini dell’8 marzo 2013 al «Corriere della Sera». Prima di quella tornata elettorale le tre organizzazioni maggiori costituenti il Terzo polo avevano già deciso che le strade da intraprendere sarebbero state ‘altre’: Futuro e libertà per l’Italia andava incontro alla propria “Caporetto” racimolando lo 0,46% dei voti e l’Udc avrebbe eletto Casini e De Poli al Senato.

Perché se è vera la frase di Pietro Nenni che a forza di rivendicare il purismo finisci per essere epurato, c’è sempre qualcuno che è più centrista, moderato, liberale e liberista di altri.

Anche senza volerlo.

NOTE
1Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «Il Riformista».

2«Non farò politica con Renzi. Il suo modo di fare politica mi fa orrore. Sono stato chiaro? Devo mettere una bandiera? Me lo scrivo sul braccio?», dichiarazione rilasciata nel novembre 2021 in un’intervista a ‘L’aria che tira’, «La7» https://www.youtube.com/watch?v=hcCc-adboFc.

3Redazione, Italia Viva, deputata Gruppioni passa con Renzi da Azione, 16 maggio 2023, «LaPresse».

4Redazione, “La segreteria romana di Calenda passa con Renzi”. Ma Azione smentisce: “Falso”, 19 maggio 2023, «Huffington Post».

5Lorenzo de Cicco, Renzi e Calenda a teatro insieme per Renew Europe. Ma non si salutano. Dalla platea mugugni contro il leader di Azione, 24 maggio 2023, «La Repubblica».

6Oggi formazione politica scomparsa.

7Maurizio Giannattasio, Prove tecniche di Terzo polo. Convegno con Albertini e Montezemolo, 12 novembre 2010, «Corriere della Sera».

Pubblicato su Atlante Editoriale

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Tra la Barbagia e il West [di Daniele Poma]

Posted on 2023/05/24 by carmocippinelli
È notizia degli ultimi tempi che il prossimo stadio del Cagliari calcio sarà intitolato all’uomo più iconico dell’arte pedatoria sarda: Gigi Riva. L’eccezionalità del fatto sta innanzitutto che il grande Gigi Riva è vivo e lotta insieme a noi, anzi ha ribadito con tutti gli scongiuri del caso che per lui rimane un onore.

Allora a noi di sportpopolare.it ci sembrava giusto approfondire il tema «Riva», con una recensione del libro di Luca Pisapia edito da Milieu edizioni nella collana Parterre.

Copertina del libro bella, con una foto di Riva con un sombrero e un volto glaciale rivolto verso ignoti. La fotografia è adatta perché riassume in parte l’anima western del libro. Apprezzatissima anche la scelta di usare le minuscole per il titolo e per il nome l’autore, come azzeccata la citazione di Gianni Mura nella quarta di copertina.

Nel merito il libro un mix tra saggio, romanzo e biografia si erge la figura mondiale fascinosa e granitica di uno dei più forti calciatori italiani di sempre. Perché quando la baldanza tenebrosa e tormentata giovanile di un varesotto di Leggiuno incontra l’isola nasce l’incanto, la resurrezione, la rivolta esistenziale che passa per i campi di calcio in terra, dove si mischiano le difficoltà della crescita e della vita di un ragazzo timido e introverso, con l’altrettanta durezza di un contesto isolano quasi ascetico, insormontabile.

Insomma il Riva di Pisapia è un eroe western, è Django, è Cuchillo, è il pistolero tenebroso e impavido con la Barbagia e il Gennargentu a fargli da sfondo.

Si mischiano la storia, gli scossoni sessantottini che arrivano dalla terra ferma e giungono fino in Sardegna facendo di Gigi un messia prepolitico, un giovanotto dalla vita difficile, ombroso con al posto del piede sinistro un’autentica pistola che spara forte. Ma Riva non è solo la redenzione di un popolo sfruttato e abbandonato Riva è lo smacco al padrone, è elisir di lunga vita, è l’acqua di Amrita che nessun padrone berrà.

È storia che elegge a simbolo di una terra saccheggiata, la resistenza all’America dei conquistadores che si chiamano Moratti&co., è storia di un rifiuto, di un amore che è eterno.

