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Camminaredomandando

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Categoria: Blog

Ma che ce stai a fa?

Posted on 2021/03/24 by carmocippinelli

Il 20 marzo ricorrevano i due anni dalla morte di Tina Costa. In quell’occasione mi ero lasciato andare in un ricordo tutto personale, dopo la seconda volta che aveva accettato di intervenire alla Biblioteca Collina della Pace di Finocchio.

Stamattina, non so per quale motivo o associazione libera della mia testa, mi risuonavano le sue parole nella testa, pronunciate da lei in un momento preliminare di una riunione con Fabrizio de Sanctis (allora e attuale presidente Anpi di Roma), la sezione del VI appena nata e ovviamente Tina Costa.

Non sto a dire quanto lei fosse legata al VI municipio e alle sue borgate: per lei eravamo “i compagni de Tor bella” e voleva bene a chi aveva deciso di fondare la sezione nella sua “ex ottava circoscrizione”, tanto più che io e Gianmarco eravamo ancora quasi “pischelli” che da poco avevano discusso la triennale. Poco importava che io fossi di Torre Maura e Gianmarco di Borghesiana: la sezione era, momentaneamente, a Tor bella. Dunque, eravamo i compagni de Tor bella. 

 
De Sanctis, con cui ho condiviso il percorso della Fds a cavallo tra l’essere minorenne e maggiorenne, ricopriva per la prima volta quell’incarico da me considerato importantissimo, nel mio personale immaginario politico-sociale. Entro nella stanza della sede romana e c’è Fabrizio seduto ad una sedia dietro la scrivania, Tina Costa è seduta dirimpetto l’elemento d’arredo colmo di fogli a cui vicino era stato appoggiato un computer molto datato con schermo a tubo catodico.

Proprio lui inizia a parlare: “Tina, lui è Marco, il compagno che…”, non fa in tempo a finire la frase e lei “Lo so, lo so chi è: è il compagno de Tor bella, della sezione dell’ex ottava che mo se chiama sesta”, annuendo cercando di dissimulare quel po’ di tremore che, involontariamente, produceva il suo corpo.

“Ah ecco, ti ricordi” – fa De Sanctis – “così evitiamo di ripresentarci: è un compagno, eh. Certo, mo è un po’ de tempo che sta co Rizzo…”, e tutto il suo viso si modella per assecondare alle pieghe delle labbra che si producono in un sorrisino sornione cercando approvazione in Tina Costa, tanto che lei, per tutta risposta, disse: “Ecco”, congiungendo le mani come in una preghiera, agitandole dal petto in fuori, dal basso verso l’alto, proseguendo: “ma che ce stai a fa co Rizzo, ma dimme te!”.
Un po’ come scrisse Carlo Emilio Gadda nel Pasticciaccio: 

“Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli”

Subito dopo, neanche una manciata di secondi, arrivano altre persone e comincia quel piccolo incontro.
A cadenza regolare nella mia coscienza, a distanza di tempo, tento di rispondere a quella domanda coniugandola all’imperfetto, ogni volta che si ripresenta. Un po’ come la mattina alle 8:00 con i peperoni della sera prima che si riaffacciano.
Posted in Blog/Post semiseri, periferia, Tina Costa

Il passato remoto di “masticare”

Posted on 2021/03/12 by carmocippinelli

Lunedì 15 nella Regione Lazio tornerà la zona rossa. Scuole chiuse.

Gli incentivi per l’istruzione sono quelli destinati – e concepiti – per la digitalizzazione e per colmare il digital divde presente. Connessioni e computer, lavagne multimediali e “imprenditorialità”, quando i problemi di edilizia scolastica la fanno da padrone in più della metà dei plessi. Almeno a Roma. 

Chiudono tutte le attività non produttive.

Perché, in fondo, è così: la scuola non produce reddito, non è un’azienda, è il parcheggio di persone a basso reddito. Chi può, manda i figli in posti diversi. Certo, anche loro a distanza, ma tutta un’altra storia: il futuro è già segnato.

Per la scuola, insomma, il classico passato remoto del verbo “masticare”, così come ci chiedeva di coniugarlo l’amichetto stronzo delle elementari: “mi dici il passato remoto di masticare” e tu, ingenuo “masticai”. Il ghigno di lui si alza pervicacemente, ti guarda bieco: “masticazzi”.

Masticazzi.

Posted in Blog/Post semiseri

La buca di Via dei colombi e lo spirito del capitalismo

Posted on 2021/02/25 by carmocippinelli

Da una settimana abbondante la buca di Via dei colombi, altezza civico 133, si è riaperta esattamente allo stesso modo in cui lo aveva fatto in precedenza: l’asfalto è scivolato verso il basso lasciando il manto stradale sconnesso e disallineato.
Stesso copione di qualche tempo fa: transenne, posti auto inaccessibili. Insomma, al solito.

