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Categoria: Blog

L’unico vaccino è l’anticapitalismo *

Posted on 2020/10/27 by carmocippinelli

Preservare la salute e l’economia, tenendo insieme le due questioni, così ha dichiarato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa di ieri 25/10/2020.
«Gli ultimi dati epidemiologici che abbiamo analizzato non ci possono lasciare indifferenti. L’analisi segnala una rapida crescita con la conseguenza che lo stress sul sistema sanitario nazionale ha raggiunto livelli preoccupanti […] Dobbiamo fare il possibile per proteggere salute ed economia». 

C’è chi accusa i comunisti di avere parole d’ordine antiche, vecchie, che non entusiasmano più nessuno o, ancora meglio, di possedere idee talmente irrealizzabili da essere utopiche. Così almeno è quel che dichiarano i detrattori siano essi socialdemocratici, riformisti o ancor peggio liberali o radicali.
Quel che ha dichiarato il Presidente Conte, nella conferenza stampa in cui ha presentato l’ultimo Dpcm, è infinitamente più utopico delle idee bollate come “antiche e irrealizzabili” che vengono attribuite, spesso ben condite da luoghi comuni e pregiudizi, ai comunisti.
Nella fase attuale, nel concreto della situazione, entrando nella carne viva della pandemia in atto nel nostro paese e nel mondo, affermare di voler tenere insieme la salute delle persone, delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’economia, è enormemente più fantascientifico di chi bolla i comunisti come “superati dalla storia”.

Il primo lockdown ci ha insegnato come i settori più colpiti fossero quelli su cui la scure del capitale si è abbattuta più duramente nel corso degli ultimi 30 anni.
Non staremo qui a ripetere quanto il coronavirus abbia portato in superficie ogni contraddizione del sistema capitalistico, già ampiamente trattato dal nostro partito con articolo, analisi, volantini e iniziative a riguardo. 

Già il 5 aprile di quest’anno [2020], tuttavia, denunciavamo come si stesse aprendo una profonda contraddizione tra la «pressione confindustriale a ripartire subito e a qualunque costo e la richiesta di continuità del confinamento per un tempo non breve da parte delle autorità sanitarie». Il governo, posto nella proverbiale condizione infelice tra “il martello e l’incudine”, tentennò un po’ salvo poi riaprire nel giro di breve tempo. Riaperture, in quella fase, in cui continuavano a mancare «su tutto il territorio nazionale, strumenti di protezione elementare per la popolazione, per gli operatori sanitari, per i lavoratori e le lavoratrici».
Una condizione evidentemente esplosiva che ha portato con sé in dote l’aumento esponenziale di nuovi contagi. Ma il mantra era «l’economia non può permetterselo» al punto che anche settori popolari hanno iniziato ad introiettare questo ritornello.

Stando sempre alle parole di Conte di ieri, pare sia è «velleitario» arrivare alla somma zeri di contagi, positivi e guariti.
Il punto è che non c’è niente di velleitario nel rivendicare condizioni igienico-sanitarie di vita quotidiana per il lavoro e la vita privata delle persone.

Velleitarie sono le posizioni di Confindustria
Quel che si sta andando a delineare nel prossimo mese è un lockdown non dichiarato per cui le persone sono semplici unità di produzione che possono recarsi presso il proprio posto di lavoro, tornare a casa, fare la spesa. Produci, consuma, crepa. Il mantra è sempre lo stesso. L’emergenza per i padroni è un conto, l’emergenza per i lavoratori è ben altra cosa, lo dimostrano i dati dell’incremento esponenziale delle ricchezze dei multimiliardari che gestiscono celeberrime aziende transnazionali. 

La guerra – come giornalisti e professori universitari l’hanno chiamata nel corso dei primi mesi della pandemia – contro il coronavirus è una certezza, così come lo è quella contro il capitalismo, solo che quest’ultimo rappresenta una patologia infinitamente più grave: è lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per favorire il sostentamento alle banche e ai capitalisti e riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dal lavoro.
Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo: o la Borsa o la vita.

Anche perché, davvero, non abbiamo nulla da perdere all’infuori delle nostre catene: abbiamo un mondo da conquistare. 

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6753

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Il referendum e l’eclissi della sinistra *

Posted on 2020/09/13 by carmocippinelli

Nella giornata del 13 settembre si è tenuta la manifestazione del “Così No!” per il no al referendum del 20 e 21 settembre. Potremmo semplicemente dire questo a riguardo: sinistra assente e tanta liberaldemocrazia di stampo radicale (nel senso di Partito Radicale).
L’implosione, ed esplosione, dei rapporti umani e politici fra l’area pannelliana e boniniana continua a farsi sentire anche (e forse soprattutto) a seguito della dipartita di Marco Pannella: in piazza erano presenti +Europa (dunque anche Radicali Italiani), Emma Bonino e una delegazione parlamentare di +Europa (distaccata dalle bandiere bianche sotto al palco) e il PRNTT (Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito).
Oltre a loro, una delegazione del PSI e una nutrita rappresentanza di Volt, il partito paneuropeo di ispirazione liberaldemocratica europeista. Il comitato giovanile NOstra era visibile con uno striscione e rappresentato dall’intervento di Jacopo Ricci dal palco, che vorrebbe rappresentare la coscienza critica e inquieta dei settori del PD schierati a favore del no (in realtà foglia di fico dietro la quale il PD tenta di salvare almeno in parte le apparenze). Intervento di apertura affidato ad Aldo Tortorella, unica presenza riconducibile all’area di ciò che si colloca alla sinistra del PD. Sinistra Italiana del tutto assente. In ordine sparso, poi, sono apparsi e scomparsi rappresentanti regionali dei Verdi/Europa Verde, Matteo Orfini (PD), Roberto Giachetti (Italia Viva), Bobo Craxi.
Dal lato dell’associazionismo, da rilevare la presenza dell’ANPI, rafforzata dal presidente provinciale romano Fabrizio De Sanctis, e dell’ARCI, quest’ultima in piazza con uno striscione piuttosto visibile. La già minuta Piazza Santi Apostoli era popolata da circa 200 persone e piena per un quarto, meno di quel che gli organizzatori stessi, facile immaginarlo, avrebbero potuto prevedere. Sardine non pervenute.