Però Riva è anche patrimonio italiano, anzi è il simbolo di una rinascita calcistica nazionale: perché dopo i successi negli anni del fascismo dell’Italia si era persa traccia, sparita dal calcio che conta, ed è solo con la vittoria dell’ europeo del ’68 che la ben oliata macchina del calcio si rimette in moto e il Belpaese torna al centro del mondo. Ed è proprio mentre l’interesse intorno a questo sport cresce e si modernizza, nel momento in cui avviene il passaggio di immagine dei calciatori, da terrosi e afflitti proletari a rockstar riconosciute e commercializzabili, è li che l’uomo simbolo Riva dice no. NON MI AVRETE MAI COME VOLETE VOI.

E come in un western ben riuscito, il rumore dei corpi che cadono sono degli altri, nonostante la sfortuna, gli infortuni, l’accanimento della vita, nonostante Italo Allodi, nonostante tutto, Gigi «Rombo di Tuono» Riva è ancora li, in piedi come un uomo, come un uomo armato e senza paura.

Daniele Poma
(pubblicato originariamente su Sport Popolare)

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Cosa resta della memoria de «L’Unità»?

Posted on 2023/05/16 by carmocippinelli

«Saremo un giornale socialista, garantista e cristiano. Che cercherà di tenere insieme Gramsci, Rosa Parks, Roncalli, Mandela e Pannella. Dateci una mano».

Al netto delle contraddizioni ideologiche esposte, si chiude così l’editoriale firmato dal nuovo direttore de «L’Unità», Piero Sansonetti. La banda rossa sotto la testata ricorda la direzione dell’era Veltroni ma la sostanza è tutt’altra: la proprietà è cambiata ancora e la vicenda assomiglia moltissimo a quel che Gadda nel “Pasticciaccio brutto de via Merulana” classificava come uno “gnommero” in cui le “inopinate catastrofi” non sono mai “la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”.

Queste causali convergenti, che vanno a formare poi lo gnommero, sono tutte rintracciabili dal giorno in cui l’organo di informazione del Partito democratico cessò di essere reperibile in edicola. Siamo al 30 maggio 2017 e il sito unita.tv, ultimo dominio de «L’Unità», continua la propria vita editoriale solo online. Il dominio venne registrato a seguito della crisi del 2015, a suo tempo acquistato da Unità Srl definendo le linee della pubblicazione digitale della cosiddetta “nuova unità”. Cioè del giornale a trazione renziana. Nessuna delle “due Unità”, come avrebbe detto Pietro Spataro, già giornalista del quotidiano, aveva conservato la propria storia, dal momento che gli archivi (cartaceo e digitale) hanno avuto una vita parallela rispetto alle vicende pubblicistiche e di acquisizioni di proprietà nel corso degli anni. Una storia piuttosto travagliata che è durata fino a martedì 16 maggio 2023.

Riformista e Unità
Ad oggi la proprietà della testata è di Romeo Editore srl, di cui è proprietaria anche la testata «Il Riformista». Sansonetti, prima di prendere in mano la direzione de «L’Unità», ha ceduto il passo a Matteo Renzi (Senatore di Italia Viva, già segretario del Partito Democratico, già Presidente del Consiglio dei Ministri). Certo, Renzi non è giornalista ma un posto viene ritagliato ad hoc: è direttore editoriale mentre il direttore responabile è Andrea Ruggieri, giornalista professionista, deputato della Repubblica della diciottesima Legislatura in quota Forza Italia, nonché – giornalisticamente parlando – nipote di Bruno Vespa. Non solo Matteo Renzi non ha mai lasciato la politica1 come affermava tronfiamente prima della consultazione referendaria che lo ha visto sconfitto, ma ha addirittura raddoppiato. Anzi, ha anche ricevuto fin da subito il placet dell’ex fondatore Claudio Velardi: 

«Geniale l’idea di fare Matteo Renzi direttore de Il Riformista, quotidiano che fondai nel 2002. Il politico più intelligente e dinamico d’Italia, al momento senza un ruolo, avrà una tribuna quotidiana per dire la sua e incidere nel dibattito pubblico. Ci sarà da divertirsi!»2.