Ma facciamo un passo indietro.
Mesi fa, siamo a dicembre 2020 (tecnicamente lo scorso anno) il terreno cede all’altezza del civico 133 e si apre una piccola voragine. Le piogge incessanti di quei giorni fecero in modo di far attivare la cittadinanza e l’amministratore condominiale del palazzo di Via dei colombi 132 per coprire quella buca data l’ingente quantità di acqua che era entrata nella buca. Inizialmente le linee degli autobus 313 e 556 vengono deviate: per qualche giorno non passano per la ‘main street’ torremaurense. L’area circondata dalle transenne mettono l’italica “pezza” alla situazione così che i bus potessero transitare effettuando una sorta di gimkana. Da quel momento, l’area è rimasta delimitata e circoscritta. Qualche settimana più tardi è stato effettuato un sopralluogo che ha verificato come al di sotto del manto stradale non ci fosse nulla, almeno a detta degli operai che parlavano ad alta voce e arrivavano alle conclusioni prima citate. Il paragone da loro messo in atto era con la porzione di strada antistante l’Istituto “Nostra Signora del Suffragio”: lì almeno c’erano delle cabine che sostenevano il tutto, qui sotto non c’è molto, dicevano mentre le persone erano intente all’opre giornaliere.


Le “cave” torremaurensi

Il romanticismo di chi scrive vorrebbe subito rimandare alle cave e ai cunicoli scavati nel sottosuolo del tessuto urbano di Torre Maura nel periodo della guerra: la borgata era letteralmente invasa dagli occupanti nazisti, a cui i fascisti davano man forte e ad ogni bombardamento la gente si riparava come meglio poteva. Pierina Nuvoli, attivista torremaurense e collaboratrice con le missioni estere delle Figlie del Sacro cuore di Gesù,  lo ha descritto insieme a Laura Dondolini nel libro pubblicato nel 2016 dall’editore “Civilmente”: «Torre Maura. Storia di un quartiere attraverso la voce dei suoi abitanti» raccogliendo le voci di chi aveva vissuto quel periodo. Spicca, in tal senso, quello di Clelia Consalvi (classe 1932): «Durante i bombardamenti fuggivamo a ripararci presso le cave situate sul luogo dove successivamente fu costruita Villa Irma [attuale Policlinico Casilino ndr]». Stesse testimonianze – è facile immaginare – si siano tramandate nel corso delle generazioni di padre in figlio e di madre in figlia riguardo i ricordi di guerra e post-bellici. È facile ipotizzare come le cave per sfuggire ai bombardamenti siano state “create” (à la “male e peggio”) anche in Via dei colombi in quanto, stando alla testimonianza libraria del libro di Nuvoli-Dondolini, l’Istituto delle Suore minime e la relativa chiesa venne edificato nel 1936, quattro anni prima la dichiarazione di guerra. Non era un luogo urbanizzato, né come ce lo immaginiamo noi ora, tuttavia iniziavano a sorgere insediamenti di a ridosso di quella che è la main street torremaurense.
Se immaginiamo come gli insediamenti a ridosso di Via dei colombi iniziassero a sorgere nel periodo antecedente al secondo conflitto bellico, altrettanto facilmente ne discende il ragionamento della conseguente necessità di riparazione degli abitanti della borgata nascente al momento dei bombardamenti. Verrebbe quasi da dire che, ecco, deve essere proprio così: al di sotto di Via dei colombi c’è davvero poco o niente a sostenere il tutto, dato che ogni volta che transita un camion o un autobus i palazzi antistanti la via tremano.

Lo spirito del capitalismo
Cosa c’entra un’insulsa voragine nell’ultimo quartiere prima del Raccordo anulare con il capitalismo? C’entra perché rappresenta il paradigma di come ci approcciamo alle cose, in quest’epoca di mezzo disgraziata. Lo spirito del capitalismo aleggia su Via dei colombi e sulla sua piccola, ma significativa, voragine. La ditta appaltatrice che si è occupata di quel tratto di strada, precedentemente traforato per far passare dei cavi cablati, contattata dalle istituzioni capitoline, è riuscita nell’intento: una bella gettata d’asfalto e il problema è risolto.
Tempo 48 ore e la voragine si è riaperta con eguale aggravio e transenne che – stavolta – coprono un’area leggermente più vasta di quella precedente. Il principio è lo stesso dei riformisti e di chi, spacciandosi per “rivoluzionari” perché vogliono “cambiare l’esistente attraverso il sistema vigente”, utilizzando gli stessi strumenti ma avendo il coltello dalla parte sbagliata del manico, vuole affermare in scioltezza che questo è il migliore dei mondi possibili e che le disuguaglianze si appianeranno con il passare del tempo. Basta sapere scegliere quel che si ha in mente di attuare, le politiche da proporre e portare avanti e via dicendo.
La riparazione – e la conseguente messa in sicurezza – della via intera e in particolar modo nei suoi punti più fragili costa più tempo e più denaro. E questo è impossibile da mettere in atto, specie per coloro i quali sono stati elencati poco sopra. Sarebbe “velleitario”, bisogna prendere atto della situazione – direbbero – per poter aggiustare quel che si può.
Riformare il capitalismo e gettare una manciata d’asfalto su una voragine rappresentano lo stesso livello di idiozia politica, nonché di complicità ideologica. Gioire, invece, per l’asfalto gettato in luogo della messa in sicurezza della strada o per la pavimentazione a metà della main street fa parte di una sottospecie di ambizione senile della politica che attanaglia soprattutto i consiglieri municipali del VI eletti a Torre Maura,preoccupati solo dei “mi piace” che ricevono ai post e ai “bravo” conseguenti. Anche se durano il tempo di uno sguardo rapido su un social.
La stessa visione del mondo che vorrebbero ostentare costoro, cioè i rappresentanti dinamitardi del riformismo, è quella del “facciamo purché si faccia qualcosa”, ma che non sia “ideologico” quel qualcosa, dato che “l’ideologia non fa ragionare sulle cose”. Come se costoro non fossero dediti alla sola e unica ideologia mondiale, cioè quella di giustificare il sistema più ingiusto e più gravido di iniquità sulle classi popolari sia, effettivamente, realizzabile.