LA SINISTRA RIFORMISTA ARRETRA

Se da una parte vi è la definitiva emersione e affermazione di una mai sopita corrente politica d’ispirazione radicale, a vocazione elitario-borghese, supportata dall’aver eletto parlamentari e senatori grazie all’alleanza con il Partito Democratico (Riccardo Magi, Emma Bonino, Alessandro Fusacchia), dall’altra vi è la totale inadeguatezza della sinistra riformista e socialdemocratica, di fronte ad una fase che la vede coinvolta in azioni di governo, di organizzarsi su una piattaforma comune e scevra dalle piccole patrie nate nel corso di questi anni. L’esecutivo è retto, lo ricordiamo, dalla maggioranza tripartita PD-M5S-LeU (Liberi e Uguali, nome comprendente la galassia che orbita attorno a MDP-Articolo 1, Patria e Costituzione, Sinistra Italiana).
L’insufficienza e la volatilità della proposta politica della sinistra socialdemocratica, che rappresenta una sorta di fotocopia mal riuscita nei confronti del PD e delle destre, è confermata dal fatto che l’alternativa proposta è quella di un sistema economico che possa essere governato con più diritti civili e individuali senza toccare il capitalismo alla radice.
Se ai comunisti viene detto di essere utopici perché utilizzano ancora il termine socialismo, la riforma del sistema capitalistico per far sì che esso abbia un volto umano rappresenta, oltre che un’utopia ancor più grande, una ben più grande furfanteria raccontata ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori, così come del corpo elettorale più in generale. Una sinistra che non pone un’alternativa di sistema semplicemente non è da chiamarsi sinistra, in quanto non propone – molto banalmente – nulla di diverso da quanto mettono sul piatto le varie forze liberal-radicali e liberaldemocratiche, che si chiamino PD, +Europa, Radicali Italiani, Volt o Verdi. Che senso ha, per l’elettore, votare una fotocopia mal riuscita della destra quando c’è una vasta pletora di organizzazioni liberali pronte ad accogliere il voto del pensiero riformista-borghese orfano di qualsivoglia orientamento?
Se lo scontro è stato – ed è tuttora – quello dell’immaginario di una sinistra rinnovata che si scrolli di dosso la parola “socialismo” e l’idea dell’alternativa al capitalismo, la differenza che intercorre fra Sinistra Italiana e +Europa è davvero nei proverbiali fili dei capelli.

I NUOVI MOSTRI

Lo scontro alle regionali pugliesi dimostra quel che stiamo dicendo. Due giorni fa Carlo Calenda, in sostegno della candidatura di Ivan Scalfarotto (ex PD ora Italia Viva, supportata proprio dal partito di Renzi, +Europa, Azione e da una lista in comune fra Volt, Partito Liberale Italiano e ALI-Alleanza Liberale Italiana) ha dichiarato quanto segue dal palco: «Il PD ci dice “perché fate perdere la sinistra e non votate Emiliano?” Noi rispondiamo: “perché fate scomparire la sinistra e non votate Scalfarotto?”».
Il capitale, questo è ben noto, oltre al consenso crea anche il dissenso, qualora la coscienza generale sia in perpetua arretratezza da decenni, così da plasmare una propria idea di sinistra che non è proprio quella che si intende comunemente. La “nuova sinistra” in realtà non è altro che un frullato di principi capitalisti, economia di mercato ed europeismo che poco hanno a che fare con la tradizione lavorista, mettiamola così, dell’immaginario che dovrebbe evocare il termine in oggetto. Tanto più che, proprio nello scontro riguardo al quale si è presa la frase di Calenda come esempio, la sinistra riformista è in alleanza con il Partito Democratico in un cartello comune chiamato “Puglia solidale e verde” che comprende PSI, Europa Verde, Sinistra Italiana e la lista “La forza della Puglia”.

IL “SÌ” DI STEFANO FASSINA

Non potevamo ignorare, a tal proposito, il “sì” di Stefano Fassina al referendum: il rappresentante alla Camera di Patria e Costituzione, all’interno di Liberi e Uguali, nonché consigliere comunale di Roma Capitale, ha solennemente affermato di voler votare “sì” al referendum. Continua ad inserirsi nel migliore (si fa per dire) solco dell’opportunismo della sinistra riformista, che tenta di volersi mostrare alternativa nei giorni dispari e accondiscendente al Partito Democratico nei giorni pari. Il nostro, in effetti, già nell’ambito delle elezioni suppletive nel collegio Roma 1 alla Camera, dichiarò di voler votare l’esponente del Partito Democratico e viceministro dell’economia Gualtieri, sebbene dichiarò di «voler bene» alla candidata di Potere al Popolo Elisabetta Canitano.
Il cordone ombelicale che pareva esser stato reciso a seguito della fuoriuscita dal PD sembra ricostituirsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, nell’assumere prese di posizione del tutto fallaci a cui si tenta di dare una spiegazione “di sinistra”.

IL NOSTRO “NO”
Che senso ha per il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) dire no?
La nostra contrarietà, per cui diamo indicazione di voto, si basa sulla netta opposizione a una operazione truffaldina, al governo che la sostiene, al più ampio fronte dei partiti borghesi, liberali e reazionari, che in questi decenni hanno gestito a turno le politiche di austerità contro i lavoratori e le lavoratrici, attaccando lavoro, pensioni, sanità, istruzione, nell’interesse esclusivo dei capitalisti, e che ora vogliono nascondere ancora una volta le proprie responsabilità grazie al ricorso dell’inganno populista. Ed è una contrarietà anche al trasformismo di quella sinistra che si è accodata ai partiti borghesi per ottenere uno scranno ministeriale.

Ma il nostro no, chiaro e netto, ai partiti borghesi e alle loro truffe, è un no che parte dagli interessi dei lavoratori, e non prevede alcuna subordinazione e alcuna accettazione delle istituzioni di questo Stato.
Nessuna accettazione del parlamentarismo borghese, bersaglio fin troppo facile, da un versante reazionario, per i colpi a salve della propaganda anti-casta, concimata da oltre un decennio dalla stessa borghesia e dai suoi organi di stampa.
Nessuna accettazione della Costituzione borghese del 1948, figlia della svendita da parte del PCI di Togliatti di una Resistenza antifascista proletaria i cui interessi risiedevano ben oltre quelli del costituzionalismo democratico-liberale.

Ci battiamo non per rafforzare questo potere, ma per il potere – alternativo e di segno opposto – dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società, contro l’attuale dittatura dei capitalisti, che resta tale anche sotto la democrazia borghese.

Ci battiamo per una democrazia dei consigli dei lavoratori, cioè per una democrazia diretta espressione dei loro bisogni e delle loro necessità.
Una democrazia per cui la cancellazione di ogni privilegio politico dei rappresentanti è un riflesso delle ragioni sociali di partenza, e non uno specchietto per le allodole delle ideologie reazionarie di un capitalismo in decomposizione avanzata.

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6698

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni

Tra le maglie (strettissime) del particolarismo e del “greenwashing”. Appunti simpsoniani

Posted on 2020/08/02 by carmocippinelli

Da oggi comincio una nuova rubrica chiamata “Appunti simpsoniani” e che prende le mosse dall’interesse smodato che ho per i Simpson, unito ad un citazionismo compulsivo delle puntate che vanno dalla prima stagione alla ventiduesima e ai ragionamenti politico-sociali e storico-filosofici a riguardo. Chi conosce il sottoscritto conosce, purtroppo, le forche caudine uditive a cui gli interlocutori si sottopongono: ogni situazione è buona per una citazione simpsoniana. 