Prima di oggi
A maggio dello scorso anno l’ormai ex comitato di redazione del quotidiano rese note le proprie posizioni attraverso un comunicato stampa, preannunciando la tempesta: 

«[…] Dal 1° gennaio 2022 [siamo] senza più alcuna protezione sociale. Un’azienda che mostra di esistere una volta all’anno per pubblicare un foglio che le permette di non far decadere la testata. […] Dal 1° gennaio non siamo più in Cassa integrazione né in disoccupazione. Formalmente, dal primo gennaio di quest’anno siamo rientrati alle dipendenze de l’Unità srl , la società che edita un non giornale […] A fronte delle innumerevoli richieste d’incontri, chiarimenti, da parte delle rappresentanze sindacali la società editrice ha innalzato un impenetrabile muro di gomma. Una vicenda che da tempo ha ormai travalicato la red line della vergogna, si è “arricchita” di un’altra pagina-farsa: la pubblicazione di un numero unico, un foglio di quattro pagine, anche con contributi giornalistici esterni. E questo all’insaputa del comitato di redazione, pur avendo in organico, non pagati, giornalisti e poligrafici. E tutto questo mentre si trascina all’infinito una procedura di concordato che permette all’azienda di guadagnare tempo sulla pelle dei lavoratori. Hanno ucciso l’Unità, mortificato i lavoratori, lasciato cadere manifestazioni d’interesse per l’acquisto della testata. Una vergogna assoluta»3. 

Nel luglio dello scorso anno fallisce 

«definitivamente la società editrice del quotidiano, quella dei costruttori Pessina chiamati da Renzi quando era segretario del Pd»4.

Di seguito le prime pagine dei numeri annuali de «l’Unità»

Edizione del 2018

 

La prima del numero annuale del 2019, quello diretto da Maurizio Belpietro.

Edizione del 2020

Un numero per la vita
Un numero l’anno per continuare a vivere. Secondo la legge italiana, infatti, una testata giornalistica smette di esistere se non viene pubblicata almeno una volta l’anno. E così la proprietà de «L’Unità» ha fatto per quattro anni, dal momento della chiusura di unita.tv e della produzione digitale connessa. Fece scalpore il numero del 2019: la pubblicazione annuale venne diffusa sotto la guida di Maurizio Belpietro direttore5.

La proprietà di allora, nell’anno antecedente alle pubblicazioni annuali, era controllata al 90% dall’imprenditore edile Massimo Pessina e al 10% da Eyu6, cioè la società del Partito democratico.

Come riportò il quotidiano «Sardinia Post», attento a questa vicenda dal momento che la storia del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha riguardato anche Renato Soru per parte della sua vita pubblicistica7, l’affare Pessina-Romeo era una

«roba da 910mila euro […] Con L’Unità, attualmente sono a libro paga venti giornalisti e cinque poligrafici, però mai licenziati e quindi dal 1 gennaio 2022 si ritrovano fuori dagli ammortizzatori sociali ma anche senza stipendio. Toccherà al nuovo editore dire quanti ne vorrà salvare»8.

Transumanze editoriali
Stando al comunicato del comitato di redazione della ormai ex Unità e della Federazione nazionale della stampa italiana nessuno è stato salvato:

«È la prima volta che un’intera redazione, quella de «Il Riformista» scriverà le pagine della nuova «L’Unità» mentre si darà vita a una nuova redazione che sarà diretta da Matteo Renzi».

Una transumanza editoriale abbastanza evidente dato che le firme del nuovo quotidiano diretto da Piero Sansonetti sono le medesime di quando dirigeva «Il Riformista», ad eccezione di Claudia Fusani che – al momento – parrebbe essere ancora parte del quotidiano arancione, sebbene fosse in forza all’«Unità» quando era direttrice Concita de Gregorio. Prendendosi anche le male parole dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi9.

«All’editore Alfredo Romeo – conclude il comunicato dell’ex cdr e della Fnsi – e al direttore Piero Sansonetti ricordiamo con forza che la vicenda dell’Unità coincide con la storia di 17 giornalisti e 4 poligrafici licenziati dopo il fallimento. Il tema occupazionale e professionale resta intatto».

C’è, tuttavia, anche un’altra questione che è propria di questa vicenda: la storia de «L’Unità», cioè il suo archivio. Per qualche tempo, attorno alla chiusura del 2017 (e del 2018 poi) se n’è parlato e qualcuno portò la questione in Parlamento, ma poi tutto tacque e nessuno concretizzò nulla, effettivamente.