 Postato su La Rinascita delle Torri

Posted in Blog/Post semiseri, polpetton

Un’oligarchia e una soluzione

Posted on 2021/02/20 by carmocippinelli

La votazione sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle ha, inevitabilmente, generato critiche e suscitato attenzioni da parte di politologi e tecnici della politica ma anche di cittadini, elettori, persone ordinarie. L’uomo qualunque, verrebbe da dire.
Dall’osservatorio parziale di docente supplente in un istituto tecnico della periferia nord est di Roma, subito dopo un’ora di supplenza, ho avuto un contatto con una docente di materia giuridica, nonché collaboratrice degli uffici della dirigenza che aveva voglia di attaccar bottone a riguardo. Molto discretamente, accetto di mettermi a disposizione del dibattito.
Entro nella classe per poter posare i miei effetti e uscirne di nuovo per poter iniziare una telefonata. La docente mi chiede che i ragazzi si erano mostrati interessati al funzionamento della piattaforma Rousseau: «Tu sai come si vota?», io rispondo che no, tecnicamente so solo che bisogna effettuare l’accesso al sito internet ma il proprio utente deve essere autorizzato e certificato, ma da chi e come non ne ho la più pallida idea.
L’interlocutore B, subendo un cortocircuito tra langue e parole, afferma: «Quindi tu sei iscritto! Come si fa? Voglio votare anche io!», la docente si mostra incuriosita del fatto di come effettivamente si possa votare e ritiene che tutti possano votare nel quesito (capestro) proposto da Grillo-Casaleggio. Rispondo, cortesemente che, in realtà, sapere come si fa non si traduca effettivamente nell’iscrizione al portale e lascio intendere che non ho interesse a quel tipo di dibattito interno al Movimento 5 Stelle.
Poi la rivelazione della docente, scoperta attraverso l’uso sincrono e coordinato del pollice e dell’indice sullo schermo del proprio telefono, così da ingrandire le scritte della schermata iniziale della piattaforma: possono votare gli utenti certificati prima del 2016.
Sdegno: «Ma questa è un’oligarchia! E io non posso votare? Cittadini, cittadini e nessuno può votare?».

Potremmo spenderci lungamente in discorsi riguardo una professoressa di materie giuridiche, con mansioni dirigenziali, che sia caduta nel tranello del cittadinismo agitato da circa un decennio dal Movimento 5 Stelle: l’aver uniformato, nell’immaginario collettivo, i cittadini tutti in cui chiunque può far riferimento al movimento pur senza farne parte, è una delle grandi illusioni circa la partecipazione digitale e fattiva in quest’era che rifiuta tutte le ideologie tranne una: quella capitalista e del mercato.

Il fatto che tutti i cittadini possano partecipare significa, semplicemente, che chiunque lo voglia può iscriversi al Movimento, votare digitalmente, accettarne le condizioni e via dicendo. Accettando anche il fatto, soprattutto questo, che non si sta parlando di un partito politico bensì di un’associazione governata da tre persone in cui non c’è, tecnicamente, libertà di dissentire rispetto alla linea programmatica definita dal leader/megafono/portavoce/cittadino-portavoce e sue definizioni. Non ci si può costituire in una “tendenza” o cose simili all’interno dell’organizzazione.
Il cortocircuito mediatico è ormai totale: alle parole non si dà tutto il peso e il carico che esse portano con sé, si pensa solo ad interpretare quanto scritto a seconda della propria volontà. Una tendenza pericolosissima che porta all’interpretazione molteplice e ultra relativistica della realtà, così che si possa – erroneamente – interpretare come “opinione” anche un fatto reale e incontrovertibile, come l’ingresso a gamba tesa della finanza all’interno del Governo italiano al fine di gestire il flusso di denaro del “Piano di recupero”. In fondo perché lasciare ad altri le carte?

La militanza cosciente è ben altra cosa rispetto alla volontà pur nobile, da singoli individui, di cambiare le cose: da soli non si riesce a combinare un bel niente. Celebre fu l’affermazione di Luigi di Maio, ai tempi esponente dell’opposizione, rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori di Alitalia in egli proponeva di andare in solitaria, ognuno di loro, senza l’ausilio di un’organizzazione sindacale, a trattare con la dirigenza.
Legittimare le solitudini serve davvero a molto poco, se non a fare il gioco del capitale che vuole diviso, disperso, senza coscienza il campo avverso dei lavoratori.
«Vorrei votare contro solo per sfregio, ma non posso: questa è oligarchia» e neanche questo è, purtroppo, vero: una volta legittimata la triade al governo dell’associazione politica pentastellata, si accetta anche il fatto che si possa essere singole individualità che si erano – e sono – espresse per sostenere quella forza politica come vettore unico di cambiamento, delegittimando le altre, oppure, irridendone le posizioni politico-ideologiche come “antiche” o “superate”. Non c’è niente di troppo antico o superato come la volontà di unirsi per immaginare, attivarsi e costruire un avvenire migliore che sia di tutti e per tutti, contro la protervia di chi ha troppo e vuole fagocitare tutto il resto.