La prima puntata da prendere in esame è la numero 21 della stagione 8: Il vecchio e Lisa. 
Giusto un accenno di trama
Il signor Burns scopre di avere più debiti che introiti: si è circondati di uomini interamente assertivi che non facevano altro che assecondare ogni sua richiesta strampalata. Tutto il suo patrimonio è, in un attimo, perduto come un mucchio di cenere al vento dopo un’ampia soffiata. È il capitalismo, bellezza. Lisa Simpson è l’unica che ha osato contraddire Burns nell’ambito di un’incontro alla scuola elementare e, dunque, il vecchio crede che il carattere della piccola Lisa possa aiutarlo a rimettersi in affari. Burns, ovviamente, ci riuscirà ma a discapito di una serie di cose, questioni, persone, affetti e – non da ultimo – principi morali. 
Anche se non vi foste mai imbattuti nella puntata in oggetto, avrete sicuramente immaginato una trama piuttosto complessa, nonostante l’apparenza, che si presta a varie letture, analisi e riflessioni della peculiare realtà tratteggiata dai Simpson. 
Riciclo: “politene e poliuretano”
La puntata si apre con Lisa già sveglia di buon mattino intenta a separare i rifiuti di casa per aiutare il progetto scolastico del riciclo, supportata dall’iniziativa del Preside Skinner di riciclare per poi vendere i rifiuti e ottenere il denaro necessario per una gita scolastica. Anche se la gita non avrà mai luogo. Lisa separa vetro, carta, plastiche (più d’una) e via dicendo. Marge incoraggia la figlia e cerca di rendersi utile buttando un rifiuto plastico in uno di quel che sembra una busta che contiene – per l’appunto – rifiuti plastici. La conseguenza è terribile, Lisa è preoccupatissima dalle conseguenze del gesto: «No, mamma, ferma: stai mischiando il politene con il poliuretano!», prontamente Homer, per far vedere che si sta interessando alla questione della figlia intellettuale, emette un fintamente preoccupato «Maaaaargeeee».
Questo ci dice già molto su un aspetto riguardo cui è bene soffermarsi. Lisa è consapevole dell’esistenza di due tipi di composizioni plastiche diverse le quali, nonostante appartengano alla stessa categoria generale di “
La radice del problema non è neanche toccata: perché due aziende che producono materiale per tenere ferme le lattine della birra Duff dovrebbero essere composte di due componenti plastici diversi? Perché è impossibile riciclare quei componenti insieme? E, ancora, per quale motivo quelle aziende continuano a produrre plastica nonostante l’evidente inquinamento? La risposta a questi quesiti non può fornirla Lisa: è una bambina che frequenta la scuola elementare della sua piccola cittadina, ha uno slancio positivo per gli argomenti che riguardano l’ambiente e l’ecologia ma più in là non riesce a spingersi. 
Il largo è ancora ben lontano dalle prime secche in cui ci troviamo. Non a caso gli sceneggiatori hanno fatto in modo di attribuire a Lisa le caratteristica di una coscienza – certamente inquieta – in fase di formazione all’interno di una normale e ordinaria famiglia americana: la positività della critica c’è ma è ancora acerba e relegata a questioni tanto di merito quanto di principio. Questioni, altresì, volutamente poste ed esposte in modo superficiale. Come si dice proverbialmente:

Lisa e la pillola kantiana
La coscienza di Lisa la porta a fronteggiare apertamente il signor Burns nell’evento dedicatogli presso la sua scuola. 
Prendiamo ad esempio la prima formulazione dell’imperativo categorico kantiano: 

«agisci secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale». 

Lisa agisce da vera kantiana: se tutto quello che dice il signor Burns è vero, cioè che bisogna lasciarsi alle spalle affetti, famiglia, religione e spiritualità per poter raggiungere il successo e la fama, allora questo non può essere un comportamento morale. Non a caso, in una società ultra-liberista come quella americana, Burns darà della “pazza liberale” a Lisa: non c’è “rivoluzione” in lei, solamente vorrebbe far tornare le cose al proprio posto in una società dominata dal mercato, dal profitto e dall’individualismo. 
Tuttavia, “se tutti facessimo in questo modo”, ovvero, se tutti ponessero al primo posto della loro vita il profitto e la noncuranza della conseguenza delle proprie azioni, il sistema fagociterebbe tanto i produttori (imprenditori-capitalisti) quanto i consumatori (persone-lavoratorici e lavoratori). È questo che vuole far intendere Lisa alle orecchie che vogliono stare a sentirla: non possiamo agire con una presunta legge che, in realtà, è solo cupidigia verso il denaro e verso più accumulazione di capitale: “è veramente morale tutto questo?”. Certamente no, dunque è bene non farlo.
Sulla base di questo suo agire, cerca di porre la propria battaglia ambiental/ecologista come nord nella propria intima bussola: il Direttore Skinner fa di tutto per coinvolgere i ragazzi nel progetto del riciclaggio, ma al momento della consegna di svariati chili di carta ottiene solo pochi spicci. Imbestialito, ingrana la retromarcia e urla: «Scordatevi il riciclo». Lisa, di nuovo, prova a far leva sul sentimento del Direttore: «Ma abbiamo raccolto tanta carta da salvare un albero!».
Peccato che proprio dietro la station wagon di Skinner troneggi un albero che venga abbattuto dalla furia del dirigente scolastico che aveva ingranato la marcia. Così, termina l’avventura ecologica della scuola elementare della cittadina immaginaria in cui vivono i nostri. Finisce per loro ma non per Lisa. 
Burns è costretto ad abbandonare la centrale nucleare, si ostina a voler vivere come una persona ordinaria nonostante non sia mai stato un ordinario cittadino: lo prendono per pazzo mentre parla con le bottiglie di Ketchup e Catsup e lo rinchiudono alla casa di riposo. Incontra di nuovo Lisa e prova a convincerlo che è cambiato: il riciclo ora si fa interessante per il ricco capitalista della città che è al verde e senza un nichelino. Può benissimo iniziare a chinare la testa, quale che sia la condizione che il fato gli sta riservando, per poterla rialzare subito dopo.
Greenwashing
Letteralmente il greenwashing potremmo tradurlo come: dare una mano di verde al capitalismo per farlo percepire diverso al cittadino-consumatore. Il fenomeno è piuttosto evidente nei supermercati della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo): quando la cosiddetta opinione pubblica fremeva per le questioni legate all’ambiente c’è stato un fiorire di marche che proponevano il proprio prodotto verde in quanto realizzato con energie alternative, imballaggi costituiti da plastiche riciclate e via dicendo. 
Lisa convince Burns ad intraprendere questa strada. Inaspettatamente, l’ottuagenario accetta. Il green ha conquistato ogni aspetto della vita del sistema capitalistico: non c’è più stata ostatività tra i due mondi ma quello più potente ha intuito che per continuare a vivere meglio di prima avrebbe dovuto blandire le pressioni esterne che stavano crescendo. In altre parole: lentamente fagocitando le pressioni ambientaliste facendole rientrare sotto l’alveo del capitale. Il fenomeno del greenwashing è stato di recente analizzato anche dalla rivista «