Memoria digitale, memoria cartacea: memoria corta

Il 1 Gennaio 2017 vengono spenti i motori del server su cui era ospitato l’archivio digitale de «L’Unità» (unita.it, archivio.unita.it e relativi sottodomìni) la perdita ha portato con sé numerose complicazioni riguardo la reperibilità del materiale prodotto solamente per la versione digitale del quotidiano. L’archivio cartaceo, almeno fino al 2017, era gestito dalla proprietà del quotidiano (Pessina), lo avrebbe trattato con riguardo e avrebbe prospettato lavori di «valorizzazione e indicizzazione» trovandosi in un hub a Lentate sul Seveso in provincia di Monza10. Nulla pare sia stato poi messo in atto.

L’archivio digitale, invece, ha una storia a sé, controllato, come detto, dalla proprietà che aveva ridato vita al quotidiano che aveva come dominio unita.tv.

Ad ogni modo, una volta spenti i server un gruppo di hacker, per l’occasione rinominati dalla rete data ninja, si attivò dopo aver appreso dello spegnimento delle macchine mettendo in atto un parziale salvataggio del tutto rendendolo disponibile nel cosiddetto deep web, dunque consultabile solo accedendo tramite TorBrowser.

In realtà si trattava di esperti e tecnici che da anni lavoravano nel settore ITC11 e identificarli con l’appellativo “data ninja” evidentemente non rende loro giustizia:

«quando il sito originale dell’archivio de “l’Unità” è stato “spento” è stato fatto in modo incompleto: le macchine non sono state spente né rese irraggiungibili, è semplicemente stato rimosso il *nome* archivio.unita.it dal registro dei nomi (DNS). Ricordandosi l’indirizzo IP era dunque possibile, nei giorni immediatamente successivi all’annuncio e per un certo periodo di tempo in seguito, collegarsi al sito».

Una volta appresa che la scelta della proprietà era definitiva: «abbiamo deciso di salvare il salvabile». Ovvero:

«nello spazio di alcuni giorni abbiamo messo su un sistema di crawling ed archiviazione, puntandolo ai server ancora accesi, ed abbiamo così acquisito la maggior parte dell’archivio […] Purtroppo in questa fase d’urgenza abbiamo “mancato” parti importanti dell’archivio originale, che infatti ora non sono più disponibili, quali ad esempio le edizioni locali, ed i numeri del quotidiano tra il 1929 ed il 1946, e questa è stata una svista che rimpiangiamo amaramente».

Poco dopo i server sono stati spenti davvero e in maniera definitiva. Tutto quello che non è stato recuperato è andato perduto.

Ma ora?
Grazie all’operazione messa in atto e grazie al fatto che l’archivio storico venne salvato parzialmente, venne anche registrato (sebbene non venne mai reso noto il nome del registrante) su un dominio pubblico tutto l’archivio digitale salvato dall’oblìo: archivio.unita.news. Il punto è che da lunedì 15 maggio 2023 a mezzanotte risulta inaccessibile. Sarebbe ovvio supporre che, a seguito di quanto realizzato dai data ninja, la nuova produzione non avrebbe acconsentito ulteriori diffusioni di quel materiale.

Sorgono dunque delle domande che indirizziamo al Direttore Piero Sansonetti, nonché alla nuova proprietà del quotidiano. Ci permettiamo di formularle e ci auguriamo che il Direttore voglia rispondere.

1) Che fine ha fatto l’archivio storico de L’Unità?

2) L’editore, oltre alla testata, ne ha rilevato anche l’archivio?

3) Che ne è dei progetti riguardo l’archivio del quotidiano della precedente gestione?

4) Tornerà ad essere online l’archivio digitalizzato e che fino a poco fa era reperibile all’indirizzo archivio.unita.news? La chiusura è direttamente connessa al ritorno in edicola del quotidiano per questioni legali?

5) Cosa risponde ai giornalisti della redazione de L’Unità che hanno criticato il ritorno in edicola senza la loro presenza?

[L’articolo è stato pubblicato da Atlante Editoriale https://www.atlanteditoriale.com/it/macrotracce/it-cosa-resta-della-memoria-de-lunita/, come al solito. Tuttavia, per chi volesse approfondire il tema, può leggere qui:

https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/03/l-della-memoria-digitale.html;

https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/07/la-memoria-perduta-dei-giornali.html;

e qui https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2019/06/in-memoria-di-tre-quotidiani-di-partito.html magari andandosi a comprare pure il numero 59/2019 di Culture del testo e del documento]

Note

1

«Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica […] Insisto su questa questione non perché voglio trasformare il referendum in plebiscito, come ha detto qualcuno. Ma perché intendo assumermi precise responsabilità».