Il dialogo di cui sopra ha virato, infatti, rapidamente sul fatto di come una persona possa iscriversi liberamente ad un partito per poter dire la sua nei luoghi opportuni di quell’organizzazione.

E, in effetti, l’unico luogo in cui poter esprimersi è un partito, il partito delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati. E dato che è pure iniziata la campagna di tesseramento, io ve la butto là: iscrivetevi al Partito comunista dei lavoratori e diventate, finalmente, schiera cosciente e organizzata di fronte alla solitudine individualistica di chi ci vorrebbe singole “unità di produzione” e non esseri pensanti.

Posted in Blog/Post semiseri

L(‘)auto mercato

Posted on 2021/02/05 by carmocippinelli

«Non ce la facciamo a mantenere aperti i negozi. Precedentemente, prima della pandemia, la bottega di Via Ripetta riusciva a fare ottimi introiti, così da poter pagare gli stipendi agli altri due negozi [uno di Montesacro, l’altro di Piazza Bologna]. La situazione si è parecchio complicata, andata deteriorandosi nel tempo. Così, dunque, siamo ridotti quasi completamente ad alzare la serranda per volontariato in attesa della cassa integrazione. Se ci sarà».

Qualche settimana fa mi trovavo in una bottega equo e solidale. Parlando con la dipendente del negozio, la prospettiva che è andata delineandosi nel corso della conversazioni non è stata rosea. Per le botteghe il rischio concreto è quello della chiusura. La questione che sta alla base della chiusura è uno gnommero di concause, come lo definirebbe Gadda: un nodo inestricabile di motivazioni che ha portato alla situazione attuale. Il Covid, come in tutte le questioni a seguito della pandemia, non ha fatto altro che esacerbare le criticità già esistenti. Le botteghe di tutta Roma, poco meno di una manciata all’interno del Grande Raccordo Anulare, basavano la propria esistenza sul negozio del centro a via Ripetta. Le entrate e i proventi di quel punto vendita bastavano per pagare gli stipendi a tutti i dipendenti delle altre piccole realtà.
Quando, tuttavia, una situazione è già precaria o inizia a mostrare delle piccole crepe, un agente esterno (quale che sia) può arrivare a divaricarle in modo irreparabile. Il coronavirus ha mostrato le fragilità di un sistema basato unicamente sul profitto e sullo sfruttamento, più in generale; nelle situazioni specifiche come questa si è limitato a dare il proverbiale colpo di grazia.
Le attività meritorie, pur di nicchia o settoriali come le botteghe equosolidali, hanno subìto il colpo più duro di tutte le altre attività commerciali, evidentemente. L’iniziativa di vendere prodotti che prevedano una forma di commercio e di scambio di merci che vorrebbe garantire il giusto compenso al produttore e ai suoi dipendenti, assicurando anche la tutela del territorio evitandone disboscamenti, sfruttamenti ambientali massicci tipici della grande industria e della grande distribuzione organizzata, rappresenta una forte e ambiziosa caratterizzazione che non può essere sostenuta nel lungo periodo dalle aziende in oggetto. Specie se la vita di tali negozi riesce a basarsi solo sulla classe alta o medio alta, in Inghilterra si direbbe upper class. In un’espressione: alta borghesia.

La favola raccontata dai cantori liberali per cui più il consumatore compra prodotti biologici ed equosolidali, compresi quelli distribuiti dalle grandi catene transnazionali, e più il commercio si orienta verso questi prodotti da realizzare e commerciare, è una evidente menzogna raccontata a pieni polmoni a più riprese. Per quel che riguarda il cibo, ad esempio, “non possono permetterselo tutti”, ma “moltissimi consumatori”, dicono costoro, “se potessero, si orienterebbero verso il biologico e il non-industriale”. Dunque “bisogna incoraggiare le fasce ricche perché acquistino quei prodotti ad un costo maggiore degli altri, perché si possa favorire un nuovo circolo economico: si creerebbe quell’economia di scala che poi consente di allargare l’accessibilità anche alle fasce più povere e lo si è visto in Germania in cui il biologico era appannaggio dei più ricchi ed ora è accessibile di tutti”.
Questo viene raccontato da più parti, questo è il pensiero liberal-progressista, osannato soprattutto anche dai democratici nostrani: più si acquista biologico o “verde”, naturalmente chi se lo può permettere, più la filiera diventa sana, economicamente parlando. È il paradosso dell’economia verde, insostenibile aprioristicamente qualora non si metta in discussione l’economia di mercato (a tal proposito si rimanda al piccolo, ma necessario, libro di Daniel Tanuro “L’impossibile capitalismo verde”).