«Il team comunicativo della multinazionale energetica però riesce sempre a raccontare il lieto fine, anche lì dove il principe alla fine della favola scappa e lascia solo territori da bonificare. Una capacità senza dubbio impressionante, tuttavia giustificata dall’ammontare che Eni destina a tale settore. Secondo i suoi stessi dati, nel 2019 l’azienda ha speso in pubblicità, promozione e attività di comunicazione 73 milioni di euro: per intenderci, circa la metà di quanto Eni prevede di spendere annualmente fino al 2023 in uno dei settori fiore all’occhiello delle pubblicità stesse, ovvero l’economia circolare. Ma la dicotomia tra realtà e narrazione è evidente in tutti i campi. Si pensi ad esempio alle pubblicità presenti in quasi tutti i quotidiani denominate «Eni + Chiara, Luca, Silvia, ecc» il cui focus è raccontare un’altra Eni: più attenta alle questioni climatiche, più green, più circolare. «Energia, solo cambiando il modo di guardare le cose, le cose che guardiamo inizieranno a cambiare. In Eni oggi trasformiamo gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati»: così recita lo spot che invita Chiara a usare la macchina il meno possibile in modo tale che insieme, Chiara + Eni, possano fare la differenza. Come se la capacità di incidere del singolo e di una multinazionale che ha chiuso il 2019 con un ricavo di 71 miliardi di euro fosse identica»

Non si è sulla stessa barca: consumatore e produttore, capitalista e “unità di produzione” non sono sullo stesso piano. Men che meno ora a causa della pandemia. Esiste un “noi” e un “loro” su una linea di demarcazione piuttosto evidente. La questione greenwashing stabilisce i termini della questione-delle-questioni: l’irriformabilità del sistema capitalistico e la necessità di costruire e pianificare un’alternativa. Lisa, ovviamente, tutto questo non lo sa: crede fino in fondo nel greenwashing operato dal signor Burns e da quello che potrebbe trarre di positivo.

Ma questo ed altro verrà trattato e sviscerato nel secondo articolo a riguardo.

Posted in Blog/Post semiseri, simpson

Campionato groenlandese: al via la fase locale. Partito il campionato femminile

Posted on 2020/07/09 by carmocippinelli
© redbull.com
La prossima settimana è quella buona: stando alla pagina Facebook della federazione groenlandese di calcio, a partire dal 14 luglio si terranno le partite valide per le fasi locali del campionato più a nord della Terra. 
La prima settimana di confronti calcistici (14-16 e 17-19 luglio) sul rettangolo verde vedrà fronteggiarsi le squadre che intendono primeggiare alle fasi locali del campionato, dunque potremmo chiamare questa prima fase di scrematura “fase preliminare” o “comunale”. Le cittadine (o città) più organizzate delle varie zone amministrative in cui la Groenlandia è divisa hanno l’onore e l’onere di prendere parte all’organizzazione del torneo assieme alla federazione calcistica del paese.

Groenlandia del nord: Uummannaq
Le prime a scendere in campo saranno le squadre appartenenti alla zona nord della Groenlandia, più precisamente del territorio di Uummannaq, e le squadre che si confronteranno saranno le seguenti: Eqaluk 56, FC Malamuk e Amaroq 53. L’ultima tra le squadre citate sarà da monitorare per  capire se sarà in grado di tenere testa alle due ben più quotate compagini di Eqaluk e Uummannaq: l’Amaroq, in effetti, non si iscriveva alle fasi preliminari del campionato dal 2013 quando la squadra era denominata Amaroq Saattut e terminò all’ultimo posto. Senza dubbio, in effetti, l’FC Malamuk sarà la squadra da battere di questo mini-girone a tre.

Groenlandia centrale: Sisimiut
Il 17 e il 18 luglio, invece, scenderanno in campo le squadre appartenenti al territorio di Sisimiut: SAK (acronimo di Siumut Amerdlok Kunuk), S-68 e Aqissiaq rispettivamente delle città di Sisimiut (SAK e S-68) e Maniitsoq. Anche in questo caso sarà interessante monitorare quali saranno gli sviluppi del mini-girone in relazione all’Aqissiaq, storica compagine di Maniitsoq, che non prendeva parte alla GM Championship da molti anni.
È utile ricordare come la cittadina di Maniitsoq, negli ultimi decenni, sia stata sempre rappresentata dalla squadra biancorossa Kagssagssuk Maniitsoq.

Groenlandia centrale: Baia di Disko
Certamente più avvincente saranno le gare che si disputeranno dal 14 al 19 luglio: le squadre appartenenti alle cittadine e villaggi della Baia di Disko sono tra le più quotate e meglio organizzate, dopo quelle afferenti alla capitale Nuuk. Scenderanno in campo le seguenti compagini: Aqisseq (altra squadra di Maniitsoq), Tupilaq 41 (di Aasiaat), Kugsak (del villaggio di Qasigiannguit, talvolta scritta anche come K-45), Disko-76 (di Qeqertarsuaq) e G-44 (anche quest’ultima di Qeqertarsuaq). In questo girone saranno certamente le squadre di Qasigiannguit e Qeqertarsuaq a primeggiare, tuttavia il campionato groenlandese riserva sempre grosse sorprese, dunque è bene non sottovalutare aprioristicamente le squadre di Aasiat e di Maniitsoq.

Vecchi e giovani

A sinistra Jonas Hansen (47 anni), a destra Nemo Thomsen (14)
fonte foto: NBU – Nuuk Boldspil Union GM 2019 ©

Per comprendere pienamente quel che significa il calcio groenlandese bisogna saper astrarsi dalla quotidianità del calcio milionario, degli stadi vuoti, di pay-tv, dei giocatori considerati vecchi alle soglie dei trent’anni: i limiti di età in Groenlandia, semplicemente, non esistono. Lo scorso anno infatti, in una partita fra K-45 e N-48, si sono affrontati il più vecchio e il più giovane calciatore del campionato: Jonas ‘Kidi’ Hansen e Nemo Thomsen, segnando l’uno il gol della bandiera gol e l’altro una tripletta, in una partita che ha avuto ben poco da dire, terminando 1-13 per il N-48 (Nagdlunguak della città di Ilulissat), compagine arrivata in finale e sconfitta per 2 a 0 dal B-67.
Jonas Hansen, il più vecchio, ha disputato la partita a 47 anni e 357 giorni mentre Nemo Thomsen, il più giovane ne aveva da poco compiuti 14: due mondi a confronto, sebbene provenienti dallo stesso Paese, dato che Hansen gioca da sempre per la polisportiva del suo paese (Qasigiannguit, insediamento della Baia di Disko che conta poco più di mille anime) e, nonostante il blasone del Nagdlunguaq, per il Kugsak-45 l’importante era essere presente alla fase finale.