Monica Rubino, Renzi sulle riforme costituzionali: “Se perdo il referendum, lascio la politica”, «La Repubblica», 12 gennaio 2016.

2Redazione, Matteo Renzi è il nuovo direttore del Riformista, la presentazione, 5 aprile 2023, «il Riformista».

3Redazione, L’Unità, la lettera del comitato di redazione: “Siamo ostaggi in un girone infernale”. Il giornale esce una volta l’anno da 4 anni, «Il fatto quotidiano», 10 maggio 2022.

4Andrea Fabozzi, Romeo compra la testata dell’Unità e Sansonetti annuncia: in edicola a gennaio, «il manifesto», 24 novembre 2022.

5Monica Rubino, L’Unità torna in edicola per un giorno firmata da Maurizio Belpietro: “L’editore me l’ha chiesto e mi sembrava giusto”, «La Repubblica» 24 maggio 2019. 

«Ieri sera [verosimilmente 23 maggio 2019] l’editore Pessina mi ha chiamato chiedendomi semplicemente se potevo firmare il numero e io ho accettato. In tempo di crisi di giornali mi è sembrato giusto salvare una testata, che altrimenti rischia di sparire. Di certo non ho nessuna intenzione di fare il direttore dell’Unità, testata di cui peraltro non condivido molte delle cose che vengono pubblicate».

6L’acronimo sta per Europa-Youdem-Unità.

7L’archivio cartaceo venne digitalizzato nei primi anni 2000 quando il proprietario era l’ex presidente della Regione Autonoma della Sardegna.

8(al.car.), L’editore del Riformista pronto a salvare L’Unità dal fallimento, operazione da 910mila euro, «Sardinia Post», 19 novembre 2022.

9https://stamparomana.it/2009/05/19/liberta-di-stampa-dopo-la-sentenza-mills-berlusconi-allaquila-attacca-giudici-e-cronisti-natale-fnsi-chieda-scusa-ai-giornalisti/amp/ e anche https://www.youtube.com/watch?v=KMCigfbndZI.

10Dichiarazione resa da Enrico Olivieri della Pessina Costruzioni, contattato nell’ottobre 2017. Quanto riferito è stato pubblicato nel saggio “In memoria di tre quotidiani di partito: «L’Unità», «La Voce repubblicana», «Liberazione», ovvero: tre casi di studio su una esperienza (fallita) di conservazione digitale” per Culture del testo e del documento, 59/2019, Vecchiarelli Editore, <https://www.vecchiarellieditore.it/shop/culture-del-testo-e-del-documento-59-2019-n-s-23/>.

11Informazioni e dichiarazioni tratte ancora dal saggio di cui alla nota 10.

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Area silenzio

Posted on 2023/04/29 by carmocippinelli


Salgo sul treno e prendo posizione al posto assegnato riportato sul biglietto. Apro un libro e comincio a leggere, dal momento che per la prima volta non ho compiti da correggere durante il viaggio. 

L’orecchio di sinistra è pigro (o forse sul “chivalà”) e capta i discorsi di un terzetto, in particolare di un componente con la voce piuttosto squillante. Parla da Termini a Santa Maria Novella ininterrottamente, nonostante si trovi in “Area Silenzio”.
Ascolto stralci di discorsi, li ho messi tutti insieme uno dopo l’altro in ordine di emissione:

No no, l’abstract della tesi.. no, no

In inglese su Instagram sicuramente
Si ma poi su Instagram eh
Era molto speziato l’ho assaggiato
Ti ricordi?
È pure andato alla Prova del Cuoco
C’era Giovanni, pure, no?
Che poi uccide un nipote
(ride)
Mangiare fogli di carta
Eh sono pericolosi 
Non ho più saputo cosa fare
Si, Instagram
No, no.. la Campania.. sì sì sì 
Alzarsi azzuffarsi 
Al di là di destra, sinistra, centro
(ride)
Se ci fosse…
Uso molto di più Instagram
Io vorrei fare tutto per tutti e non ce la farei 
Tassativo
È molto poliedrico
Spesso Paolo portava la chitarra 
Che poi sto pensando, no? che Los Angeles significherebbe “gli angeli” e dovremmo pronunciarlo “Los ancheles” alla spagnola ma nessuno lo pronuncia così.
Sai quanto? 74 litri d’acqua per un litro di Coca-Cola!
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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