La vicenda delle botteghe equosolidali è paradigmatica. La classe sociale di riferimento, una volta piombato il lockdown e la chiusura generalizata, ha smesso di rivolgersi a quel peculiare mercato: per tesaurizzare il loro già ampio guadagno o risparmio? Probabilmente, in realtà non sappiamo la vera motivazione che li ha fatti desistere dal rivolgersi alle botteghe solidali. Il dato di fatto, incontrovertibile, è il seguente: non c’è stata continuità nel sostegno di quelle realtà da parte della classe di riferimento che, pure quei negozi, avevano designato involontariamente e su cui si erano basati per la propria vita e sostentamento.
Nel momento in cui un gruppo di persone vuole provare a nobilitare il sistema capitalistico provando ad introdurre nuove filiere o nuovi consumi che facciano leva sull’eticità della transazione e dello scambio in sé, il capitale reagisce d’imperio abbassando la qualità dei prodotti venduti e di conseguenza anche il costo vivo di quel che si va ad acquistare. Novità delle ultime settimane è l’iniziativa di alcuni settori della Coop che ha venduto a 10€ tutti i prodotti a marchio della catena e che rappresentano il necessario per poter sostentarsi una settimana. Con quella cifra si poteva acquistare pasta, passata di pomodoro, pan carré e altri prodotti. A riguardo, è bene poter fornire ai quattro lettori rimasti del blog l’articolo “Lo sfruttamento nel carrello della spesa“, in cui è stato trattato proprio questo argomento, in occasione della recensione dell’ottimo “Il grande carrello”, pubblicato da Laterza e scritto dai girnalisti Ciconte e Liberti.

Per farla breve, è sempre più chiaro ed evidente il concetto gramsciano di egemonia: uno strato sociale sempre più consistente di industriali, imprenditori (a.k.a. i padroni) fanno in modo di far pensare gli oppressi e gli sfruttati (lavoratori, pensionati, disoccupati) esattamente come la pensano loro. Come? Attraverso sistemi che ben conosciamo: la grande stampa digitale e cartacea è tutta orientata a voler narrare le magnifiche sorti progressive del capitalismo, unico sistema possibile in cui vivere, che certo è talvolta ingiusto, ma che prevede anche una gran possibilità per tutti. Tutti possono scommettere, non al casinò, ma in borsa. Il gioco è lo stesso, cambiano le cifre della posta.
Chi dà le carte non permette che vengano mosse critiche sul mazzo utilizzato. E poco importa alla dirigenza del casinò se hai scoperto che è truccato. Ci saranno altre persone che andranno ad occupare il tuo tavolo per “provare a cambiare dall’interno” criticando la tua posizione “settaria” ed “estremista”. Se però non hai la capacità (o la volontà reale?) di scardinare e abbattere il tavolo, dimostrare che le carte sono truccate e vorrai giocare ugualmente, finirà piuttosto male. Evidentemente.

Posted in Blog/Post semiseri, polpettoni

San Giorgio e il Draghi

Posted on 2021/02/03 by carmocippinelli

Мое время грядет
Мой час все ближе
Мое время грядет
Мой час все ближе

 

My time is coming

My hour is getting closer

My time is coming

My hour is getting closer


Il mio tempo sta arrivando
La mia ora si sta facendo sempre più vicina

 

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O tutti o nessuno

Posted on 2020/12/20 by carmocippinelli

A seguito della chiusura della grotta del buco a Tor bella monaca, propagandata dalla sindaca Virginia Raggi che si è recata personalmente nel quartiere, è nato un appello delle associazioni territoriali e organizzazioni sindacali del quartiere per chiedere un «tavolo permanente sul disagio sociale e contro l’abbandono».
L’appello è stato recepito dalla politica capitolina. In breve tempo, grazie ai consiglieri capitolini Zannola (PD), Pelonzi (PD), Tempesta (PD), Fassina (SxR), Celli (Giachetti sindaco), Figliomeni (Fd’I) e De Priamo (Fd’I) è stata richiesta una «commissione congiunta di carattere sociale e culturale relative al quartiere Tor bella monaca e possibili modalità d’intervento condiviso». Il documento è datato 9 dicembre 2020 ed è stato protocollato il giorno successivo, indirizzato alla Presidente della commissione politiche sociali (Catini) e alla presidente della commissione cultura (Guadagno). Qui il testo del documento. 

Tor bella monaca rappresenta da decenni l’archetipo del quartiere oppresso dalla criminalità e simbolo dell’esclusione sociale, del disagio e della sofferenza in un immaginario collettivo che non è più solamente quello della Capitale ma di tutto il Paese. Grazie anche a rappresentazioni cinematografiche che hanno acceso luci e riflettori a riguardo come la pellicola «Lo chiamavano Jeeg Robot».
Disagio, esclusione e abbandono non risiedono solo a Via dell’archeologia o Via del fuoco sacro. Corcolle, Torre Maura, Torre Angela, Ponte di Nona, Villaggio Breda (e la lista potrebbe continuare) sono quartieri e zone del VI Municipio in cui la sofferenza e l’abbandono di ogni speranza – soprattutto da parte delle giovani generazioni – è all’ordine del giorno. 
Anche in quei quartieri cosche e comprotamenti criminali la fanno da padrone o hanno iniziato ad essere presenti in modo strutturato.
L’iniziativa solerte dei consiglieri comunali sopra citati è lodevole ma vorremmo far presente ai lettori di questo nostro giornale digitale che o ci salviamo tutti, o la periferia sprofonderà tutta insieme.
Il VI Municipio è la rappresentazione vivente della sofferenza urbana della Capitale di un Paese che troppo poco spesso si ricorda di esserlo. 
La zona urbana che comunemente viene denominata “Torre Angela” e che comprende diverse zone oltre i confini del quartiere, nella seconda ondata del Covid 19, ha detenuto per settimane il maggior numero di contagiati, che il quotidiano «Il Messaggero» non ha esitato a classificare come «record» in quanto «lì, l’incidenza del virus è costantemente aumentata per via di un tasso che tiene conto della popolazione residente».