Non solo uomini: al via le fasi locali del campionato femminile
Cinque giorni fa si è svolta la partita valevole per le fasi locali del campionato di calcio femminile della Groenlandia. A scontrarsi sono state le compagini dell’I-69 e dell’N-48, rispettivamente appartenenti alla città di Ilulissat: subito un derby! Le squadre si sono date battaglia per 90 minuti ma il campo ha decretato l’I-69 come vincitrice per 3 reti a 0.
Qui alcuni scatti dagli spalti:

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Trenino Roma-Giardinetti, Tortorelli: «Riapertura a settembre? Improbabile» *

Posted on 2020/06/30 by carmocippinelli

La questione legata al trenino “Roma-Giardinetti” anima il dibattito politico capitolino e quello delle vite di utenti e lavoratori che, anni fa, si servivano della storica linea a scartamento ridotto partendo dalla periferia extra-Gra.
La mozione, presentata dalla consigliera Svetlana Celli (lista civica Roma Torna Roma – Giachetti Sindaco) andava a sostenere la riattivazione della tratta Centocelle-Giardinetti, in attesa dell’avvio dei lavori finanziati dal Ministero dei trasporti. Quelli per cui la Roma-Giardinetti subirebbe massivi interventi di ammodernamento e potenziamento per la sostituzione dello scartamento ridotto a quello ordinario al fine del prolungamento da Termini a Tor Vergata.
«Per riattivare la linea serve avviare un dialogo tra Regione e Atac – ha spiegato la consigliera Celli in occasione della presentazione della mozione – per definire i termini della riapertura di una linea strategica per interi quartieri, da Centocelle a Torre Maura fino a Giardinetti».
La mozione in oggetto, numero 220, è stata approvata all’unanimità nei giorni scorsi. Il tavolo che potrebbe aprirsi tra Regione, Atac e Comune sarebbe auspicabile: «Ora che le basi per il futuro sono state gettate e sono stati ottenuti i finanziamenti (il cui ottenimento definitivo è vincolato al passaggio di proprietà Regione-Comune e la stipula dei contratti per l’esecuzione dell’appalto entro la fine del 2022), ci sono tutte le condizioni affinché i soggetti interessati (Atac, Comune e Regione) si siedano ad un tavolo per discutere la riapertura della tratta sospesa», si legge sul blog “Sferragliamenti dalla Casilina“. La sola Metro C non può sobbarcarsi il cosiddetto “lavoro sporco” del collegamento di uno dei più popolosi municipi di Roma: trenino e metropolitana viaggerebbero su binari paralleli, metaforicamente e concretamente parlando. Il palliativo della linea su gomma 106 è, in tal senso, del tutto inefficiente e sotto gli occhi di tutti. Per fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto Carlo Andrea Tortorelli, blogger e ingegnere.

Scartamento.

La domanda che sorge spontanea è a che servono ulteriori lavori per ammodernare uno scartamento quando, tecnicamente, i “binari” già ci sono.
La questione «è complessa», sostiene Tortorelli: «Roma nel 2017 ha avviato i lavori del PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile), uno strumento urbanistico previsto dall’ordinamento italiano ai sensi della legge n° 340 del 2000». «Nello stesso anno, si arriva al punto in cui l’amministrazione inserisce la Roma-Giardinetti nel novero di una serie di opere prioritarie, tra cui le famigerate e contestatissime funivie: Per la tratta era previsto un ammodernamento che comprendeva il mantenimento dello scartamento ridotto. La domanda di finanziamento è formalizzata con la delibera n° 251 del 2018».
Fin qui tutto bene, ma quand’è che si passa dall’idea di trasformazione da scartamento ridotto a ordinario andando, ovviamente, ad allungare i tempi dei lavori?
«Il Ministero dei trasporti (Mit) alla fine del 2019 si è pronunciato a riguardo dicendo, sostanzialmente, di finanziare il progetto di riqualificazione e ammodernamento della linea a patto che si passasse allo scartamento ordinario come il resto della rete tramviaria romana»
In buona sostanza, afferma Tortorelli: «il MIT coprirà i costi dell’ammodernamento a patto che si vada a uniformare lo scartamento rendendolo identico a quello delle altre linee ferrata tramviarie della Capitale».



Uniformare tutte le strade ferrate dei tram della Capitale: questa la “ratio” con cui sta agendo il MIT.

Ma la riapertura a settembre, per Tortorelli, non pare sia possibile: «La riapertura a settembre è impossibile. Il punto è che in Assemblea Capitolina la consigliera Celli ha presentato una mozione che, sostanzialmente, non è vincolante quanto può esserlo una delibera». Tra l’altro è una mozione che rientra in una sorta di ciclo di atti che i consiglieri periodicamente, di legislatura in legislatura, propongono riguardo la riapertura integrale della Roma-Giardinetti.
«Il punto, secondo me, è quello di produrre una vera analisi “costi-benefici” sulla tratta in questione», dichiara Tortorelli, «perché potrebbe risultare insensato riaprire per poco tempo una tratta destinata comunque a chiudere per il cambio di scartamento».
È indubbio che l’inanità produca stallo e abbandono, vale per la Roma-Giardinetti come per le questioni quotidiane.

Ma se la riapertura è impossibile, è necessario produrre un’analisi costi-benefici e non, piuttosto, sostenere la riapertura e basta?


«La questione è complessa, il passaggio di proprietà fra Regione Lazio e Comune rappresenta uno di questi problemi: la Regione dice che non metterà un soldo per l’esercizio oltre Centocelle; il Comune ha – di fatto – le mani legate dalla proverbiale “coperta corta” del bilancio. Il fatto è che io potrei anche fare il “populista” e dire apriamo tutto e subito ma quest’affermazione ha un impatto e non tenerne conto sarebbe superficiale. Sarebbe fare proclami tanto per urlare».

C’è però da dire che si andrebbe a colpire là dove si è sicuri di farlo, un po’ come quando si introducono nuove tasse andando a colpire i lavoratori statali: a fare le spese dei mancati accordi tra Regione e Comune c’è la periferia e uno dei quadranti più abitati della Capitale con indicatori di disagio sociale molto elevati e via dicendo.
«La prospettiva che secondo me va adottata deve essere a lungo termine», rincalza Tortorelli, «sui 213 milioni concessi dal MIT pende la scadenza del 31 dicembre 2022, data entro la quale dovranno essere affidati i lavori, pena ritiro del finanziamento concesso. Tenendo anche conto di circa due/tre mesi che ci possono essere dall’aggiudicazione della gara all’avvio dei lavori, la prospettiva della riapertura della tratta esistente è comunque molto limitata dal cambio di scartamento. Per questo ribadisco che come cittadini dovremmo tendere ad accelerare sul progetto in essere, non riaprire la tratta che comunque in breve tempo richiuderebbe».


Metro C e trenino viaggiano su binari paralleli.


«Fino all’altro ieri si diceva che la Metro C era inutile e invece oggi ci sono le code fuori da San Giovanni per quanto è apprezzata; si diceva che il trenino con la Metro C fosse inutile e ora tutti ne stanno chiedendo la riapertura. Si tratta di due linee che corrono su binari paralleli e che si toccano in sole 4 stazioni su 21 (Metro C) e 20 (trenino)». L’una non esclude l’altra, in buona sostanza. Il ragionamento quasi da sistema binario informatico “0-1-0-1”: apriamo una metro e togliamo un mezzo di superficie, «è stato fatto col paraocchi» e che «come soggetti attivi, associazioni e comitati di quartiere, penso a Tor Pignattara, Torre Maura e Giardinetti, abbiamo cercato di porre un argine a questa decisione. Il buon senso, tuttavia, il più delle volte “perde”».