Papa Francesco, nell’enciclica «Fratelli Tutti» che ha scosso il Paese e il Mondo intero lo ha definito chiaramente:

«Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi. Vediamo come domina un’indifferenza di comodo, fredda e globalizzata, figlia di una profonda disillusione che si cela dietro l’inganno di una illusione: credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo tutti sulla stessa barca».

O tutti, o nessuno.
Sarebbe stato un segnale forte per la periferia far sì che venisse istituito (o anche solo proposto) un tavolo permanente che rappresentasse tutti i quartieri dello sterminato sesto municipio di Roma. L’estremismo localista e particolarista ha prevalso sul generale e l’universale. Come se Tor bella monaca appartenesse ad un territorio-nel-territorio, il sedicesimo municipio di Roma.
Dimenticare che abitiamo tutti nella VI circoscrizione (come si diceva un tempo) non rende un buon servigio ai presentatori dell’appello.

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Caprino Veronese

Posted on 2020/12/02 by carmocippinelli
Sì però pure sta cosa del socialismo, anche basta. Lo sai che se vai tipo a Cuba, no, ecco tipo là vai al supermercato e c’è un tipo di formaggio soltanto. 
Vabbè e quindi?
E quindi che? Dai è una cosa da barbari, uno sta a sgobbà tutto il giorno, se butta in metro e poi come minimo je piace d’andà a vedè qualcosa da magnà de diverso.
Al centro commerciale, immagino.
Eh, sì, quello c’è.
Tralascio analisi sociologiche e economico-social-politiche che me farebbero scrive polpettoni assurdi. Però ecco, fa ride che tu dica che in un sistema.assurdo come questo si possa scegliere qualcosa.
Io invece scelgo. L’altro giorno ho cambiato la macchina per cui avevo acceso il finanziamento, m’avevano detto “vuole cambiarla con quest’altra” e io l’ho fatto.
Altro finanziamento.
Beh chiaro.
Quindi in definitiva, puoi scegliere, certo. Puoi scegliere se consumare una polenta (ad esempio) di un tipo prodotta a Verona, e un’altra polenta di un altro tipo (“in questa ci abbiamo messo i mitici funghi porcini”) prodotta a Caprino Veronese. A te la scelta. Guai a dire “ma a me sembra la stessa cosa”
Puro bolscevismo. Il capitalismo è tipo una roba del genere. Caprino Veronese.
Scegli la modalità con cui chi ha più soldi possa farne ancora più soldi e tu spenderli. 
Schiavi sorridenti.



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È il 1985 [o forse no].

Posted on 2020/11/19 by carmocippinelli
La foto è dell’ex collega
Silvio Galeano fonte: Facebook
È il 1985. 20 dicembre. Democrazia Proletaria ha sette deputati eletti ma neanche nel giro di dieci anni perderà pezzi: da una parte nasceranno i “Verdi Arcobaleno“, dall’altra il movimento per la Rifondazione Comunista.
Se avessi votato, avrei dato il voto a Dp, senza neanche pensarci troppo. La  Democrazia cristiana perde pezzi ma è ancora al primo posto dei partiti più votati; Enrico Berlinguer porta il Pci nell’alveo del teorizzato eurocomunismo. Che poi non è altro che una mano di tinta socialdemocratica. Ma tant’è. Gli anni ’90 sono ancora distanti dalla periferia romana, c’è ancora gente che ascolta cazoni orrende come disse Max Collini in Palazzo Masdoni: “le mode in periferia arrivano dopo”.
 
Vado a scuola a Centocelle, che già sembra il centro dell’universo, è da poco uscito Amore Tossico ma non ha ancora il successo che avrà poi anni dopo. Ma io questo non posso saperlo. So solo che alla fermata “Balzani” sono saliti due bucatini sul trenino che mi lascia a via dei colombi. Hanno l’affanno per la corsa che hanno dovuto compiere: uno ha il doppio taglio, dietro rasato e sopra i capelli pieni di gel raccolti in una piccola cipolla. O forse nun se lavano, come ha mormorato una tizia seduta in un posto quasi di fronte al palo per reggersi che sto occupando con la mia schiena. Ai miei piedi ho un Invicta ultimo grido, una delle poche cose che mi fa essere all’estremo passo coi tempi. A scuola, addirittura, c’è chi si porta il lettore di cassette: sai che figata potersi sentire i Kiss o i Metallica in quella specie di mangianastri portatile? C’è gente che ci mette dentro i Pet shop boys o i Modern Talking. A me sanguinano le orecchie solo a sentirli nominare. Da un annetto circola voce che c’è un gruppo di mezzi compagni che ha formato un gruppo musicale: non è che si capisca bene cosa vogliano e al contempo cosa desiderino trasmettere ma il nome tanto mi basta: pare si chiamino “CCCP – Fedeli alla linea”, sarebbe fico poter sentire qualcosa, anche se non vado d’accordo col punk.
I due bucatini discutono ad alta voce – come se non ci fosse nessuno in quel piccolo vagone – su quello che devono fare dopo e su chi devono incontrare. Evidentemente stanno chiamando in causa il pusher della roba: lo chiamano D’Artagnan, forse perché necessitano anche delle “spade”, cioè le siringhe.
Il riferimento non è tanto letterario quanto utilitaristico.
Continuano ad ansimare, a un certo punto uno alza la voce in direzione di chi si è fermato e ha abbassato il giornale per poterli guardare, fissandoli nei loro movimenti: «Ao, ma nun l’avete mai visti du tossici che stanno a corto co ‘r meta? Fateve ‘n po’ li cazzi vostra». E tutti tornano a fare quello che facevano prima. Una signora sbuffa e fa sbattere la lingua sul palato, emettendo quel suono che viene interpretato, dalla Groenlandia al Lesotho, come contrarietà a qualcosa che sta avvenendo.