*Articolo pubblicato su «La Rinascita delle Torri»

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Groenlandia, partono i campionati

Posted on 2020/06/30 by carmocippinelli
Il campionato groenlandese di calcio partirà. Questa è la notizia diramata dall’associazione calcistica KAK, associazione sportiva groenlandese a mezzo Facebook e ripresa dal giornale danese-groenlandese Sermitsiaq: «La Federazione calcistica groenlandese Kak ha dichiarato che le partite di qualificazione dei campionati di calcio, maschili e femminili, possono essere disputati in tutta sicurezza». La Groenlandia, dunque, rimette in moto la macchina del campionato calcistico: si parte fra tre settimane: «i campionati dei territori comunali – spiega il quotidiano Sermitsiaq – possono essere utilizzati come partite di qualificazione per le fasi finali» che solitamente si svolgono nel mese di agosto. Stop, invece, ai campionati giovanili: l’annullamento dei tornei ha colpito le categorie Under 15 e Under 18 a causa del ritiro di molte città ospitanti con conseguenti problematiche relative ad alloggi e pernottamenti.
Nuovo sponsor tecnico
La Federazione calcistica groenlandese ha, inoltre, concluso un accordo tecnico con la blasonata “Macron” per una «sponsorizzazione pluriennale»: «Un accordo di enorme importanza – ha dichiarato Finn Meinel della federazione – per continuare a rendere professionistico e professionale il futsal e il calcio a 11 groenlandese con partnership a lungo termine di questo genere».
Come si svolge il campionato groenlandese
Il campionato di calcio è strutturato in tre fasi: locale, regionale e “nazionale” (ma è più corretto chiamarla “finale”), quest’ultima divide le squadre in due gruppi (A, B), solitamente non più di 12. Le fasi locali si svolgono prima della settimana di ferragosto, momento clou del GM, l’acronimo del campionato di calcio dell’isola. La fase finale si gioca su un campo solo, quello di Nuuk, recentemente rimesso a nuovo e in erba sintetica, fino a qualche anno fa in terra battuta. Ma che nessuno t(r)emi: il romanticismo del campionato più a nord del Pianeta Terra non è stato affatto minato dalla colonizzazione del verde artificiale: gli spalti sono sempre i soliti, ovvero, la partita la si guarda dalle rocce, liberamente, senza pagare nulla.

La piccola cittadina di Asiaat e il nuovo campo in erba sintetica.
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Un anno [scolastico] è già passato

Posted on 2020/06/27 by carmocippinelli

Il primo anno d’insegnamento è già passato: A.S. 2019/2020, Istituto Salesiano Villa Sora. Da pensare trasmesso come quelle strisce di localizzazione di X-Files.
Per me (e anche per Mattia) è stato il primo anno: entrambi con due quinti superiori. Boom. Cominciamo col botto, di quelli che le amministrazioni comunali pianificano per far brillare interi edifici di svariati piani.

La prima foto è stata scattata da me a tradimento, mentre ce ne andavamo a prendere un caffè al bar di fronte scuola. Io sono vestito come uno scappato di casa, Mattia e Giusi sembrano proprio dei prof. fatti e finiti, Anna ha curiosamente lo stesso vestito della seconda foto, a distanza di svariati mesi.

La seconda foto è del 27 giugno. Pandemia portaci via: collegio docenti con mascherina e distanziamento sociale, anche se per fare questa foto ce ne siamo bellamente infischiati. «Tanto c’avemo l’autocertificazioni», come se con l’autodichiarazione il Covid sparisse. Ma tant’è.

In tutti i posti di lavoro si fa un gran parlare di “famiglia”, “squadra” che, certo, sono parole importanti. Ma ancora più rilevante è il significato di “spalla” e questo è quel che siamo l’un per l’altra.

A settembre, o meno: sempre dalla stessa parte.

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Groenlandia, un Paese che non conosciamo

Posted on 2019/09/07 by carmocippinelli

La Groenlandia 51° stato americano? Lo stato con il più alto tasso di
suicidi al mondo interessa agli Usa per le sue materie prime. Ma i primi
ministri, danese e groenlandese, chiudono la porta: “Non siamo in
vendita”

I sostenitori di Trump fanno già sul serio: hanno dato alle
stampe una maglietta raffigurante tutti i 51 Stati degli Stati Uniti
d’America. Già, uno in più: la Groenlandia. I Repubblicani non
scherzano: esortano il Presidente Donald Trump ad usare la notizia
dell’estate come argomento per la campagna elettorale. È bene, tuttavia,
fare un passo indietro. Ferragosto, il «Wall Street Journal» riporta una dichiarazione del Presidente americano Donald Trump
in cui ammette di voler presentare un’offerta al Governo danese per
l’acquisto della Groenlandia. La data della proposta sarebbe stata
fissata nel corso del mese di settembre, momento in cui era già in
programma l’incontro bilaterale Danimarca-Usa. L’affermazione – riporta
il «WSJ» – è stata pronunciata agli assistenti di Trump «con diversi
gradi di serietà». Il rischio boutade estiva era dietro
l’angolo, tuttavia la notizia ha fatto il giro di tutti i giornali e
portali d’informazione del Mondo, tale è stata la sua portata: l’America
vuole mettere mano al portafoglio per comprare l’isola più grande della
Terra, così come fece – d’altra parte – Henry Truman nel 1946 compiendo
il primo passo e formulando un’offerta per l’acquisto della
Groenlandia.

La Groenlandia, Donald Trump a parte, fa gola agli
Stati Uniti da diversi anni perché in una posizione strategica per
l’area, per le materie prime di cui è ricca, così come – probabilmente –
colma di petrolio e gas naturale. E poi, ancora, per lo zinco, il
carbone, il rame. Senza contare il fatto che gli Usa posseggono già una
base militare a Thule. Qualora l’isola dovesse diventare, davvero, il
51esimo stato americano le basi militari prolifererebbero verosimilmente
in tutto il territorio groenlandese.

La parola contraria (groenlandese e danese)
«Non
siamo in vendita», così la Primo ministro danese Mette Frederiksen (in
quota socialdemocratica) ha chiuso le porte a Trump ma, dopo aver
respinto duramente la proposta americana, il funambolico presidente
repubblicano ha annullato l’incontro previsto per settembre. Come a
dire: niente vendita della Groenlandia? Allora non abbiamo niente da dirci.

Contrarietà
e diniego sono arrivati anche dalla parte groenlandese della politica,
in regime di autogoverno ma formalmente appartenente alla corona danese e
rappresentata – per questo – al Folketing (Parlamento danese): il Primo ministro Kim Kielsen (Siumut
– socialdemocrazia groenlandese) ha fermamente risposto che la
Groenlandia è un paese indipendente, sovrano e che non ha costo perché
non sul mercato, così come la sinistra indipendentista rappresentata dal
partito Inuit Ataqitigiit, seconda organizzazione politica del paese.

La questione sociale: i suicidi
La
Groenlandia possiede un primato non molto edificante: è il primo paese
al mondo per quanto riguarda i suicidi: il tasso annuale è di 100
persone per 100.000 abitanti che decidono di farla finita.  Persino il
Giappone possiede un tasso più basso (51 per 100.000) nonostante abbia
documentata un’«epidemia suicida» specialmente tra gli adolescenti.

Secondo
Bodil Karlshøj Poulsen, direttore del centro di salute pubblica
groenlandese: «Ogni giovane abitante conosce un amico o un parente che
si è suicidato». La modernità è stata la causa della depressione e della
disperazione groenlandese: tra il 1900 e il 1960 i dati relativi ai
suicidi erano davvero bassi e decidevano di togliersi la vita solo 0,3
persone su 100.000. Dal 1970 tutto cambia e si arriva al picco del 1986
in cui la cittadina simbolo dei suicidi divenne Sarfannguaq,
con soli 150 residenti. Poulsen ha riferito in un’intervista al portale
statunitense «Slate» come dagli anni ‘70 in poi la depressione sia
cresciuta enormemente nella popolazione groenlandese: «La cura? Non
l’abbiamo, ma lo sport ha un impatto positivo enorme». Sia il calcio che
la pallamano, infatti, sono considerati sport nazionali e le strutture
per praticare queste discipline migliorano di anno in anno, così come la
qualità e i risultati internazionali, soprattutto per quel che riguarda
la pallamano, dal momento che la Fifa stenta a riconoscere la
Groenlandia come nazionale.

I rispettivi governi (danese e groenlandese), tuttavia, da anni studiano la questione e dal 2013 è stato avviato un piano di 6 anni per sensibilizzare gli abitanti tutti sul tema, intervenire con atti concreti e attuare misure di prevenzione.

La Casa Rossa: l’esempio di Robert Peroni a Tasiilaq
Robert
Peroni, italiano altoatesino, da circa 40 anni ha deciso di andare a
vivere in Groenlandia, nella parte più depressa e svantaggiata del
Paese, ovvero quella rivolta ad est. Oriente e occidente della
Groenlandia rappresentano mondi completamente diversi, sebbene
appartengano alla stessa entità nazionale e statale: nella parte
occidentale, più riparata dalle correnti glaciali, è presente la
capitale Nuuk, sede universitaria internazionale, e tutte le maggiori
cittadine in cui è possibile trovare un impiego lavorativo. La parte
orientale è legata alla caccia e alla pesca, dunque ancora seminomade.

Nella
cittadina di Tasiilaq, che conta poco più di 1.800 abitanti, Robert
Peroni ha aperto la ‘Casa Rossa’, uno spazio aperto in cui sì fare
turismo nelle stagioni in cui c’è più afflusso di gente da ogni parte
del Mondo, ma anche un luogo in cui 

«tutte le persone del posto possono
trovare riparo, un pasto caldo senza bisogno di pagare e in cui trovare
un po’ di quiete perché spesso si ubriacano e la loro abitazione non
diventa più ‘tranquilla’ come dovrebbe essere».

Oltre ad essere
esploratore, alpinista e – ora – guida turistica, Robert Peroni ha
scritto tre libri tutti per Sperling&Kupfer («I colori del
ghiaccio», «Dove il vento grida più forte», «In quei giorni di
tempesta») in cui racconta la sua permanenza e il rapporto sempre più
intimo che ha avuto con gli inuit nel corso degli anni.

L’alcolismo
e la disoccupazione sono fattori con cui gli abitanti di Tasiilaq
devono sempre più fare i conti, Peroni a più riprese ha avuto modo di
prendersela con Greenpeace e organismi internazionali che piacciono
molto agli occidentali perché difendono gli animali (in questo caso la
foca) ma che non hanno il polso della situazione groenlandese: «per loro
sono solo un italiano pazzo»
, ha detto anni fa a Pierfrancesco
Diliberto (Pif), che era andato ad incontrarlo a Tasiilaq per conto di Mtv e della sua trasmissione «Il Testimone».

In
questa fase storica i groenlandesi «hanno paura del futuro: non esiste
nella loro lingua una parola per poter parlare del futuro»
, ha più volte
detto Peroni. 

«Noi – ha affermato – parliamo  sempre del ”dopo”, del
”futuro” ma loro no, anzi, hanno paura di quello che accadrà: l’uomo
bianco (in lingua locale, il kalaallisut, qattunaa
, in
senso dispregiativo), gli ha tolto tutto perfino l’orgoglio di
cacciare», 

dal momento che l’occidente

 «ha impedito loro di sostentarsi
con la foca e la balena, nonostante abbiano quote severissime e regole
molto dure per il rispetto degli animali»,
 

al contrario di quel che
avviene in altri paesi come il Giappone che cacciano in maniera
scriteriata i cetacei non per sostentarsi ma per scopi commerciali.

La
Casa Rossa serve a creare un ponte:

«Bisogna sostenere la popolazione
locale in preda alla depressione, all’alcolismo e di qualcosa che non
conoscono ma che temono; parliamo di quello che potremmo fare molto
spesso e l’importante è essergli vicini e capire le ragioni di un popolo
pacifico, che non conosce la guerra e lo sfruttamento tra simili».

Certo
è che, come ha sostenuto lo stesso Robert Peroni a Tv2000:  

«Gli inuit
dovranno necessariamente imparare dall’uomo bianco e dalle sue usanze
nonostante egli non abbia affatto ragione»
. 

Pena la scomparsa di una
cultura millenaria.

Pubblicato sulla sezione Tuttogreen de La Stampa il 7 dicembre 2019 [aggiornato il 25 novembre 2019]: https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/09/07/news/groenlandia-un-paese-che-non-conosciamo-1.37413836/

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Pedagogia marittima a Coccia di morto

Posted on 2019/07/08 by carmocippinelli
Focene. Fossimo in una sceneggiatura ci sarebbe scritto: Focene: esterno giorno assolato, o cose simili. 
Per la precisione, tuttavia, la spiaggia era quella di Coccia di morto, un toponimo allegro e che suscita immagini del tutto gioconde alle orecchie di chi lo ascolta per la prima volta. 
La spiaggia è affollata e l’ora, circa mezzogiorno, è quella della ressa anche al chiosco della spiaggia libera attrezzata, così si dice. La fila per un ghiacciolo, un caffè, una birra, un gelato e altri generi di questo tipo è del tutto insostenibile: sembra d’essere in fila sul raccordo, un tristo presagio per il pomeriggio quando si dovrà tornare indietro e si dovrà affrontare il lungo serpentone di macchine vòlte a tornare a casa dopo la giornata di mare.
Ce ne stiamo pazientemente in coda aspettando il nostro turno, mentre la musica reggae/raggamuffin e cose affini è sparata dagli altoparlanti ad un volume eccessivo. Il ritmo in levare dopo un po’ inizia ad essere ripetitivo, così come i bassi che sovrastano in maniera spropositata la linea melodica delle canzoni. Sotto una pioggia di Babylon, Eeeeh, raaaassstaman madre e figlia intrattengono una conversazione interessantissima.
Una donna e una ragazza sono dietro di noi, madre e figlia. La genitrice è tatuata e del tutto super abbronzata, avrà avuto una quarantacinquina d’anni; la figlia è una tipica adolescente romana ‘in fieri’ di periferia con un piercing sulle gengive, anche se non saprei dire a quale lembo di pelle si attaccasse il pezzo di metallo dal momento che la posizione dell’orecchino non lasciava tradire alcun appiglio.
Figlia: «Me vojo tatuà qualcosa su a spalla, mà», la madre, pur consapevole delle nuove epifaniche esigenze dei giovani, risponde: «e che te voresti tatuà, sentimo».
La figlia, entusiasta del potenziale spiraglio assertivo concessole dalla madre nel corso della conversazione, le risponde entusiasta: «qualcosa n spagnolo, tipo ‘nada se olvida’».
«E che vordì?», le risponde giustamente la madre, ribadendo una distanza concettual-linguistica tutta a suo vantaggio.
«Vordì ‘niente se dimentica’», le risponde fiera la figlia.
«Niente se dimentica?», «Sì!».
«Ma che te voi dimentica che c’hai quindic’anni, ma falla finita».
Applausi.
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Nucleare, il deposito nazionale per le scorie è utopia o prossima realtà?