Oggi però non vado a casa: da qualche tempo a questa parte mi vedo con una tipa (lei sì, decisamente punk) che abita da poco a Tor bella monaca, da circa due anni. Spesso ci appoggiamo di fronte al finestra della sua stanza e fumiamo di nascosto le Camel blu della nonna che non dovrebbe fumare, dunque le nasconde sotto ad un vaso rovesciato che ha in casa. La fortuna è che non si ricorda mai quante sigarette ha fumato nei giorni precedenti e così nessuno sospetta mai di noi. Appoggiamo i gomiti sull’infisso rosso incastrato nel cemento e guardiamo l’orizzonte ascoltando un po’ di musica, parliamo di un sacco di cose anche se spesso ce ne stiamo in silenzio a fissare il panorama e i palazzoni.
Ci cattura l’attenzione e lo sguardo monitorare tutte le luci che si accendono una dopo l’altra man mano che la luce del giorno se ne va, poi il cielo diventa rosso e infine tutto buio e allora i rettangoli delle finestre dei palazzoni nuovi grigio-cemento si accendono una dopo l’altra.
Verso le 5 del pomeriggio sembra già fossero le 10 di sera e, in quella fase, ci fumiamo un’altra sigaretta. Mentre fumiamo la seconda sigaretta si gira verso di me e mi fa, con il gomito destro appoggiato sul bordo dell’infisso incassato nel cemento e quello sinistro appoggiato sul fianco mentre lascia cadere la mano verso la gamba: «Oh, senti qua: mi hanno passato questa cassetta di un gruppo russo. Non capisco un’acca di quello che dicono, ma senti che roba». Inserisce la cassetta nel lettore, parte una batteria artificiale, una di quelle drum machine e poi chitarra e basso super effettati. Mentre la canzone inizia, lei inizia a muoversi istintivamente al ritmo della batteria: ogni colpo di rullante è un movimento delle spalle, ora verso destra, ora verso snistra, mentre col corpo asseconda il fluire del tronco superiore. Si mette addirittura il cappuccio della felpa degli Iron Maiden e comincia a dirmi di ballare con lei.
Ma io non so ballare…

Я не умею танцевать
Я не умею танцевать
Я не умею танцевать

Mi limito a imitarla. La canzone finisce in pochi minuti, niente a che vedere coi Metallica o coi Maiden, mi fa: «Pare si chiami “post punk” ‘sta roba, che te ne pare?», io resto basito: «Sembra una di quelle canzoni da paninaro!», dico sorridendo. Lei coglie il riferimento e sorride: «Ma no, è un genere che scimmiottaquello dei paninari ma non ha niente a che vedere con quello, non hai sentito la chitarra e il basso che vibrazioni che avevano?».
È l’unica cosa che mi aveva colpito: quella chitarra così piena d’effetti e dal suono tremolante mi stava facendo pensare ai nostri pomeriggi impiegati a guardare l’imbrunire su Tor Bella Monaca e a fumare le Camel di sua nonna. I palazzi della Minsk popolare e della Bielorussia (solo dopo scoprii che il gruppo era bielorusso) non erano poi così distanti. L’Istituto autonomo case popolari sembrava aver edificato un quartiere fra la Bielorussia socialista e la Tor Bella Monaca appena nata di una Roma in disordinata, confusa e sempre più diseguale espansione.

Due giorni dopo ci siamo rivisti e abbiamo ascoltato la cassetta dei Molchat Doma per tutto il pomeriggio: Na dne era la prima canzone della cassetta. Ci piaceva così tanto che solo qualche giorno più tardi saremmo andati da un compagno della sezione del Pci di Torre Angela che aveva seguito un piccolo corso di lettura e traduzione di base dal russo. Ci aveva tradotto il ritornello, se così si poteva chiamare:

I binari del tram fanno rumore
Rimane in fondo alla mia bottiglia
Finisco tutto e vengo da te

Ci aveva detto che non era proprio questa la traduzione esatta ma, arrangiata, maccheronica, era pressapoco quella che ci aveva detto.
Le nostre frequentazioni si erano fatte sempre più intense: ascoltavamo sempre più musica e parlavamo molto di più delle prime volte in cui una mattina tornando da scuola mi aveva detto: «Perché non vieni da me? Ti va di fumare insieme?», roba che non sapevo neanche come si accendesse una sigaretta.
Iniziavamo ad aspettarci fuori da scuola per tornare insieme a casa sua. Mentre salivamo sul trenino non esistevano tossici o altro, c’erano solo le canzoni dei Molchat Doma nelle nostre teste. Ci buttavamo con la schiena sulle porte del vagone e provavamo a canticchiarle a bassa voce:

iaiumieiutansevàt
iaiumieiutansevàt

Poi arrivavamo a casa e mettevamo subito la cassetta nel mangianastri del padre.