Posted on 2019/06/14 by carmocippinelli

Torna il dibattito sul nucleare, sebbene non
fosse mai sopìto del tutto nonostante la vittoria referendaria. Per
stipare le scorie già esistenti occorrerebbe un “deposito nazionale”,
parola dell’Isin

 

La questione legata all’energia nucleare torna a far parlare di sé.
Per la verità il tema lo si è semplicemente accantonato e tenuto a
distanza dall’opinione pubblica dall’ultima volta che si ebbe modo di
tornare sulla questione del deposito nazionale delle scorie, Calenda consule. Si torna a parlare di nucleare perché è stato da poco aggiornato l’inventario dei rifiuti radioattivi italiani, il primo pubblicato, dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). E, soprattutto,
perché nel 2025 Italia dovrà farsi carico dei rifiuti radioattivi che
aveva spedito all’estero per far sì che fossero processati
.
Operativo da agosto 2018 l’Isin assorbe tutte le funzioni in materia di
sicurezza nucleare e di radioprotezione già attribuite dalla
legislazione nazionale agli enti che già erano presenti in Italia (Cnen,
Enea, Anpa, Apat) e ad alcuni dipartimenti e laboratori riguardanti la
radioattività dell’Ispra. Per fare il punto sulla situazione, abbiamo
contattato due dirigenti dell’Isin: il Direttore Maurizio Pernice e il Direttore Vicario, nonché ingegnere nucleare, Lamberto Matteocci.

Rifiuti nucleari

«Il report sulla situazione dei rifiuti radioattivi che abbiamo pubblicato in aprile – ha commentato Pernice – è un documento che individua quantità e tipologie di rifiuti ma soprattutto dove sono collocati momentaneamente: ogni sito presenta delle problematicità diverse su cui dobbiamo intervenire,
controllando l’operato della Sogin e degli altri esercenti affinché si
possano implementare le misure di protezione, dal momento che ognuno di
essi deve essere mantenuto e gestito in sicurezza»
.

Quando si parla di rifiuti radioattivi c’è sempre il rischio di non mettere a fuoco la questione principale della materia: stiamo
parlando di scorie a bassa e/o media intensità che al momento sono
depositate in quelle che erano le centrali nucleari e negli altri
impianti connessi al ciclo del combustibile, un tempo attivi
, come ha confermato Lamberto Matteocci: «La
stragrande maggioranza di rifiuti radioattivi è collocata nelle
installazioni nucleari spente da anni per le quali è in corso un
processo di ‘decommissioning’»,
cioè a dire: arrivare a fare in modo di bonificare il sito «come se gli elementi radioattivi in quel luogo non ci fossero mai stati».

Cos’è contenuto in questi stabilimenti? Generalmente vi sono contenute tre tipologie di scarto radioattivo, come ha sintetizzato l’ingegner Matteocci: «Ci
sono quelli che furono generati quando gli impianti erano in esercizio;
ce ne sono alcuni di bassa attività che vengono generati per il
mantenimento in sicurezza; ce ne sono altri, infine, futuri che verranno
prodotti a partire dallo smantellamento»
, ovvero tutte le parti
metalliche che andranno smantellate, per far sì che vengano
decontaminate ed essere rilasciate dal sito, oppure confezionate come
rifiuto radioattivo. Parlare di rifiuti radioattivi porta inevitabilmente con sé un problema politico:
la materia è scottante e spesso anche solo avvicinarsi all’argomento
può inevitabilmente far perdere voti a questa o quella forza politica al
Governo. Anche perché la gran parte dei rifiuti nucleari italiani si trova oltreconfine, in particolar modo nel Regno Unito e in Francia, come ha spiegato Matteocci: «I
rifiuti che sono all’estero dovranno tornare in Italia perché gli altri
paesi offrono la propria tecnologia per riprocessare e trattare il
materiale»
ma tutto il rimanente dovrà tornare in quanto di proprietà del paese che li ha inviati. Anche perché: «In
Francia la legge nazionale non prevede che il materiale inviato per il
trattamento possa sostare in gestione o in smaltimento nel Paese: dopo
aver trattato le scorie del Giappone e della Germania, ad esempio,
Parigi rispedisce indietro quel materiale al mittente, una volta
processato»
.

La questione del deposito nazionale unico

Vi è la necessità, secondo l’Isin, di un deposito nazionale unico: da
un lato ci sarebbero le scorie che tornano al mittente dai paesi
esteri, dall’altra la necessità di raggruppare in un unico impianto di
smaltimento
, realizzato ad hoc in un sito rispondente a criteri
molto rigorosi, tutta la ”spazzatura radioattiva«. C’è da precisare che
questo impianto non è affatto da comparare ad una discarica o ad una
pattumiera: «L’impianto dovrà avere requisiti stringenti, avrà più livelli di sicurezza», precisano entrambi i dirigenti e «soprattutto sarà solo per i rifiuti di bassa e media intensità»,
 mentre in un altro impianto dovrebbero essere stoccati in via
temporanea i rifiuti ad alta intensità. Una condivisione necessaria del
sito di Deposito nazionale, stando alla normativa, dal momento che per
lo smaltimento dei rifiuti ad alta intensità è importante avviare un
percorso condiviso: «dovranno essere collocati in un sito di
smaltimento ‘geologico’, come si dice comunemente, in profondità, per 
il quale, in ragione dei limitati quantitativi di tale tipologia di
rifiuti, è d’interesse per l’Italia la soluzione di un sito
multinazionale, da condividere con altri paesi»
.

L’ipotesi
del deposito nazionale è, tuttavia, subordinata alla pubblicazione
della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) da parte
di Sogin, senza la quale si parla in astratto: «È come se dovessimo organizzare una gita ma non abbiamo ancora deciso dove andare», ironizzano i dirigenti. Il Direttore Pernice tiene a precisare: «Nella
fase di screening iniziale viene proposta una lista di aree
potenzialmente idonee, per l’appunto, sottoposta alla verifica dell’ISIN
– al momento è in corso l’ultima attività al riguardo – e il soggetto
attuatore (Sogin) pubblicherà il documento dopo il nulla osta dei
Ministeri competenti»
. Al momento, tuttavia, non c’è nulla di
concreto in mano, benché Pernice e Matteocci siano piuttosto ottimisti
sui tempi di pubblicazione.  

 

Articolo pubblicato su La Stampa il 14 Giugno 2019 [aggiornato il 25 Novembre 2019 alle 11:16] https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/06/14/news/nucleare-il-deposito-nazionale-per-le-scorie-e-utopia-o-prossima-realta-1.36541027/

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«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

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