Ma io non so ballare. Eppure ballavo lo stesso.

Ma questa storia non esiste: il gruppo si chiama Molchat Doma e con il 1985 non c’entra niente. Tancevat è del 2018 ed è inserita nell’album chiamato Etazhi. Una scoperta folgorante.

E, davvero, io non so ballare.
Я не умею танцевать.


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Granulosità

Posted on 2020/11/04 by carmocippinelli

Ci sono parole che assomigliano tanto a dei fiumi carsici. Vengono sotterrate dalla nostra memoria e riemergono tutto ad un tratto, senza che noi ce ne possiamo accorgere.
Quando le ascolti per la prima volta le nostre orecchie fanno addirittura fatica ad abituarcisi, come se stessero ascoltando una lingua diversa. 

Ed è paradossale: strana o inusuale, aulica o bassa, si sta pur sempre parlando di una parola della tua lingua madre. A me è capitato con la parola granulo, o meglio, al plurale i granuli.
La ascoltavo sempre quando mia madre mi portava dalla pediatra e mi somministrava alcuni rimedi omeopatici: «Di questa gliene faccia prendere quattro granuli, di quest’altra otto granuli, di questa tutto il tubetto che è composto da granuli piccolissimi: vanno sciolti tutti sotto la lingua senza masticarli». La tentazione di masticare i minuscoli granuli di Oscillococcinum come fossero caramelle, tuttavia, era irrefrenabile.
E anche adesso, c’è da dire, non resisto e devo per forza masticarne qualcuno e sentire lo scricchiolìo sotto i denti di quei microscopici confettini tondi.
La prima cosa che chiesi a mia madre era che cosa fossero i granuli. Non mi ricordo la risposta, ma ricordo di averglielo chiesto. 

Andai a seppellire la parola granulo/i nel Campo Santo delle parole inusuali: l’immensa distesa verde della nostra mente che è piena di addetti che scavano tombe ai lemmi che decidiamo di non utilizzare più, per vari e disparati motivi, tra cui l’evidente impoverimento del nostro linguaggio a causa dell’ipertecnologicità che ha assorbito le nostre vite, l’infinita varietà della nostra lingua e ha fagocitato il tempo per la lettura sostituendolo con comici, funamboli, saltimbanchi o figure non meglio identificate che blaterano davanti a una telecamera che chiamiamo youtuber.
I becchini delle parole inusuali, o che scegliamo arbitrariamente esse siano tali (e questi tizi stanno nel cervello di ognuno di noi) hanno compiuto un lavoro sopraffino con granulo/i. Non ebbi più un contatto con quella parola fino alle medie, quando la professoressa di arte e tecnica ci chiese un giorno di portare un blocco di fogli a grana grossa. Ma non era la stessa cosa. Non c’era quel diminutivo così inusuale.  E in effetti, anche a seguito di quella circostanza, la parola risultò morta e sepolta nel giro di 24 ore.
Il contatto successivo ce l’ho avuto svariato tempo dopo, durante un corso di formazione presso una cooperativa di archivisti e bibliotecari con cui ho lavorato per qualche mese. La docente stava parlando di riorganizzazione sistematica di un archivio che presentava elevata granularità, per indicare una frammentazione, una disomogeneità e una disorganizzazione nell’archivio in oggetto talmente elevata da far sembrare il tutto come i minuscoli granuli dell’Oscillococcinum. O meglio, io ho pensato a quello, le altre persone lì presenti avranno certamente pensato ad altro.

Il verbo granulare, inteso in quel contesto, è stato utilizzato molte volte in quel corso di formazione e, dunque, ho finito per associare il termine granulosità ad una sorta di estrema balcanizzazione di un determinato contesto, sia esso lavorativo, psicologico, pratico, morale e via dicendo.
Ho riascoltato il termine granulosità questa sera, 4 novembre 2020, mentre usciva dalla bocca del Presidente del Consiglio dei Ministri, nell’ambito della conferenza stampa d’illustrazione del nuovo Dpcm che imponeva la didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado. Alla domanda del giornalista di RaiNews, il quale chiedeva se fosse previsto uno scenario in cui all’interno di una zona “gialla” potesse esserci una provincia “rossa”, nell’ambito del contagio da Covid-19, Conte ha risposto come stessero valutando anche questa possibilità dato che, in effetti, il Dpcm lo prevede ma è «chiaro che più si scende dal punto di vista della granulosità, più bisogna stare attenti». Cioè a dire: più si particolarizza la questione di regione in regione, più si determinano i casi andando a discernerne ogni aspetto collegato territorialmente e localmente, aumenterebbe, potenzialmente, la granulosità della dispersione del lavoro, delle norme, della casistica. 

È strano come certi termini o certi verbi stiano lì sepolti e poi tornino a galla nel momento più inaspettato come quello che stiamo vivendo ininterrottamente da quasi un anno.
È strano come agisce la nostra mente, quando ho sentito Conte parlare di granulosità, ho pensato prima alla professoressa Guercio e subito dopo alla domanda posta a mia madre all’uscita dalla pediatra. 

I granuli non vanno masticati: vanno sciolti sotto la lingua.

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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo».

Un sogno per la Borgata Gordiani!

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